Gaetano dei Cactus

Gaetano dei Cactus.

La settimana scorsa eravamo arrivati a Porta S. Sebastiano. Oggi proseguiamo sull’Appia Antica, ma solo pochi passi; infatti, quasi al bivio con l’Appia Pignatelli, davanti alla Cartiera Latina, ci fermiamo a uno sciccosissimo vivaio.

Ma è un falso allarme, perché lì non ci entriamo per niente; proprio a sinistra dello sciccosissimo ingresso dello sciccosissimo vivaio, segnalato da uno sgangherato cartello “Piante grasse da collezione”, parte un viottolo altrettanto sgangherato che dopo qualche curva ci porta a un cancello. Ci infiliamo in una jungla di erbacce alte due metri, capannoni di bandone e serre coperte da stracci, e ci viene incontro, scortato da un bastardino, Gaetano dei Cactus, piccolo, con la scoppola e uno stuzzicadenti che gli sta piantato in bocca come se proprio lì fosse germogliato dalle radici dei denti di latte.
Vendere, sì, venderebbe anche; ma in realtà gl’interessa di più parlare delle sue succulente, dei danni dell’ultima gelata, di un cereo che gli è cresciuto tanto da costringerlo a fare un buco nel tetto della serra, come se quel piccolo squarcio rovinasse la linea purissima della costruzione, sgangherata come il resto. Ci accompagna in giro per la sua proprietà, affascinante guazzabuglio di materiali vari (orgoglio di raccoglitore), vegetazione di ogni genere (orgoglio di coltivatore), perfino una vasca con carpe ornamentali, la più grossa e vecchia delle quali sale a galla per rubargli dalla mano dei granelli di cibo (orgoglio di allevatore).

Insomma, abbiamo di fronte un raro esemplare di vivaista sulla cui peculiarità non ci sono dubbi. Come non ce ne sono sul fatto che potrebbe avere la stessa veneranda età dei basoli dell’Appia. Merita una visita archeobotanica.

 

 

Tanto per rimanere in argomento, e in carreggiata, facciamo ancora qualche metro, sempre sull’Appia, ed eccoci al piazzale dell’Istituto Salesiano alle Catacombe di S. Callisto, al cospetto di una strabiliante esposizione di strabilianti cactacee che qualche appassionato custode (non siamo riusciti a sapere chi) coltiva in grandi vasi esposti in fila lungo la facciata. Vedere per credere (ingresso libero).



National Geographic.

Questa mirabile balena fatta di bottiglie di plastica usate è la mascotte del National Geographic Science Festival al Parco della Musica.

Come in tutti gli eventi ambientalisti, anche qui si respira una sottile, pungente aria di rimprovero per quanto poco noi umani facciamo per il nostro pianeta. Sensi di colpa aleggiano nell’aere e inviti a rimediare trasudano imperiosi da ogni parola e da ogni immagine. Tutto giusto, naturalmente, ma comunque inquietante. 

Ebbene, forse perché siamo anche noi peccatori, ci arriva la punizione la sera di martedì 17, con la visione e l’ascolto di un concerto dal vivo di musica di Philip Glass a commento della proiezione di foto naturalistiche di Frans Lanting.

L’invito appariva appetitoso; si rivela indigesto. Sala Sinopoli. Prima del concerto, una lunga e a nostro parere superflua introduzione del fotografo, che espone il percorso delle immagini: la storia della creazione e dello sviluppo della vita sulla Terra fino all’uomo, usando un tono narrativo tra il biblico e il new age, in inglese; per fortuna notevolmente alleggerito da un’interprete brava e spiritosa che provvede agli accenti e all’enfasi, dove servono.

Poi comincia lo spettacolo: le foto, anche loro bibliche e new age, di cieli, mari e bestie, purtroppo proiettate su uno schermo di dimensioni infelici (2 metri per 8), spesso raddoppiate, moltiplicate e comunque, forse per via del formato, davvero poco emozionanti (sarà anche perché siamo viziati da quelle bellissime, macro o micro, che ormai si vedono dovunque su riviste e documentari naturalistici). Con accompagnamento musicale.

A questo proposito, prima vogliamo ringraziare gli esecutori del Parco della Musica Contemporanea Ensemble: ottimi, diretti dall’ottimissimo Tonino Battista. Malgrado loro, però, ci corre l’obbligo di parlare dell’ora (senza pause, che sarebbero servite, eccome) di musica di Glass: un affanno di note piuttosto vecchieggianti, e, ci è parso, scarse d’ispirazione; un poema sinfonico con parecchi richiami a “Fantasia”, o addirittura a “La Mer”, anche quest’ultimo segnato, come sappiamo, da momenti di stanchezza abissale (a proposito di mare…), con la differenza che Debussy, tutto sommato, ci pare un po’ meglio.

Insomma, alla fine ci siamo trovati in una condizione che non ci è piaciuta per niente: pieni di suoni ma vuoti di musica. Eppure non possiamo dire che Glass ci abbia fatto sempre questo effetto. Che sia successo qualcosa? A lui, o a noi?

In aggiunta alla serata, tanto per non farci mancare niente, ci siamo ripassati due mostre, anche loro ben centrate sulla umana responsabilità verso la nostra unica e pericolante casa nello spazio.

La prima, “Photo Ark”: meravigliose foto di animali in via di estinzione.

La seconda, “Sulle tracce dei ghiacciai”: meravigliose foto di ghiacciai in via di scioglimento.

Meno male che a inizio serata ci eravamo fatti il nostro solito, meraviglioso Negroni, altrimenti non si sa se saremmo riusciti ad arrivare alla fine.

Il Gelosetto

Una lacrima.

Sfidiamo chiunque abbia la nostra età a trattenere una lacrima alla vista di questo attrezzo, che oggi è archeologia industriale, ma che ai tempi della nostra gioventù rappresentava il fiore della nuova tecnologia: il Gelosetto! Il primo registratore a nastro, scadente ma alla portata di tutti.

 

Lo abbiamo ritrovato l’otto aprile allo Spazio Risonanze del Parco della Musica in una mostra con un titolo più lungo del tempo che ci abbiamo messo a visitarla: “Frammenti di storia: L’Italia attraverso le impronte, le immagini e i sopralluoghi della Polizia Scientifica”. Una mostra fatta soprattutto di pannelli fotografici di tipo scolastico, quindi scarsi come appeal, però con qualche oggetto di interesse più che altro archeologico, tra cui l’emozionante reperto qui accanto fotografato.


Nessuna emozione.

E’ la sorprendente autodiagnosi che siamo stati costretti a formulare alla fine del giro nei saloni di Palazzo Braschi il pomeriggio del 10 alla inaugurazione della mostra “Canaletto 1697 – 1768”.

Naturalmente non era la prima volta che vedevamo le sue carinissime Venezie, con tutte le finestrine giuste sulle facciate, i campanili puntuti e le figurine dei passanti in mantella e bautta in Piazza S. Marco.

E malgrado sapienti accorgimenti dell’allestimento, tipo le pareti di alcune sale tinteggiate nello stesso identico azzurro dei cieli sulla laguna, e altri meno saggi, come far suonare dal vivo l’ovvio Vivaldi a un quartetto d’archi non proprio eccellente, non abbiamo cambiato opinione.

Però una cosa ci ha colpiti: una veduta (che non conoscevamo) della cordonata del Campidoglio con la scala dell’Aracoeli, piuttosto inquietante.

 

Ci siamo sentiti obbligati ad andare a controllare appena usciti. Effettivamente, a parte il contrasto fra l’idilliaca quiete del quadro coi panni stesi e le casette e la selvaggia realtà della foto, qualcosa di incongruo c’è: l’altimetria forse? Non capiamo.


Sospendiamo il giudizio.

13 aprile, all’interno di Porta S. Sebastiano, nelle Mura Aureliane, a cavallo della Via Appia Antica, si inaugura una mostra di opere degli allievi del Liceo Artistico Caravaggio. Mostra sulla quale, come direbbe, per cavarsi d’impaccio un critico d’arte professionista, sospendiamo il giudizio.

Comunque, come abbiamo notato spesso, a Roma più interessante dell’evento è lo spazio in cui questo ha luogo.

Il tratto delle mura che collega Porta S. Sebastiano con Porta Ardeatina è per l’occasione aperto al pubblico, e noi lo abbiamo percorso immaginando ciò che quelle rovine dovevano aver visto e vissuto in due millenni di storia, e soprattutto prendendo nota di uno straordinario capovolgimento di luoghi e significati.

L’esterno delle mura, visibile attraverso le feritoie per gli arcieri, che in passato doveva essere aperta e probabilmente spopolata campagna è ora tutto un gran traffico di automobili e motorini e scorci di periferie. Mentre l’interno, che ovviamente prima era la città popolata di case, botteghe, e magari ville, è ora una selvaggia foresta primordiale, liane e rampicanti, che si intravede attraverso gli archi del camminamento di ronda.

Una stravolta stupefazione di destini e storie. .


Ma, a proposito di storie, forse non tutti sanno che una novantina di anni fa gli austeri, anche se angusti spazi militari delle torri e delle postazioni per le catapulte di difesa della porta, erano stati restaurati, riarredati e messi a disposizione di uno dei più famigerati bellimbusti del regime, Ettore Muti, per un certo periodo segretario del Fascio, perché ne facesse uso come garçonniere, anzi, per adoperare un termine più adatto all’epoca, scannatoio, per portarci le ragazze che seduceva con il fascino della camicia nera.

Poi è finito come tutti sappiamo (particolarmente male per Muti), ma noi siamo riusciti a trovare una foto d’epoca, in cui i pavimenti spogli appaiono nobilitati (!) da pelli d’orso e i muri di mattoni grezzi impreziositi da tendaggi dannunziani; aggiungiamo al tutto un lettone peccaminoso e, hoplà, eccoci a un livello di cattivo gusto di sublime intensità, del tutto coerente con l’ideologia machista del tempo.

 

Aggiornamenti e confronti

Nell’attualità, la settimana corrente non ci ha offerto niente di interessante. Ma il passato sì; anzi, dopo qualche scavo negli archivi, ci sentiamo fortemente invogliati a fare dei confronti con il presente. Ne abbiano trovati di sorprendenti. Eccoli:

29 marzo 2015, stampa sportiva. GP di Motociclismo del Qatar. Valentino Rossi vince nel suo solito modo entusiasmante e sale sul podio insieme ad altri due italiani: festa grande, inno nazionale. Baci e abbracci e la regolamentare doccia di champagne.

Poi leggiamo che lo champagne (siamo in zona islamica) è analcolico. 

Qui c’e qualcosa di leggermente ridicolo, pur con tutto il rispetto delle tradizioni locali. Quelli vanno a 300 all’ora, si prendono a spallate sulla pista, rischiano la pelle e qualcuno ce la lascia; però lo champagne è analcolico. Mah!


