Tutto presenti tranne i morti (col resto di uno)

 

Accademia Filarmonica Romana, Rassegna Opus, Sala Casella, 11 luglio. Un programma di nove pezzi brevi. Cinque compositori presenti (nel programma e in sala, in quanto vivi): Fausto Sebastiani, Stefano Cucci (anche eccellente direttore delle varie formazioni avvicendatesi sul palcoscenico), Ada Gentile, Nicola Piovani, Albino Taggeo. Tre assenti per causa di forza maggiore: Igor Stravinskij, Astor Piazzolla, George Gershwin. L’uno che avanza: Ennio Morricone, il quale, raggiunti i novant’anni, è ormai entrato nel limbo dei monumenti superumani. Ci hanno comunicato che avrebbe voluto venire, ma non ha potuto perché doveva dirigere un concerto delle sue musiche da film a Praga, o a Singapore, o a Los Angeles. Ci si confondono le destinazioni: il Maestro è uno che viaggia parecchio.


Un ventaglio musicale impostato, oltre che sulla qualità, anche sulla brevità dei pezzi. Specialmente nella musica contemporanea la ridotta durata delle composizioni è essenziale: spesso prime esecuzioni assolute, se sono brutte passano presto; se sono belle lasciano nelle orecchie il desiderio di riascoltarle.


Ci ha anche colpiti la cura posta sull’equilibrato loro avvicendarsi lungo il programma e sulla leggiadria non solo delle esecuzioni, ma anche delle esecutrici. Non si erano mai viste prima tante soliste così attraenti (e anche brave, garantiamo).

Però abbiamo una riserva da fare, una riserva piuttosto ruspante, su Piazzolla. Ci è stata riproposta (in un arrangiamento garbato, bisogna riconoscerlo) la solita tripletta dei suoi tanghi ormai fritti e rifritti e serviti in tutte le salse nelle apericene con danza, nell’happy hour, nelle serate etniche: “Libertango”, “Oblivion”, “Adios nonino”. Un po’ come il tris di paste che ti impongono nelle trattorie per turisti: carbonara, amatriciana e penne alla vodka. Che palle, ‘sto Piazzolla!

 

Invece, per contrasto, vogliamo dire quanto ci è piaciuta la “Polvere di suono” di Ada Gentile, la quale non solo riesce a dare dei bellissimi titoli ai suoi pezzi, ma anche a riempirci le orecchie di sonorità saporite, bene assortite, avvincenti. I suoi piatti sono ricchi ma sempre così equilibrati da farcene apprezzare tutti gli ingredienti.



Caliamoci adesso dalle supreme vette della musica alle profonde viscere della terra: alla Stazione Metro di S. Giovanni.

Il quartiere era parecchi anni che soffriva dei lavori per gli scavi, delle enormi gru in strada e dello stress dei cantieri. Ma finalmente è tutto finito: in superficie non è rimasto niente, mentre sotto fiorisce l’orgoglio cittadino per un lavoro ben fatto. Effettivamente…

Avendo letto sui giornali dell’inaugurazione trionfale, dei ritrovamenti archeologici e della creazione di un museo di arte romana a uso del viaggiatore, non poteva mancare una nostra curiosata.


Si scende di 3 piani e 30 metri giù nel sottosuolo. Sulle pareti, dei grafici scandiscono metro dopo metro la storia di Roma dai tempi dell’uomo (già romano?) delle caverne agli sventramenti fascisti. Una serie di vetrine bene illuminate con un bel po’ di reperti, magari di non straordinario valore artistico, ma storico, sì. Che raccontano qualcosa.

E in più, qua e là, sorveglianti davvero sorveglianti e non fumanti o chiacchieranti al cellulare; scale mobili davvero salenti o scendenti, tutte; scopini davvero scopanti; utenti davvero intimiditi da tanto nitore: in terra non una cicca o una cartaccia; buona illuminazione e indicazioni chiare. Pare di stare in Svizzera.

 

A questo punto: d’accordo, sopra ci saranno le buche nell’asfalto, ci saranno i mucchi di immondezza sui marciapiedi, ci sarà l’erba incolta nei parchi, ma, almeno qua sotto, a Roma i nostri complimenti non glieli possiamo proprio negare.


Tirolesizzarsi


Oggi, 7 luglio 2018, dopo anni di oblio, il castello di Giulio II al borgo di Ostia Antica, finalmente restaurato, riapre al pubblico. Naturalmente ci siamo precipitati. E abbiamo fatto bene perché in una sola gita ci siamo chiariti ben tre temi che ci ronzano in testa in questi giorni: l’irresistibile tendenza verso la tirolesizzazione dei siti turistici, la damnatio memoriae spiegata con un esempio semplice e massiccio, e l’apparizione della pinsa nell’Agro Pontino.

 

Il castello è bello e ben tenuto. La visita guidata ci è piaciuta per quello che abbiamo visto, ma anche perché ci ha permesso di mescolarci con un gruppo di vacanzieri il cui divertimento principale ci è sembrato non fosse ammirare i massici torrioni o le profonde segrete, ma fotografarsi l’un l’altro con i caschetti gialli obbligatori in testa. 


Poi siamo usciti in giro per il borgo. Certo nell’epoca in cui fu fondato, gli abitanti mica se la passavano tanto bene: dal mare gli arrivavano piuttosto spesso i pirati saraceni, per cui tutti chiusi dentro le mura di difesa a tremare per la paura; dalle paludi sotto casa gli arrivava ogni estate la malaria, per cui bambini scheletrici e adulti gialli e febbricitanti; da dentro casa gli arrivavano le corvèe di lavoro obbligatorie imposte dal papa o da qualche vescovo suo rappresentante, per cui, giù a lavorare per i padroni, portando a casa solo le briciole.

C’era poco da stare allegri. Adesso che il borgo è diventato un’attrazione turistica, le catapecchie di una volta, di cui, sotto il nuovo vestito, si intravvede comunque la laziale miseria di fondo, si sono tirolesizzate (ultimamente, a noi, come terminologia immaginifica la Crusca ci fa un baffo) ed esibiscono biciclette, fiorellini e spalliere di rampicanti che neanche in alta Val Gardena


Invece la questione della condanna della memoria (la damnatio memoriae) non ci si era mai presentata così evidente e massiccia come su questa lapide esposta proprio davanti all’episcopio del borgo. Anche senza saper troppo il latino si capisce che questa Tutilia Rufa dichiara sul marmo (che doveva essere collocato in bella vista di fronte a un monumento importante: una tomba? un portico? un mausoleo?) che vuole dedicare l’opera a sé, a suo padre Tutilio, a sua madre Seia, e…

…e poi una manaccia sacrilega ha scalpellato via altre parole, certo un altro nome, il nome di qualcuno che doveva averla fatta grossa, molto grossa. Chiaro, la mano che ha cancellato era dello scalpellino, ma la decisione doveva essere arrivata da molto in alto. Rovinare così una lastra di marmo di Carrara, di quella bellezza e di quello spessore, che aveva viaggiato fino a quaggiù con una bella spesa, e poi era stato così ben lavorata e incisa, spendendoci un altro bel po’ di sesterzi… quel tizio doveva averla fatta grossa davvero.

Ecco, un giallo di venti secoli fa che ci piacerebbe risolvere, ma come?

 

Al bar di fronte all’ingresso del borgo ci hanno servito la pinsa romana (proprio così, con la “s”), entità gastronomica a noi finora del tutto sconosciuta: una schiacciata croccante ben coperta di varie verdure cotte. Ottima davvero. Ottimo anche il bar, che al nostro arrivo vibrava fin dall’esterno di un’orribile musica tecno. Bene, a una semplice richiesta: miracolo! La musica è stata spenta e così siamo riusciti a gustare la pinsa, accompagnati (solo!) dalle chiacchiere degli altri avventori e dalle cicale.

 

Cosa desiderare di più?

Roma ha l'Alzheimer


Non ci sono più dubbi. E’ sulla sua cartella clinica: a quasi tremila anni di età Roma ha l’Alzheimer e non sa più chi è. Perché se lo sapesse si comporterebbe in modo molto diverso. Non si farebbe sorprendere in mutande in mezzo all’immondezza o con il trucco disfatto dopo una festa in piazza.

Non si metterebbe addosso cianfrusaglie ridicole e provinciali e arriverebbe puntuale agli appuntamenti.

Parliamo naturalmente degli ubiqui cumuli d’immondezza, della inesistente manutenzione dei luoghi pubblici, del patetico albero di natale (Spelacchio) e della ridicola lupa capitolina di verzura sull’aiuola davanti all’Altare della Patria, e infine dell’infernale maledizione del traffico sulle infernali trincee degli infernali sanpietrini, grazie ai quali i tempi di qualunque percorso (e le sospensioni, sia motoristiche che umane) risultano a rischio grave.

Insomma, Roma è una di quelle belle ma inconsapevoli vecchie che in un salotto appaiono molto decorative, ma poi non sono capaci di tornare a casa da sole. Ce lo ha fatto scoprire, con il suo concerto di compleanno il 25, l’amico Edoardo Vianello, 80 anni e in gamba, con una voce che è ancora una spada. Roma, che ne ha solo 3.000, è a pezzi. Come mai?

 

La serata, in Piazza del Campidoglio, è partita come una bomba, ha proseguito come un missile e si è conclusa dopo due ore di sapiente intrattenimento con le canzoni che conosciamo tutti. Ricordate? Negli anni ‘60 dicevano: sì, sono solo canzonette balneari simpatiche. Nel periodo dei cantautori impegnati dicevano: sì sono solo canzonette balneari sceme e non impegnate. Adesso, mezzo secolo dopo, tutti se le ricordano, le cantano, e nessuno si fa problemi. Vuol dire che erano indovinate fin dall’inizio. Niente foto del festeggiato: sono su tutti i giornali. Invece ecco il panorama della bella vecchia inconsapevole che abbiamo gustato dalla Terrazza Caffarelli, sul Campidoglio, dove, dopo lo spettacolo, c’è stata una cena squisita e bene accompagnata da ottimi vini.

 

 

Come continuiamo a ripetere, Roma è affascinante, vista da una terrazza. Caspita se lo è! Ma appena scendi e cerchi di tornare a casa, ecco i sintomi dell’Alzheimer. Rischio di morte ad attraversare la tenebrosa Piazza Venezia. Strisce pedonali svanite nel tempo. Trappole scavate nell’asfalto. Collinette di spazzatura contese fra toponi ed enormi gabbiani. Il bus arriverà? e quando? E così via, in un crescendo da inferno dantesco.


Invece la bella vecchia ne ha ancora da raccontare; a suo modo, certo…

Hanno aperto da poco un nuovo itinerario che viola, finalmente, la zona finora irraggiungibile fra i palazzi imperiali e il Circo Massimo: una passeggiata di un chilometro che ci permette di guardare dal basso in alto i formidabili piedi di quello che era il più imponente, ricco, splendido insieme architettonico di tutta l’antichità.

