Bernini di qua, Bernini di là

La grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese

 

Prenotazione obbligatoria non facile da avere, prezzo sostenuto, ingresso in truppa e solo due ore a disposizione prima di essere cacciati. Ma, certo, vale la pena.

Non tanto per i soliti fantastici gruppi del Ratto di Proserpina, di Apollo e Dafne, del David, che tutti conosciamo benissimo, anche se rivederli non fa di sicuro male, quanto per la sfilata di busti in bianco e nero di papi e cardinali, marmo e bronzo, in cui Bernini dà la misura della sua strabiliante capacità di catturare il carattere dei suoi soggetti e sbattercelo in faccia meglio di quanto riesca a fare una foto a colori oggi, quattrocento anni dopo.

E poi, una sorpresa: la serie di olii. Non solo il suo celebre autoritratto, ma altre facce di sconosciuti, di prelati e di papi, che probabilmente servivano come studi per futuri busti o statue.

 

E’ il solito discorso: all’epoca sembra che tutti sapessero fare tutto e bene. I geni, naturalmente, sapevano fare tutto anche loro come gli altri, ma meglio.

E, a proposito di statue, abbiamo visto per la prima volta un non finito beniniano (convinti che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo) e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa.

Eccola in tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.

Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese, e che soprattutto, come sempre fanno i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne.

PS. C’erano anche parecchie opere di papà Pietro: gran virtuosismo e poca anima. Chiaro che il suo merito principale è stato fare quel figlio più bravo di lui.

 

 


Fiat lux a tariffa 


Nuova sontuosa illuminazione interna a Santa  Maria Maggiore. Inaugurata il 19 gennaio alla presenza dell’ex re Juan Carlos di Spagna y señora, e realizzata dall’Enel insieme alla Fundaciòn Endesa, sponsor.

Non lo sapevamo ma in questa occasione è venuto fuori che tra S. Maria Maggiore e la monarchia spagnola c’è, fin dai secoli passati, un fortissimo vincolo, tanto è vero che per tradizione il Re di Spagna ne è protocanonico onorario.

Tutto è cominciato a suo tempo con l’alto patronato accordato alla basilica da re Filippo IV, di cui, sotto il portico, c’è una bellissima statua su bozzetto di Bernini, ma realizzata da un suo allievo.

E questo è il primo nesso con Bernini.

Un altro, ancora più forte lo si trova sulla destra dell’altar maggiore: la tomba di Gian Lorenzo e famiglia.

 

Ci hanno detto che il lavoro con le luci è riuscito benissimo e allora, via di corsa a verificare.

Fuori affrontiamo una fila umiliante con metal detector e controlli da aeroporto, sotto la minaccia di fuciloni decisamente tecnologici imbracciati spensieratamente da soldatini decisamente artigianali (con quale potenziale rischio è facile intuire) di guardia sotto una ridicola tendina da spiaggia con su scritto “Esercito - Operazione Strade Sicure”.

Finalmente riusciamo a entrare nella magnifica basilica: marmi, ori e mosaici dappertutto. Due cappelle mirabili, la Paolina e la Sistina, che più barocche non si può; in sottofondo, dagli altoparlanti, un coro gregoriano decisamente fuori epoca.

Sorpresa: si paga per vedere la luce!

Il fedele ha ben tre opzioni: Soffitto, un euro. Mosaici e affreschi della navata, un altro euro. Arco trionfale e abside, ancora un altro euro. Totale: euro tre.

Ma allora lo sponsor a che serve? Così siamo capaci tutti. Abbiamo girato i tacchi e ce ne siamo andati stizziti, forse anche un po’ ridicoli nella nostra virtuosa indignazione.

Il fatto è che ogni tanto ci capita di comportarci come vecchie zitelle; lo abbiamo fatto davanti ai Caravaggio di S. Luigi dei Francesi (un euro per pochi secondi di luce), e a quelli di S. Maria del Popolo (stesso ricatto).

 

Non chiediamo di arrivare all’esproprio proletario dell’arte, ma insomma, reverendi arcipreti, un po’ di misura!

Quattro centimetri al secondo

Quattro centimetri al secondo

 

Non uno di più né uno di meno. E’ la velocità giusta perché una carezza risulti gradita a chi la riceve e trasmetta il suo messaggio di conforto, affetto, rassicurazione, protezione.

A controllare questa inaspettata corsa a cronometro abbiamo sotto la pelle una quantità di ricettori: dal corpuscolo di Meissner a quelli di Pacini, di Krause e di Ruffini (caldo, freddo, pressione, ruvidezza, ecc.). E così, a seconda del momento, del partner e del bisogno, una carezza può passare dall’erotismo più sfrenato alla tenera consolazione madre-figlio, al rapporto vincolante cane-padrone.
E poi abbiamo imparato come nei secoli, anche nel campo medico, si sia sempre riusciti a dare la colpa agli altri. Di cosa? Ma di quello che oggi fa sorridere, ma una volta era una delle peggiori piaghe dell’umanità: la sifilide.

Il quale malanno, importato per la prima volta in Europa dai marinai di Colombo diventò mal francese o morbo gallico per gli italiani, mal napoletano per i francesi, mal dei tedeschi per i polacchi, mal dei cristiani per i turchi, dimostrando soprattutto una cosa: che i portatori erano quelli che all’epoca viaggiavano di più e soprattutto ne facevano di tutti i colori: i soldati mercenari.

Che, naturalmente, dopo ogni scorribanda tornavano a casa e contribuivano a un’efficace distribuzione di germi e bacilli.

 

Tutte queste belle informazioni le abbiamo piacevolmente apprese il 9 febbraio in un appuntamento intitolato: “Eros e pelle: dalle malattie sessuali alle icone dell’arte”. Uno degli incontri mensili (dei quali siamo ormai diventati appassionati) organizzati per la rassegna “Questioni di pelle”, da DermArt, associazione di dermatologi interessati all’arte, che in queste occasioni intrattiene il pubblico, anche di non professionisti del ramo, in modo istruttivo sempre, e spesso divertente, grazie al suo brillante conduttore Massimo Papi, dermatologo lui stesso, pittore e, anche se siamo certi che non faccia parte del normale curriculum di un medico, intrattenitore.


PS. Piccola nota per gli appassionati di Roma


Chiunque, per caso o per studio, sia a conoscenza del perché, da molto tempo ormai, i gruppi scultorei in cima alla facciata della Galleria Sordi ci salutano incappucciati di tela, è pregato di farcelo sapere con la massima urgenza.

 

Non prendeteci per pazzi: queste foto di pochi giorni fa testimoniano un fatto davvero curioso. Sono anni che queste sculture si affacciano su Piazza Colonna avvolte nei loro sudari. All’interno della Galleria nessuno ne sa niente, all’esterno, figuriamoci. Restauri programmati e soldi finiti? Sbriciolamento della pietra e pericolose cadute di materiale? A chi chiederlo? Il mistero continua. Fateci sapere.


PS. Nota ancora più piccola (semibiscroma) per gli addetti ai lavori (musica).

 

Ci siamo affacciati alla sala prove dell’orchestra dei bambini al Parco della Musica, e siamo anche riusciti a rubare una foto (da lontano e con molta circospezione; non vorremmo essere denunciati per molestie) e ci siamo accorti che, su tre, due contrabbassi dell’organico, naturalmente piuttosto eterogeneo, erano suonati da bambine (il terzo non si vede bene, quindi non possiamo dire).

Questa è una bella novità. Come i colleghi strumentisti sanno, tranne Esperanza Spalding e poche altre, le contrabbassiste, specie nelle orchestre classiche, sono davvero una minoranza estrema.

 

Forza, ragazze!

Un diamante è per sempre

 

Bulgari

 

A sentire le ragazze, pare che sia davvero una sensazione paradisiaca che, anche se solo per un momento, ti rende più bella la vita. Non sappiamo se rende più bella la vita, la faccia, di sicuro sì. Basta guardare queste foto: dallo stupore all’estasi.

Ogni mese la Maison Bulgari invita alcuni amici nel suo museo, due sale al primo piano di Via Condotti, sopra il negozio.

Ci sono gioielli di straordinario splendore, da sempre di proprietà della ditta o magari ricomprati in aste intorno al mondo, oppure dati in prestito da collezionisti o clienti (Elizabeth Taylor, tanto per fare un esempio), e naturalmente non in vendita. 

Caterina Riccardi, curatrice del museo, racconta la storia straordinaria della famiglia Bulgari, che sembra uscita da un libro di favole per bambini (o anche per adulti affascinati).