6 aprile 2018. Con una notizia decisamente di colore locale il ridicolo esce dalla pista ed entra in cucina. Pare che il Rabbino Generale di Gerusalemme abbia dichiarato non kosher (siamo in zona ebraica), sulla base di potenziali intromissioni di insetti e vermetti nel cuore del delizioso alimento, il carciofo alla giudìa. 

Costernazione nei ristoranti del ghetto di Roma e di altre città d’Italia e del mondo. E stupefazione da parte nostra nel constatare che pur trovandoci nell’anno tecnologico 2018, nelle dispense di tanta gente continuano a vigere norme che (anche se avremmo la tentazione di definirle altrimenti) ci sentiamo comunque autorizzati a chiamare anacronistiche.

Da Facebook, 10 aprile 2015. “Nelle ultime ore i settori nordoccidentali dell’Italia sono sotto un massiccio attacco chimico. Dalle immagini satellitari della NASA si evidenziano chilometriche scie chimiche persistenti che si estendono dal Ponente Ligure a Piemonte e Lombardia. Se nelle prossime ore avvertite difficoltà a respirare, dolori ossei, febbre, rossore agli occhi, non è la primavera; basta alzare gli occhi al cielo per capire…” La fanfaluca sui poteri occulti e sulle loro trame ai nostri danni continua a inquinare i cervelli dei nostri simili, esponendo in magnifica evidenza l’umana stupidità. Mah!


Anno 2018 e probabilmente seguenti, la faccenda è di quelle a lunga durata. Una esigua, ma comunque pericolosa (per i propri e per gli altrui infanti) percentuale di genitori rifiuta di immunizzare i figli contro una quantità di malattie anche mortali che in passato facevano strage, convinti che le vaccinazioni possano provocare l’autismo. Si tratta del movimento NoVax, la più recente, ma di sicuro non l’ultima manifestazione dell’umana stupidità. Arimah!

Ottobre 1889. Dal diario di un alunno: “Provoca i più deboli di lui, ruba quando può, ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito. Odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate ed egli fa peggio. Sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo”. Non faremo ai nostri lettori l’oltraggio di svelare il nome di questo tipaccio, però per aiutarne il riconoscimento aggiungiamo che, più spesso che no: “l’infame rise”.

 

7 aprile 2018. Dalla cronaca (nera): “Prof. picchiati dai padri degli allievi: due aggressioni in un giorno”. A Palermo e a Torino, pugni e calci con conseguenti emorragie interne ed ecchimosi varie. Poi è venuto fuori che i ragazzi avevano riferito con qualche aggiunta di fantasia le presunte angherie subite dai professori. Gli adolescenti, si sa, si comportano spesso da lupi in veste d’agnello. Ma il vero aggiornamento è che i genitori una volta se ne andavano piangendo (vedi sopra) oggi menano. Mah!

1781. Mozart è cacciato a calci in culo dal conte Arco, camerlengo dell’arcivescovo Colloredo, presso il quale il nostro era a servizio, perché lui (Mozart) dopo il concerto pretendeva di cenare al piano di sopra con gli ospiti, pensando di averne il diritto, (primo passo verso l’ottenimento, da parte del padrone, del rispetto per l’artista: in pratica gli albori del diritto d’autore che avrebbe reso indipendenti questi ultimi) mentre l’altro (Colloredo), che lo considerava un servitore qualsiasi, voleva che mangiasse giù in cucina. 

Come si conclude l’aneddoto? Male: Mozart sbatte la porta, se ne va rinunciando ad avere un protettore nobile e, malgrado tutto il suo talento, finisce nella fossa comune del cimitero. Perché non c’era ancora il diritto d’autore.


8 aprile 2018. Sky, una delle piattaforme TV più importanti, di proprietà di Murdoch, decide di non pagare più i diritti d’autore su tutto quello che trasmette: musica, testi, filmati. Arriva addirittura alla faccia di bronzo di chiedere indietro quello che ha già pagato in passato alla SIAE, e quindi agli autori.

Due secoli di battaglie affondati dalla corazzata di un pirata dell’etere? Pare proprio di sì. Mah!

 

 

Approssimazione Romanesca

 

Manca l’acqua…

 

Noi, invece, non potevamo mancare alla molto attesa apertura al pubblico, pochissimi giorni fa, dell’appena restaurata Uccelliera Farnese al Palatino.

La giornata è bella, la folla molta, e, davvero inutile ripeterlo, lo spazio che fu il centro monumentale della Roma imperiale di due millenni fa, sempre unico.

Malgrado quindici secoli di rapina, spoliazioni e criminale distruzione a colpi di mazza di statue, colonne e cornicioni marmorei scolpiti da artisti sublimi, solo per farne calce con cui mettere insieme stalle e catapecchie, il luogo mantiene la sua maestà.

Intendiamoci, quando gli antichi reperti capitavano in mano a qualcuno un po’ più acculturato dei poveri contadini del medioevo, allora finivano sugli altari di qualche chiesa o nei saloni di qualche palazzo patrizio, sempre scriteriatamente rubati dalla loro collocazione originale, ma almeno non sbriciolati in una  fornace.

Torniamo al punto: il restauro dei due padiglioni rina-scimentali degli Orti Farnesiani è molto carino, i colori dei nuovi intonaci vivaci e all’interno ci sono delle belle statue ben restaurate e ben ripulite, però…


Però, già qualche giorno dopo l’apertura, il ninfeo che dovrebbe accogliere i visitatori ai piedi delle scale con fresche cascatelle in mezzo al capelvenere è senza acqua corrente, ma comunque ornato dal quasi obbligatorio aeroplanino di carta. Che sarà anche il risultato della maleducazione di qualche bambino, o genitore, ma, certo, l’intervento di un guardiano… (e ce n’erano tre, a un passo, ma troppo occupati a parlottare fitto fitto di turni e pause sindacali).

La vegetazione sulle finte rocce è ben brunita dal tempo e dall’arsura (sembra autentico cuoio antico), e sulle balaustre le piante di aloe, che dovrebbero essere succulente, carnose e vitali, in vasi ovviamente nuovissimi ma già imbrattati, o forse semplicemente non ripuliti dalla calce, tanto chi se ne accorge? sono in uno stato preoccupante.

 

Che dire? Dopo tanti anni di sperimentazione dobbiamo ammetterlo: è un fenomeno naturale, quindi incontrollabile. Si chiama: Approssimazione Romanesca.


 

…ma non manca la melassa

 

Ecco, di quella ce n’era in abbondanza a una presentazione a cui stiamo stati invitati in uno spazio bellissimo nella ex zona industriale del quartiere Ostiense.

Fondazione Exclusiva, si chiama questo spazio, ed è ricavato da un loft in disarmo, magnificamente recuperato, dotato di un’elegante illuminazione e, indispensabile antidoto alla zuccherosità della cerimonia, rifornito di ottimo vino secco e squisitezze gastronomiche salate.

Presentazione, dicevamo, di un libro di Alberto Simone intitolato “La felicità sul comodino - piccoli segreti per vivere meglio”.

Dichiarazione d’intenti impressa sul segnalibri di accompagnamento all’opera: “Se io provo fiducia in me stesso e negli altri, io sono la fiducia. Se provo amore per qualcosa o qualcuno, io sono l’amore”.

Un Libro Cuore riproposto oggi ai nipotini di De Amicis.

Un gruppo di attori giovani ne hanno implacabilmente letto molte, decisamente troppe pagine; dopodiché è arrivato il momento delle interviste buoniste condotte dalla signora D’Eusanio che non ha mai smesso di cinguettare complimenti agli intervistati (maschi) per i traguardi raggiunti, ma soprattutto per la loro bella presenza: il bell’autore, il bell’avvocato titolare della fondazione, il bel disegnatore impegnato con fogli e carboncino durante tutta la cerimonia, il bello ed eroico sportivo riuscito a diventare nazionale paraolimpico malgrado l’amputazione di una gamba, il bello e buon clown di sostegno ai bambini malati.

Gli altri, di cui non si poteva ragionevolmente sottolineare il lato estetico, comunque tutti “belle persone”.

Insomma, una faccenda davvero a rischio per un diabetico.

Per fortuna, come accennato in precedenza, la parte alimentare è risultata decisamente orientata sul salato: ricottine eccellenti, notevoli tortini di formaggi, gamberetti ben freschi e vini pregiati.

Si è in questo modo, e per fortuna, ritrovato l’equilibrio insulinico.

 

 


Trionfi e miserie

Trionfi…


Invitati, venerdì  23 marzo, alla Cappella Sistina per i Vespri Solenni della quinta settimana di Quaresima.

Primo: non c’è che dire, occasione unica. Intanto si entra senza subire l’interminabile coda d’ingresso ai Musei Vaticani, unica possibilità per un comune mortale di accedere alla Sistina.

Secondo: i presenti non sono numerosi come i visitatori normali del museo e questo dà un certo qual respiro.

Terzo: contrariamente a ciò che succede ai turisti che hanno pochi minuti per guardarsi in giro prima di essere cacciati, finita la funzione siamo stati liberi di gironzolare avanti e indietro e di rimirare non solo gli affreschi che, per quanto siano riprodotti ovunque, visti con i propri occhi continuano a essere strabilianti, ma anche di scrutare la meraviglia del pavimento cosmatesco della cappella.

Rombi, quadrati, triangoli composti di miriadi di pezzetti di marmi colorati e pregiatissimi, recuperati nei secoli bui fra le rovine dei monumenti romani.

In quei tempi tutto era ridotto in frammenti dai crolli e dagli incendi, e ciò ha evidentemente suggerito questo stile geometrico e pittoresco, e soprattutto basato sul recupero, in un’epoca poverissima, di materiale ricchissimo, ma a pezzi.

Riflessioni accompagnate e arricchite dalla suggestiva esecuzione di salmi, inni, antifone della liturgia da parte di un magnifico coro sostenuto e indirizzato da un organo molto partecipe.

Un godimento oltre ogni considerazione di fede, anzi capace di sostituirla a un livello altrettanto elevato per noi, religiosamente scettici ma artisticamente devoti.

 

 



...e miserie

 

E allora oggi, Domenica delle Palme, abbiamo sentito il bisogno di controbilanciare tutto quel trionfo di sensazioni con cui ci aveva viziati il miracolo michelangiolesco della Cappella Sistina.

Così, aiutati da una bella giornata di sole dopo tutta la pioggia passata, ce ne siamo andati a cercare qualcosa di più terra terra, di meno simbolico insomma, ma sempre nella storia. E abbiamo trovato un paio di cosette niente male.

Questa, affacciata su Piazza Fiume dalle Mura Aureliane,
eccola qua: una bella latrina pensile per i soldati di guardia. Non sappiamo se risalga all’epoca romana, o se sia un’aggiunta medievale. Fatto sta che non è difficile immaginarne il funzionamento in un’epoca in cui l’igiene era approssimativa e non c’erano di sicuro né acqua né scarichi. Ci si accucciava su un buco, magari sbirciando dalla feritoia, e via.