Devastato, derubato, spogliato per secoli, fornendo marmi e bronzi a chiese e palazzi, ma anche mattoni triturati e calce ottenuta bruciando nelle calcare capolavori di scultura, per costruire le catapecchie dei poveri bovari medievali.
Eppure, quello che rimane (in realtà niente altro che le strutture di sostegno di terrazze e terrapieni), forse proprio perché è senza il rivestimento di marmi preziosi o intonaci dipinti, sfoggia la sua potente energia e trasmette a noi che lo vediamo venti secoli dopo la incrollabile maestà di Roma.

 

Sì, però, a un certo punto l’occhio ci cade sugli sciagurati abbellimenti contemporanei del percorso. E qui si sprofonda nel gusto provinciale di cui parlavamo prima, che tende a neutralizzare, addomesticandolo, l’impatto emozionante dei giganteschi ruderi.

Insomma è come se avessero chiamato il capostazione di Vattelapesca e gli avessero affidato la decorazione del sito. Ed ecco che spuntano, con la scusa di recuperare essenze del passato: timo, lavanda, cornioli e acanti, le aiuolette con le piantine in fila e la pacciamatura di schegge di corteccia.

E’ il gusto da stazioncina decentrata che, implacabile, disneyzza, anzi, gardalandizza tutti i nostri parchi giochi, anche se destinati agli adulti.

Per fortuna non sono arrivati a tanto, ma non ci avrebbe stupito vedere, scritto a lettere di vegetazione (una siepina di bosso), magari con accanto un orologio floreale, il nome del parco: “Palatinoland”.

 

 

Sorprese nelle chiese


Anche se non una per ogni giorno dell’anno, come dice la leggenda, le chiese di Roma sono comunque parecchie. E sono anche piene di belle cose, e di cose strane. L‘idea di andarle a cercare, queste cose belle e strane, ha cominciato a provocarci un certo pizzicorino qualche giorno fa a San Paolo fuori le Mura, una cattedrale che è un immenso bosco di colonne di tutte le dimensioni e gradi di lucidatura.

Era in corso un concerto del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, con un programma di quelli che ti inzuppano di emozioni: il Requiem di Faurè, un’opera che accompagna la morte con malinconia e rimpianto, mai con ira. E poi l’Alleluia di Haendel, che è invece un trionfo fatto apposta per concludere un concerto corale in una chiesa; un po’ come, diciamo, una serata di Vasco Rossi che per forza va sigillata con la sua “Vita spericolata”.

Ma non è stata la musica a farci venire l’idea. Ci è bastato alzare gli occhi al magnifico mosaico che riempie il catino dell’abside per farci affacciare alla memoria il geniale etologo Desmond Morris, quando ci spiega che “…le manifestazioni religiose consistono nella riunione di gruppi numerosi di individui che compiono ripetute e prolungate esibizioni di sottomissione intese a placare un individuo dominatore il quale assume forme variate che hanno sempre in comune tra loro l’elemento di un’immensa potenza”. (La scimmia nuda, pag. 191).

E infatti eccolo lì, Papa Onorio III, in rappresentanza di sé e del gregge dei suoi fedeli, ridotto alla dimensione di una tartarughina (però con il manto papale sul guscio) inginocchiato accanto al piede di un enorme Cristo, al quale è dedicata quest’opera maestosa; piccolo, insignificante, sottomesso appunto, di fronte alla potenza del dominatore.

 

Bisogna dire però che il racconto della divinità e del suo rapporto con il gregge non è sempre coerente con lo stesso schema ideologico ed estetico e cambia con il passar del tempo e con l’artista (e, chiaro, anche con il suo committente).


Per esempio, a S. Agostino ci imbattiamo in un Cristo che è il contrario del precedente: bruno, bruttino, rachitichello e per niente maestoso, ma dolente, proprio come ce lo ha raccontato anni fa Pasolini nel suo Vangelo.

C’è da chiedersi come mai i committenti si siano accontentati di un’opera quasi blasfema come questa, davvero fuori dell’iconografia del periodo, secondo cui Gesù doveva essere un giovanottone nordico, biondo e muscoloso.

E anche glabro, mentre questo ha ascelle, torace e perfino addome ben pelosi.

 

 

Ma le stranezze continuano. Ecco, nella profonda cripta di S. Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia, una confraternita che si occupava di recuperare e dare sepoltura ai cadaveri degli annegati e dei morti ammazzati, all’epoca abbondanti, a quanto pare, per le strade di Roma, un documento un po’ inconsueto.

 

Si tratta di un certificato di decesso stilato non su una vecchia pergamena o su un polveroso registro parrocchiale, ma direttamente sul defunto, anzi, più precisamente inciso sul suo cranio.

E, per concludere, a S. Maria della Vittoria, sul pavimento della Cappella Cornaro e sotto gli occhi estatici della Santa Teresa del Bernini, un mezzo morto (letteralmente) che se la balla con stile.

 

O forse prega? L’incertezza è d’obbligo con uno come il Cavaliere Gian Lorenzo che si faceva beffe degli interdetti del Concilio di Trento e ritraeva i suoi soggetti come gli pareva: sante in un rapimento potenzialmente equivoco e scheletri tagliati a metà ma lo stesso scatenati in mosse di danza.

Contaminazioni utili

 

Utili perché mettono insieme l’antico e il moderno. Non è detto che funzioni sempre, ma almeno c’è una possibilità in più di trovarsi qualcosa di bello sotto gli occhi.

Dall’acquedotto della settimana scorsa alle terme di questa; eccoci a Caracalla (dove “I romani giocavano a palla, dopo il bagno verso le tre, tira tira a me, che la tiro a te, e poi gridavan: Olé!”, canzoncina di Clara Jaione, anni ’50, a dimostrazione che i testi cretini c’erano allora come ci sono adesso). Clara era anche famosa per altri due capolavori dello stesso genere: “Arrivano i nostri (a cavallo di un caval)” e “I pompieri di Viggiù”.

Qui alle Terme di Caracalla ci sono due eventi in corso. Il primo: la preparazione dei tre grandi concerti di Morricone in programma nei prossimi giorni. Gli operai formicolano con i loro caschetti gialli a tirar su il palcoscenico e i sedili dell’enorme platea (già tutta sold out).

E poi c’è la mostra retrospettiva delle sculture di Mauro Staccioli.

Caldo e uniforme è il colore dei mattoni, che prendono così bene la luce del sole. In realtà noi vediamo quello che gli antichi neanche immaginavano, perché all’epoca tutto era rivestito di marmo, bianco o colorato, di intonaco affrescato, intarsiato di mosaici; e quello che rimane oggi è come lo scheletro delle costruzioni moderne, solo che il materiale è molto più bello, più nobile, e il suo disintegrarsi lo rende più affascinante (vedi i mattoni di Venezia che più muffa e salnitro hanno addosso, più odorano di storia) e non è inesorabilmente misero come il cemento moderno dei pilastri sgranocchiati dal tempo.

Che dire delle opere di Staccioli? Che potrebbero anche non esserci per quanto poco ci cambiano la vista dei giganteschi scheletri murari. Ma bisogna anche dire che, dato che ci sono, ci stanno bene. La loro essenzialità (si tratta di basilari forme geometriche tridimensionali: cubi, parallelepipedi, cerchi), la loro materia, il metallo, tanto diverso dal mattone, e la loro dimensione, perché sono  grandissimi, dà loro la forza per reggere il confronto con l’ambiente dove sono capitati.

 

Quindi: benvenuta l’iniziativa. Oltre a farci conoscere Muro Staccioli, ci ha riportati, in un pomeriggio con il tramonto giusto, a rivedere questa testimonianza di antica grandezza che rimane lì ferma da soli venti secoli e sembra intenzionata a durarne altrettanti (sempre che la grettezza degli umani non riprovi, come già fatto in passato, a tirarne fuori ancora qualcosa di riutilizzabile). 


…e a questo punto, eccoci all’argomento che siamo riusciti a evitare finora, ma che ormai ci sta addosso; e non si sfugge.

Ma, se ci piacciono tanto le grandi rovine romane, anche se ridotte al solo scheletro di mattoni, o a qualche colossale colonna, perché invece non riusciamo a farci piacere il Vittoriano (altrimenti detto Altare della Patria, Tomba del Milite Ignoto, Macchina da Scrivere, Torta Nuziale, Vespasiano e così via oltraggiando)?

Che è un edificio maestoso, ingombrante, marmoreo e retorico, come sicuramente erano tutti i templi e i palazzi della Roma Imperiale. Alcuni dicono: è troppo bianco; le pietre antiche erano dipinte. Possibile, ma non ci crediamo del tutto. Se fosse stato così, perché fare le colonne con un tipo di marmo e i capitelli con un altro? Certo, qualche spennellata di colore qua e là ci sarà stata, ma, dato che gli antichi non erano stupidi, perché avrebbero dovuto coprire con la vernice dei marmi che sono bellissimi per come sono: taglio, venature, sfumature, colori.

Insomma, secondo noi il Vittoriano è la fedele rappresentazione di un equivalente SPQR di due millenni fa.

E allora ci frulla per la testa un altro pensiero: non sarà il tempo che fa la differenza?

Quello che devasta le nostre facce umane con la sua semina di rughe, borse, nei, bargigli e orride verruche, fa così tanto bene a un pezzo di travertino, a una scheggia di marmo, a un frammento di bronzo da dargli con il suo rosichìo implacabile una nobiltà che magari prima non avevano?

 

E siccome non abbiamo la risposta, vi salutiamo. A lunedì prossimo.

Audace colpo della Caritas

           

 

Edizione straordinaria. Da fonte attendibile apprendiamo quanto segue: la Caritas, nota organizzazione benefica sarebbe riuscita dove neanche la fantasia del più scatenato Camilleri si è mai avventurata. Infiltrandosi fra le maglie dell’organizzazione di un importante evento e con la sicura complicità di una non meglio identificata ditta svizzera di gestione dati informatici, sarebbe arrivata a sabotare  l’evento in questione inficiandone lo svolgimento e finalmente mettendo le mani sul ricchissimo buffet allestito per i partecipanti, per varie ragioni impossibilitati a consumarlo, destinandolo ai poveri e agli affamati di cui la Caritas stessa si occupa a tempo pieno.

Ecco i fatti.


Roma, 13 giugno 2018. Alla Nuvola di Fuksas, è convocato il congresso della Società Italiana degli Autori ed Editori, la prima riunione nazionale dopo cinque anni, in cui si fa il punto della situazione e, ancora più importante, si voteranno i nuovi organi.

L’indirizzo è prestigioso e ambito, le hostess graziose ed efficienti, i controlli all’ingresso sempre cortesi.

