Musicultura a Macerata

XXIV Festival di Musicultura a Macerata. Una città, piccola, elegante, benestante, con quattro grandi chiese. Tre di queste sono senza facciata. Cioè, naturalmente la facciata c’è, ma è muro grezzo senza marmi e ornamenti. Come se i costruttori, avendo fatto male i conti, si fossero trovati senza soldi per le rifiniture. Può succedere, ma tre su quattro ci sembra una percentuale un po’ anomala.

 

Ecco il Festival: tre giornate che ora andiamo a raccontarvi. Condensiamo in quattro capitoli: Conferme, Sorprese, Concorso, e Cazzeggio. E poi c’è la Perla Finale che è una vera meraviglia.

 

Conferme.

L’immutabile belato di Venditti. Che non cambia, come l’abbronzatura da porchetta al forno e i capelli vulcanizzati (copyright by G.M. Foderaro – Info: la vulcanizzazione è un processo di lavorazione della gomma che la rende più resistente, e molto più nera e opaca). I brani sono ancora belli, riferendoli al periodo, e al pubblico sono piaciuti, ma certo, il vibrato è proprio pecoresco.

Giorgio Faletti ha fatto benissimo a mettersi a scrivere romanzi. Riascoltarlo fermo a “Minchia, signor tenente” ci convince senz’altro in favore della scelta letteraria.

Guccini. Ah, Guccini, di cui non si poteva dir male ai suoi tempi, e che invece ci è sempre sembrato il massimo della noia. Qualche testo emblematico dell’epoca, d’accordo, ma le musiche, che palle! Tutte uguali, anche se vestite da sapienti arrangiamenti; tutte uguali. Ha confermato il trend presentando il suo successore, che canta i suoi stessi pezzi, ma non è lui; gli manca la voce e soprattutto il look da vecchio zio di montagna, contadino arguto, un po’ sporco e un po’ svanito.

 

Sorprese.

Arisa, che è riuscita a trasformarsi da antipatica stronzetta a sopraffina cantante dai colori jazzistici, sapiente di voce, in perfetto equilibrio fra un formidabile pianista e il gruppo che l’hanno accompagnata con gusto impeccabile. E anche un look molto meno scemo. Dieci!

Renzo Rubino, concorrente di un paio d’anni fa, ora cresciuto in buon intrattenitore, oltre che cantante spiritoso.

Mariella Nava. Eccellente come autrice; meno, a nostro parere, come interprete delle proprie canzoni, che però sono talmente belle da commuovere comunque. “Spalle al muro” quando la canta Renato Zero, per esempio, è un vero e proprio omaggio dell’interprete all’autore (d’altra parte, anche i pezzi, splendidi, di Paolo Conte sono meglio, secondo noi, fatti da altri. “Genova per noi” da Lauzi, “Azzurro” da Celentano).

 

Con tutto il rispetto, abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando è stato annullato l’intervento di Franca Valeri, previsto nella bella appendice del Festival che si chiama “La Controra”, pomeriggi di letteratura e poesia nei cortili della città. E’ un’attrice che abbiamo sempre amato e stimato per la sua sottile intelligenza, ma adesso, e la colpa non è sua ma di quello che Bruno Lauzi, sotto attacco dello stesso, chiamava Mr. Parkinson, ascoltarla con quel terribile e stremante tremito, fa morire di fatica anche noi spettatori.

 

Il concorso.

Niente male nell’insieme. Ha vinto Alessio Arena, in fondo il migliore. Ci ha fatto ghignare Ducadombra, un bellone alla Ridge, chioma anni ’70, musa bionda al seguito, occhiali neri panoramici e una canzone sconclusionata. Ci ha un po’ irritati Alfredo Marasti con la sua marcetta dedicata al salto nel vuoto di Mario Monicelli. Forse un po’ troppo furbo, specchiarsi nel nome di un altro ben più famoso. A meno che non fosse un vero innocente omaggio. Malignità nostra?

Abbiamo notato che i concorrenti, quando non cantano ma parlano di sé (intervistine, autopresentazioni, ecc.) diventano improvvisamente solenni, inutilmente pomposi, sicuramente noiosi, oppure esagerati nel definire il pubblico meraviglioso, il luogo stupendo, gli organizzatori generosi, e così via leccando e allisciando. Meglio cantare e tacere, no? (O magari prepararsi qualcosa di sensato a casa).

 

Il cazzeggio.

Qui emerge il trionfo organizzativo di Musicultura e il carattere della gente di spettacolo. All’uscita dallo Sferisterio, tutti insieme, tutte le sere, a cena. In bellissimi giardini, con chilometriche tavole di ciauscolo, fritto di mare, vincisgrassi e verdicchio. Cominciando verso l’una e mezzo e finendo…, tanto per capirci, abbiamo visto tre albe. Con il piacere di sorprendere in relax dopo la tensione dello spettacolo i concorrenti a fare amicizia fra loro, gli organizzatori a congratularsi, o recriminare, e soprattutto il cazzeggiatore supremo, Fabrizio Frizzi, misurato presentatore delle serate, diventare trascinatore di tutti in un frullato di brindisi, aneddoti e goliardia.

 

E finalmente la perla.

L’ultimo ospite è Josè Feliciano, ottimo cantante, supremo chitarrista. E, lo sappiamo tutti da sempre, cieco.

Entra, naturalmente accompagnato, si arrampica sullo sgabello con qualche rischio di precipitare, fa i suoi pezzi come meglio non si potrebbe, e nelle quattro chiacchiere finali cita i suoi amici italiani, Jimmy Fontana (“Che sarà”) e soprattutto Bocelli, con il quale, dice “non ci vediamo spesso”. (In)volontario umorismo? Finalmente arriva il sindaco, lo ringrazia e gli offre “…un dono della città di Macerata per lei. Un quadro. Guardi, maestro, rappresenta lo Sferisterio, dove ci troviamo ora. Le piace? L’ha dipinto una giovane artista del posto…”

C’è da credere che il povero cieco, che l’italiano aveva dimostrato di capirlo benissimo, si sarà fatto qualche perplessa domanda sullo stato di sanità mentale dei maceratesi, e del loro Primo Cittadino.

 

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