Poi la fiaba diventa realtà perché, alla fine del racconto e prima di passare alle tartine con champagne, le collane escono per qualche minuto dalle bacheche blindate e vanno a posarsi, per un emozionante giro di prova, al collo di alcune delle signore presenti: quelle che riescono a vincere l’inevitabile soggezione che gioielli di quella portata provocano. 

E che sono, come dicevamo, pronte a vivere questo sorprendente momento di estasi.



Il Signor Millepiedi (Monsieur Millepied)

 

2 febbraio, ore 11.30. L’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese si apre a noi comuni mortali per la presentazione di Equilibrio Festival 2018. Controlli elettronici ed esibizione di documenti all’ingresso, poi si entra in questo pomposo ma bellissimo edificio, monumento alla megalomania familiare di Papa Paolo III Farnese (quello che indisse il Concilio di Trento, fonte di molte importanti restrizioni nella storia della Chiesa, fra cui l’obbligo di mutandoni sui nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina).

In uno dei magnifici saloni ci viene esposto il programma del Festival dal señor Josè Dosal, AD del Parco della Musica, di cui abbiamo spesso sottolineato l’eloquio spagnoleggiante, a volte sgrammaticato ma sempre divertente, anzi magniloquente, seguito da Roger Salas, direttore artistico del festival, anche lui spagnolo, anche lui sgrammaticato, ma molto meno divertente, anzi, diremmo proprio noioso, con tutti i suoi mmm, mah, eh… che certo non contribuiscono alla leggerezza del parlare.

Un sorriso malignetto serpeggia fra il pubblico quando el señor Salas, dopo aver farfugliato qualcosa nella lingua dei padroni di casa, si scusa per la sua cattiva “pronunciazione fransesa”.

Il programma è interessante, gli artisti di livello, i nomi sono quelli giusti: bisogna proprio andare agli spettacoli. A questo punto ci sentiamo obbligati a segnalare, pescandola nella lista degli eventi, una produzione presentata dal Ballet de l’Opera de Lyon.

Si intitola “Sarabande”. Autore ne è il coreografo francese oggi più quotato sulla scena internazionale, Benjamin Millepied.

E adesso eccola che ci scappa, spontanea e inevitabile anche se forse irrispettosa, la domanda: è possibile rimanere seri di fronte a un ballerino con un nome come questo?

Pensiamo proprio di no. 

 

Palazzoni e Palazzacci

Maxxi

 

L’edificio è straordinariamente ben riuscito dentro e fuori: volumi immensi, linee curve, passerelle sospese, grandi vetrate, pavimenti inclinati. E’ lui l’opera d’arte. perché tutto quello che ci abbiamo visto dentro non ci è sembrato mai all’altezza del contenitore.

Eravamo lì martedì 23 per dare un’occhiata, appunto, a qualche contenuto, e non possiamo certo dire di aver cambiato idea sul rapporto fra opere in mostra e spazio espositivo. Pronti per  andarcene, per fortuna il percorso chilometrico ha richiesto più del previsto.

Tempismo perfetto per la nostra uscita dal ventre del Maxxi. Con un tepore da primavera avanzata, ci ha accolti il giardino: una specie di campus universitario americano, sparso di studenti appollaiati sulle sedie del bar, di bambini non urlanti e di mamme non sgridanti: una rarità per casa nostra.

E in più, in quel preciso momento andava in scena uno spettacolo unico: il tramonto romano. E già questo… ma poi, alzando gli occhi su quella specie di pulpito a cannocchiale che sporge dalla facciata del museo, chiuso da una parete di vetro ormai in ombra, siamo rimasti fulminati dallo stupore di quelle case gialle di sole morente specchiate nei normalmente neutri cristalli.

Una visione di bellezza urbana che neanche le Dolomiti a Cortina.

Ci siamo chiesti quanto ci fosse di casuale in questa magnificenza.

Ma poi, l’ammirazione che abbiamo per Zaha Hadid ci ha convinti che la grande architetta aveva sicuramente previsto che a quell’ora di quel pomeriggio di gennaio il sole avrebbe incendiato precisamente con quella sfumatura d’oro riflesso l’altrimenti banale condominio umbertino di Via Masaccio.

 

 

La Usl al Palazzaccio

 

Il Palazzo di Giustizia di Roma (il Palazzaccio) è tutto un leone ruggente, uno scudo guerresco, un cornicione retorico, una colonna imperiale. La prosopopea di inizio secolo scorso fatta pietra dal criticatissimo (all’epoca e anche dopo) architetto Calderini.

Insomma, si tratta di una costruzione malata di gigantismo, nata cent’anni fa per  l’amministrazione della giustizia, ma destinata a scivolare nel Tevere per il troppo peso del troppo travertino con il quale si era ricoperto tutto il ricopribile. Poi salvata miracolosamente, ma non definitivamente, con ripetute iniezioni di ricostituente.

 

Bello non è; imponente, di sicuro sì. Ma c’è un problema: nelle viscere di questo cigno marmoreo che rappresenterà nei secoli futuri (ammesso che i rappezzi continuamente richiesti riescano a mantenerlo in vita) le manie di grandezza della nazione nata da poco, si nasconde un brutto anatroccolo che mai avremmo immaginato potesse esistere, se il nostro medico di base non ci avesse mandato proprio lì per un controllo: un ambulatorio della Usl. 

Apri la porta, entri nelle anguste stanzette del presidio sanitario ed è subito naufragio dell’architettonico trionfo. Ma questo potevamo immaginarlo. Il bello viene dopo. Fatta la visita, il paziente, che per entrare nell’edificio ha dovuto lasciare un documento all’ingresso, è totalmente libero di andarsene in giro per i sacri luoghi della giustizia: gli immensi corridoi, le passatoie rosse, i faraonici scaloni, su fino alle terrazze
che invece, sotto la protezione della quadriga bronzea di Ettore Ximenes, hanno una dimensione, e una trasandatezza, molto più domestica.

Non si incontra un’anima…

Dovremmo preoccuparci per la sicurezza delle istituzioni?

 

 


Snob & Chic

Circolo degli Scacchi

 

L’invito ci arriva via e-mail, con giorno e ora della presentazione, ma senza indirizzo. Alla nostra richiesta di più precise informazioni ci si risponde che chi è invitato al Circolo degli Scacchi si presume che sappia dove deve andare. Appunto: Snob & Chic.

Specchi incorniciati da stucchi in cui si specchiano altri stucchi riflessi in altri specchi, e oro e pennacchi e stendardi...è la decorazione superbaroccoccò di Palazzo Rondinini (1750) nei cui saloni si adagia il Circolo.

Il valore storico è fuori discussione: è uno dei pochissimi palazzi nobili della città che è rimasto sempre uguale, come architettura, decorazione e riutilizzo dei marmi antichi. E in più è curato, bene illuminato, perfino nell’ingresso ornato da un bacino verde di capelvenere e colorato di orchidee, che non ha  quell’aria catacombale da magazzino abbandonato tipica degli altri antichi androni nobiliari, dovuta ad abbondanza di polvere e scarsità di watt.

Naturalmente, obbligo di abito formale, quindi tutti impinguinati in cravatte, giacche e pantaloni blu d’ordinanza.

L’indigestione estetica provocata da quel sovraccarico di ornamenti è forte, anche perché ulteriormente insaporita  dall’abbondante spolverata di muffa dell’elemento umano.

Ma, colpo di bacchetta magica, il libro presentato è invece verde e fresco.

Si tratta di “Andante fra le mura”, preceduto l’anno scorso da “Adagio per giardini” e che sarà seguito, a quanto pare, da un “Allegro con spirito”. Evidente l’impostazione da suite musicale di questi volumi, che trattano, con abbondanti foto, di giardini storici e privati e, per quanto riguarda il terzo tomo, ci aspettiamo un accurato resoconto di locali all’aperto in cui oltre ai fiori, girino robusti bicchieri di Gin Tonic o di Negroni. Siamo a Roma, naturalmente: entro le mura per il primo volume, fuori per il secondo, e per il terzo si vedrà, ma prevediamo di salire anche su qualche terrazza.

Le autrici sono Marta Salimei e Ida Tonini, due signore il cui garbo, eguale all’eleganza delle piante da loro descritte, ci ha riempito i polmoni di clorofilla. Gliene siamo grati.

 

 


Basta un niente…

 

per precipitare dalle sublimi altezze del Palazzo al basso livello dei piedi sporchi e delle unghie malandate di una donna, in questo caso di una Madonna. Quella dei Pellegrini dipinta da Caravaggio nella chiesa di S. Agostino.

Eh sì. Siamo passati a un altro argomento. Si  tratta del mensile incontro della DermArt, una rassegna condotta da Massimo Papi e che, come dice il nome molto ben scelto (potrebbe essere quello di un prodotto di successo per la pelle) va a fare le pulci (!) al rapporto fra arte e dermatologia.

