Brutte impressioni


Caccone sul lago

 

Vigna di Valle è un’amenissima località sulle sponde del Lago di Bracciano. Acque limpide e tranquille, pioppi che stormiscono nella brezza balsamica, tubare di tortore e strida di gabbiani. E in più un’attrazione piuttosto unica: Il Museo Storico dell’Aeronautica Militare.

Ci siamo andati. Tutto tirato a lucido. Cimeli dei primi dirigibili e delle loro avventure sui poli, idrovolanti velocissimi che hanno vinto tutto il vincibile ai tempi gloriosi dell’Ala Littoria. Epiche traversate atlantiche di velivoli che partivano dall’acqua e arrivavano sull’acqua.

Per far scendere fra le onde dagli hangar in cui si custodivano questi uccelli d’acciaio era ed è indispensabile una rampa.

 A Vigna di Valle ce n’è una, vanto del museo: bella, liscia, dalla dolce inclinazione, che ha visto il varo in pace e in guerra di una quantità di motori, e ali, e piloti.

Naturalmente siamo corsi a fotografarla. Eccola qui, seminata di quelli che a prima vista ci erano sembrati tronchetti portati dal lago.

Macché! Si tratta di una distesa di caccone, che potrebbero anche essere umane, disseccate dall’impietoso sole d’agosto. Come mai stanno proprio lì in bella mostra?

Ci siamo scervellati per trovare una spiegazione ma non ci siamo riusciti: misteriosi nuotatori che arrivano nottetempo dal lago, evacuano e poi se ne vanno? Cani fuori controllo? Visitatori incontinenti? E poi come mai nessuno pulisce da giorni, o settimane, o mesi, visto il punto di stagionatura dei reperti, e vista, invece, la cura riservata agli oggetti esposti negli hangar?


Il moncone del Tasso

 

“ALL’OMBRA DI QUESTA QUERCIA / TORQUATO TASSO / VICINO AI SOSPIRATI ALLORI E ALLA MORTE / RIPENSAVA SILENZIOSO / LE MISERIE SUE TUTTE”

Questo dice, nei pressi della Chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo dove lui è sepolto, la lapide piazzata su uno sperone di muro che sostiene i miseri resti della famosa quercia del Tasso, che, anche se non è certo che fosse il rifugio del poeta, di sicuro è un albero ultrasecolare.

E’? Era. Perché, a dir la verità, un albero non lo è più, neanche con la magia dei versi di chi gli ha dato la fama. E’ una serie di monconi stramorti, tenuti insieme da un bel po’ di tiranti arrugginiti.

Ai suoi piedi il consueto campionario di stagionatissima spazzatura che se non risale all’epoca del poeta poco ci manca.

Attenti a non rischiare il tetano su spezzoni di vetro e latte arrugginite, ci è balenato un pensiero: e se il comune prendesse l’audace decisione di piantare una quercetta nuova, magari piccola ma viva, tanto Roma sa aspettare, in sostituzione del rudere? Crediamo che nessuno la prenderebbe per una mancanza di rispetto alla memoria del grande. Ottimismo sciocco? Fiducia esagerata? Ingenuità vera e propria?



 

Manutenzione? Ma quando mai!

 

Il terzo mondo, di cui Roma è la capitale onoraria, ha sempre privilegiato le grandi inaugurazioni a scapito della manutenzione. Marmi candidi, design prestigioso, discorsi, autorità. Poi, quando il manufatto dovrebbe funzionare, ecco l’incompetenza in tutto il suo fulgore.

Due esempi: la Fontana delle Anfore, smontata da Piazza dell’Emporio, rimontata a Piazza Testaccio poche settimane fa. E’ già piena di muffe che, come tutti sanno, attecchiscono a meraviglia sul travertino non trattato. Pensarci prima, no, eh? Pulirla, poi...

E la Fontana della Dea Roma, a Ponte Risorgimento? Un’opera magnifica di Mitoraj, offerta alla città da Finmeccanica. L’acqua scorreva lungo i lineamenti di travertino con un emozionante effetto di pianto. Qui, accortisi della muffa sul faccione, invece di cercare la maniera di eliminare il problema (uno spazzolone e un po’ di varechina ogni quindici giorni), hanno addirittura chiuso i rubinetti, e da allora la fontana non è più. Papiri secchi, transenne, immondezza e abbandono.

Ricordiamo la pomposa inaugurazione, dodici anni fa. Vorremmo poter avere un pensiero anche per l’umile manutenzione.

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