Per noi che abitiamo in città, è facile recarci sul luogo del delitto, rispettando il discutibile obbligo di registrarci come votanti la mattina presto, mentre le urne si apriranno alle 13.30. Va bene, ci alziamo dal letto un po’ prima, ritiriamo il badge e in attesa dei discorsi, approfittiamo delle montagnole di squisiti cornetti che ci tentano, insieme al caffè, da vari tavoli dell’ingresso. Ci dicono che per gli associati fuori città ci sono obblighi di contatto telematico lungo tutta la giornata elettorale, senza interruzione, mentre per le deleghe servono certificazioni notarili e altri adempimenti (complicare le cose semplici è sempre stato uno sfizio nazionale).

E’ chiaro che oltre agli obblighi istituzionali, queste occasioni servono per salutarci e riconoscerci fra noi, talvolta a fatica per gli anni, talvolta mentendo calorosamente: “Non sei cambiata.” “Sembri più giovane!”

Ci accomodiamo nel salone del centro congressi. Prima degli interventi degli associati ascoltiamo il sentito e ben documentato discorso del presidente uscente Filippo Sugar, che con parole semplici e piglio giovanilmente amichevole ci illustra come e qualmente la SIAE, fra gli istituti omologhi di riscossione diritti d’autore, sia la più efficiente, la meglio organizzata, quella che trattiene gli aggi più bassi e così via. Insomma, rispetto dell’artista e trionfo della tecnologia dal volto umano.

E poi si va al voto. Di nuovo le cortesi ragazze aiutano molti di noi, gente d’altri tempi, a scegliere, usando tablet modernissimi su cui sono riportati gli elenchi delle liste elettorali, quella che ognuno vuole sostenere. Ah, che meraviglia, com’è semplice questo nuovo sistema: una volta capito come funziona, ci se la cava in un attimo.

S’è fatta l’ora di pranzo e quelli di noi che hanno compiuto il proprio dovere di elettore, si avviano scherzando e ridendo verso la sala, la cui parete di fondo è occupata da un tavolo di mezzo chilometro coperto da ogni bendidio gastronomico.

Con una mano protesa verso il tramezzino ci colpisce all’improvviso, attraverso gli altoparlanti, una voce che ci richiama nella sala congressi. E qui, ecco il vero colpo di scena, il presidente annuncia che, scherzando e ridendo, dall’elenco delle liste presentate per essere sottoposte (ufficialmente, non dimentichiamolo) al nostro voto ne manca una: la tecnologica società svizzera di cui sopra ha dimenticato di inserirla.

Costernazione: molti che hanno già votato se ne sono andati. Richiamarli? Ma come? E noi presenti? Bisogna rifare tutto dall’inizio? Impossibile. Allora l’unica strada da seguire è annullare la riunione e indirne un’altra al più presto. Anche se c’è l’estate che incalza.

E i tramezzini che rischiano di andare a male, perché nessuno ha più fame.

Il presidente Sugar appare sempre più dispiaciuto man mano che la situazione precipita nella infelice conclusione all’italiana (ma stavolta con il forte contributo elvetico).

Alla fine non c’è altro da fare: si chiude la baracca e tutti a casa.

Purtroppo, a questo punto, la fantascientifica notizia con cui avevamo aperto la nostra fantascientifica cronaca comincia a non sembrarci più così fantascientifica.

 

 

Ruderi e serpenti


C’era una volta l’Acquedotto Claudio, il più bello, che insieme a tanti altri attraversava il territorio a sud est di Roma su archi di tufo altissimi e maestosi.

Suggestivi i quadri della paesaggistica romantica del sette-ottocento, e poi le fotografie seppia del primo novecento con le immagini della campagna romana, e sullo sfondo quelle serie di archi barbuti di felci, estesi fino all’orizzonte. Cosa ci può essere di più profondamente intrecciato con la natura di questi ruderi, di più spirituale ed evocativo della grandezza imperiale? Invece di rispondere a questa domanda vorremmo azzardare una ricostruzione.


Ecco cosa probabilmente succedeva venti secoli fa di fronte a queste romantiche rovine (viste oggi), in realtà fastidiosi manufatti industriali (visti allora). Li sentiamo protestare, i signorotti latifondisti, contro quelle barriere moderne ingombranti e volgari che gli riempivano il panorama e gli facevano calare il valore degli iugeri; e i loro fattori imprecare contro quegli archi che gli spaventavano i maiali e facevano seccare il latte alle capre, che impedivano la vista dei colli vicini e con la loro altezza bloccavano il ponentino rinfrescante del pomeriggio favorendo le pestilenze. Naturalmente senza un pensiero sul progetto che dava alla città le terme, le fontane, l’igiene e il benessere di tutti.

Bene, nel dugento, sull’incrocio fra il nostro Acquedotto Claudio e l’altro, il Marcio, poi diventato Felice, ridotti entrambi a ruderi dai barbari e dal tempo, fu costruita una bella torre, che sta ancora in piedi, a testimoniare della solidità dei manufatti antichi: Tor Fiscale.

Restaurata e ripulita ci è stata restituita con una gran festa campestre il primo giugno. Banda musicale, merenda di bambini ed emozione a rivedere nei muri le tracce dei grandi archi imperiali, ben chiari nella struttura.

Ma non solo. I restauratori hanno deciso (e hanno fatto bene) di lasciare in vista anche altre tracce, molto più recenti e molto più miserabili: quelle dell’occupazione dei profughi che nell’immediato dopoguerra arrivavano dalle campagne e dalle cittadine laziali distrutte dai bombardamenti, e per avvicinarsi alla metropoli dove speravano in una nuova vita, occupavano qualunque spazio che potesse funzionare da casa provvisoria, da baracca in cui sopravvivere: una manna i tanti archi degli acquedotti, che in quella zona erano numerosi e pronti all’uso.

Ecco perché alla base di Tor Fiscale rimangono, impudiche, le pareti ancora imbiancate di calce delle baracche che le si appoggiavano contro, o sopravvive questo armadio a muro, rozzo e improvvisato, che si apre nel pilastro di un arco dell’Acquedotto Felice, intonacato e ridotto a promiscua abitazione in cui certamente si ammassava una famiglia numerosa e miserabile di quegli anni.

 

 



Tre secoli fa le guide del grand tour mettevano in guardia i viaggiatori che arrivavano dal nord: attenzione, i ruderi sono pieni di serpenti. Magari innocui biscioni, ma c’erano ed erano tanti.

Non certo del genere che siamo andati ad ammirare qualche giorno dopo al New Curiosity Shop di Bulgari. A Via Condotti, accanto al negozio storico c’è questo nuovo spazio dedicato per l’occasione a una notevole mostra di quadri e sculture imperniate sulla tradizionale icona della Maison: il serpente.

Opere di Fornasetti, Vasconcelos, Niki de Saint Phalle, Starr, contemporanee pitture cinesi insieme a copertine di moda del passato e oggettistica quotidiana: tutto serpentiforme.

E poi, ovvio, i gioielli veri a forma di colubro: braccialetti, cinturini, orologi, collari, anelli, uno più inquieto e scintillante dell’altro.

 

Naturalmente, anche se il contrasto fra il prezioso lavoro di microscopica chirurgia dell’orafo per unire oro, argento e pietre preziose e farne un gioiello, e il rozzo sforzo da parte di incolti muratori del medioevo per recuperare tufi e mattoni spezzati di un’epoca lontana per costruirci una torre militare sembra incolmabile, in realtà si tratta della stessa azione: fare qualcosa di bello (e anche, ma non necessariamente, di utile).

Povera Roma, stupida e suicida


Fine maggio. C’è un evento interessante nella chiesa di S. Lorenzo in Miranda. Non la conosciamo, e allora decidiamo: si va.

Premessa storico-artistica: la chiesa è ora, dopo vari rifacimenti nei secoli, una costruzione barocca di proprietà del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico. Bella e uguale a tante altre dello stesso periodo: piena di belle cappelle e begli altari, con bei quadri e belle sculture, solo più pulita e meglio illuminata di tante altre.

Ma non è questo il punto. Il punto è che S. Lorenzo è costruito dentro un tempio del Foro Romano, quello di Antonino e Faustina. E l’unicità del monumento è la presenza, davanti alla facciata in mattoni della chiesa, di tutte le colonne del tempio. Tutte ancora in piedi.

Anche se marcate dalle criminali tracce incise dagli straccioni medievali per farci scorrere le corde che, attaccate a un traino di buoi sarebbero servite a buttare giù questi meravigliosi monoliti di marmo, la cui estrazione era sicuramente costata la vita a più d’uno schiavo, solo per ricavarne mozziconi da bruciare in qualche forno per fare calce.
Mancano un paio di giorni alla sfilata del due giugno; perciò squadrette e squadroni di soldati sono lì a tirare su le tribune, e questo blocca quasi tutti i varchi per i pedoni.

 

L’unico accesso da Via dei Fori Imperiali è Via della Salara Vecchia, dove c’è anche la biglietteria d’ingresso al Foro, e, al solito, mandrie di turisti in attesa. 

E qui comincia la nostra avventura di romani (non antichi; contemporanei, purtroppo). Il primo saluto ce lo dà questa deliziosa bestiola che passeggia tranquilla a filo di marciapiede proprio lì davanti. L’immagine è mossa non perché il topone sia in fuga: è al fotografo che, per la fifa, trema un po’ la mano.

I turisti ridacchiano, come facevamo noi hippy negli anni ’60 quando, girando per le stradine di Dakar o lungo le rive del Gange a Benares, incontravamo, accompagnati da blatte grosse come panini, i ben pasciuti ratti tropicali. Molto pittoreschi; tanto poi, noi hippy allora, come i turisti oggi, ce ne tornavamo tranquilli a casa nostra.
Ma qui e oggi, a casa nostra noi ci stiamo già, perciò, avanti con l’itinerario. 

Per salire a Via in Miranda, dov’è l’ingresso laterale della chiesa è indispensabile prendere una breve rampa di scale. Bene (e non dimentichiamo che ci si trova a meno di dieci metri dall’ingresso del Foro, luogo simbolo di due millenni della nostra storia e, particolare non trascurabile, fonte di una buona parte del nostro reddito turistico), affrontare questa sgangherata scaletta ci riporta ai nostri ricordi da globetrotter, quando, per mancanza di fondi o per pauperistica scelta ideologica, alloggiavamo in locande fornite di latrine che oggi farebbero inorridire anche un mendicante lebbroso di quelle zone.

Sulla scala, una puzza di urina che toglie il fiato, e i gradini cosparsi di feci decisamente umane (vedi foto) fra le quali bisogna districarsi con uno slalom ad alto rischio. Ma da qui si deve passare per forza.

Beh, certo, poi si arriva, e ci mancherebbe altro, alla solita grande bellezza. Perché, una volta in chiesa (siamo al tramonto e ormai al sicuro da escrementi e roditori giganti) e prima che cominci il programma, spalancano per noi il portone principale, ed ecco il quadro che ci si presenta.

Da rimanere senza fiato, chi potrebbe negarlo?

Adesso senza fiato per la struggente meraviglia di quel panorama al di là delle colonne; poco prima senza fiato per il rischio di asfissia da ammoniaca.