Stavolta eravamo lì per farci raccontare le “Patologie delle unghie nell’arte”.

E quindi giù con micosi, striature, pallori, unghie a cucchiaio, fungine, rosicchiate, tutti particolari che caratterizzano spesso i modelli popolari di quadri di qualche secolo fa, quando i poveri in cornice erano davvero quasi tutti malati o denutriti o malnutriti.

Ci si è chiesti se Caravaggio, nel dipingere le mani o i piedi della sua Madonna, come quelli di tanti altri personaggi dei suoi quadri, piedi o mani sempre sporchi e spesso con unghie evidentemente patologiche, facesse un ritratto accurato, senza rendersene conto, anche delle patologie che all’epoca erano diffuse fra quasi tutti i suoi soggetti presi dal popolo.

Oppure se invece ne fosse consapevole e le attribuisse ai suoi personaggi, magari forzando la realtà, per descriverne più pesantemente ma accuratamente il carattere di endemica povertà.

Povertà come quella dei contadini (specie quelli del nord Europa) che si ingozzavano di pane fatto di farina di segale, spesso infestata da un fungo produttore di micidiali alcaloidi (e in quel caso si chiamava segale cornuta) che provocavano ogni sorta di malanni, come, dato il loro effetto di vasocostrittori, necrosi delle dita e delle unghie. O addirittura il fuoco di S. Antonio.

Ma il diabolico claviceps purpurea aveva anche pesanti effetti sul sistema nervoso: pieno di acido lisergico com’era. Ci immaginiamo i poveri contadini che lo buttavano giù con il pane, rapiti all’improvviso da allucinazioni psichedeliche, che di sicuro scambiavano per incantesimi mandati dal diavolo.

Si ritrovavano dannati al fuoco dell’inferno (e a quello di S. Antonio) invece di farsi un bel viaggio, come sarebbe diventato di moda qualche secolo dopo: Lucy in the Sky with Diamonds.

Il Sergente a sonagli

Il Sergente a Sonagli

 

4 gennaio. La Sala dei Papi nel Palazzo dei Domenicani alla Minerva è un grande ambiente rinascimentale munito, ringraziando gli architetti dell’epoca,  di un’acustica terrificante e di una temperatura artica, ma pieno di belle statue, compresa questa incompiuta Madonna, la cui mano palmata, che non  ha mai visto l’ultima rifinitura, ci ha stregati.

Qui ogni mese si tiene il Salotto Romano: un’agape per appassionati organizzata da Sandro Bari, colui al quale spetta di diritto il grado riportato nel titolo.

Perché Sergente a Sonagli, qualifica che lo apparenta al Cavalier Serpente? Perché, come perfidia, l’amico Sandro, ne è degno rivale.

Dopo il tradizionale intervento di Romolo Augusto Staccioli, illustre romanista, che a ogni appuntamento regala aneddoti sull’Urbe e curiosità latine, si è passati al pezzo forte del pomeriggio: la presentazione di un libro (di Sandro Bari, appunto) che racconta la storia del mitico Folkstudio, un locale di Roma che negli anni ’60 fu il terreno su cui sbocciarono (alcuni ci provarono, ma senza riuscirci) moltissimi talenti della musica italiana, e anche parecchi di quella straniera.

Spontanea, a questo punto, è fiorita la deliziosa, perfida aneddotica di Sandro al suo ricordare: “C’erano quei due, Arbore e Boncompagni che si piazzavano al bar in attesa del momento per entrare gratis”…”e quell’antipatico, presuntuoso e stonato, come è rimasto ancora adesso, anche dopo il Nobel; un certo Bob Dylan” (non potremmo essere più d’accordo)…”e quell’altro, stonato anche lui, che però col tempo ha imparato a  cantare, e comunque era molto più simpatico: Paolo Conte”… e per chiudere ci ha presentato due esemplari di modernariato dell’epoca: Luisa De Santis e Anna Casalino che ci hanno regalato un paio di canzoni popolari, con voci, dobbiamo dire, ancora robuste e spirito indomito.

Inutile sottolineare che l’età media era ben oltre quella della pensione. D’altra parte, essendo quasi tutti i presenti frequentatori del Folkstudio in quegli anni, il calcolo è presto fatto. Tanto è vero che, malgrado l’imbacuccamento generale in cappellacci e pastrani, cavernosi colpi di tosse rimbombavano frequenti sotto le volte quattrocentesche.

 

Ma, per quanto ci risulta, nessuno è deceduto (sul posto).


“Il Principe Felice”

 

7 gennaio. Golfone, sciarpone, ponchone a quattro strati. Così Elio Pandolfi ci ha ricevuti alla Sala Casella della Filarmonica Romana, sistemata come il salotto della zia che aspetta i nipotini per raccontargli le favole. Il palcoscenico ignorato e le sedie disposte in platea tutto intorno al caminetto, pardon, al pianoforte, pilotato dall’eccellente giovane Marco Scolastra, suo collaboratore da anni: questa sera nella parte del nipotino delegato a sottolineare alla tastiera i  momenti importanti nel racconto di nonno Elio, con brani di Britten, Nielsen, Elgar.

Adagiato sul suo tronetto, Pandolfi ha fatto mirabilmente sé stesso leggendo il racconto di Oscar Wilde, con tutti gli sbuffi, le risatine, le tossette del grande attore, meglio ancora, del grande lettore e doppiatore, abile a coprire una parola saltata o una smemoratezza, appunto con quei sapienti gorgoglii e borbottii che vorrebbero servire a far dimenticare i piccoli inciampi di percorso, e invece li rendono ancora più gustosi. Un maestro.

 

Brindisi e panettone a fine spettacolo, con lui a civettare sui suoi 92, (novantadue!) anni e su quanto pochi gliene restano ancora da vivere. Chiaro che quando uno arriva quasi al secolo mantenendo testa e polmoni intatti, si può, anzi, si deve permettere di sorridere, o perfino di sghignazzare in faccia alla Nera Signora. 


PS. Evviva!


Un avvenimento che aspettavamo da anni.

Come tutti, in passato abbiamo ridacchiato delle antologie di svarioni linguistici da noi sempre creduti completamente inventati per far ridere i lettori sempliciotti. E invece…

La Repubblica, 13 gennaio 2018, pagina 15. Nell’articolo si parla della appena inaugurata (malgrado la contestazione da Trump) ambasciata degli USA a Londra. Si raccontano con parole alate le caratteristiche architettoniche e decorative del futuribile edificio in riva al Tamigi che la ospita, e proprio a questo punto, alla nona riga della quarta colonna chi ci troviamo? I “giardini PRENSILI che riflettono varie regioni degli USA: uno sul tema dei canyon in Arizona, con cactus; un altro con le sequoie rosse sul Pacifico”…

Abbiamo il ritaglio nel cassetto.

 

 

Ci chiediamo perché

Baroccoccò
 

Conferenza stampa di presentazione del Festival  della danza spagnola e del flamenco. Ambasciata di Spagna, Sala Rossa a Palazzo Borghese.

Un cortile sontuoso, uno scalone a chiocciolone e questa sala sovraccarica di stucchi, lampadari, specchi, tappezzerie e vecchi mobili scricchiolanti e malfermi, tanto è vero che uno dei giornalisti ha rischiato di precipitare da una poltroncina a cui è crollato lo schienale.

Apre la Ministra Plenipotenziaria scusandosi perché parla male l’italiano; e la fa breve. Seguono gli altri, fra cui el señor Dosal, spagnolo, direttore del Parco della Musica che, con il suo brillante eloquio italo-iberico illustra (come sempre pittorescamente) l’interessante progetto.

 

Prima di tornarcene a casa storditi da tutto il baroccoccò dell’arredamento e della cerimonia, ci chiediamo perché un ministro destinato a rappresentare il proprio paese presso un’altra nazione, non debba, come requisito assolutamente prioritario, essere padrone fino all’estrema virgola della lingua di quest’ultima.

S. Luigi dei Francesi 

 

Ultimo concerto del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro, con uno di quei programmi che fanno temere il sonnellino: “La musica sacra romana nei primi anni del ‘700”. Composizioni di Cannicciari, Bencini, Pasquini, Giorgi, Casali, Zamboni, Costanzi, Colombiani; nomi a noi, e ci è parso anche al resto del pubblico, sconosciuti.

Invece niente pennichella! Il Concerto Romano, il coro Emelthee e il direttore Alessandro Quarta ci hanno strappati fin dal primo brano all’immanente torpore, e non ci hanno più mollati trasportandoci al finale grondante di applausi.

Davvero bravi a dare vita a questo genere di musica sempre a rischio di un filologico accanimento terapeutico.