Probabilmente c’era una protezione interna (due tondi sfalsati di legno o di pietra ruotanti su un perno?) per evitare che l’armigero rimanesse infilzato da una freccia nemica scoccata dal basso proprio nel momento del bisogno, ma per consentire, una volta espletata la funzione, lo scarico del materiale.

Facile immaginare il fetore di questi bugigattoli (ce n’erano parecchie decine lungo tutto il perimetro), mentre ci sorprende sempre la constatazione che fuori delle mura si stendeva evidentemente la terra di nessuno, un luogo dove tutti buttavano tranquillamente di tutto, considerandola (e forse lo era davvero) una discarica.

Quest’altra si vede dall’alto di una torre del museo di Porta San Paolo. Quasi di sicuro si trattava dell’abitazione del comandante del corpo di guardia in epoca post romana: una catapecchia inequivocabilmente medievale appollaiata sugli archi della controporta.

Medievale come rozzezza di costruzione, ma oggi sicuramente adattata a confortevole e anche civettuolo alloggio di un contemporaneo, probabilmente il custode del museo, come si deduce dalla presenza di una moderna cappa di caldaia, di un condizionatore, di alcune piante in vaso e di un’antenna parabolica.

A questo punto ci pare proprio di essere tornati più vicini alla terra. Siamo a posto.

   

Sense of humour


Il nostro amico compositore Fabrizio De Rossi Re ha uno spiccato sense of humour. E non è facile, non crediate. Sono pochi i musicisti (anzi, gli artisti in generale) dotati di questa caratteristica preziosa.

Bene, ne ha profuso in abbondanza per mettere in scena una piccola perla di soli trenta minuti alla Biblioteca Vallicelliana venerdì 16. Trenta minuti, per assistere ai quali abbiamo dovuto aspettare un’ora, metà in Piazza della Chiesa Nuova, al freddo e al gelo, l’altra metà nel salone, peraltro magnifico, al secondo piano dell’Oratorio dei Filippini; e per questa ora in più siamo stati noi a dovere mettere in scena il nostro sense of humour.

“Les Diables Amoureux”, nell’ambito della IX Settimana Francese a Roma, si chiama il collage di testi di Apollinaire e Pasolini, letti benissimo da Simona Marchini e commentati dal magnifico chitarrista Palamidesi, dalla suggestiva vocalista Pellegrini, coordinati dall’ironico pianista, compositore e concertatore, appunto l’amico De Rossi Re.
Spettacolo e finale: ottimi. Il problema, senza nessuna responsabilità degli artisti, è nato prima, quando ci siamo trovati con un bel gruppo di persone, alle 19, ora annunciata nell’invito via e-mail, davanti al portoncino del luogo incriminato, con un cerbero a impedire il passaggio ai non prenotati. (Si noti che, oltre all’orario sbagliato sull’e-mail, che nella brochure in sala era diventato le 19.30, nell’invito non era neanche specificato l’obbligo di prenotazione).

Battibecchi, proteste, minacce, urla all’italiana di: “Io la denuncio!” “E io la querelo!”, e poi, comunque, si finisce sempre col sottostare al solito malvezzo romanesco, per cui, per quanto il pubblico si sforzi di essere educato e puntuale, finisce comunque sbeffeggiato dalla cialtroneria delle istituzioni e dalla inefficienza della loro organizzazione.

Ma, come abbiamo detto, per fortuna c’è sempre il salvagente del sense of humour.

E in più, aggravante o attenuante? la solita irresistibile bellezza dei luoghi dove i misfatti vengono perpetrati.

 

 



“Caduta in un gorgo di torbide passioni”

Per saltare al secondo evento della settimana, il 17 marzo, ci torna utile citare di nuovo il nome di Simona Marchini che insieme a Pino Strabioli presenta l’autobiografia (dal melodrammatico titolo citato qui sopra) di Miranda Martino.

Siamo al Parco della Musica, nel secondo giorno della rassegna “Libri Come”, e quello che ci troviamo fra le mani è un divertentissimo diario, in cui non vengono risparmiati nomi e cognomi di buoni e cattivi, che ripercorre la lunga carriera artistica della cantante, attrice, soubrette, la quale, pur avendo abbondantemente superato l’ottantina risulta perfettamente in grado di tenere testa con supremo sense of humour a domande e battute di pubblico e relatori.

Sono pagine da cui emerge una narratrice arguta di grandi fatti, e nello stesso tempo si svela una pungente investigatrice delle bassezze d’animo di finti amici, imbroglioni del sottobosco dello spettacolo, di furbacchioni che approfittano del fatto che la star è una donna (non dimentichiamo l’epoca dei fatti) per insidiarla e poi ricattarla. Ma Miranda ha sempre “galleggiato sulla vita”, per ripetere una brillante definizione della Marchini, senza mai rischiare di andare a fondo.

A un certo punto si mette perfino a cantare, a cappella naturalmente, un testo di Santa Teresa D’Avila, in spagnolo e sull’aria della famosa canzone napoletana “Santa Lucia”, tratto dalla lettura “L’Ultima Estasi” recentemente attuata da Rosa Di Brigida, con Francesco D’Ascenzo e Miranda, nella chiesa di S. Maria in Monterone.
Ci ha sorpreso vedere, oltre a noi di lei quasi coetanei, un bel gruppo di ragazzotti venti-trentenni che facevano il tifo e sapevano tutto di colei che avrebbe potuto essere abbondantemente la loro nonna. Una constatazione confortante per una vecchia artista che in questo modo si assicura una polizza contro l’oblio.

 

Appena usciti dall’Auditorium, ci siamo trovati circondati da una turba di corpulenti anglosassoni in gonnellino e chiaramente sotto l’influenza di abbondanti bevande alcoliche, fuorusciti dalla stadio dove la Scozia aveva appena battuto l’Italia a rugby.

Timorosi per la nostra incolumità, siamo saltati al volo sul bus della linea C 3, di cui si può ammirare sul display il nome completo (in effetti fa servizio fra il cimitero Flaminio e il centro città, ma una denominazione più neutra magari la potevano trovare).

Ci è sembrata una quanto mai opportuna chiusura della giornata, sempre all’insegna del sense of humour, ma stavolta, giureremmo, del tutto involontario da parte di un’azienda comunale, notoriamente con un piede, se non tutta la gamba, nella fossa.

 

 


L'immortalità

Nei giorni scorsi, oltre al decesso della sinistra, abbiamo dovuto registrare anche quello di Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore, scrittore e parecchio altro ancora. Essendo nato nel 1910, ne ha avuto di tempo per fare un bel po’ di cose.

Naturalmente, come era successo con la Levi Montalcini, quando muore un ultracentenario, e non uno di quei vecchietti rimbambiti che si vedono ogni tanto nei Tg regionali, ma un premio Nobel o un intellettuale famoso, ci rispunta questa speranza di immortalità che in fondo è il mito di tutti gli uomini.

Tanto forte è il nostro desiderio di arrivarci che da sempre e con grande successo, leggende, studi scientifici di dubbia serietà, ricerche geografiche viranti al new age e adesso anche la nostra grande mamma informatica, la rete, ci forniscono storie di popoli che hanno scoperto la formula della vita infinita.

Abbiamo i centenari del paesello sardo, quelli del villaggio del Caucaso e gli altri del pueblo sulle Ande. Ma i più in gamba di tutti sono gli Hunza. Gli Hunza vivono in un’inaccessibile vallata dell’Himalaya. Secondo i testi in rete, un’abbondante percentuale di questa brava gente campa come minimo un secolo. Alcuni arrivano ai centotrenta, e c’è chi ha raggiunto i centoquarantacinque anni. Per non parlare delle loro indomabili capacita di generare fino a tarda età.

La formula? Naturalmente andare sempre a piedi, mangiare poco e sano, frutta e verdura non trattata, niente carne, fumo o alcool. Niente stress. Fare per tutta la vita un lavoro per il quale non serve il cervello: zappare, seminare, raccogliere. Tranne questa trovata del cervello in pausa, tutto sacrosanto. Forse un tantino noioso, ma di sicuro sano.

Noi che il cervello cerchiamo di farlo andare, magari non sempre con successo, abbiamo un’altra teoria per spiegare tutti questi miracolati. Si sarà notato che, contrariamente a Dorfles che era di Trieste, perciò documentato, i vecchietti secolari abitano sempre in angoli sperduti del mondo, su vette irraggiungibili, o in fondo a vallate sconosciute.

Bene, la spiegazione del fenomeno è una sola, secondo noi: l’anagrafe. Nel senso che da quelle parti non ce n’è, e non ce n’è mai stata una.

Come si fa a certificare l’età di un anziano che dichiara di avere centoquarantacinque anni, quindi è nato, diciamo, nel 1873, in una sperduta valle del Karakorum? Facile inventarsele, le date, anche in buona fede. Il tempo, si sa, se è un concetto relativo per noi, figurarsi per quei signori che ne avranno di sicuro un’idea piuttosto fluida.

Però, siccome del mito tutti abbiamo bisogno, allora ce lo teniamo così: razionale o no.

 

Per ora. Poi, i futuri progressi della medicina, chissà…


Cinquanta sfumature di rosso: sulla pelle e nei quadri.

 

Il rosso è il primo colore riconosciuto come fondamentale dall’umanità. Ed è facile capire il perché: il sangue, il fuoco, la passione, la guerra. Poi, saranno anche passati secoli o millenni, ma noi continuiamo a confermargli il suo valore primario: sugli abiti dei re, dei papi e dei cardinali, sul red carpet delle attrici, sulla carrozzeria della Ferrari, sul logo della Coca Cola.

Appuntamento mensile, con questo titolo un po’ malizioso, presso DermArt (i nostri lettori ormai sanno che si tratta di incontri con dermatologi che si dilettano del confronto fra esperienze mediche e parallele osservazioni artistiche; e avranno anche capito che andandoli a trovare si impara sempre qualcosa).

Stavolta si è parlato del valore diagnostico, per un dermatologo, del colore rosso, che quando è normale, essendo la tinta dell’emoglobina, annuncia una pelle sana. Ma quando la pelle sana non è, con le sue variazioni permette di scoprire a colpo d’occhio dov’è il problema.

E a questo punto, sullo schermo della sala, accanto ai ritratti di Raffaello e alle plastiche bruciate di Burri ci sono stati serviti lembi di epidermide coperti di ogni genere di schifezze, dalla pityriasis rubra pilaris alla porpora senile.

Roba da non credere, un’esperienza davvero particolare: non solo per la straordinaria varietà cromatica in grado di denunciare i problemi all’occhio esperto del medico, o a quello del paziente un po’ curioso: dall’arancione, giù giù fino al bruno cupo o addirittura al bluastro, ma anche per quel subdolo impulso che ci spingeva, durante la chiacchierata, a grattarci dappertutto (con circospezione, intendiamoci) di fronte all’esibizione di eczemi, eritemi e psoriasi.