Certo che anche i Nobili Farmacisti, in occasione dell’incontro, una passata di varechina gliela potevano far dare a quella scaletta…

Ma perché succede questo?

E’ il proverbiale cane (in questo caso potremmo dire topo) che si morde la coda. Il comune non pulisce, lo stato è assente e allora non lo faccio neanche io, anche se succede sulla porta di casa mia.

E così finiamo tutti nella merda.

Intanto una lontana fisarmonica suona lo stesso tormentoso arrangiamento di “Le foglie morte” ininterrottamente, insopportabilmente, da quando siamo arrivati a quando ci allontaniamo, a sera inoltrata, dopo lo spettacolo.

Siamo addolorati.

Per la musica, per i topi, per la puzza, per le feci. Per lo spreco.

Povera Roma, stupida e suicida.

 

 

Wonderful Roma!


Wonderful Roma!

Al centro di Roma, nel rione Campo Marzio, particolarmente ferito dagli sventramenti degli anni ‘30, c’è una stradina, Via della Frezza, precisamente al limite fra la fila di case sette-ottocentesche rimaste intatte durante lo scempio, a sinistra; e a destra il retro degli incombenti palazzoni razionalisti progettati dall’architetto Ballio Morpurgo e costruiti come una tenaglia intorno al recuperato Mausoleo di Augusto.

Bene, questa stradina, ridotta negli anni a insignificante parcheggio, con negozietti di scarso interesse, l’anno scorso è stata finalmente promossa a salotto urbano: più pedoni a passeggio (ancora non molti; ci vogliono mesi per far capire ai romani che qualcosa è cambiato, soprattutto se in meglio), via le auto,  marciapiedi allargati, raddrizzati e muniti di panchine e alberelli, qualche baretto, qualche negozio carino, e fra questi (veniamo a noi) la “Vinyl Room”, una bottega di dischi, ovviamente vintage, gestita dai due figli di Francesco De Gregori.

Lì, giovedì 17 maggio, De Gregori padre e l’amico Barbarossa hanno presentato l’ultima produzione di Luca, “Roma è de tutti”. Un incontro quasi in famiglia.  E’ stato soprendente vedere, arrivando, un muro di folla che bloccava interamente la strada; uno spettacolo assolutamente nuovo per la zona. L’evento è andata avanti molto informale e amichevole, con qualche cantatina e qualche chiacchierata al microfono; dopo di che è arrivato il rinfresco: vino eccellente  (rarità in queste occasioni) e squisitezze alimentari.

 

E, spettacolo nello spettacolo, una coppia di turisti americani, transitante di lì per caso, proprio mentre un cameriere si aggirava con un vassoio. Acchiappato il primo bicchiere, i due non se ne sono più andati, hanno cominciato a spizzicare panini e pizzette, a fare il bis, il tris, il quadris dei calici e alla fine, quando tutti ci stavamo salutando, i due erano ancora lì a festeggiare, adagiati su una delle provvidenziali panchine fornite dall’associazione di zona, ultrafelici e completamente sbronzi, berciando a due voci: “Wonderful Roma!!!”


       

Una memoria da elefante

E’ quella della pelle; perché la pelle non dimentica e accumula, come fa un avaro con le sue monete, i danni subiti dal sole per tutta la vita. Che paura! Il rischio immediato è la scottatura, la comparsa di malattie cutanee e il danno acuto sui nei. Ma a lungo termine abbiamo anche macchie, invecchiamento precoce e sviluppo di cheratosi attiniche e tumori cutanei. Una catastrofe. Un bilancio disastroso. E tutto questo per la tintarella.

Roba da matti, anzi, roba da dermatologi. L’11 maggio, nell’ultimo incontro della serie “Questioni di pelle” organizzata dall’Associazione DermArt, Massimo Papi, il patron e abile conduttore della manifestazione, ci ha terrorizzati con la descrizione, accompagnata da raccapriccianti immagini fotografiche, di tutti i danni che riesce a fare il sole, nemico dichiarato per chi lo sa, e subdolo per gli sprovveduti, che sono la maggior parte di noi, della pelle.

Nella letteratura di fantascienza molti sono i racconti in cui gli eroi si trovano a sopravvivere in una terra morente o già morta solo perché, per una minima variazione dell’orbita, il nostro pianeta ormai passa troppo vicino alla sua stella, e il calore eccessivo disidrata animali e piante e di tutto fa (mai espressione è stata più adatta) terra bruciata.

Nella realtà succede proprio questo alla nostra pelle. Ma (e a questo punto dobbiamo segnalare una possibilità di riscatto per l’assassino astrale) alla distanza giusta e con l’esposizione giusta, il sole riesce a farci del bene migliorandoci l’umore, favorendo la produzione di vitamina D, indispensabile per le ossa, e liberandoci di alcune malattie cutanee.

E allora, che fare? Proteggerci, naturalmente. Cappelli, maniche lunghe, vezzosi guantini e creme.

Non ci si venga a dire che un bel colorito bronzeo dell’epidermide vale il prezzo che si paga dopo. Belle ragazze bionde che a un certo punto diventano terrificanti carampane o aitanti marinai mediterranei che si trasformano in cotiche rinsecchite.

Forse si tratta di terrorismo di stagione, comunque DermArt ci dice: meglio stare attenti.

E ci rivediamo a settembre (con loro; noi continuiamo).

 

 

Lars von Trier ci fa un baffo

  

Pare che il film presentato fuori concorso da Lars von Trier a Cannes, “The house that Jack built” abbia scandalizzato, inorridito e probabilmente spaventato pubblico e critici per la esagerata quantità di sangue, torture, eviscerazioni, amputazioni e smembramenti che contiene, tanto che a fine proiezione la sala era mezza vuota (anche per la noia e la scarsa qualità del prodotto; parola di alcuni giornalisti maligni).  

Come annunciato nel titolo, a noi Lars von Trier ci fa un baffo. A noi cattolici, intendiamo. Perché a noi cattolici la materia del contendere ci è rappresentata, raccontata, imposta in tutti i suoi particolari splatter da secoli. Anzi, noi di Roma abbiamo a disposizione addirittura un museo privilegiato, una specie di catalogo monumentale di questo tipo di terrorismo immaginifico.

E’ in una delle più vecchie chiese della città, Santo Stefano Rotondo.

Essendo Rotondo, Santo Stefano ha ovviamente una circonferenza, marcata da una quarantina di colonne collegate da un muro. E su questo muro c’è il meglio del sadomaso (a scopo educativo intendiamoci) che la chiesa sia riuscita a farsi venire in mente: il Martirologio.

Si tratta di una serie di grandi affreschi attribuiti al Pomarancio che, sugli intonaci fra una colonna e l’altra, raccontano con viva attenzione al dettaglio macabro, morboso e sanguinolento le più fantasiose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano, secondo la tradizione, ai martiri cristiani.

E’ un catalogo completo di tutte le nefandezze realmente commesse dai persecutori, e di quelle immaginarie, partorite dalla mente malata di coloro a cui era affidato il compito di spaventare la brava gente (o gli sciocchi, come si vuole).

Ogni quadro è accompagnato da didascalie, piuttosto sgrammaticate per la verità (vedi foto), dove, per il fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio visivo, sono spiegati a parole i tormenti. Con, belli chiari, i nomi degli imperatori crudeli: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.

 

Ecco la lista di alcune delle più pittoresche torture, dipinte e spiegate sulle pareti di S. Stefano, un vero trionfo dell’immaginazione.

        I poveri martiri sono:

1.  Appesi per i polsi, stirati da un macigno legato ai piedi e trafitti dalle lance di molti soldati.

2. Soffocati con il piombo fuso versato in bocca da un crogiolo.

3.      Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto.

4.      Decapitati; ma anche dopo che la testa è rotolata per terra e il sangue zampilla dal collo, loro rimangono in ginocchio, le mani giunte in devota preghiera.

5.      Legati a tori ferocissimi per essere smembrati.

6.      Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.

7.      Crocifissi a testa in giù sopra un fuocherello acceso.

8. Bolliti nell’olio o nell’acqua (la didascalia spiega i differenti tempi di cottura).

9.      Bruciati (vivi, naturalmente).

10.  Sepolti (vivi, naturalmente).

11.  Bambini sgozzati a mucchi.

12.  Mani, lingue, nasi tagliati.

13.  Schiacciati fra due enormi lastre di pietra. In primo piano nell’affresco, quelli che aspettano la tortura sdraiati per terra sembrano tranquillamente appisolati sull’erba. A metà della composizione pittorica c’è la vittima di turno a sandwich fra i due pietroni. Sullo sfondo, la fila di quelli già pressati, piatti come cotolette.

14.  Tagliati a tranci come un tonno al mercato del pesce (vedi foto).

15.  Cavati gli occhi, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente annotato nei testi).

16.  L’ultimo e il migliore: un nutrito gruppo di martiri tutti insieme a mollo in un pentolone di pece bollente con la regolamentare faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.

Come detto all’inizio: a noi cattolici Lars von Trier ci fa un baffo, un bel baffo a tortiglione.

 

 

P.S. Per chi ha la memoria lunga; ebbene sì, lo confessiamo: una parte di questo articolo è ripresa da un numero del Cavalier Serpente di un paio d’anni fa, ma il collegamento con il Festival di Cannes era troppo ghiotto per farcelo sfuggire. Abbiamo ceduto.

Roma, la grande bell...


Fondazione Cerasi

Questa goffa trippellona, opera di Antonietta Raphael e da lei battezzata “Fuga da Sodoma”, ci riceve al pianterreno di Palazzo Merulana dove ci viene offerta in questi giorni, in una specie di museo che è in realtà un salotto artistico, la collezione Cerasi, una raccolta di opere italiane, principalmente del primo novecento, fino ad ora privata, adesso messa a disposizione dei romani.


Nella raccolta, benissimo organizzata da Fabio Benzi, fra i tanti presenti, Cambellotti, De Chirico, Casorati, Donghi, Severini e altri, ci sono anche alcuni artisti con opere di prima della metamorfosi; uno per tutti Capogrossi, che qui figura con un paio di quadri figurativi molto belli (come si sa poi perse la brocca e si fissò sui suoi famosi pettini, senza più cambiare soggetto).

Al quarto piano c’è una grande sala riunioni con le finestre sfiorate dai platani di Via Merulana, e in cima a tutto si stende sotto il sole la solita gloria dei palazzi romani: una immensa terrazza che si affaccia sugli alberi, sul cielo e sulla lontana facciata, con obelisco aggiunto, di San Giovanni in Laterano.

Ci pare anche carino sottolineare che questo bel posto non ci è costato un euro (a noi cittadini) perché è il risultato di una botta di mecenatismo della famiglia Cerasi, che ha restaurato quella che era una baracca cadente e l’ha riempita dei begli oggetti che prima si teneva in casa.

 

Se non fosse per l’infernale difficoltà di parcheggio (lo sappiamo che si manifesta in tutta Roma, ma questa zona appare particolarmente colpita dal morbo) ce la sentiremmo di consigliare una visita agli amici. Oltretutto, appena entrati, c’è un simpatico baretto con un paio di tavolini all’aperto. Merita.