Aiutati nell’impresa anche dalla buona circolazione delle onde sonore fra gli angiolotti arcibarocchi arrampicati su per gli altari e aggrappati ai pennacchi della cupola.

 

Una volta in strada ci chiediamo perché Santa Madre Chiesa che è tanto astuta nel dribblare l’IMU sui suoi tesori immobiliari, non lo è per niente nello sfruttamento di un altro tesoro a sua disposizione e a costo zero: l’immenso repertorio della musica sacra; visto che lo esclude sistematicamente (e stupidamente) dalle sue funzioni, sostituendolo con quelle orribili canzonette, per di più  male eseguite da suorine con le chitarrine e chierichetti coi bonghetti. 

Basilica dei Santi Cosma e Damiano

 

Concerto straordinario “Un Natale con Bach e Palestrina” organizzato da Giorgio Carnini. Musica ed esecutori di alto livello, come da aspettativa. Chiesa antichissima spruzzata anche lei di barocco (vedi altare).

Nel dopo concerto si brinda nella sacristia, ricavata secoli fa dentro i possenti tufi del Foro della Pace, mentre il vicerettore, croato, ci diverte con i suoi racconti sulla guerra quotidiana che la comunità multietnica dei suoi frati combatte contro ratti e gabbiani nel deserto urbano del Foro Romano.

Anche in questo caso ci prende la solita curiosità e ci chiediamo perché ormai non ci siano praticamente più italiani nelle alte o basse gerarchie delle parrocchie. Evidentemente quella che era la più vecchia ed efficiente istituzione del mondo non riesce più a rendere socialmente desiderabile, qui in casa nostra, una carriera fra le sue braccia. 

 

E poi, dopo queste serate culturali, magari seguite da uno spaghetto e qualche buon bicchiere, naturalmente si torna verso casa, e si finisce col passare sempre da lì, davanti a questa cosa che è talmente bella da risultare addirittura insolente.

Uno che ammira un’opera d’arte forse non dovrebbe porsi dei problemi di statica o di ingegneria; eppure ogni volta noi ci chiediamo perché quel pesantissimo plurimillenario obelisco riesce da quattro secoli a stare in piedi senza cadere, sospeso sul vuoto del suo basamento.

 

 

Si può vivere senza il salterio?

Certo; come si  riusciva a vivere senza il giradischi  prima che lo inventassero. Però domenica 10, nella sala dell’Immacolata a Santi Apostoli, l’ultimo raffinato concerto del festival dell’Architasto ci ha fatto capire che se invece il salterio c’è, si vive un po’ meglio.

Questa fatina, Franziska Fleischanderl, è una delle poche salteriste in circolazione e ha oltretutto il merito di essere andata a cercarsi i rari manoscritti settecenteschi di composizioni per lo strumento nel convento delle monache benedettine di San Severo di Puglia, che, ai loro tempi, si dilettavano a cantare i salmi accompagnate proprio dal salterio.

Il quale, come si vede, è una specie di cetra a corde libere da pizzicare con le dita o battere con i martelletti.
Al concerto i solisti erano lei, Francesco Tomasi alla tiorba (non serve spiegare, tutti sappiamo cos’è, no?), Chiara Tiboni al clavicembalo e il sopranista Francesco Di Vito, il quale (citiamo alla lettera il programma) “per uno straordinario caso della natura non ha subito la muta vocale; tale caratteristica gli ha permesso di fare rivivere il repertorio trascendentale dei cantanti castrati del barocco nel modo più filologico possibile, ovvero con un’emissione vocale non di falsetto ma naturale”.

 

E, aggiungiamo noi, si può dire che l’ha scampata bella. Possiamo inoltre testimoniare che, oltre a essere bravo, il maestro è munito di fior di barba e baffi e parla con voce da normale giovanotto.


 

Photo Ark – Meraviglie del mondo animale

E’ una mostra fotografica che abbiamo visto inaugurata l’otto dicembre al Parco della Musica.

Tutto come da copione ambientalista: il desiderio del fotografo Joel Sartore è fermare la perdita di biodiversità dovuta alle attività umane, al bracconaggio, ai cambiamenti climatici. Le specie animali si stanno estinguendo con un ritmo mille volte superiore a quello che sarebbe naturale. L’uomo deve intervenire per riparare il male fatto finora, e impedire che se ne faccia altro.

Sacrosanto, intendiamoci: foto meravigliose, situazioni catturate con abilità e, certo, anche con un pizzico di fortuna, sfondi che danno risalto ai colori delle penne o alla morbidezza delle pellicce, e, giustamente, il nobile scopo è informare per mettere in grado di intervenire prima che sia troppo tardi.

Quello che ci pare davvero sciocco è il tono dei giornali che presentano l’iniziativa: “L’estinzione vista attraverso gli occhi impauriti degli animali”, “Sguardi che parlano e trasmettono il pericolo di un mondo che sta soffocando la biodiversità” e altri siffatti sentimentalismi.

 

Ci sembra altamente improbabile che l’occhio naturalmente inespressivo (in termini umani, s’intende) di un uccellaccio dal lungo becco, di cui ci sfugge il nome, o il muso forse semplicemente  attento, ma apparentemente perplesso (sempre in termini umani) di una scimmia possano trasmettere un’inquietudine consapevole a proposito di un problema che certamente questi simpatici animali non sono in grado di porsi.

Forse si tratta solo del latente desiderio di umanizzare tutti gli esseri che ci circondano per avvicinarli alla nostra sensibilità.

In quanto a noi, dato per scontato il valore delle intenzioni, non ci rimane che divertirci a riconoscere nelle espressioni di queste creature forti rassomiglianze con quelle di alcuni nostri amici i cui lineamenti ci pare di identificare, caricaturati, proprio in quel becco lungo e quella testa pelata (lo Scarpantibus di arboriana-bracardiana memoria?) o in tutto quel pelame biondo-rossiccio.

Forse ci sbagliamo, ma forse anche no.

 

 

Dopo queste belle pensate, per dare a noi stessi, ma soprattutto a voi, un meritato riposo, ci pare opportuno prenderci una pausa di un paio di settimane. Ci rendiamo conto che per contrastare il troppo zucchero delle feste, una punta di veleno del Cavalier Serpente sarebbe quanto mai indicata, ma confidiamo che riuscirete a sopravvivere lo stesso.

Però attenti al diabete!

 

 

Sorpresa quasi di famiglia


La Sala Cadorin

A Via Veneto, fra i tanti grandi alberghi, c’è il Grand Hotel Palace (ex Ambasciatori), costruito da Piacentini nel 1926. Come in tutti gli altri, anche in questo c’è il salone bar, che però non è un salone qualunque: è la “Sala Cadorin”.

Guido Cadorin, pittore veneziano della prima metà del ‘900 è stato probabilmente uno degli ultimi artisti del nostro tempo a ricevere una committenza privata: appunto la decorazione pittorica del salone bar del Palace.

E’ una delizia girare gli occhi sulle pareti (magari con in mano un buon Negroni), e trovarsi nel centro di un ciclo di affreschi che ripropongono l’atmosfera di una festa in villa, alla maniera cinquecentesca di Paolo Veronese (balconate, colonne e paesaggi), solo che i dipinti sono in stile decò e i personaggi in abito moderno.

La cosa divertente è riconoscere nelle figure i famosi dell’epoca: c’è lo stesso Cadorin autoritrattosi di spalle in frak, c’è la signora Piacentini, c’è Margherita Sarfatti, c’è una danzatrice nuda e una donna moderna (per l’epoca), non identificata ma vestita, che con aria insolente fuma una sigaretta, ci sono Giò Ponti, Emilio Cecchi, e abbiamo perfino riconosciuto nostro nonno, il pittore Felice Carena, intimo amico di Cadorin, in elegantissimo papillon bianco.

E, per aggiungere mistero alla vicenda, c’è anche un piccolo giallo: neanche un anno dopo l’inaugurazione gli affreschi vennero coperti da drappi con la scusa che la loro eccessiva audacia offendeva i clienti. In realtà la ragione di questa censura pare che andasse cercata nell’irritazione di un tizio seccato di non riconoscersi fra i personaggi dell’alta società riuniti negli affreschi.

 

Quel tizio era un certo Benito Mussolini.


La pericolosa deriva del collezionista

Voglia d’Italia. E’ il titolo di una mostra che apre il 6 a Palazzo Venezia. Inconsuetissima inaugurazione a suon di musica. Nella Sala Regia concerto “Omaggio a Duke Ellington” della Mario Corvini New Talents Jazz Band. Ottimi fiati, begli arrangiamenti; una sola pecca che non ci sentiamo di ignorare: come si può pensare di riprodurre lo swing di Ellington con un basso elettrico invece di un vero contrabbasso nella sezione ritmica?