Alla fine dell’evento, mentre brindavamo con un bicchiere di vino (rosso, naturalmente) ci siamo ricordati di un appuntamento di circa un anno fa, sempre con DermArt, in cui si era già parlato di rosso; non della pelle, però, ma dei capelli.

E anche in quell’occasione avevamo acchiappato qualche notiziola curiosa: 1. Il gene dei capelli rossi è apparso circa ventimila anni fa, che è un battito di ciglia nella storia dell’evoluzione umana, e si prevede che verrà riassorbito, estinguendosi, entro pochi secoli. 2. I rossi non sono più del tre per cento dell’umanità. 3. Pare che più degli altri siano reattivi al dolore e quindi in sala operatoria abbiano bisogno di anestesie più forti. 4. Per ultimo, oltre al fatto di essere da sempre considerati diversi e quindi sottoposti a sberleffi da piccoli e a persecuzioni da grandi, compresi i roghi dell’Inquisizione, soprattutto le donne per sospetta stregoneria, si ritrovano, e questo naturalmente riguarda solo i maschi, a non essere neanche considerati come donatori, perché, a quanto pare, del seme dei rutiliani (definizione ufficiale degli individui con i capelli rossi) le banche del seme non ne vogliono neanche sentir parlare.

 

Il colmo.

Problemi digestivi

Cibi  pesanti e digestivi scadenti


Un po’ fragile l’argomento dopo mezzo secolo; abbastanza scontati gli interventi a base di “io c’ero”; scomodissimi gli sgabelli; pessime l’amplificazione e l’acustica nel salone delle colonne della GNAM, dove, il 15 febbraio, ha luogo la presentazione della mostra “Beat Generation: Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia”.

Per non sprecare quel che ci resta da vivere nel tentativo di decifrare l’uscita degli altoparlanti mal regolati, ce ne andiamo a zonzo per la Galleria, senza aver afferrato un gran che delle chiacchiere ufficiali.

E ci imbattiamo nella similcarcassa di un similcavallo appesa alla parete di una sala dedicata a Berlinde de Bruyckere e intitolata “We are all flesh”.

Siamo tutti carne. Nell’arte gli animali squartati o appesi ai ganci non sono certo una novità (Rembrandt, Guttuso, Hirst), come non lo è la voglia di scuotere il pubblico con crude rappresentazioni di efferatezze umane e bestiali.
D’accordo allora: siamo a disposizione. Che ci si scuota, che ci si sbatta in faccia l’orrore, che ci si tiri fuori con violenza dalla bambagia borghese! Anche a questo serve l’arte.

Ma bisogna farlo davvero, senza presentare un ridicolo cartellino di scuse come questo, incollato al muro accanto all’opera.

La violenza e l’orrore sono sofferenza. Giusto. Brava Berlinde. L’imbarazzo (nostro) sta in quel paio di frasette buoniste, all’americana, che seguono: un digestivo politicamente corretto che neutralizza il piatto troppo forte, che ci rassicura e ci rimette a posto lo stomaco. “Nessun animale è stato ucciso…”

Ma c’era bisogno di ricordarcelo? E allora la provocazione, dove va a finire?

 

A meno che in queste frasette non ci sia del sarcasmo,  ma ci sembra mooolto improbabile.


Otto marzo, a proposito di donne

 

Ci stiamo avvicinando a questa data, ultimamente un po’ appannata, e andiamo a ripescare una vecchia intervista che ci sembra particolarmente adatta alla circostanza (nel bene e, soprattutto, nel male).

Tieri - Lojodice erano non solo una ditta teatrale molto famosa all’epoca, ma anche un matrimonio di quelli che a tutti sembrano semplicemente granitici.

Il 21 gennaio 2017, a pagina 45 di Repubblica appare un articolo intitolato: “Caro Aroldo, forse un giorno ci perdoneremo”, in cui Giuliana Lojodice riferisce alcune spiacevolezze, camuffate o magari anche sinceramente vissute come grande amore (questo non lo sapremo mai), della sua vita con Aroldo Tieri.
Dunque (citiamo rigorosamente le parole dell’intervistata), tanto per cominciare, quello che legava i due era “…un sentimento totalizzante che auguro a tutte le donne”, però… però lui era “…calabrese, maschilista e femminaro: prima di me aveva avuto donne importanti”. “Era attaccato al suo passato e sapeva bene che i suoi racconti non facevano che acuire la mia gelosia”. “Non mi ha mai detto: ti amo. Al massimo: Giuliana, provo una leggera inquietudine”. In più lui si ergeva a premuroso sostegno professionale per lei: “Quando mi facevano i complimenti in camerino, lui con la manina esortava a contenere l’entusiasmo, perché se no, poi a casa…”

“I figli ne hanno risentito. Per questo non posso dire di essere stata davvero felice”. “Lui non amava i bambini e voleva un possesso totale su di me”. “A ottant’anni decise di smettere, e fu un dramma perché voleva che anche io lasciassi il teatro. E quando scelsi di continuare a lavorare scese fra noi una grande freddezza”. Negli ultimi anni Giuliana dovette ricoverarlo in clinica, e lui “…talvolta fingeva di non riconoscermi, oppure mi insultava”. E alla fine, saporita ciliegina sulla torta, nel suo testamento “…si è vendicato di me lasciando tutti i suoi averi a un nipote”.

Impossibile entrare nell’anima delle persone, lo sappiamo, e forse dovremmo fermarci qui.

Però, questo grande amore continuamente tirato in ballo sarà anche un sentimento totalizzante, ma di augurarlo a tutte le donne, a meno che non siano inguaribilmente masochiste, proprio non ci sembra il caso.

 

Più che un nobile sentimento, ci pare un piatto pesante e difficile da digerire.


La bella gioventù

 

LA BELLA GIOVENTU’

 

 La nostra amica Dobrina Gospodinoff, flautista e primo ottavino dell’Orquesta Filarmònica de Gran Canaria ha scritto un libriccino di fulminanti miniracconti. Eccone uno: “Ci eravamo dati appuntamento in questo bar con gli antichi compagni di liceo, ma a quanto pare non è venuto nessuno: c’è solo una tavolata di vecchietti là, in fondo alla  sala.”

Noi invece, consapevolissimi, anche se non troppo preoccupati del passare del tempo, organizziamo pranzi con gli antichi compagni di un’altra scuola: la mitica casa editrice musicale ed etichetta discografica RCA. E ci riuniamo in questo ospitale e ottimo ristorante di pesce a Viale Mazzini, vicino alla Rai, il “7 Gradi Nord”, dove, martedì 20 alle 13, in cinque facevamo 412 anni.

Certo, insieme al gran numero dei secoli, c’è anche quello degli acciacchi, con relative protesi. Due set di apparecchi acustici, quattro coppie di cataratte fatte e una in programma, un bastone, una stampella e una Molla di Codevilla (!), qualche testa di femore incrinata, qualche anca da rinforzare e naturalmente, sulla tovaglia, una batteria di portapillole. Di prostata non si è parlato per pudore.

Davanti a un gran piatto di cozze e forniti dei bavaglini di ordinanza (perché talvolta la mano trema e la cravatta s’impatacca), la vecchia e purtroppo ormai defunta RCA è presente con il suo direttore artistico, con il capo delle Edizioni Musicali, con il responsabile dell’Ufficio Internazionale, con quello dell’etichetta Tamla Motown e con un suo musicista compositore e strumentista.

Forse non è inutile ricordare che la RCA, negli anni ’60, quando nessuno di noi ancora immaginava di diventare decrepito così presto, rappresentava il centro magico della produzione di musica, della scoperta di talenti, del lancio di artisti in Italia. C’era la più grande sala di registrazione d’Europa, una delle principali presse per la stampa dei vinili nel mondo, e soprattutto c’era il bar, dove capitava di prendere un cappuccino con Sinatra o mangiare un supplì con Rubinstein. O semplicemente di accordarsi fra ragazzi sconosciuti, magari per partire insieme su qualche progetto.

E noi tutti eravamo là, chi a dirigere, chi a realizzare e chi a proporre, divertendoci e convinti di fare un bel gioco e poco più. E pensavamo, come spesso si fa quando la vita scorre, che fosse solo piccola cronaca locale, per poi accorgerci, dopo qualche anno, che invece era La Storia.

Questa consapevolezza arriva spesso tardi, ma se uno è ancora in circolazione, allora gli è anche permesso di pavoneggiarsi un po’ e magari raccontarsi, senza troppo recitare la parte del saggio testimone dell’età dorata, a qualcuno dei giovani che ancora credono al mito


Naturalmente, una giornata cominciata così non può che continuare sullo stesso pentagramma. Perciò, dopo una sobria cena per bilanciare la strage di molluschi del pranzo, tutti al Fonclea, quarantennale cantina di jazz del quartiere Prati, dove in molti hanno debuttato e in molti continuano a suonare.

Sul palchetto, davvero risicato, da cui si rischia di precipitare a ogni assolo particolarmente sentito, ci sono naturalmente amici, coetanei e anche più giovani, i quali salgono e scendono alternandosi finché…

Finché dal pubblico emerge, accompagnato da un mormorio di meravigliata approvazione, nientepopodimeno che il VERO decano dei musicisti romani.

Nato il 4 aprile 1924, quindi fra pochissimo novantaquattrenne, già swingante durante la seconda guerra mondiale e trionfante all’arrivo degli americani, e poi mai più senza pizzicare una corda, il nostro monumento: Carlo Loffredo!

Si è fatto cedere lo strumento, lo ha abbrancato da padrone e si è buttato in uno swing ricco di soli arditi, tosto, energico e soprattutto con le note giuste, impresa nella quale non tutti i contrabbassisti riescono, né a vent’anni né dopo.

Poi è balzato giù dal periglioso pulpito e si è avviato verso casa, sornione.

L’una passata e nessun segno di stanchezza.

 

Appunto, come dicevamo all’inizio: la bella gioventù.

Bernini di qua, Bernini di là

La grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese

 

Prenotazione obbligatoria non facile da avere, prezzo sostenuto, ingresso in truppa e solo due ore a disposizione prima di essere cacciati. Ma, certo, vale la pena.

Non tanto per i soliti fantastici gruppi del Ratto di Proserpina, di Apollo e Dafne, del David, che tutti conosciamo benissimo, anche se rivederli non fa di sicuro male, quanto per la sfilata di busti in bianco e nero di papi e cardinali, marmo e bronzo, in cui Bernini dà la misura della sua strabiliante capacità di catturare il carattere dei suoi soggetti e sbattercelo in faccia meglio di quanto riesca a fare una foto a colori oggi, quattrocento anni dopo.

E poi, una sorpresa: la serie di olii. Non solo il suo celebre autoritratto, ma altre facce di sconosciuti, di prelati e di papi, che probabilmente servivano come studi per futuri busti o statue.