Omaggio alla resistenza
.
Degli esecutori, ma anche di noi del pubblico. Ecco la spiegazione. L’evento fa parte del Festival Lituano Flux di cui abbiamo scritto la settimana scorsa. Ci pare di avere espresso allora qualche perplessità sul genere di piatti che ci sarebbero stati serviti. Avevamo ragione da vendere.

Lo spettacolo si svolge come segue: Cortile di Palazzo Braschi; la giornata è tiepida, la location splendida, niente da dire. Però poi c’è l’esecuzione: dodici minuti, durante i quali il clarinettista, sfruttando la respirazione circolare (chissà come fanno, un’invidia!) emette sempre la stessa nota, un Mib basso, senza fermarsi mai, mentre la povera ballerina, per la stessa durata rimane sulle punte girando lentamente su sé stessa come una figurina da carillon (amiche che hanno studiato danza ci parlano di una vera tortura). Niente altro. La performance ovviamente si intitola “Pirouette”.

Come abbiamo ribadito più volte, la benedizione di tutto quello che succede a Roma è che, anche se lo spettacolo fa schifo, la città, no. Cioè, sì, ma in qualche modo si salva lo stesso. E allora non importa quanto hai provato o cosa vuoi raccontare, e come. Il che è nello stesso tempo anche una maledizione perché, allora, a che serve studiare per fare meglio?

Capite? Basta uscire dal cortile di cui sopra, imboccare un passaggio, sbucare da un portone per trovarsi davanti uno spettacolo come questo. Si chiama Piazza Navona.

E’ chiaro che allora va bene tutto.

 

 

Rìcolaaa...


Il giuramento delle Guardie Svizzere.

Rìcolaaa… è il richiamo (spot pubblicitario delle caramelle) che ci è salito alla gola vedendo a un certo punto della cerimonia tre magnifici giovanotti in elmo, corazza e pennacchio presentarsi imbracciando tre spropositati alpenhorn che hanno appoggiato non sui verdi prati dell’alta val Pusteria, ma sui grigi sanpietrini del Cortile di San Damaso in Vaticano e poi ci hanno dato dentro emettendo un bel coro di muggiti di approssimativa intonazione ma di sicura suggestione, anche se vagamente fuori contesto.

6 maggio 2018, giuramento delle Guardie Svizzere. Nel 1527, durante il Sacco di Roma, 147 di loro ci rimisero la vita per difendere il papa dai lanzichenecchi. In loro memoria si tiene questa cerimonia, la quale, pur avendo luogo a Roma, comincia, come da programma, alle cinque in punto e finisce, come da programma, mentre l’orologio del cortile batte le sei. Siamo a Roma, dicevamo, ma loro sono svizzeri: questo spiega la anormale puntualità.

Una gran festa davvero. I luoghi, non c’è bisogno di dirlo, sono bellissimi; le divise (a quanto pare, ma non è certo, disegnate da Michelangelo) sono eleganti, colorate e stano a pennello addosso a quegli stangoni; le mamme e i papà svizzeri dei cadetti, presenti in gran numero, sono composti e si guardano bene dall’applaudire o mandare baci ai loro giuggioloni, come probabilmente avrebbe fatto qualche mamma nostrana; le marce, i dietrofront, gli omaggi alla bandiera durante il giuramento filano in una simmetria e in un ordine perfetti. Insomma, il quadro si presenta inappuntabile.

Noi qualche gustosa incongruenza l’abbiamo rilevata, ma, e davvero vogliamo sottolinearlo, senza neanche vagamente sminuire l’emozione della cerimonia.

La banda è una normalissima banda di ottoni, ma, non c’è niente da fare, un sax tenore in bocca a un maestro in brache e ghette a strisce gialle e viola, corazza scintillante e gorgiera bianca fa un certo effetto anacronistico. Come il programma musicale che, accanto all’inno pontificio di Gounod e ad altri decorosi classici ottocenteschi ci presenta un gospel ben poco vaticano: “Oh happy day”.

Sono sciocchezze, lo sappiamo, ma ci fanno sorridere. Come ci ha fatto sorridere, ma con un brivido, l’apprendere in questa occasione che il rappresentante della segreteria di stato pontificia è Monsignor Paolo Borgia.

 

Un nome che, soprattutto da quelle parti, ha una fama non proprio specchiata.



       Flux
. Si inaugura in questi giorni Flux, il Festival Lituano delle arti, organizzato a Roma, nel primo centenario della Repubblica Lituana, un paese fresco e piccolo: pare che in tutto abbia meno abitanti di Roma.

C’è in programma una serie di mostre, proiezioni, spettacoli teatrali e concerti che durerà una decina di giorni. Non ne abbiamo ancora visto nessuno, ma eravamo alla conferenza stampa di presentazione e ci siamo letti con attenzione la copiosa letteratura che accompagna l’iniziativa.

Come ciliegina in cima a una torta dal gusto ignoto (la lingua lituana è totalmente incomprensibile), ci hanno colpito i cognomi di alcuni degli artisti presenti, evocativi, per un lettore italiano un po’ malizioso, di una squadra di supereroi cattivi. C’è il video maker Deimantas Narkevicius (chi non penserebbe a un rocker del passato, tale Sid Vicious dei Sex Pistols: sex ‘n drugs ‘n rock ‘n roll). E c’è il jazzista Eugenijus Kanevicius (riferimento obbligato alla malavita e ai combattimenti di doberman e rottweiler). E poi il più famoso di tutti, il regista teatrale Eimuntas Nekrosius (per lui basta una parola: Allegria!).

 

Promettiamo osservazioni un po’ meno sceme di queste sui prossimi spettacoli del Festival.


 

"Billions”: Las Vegas all’amatriciana

Sul Grande Raccordo Anulare c’è un luogo che di giorno è un capannone qualsiasi, ma di sera si mette a rutilare e, a quanto abbiamo visto, attrae schiere di massaie assatanate, coppie un po’ ambigue e uomini  soli: tutti inchiodati davanti ai pulsanti a sfidare la sorte e, immaginiamo, a spararsi i pochi euri risparmiati sulla spesa, o i tanti accumulati in modo probabilmente discutibile.

Si tratta, è ovvio, di una sala giochi, il Billions, che, fornita anche di un palcoscenico per concerti, sorge nel nulla della campagna di fianco all’autostrada: uno non ci si ferma per caso, di sicuro. Chi ci va, ci va di proposito per passare un’ora o mezza giornata in un isolamento alienato con un unico contatto: la macchinetta.

Noi eravamo lì per ascoltare un gruppo musicale che festeggiava l’uscita del suo primo vinile, e ci è venuta in mente una serata di parecchi anni fa trascorsa a Las Vegas, in un salone dieci volte più grande, con dieci volte tante macchinette mangiasoldi, ma con gli stessi neon colorati e un palcoscenico, naturalmente ben più sontuoso e soprattutto con sopra Frank Sinatra.

Ma, a parte questo dovuto ridimensionamento delle proporzioni, gli abiti dimessi delle massaie, quelli sgargianti dei mezzi malavitosi, le facce e infine l’abbandono smarrito dei giocatori erano esattamente gli stessi.

Globalizzazione delle dipendenze?

 

Santa Bibiana ha perso un dito!

Santa Bibiana ha perso un dito!

Questa è la notizia che leggiamo sulla stampa di oggi.

Di Santa Bibiana avevamo già raccontato un paio di mesi fa la meraviglia che ci aveva colpiti ritrovandola fuori di casa sua, e precisamente alla grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese: “…abbiamo visto per la prima volta un non finito beniniano (convinti fino a oggi che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo), e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa dalle parti di Piazza Vittorio, dove stava infilata in una nicchia, quindi senza bisogno di mostrare un didietro ben rifinito.

E invece adesso, issata su un piedistallo intorno al quale si gira senza problemi, ci presenta tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.

Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese e che soprattutto, come sempre per i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne”.

Solo che, a quanto pare, durante il viaggio di ritorno a casa dev’essere successo qualcosa per cui adesso la mano rivolta al cielo della santa si ritrova senza il dito anulare. Del quale, sempre secondo la stampa, non si sa se si è perso, se ce l’hanno in sacrestia, magari in frammenti, se sarà possibile riattaccarlo. Insomma, c’è trepidazione in proposito.

 

E giustamente, perché a nessuno come a Bernini riesce a perfezione la riproduzione del reale, e ancora meglio presentare un pezzo di sasso rigido e freddo come il marmo mutato miracolosamente dalle sue mani in una seta morbida e calda.


Noi non siamo del mestiere e forse per questo ci ha sempre affascinato la capacità di un artista, che è anche un po’, anzi molto, artigiano, di controllare con infinita pazienza, talento e continua sostituzione di utensili l’intervento su qualcosa di imprevedibile come il marmo e, un colpetto di scalpello qua, una levigatina garbata là, farlo diventare un profilo, un fiore, un dito.

E, appunto, non essendo del mestiere siamo rimasti come folgorati quando ci è apparso pietrificato, è il caso di dirlo, un momento di questo processo (non sapremmo dire quale, ma certo abbastanza avanzato da farci intuire cosa c’era prima e cosa ci sarebbe stato poi).

Eccolo. E’ la mano non ancora finita, ma riconoscibilissima nella sua struttura, addirittura nel movimento, di una madonna di autore ignoto che si trova nella sala capitolare del palazzo dei Domenicani alla Minerva.

 

A questo punto, anche se è una citazione rifritta, ci pare che corrisponda al nostro caso, e quindi vogliamo dichiararci totalmente d’accordo con Michelangelo Buonarroti quando diceva che scolpire è facilissimo: basta togliere da un blocco tutto il superfluo ed ecco che appare la figura che nel marmo c’era già. Da sempre.

Gaetano dei Cactus

Gaetano dei Cactus.

La settimana scorsa eravamo arrivati a Porta S. Sebastiano. Oggi proseguiamo sull’Appia Antica, ma solo pochi passi; infatti, quasi al bivio con l’Appia Pignatelli, davanti alla Cartiera Latina, ci fermiamo a uno sciccosissimo vivaio.

Ma è un falso allarme, perché lì non ci entriamo per niente; proprio a sinistra dello sciccosissimo ingresso dello sciccosissimo vivaio, segnalato da uno sgangherato cartello “Piante grasse da collezione”, parte un viottolo altrettanto sgangherato che dopo qualche curva ci porta a un cancello. Ci infiliamo in una jungla di erbacce alte due metri, capannoni di bandone e serre coperte da stracci, e ci viene incontro, scortato da un bastardino, Gaetano dei Cactus, piccolo, con la scoppola e uno stuzzicadenti che gli sta piantato in bocca come se proprio lì fosse germogliato dalle radici dei denti di latte.
Vendere, sì, venderebbe anche; ma in realtà gl’interessa di più parlare delle sue succulente, dei danni dell’ultima gelata, di un cereo che gli è cresciuto tanto da costringerlo a fare un buco nel tetto della serra, come se quel piccolo squarcio rovinasse la linea purissima della costruzione, sgangherata come il resto. Ci accompagna in giro per la sua proprietà, affascinante guazzabuglio di materiali vari (orgoglio di raccoglitore), vegetazione di ogni genere (orgoglio di coltivatore), perfino una vasca con carpe ornamentali, la più grossa e vecchia delle quali sale a galla per rubargli dalla mano dei granelli di cibo (orgoglio di allevatore).