Superato questo piccolo dispiacere musicale, procediamo a visitare la mostra che si srotola, per i magnifici saloni dell’appartamento Barbo riempiendo vetrinette e  scaffali. Ma con cosa?

Qui viene fuori la discussa faccenda del collezionismo, che delle volte è una sacrosanta ispirazione a mettere insieme oggetti rari e  preziosi. Ma altre volte a noi sembra solo una frenesia patologica di accumulare cose (belle qualche volta, certo, ma anche brutte, spesso) pur di fare numero.

 

Non abbiamo lo spazio per mostrare tutta la paccottiglia in esposizione, ma potrebbero bastare questi pupazzetti e questo boccale da birra intagliato in una zanna di elefante per capirci.
 E’ chiaro che questo più che un giudizio artistico è una freddura. Infatti sottocchio ci è caduta anche della roba molto bella e molto seria. E’ che la nostra esternazione nasce da quel certo brulichio esagerato che frullava intorno ai troppi oggetti e oggettini delle sale.

I responsabili sono una coppia di americani vissuti a Roma, a Villa Sciarra, fino agli anni trenta: lui, George Wurts, funzionario dell’ambasciata USA, presumibilmente la mente maniacale dell’operazione, lei Henriette Tower Wurts, ereditiera, con certezza il braccio economico  della stessa.

Fatto sta che questi due, fissati, ma tutto sommato anche benefattori, finirono, dopo averla accumulata, col donare  a Palazzo Venezia la loro collezione di oltre quattromila manufatti, che è quella che vediamo esposta. E poi, al Comune di Roma, anche la loro residenza di Villa Sciarra, che purtroppo, da quando è passata alla proprietà pubblica è andata sempre più degradando fino alla miseria di oggi.

La mostra proseguirebbe nei locali interni del Vittoriano, ma, francamente, è tardi, fa freddo, e soprattutto l’idea di attraversare Piazza Venezia: buia, senza un semaforo, con le strisce pedonali mezze cancellate e stravolta da un infernale carosello di traffico è una di quelle che farebbero venire i brividi anche a un veterano della Parigi-Dakar.

 

Noi che quella grinta non ce l’abbiamo, rinunciamo all’impresa e buona notte. 

Romani antichi e moderni

“Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa”. Martedì 28 novembre, pomeriggio avanzato, quasi sera. Si inaugura la mostra ai Mercati Traianei di Roma.

Difficile immaginare un argomento più interessante e una location più speciale. Oltretutto è una di quelle serate limpidissime di luna quasi piena, che, insieme alla nuova illuminazione dei fori imperiali sui quali si affacciano i finestroni di quel centro congressi, supermercato, grande magazzino di venti secoli fa che costeggia il Foro Traiano, contribuisce a trasformare un evento da mondano a qualcosa di più: una magia di cultura e bellezza.

 

Quella di Traiano fu l’epoca migliore. Le sponde del Mediterraneo erano tutte romane; in città arrivavano insieme ai più bei marmi del mondo i migliori architetti, scultori e scalpellini, e tutto quello che si faceva era straordinario. 


Robaccia probabilmente la sfornavano anche allora, solo che, per fortuna, se c’era, non ha resistito ai millenni. D’altra parte, chissà quante cose anche più belle di quelle sopravvissute sono scomparse e noi non ne sapremo mai niente.

Come non sapremo mai niente di opere d’arte realizzate con materiali deperibili: quadri (tele e cornici non durano due millenni), vestiti, mobili e sculture in legno (idem), gioielli (idem, non per le ingiurie del tempo, ma per l’avidità dei posteri), per non parlare delle statue di bronzo che nei secoli hanno quasi tutte preso la strada della fonderia per trasformarsi in cannoni.

Rimane il marmo, anche questo a rischio di essere bruciato nelle calcare; solo che ce ne doveva essere talmente tanto in giro, che qualche briciola è arrivata fino a noi.

E qui sono in mostra alcune di queste briciole  così squisite da non credere: una mano: viva; il primissimo piano di una bocca con le sue rughe di espressione più vere della carne. 

Ci è toccato aspettare parecchi secoli per ritrovare qualcosa di simile con Michelangelo e Bernini.

 

Ci sono anche frammenti di capitelli, di cornicioni, di architravi; elementi architettonici che stavano lassù a dieci, dodici, quindici metri. E da terra, a quell’altezza, è matematico che i finissimi ornamenti ricavati con lo scalpello nel marmo non fossero assolutamente visibili. Eppure ci sono, tutti incisi accuratamente e poi levigati con attenzione. Se gli uomini non potevano distinguerli, per chi erano scolpiti? Per gli Dei, per l’Imperatore, per il semplice amore di fare bene il proprio lavoro?

Per fortuna abbiamo visto anche qualche peccatuccio, qualche furbizia, scoperto degli altarini, che ci hanno permesso di non soccombere del tutto davanti a tanta perfezione. Non tutte le palmette, gli ovuli, i dadi, le decorazioni minori insomma, sono ben rifiniti; alcuni sono appena sbozzati, altri quasi solo fantasmi del disegno originale.

 

Tanto c’era la vernice colorata a coprire tutto: il ben fatto e il mal fatto. E di sicuro, lassù nessuno avrebbe potuto vedere la differenza. Se non, forse, gli Dei.

 

A proposito di perfezione e di difettucci, non possiamo non citare il quintetto di ottoni che, per allietare il pubblico e spostandosi di sala in sala, suona (bene) fanfare e brani trionfali di Bach e altri.

E fin qui, di sicuro, niente da obiettare. Però a un certo punto i cinque sciagurati si avventurano incautamente in una compilation di Gershwin in stile charleston.

 

Da brivido, ma di raccapriccio.

 

Oh, e poi ci è apparsa questa scritta, evidentemente destinata al pubblico di turisti.

Gli antichi romani erano riusciti a costruire l’impero più grande del mondo.

 

Quelli moderni, neanche capaci di scrivere un cartello in inglese. 

Due sorprese


Ci siamo capitati per un fortunato caso (altrimenti che sorpresa sarebbe stata?) che ci ha indotti a fare qualcosa di imprevisto: mollare quello per cui eravamo usciti da casa. Eravamo su, nella saletta al secondo piano del Mercato Centrale Roma di Via Giolitti, dove ci aveva dato appuntamento Arteindiretta per partecipare a un racconto accompagnato da proiezioni, su come pesci, crostacei e frutti di mare arricchivano le tavole imbandite nelle nature  morte, soprattutto fiamminghe, del ‘600.

Buona la ricetta ma troppo allungato il brodo delle chiacchiere, poco speziato il piatto forte delle proiezioni, e soprattutto distraente l’arrivo di paradisiaci effluvi di cibo e tintinnio di posate provenienti dai ristoranti di sotto.

Non abbiamo resistito e siamo scesi. Sorpresa!

Fino a ieri, Via Giolitti, lato destro della Stazione Termini, era uno dei diverticoli intestinali del ventre degradato della città. Stanzoni abbandonati e bui, dentro. Fuori: ambulanti, ubriachi, sporcizia, traffico impossibile e niente parcheggio.

Ma noi sapevamo che quell’ala dell’enorme edificio della stazione era stata progettata e messa in cantiere alla fine degli anni trenta da uno dei tanti geni che avevano reso magnifica l’architettura del regime, Angiolo Mazzoni; finché la caduta del fascismo aveva bloccato tutto. Solo che, come molti altri esempi di quel periodo, tutto era stato abbandonato e pochi anni erano bastati a far dimenticare il capolavoro.

Finché (e qui emerge il pericoloso genio italico: quello che ci fa sopravvivere alle catastrofi, ma non ci insegnerà mai a prevenirle) per salvare capra e cavoli un astuto imprenditore ha avuto l’idea di aggrapparsi all’unico salvagente funzionante in questo periodo.

La cultura? Ma no, la gastronomia!

E sotto quelle volte di purissimo stile razionalista ha impiantato il Mercato Centrale Roma. 

E così ci ha restituito, recuperandola, la baracca.


Seconda sorpresa:

Questioni di Pelle. Che è il titolo di una rassegna mensile organizzata dalla DermArt, un’associazione, come dice il nome, di dermatologi con inclinazioni artistiche.

Oggi, 24 novembre, si è parlato di stimmate, un tema che, specialmente con Padre Pio, ha provocato infinite inquietudini sulla reale origine (e sulle tante possibilità di frode ad essa abbinate) di queste patologie cutanee.