 

E’ il solito discorso: all’epoca sembra che tutti sapessero fare tutto e bene. I geni, naturalmente, sapevano fare tutto anche loro come gli altri, ma meglio.

E, a proposito di statue, abbiamo visto per la prima volta un non finito beniniano (convinti che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo) e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa.

Eccola in tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.

Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese, e che soprattutto, come sempre fanno i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne.

PS. C’erano anche parecchie opere di papà Pietro: gran virtuosismo e poca anima. Chiaro che il suo merito principale è stato fare quel figlio più bravo di lui.

 

 


Fiat lux a tariffa 


Nuova sontuosa illuminazione interna a Santa  Maria Maggiore. Inaugurata il 19 gennaio alla presenza dell’ex re Juan Carlos di Spagna y señora, e realizzata dall’Enel insieme alla Fundaciòn Endesa, sponsor.

Non lo sapevamo ma in questa occasione è venuto fuori che tra S. Maria Maggiore e la monarchia spagnola c’è, fin dai secoli passati, un fortissimo vincolo, tanto è vero che per tradizione il Re di Spagna ne è protocanonico onorario.

Tutto è cominciato a suo tempo con l’alto patronato accordato alla basilica da re Filippo IV, di cui, sotto il portico, c’è una bellissima statua su bozzetto di Bernini, ma realizzata da un suo allievo.

E questo è il primo nesso con Bernini.

Un altro, ancora più forte lo si trova sulla destra dell’altar maggiore: la tomba di Gian Lorenzo e famiglia.

 

Ci hanno detto che il lavoro con le luci è riuscito benissimo e allora, via di corsa a verificare.

Fuori affrontiamo una fila umiliante con metal detector e controlli da aeroporto, sotto la minaccia di fuciloni decisamente tecnologici imbracciati spensieratamente da soldatini decisamente artigianali (con quale potenziale rischio è facile intuire) di guardia sotto una ridicola tendina da spiaggia con su scritto “Esercito - Operazione Strade Sicure”.

Finalmente riusciamo a entrare nella magnifica basilica: marmi, ori e mosaici dappertutto. Due cappelle mirabili, la Paolina e la Sistina, che più barocche non si può; in sottofondo, dagli altoparlanti, un coro gregoriano decisamente fuori epoca.

Sorpresa: si paga per vedere la luce!

Il fedele ha ben tre opzioni: Soffitto, un euro. Mosaici e affreschi della navata, un altro euro. Arco trionfale e abside, ancora un altro euro. Totale: euro tre.

Ma allora lo sponsor a che serve? Così siamo capaci tutti. Abbiamo girato i tacchi e ce ne siamo andati stizziti, forse anche un po’ ridicoli nella nostra virtuosa indignazione.

Il fatto è che ogni tanto ci capita di comportarci come vecchie zitelle; lo abbiamo fatto davanti ai Caravaggio di S. Luigi dei Francesi (un euro per pochi secondi di luce), e a quelli di S. Maria del Popolo (stesso ricatto).

 

Non chiediamo di arrivare all’esproprio proletario dell’arte, ma insomma, reverendi arcipreti, un po’ di misura!

Quattro centimetri al secondo

Quattro centimetri al secondo

 

Non uno di più né uno di meno. E’ la velocità giusta perché una carezza risulti gradita a chi la riceve e trasmetta il suo messaggio di conforto, affetto, rassicurazione, protezione.

A controllare questa inaspettata corsa a cronometro abbiamo sotto la pelle una quantità di ricettori: dal corpuscolo di Meissner a quelli di Pacini, di Krause e di Ruffini (caldo, freddo, pressione, ruvidezza, ecc.). E così, a seconda del momento, del partner e del bisogno, una carezza può passare dall’erotismo più sfrenato alla tenera consolazione madre-figlio, al rapporto vincolante cane-padrone.
E poi abbiamo imparato come nei secoli, anche nel campo medico, si sia sempre riusciti a dare la colpa agli altri. Di cosa? Ma di quello che oggi fa sorridere, ma una volta era una delle peggiori piaghe dell’umanità: la sifilide.

Il quale malanno, importato per la prima volta in Europa dai marinai di Colombo diventò mal francese o morbo gallico per gli italiani, mal napoletano per i francesi, mal dei tedeschi per i polacchi, mal dei cristiani per i turchi, dimostrando soprattutto una cosa: che i portatori erano quelli che all’epoca viaggiavano di più e soprattutto ne facevano di tutti i colori: i soldati mercenari.

Che, naturalmente, dopo ogni scorribanda tornavano a casa e contribuivano a un’efficace distribuzione di germi e bacilli.

 

Tutte queste belle informazioni le abbiamo piacevolmente apprese il 9 febbraio in un appuntamento intitolato: “Eros e pelle: dalle malattie sessuali alle icone dell’arte”. Uno degli incontri mensili (dei quali siamo ormai diventati appassionati) organizzati per la rassegna “Questioni di pelle”, da DermArt, associazione di dermatologi interessati all’arte, che in queste occasioni intrattiene il pubblico, anche di non professionisti del ramo, in modo istruttivo sempre, e spesso divertente, grazie al suo brillante conduttore Massimo Papi, dermatologo lui stesso, pittore e, anche se siamo certi che non faccia parte del normale curriculum di un medico, intrattenitore.


PS. Piccola nota per gli appassionati di Roma


Chiunque, per caso o per studio, sia a conoscenza del perché, da molto tempo ormai, i gruppi scultorei in cima alla facciata della Galleria Sordi ci salutano incappucciati di tela, è pregato di farcelo sapere con la massima urgenza.

 

Non prendeteci per pazzi: queste foto di pochi giorni fa testimoniano un fatto davvero curioso. Sono anni che queste sculture si affacciano su Piazza Colonna avvolte nei loro sudari. All’interno della Galleria nessuno ne sa niente, all’esterno, figuriamoci. Restauri programmati e soldi finiti? Sbriciolamento della pietra e pericolose cadute di materiale? A chi chiederlo? Il mistero continua. Fateci sapere.


PS. Nota ancora più piccola (semibiscroma) per gli addetti ai lavori (musica).

 

Ci siamo affacciati alla sala prove dell’orchestra dei bambini al Parco della Musica, e siamo anche riusciti a rubare una foto (da lontano e con molta circospezione; non vorremmo essere denunciati per molestie) e ci siamo accorti che, su tre, due contrabbassi dell’organico, naturalmente piuttosto eterogeneo, erano suonati da bambine (il terzo non si vede bene, quindi non possiamo dire).

Questa è una bella novità. Come i colleghi strumentisti sanno, tranne Esperanza Spalding e poche altre, le contrabbassiste, specie nelle orchestre classiche, sono davvero una minoranza estrema.

 

Forza, ragazze!

Un diamante è per sempre

 

Bulgari

 

A sentire le ragazze, pare che sia davvero una sensazione paradisiaca che, anche se solo per un momento, ti rende più bella la vita. Non sappiamo se rende più bella la vita, la faccia, di sicuro sì. Basta guardare queste foto: dallo stupore all’estasi.

Ogni mese la Maison Bulgari invita alcuni amici nel suo museo, due sale al primo piano di Via Condotti, sopra il negozio.

Ci sono gioielli di straordinario splendore, da sempre di proprietà della ditta o magari ricomprati in aste intorno al mondo, oppure dati in prestito da collezionisti o clienti (Elizabeth Taylor, tanto per fare un esempio), e naturalmente non in vendita. 

Caterina Riccardi, curatrice del museo, racconta la storia straordinaria della famiglia Bulgari, che sembra uscita da un libro di favole per bambini (o anche per adulti affascinati).

Poi la fiaba diventa realtà perché, alla fine del racconto e prima di passare alle tartine con champagne, le collane escono per qualche minuto dalle bacheche blindate e vanno a posarsi, per un emozionante giro di prova, al collo di alcune delle signore presenti: quelle che riescono a vincere l’inevitabile soggezione che gioielli di quella portata provocano. 

E che sono, come dicevamo, pronte a vivere questo sorprendente momento di estasi.



Il Signor Millepiedi (Monsieur Millepied)

 

2 febbraio, ore 11.30. L’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese si apre a noi comuni mortali per la presentazione di Equilibrio Festival 2018. Controlli elettronici ed esibizione di documenti all’ingresso, poi si entra in questo pomposo ma bellissimo edificio, monumento alla megalomania familiare di Papa Paolo III Farnese (quello che indisse il Concilio di Trento, fonte di molte importanti restrizioni nella storia della Chiesa, fra cui l’obbligo di mutandoni sui nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina).

In uno dei magnifici saloni ci viene esposto il programma del Festival dal señor Josè Dosal, AD del Parco della Musica, di cui abbiamo spesso sottolineato l’eloquio spagnoleggiante, a volte sgrammaticato ma sempre divertente, anzi magniloquente, seguito da Roger Salas, direttore artistico del festival, anche lui spagnolo, anche lui sgrammaticato, ma molto meno divertente, anzi, diremmo proprio noioso, con tutti i suoi mmm, mah, eh… che certo non contribuiscono alla leggerezza del parlare.

Un sorriso malignetto serpeggia fra il pubblico quando el señor Salas, dopo aver farfugliato qualcosa nella lingua dei padroni di casa, si scusa per la sua cattiva “pronunciazione fransesa”.

Il programma è interessante, gli artisti di livello, i nomi sono quelli giusti: bisogna proprio andare agli spettacoli. A questo punto ci sentiamo obbligati a segnalare, pescandola nella lista degli eventi, una produzione presentata dal Ballet de l’Opera de Lyon.

Si intitola “Sarabande”. Autore ne è il coreografo francese oggi più quotato sulla scena internazionale, Benjamin Millepied.

E adesso eccola che ci scappa, spontanea e inevitabile anche se forse irrispettosa, la domanda: è possibile rimanere seri di fronte a un ballerino con un nome come questo?

Pensiamo proprio di no. 

 

Palazzoni e Palazzacci

Maxxi

 

L’edificio è straordinariamente ben riuscito dentro e fuori: volumi immensi, linee curve, passerelle sospese, grandi vetrate, pavimenti inclinati. E’ lui l’opera d’arte. perché tutto quello che ci abbiamo visto dentro non ci è sembrato mai all’altezza del contenitore.

Eravamo lì martedì 23 per dare un’occhiata, appunto, a qualche contenuto, e non possiamo certo dire di aver cambiato idea sul rapporto fra opere in mostra e spazio espositivo. Pronti per  andarcene, per fortuna il percorso chilometrico ha richiesto più del previsto.

Tempismo perfetto per la nostra uscita dal ventre del Maxxi. Con un tepore da primavera avanzata, ci ha accolti il giardino: una specie di campus universitario americano, sparso di studenti appollaiati sulle sedie del bar, di bambini non urlanti e di mamme non sgridanti: una rarità per casa nostra.

