Missione suicida

Questa settimana abbiamo deciso di buttarci fra le braccia di tutti quelli che aspettano un pretesto per darci un buffetto, o magari uno sganassone. Ecco, glieli forniamo noi: più di uno.

Primo: non ci piacciono gli strumenti giapponesi (quelli tradizionali, naturalmente; su eventuali usi rock o jazz nulla ci è pervenuto dalle fonti deputate).

Roma, martedì 24 ottobre, Istituto Giapponese di Cultura: “Danze e Canti di Osaka”. Tutti gentili, ci fanno accomodare in prima fila, posizione rischiosa che rende impossibile la fuga strategica, ma permette di udire meglio i flebili e pochissimo espressivi suoni emessi dagli strumenti.

Eh già, perché, per quanto riguarda la parte musicale, abbiamo uno shamisen, una chitarrella a tre corde tese su una scatola quadrata coperta di pelle di serpente, pizzicate con un grande plettro di legno; ne escono suoni sordi che, in mancanza di una cassa di risonanza decente, non vanno lontano e non emozionano (a noi).

 

A seguire un assolo di kokyu un altro di quegli strumentini a scatoletta, stavolta coperto di pelle di gatto e suonato con l’arco. Il problema è anche qui la piccolezza della cassa e la sottigliezza delle corde, per cui dall’archetto escono solo quelli che ci sono sembrati i lamenti del povero animale sacrificato per ottenere un risultato così scarso.

Sul canto ammutoliamo: melodie non percepibili e parole incomprensibili, e questo è ovvio, ma tanto gutturali che più che note sembrano conati. Nel mondo l’ugola è la stessa per tutti. Chiaro che da quelle parti ne fanno un uso diverso che da noi: e su questo non si discute e non c’è base per criticare.

Certo: altre tradizioni, altre culture, altre civiltà. Anche qui in passato c’erano strumenti sordi, fessi, stonati, miagolanti. Ma poi ci risulta che si sia verificata una bella evoluzione, e siamo arrivati a Stradivari, a Mozart, a Strawinski.

In questo concerto c’è anche, proprio davanti alla nostra poltroncina, una graziosa danzatrice che muove il corpo pochi centimetri alla volta, senza permettere al volto, ingessato di biacca di esprimere emozioni; rari guizzi di vita si manifestano solo nei movimenti del ventaglio. Ipnotici, forse, ma anche soporiferi.

 

 

PS. A scanso di equivoci, le notizie sugli animali titolari delle pelli usate negli strumenti sono interamente imputabili a Wikipedia


La biacca che imbianca la danzatrice ci porta al secondo tema: non ci piacciono gli stucchi.

Questo pensiero ci si è manifestato venerdì 27 nella galleria del Primaticcio a Palazzo Firenze mentre ascoltavamo una interessante conversazione sulla traduzione in generale (dei libri) e sulla traduzione, proprio nel senso del trasporto fisico, di un testo dal piano letterario a quello musicale, dove talvolta le parole perdono del tutto il loro significato.

Presente un bel gruppo di studiosi, fra cui l’amico organista Giorgio Carnini, che a questo proposito ci ha letto due righe in cui Schoenberg confessa di avere amato follemente i lieder di Schubert per poi accorgersi, dopo anni che li ascoltava, di non avere la minima idea di cosa dicesse il testo. 

Bene, durante la dissertazione, guardando in alto ci siamo accorti che anche qui gli stucchi della volta avevano quella stessa aria porosa, polverosa, sporchiccia che hanno dappertutto; insomma, per quanto di eccelso disegno, viene sempre fuori il triste invecchiamento della materia con cui sono fatti.

 

Vuoi mettere il marmo? Duemila anni sotto terra, e una spolveratina basta a ridargli la sua scintillante giovanile nobiltà.


Terzo (e qui ci aspettiamo una vera e propria flagellazione): non ci piace Gaudì.

Questa sensazione ci è tornata in gola come un rigurgito a leggere un recente articolo che annuncia il restauro di Casa Vicens a Barcellona. Abbiamo rivisto le foto dell’ennesima torta guarnita di piastrelle, colonnine, camini, loggette, balconcini, torrette e tutte le altre spezie del neogotico in salsa catalana con le quali il nostro architetto ha farcito la città.

E arrivati a questo punto ci balena in testa un’altra raccapricciante consapevolezza, potenziale portatrice di ulteriori complicazioni con i nostri lettori: se non ci piace Gaudì, non ci può piacere neanche Coppedè.

 

Siamo fritti!