Abbiamo saputo che dal punto di vista medico si tratta di ulcere croniche o lesioni necrotizzanti; che spesso si manifestano sul piede diabetico; che non è vero che profumano, anzi mandano un puzzo terribile; che non sono mai state osservate in pazienti non cattolici; che San Francesco è il primo e l’unico stigmatizzato ufficiale della Chiesa, e che queste piaghe appaiono, ovviamente, sempre sugli stessi punti geografici del corpo di Cristo crocefisso: mani, piedi, costato e testa (la corona di spine).

 

Abbiamo visto riproduzioni delle tante Deposizioni della storia dell’arte, e quella che non conoscevamo e ci ha colpiti di più è il Cristo sostenuto dagli angeli di Manet, criticatissimo a suo tempo per la sua presunta crudezza e per il realismo giudicato blasfemo, ma dal nostro dermatologo relatore Massimo Papi definito scientificamente preciso, perché rappresenta con amorosa accuratezza il gonfiore di piedi e caviglie, che sopravviene durante il crudele supplizio della crocefissione.

Alla fine, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, ci hanno servito (in modo virtuale) i biscotti di pastafrolla con le stimmate di marmellata che si pretende siano nati come omaggio a Padre Pio, ma nello stesso tempo si teme siano una bufala e in realtà li abbia inventati anni fa una massaia fantasiosa ma all’oscuro dell’esistenza del santo di Pietralcina.

Poi la rete…

Al prossimo incontro si parlerà di unghie.

La dermatologia, chi l’avrebbe mai immaginata così divertente?

 

 

 

Momenti di intimità


Al primo piano del Museo Andersen c’è questo quadro che, oltre a essere ben dipinto, ritrae con grande delicatezza, bisogna proprio dirlo, un momento di intimità: la fine di un incontro omosessuale, scena forse non tanto comune ma certamente accettata all’epoca fra artisti del nord, e magari giovani locali.

Il Museo Andersen è una grande villa Art Nouveau appena fuori Porta del Popolo, in una traversa della Via Flaminia. Sconosciuta ai più, è stata l’abitazione e lo studio di Hendrik Christian Andersen, scultore norvegese della prima metà del novecento (niente a che fare con Hans Christian, quello delle favole), il quale, una volta scoperta Roma, come succedeva a molti viaggiatori europei, preferibilmente ricchi, ci aveva messo su casa e non se n’era più andato.

Tanto è vero che qui è morto ed è stato sepolto nel cimitero acattolico, giardino di grande suggestione a Porta San Paolo, dietro la piramide Cestia, uno degli spazi ancora campestre entro le Mura Aureliane. Una gentile concessione del Papa che non voleva avere niente a che fare, nei suoi cimiteri ufficiali, con questi stranieri senza dio; ma d’altra parte non poteva scontentare i re non cattolici che avevano rappresentanze a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

Vicino a lui c’è la tomba di un personaggio oscuro, figlio di uno invece famoso, Wolfgang Goethe. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome: è segnalato semplicemente come Goethe Filius.

Hendrik fu legato per anni da un affettuoso, anzi, a giudicare dalla corrispondenza, affettuosissimo rapporto con lo scrittore americano Henry James. Il quale faceva parte, appunto, di quella schiera di “eccentrici” (così venivano garbatamente chiamati gli intellettuali omosessuali che scendevano in Italia per vivere la loro condizione in una terra dalla libertà leggendaria, lontani dalla morale stretta del resto d’Europa e degli Stati Uniti). Erano Wilde, Maugham, Munthe, Forster, Douglas e tanti altri, per finire con il ricchissimo industriale dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp, il quale, evidentemente non trasgressivo come gli altri, nel 1902, travolto dallo scandalo, si suicidò.

 

Altri scandali e altri tempi, per fortuna andati.


Passiamo a un argomento altrettanto intimo, ma di sicuro privo di qualsiasi connotazione peccaminosa: il divino allattamento al seno.

E che seno, che allattamento! Parliamo della Madonna, del Bambinello e, già che ci siamo, di anatomia.

Questa nostra non è un’analisi artistica; è solo uno stupore che ci prende all’osservare le Madonne allattanti della pittura prerinascimentale.

Rappresentazioni in cui l’anatomia, addirittura la semplice osservazione dal vero, se ne vanno per conto loro.

Sì perché i Bambinelli (spesso dipinti come adolescenti ben oltre l’età dell’allattamento, ma sempre miniaturizzati alla taglia di un poppante), stanno attaccati a sacre mammelle che, fra drappi e manti, fanno capolino da una spalla, da un’ascella, da una clavicola, in ogni caso da punti del corpo dove nella realtà c’è impiantato qualcosa di ben diverso.

Forse questa indifferenza verso la verità rendeva irreale, e quindi non pericolosa per il fedele maschio la visione di un organo che, papi o non papi, continuava a mantenere il suo richiamo più terreno che spirituale.

Tanto è vero che, qualche anno più tardi, questo concetto che all’epoca non era ancora chiaro né agli artisti né agli ecclesiastici committenti, fu codificato dal concilio di Trento, lo stesso che poi decise di far mettere le mutande alle figure di Michelangelo nel Giudizio Universale.

 

E da allora, nell’arte sacra, addio nudità, se non contrabbandata da qualche artista malizioso e furbacchione (vedi Bernini e altri) come estasi mistica.

Irriverenze

Presentazione Stagioni delle Arti.

Parco della Musica, mercoledì 8, conferenza stampa di presentazione delle Stagioni delle Arti 2017-18. Un tripudio di notizie positive: numero di concerti, lezioni e incontri con il pubblico, spettatori in continua crescita, come gli incassi; e non è poco, trattandosi di un’istituzione pubblica, che contrariamente alle altre non è in passivo cronico.

E crediamo che sia  tutto vero perché ogni volta che ci mettiamo piede, c’è sempre un sacco di gente con le facce contente, anche famiglie, perché molte sono le iniziative per i bambini; la libreria è affollata, al caffè c’è la fila e i Negroni che preparano al Red Bar continuano a essere ottimi.

Intanto il manifesto della stagione, che a noi irresistibilmente ricorda la copertina di uno dei primi LP di Dalla, essendo la cupola che appare sotto il titolo identica al basco dell’amico Lucio.

Poi, al Presidente Regina, nell’entusiasmo di elencare i grandi artisti che da tutto il mondo arriveranno sulle scene dell’auditorium, è scappato il nome di Dario Fo (da tutto il mondo, è certo possibile, dall’altro mondo ci sembra un po’ più difficile).

L’AD Josè Dosal, esprimendosi nel suo pittoresco italiano españoleggiante ci ha anticipato i concerti di giàss, con i solisti di giàss e il pubblico de apasionados di giàss. E poi si è lanciato in un ringraziamento corale a tutto il personale che lavora nell’istituzione, comprese le donne delle pulizie, ma dimenticando il benemerito barman a cui abbiamo accennato due righe fa.

Divertenti filmati con le facce di tanti artisti a fare gli auguri all’auditorium per il suo quindicesimo compleanno funzionavano da stacco fra una chiacchierata e l’altra; il tutto concluso con una canzone dal vivo della spagnola Antonia Molina, presentata con molti besos y abrazos dal concittadino señor Dosal.

E finalmente Luca Bergamo, Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale (prima parentesi: fino a qualche tempo fa, dove serviva c’era scritto solo Roma. Adesso, e forse si può ipotizzare qualche amico con una tipografia o una fabbrica di vernici, a tutte le “Roma” è stato aggiunto “Capitale”: sulle auto dei vigili, sulla carta intestata, sui furgoni; ma era proprio necessario ricordarcelo che Roma è la capitale?), (seconda parentesi: che un assessore di Roma si chiami Bergamo, è buffo, no?) ci ha liberati da un dubbio di tipo grammaticale e anche etico, che da un po’ ci tormentava, quando, riferendosi alla sua e nostra prima cittadina l’ha chiamata “la sindaca”.

 

        Meno male! Se l’ha detto lui che sta in giunta, possiamo stare tranquilli.



Champagne
!

4 novembre sera. Insieme ad altre novantanove persone, siamo a cena a Villa Medici in onore di David Lynch e in chiusura della Festa del Cinema.

Pleonastico descrivere la magnificenza del parco, la fantasmagoria, in questa serata limpida e tiepida, del panorama dalla balaustra accanto a Trinità dei Monti, la grandiosità del salone e lo sbrilluccichio della sontuosa apparecchiatura. Cinque calici: acqua più le quattro differenti etichette di champagne che hanno accompagnato i piatti.

Nella foto i bastardini imbucati, pieni di un liquido arancio sono due Negroni preparati magistralmente dal barman all’ingresso (i migliori assaggiati negli ultimi tempo) e offertici prima di sedere a tavola.

Grande spolvero di attori, ovvio, e atmosfera guardingamente rilassata, forse anche grazie ai succitati Negroni.