E in più, in quel preciso momento andava in scena uno spettacolo unico: il tramonto romano. E già questo… ma poi, alzando gli occhi su quella specie di pulpito a cannocchiale che sporge dalla facciata del museo, chiuso da una parete di vetro ormai in ombra, siamo rimasti fulminati dallo stupore di quelle case gialle di sole morente specchiate nei normalmente neutri cristalli.

Una visione di bellezza urbana che neanche le Dolomiti a Cortina.

Ci siamo chiesti quanto ci fosse di casuale in questa magnificenza.

Ma poi, l’ammirazione che abbiamo per Zaha Hadid ci ha convinti che la grande architetta aveva sicuramente previsto che a quell’ora di quel pomeriggio di gennaio il sole avrebbe incendiato precisamente con quella sfumatura d’oro riflesso l’altrimenti banale condominio umbertino di Via Masaccio.

 

 

La Usl al Palazzaccio

 

Il Palazzo di Giustizia di Roma (il Palazzaccio) è tutto un leone ruggente, uno scudo guerresco, un cornicione retorico, una colonna imperiale. La prosopopea di inizio secolo scorso fatta pietra dal criticatissimo (all’epoca e anche dopo) architetto Calderini.

Insomma, si tratta di una costruzione malata di gigantismo, nata cent’anni fa per  l’amministrazione della giustizia, ma destinata a scivolare nel Tevere per il troppo peso del troppo travertino con il quale si era ricoperto tutto il ricopribile. Poi salvata miracolosamente, ma non definitivamente, con ripetute iniezioni di ricostituente.

 

Bello non è; imponente, di sicuro sì. Ma c’è un problema: nelle viscere di questo cigno marmoreo che rappresenterà nei secoli futuri (ammesso che i rappezzi continuamente richiesti riescano a mantenerlo in vita) le manie di grandezza della nazione nata da poco, si nasconde un brutto anatroccolo che mai avremmo immaginato potesse esistere, se il nostro medico di base non ci avesse mandato proprio lì per un controllo: un ambulatorio della Usl. 

Apri la porta, entri nelle anguste stanzette del presidio sanitario ed è subito naufragio dell’architettonico trionfo. Ma questo potevamo immaginarlo. Il bello viene dopo. Fatta la visita, il paziente, che per entrare nell’edificio ha dovuto lasciare un documento all’ingresso, è totalmente libero di andarsene in giro per i sacri luoghi della giustizia: gli immensi corridoi, le passatoie rosse, i faraonici scaloni, su fino alle terrazze
che invece, sotto la protezione della quadriga bronzea di Ettore Ximenes, hanno una dimensione, e una trasandatezza, molto più domestica.

Non si incontra un’anima…

Dovremmo preoccuparci per la sicurezza delle istituzioni?

 

 


Snob & Chic

Circolo degli Scacchi

 

L’invito ci arriva via e-mail, con giorno e ora della presentazione, ma senza indirizzo. Alla nostra richiesta di più precise informazioni ci si risponde che chi è invitato al Circolo degli Scacchi si presume che sappia dove deve andare. Appunto: Snob & Chic.

Specchi incorniciati da stucchi in cui si specchiano altri stucchi riflessi in altri specchi, e oro e pennacchi e stendardi...è la decorazione superbaroccoccò di Palazzo Rondinini (1750) nei cui saloni si adagia il Circolo.

Il valore storico è fuori discussione: è uno dei pochissimi palazzi nobili della città che è rimasto sempre uguale, come architettura, decorazione e riutilizzo dei marmi antichi. E in più è curato, bene illuminato, perfino nell’ingresso ornato da un bacino verde di capelvenere e colorato di orchidee, che non ha  quell’aria catacombale da magazzino abbandonato tipica degli altri antichi androni nobiliari, dovuta ad abbondanza di polvere e scarsità di watt.

Naturalmente, obbligo di abito formale, quindi tutti impinguinati in cravatte, giacche e pantaloni blu d’ordinanza.

L’indigestione estetica provocata da quel sovraccarico di ornamenti è forte, anche perché ulteriormente insaporita  dall’abbondante spolverata di muffa dell’elemento umano.

Ma, colpo di bacchetta magica, il libro presentato è invece verde e fresco.

Si tratta di “Andante fra le mura”, preceduto l’anno scorso da “Adagio per giardini” e che sarà seguito, a quanto pare, da un “Allegro con spirito”. Evidente l’impostazione da suite musicale di questi volumi, che trattano, con abbondanti foto, di giardini storici e privati e, per quanto riguarda il terzo tomo, ci aspettiamo un accurato resoconto di locali all’aperto in cui oltre ai fiori, girino robusti bicchieri di Gin Tonic o di Negroni. Siamo a Roma, naturalmente: entro le mura per il primo volume, fuori per il secondo, e per il terzo si vedrà, ma prevediamo di salire anche su qualche terrazza.

Le autrici sono Marta Salimei e Ida Tonini, due signore il cui garbo, eguale all’eleganza delle piante da loro descritte, ci ha riempito i polmoni di clorofilla. Gliene siamo grati.

 

 


Basta un niente…

 

per precipitare dalle sublimi altezze del Palazzo al basso livello dei piedi sporchi e delle unghie malandate di una donna, in questo caso di una Madonna. Quella dei Pellegrini dipinta da Caravaggio nella chiesa di S. Agostino.

Eh sì. Siamo passati a un altro argomento. Si  tratta del mensile incontro della DermArt, una rassegna condotta da Massimo Papi e che, come dice il nome molto ben scelto (potrebbe essere quello di un prodotto di successo per la pelle) va a fare le pulci (!) al rapporto fra arte e dermatologia.

Stavolta eravamo lì per farci raccontare le “Patologie delle unghie nell’arte”.

E quindi giù con micosi, striature, pallori, unghie a cucchiaio, fungine, rosicchiate, tutti particolari che caratterizzano spesso i modelli popolari di quadri di qualche secolo fa, quando i poveri in cornice erano davvero quasi tutti malati o denutriti o malnutriti.

Ci si è chiesti se Caravaggio, nel dipingere le mani o i piedi della sua Madonna, come quelli di tanti altri personaggi dei suoi quadri, piedi o mani sempre sporchi e spesso con unghie evidentemente patologiche, facesse un ritratto accurato, senza rendersene conto, anche delle patologie che all’epoca erano diffuse fra quasi tutti i suoi soggetti presi dal popolo.

Oppure se invece ne fosse consapevole e le attribuisse ai suoi personaggi, magari forzando la realtà, per descriverne più pesantemente ma accuratamente il carattere di endemica povertà.

Povertà come quella dei contadini (specie quelli del nord Europa) che si ingozzavano di pane fatto di farina di segale, spesso infestata da un fungo produttore di micidiali alcaloidi (e in quel caso si chiamava segale cornuta) che provocavano ogni sorta di malanni, come, dato il loro effetto di vasocostrittori, necrosi delle dita e delle unghie. O addirittura il fuoco di S. Antonio.

Ma il diabolico claviceps purpurea aveva anche pesanti effetti sul sistema nervoso: pieno di acido lisergico com’era. Ci immaginiamo i poveri contadini che lo buttavano giù con il pane, rapiti all’improvviso da allucinazioni psichedeliche, che di sicuro scambiavano per incantesimi mandati dal diavolo.

Si ritrovavano dannati al fuoco dell’inferno (e a quello di S. Antonio) invece di farsi un bel viaggio, come sarebbe diventato di moda qualche secolo dopo: Lucy in the Sky with Diamonds.

Il Sergente a sonagli

Il Sergente a Sonagli

 

4 gennaio. La Sala dei Papi nel Palazzo dei Domenicani alla Minerva è un grande ambiente rinascimentale munito, ringraziando gli architetti dell’epoca,  di un’acustica terrificante e di una temperatura artica, ma pieno di belle statue, compresa questa incompiuta Madonna, la cui mano palmata, che non  ha mai visto l’ultima rifinitura, ci ha stregati.

Qui ogni mese si tiene il Salotto Romano: un’agape per appassionati organizzata da Sandro Bari, colui al quale spetta di diritto il grado riportato nel titolo.

Perché Sergente a Sonagli, qualifica che lo apparenta al Cavalier Serpente? Perché, come perfidia, l’amico Sandro, ne è degno rivale.

Dopo il tradizionale intervento di Romolo Augusto Staccioli, illustre romanista, che a ogni appuntamento regala aneddoti sull’Urbe e curiosità latine, si è passati al pezzo forte del pomeriggio: la presentazione di un libro (di Sandro Bari, appunto) che racconta la storia del mitico Folkstudio, un locale di Roma che negli anni ’60 fu il terreno su cui sbocciarono (alcuni ci provarono, ma senza riuscirci) moltissimi talenti della musica italiana, e anche parecchi di quella straniera.

Spontanea, a questo punto, è fiorita la deliziosa, perfida aneddotica di Sandro al suo ricordare: “C’erano quei due, Arbore e Boncompagni che si piazzavano al bar in attesa del momento per entrare gratis”…”e quell’antipatico, presuntuoso e stonato, come è rimasto ancora adesso, anche dopo il Nobel; un certo Bob Dylan” (non potremmo essere più d’accordo)…”e quell’altro, stonato anche lui, che però col tempo ha imparato a  cantare, e comunque era molto più simpatico: Paolo Conte”… e per chiudere ci ha presentato due esemplari di modernariato dell’epoca: Luisa De Santis e Anna Casalino che ci hanno regalato un paio di canzoni popolari, con voci, dobbiamo dire, ancora robuste e spirito indomito.

Inutile sottolineare che l’età media era ben oltre quella della pensione. D’altra parte, essendo quasi tutti i presenti frequentatori del Folkstudio in quegli anni, il calcolo è presto fatto. Tanto è vero che, malgrado l’imbacuccamento generale in cappellacci e pastrani, cavernosi colpi di tosse rimbombavano frequenti sotto le volte quattrocentesche.

 

Ma, per quanto ci risulta, nessuno è deceduto (sul posto).


“Il Principe Felice”

 

7 gennaio. Golfone, sciarpone, ponchone a quattro strati. Così Elio Pandolfi ci ha ricevuti alla Sala Casella della Filarmonica Romana, sistemata come il salotto della zia che aspetta i nipotini per raccontargli le favole. Il palcoscenico ignorato e le sedie disposte in platea tutto intorno al caminetto, pardon, al pianoforte, pilotato dall’eccellente giovane Marco Scolastra, suo collaboratore da anni: questa sera nella parte del nipotino delegato a sottolineare alla tastiera i  momenti importanti nel racconto di nonno Elio, con brani di Britten, Nielsen, Elgar.

Adagiato sul suo tronetto, Pandolfi ha fatto mirabilmente sé stesso leggendo il racconto di Oscar Wilde, con tutti gli sbuffi, le risatine, le tossette del grande attore, meglio ancora, del grande lettore e doppiatore, abile a coprire una parola saltata o una smemoratezza, appunto con quei sapienti gorgoglii e borbottii che vorrebbero servire a far dimenticare i piccoli inciampi di percorso, e invece li rendono ancora più gustosi. Un maestro.