Insomma, abbiamo di fronte un raro esemplare di vivaista sulla cui peculiarità non ci sono dubbi. Come non ce ne sono sul fatto che potrebbe avere la stessa veneranda età dei basoli dell’Appia. Merita una visita archeobotanica.

 

 

Tanto per rimanere in argomento, e in carreggiata, facciamo ancora qualche metro, sempre sull’Appia, ed eccoci al piazzale dell’Istituto Salesiano alle Catacombe di S. Callisto, al cospetto di una strabiliante esposizione di strabilianti cactacee che qualche appassionato custode (non siamo riusciti a sapere chi) coltiva in grandi vasi esposti in fila lungo la facciata. Vedere per credere (ingresso libero).



National Geographic.

Questa mirabile balena fatta di bottiglie di plastica usate è la mascotte del National Geographic Science Festival al Parco della Musica.

Come in tutti gli eventi ambientalisti, anche qui si respira una sottile, pungente aria di rimprovero per quanto poco noi umani facciamo per il nostro pianeta. Sensi di colpa aleggiano nell’aere e inviti a rimediare trasudano imperiosi da ogni parola e da ogni immagine. Tutto giusto, naturalmente, ma comunque inquietante. 

Ebbene, forse perché siamo anche noi peccatori, ci arriva la punizione la sera di martedì 17, con la visione e l’ascolto di un concerto dal vivo di musica di Philip Glass a commento della proiezione di foto naturalistiche di Frans Lanting.

L’invito appariva appetitoso; si rivela indigesto. Sala Sinopoli. Prima del concerto, una lunga e a nostro parere superflua introduzione del fotografo, che espone il percorso delle immagini: la storia della creazione e dello sviluppo della vita sulla Terra fino all’uomo, usando un tono narrativo tra il biblico e il new age, in inglese; per fortuna notevolmente alleggerito da un’interprete brava e spiritosa che provvede agli accenti e all’enfasi, dove servono.

Poi comincia lo spettacolo: le foto, anche loro bibliche e new age, di cieli, mari e bestie, purtroppo proiettate su uno schermo di dimensioni infelici (2 metri per 8), spesso raddoppiate, moltiplicate e comunque, forse per via del formato, davvero poco emozionanti (sarà anche perché siamo viziati da quelle bellissime, macro o micro, che ormai si vedono dovunque su riviste e documentari naturalistici). Con accompagnamento musicale.

A questo proposito, prima vogliamo ringraziare gli esecutori del Parco della Musica Contemporanea Ensemble: ottimi, diretti dall’ottimissimo Tonino Battista. Malgrado loro, però, ci corre l’obbligo di parlare dell’ora (senza pause, che sarebbero servite, eccome) di musica di Glass: un affanno di note piuttosto vecchieggianti, e, ci è parso, scarse d’ispirazione; un poema sinfonico con parecchi richiami a “Fantasia”, o addirittura a “La Mer”, anche quest’ultimo segnato, come sappiamo, da momenti di stanchezza abissale (a proposito di mare…), con la differenza che Debussy, tutto sommato, ci pare un po’ meglio.

Insomma, alla fine ci siamo trovati in una condizione che non ci è piaciuta per niente: pieni di suoni ma vuoti di musica. Eppure non possiamo dire che Glass ci abbia fatto sempre questo effetto. Che sia successo qualcosa? A lui, o a noi?

In aggiunta alla serata, tanto per non farci mancare niente, ci siamo ripassati due mostre, anche loro ben centrate sulla umana responsabilità verso la nostra unica e pericolante casa nello spazio.

La prima, “Photo Ark”: meravigliose foto di animali in via di estinzione.

La seconda, “Sulle tracce dei ghiacciai”: meravigliose foto di ghiacciai in via di scioglimento.

Meno male che a inizio serata ci eravamo fatti il nostro solito, meraviglioso Negroni, altrimenti non si sa se saremmo riusciti ad arrivare alla fine.

Il Gelosetto

Una lacrima.

Sfidiamo chiunque abbia la nostra età a trattenere una lacrima alla vista di questo attrezzo, che oggi è archeologia industriale, ma che ai tempi della nostra gioventù rappresentava il fiore della nuova tecnologia: il Gelosetto! Il primo registratore a nastro, scadente ma alla portata di tutti.

 

Lo abbiamo ritrovato l’otto aprile allo Spazio Risonanze del Parco della Musica in una mostra con un titolo più lungo del tempo che ci abbiamo messo a visitarla: “Frammenti di storia: L’Italia attraverso le impronte, le immagini e i sopralluoghi della Polizia Scientifica”. Una mostra fatta soprattutto di pannelli fotografici di tipo scolastico, quindi scarsi come appeal, però con qualche oggetto di interesse più che altro archeologico, tra cui l’emozionante reperto qui accanto fotografato.


Nessuna emozione.

E’ la sorprendente autodiagnosi che siamo stati costretti a formulare alla fine del giro nei saloni di Palazzo Braschi il pomeriggio del 10 alla inaugurazione della mostra “Canaletto 1697 – 1768”.

Naturalmente non era la prima volta che vedevamo le sue carinissime Venezie, con tutte le finestrine giuste sulle facciate, i campanili puntuti e le figurine dei passanti in mantella e bautta in Piazza S. Marco.

E malgrado sapienti accorgimenti dell’allestimento, tipo le pareti di alcune sale tinteggiate nello stesso identico azzurro dei cieli sulla laguna, e altri meno saggi, come far suonare dal vivo l’ovvio Vivaldi a un quartetto d’archi non proprio eccellente, non abbiamo cambiato opinione.

Però una cosa ci ha colpiti: una veduta (che non conoscevamo) della cordonata del Campidoglio con la scala dell’Aracoeli, piuttosto inquietante.

 

Ci siamo sentiti obbligati ad andare a controllare appena usciti. Effettivamente, a parte il contrasto fra l’idilliaca quiete del quadro coi panni stesi e le casette e la selvaggia realtà della foto, qualcosa di incongruo c’è: l’altimetria forse? Non capiamo.


Sospendiamo il giudizio.

13 aprile, all’interno di Porta S. Sebastiano, nelle Mura Aureliane, a cavallo della Via Appia Antica, si inaugura una mostra di opere degli allievi del Liceo Artistico Caravaggio. Mostra sulla quale, come direbbe, per cavarsi d’impaccio un critico d’arte professionista, sospendiamo il giudizio.

Comunque, come abbiamo notato spesso, a Roma più interessante dell’evento è lo spazio in cui questo ha luogo.

Il tratto delle mura che collega Porta S. Sebastiano con Porta Ardeatina è per l’occasione aperto al pubblico, e noi lo abbiamo percorso immaginando ciò che quelle rovine dovevano aver visto e vissuto in due millenni di storia, e soprattutto prendendo nota di uno straordinario capovolgimento di luoghi e significati.

L’esterno delle mura, visibile attraverso le feritoie per gli arcieri, che in passato doveva essere aperta e probabilmente spopolata campagna è ora tutto un gran traffico di automobili e motorini e scorci di periferie. Mentre l’interno, che ovviamente prima era la città popolata di case, botteghe, e magari ville, è ora una selvaggia foresta primordiale, liane e rampicanti, che si intravede attraverso gli archi del camminamento di ronda.

Una stravolta stupefazione di destini e storie. .


Ma, a proposito di storie, forse non tutti sanno che una novantina di anni fa gli austeri, anche se angusti spazi militari delle torri e delle postazioni per le catapulte di difesa della porta, erano stati restaurati, riarredati e messi a disposizione di uno dei più famigerati bellimbusti del regime, Ettore Muti, per un certo periodo segretario del Fascio, perché ne facesse uso come garçonniere, anzi, per adoperare un termine più adatto all’epoca, scannatoio, per portarci le ragazze che seduceva con il fascino della camicia nera.

Poi è finito come tutti sappiamo (particolarmente male per Muti), ma noi siamo riusciti a trovare una foto d’epoca, in cui i pavimenti spogli appaiono nobilitati (!) da pelli d’orso e i muri di mattoni grezzi impreziositi da tendaggi dannunziani; aggiungiamo al tutto un lettone peccaminoso e, hoplà, eccoci a un livello di cattivo gusto di sublime intensità, del tutto coerente con l’ideologia machista del tempo.

 

Aggiornamenti e confronti

Nell’attualità, la settimana corrente non ci ha offerto niente di interessante. Ma il passato sì; anzi, dopo qualche scavo negli archivi, ci sentiamo fortemente invogliati a fare dei confronti con il presente. Ne abbiano trovati di sorprendenti. Eccoli:

29 marzo 2015, stampa sportiva. GP di Motociclismo del Qatar. Valentino Rossi vince nel suo solito modo entusiasmante e sale sul podio insieme ad altri due italiani: festa grande, inno nazionale. Baci e abbracci e la regolamentare doccia di champagne.

Poi leggiamo che lo champagne (siamo in zona islamica) è analcolico. 

Qui c’e qualcosa di leggermente ridicolo, pur con tutto il rispetto delle tradizioni locali. Quelli vanno a 300 all’ora, si prendono a spallate sulla pista, rischiano la pelle e qualcuno ce la lascia; però lo champagne è analcolico. Mah!


6 aprile 2018. Con una notizia decisamente di colore locale il ridicolo esce dalla pista ed entra in cucina. Pare che il Rabbino Generale di Gerusalemme abbia dichiarato non kosher (siamo in zona ebraica), sulla base di potenziali intromissioni di insetti e vermetti nel cuore del delizioso alimento, il carciofo alla giudìa. 

Costernazione nei ristoranti del ghetto di Roma e di altre città d’Italia e del mondo. E stupefazione da parte nostra nel constatare che pur trovandoci nell’anno tecnologico 2018, nelle dispense di tanta gente continuano a vigere norme che (anche se avremmo la tentazione di definirle altrimenti) ci sentiamo comunque autorizzati a chiamare anacronistiche.

Da Facebook, 10 aprile 2015. “Nelle ultime ore i settori nordoccidentali dell’Italia sono sotto un massiccio attacco chimico. Dalle immagini satellitari della NASA si evidenziano chilometriche scie chimiche persistenti che si estendono dal Ponente Ligure a Piemonte e Lombardia. Se nelle prossime ore avvertite difficoltà a respirare, dolori ossei, febbre, rossore agli occhi, non è la primavera; basta alzare gli occhi al cielo per capire…” La fanfaluca sui poteri occulti e sulle loro trame ai nostri danni continua a inquinare i cervelli dei nostri simili, esponendo in magnifica evidenza l’umana stupidità. Mah!