Ben gelati e copiosi il Moёt Imperial, il Moёt & Chandon Grand Vintage 2009, il Moёt & Chandon Grand Vintage Rosè 2009 e il Moёt Nectar Imperial, con cui abbiamo pasteggiato.

Eravamo in semplice giacca e cravatta, anche se di Gucci, ma un po’ a disagio perché per questi fluidi blasonati ci saremmo sentiti più a posto in frac.

E allora, dove sono le perfidie? Nel menu, presentatoci dallo chef responsabile a inizio pasto. Non siamo gastronomi stellati, ma ci è sembrato, come spesso in queste occasioni, che tutto sapesse vagamente di panna: il tiramisù di patate e baccalà con lardo di cinta senese; le mezzelune di burrata, acciughe e datterini; le capesante scottate con millefoglie di patate e speck…

Irresistibile, andandocene, ci è tornato in mente uno degli eroi delle nostre letture infantili: Bertoldo, il contadino dal cervello fino, il quale, proprio per merito della sua astuzia, fu invitato a corte dal re. Qui, fra un frizzo e un lazzo cominciò a frequentare la tavola dei nobili, dove si mangiavano cose raffinatissime, alle quali lui non era naturalmente abituato, e tante ne mangiò che alla fine si ammalò e se ne andò al creature.

Il re, che apprezzava lo spirito del villano, fece incidere sulla sua tomba un epitaffio i cui tre ultimi versi dicevano:

“Mentr’egli visse fu Bertoldo detto,

fu grato al re, morì con aspri duoli

per non poter mangiar rape e fagioli”.

 

Prosit.

Mezzo millennio

 

 

 E’ il tempo che ci separa dal botto provocato da Martin Lutero con la sua riforma.

C’è a Roma una chiesa cattolica apostolica romana officiata dei preti tedeschi: S. Maria dell’Anima. E’ una chiesa che ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata. Quando entri il soffitto sembra un cielo, i pilastri brillano di cera, i quadri splendono di colori, e non si vede una lampada. Luce diffusa. Devono aver piazzato almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati la mattina del 30 ottobre, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre. Molte le tombe di marmi bianchi e colorati e con una fitta presenza di clessidre e teschi ghignanti, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell'elegante salone di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono (polverose e malissimo illuminate come sono) molte chiese romane, forse piene di tesori artistici, che però, nelle tenebre è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.

All'improvviso però, tutto questo splendore ci è sembrato oscurato da un’ombra. Perché?

Sono esattamente cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio sicura) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa. Evidentemente i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto la scadenza, ma hanno scelto di celebrarla a modo loro, con una mostra di poster montati in fila lungo tutta la navata. Non siamo storici, quindi non possiamo contestare la correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così scemi da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco cristiana delle immagini, fra le quali presentiamo (perché merita) l’ultima della serie: il faccione perfido di Lutero, commentato dalla seguente didascalia.

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe o presunte tali”.

 

Un vero diavolaccio.


MEZZO SECOLO, o poco più,
è invece bastato per quest’altro evento altrettanto storico, se non addirittura magico per Roma.

Parliamo del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, nato in epoca fascista con il nome di Palazzo della Civiltà del Lavoro, che adesso si è sposato e di cognome fa Fendi (pare che il suo sia un matrimonio di interesse), però per gli amici del bar rimane er Colosseo Quadrato.

La notizia è che, appunto dopo mezzo secolo, l’edificio, prima abbandonato al degrado, poi considerato da abbattere in quanto monumentale simbolo dell’odiato regime, poi accusato di pompa e cattivo gusto, e così proseguendo con insensate considerazioni, mentre era, fin dal suo progetto, e ancora lo è, solo un’opera bella, è salvo.

Grazie a Fendi che l’ha in affitto, è finalmente a disposizione dei romani, gratis, in questi giorni, per una piccola, ben fatta manifestazione che collega la Maison al mondo dello spettacolo (siamo in coincidenza con la Festa del Cinema) con ricostruzioni di set pieni di riflettori, macchine da presa e costumi di scena di film famosi, disegno Fendi, of course; con una Giulietta spider su cui possono salire per farsi riprendere grandi e piccini, e in più, a disposizione di tutti, vari trucchetti elettronici di moltiplicazione immagini e selfie in movimento.

Ottima organizzazione, personale cortese, marmi e vetri lustri. E con il bonus (e questo non è merito Fendi) di una di quelle giornate da ottobrata romana che non si dimenticano.

E aggiungiamo anche questo: finalmente si è recuperato un vero capolavoro del periodo più felice per l’architettura italiana di tutto il ventesimo secolo (e, per l’amor del cielo, non diamo retta alle baggianate ventilate da un noto personaggio della politica, secondo cui qualche partigiano potrebbe sentirsi offeso a passeggiare sotto una facciata di architettura fascista).

 

 

Missione suicida

Questa settimana abbiamo deciso di buttarci fra le braccia di tutti quelli che aspettano un pretesto per darci un buffetto, o magari uno sganassone. Ecco, glieli forniamo noi: più di uno.

Primo: non ci piacciono gli strumenti giapponesi (quelli tradizionali, naturalmente; su eventuali usi rock o jazz nulla ci è pervenuto dalle fonti deputate).

Roma, martedì 24 ottobre, Istituto Giapponese di Cultura: “Danze e Canti di Osaka”. Tutti gentili, ci fanno accomodare in prima fila, posizione rischiosa che rende impossibile la fuga strategica, ma permette di udire meglio i flebili e pochissimo espressivi suoni emessi dagli strumenti.

Eh già, perché, per quanto riguarda la parte musicale, abbiamo uno shamisen, una chitarrella a tre corde tese su una scatola quadrata coperta di pelle di serpente, pizzicate con un grande plettro di legno; ne escono suoni sordi che, in mancanza di una cassa di risonanza decente, non vanno lontano e non emozionano (a noi).

 

A seguire un assolo di kokyu un altro di quegli strumentini a scatoletta, stavolta coperto di pelle di gatto e suonato con l’arco. Il problema è anche qui la piccolezza della cassa e la sottigliezza delle corde, per cui dall’archetto escono solo quelli che ci sono sembrati i lamenti del povero animale sacrificato per ottenere un risultato così scarso.

Sul canto ammutoliamo: melodie non percepibili e parole incomprensibili, e questo è ovvio, ma tanto gutturali che più che note sembrano conati. Nel mondo l’ugola è la stessa per tutti. Chiaro che da quelle parti ne fanno un uso diverso che da noi: e su questo non si discute e non c’è base per criticare.

Certo: altre tradizioni, altre culture, altre civiltà. Anche qui in passato c’erano strumenti sordi, fessi, stonati, miagolanti. Ma poi ci risulta che si sia verificata una bella evoluzione, e siamo arrivati a Stradivari, a Mozart, a Strawinski.

In questo concerto c’è anche, proprio davanti alla nostra poltroncina, una graziosa danzatrice che muove il corpo pochi centimetri alla volta, senza permettere al volto, ingessato di biacca di esprimere emozioni; rari guizzi di vita si manifestano solo nei movimenti del ventaglio. Ipnotici, forse, ma anche soporiferi.

 

 

PS. A scanso di equivoci, le notizie sugli animali titolari delle pelli usate negli strumenti sono interamente imputabili a Wikipedia


La biacca che imbianca la danzatrice ci porta al secondo tema: non ci piacciono gli stucchi.

Questo pensiero ci si è manifestato venerdì 27 nella galleria del Primaticcio a Palazzo Firenze mentre ascoltavamo una interessante conversazione sulla traduzione in generale (dei libri) e sulla traduzione, proprio nel senso del trasporto fisico, di un testo dal piano letterario a quello musicale, dove talvolta le parole perdono del tutto il loro significato.

Presente un bel gruppo di studiosi, fra cui l’amico organista Giorgio Carnini, che a questo proposito ci ha letto due righe in cui Schoenberg confessa di avere amato follemente i lieder di Schubert per poi accorgersi, dopo anni che li ascoltava, di non avere la minima idea di cosa dicesse il testo. 

Bene, durante la dissertazione, guardando in alto ci siamo accorti che anche qui gli stucchi della volta avevano quella stessa aria porosa, polverosa, sporchiccia che hanno dappertutto; insomma, per quanto di eccelso disegno, viene sempre fuori il triste invecchiamento della materia con cui sono fatti.

 

Vuoi mettere il marmo? Duemila anni sotto terra, e una spolveratina basta a ridargli la sua scintillante giovanile nobiltà.


Terzo (e qui ci aspettiamo una vera e propria flagellazione): non ci piace Gaudì.