 

Brindisi e panettone a fine spettacolo, con lui a civettare sui suoi 92, (novantadue!) anni e su quanto pochi gliene restano ancora da vivere. Chiaro che quando uno arriva quasi al secolo mantenendo testa e polmoni intatti, si può, anzi, si deve permettere di sorridere, o perfino di sghignazzare in faccia alla Nera Signora. 


PS. Evviva!


Un avvenimento che aspettavamo da anni.

Come tutti, in passato abbiamo ridacchiato delle antologie di svarioni linguistici da noi sempre creduti completamente inventati per far ridere i lettori sempliciotti. E invece…

La Repubblica, 13 gennaio 2018, pagina 15. Nell’articolo si parla della appena inaugurata (malgrado la contestazione da Trump) ambasciata degli USA a Londra. Si raccontano con parole alate le caratteristiche architettoniche e decorative del futuribile edificio in riva al Tamigi che la ospita, e proprio a questo punto, alla nona riga della quarta colonna chi ci troviamo? I “giardini PRENSILI che riflettono varie regioni degli USA: uno sul tema dei canyon in Arizona, con cactus; un altro con le sequoie rosse sul Pacifico”…

Abbiamo il ritaglio nel cassetto.

 

 

Ci chiediamo perché

Baroccoccò
 

Conferenza stampa di presentazione del Festival  della danza spagnola e del flamenco. Ambasciata di Spagna, Sala Rossa a Palazzo Borghese.

Un cortile sontuoso, uno scalone a chiocciolone e questa sala sovraccarica di stucchi, lampadari, specchi, tappezzerie e vecchi mobili scricchiolanti e malfermi, tanto è vero che uno dei giornalisti ha rischiato di precipitare da una poltroncina a cui è crollato lo schienale.

Apre la Ministra Plenipotenziaria scusandosi perché parla male l’italiano; e la fa breve. Seguono gli altri, fra cui el señor Dosal, spagnolo, direttore del Parco della Musica che, con il suo brillante eloquio italo-iberico illustra (come sempre pittorescamente) l’interessante progetto.

 

Prima di tornarcene a casa storditi da tutto il baroccoccò dell’arredamento e della cerimonia, ci chiediamo perché un ministro destinato a rappresentare il proprio paese presso un’altra nazione, non debba, come requisito assolutamente prioritario, essere padrone fino all’estrema virgola della lingua di quest’ultima.

S. Luigi dei Francesi 

 

Ultimo concerto del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro, con uno di quei programmi che fanno temere il sonnellino: “La musica sacra romana nei primi anni del ‘700”. Composizioni di Cannicciari, Bencini, Pasquini, Giorgi, Casali, Zamboni, Costanzi, Colombiani; nomi a noi, e ci è parso anche al resto del pubblico, sconosciuti.

Invece niente pennichella! Il Concerto Romano, il coro Emelthee e il direttore Alessandro Quarta ci hanno strappati fin dal primo brano all’immanente torpore, e non ci hanno più mollati trasportandoci al finale grondante di applausi.

Davvero bravi a dare vita a questo genere di musica sempre a rischio di un filologico accanimento terapeutico.

Aiutati nell’impresa anche dalla buona circolazione delle onde sonore fra gli angiolotti arcibarocchi arrampicati su per gli altari e aggrappati ai pennacchi della cupola.

 

Una volta in strada ci chiediamo perché Santa Madre Chiesa che è tanto astuta nel dribblare l’IMU sui suoi tesori immobiliari, non lo è per niente nello sfruttamento di un altro tesoro a sua disposizione e a costo zero: l’immenso repertorio della musica sacra; visto che lo esclude sistematicamente (e stupidamente) dalle sue funzioni, sostituendolo con quelle orribili canzonette, per di più  male eseguite da suorine con le chitarrine e chierichetti coi bonghetti. 

Basilica dei Santi Cosma e Damiano

 

Concerto straordinario “Un Natale con Bach e Palestrina” organizzato da Giorgio Carnini. Musica ed esecutori di alto livello, come da aspettativa. Chiesa antichissima spruzzata anche lei di barocco (vedi altare).

Nel dopo concerto si brinda nella sacristia, ricavata secoli fa dentro i possenti tufi del Foro della Pace, mentre il vicerettore, croato, ci diverte con i suoi racconti sulla guerra quotidiana che la comunità multietnica dei suoi frati combatte contro ratti e gabbiani nel deserto urbano del Foro Romano.

Anche in questo caso ci prende la solita curiosità e ci chiediamo perché ormai non ci siano praticamente più italiani nelle alte o basse gerarchie delle parrocchie. Evidentemente quella che era la più vecchia ed efficiente istituzione del mondo non riesce più a rendere socialmente desiderabile, qui in casa nostra, una carriera fra le sue braccia. 

 

E poi, dopo queste serate culturali, magari seguite da uno spaghetto e qualche buon bicchiere, naturalmente si torna verso casa, e si finisce col passare sempre da lì, davanti a questa cosa che è talmente bella da risultare addirittura insolente.

Uno che ammira un’opera d’arte forse non dovrebbe porsi dei problemi di statica o di ingegneria; eppure ogni volta noi ci chiediamo perché quel pesantissimo plurimillenario obelisco riesce da quattro secoli a stare in piedi senza cadere, sospeso sul vuoto del suo basamento.

 

 

Si può vivere senza il salterio?

Certo; come si  riusciva a vivere senza il giradischi  prima che lo inventassero. Però domenica 10, nella sala dell’Immacolata a Santi Apostoli, l’ultimo raffinato concerto del festival dell’Architasto ci ha fatto capire che se invece il salterio c’è, si vive un po’ meglio.

Questa fatina, Franziska Fleischanderl, è una delle poche salteriste in circolazione e ha oltretutto il merito di essere andata a cercarsi i rari manoscritti settecenteschi di composizioni per lo strumento nel convento delle monache benedettine di San Severo di Puglia, che, ai loro tempi, si dilettavano a cantare i salmi accompagnate proprio dal salterio.

Il quale, come si vede, è una specie di cetra a corde libere da pizzicare con le dita o battere con i martelletti.
Al concerto i solisti erano lei, Francesco Tomasi alla tiorba (non serve spiegare, tutti sappiamo cos’è, no?), Chiara Tiboni al clavicembalo e il sopranista Francesco Di Vito, il quale (citiamo alla lettera il programma) “per uno straordinario caso della natura non ha subito la muta vocale; tale caratteristica gli ha permesso di fare rivivere il repertorio trascendentale dei cantanti castrati del barocco nel modo più filologico possibile, ovvero con un’emissione vocale non di falsetto ma naturale”.

 

E, aggiungiamo noi, si può dire che l’ha scampata bella. Possiamo inoltre testimoniare che, oltre a essere bravo, il maestro è munito di fior di barba e baffi e parla con voce da normale giovanotto.


 

Photo Ark – Meraviglie del mondo animale

E’ una mostra fotografica che abbiamo visto inaugurata l’otto dicembre al Parco della Musica.

Tutto come da copione ambientalista: il desiderio del fotografo Joel Sartore è fermare la perdita di biodiversità dovuta alle attività umane, al bracconaggio, ai cambiamenti climatici. Le specie animali si stanno estinguendo con un ritmo mille volte superiore a quello che sarebbe naturale. L’uomo deve intervenire per riparare il male fatto finora, e impedire che se ne faccia altro.

Sacrosanto, intendiamoci: foto meravigliose, situazioni catturate con abilità e, certo, anche con un pizzico di fortuna, sfondi che danno risalto ai colori delle penne o alla morbidezza delle pellicce, e, giustamente, il nobile scopo è informare per mettere in grado di intervenire prima che sia troppo tardi.

Quello che ci pare davvero sciocco è il tono dei giornali che presentano l’iniziativa: “L’estinzione vista attraverso gli occhi impauriti degli animali”, “Sguardi che parlano e trasmettono il pericolo di un mondo che sta soffocando la biodiversità” e altri siffatti sentimentalismi.

 

Ci sembra altamente improbabile che l’occhio naturalmente inespressivo (in termini umani, s’intende) di un uccellaccio dal lungo becco, di cui ci sfugge il nome, o il muso forse semplicemente  attento, ma apparentemente perplesso (sempre in termini umani) di una scimmia possano trasmettere un’inquietudine consapevole a proposito di un problema che certamente questi simpatici animali non sono in grado di porsi.

Forse si tratta solo del latente desiderio di umanizzare tutti gli esseri che ci circondano per avvicinarli alla nostra sensibilità.

In quanto a noi, dato per scontato il valore delle intenzioni, non ci rimane che divertirci a riconoscere nelle espressioni di queste creature forti rassomiglianze con quelle di alcuni nostri amici i cui lineamenti ci pare di identificare, caricaturati, proprio in quel becco lungo e quella testa pelata (lo Scarpantibus di arboriana-bracardiana memoria?) o in tutto quel pelame biondo-rossiccio.

Forse ci sbagliamo, ma forse anche no.

 

 

Dopo queste belle pensate, per dare a noi stessi, ma soprattutto a voi, un meritato riposo, ci pare opportuno prenderci una pausa di un paio di settimane. Ci rendiamo conto che per contrastare il troppo zucchero delle feste, una punta di veleno del Cavalier Serpente sarebbe quanto mai indicata, ma confidiamo che riuscirete a sopravvivere lo stesso.

Però attenti al diabete!

 

 

Sorpresa quasi di famiglia


La Sala Cadorin

A Via Veneto, fra i tanti grandi alberghi, c’è il Grand Hotel Palace (ex Ambasciatori), costruito da Piacentini nel 1926. Come in tutti gli altri, anche in questo c’è il salone bar, che però non è un salone qualunque: è la “Sala Cadorin”.

Guido Cadorin, pittore veneziano della prima metà del ‘900 è stato probabilmente uno degli ultimi artisti del nostro tempo a ricevere una committenza privata: appunto la decorazione pittorica del salone bar del Palace.

E’ una delizia girare gli occhi sulle pareti (magari con in mano un buon Negroni), e trovarsi nel centro di un ciclo di affreschi che ripropongono l’atmosfera di una festa in villa, alla maniera cinquecentesca di Paolo Veronese (balconate, colonne e paesaggi), solo che i dipinti sono in stile decò e i personaggi in abito moderno.

La cosa divertente è riconoscere nelle figure i famosi dell’epoca: c’è lo stesso Cadorin autoritrattosi di spalle in frak, c’è la signora Piacentini, c’è Margherita Sarfatti, c’è una danzatrice nuda e una donna moderna (per l’epoca), non identificata ma vestita, che con aria insolente fuma una sigaretta, ci sono Giò Ponti, Emilio Cecchi, e abbiamo perfino riconosciuto nostro nonno, il pittore Felice Carena, intimo amico di Cadorin, in elegantissimo papillon bianco.

