Rimaniamo in sospeso


Ci siamo arrivati il 31 ottobre, zigzagando come in un videogioco fra auto schiacciate e pini abbattuti nelle recenti tempeste, sguazzando nell’antica indifferenza di Roma per tutto quello che le succede, in bene o in male. Indifferenza che fa sì che non venga mai preso nessun provvedimento veramente serio, per cui a ogni emergenza seguono esattamente e sempre le stesse conseguenze.

L’Aranciera di San Sisto era lì, bella, ariosa, confortevole per la conferenza stampa di presentazione del Festival Dipavali. E’ una grande serra in Via delle Camene, costruita a inizio secolo scorso in quella zona di Roma una volta abitata, poi abbandonata nel medio evo perché troppo periferica (Roma si era ridotta da una metropoli di un milione di abitanti a un pidocchioso villaggio di poche migliaia di persone) e recuperata in epoca fascista per ricavarne uno stradone alberato (splendido, bisogna dirlo, solo che i pini sono ormai quasi centenari e, si sa: come alberi hanno una vita breve) e un grande spazio verde davanti alle Terme di Caracalla.
Dentro, mentre un ventaccio sbatte ancora le fronde contro le vetrate, un gradevolissimo aroma di spezie esotiche proveniente da un tavolo sotto una palma in un angolo ci titilla le narici durante tutta la presentazione del Festival Indù della Luce. A fine cerimonia scopriremo che si tratta di squisite samosa e altre raffinatezze fritte.

Il Festival Dipavali si preannuncia parecchio intenso. Diviso in due giornate: la prima, lunedì, seriosa e di studio, impostata sul messaggio non violento di Gandhi nel centocinquantesimo anniversario della nascita. Qui saremo latitanti non tanto per disinteresse all’argomento quanto per questioni di tempo.

Tempo che invece dedicheremo alla seconda giornata, martedì al Teatro Studio Borgna, più frivola e appetitosa. Un concerto di canto tradizionale Khayal, poi uno spettacolo di danza Kuchipudi, e infine un’esibizione di musica Bollywood e fusion indiana. E per riallacciarci al delizioso profumino della presentazione, al ristorante del Parco della Musica ci sarà una degustazione di specialità della cucina indiana.

 

Con le orecchie dritte e l’acquolina in bocca rimaniamo per ora in sospeso.



Come andrà a finire?

Siamo tutti molto contenti che in Pakistan un giudice coraggioso abbia assolto (pare con conseguente sanguinosa rivolta dei civilissimi e garbati fondamentalisti di quelle parti che invece la vorrebbero impiccata) una povera contadina cristiana, Aasiya Noreen, accusata di blasfemia perché avrà detto chissà cosa durante un bisticcio con alcune sue compaesane islamiche e che per questo presunto reato era già in galera da parecchio.

Pur con la raccapricciante consapevolezza di quello che in alcune zona del mondo una donna rischia, quasi sempre solo per il fatto di essere donna, non possiamo non soffermarci su alcuni particolari tragicomici, anzi, quasi inverosimili della cronaca del fatto.

Insomma, pare che ad accusare la povera contadina siano state due sorelle cattive che si chiamano, leggete bene, Asma e Mafia, e che il litigio da cui è partito tutto sia scoppiato perché le ragazze musulmane avevano rifiutato un sorso d’acqua offerto dalla cristiana (la sua brocca era impura per ragioni di fede, capito?), mentre tutte lavoravano in un campo alla raccolta di “falsa” (un frutto dalla polpa agrodolce popolare da quelle parti – nome scientifico: Grewia Asiatica).

Ripetiamo: se non fosse che per scemenze del genere laggiù si rischia la pelle, ci sarebbe proprio da farci uscire da sotto i baffi una risatina incredula e bisbigliare: ma guarda che razza di nomi vanno a infilare nelle loro poesiole quelli del Corriere dei Piccoli. Tipo: “Asma e Mafia, le malvagie / della falsa alla raccolta / con menzogna disinvolta / fan l’amica condannar…”

Invece la notizia la troviamo a pagina 12 di Repubblica del 1 novembre 2018. E quindi non solo è seria, ma dovrebbe anche essere vera.

PS. Nel frattempo leggiamo che l’avvocato difensore della poveretta è stato costretto a scappare dal paese per evitare che i gentiluomini all’antica di cui sopra lo facciano fuori. Pare che stia cercando una sistemazione sicura anche per la sua famiglia in qualche nazione in Europa dove non ammazzano le persone per le loro idee.

Speriamo bene: il futuro non sembra tanto roseo neanche dalle nostre parti.

 

 

Incrociando le dita e contando su un lieto fine, rimaniamo per ora in sospeso.

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