Anno 2018 e probabilmente seguenti, la faccenda è di quelle a lunga durata. Una esigua, ma comunque pericolosa (per i propri e per gli altrui infanti) percentuale di genitori rifiuta di immunizzare i figli contro una quantità di malattie anche mortali che in passato facevano strage, convinti che le vaccinazioni possano provocare l’autismo. Si tratta del movimento NoVax, la più recente, ma di sicuro non l’ultima manifestazione dell’umana stupidità. Arimah!

Ottobre 1889. Dal diario di un alunno: “Provoca i più deboli di lui, ruba quando può, ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito. Odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate ed egli fa peggio. Sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo”. Non faremo ai nostri lettori l’oltraggio di svelare il nome di questo tipaccio, però per aiutarne il riconoscimento aggiungiamo che, più spesso che no: “l’infame rise”.

 

7 aprile 2018. Dalla cronaca (nera): “Prof. picchiati dai padri degli allievi: due aggressioni in un giorno”. A Palermo e a Torino, pugni e calci con conseguenti emorragie interne ed ecchimosi varie. Poi è venuto fuori che i ragazzi avevano riferito con qualche aggiunta di fantasia le presunte angherie subite dai professori. Gli adolescenti, si sa, si comportano spesso da lupi in veste d’agnello. Ma il vero aggiornamento è che i genitori una volta se ne andavano piangendo (vedi sopra) oggi menano. Mah!

1781. Mozart è cacciato a calci in culo dal conte Arco, camerlengo dell’arcivescovo Colloredo, presso il quale il nostro era a servizio, perché lui (Mozart) dopo il concerto pretendeva di cenare al piano di sopra con gli ospiti, pensando di averne il diritto, (primo passo verso l’ottenimento, da parte del padrone, del rispetto per l’artista: in pratica gli albori del diritto d’autore che avrebbe reso indipendenti questi ultimi) mentre l’altro (Colloredo), che lo considerava un servitore qualsiasi, voleva che mangiasse giù in cucina. 

Come si conclude l’aneddoto? Male: Mozart sbatte la porta, se ne va rinunciando ad avere un protettore nobile e, malgrado tutto il suo talento, finisce nella fossa comune del cimitero. Perché non c’era ancora il diritto d’autore.


8 aprile 2018. Sky, una delle piattaforme TV più importanti, di proprietà di Murdoch, decide di non pagare più i diritti d’autore su tutto quello che trasmette: musica, testi, filmati. Arriva addirittura alla faccia di bronzo di chiedere indietro quello che ha già pagato in passato alla SIAE, e quindi agli autori.

Due secoli di battaglie affondati dalla corazzata di un pirata dell’etere? Pare proprio di sì. Mah!

 

 

Approssimazione Romanesca

 

Manca l’acqua…

 

Noi, invece, non potevamo mancare alla molto attesa apertura al pubblico, pochissimi giorni fa, dell’appena restaurata Uccelliera Farnese al Palatino.

La giornata è bella, la folla molta, e, davvero inutile ripeterlo, lo spazio che fu il centro monumentale della Roma imperiale di due millenni fa, sempre unico.

Malgrado quindici secoli di rapina, spoliazioni e criminale distruzione a colpi di mazza di statue, colonne e cornicioni marmorei scolpiti da artisti sublimi, solo per farne calce con cui mettere insieme stalle e catapecchie, il luogo mantiene la sua maestà.

Intendiamoci, quando gli antichi reperti capitavano in mano a qualcuno un po’ più acculturato dei poveri contadini del medioevo, allora finivano sugli altari di qualche chiesa o nei saloni di qualche palazzo patrizio, sempre scriteriatamente rubati dalla loro collocazione originale, ma almeno non sbriciolati in una  fornace.

Torniamo al punto: il restauro dei due padiglioni rina-scimentali degli Orti Farnesiani è molto carino, i colori dei nuovi intonaci vivaci e all’interno ci sono delle belle statue ben restaurate e ben ripulite, però…


Però, già qualche giorno dopo l’apertura, il ninfeo che dovrebbe accogliere i visitatori ai piedi delle scale con fresche cascatelle in mezzo al capelvenere è senza acqua corrente, ma comunque ornato dal quasi obbligatorio aeroplanino di carta. Che sarà anche il risultato della maleducazione di qualche bambino, o genitore, ma, certo, l’intervento di un guardiano… (e ce n’erano tre, a un passo, ma troppo occupati a parlottare fitto fitto di turni e pause sindacali).

La vegetazione sulle finte rocce è ben brunita dal tempo e dall’arsura (sembra autentico cuoio antico), e sulle balaustre le piante di aloe, che dovrebbero essere succulente, carnose e vitali, in vasi ovviamente nuovissimi ma già imbrattati, o forse semplicemente non ripuliti dalla calce, tanto chi se ne accorge? sono in uno stato preoccupante.

 

Che dire? Dopo tanti anni di sperimentazione dobbiamo ammetterlo: è un fenomeno naturale, quindi incontrollabile. Si chiama: Approssimazione Romanesca.


 

…ma non manca la melassa

 

Ecco, di quella ce n’era in abbondanza a una presentazione a cui stiamo stati invitati in uno spazio bellissimo nella ex zona industriale del quartiere Ostiense.

Fondazione Exclusiva, si chiama questo spazio, ed è ricavato da un loft in disarmo, magnificamente recuperato, dotato di un’elegante illuminazione e, indispensabile antidoto alla zuccherosità della cerimonia, rifornito di ottimo vino secco e squisitezze gastronomiche salate.

Presentazione, dicevamo, di un libro di Alberto Simone intitolato “La felicità sul comodino - piccoli segreti per vivere meglio”.

Dichiarazione d’intenti impressa sul segnalibri di accompagnamento all’opera: “Se io provo fiducia in me stesso e negli altri, io sono la fiducia. Se provo amore per qualcosa o qualcuno, io sono l’amore”.

Un Libro Cuore riproposto oggi ai nipotini di De Amicis.

Un gruppo di attori giovani ne hanno implacabilmente letto molte, decisamente troppe pagine; dopodiché è arrivato il momento delle interviste buoniste condotte dalla signora D’Eusanio che non ha mai smesso di cinguettare complimenti agli intervistati (maschi) per i traguardi raggiunti, ma soprattutto per la loro bella presenza: il bell’autore, il bell’avvocato titolare della fondazione, il bel disegnatore impegnato con fogli e carboncino durante tutta la cerimonia, il bello ed eroico sportivo riuscito a diventare nazionale paraolimpico malgrado l’amputazione di una gamba, il bello e buon clown di sostegno ai bambini malati.

Gli altri, di cui non si poteva ragionevolmente sottolineare il lato estetico, comunque tutti “belle persone”.

Insomma, una faccenda davvero a rischio per un diabetico.

Per fortuna, come accennato in precedenza, la parte alimentare è risultata decisamente orientata sul salato: ricottine eccellenti, notevoli tortini di formaggi, gamberetti ben freschi e vini pregiati.

Si è in questo modo, e per fortuna, ritrovato l’equilibrio insulinico.

 

 


Trionfi e miserie

Trionfi…


Invitati, venerdì  23 marzo, alla Cappella Sistina per i Vespri Solenni della quinta settimana di Quaresima.

Primo: non c’è che dire, occasione unica. Intanto si entra senza subire l’interminabile coda d’ingresso ai Musei Vaticani, unica possibilità per un comune mortale di accedere alla Sistina.

Secondo: i presenti non sono numerosi come i visitatori normali del museo e questo dà un certo qual respiro.

Terzo: contrariamente a ciò che succede ai turisti che hanno pochi minuti per guardarsi in giro prima di essere cacciati, finita la funzione siamo stati liberi di gironzolare avanti e indietro e di rimirare non solo gli affreschi che, per quanto siano riprodotti ovunque, visti con i propri occhi continuano a essere strabilianti, ma anche di scrutare la meraviglia del pavimento cosmatesco della cappella.

Rombi, quadrati, triangoli composti di miriadi di pezzetti di marmi colorati e pregiatissimi, recuperati nei secoli bui fra le rovine dei monumenti romani.

In quei tempi tutto era ridotto in frammenti dai crolli e dagli incendi, e ciò ha evidentemente suggerito questo stile geometrico e pittoresco, e soprattutto basato sul recupero, in un’epoca poverissima, di materiale ricchissimo, ma a pezzi.

Riflessioni accompagnate e arricchite dalla suggestiva esecuzione di salmi, inni, antifone della liturgia da parte di un magnifico coro sostenuto e indirizzato da un organo molto partecipe.

Un godimento oltre ogni considerazione di fede, anzi capace di sostituirla a un livello altrettanto elevato per noi, religiosamente scettici ma artisticamente devoti.

 

 



...e miserie

 

E allora oggi, Domenica delle Palme, abbiamo sentito il bisogno di controbilanciare tutto quel trionfo di sensazioni con cui ci aveva viziati il miracolo michelangiolesco della Cappella Sistina.

Così, aiutati da una bella giornata di sole dopo tutta la pioggia passata, ce ne siamo andati a cercare qualcosa di più terra terra, di meno simbolico insomma, ma sempre nella storia. E abbiamo trovato un paio di cosette niente male.

Questa, affacciata su Piazza Fiume dalle Mura Aureliane,
eccola qua: una bella latrina pensile per i soldati di guardia. Non sappiamo se risalga all’epoca romana, o se sia un’aggiunta medievale. Fatto sta che non è difficile immaginarne il funzionamento in un’epoca in cui l’igiene era approssimativa e non c’erano di sicuro né acqua né scarichi. Ci si accucciava su un buco, magari sbirciando dalla feritoia, e via.

Probabilmente c’era una protezione interna (due tondi sfalsati di legno o di pietra ruotanti su un perno?) per evitare che l’armigero rimanesse infilzato da una freccia nemica scoccata dal basso proprio nel momento del bisogno, ma per consentire, una volta espletata la funzione, lo scarico del materiale.

Facile immaginare il fetore di questi bugigattoli (ce n’erano parecchie decine lungo tutto il perimetro), mentre ci sorprende sempre la constatazione che fuori delle mura si stendeva evidentemente la terra di nessuno, un luogo dove tutti buttavano tranquillamente di tutto, considerandola (e forse lo era davvero) una discarica.

Quest’altra si vede dall’alto di una torre del museo di Porta San Paolo. Quasi di sicuro si trattava dell’abitazione del comandante del corpo di guardia in epoca post romana: una catapecchia inequivocabilmente medievale appollaiata sugli archi della controporta.

Medievale come rozzezza di costruzione, ma oggi sicuramente adattata a confortevole e anche civettuolo alloggio di un contemporaneo, probabilmente il custode del museo, come si deduce dalla presenza di una moderna cappa di caldaia, di un condizionatore, di alcune piante in vaso e di un’antenna parabolica.