E, per aggiungere mistero alla vicenda, c’è anche un piccolo giallo: neanche un anno dopo l’inaugurazione gli affreschi vennero coperti da drappi con la scusa che la loro eccessiva audacia offendeva i clienti. In realtà la ragione di questa censura pare che andasse cercata nell’irritazione di un tizio seccato di non riconoscersi fra i personaggi dell’alta società riuniti negli affreschi.

 

Quel tizio era un certo Benito Mussolini.


La pericolosa deriva del collezionista

Voglia d’Italia. E’ il titolo di una mostra che apre il 6 a Palazzo Venezia. Inconsuetissima inaugurazione a suon di musica. Nella Sala Regia concerto “Omaggio a Duke Ellington” della Mario Corvini New Talents Jazz Band. Ottimi fiati, begli arrangiamenti; una sola pecca che non ci sentiamo di ignorare: come si può pensare di riprodurre lo swing di Ellington con un basso elettrico invece di un vero contrabbasso nella sezione ritmica?

Superato questo piccolo dispiacere musicale, procediamo a visitare la mostra che si srotola, per i magnifici saloni dell’appartamento Barbo riempiendo vetrinette e  scaffali. Ma con cosa?

Qui viene fuori la discussa faccenda del collezionismo, che delle volte è una sacrosanta ispirazione a mettere insieme oggetti rari e  preziosi. Ma altre volte a noi sembra solo una frenesia patologica di accumulare cose (belle qualche volta, certo, ma anche brutte, spesso) pur di fare numero.

 

Non abbiamo lo spazio per mostrare tutta la paccottiglia in esposizione, ma potrebbero bastare questi pupazzetti e questo boccale da birra intagliato in una zanna di elefante per capirci.
 E’ chiaro che questo più che un giudizio artistico è una freddura. Infatti sottocchio ci è caduta anche della roba molto bella e molto seria. E’ che la nostra esternazione nasce da quel certo brulichio esagerato che frullava intorno ai troppi oggetti e oggettini delle sale.

I responsabili sono una coppia di americani vissuti a Roma, a Villa Sciarra, fino agli anni trenta: lui, George Wurts, funzionario dell’ambasciata USA, presumibilmente la mente maniacale dell’operazione, lei Henriette Tower Wurts, ereditiera, con certezza il braccio economico  della stessa.

Fatto sta che questi due, fissati, ma tutto sommato anche benefattori, finirono, dopo averla accumulata, col donare  a Palazzo Venezia la loro collezione di oltre quattromila manufatti, che è quella che vediamo esposta. E poi, al Comune di Roma, anche la loro residenza di Villa Sciarra, che purtroppo, da quando è passata alla proprietà pubblica è andata sempre più degradando fino alla miseria di oggi.

La mostra proseguirebbe nei locali interni del Vittoriano, ma, francamente, è tardi, fa freddo, e soprattutto l’idea di attraversare Piazza Venezia: buia, senza un semaforo, con le strisce pedonali mezze cancellate e stravolta da un infernale carosello di traffico è una di quelle che farebbero venire i brividi anche a un veterano della Parigi-Dakar.

 

Noi che quella grinta non ce l’abbiamo, rinunciamo all’impresa e buona notte. 

Romani antichi e moderni

“Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa”. Martedì 28 novembre, pomeriggio avanzato, quasi sera. Si inaugura la mostra ai Mercati Traianei di Roma.

Difficile immaginare un argomento più interessante e una location più speciale. Oltretutto è una di quelle serate limpidissime di luna quasi piena, che, insieme alla nuova illuminazione dei fori imperiali sui quali si affacciano i finestroni di quel centro congressi, supermercato, grande magazzino di venti secoli fa che costeggia il Foro Traiano, contribuisce a trasformare un evento da mondano a qualcosa di più: una magia di cultura e bellezza.

 

Quella di Traiano fu l’epoca migliore. Le sponde del Mediterraneo erano tutte romane; in città arrivavano insieme ai più bei marmi del mondo i migliori architetti, scultori e scalpellini, e tutto quello che si faceva era straordinario. 


Robaccia probabilmente la sfornavano anche allora, solo che, per fortuna, se c’era, non ha resistito ai millenni. D’altra parte, chissà quante cose anche più belle di quelle sopravvissute sono scomparse e noi non ne sapremo mai niente.

Come non sapremo mai niente di opere d’arte realizzate con materiali deperibili: quadri (tele e cornici non durano due millenni), vestiti, mobili e sculture in legno (idem), gioielli (idem, non per le ingiurie del tempo, ma per l’avidità dei posteri), per non parlare delle statue di bronzo che nei secoli hanno quasi tutte preso la strada della fonderia per trasformarsi in cannoni.

Rimane il marmo, anche questo a rischio di essere bruciato nelle calcare; solo che ce ne doveva essere talmente tanto in giro, che qualche briciola è arrivata fino a noi.

E qui sono in mostra alcune di queste briciole  così squisite da non credere: una mano: viva; il primissimo piano di una bocca con le sue rughe di espressione più vere della carne. 

Ci è toccato aspettare parecchi secoli per ritrovare qualcosa di simile con Michelangelo e Bernini.

 

Ci sono anche frammenti di capitelli, di cornicioni, di architravi; elementi architettonici che stavano lassù a dieci, dodici, quindici metri. E da terra, a quell’altezza, è matematico che i finissimi ornamenti ricavati con lo scalpello nel marmo non fossero assolutamente visibili. Eppure ci sono, tutti incisi accuratamente e poi levigati con attenzione. Se gli uomini non potevano distinguerli, per chi erano scolpiti? Per gli Dei, per l’Imperatore, per il semplice amore di fare bene il proprio lavoro?

Per fortuna abbiamo visto anche qualche peccatuccio, qualche furbizia, scoperto degli altarini, che ci hanno permesso di non soccombere del tutto davanti a tanta perfezione. Non tutte le palmette, gli ovuli, i dadi, le decorazioni minori insomma, sono ben rifiniti; alcuni sono appena sbozzati, altri quasi solo fantasmi del disegno originale.

 

Tanto c’era la vernice colorata a coprire tutto: il ben fatto e il mal fatto. E di sicuro, lassù nessuno avrebbe potuto vedere la differenza. Se non, forse, gli Dei.

 

A proposito di perfezione e di difettucci, non possiamo non citare il quintetto di ottoni che, per allietare il pubblico e spostandosi di sala in sala, suona (bene) fanfare e brani trionfali di Bach e altri.

E fin qui, di sicuro, niente da obiettare. Però a un certo punto i cinque sciagurati si avventurano incautamente in una compilation di Gershwin in stile charleston.

 

Da brivido, ma di raccapriccio.

 

Oh, e poi ci è apparsa questa scritta, evidentemente destinata al pubblico di turisti.

Gli antichi romani erano riusciti a costruire l’impero più grande del mondo.

 

Quelli moderni, neanche capaci di scrivere un cartello in inglese. 

Due sorprese


Ci siamo capitati per un fortunato caso (altrimenti che sorpresa sarebbe stata?) che ci ha indotti a fare qualcosa di imprevisto: mollare quello per cui eravamo usciti da casa. Eravamo su, nella saletta al secondo piano del Mercato Centrale Roma di Via Giolitti, dove ci aveva dato appuntamento Arteindiretta per partecipare a un racconto accompagnato da proiezioni, su come pesci, crostacei e frutti di mare arricchivano le tavole imbandite nelle nature  morte, soprattutto fiamminghe, del ‘600.

Buona la ricetta ma troppo allungato il brodo delle chiacchiere, poco speziato il piatto forte delle proiezioni, e soprattutto distraente l’arrivo di paradisiaci effluvi di cibo e tintinnio di posate provenienti dai ristoranti di sotto.

Non abbiamo resistito e siamo scesi. Sorpresa!

Fino a ieri, Via Giolitti, lato destro della Stazione Termini, era uno dei diverticoli intestinali del ventre degradato della città. Stanzoni abbandonati e bui, dentro. Fuori: ambulanti, ubriachi, sporcizia, traffico impossibile e niente parcheggio.

Ma noi sapevamo che quell’ala dell’enorme edificio della stazione era stata progettata e messa in cantiere alla fine degli anni trenta da uno dei tanti geni che avevano reso magnifica l’architettura del regime, Angiolo Mazzoni; finché la caduta del fascismo aveva bloccato tutto. Solo che, come molti altri esempi di quel periodo, tutto era stato abbandonato e pochi anni erano bastati a far dimenticare il capolavoro.

Finché (e qui emerge il pericoloso genio italico: quello che ci fa sopravvivere alle catastrofi, ma non ci insegnerà mai a prevenirle) per salvare capra e cavoli un astuto imprenditore ha avuto l’idea di aggrapparsi all’unico salvagente funzionante in questo periodo.

La cultura? Ma no, la gastronomia!

E sotto quelle volte di purissimo stile razionalista ha impiantato il Mercato Centrale Roma. 

E così ci ha restituito, recuperandola, la baracca.


Seconda sorpresa:

Questioni di Pelle. Che è il titolo di una rassegna mensile organizzata dalla DermArt, un’associazione, come dice il nome, di dermatologi con inclinazioni artistiche.

Oggi, 24 novembre, si è parlato di stimmate, un tema che, specialmente con Padre Pio, ha provocato infinite inquietudini sulla reale origine (e sulle tante possibilità di frode ad essa abbinate) di queste patologie cutanee.

Abbiamo saputo che dal punto di vista medico si tratta di ulcere croniche o lesioni necrotizzanti; che spesso si manifestano sul piede diabetico; che non è vero che profumano, anzi mandano un puzzo terribile; che non sono mai state osservate in pazienti non cattolici; che San Francesco è il primo e l’unico stigmatizzato ufficiale della Chiesa, e che queste piaghe appaiono, ovviamente, sempre sugli stessi punti geografici del corpo di Cristo crocefisso: mani, piedi, costato e testa (la corona di spine).

 

Abbiamo visto riproduzioni delle tante Deposizioni della storia dell’arte, e quella che non conoscevamo e ci ha colpiti di più è il Cristo sostenuto dagli angeli di Manet, criticatissimo a suo tempo per la sua presunta crudezza e per il realismo giudicato blasfemo, ma dal nostro dermatologo relatore Massimo Papi definito scientificamente preciso, perché rappresenta con amorosa accuratezza il gonfiore di piedi e caviglie, che sopravviene durante il crudele supplizio della crocefissione.

Alla fine, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, ci hanno servito (in modo virtuale) i biscotti di pastafrolla con le stimmate di marmellata che si pretende siano nati come omaggio a Padre Pio, ma nello stesso tempo si teme siano una bufala e in realtà li abbia inventati anni fa una massaia fantasiosa ma all’oscuro dell’esistenza del santo di Pietralcina.

Poi la rete…

Al prossimo incontro si parlerà di unghie.

La dermatologia, chi l’avrebbe mai immaginata così divertente?