A questo punto ci pare proprio di essere tornati più vicini alla terra. Siamo a posto.

   

Sense of humour


Il nostro amico compositore Fabrizio De Rossi Re ha uno spiccato sense of humour. E non è facile, non crediate. Sono pochi i musicisti (anzi, gli artisti in generale) dotati di questa caratteristica preziosa.

Bene, ne ha profuso in abbondanza per mettere in scena una piccola perla di soli trenta minuti alla Biblioteca Vallicelliana venerdì 16. Trenta minuti, per assistere ai quali abbiamo dovuto aspettare un’ora, metà in Piazza della Chiesa Nuova, al freddo e al gelo, l’altra metà nel salone, peraltro magnifico, al secondo piano dell’Oratorio dei Filippini; e per questa ora in più siamo stati noi a dovere mettere in scena il nostro sense of humour.

“Les Diables Amoureux”, nell’ambito della IX Settimana Francese a Roma, si chiama il collage di testi di Apollinaire e Pasolini, letti benissimo da Simona Marchini e commentati dal magnifico chitarrista Palamidesi, dalla suggestiva vocalista Pellegrini, coordinati dall’ironico pianista, compositore e concertatore, appunto l’amico De Rossi Re.
Spettacolo e finale: ottimi. Il problema, senza nessuna responsabilità degli artisti, è nato prima, quando ci siamo trovati con un bel gruppo di persone, alle 19, ora annunciata nell’invito via e-mail, davanti al portoncino del luogo incriminato, con un cerbero a impedire il passaggio ai non prenotati. (Si noti che, oltre all’orario sbagliato sull’e-mail, che nella brochure in sala era diventato le 19.30, nell’invito non era neanche specificato l’obbligo di prenotazione).

Battibecchi, proteste, minacce, urla all’italiana di: “Io la denuncio!” “E io la querelo!”, e poi, comunque, si finisce sempre col sottostare al solito malvezzo romanesco, per cui, per quanto il pubblico si sforzi di essere educato e puntuale, finisce comunque sbeffeggiato dalla cialtroneria delle istituzioni e dalla inefficienza della loro organizzazione.

Ma, come abbiamo detto, per fortuna c’è sempre il salvagente del sense of humour.

E in più, aggravante o attenuante? la solita irresistibile bellezza dei luoghi dove i misfatti vengono perpetrati.

 

 



“Caduta in un gorgo di torbide passioni”

Per saltare al secondo evento della settimana, il 17 marzo, ci torna utile citare di nuovo il nome di Simona Marchini che insieme a Pino Strabioli presenta l’autobiografia (dal melodrammatico titolo citato qui sopra) di Miranda Martino.

Siamo al Parco della Musica, nel secondo giorno della rassegna “Libri Come”, e quello che ci troviamo fra le mani è un divertentissimo diario, in cui non vengono risparmiati nomi e cognomi di buoni e cattivi, che ripercorre la lunga carriera artistica della cantante, attrice, soubrette, la quale, pur avendo abbondantemente superato l’ottantina risulta perfettamente in grado di tenere testa con supremo sense of humour a domande e battute di pubblico e relatori.

Sono pagine da cui emerge una narratrice arguta di grandi fatti, e nello stesso tempo si svela una pungente investigatrice delle bassezze d’animo di finti amici, imbroglioni del sottobosco dello spettacolo, di furbacchioni che approfittano del fatto che la star è una donna (non dimentichiamo l’epoca dei fatti) per insidiarla e poi ricattarla. Ma Miranda ha sempre “galleggiato sulla vita”, per ripetere una brillante definizione della Marchini, senza mai rischiare di andare a fondo.

A un certo punto si mette perfino a cantare, a cappella naturalmente, un testo di Santa Teresa D’Avila, in spagnolo e sull’aria della famosa canzone napoletana “Santa Lucia”, tratto dalla lettura “L’Ultima Estasi” recentemente attuata da Rosa Di Brigida, con Francesco D’Ascenzo e Miranda, nella chiesa di S. Maria in Monterone.
Ci ha sorpreso vedere, oltre a noi di lei quasi coetanei, un bel gruppo di ragazzotti venti-trentenni che facevano il tifo e sapevano tutto di colei che avrebbe potuto essere abbondantemente la loro nonna. Una constatazione confortante per una vecchia artista che in questo modo si assicura una polizza contro l’oblio.

 

Appena usciti dall’Auditorium, ci siamo trovati circondati da una turba di corpulenti anglosassoni in gonnellino e chiaramente sotto l’influenza di abbondanti bevande alcoliche, fuorusciti dalla stadio dove la Scozia aveva appena battuto l’Italia a rugby.

Timorosi per la nostra incolumità, siamo saltati al volo sul bus della linea C 3, di cui si può ammirare sul display il nome completo (in effetti fa servizio fra il cimitero Flaminio e il centro città, ma una denominazione più neutra magari la potevano trovare).

Ci è sembrata una quanto mai opportuna chiusura della giornata, sempre all’insegna del sense of humour, ma stavolta, giureremmo, del tutto involontario da parte di un’azienda comunale, notoriamente con un piede, se non tutta la gamba, nella fossa.

 

 


L'immortalità

Nei giorni scorsi, oltre al decesso della sinistra, abbiamo dovuto registrare anche quello di Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore, scrittore e parecchio altro ancora. Essendo nato nel 1910, ne ha avuto di tempo per fare un bel po’ di cose.

Naturalmente, come era successo con la Levi Montalcini, quando muore un ultracentenario, e non uno di quei vecchietti rimbambiti che si vedono ogni tanto nei Tg regionali, ma un premio Nobel o un intellettuale famoso, ci rispunta questa speranza di immortalità che in fondo è il mito di tutti gli uomini.

Tanto forte è il nostro desiderio di arrivarci che da sempre e con grande successo, leggende, studi scientifici di dubbia serietà, ricerche geografiche viranti al new age e adesso anche la nostra grande mamma informatica, la rete, ci forniscono storie di popoli che hanno scoperto la formula della vita infinita.

Abbiamo i centenari del paesello sardo, quelli del villaggio del Caucaso e gli altri del pueblo sulle Ande. Ma i più in gamba di tutti sono gli Hunza. Gli Hunza vivono in un’inaccessibile vallata dell’Himalaya. Secondo i testi in rete, un’abbondante percentuale di questa brava gente campa come minimo un secolo. Alcuni arrivano ai centotrenta, e c’è chi ha raggiunto i centoquarantacinque anni. Per non parlare delle loro indomabili capacita di generare fino a tarda età.

La formula? Naturalmente andare sempre a piedi, mangiare poco e sano, frutta e verdura non trattata, niente carne, fumo o alcool. Niente stress. Fare per tutta la vita un lavoro per il quale non serve il cervello: zappare, seminare, raccogliere. Tranne questa trovata del cervello in pausa, tutto sacrosanto. Forse un tantino noioso, ma di sicuro sano.

Noi che il cervello cerchiamo di farlo andare, magari non sempre con successo, abbiamo un’altra teoria per spiegare tutti questi miracolati. Si sarà notato che, contrariamente a Dorfles che era di Trieste, perciò documentato, i vecchietti secolari abitano sempre in angoli sperduti del mondo, su vette irraggiungibili, o in fondo a vallate sconosciute.

Bene, la spiegazione del fenomeno è una sola, secondo noi: l’anagrafe. Nel senso che da quelle parti non ce n’è, e non ce n’è mai stata una.

Come si fa a certificare l’età di un anziano che dichiara di avere centoquarantacinque anni, quindi è nato, diciamo, nel 1873, in una sperduta valle del Karakorum? Facile inventarsele, le date, anche in buona fede. Il tempo, si sa, se è un concetto relativo per noi, figurarsi per quei signori che ne avranno di sicuro un’idea piuttosto fluida.

Però, siccome del mito tutti abbiamo bisogno, allora ce lo teniamo così: razionale o no.

 

Per ora. Poi, i futuri progressi della medicina, chissà…


Cinquanta sfumature di rosso: sulla pelle e nei quadri.

 

Il rosso è il primo colore riconosciuto come fondamentale dall’umanità. Ed è facile capire il perché: il sangue, il fuoco, la passione, la guerra. Poi, saranno anche passati secoli o millenni, ma noi continuiamo a confermargli il suo valore primario: sugli abiti dei re, dei papi e dei cardinali, sul red carpet delle attrici, sulla carrozzeria della Ferrari, sul logo della Coca Cola.

Appuntamento mensile, con questo titolo un po’ malizioso, presso DermArt (i nostri lettori ormai sanno che si tratta di incontri con dermatologi che si dilettano del confronto fra esperienze mediche e parallele osservazioni artistiche; e avranno anche capito che andandoli a trovare si impara sempre qualcosa).

Stavolta si è parlato del valore diagnostico, per un dermatologo, del colore rosso, che quando è normale, essendo la tinta dell’emoglobina, annuncia una pelle sana. Ma quando la pelle sana non è, con le sue variazioni permette di scoprire a colpo d’occhio dov’è il problema.

E a questo punto, sullo schermo della sala, accanto ai ritratti di Raffaello e alle plastiche bruciate di Burri ci sono stati serviti lembi di epidermide coperti di ogni genere di schifezze, dalla pityriasis rubra pilaris alla porpora senile.

Roba da non credere, un’esperienza davvero particolare: non solo per la straordinaria varietà cromatica in grado di denunciare i problemi all’occhio esperto del medico, o a quello del paziente un po’ curioso: dall’arancione, giù giù fino al bruno cupo o addirittura al bluastro, ma anche per quel subdolo impulso che ci spingeva, durante la chiacchierata, a grattarci dappertutto (con circospezione, intendiamoci) di fronte all’esibizione di eczemi, eritemi e psoriasi.

Alla fine dell’evento, mentre brindavamo con un bicchiere di vino (rosso, naturalmente) ci siamo ricordati di un appuntamento di circa un anno fa, sempre con DermArt, in cui si era già parlato di rosso; non della pelle, però, ma dei capelli.

E anche in quell’occasione avevamo acchiappato qualche notiziola curiosa: 1. Il gene dei capelli rossi è apparso circa ventimila anni fa, che è un battito di ciglia nella storia dell’evoluzione umana, e si prevede che verrà riassorbito, estinguendosi, entro pochi secoli. 2. I rossi non sono più del tre per cento dell’umanità. 3. Pare che più degli altri siano reattivi al dolore e quindi in sala operatoria abbiano bisogno di anestesie più forti. 4. Per ultimo, oltre al fatto di essere da sempre considerati diversi e quindi sottoposti a sberleffi da piccoli e a persecuzioni da grandi, compresi i roghi dell’Inquisizione, soprattutto le donne per sospetta stregoneria, si ritrovano, e questo naturalmente riguarda solo i maschi, a non essere neanche considerati come donatori, perché, a quanto pare, del seme dei rutiliani (definizione ufficiale degli individui con i capelli rossi) le banche del seme non ne vogliono neanche sentir parlare.

 

Il colmo.