Questa sensazione ci è tornata in gola come un rigurgito a leggere un recente articolo che annuncia il restauro di Casa Vicens a Barcellona. Abbiamo rivisto le foto dell’ennesima torta guarnita di piastrelle, colonnine, camini, loggette, balconcini, torrette e tutte le altre spezie del neogotico in salsa catalana con le quali il nostro architetto ha farcito la città.

E arrivati a questo punto ci balena in testa un’altra raccapricciante consapevolezza, potenziale portatrice di ulteriori complicazioni con i nostri lettori: se non ci piace Gaudì, non ci può piacere neanche Coppedè.

 

Siamo fritti!

Un miliardo di creduloni

Creduloni, per essere buoni e non chiamarli criminali. Avranno anche una delle più antiche civiltà del mondo, ma su certi argomenti sono proprio indietro.

 

Parliamo dei cinesi e delle loro fissazioni mediche e alimentari. Che mettono a rischio un numero esagerato di povere bestie le quali, proprio per colpa loro, hanno ormai una zampa nella fossa.

 

E sono i poveri rinoceronti, quasi sterminati, il cui corno tritato i creduloni criminali credono che faccia passare la febbre e le convulsioni. E che sia afrodisiaco. In realtà è solo normale cheratina: come dire che mangiarsi le unghie farebbe bene alla salute (pardon, alla virilità).

 

E sono i poveri orsi, tenuti per anni in gabbie dove non possono neanche alzarsi in piedi, con infilata nella pancia una cannula aperta in permanenza per raccogliere la bile, che i criminali creduloni credono faccia passare la congiuntivite e l’epatite. E in più, alla fine, gli tagliano i piedi e se li mangiano in guazzetto contro l’artrite e l’impotenza.

 

E sono i poveri pescicani, a cui i pescatori tagliano le pinne e poi li ributtano in acqua dove affogano dato che non possono più nuotare dritti, perché ai superstiziosi gastronomi creduloni piace la zuppa con cui credono di curare il cancro e recuperare la virilità.

 

E sono le povere tigri, le cui ossa tritate servono contro le infiammazioni e l’osteoporosi, e il cui pene seccato, fritto e sgranocchiato i creduloni cretini credono che aumenti la virilità.

 

E giù con scorpacciate di testicoli di capra, peni di alce, scroti di non si sa chi altro. Insomma la tradizionale superstizione per cui se mangi qualcosa o qualcuno, incorpori le sue qualità.

 

Una teoria davvero moderna, non c’è che dire.

 

Insomma, la infiacchita virilità dei cinesi maschi è da sempre un pericolo letteralmente mortale per un sacco di animaletti e animaloni che, senza le smanie di questi incivili, se ne starebbero tranquilli per conto loro e non darebbero fastidio a nessuno.

 

Ultime notizie: La Repubblica, lunedì 16. Un articolo allarmatissimo denuncia che al mondo rimangono solo 30 focene della California. E per colpa di chi? Dei creduloni di cui sopra.

 

Non perché gli piacciano i filetti di focena. No, la faccenda è un po’ più complicata. Ai cinesi piace la vescica natatoria essiccata dei totoaba, pesci che vivono nello stesso mare delle focene, per loro sfortuna (delle focene).

 

Li pescano con reti di profondità in cui, oltre a loro, anche le focene rimangono impigliate e affogano: mammiferi della famiglia dei delfini, ogni tanto devono risalire per respirare.

 

Questa famosa vescica natatoria dei totoaba, indovinate perche sul mercato clandestino vale più dell’avorio e del corno di rinoceronte?

 

Ma naturalmente perché è afrodisiaca.

 

Per fortuna (sempre delle focene) qui siamo in America dove spesso c’è qualcuno che apre il portafoglio e le imprese umanitarie vanno a buon fine. Stavolta perfino Leonardo Di Caprio ci si è messo e ha tirato fuori un bel po’ di dollari.

 

Hanno organizzato una grande battuta (con la collaborazione di quattro delfini addestrati), per radunare le poverette in via di estinzione e portarle in una zona sicura. Con tutti i dubbi sulla riuscita del raduno e sulla capacità di questi poveri animali di sopravvivere a una prigione, anche se dorata, in cui li rinchiuderanno per salvarli.  

 

Però almeno ci provano. E agli altri che ancora sguazzano nel loro medioevo di cucina e medicina mescolate con magia e superstizione, che possiamo dire?

 

Niente, sono un miliardo: è meglio stare attenti a come si parla.

 

Un ecomostro d'annata

 

 

 

 

Ci rendiamo conto del rischio di un titolo come questo, ma è una tentazione a cui non sappiamo resistere.

 

Certo il mattone invecchia meglio del cemento, i millenni danno dignità a qualunque struttura, vedere queste rovine rosseggiare nel sole del pomeriggio al di là della fossa del Circo Massimo riempie gli occhi di chi passa con la maestà della grande architettura imperiale; eppure quella fila di doppi archi che si stagliano belli impettiti sulla destra, sono ciò che resta di una vera a propria violenza fatta al paesaggio da Alessandro Severo.

 

Il quale, essendosi fatto venire la voglia di ampliare il complesso dei palazzi di abitazione e rappresentanza degli imperatori, che già coprivano diversi ettari, evidentemente non abbastanza per lui, ed essendo ormai esaurito il settimo colle, il Palatino, pensò bene di prolungarlo, il colle, e sostituire il terreno mancante con questa pesante quinta di mattoni: una piattaforma sulla quale poi edificò effettivamente la sua nuova ala.

 

Tutto il marmo, i bronzi e gli altri materiali preziosi se ne sono andati, rapinati dagli straccioni  del medio evo, ma anche da illuminati papi del Rinascimento, come Sisto Quinto, che non si fece scrupolo di scippare le ultime colonne rimaste in piedi sulla facciata sud, per riutilizzarle, bene, certo, ma senza rispetto per la loro storia.

 

Oggi di quel gran corpo solenne rimane lo scheletro, in origine destinato a starsene nascosto, che ancora ci affascina con la sua (molto restaurata) imponenza. Ma sempre un ecomostro è.

 

 

Comunque meglio di quest’altro, molto più moderno, e soprattutto fatto di cemento, un materiale povero, brutto, deteriorabile e quindi ancora più offensivo.

 

Però, a pensarci bene, un qualche collegamento, anche minimo,  non si può non vedercelo.

Stiamo esagerando? Fateci sapere.


Per rimanere in argomento, non di ecomostri, ma di antichità, dopo averne molto letto e sentito parlare, siamo finalmente andati a visitare la nuova Rinascente di Via del Tritone, soprattutto attratti dalla notizia dei dieci o dodici archi dell’Aqua Virgo scoperti negli scavi delle fondamenta e recuperati per il pubblico.

 

Effettivamente, fra un Fendi e un Gucci, nel seminterrato ci sono queste tracce di uno dei primi acquedotti di Roma. Non sono particolarmente impressionanti, anche perché quasi del tutto interrati, però alla gente piacciono, bene illuminati e ben raccontati da una serie di proiezioni. Insomma, in mezzo a tutta la raffinata modernità delle griffe, due mattoni e una lastra di travertino corroso ci fanno la loro figura.

 

Naturalmente siamo anche saliti in terrazza. Il sole scintillante e caldo di Roma fa il possibile per nobilitare le verande, le casette e i casotti visibilmente abusivi che popolano i tetti circostanti. Vicinissimo il campanile di S. Andrea delle Fratte (Borromini) più bizzarro che bello, buono il cappuccino (5 €), fastidiosissimo un elicottero che vola basso sulle nostre teste.

 

Minima osservazione forse sciocca: ci avete fatto caso che sulle scale mobili (non solo dei grandi magazzini) spesso il mancorrente va più veloce dei gradini, così che, se ci si appoggia, quando si arriva sul pianerottolo si finisce tutti protesi in avanti come al traguardo dei cento metri.

 

Per tornare a casa, percorso che più turistico non si può: Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Panteon, Piazza Navona. La fiera dell’intrattenimento popolare a basso livello. Indiani sospesi in aria, chitarristi che strimpellano, pizzaioli che invitano a entrare, cantanti d’opera che si sgolano: tutti con il loro pubblico, ma, cosa che continua a sorprenderci, quelli che hanno più successo in assoluto, sono i pittori con le bombolette, accovacciati sul marciapiede che dipingono a spruzzo brutti paesaggi.

 

Chissà come mai intorno a loro c’è sempre il gruppo più compatto di ammiratori.

 

Che sia l’effetto stordente delle vernici spray?

 

 

 

Patologie

“Commozione celebrale”.

Così scrivono su FB, raccontando le conseguenze di una caduta dal motorino; oppure, “Se tu mi lasceresti…” si disperano con le loro ragazze minacciando il suicidio.

Per il loro uso (e anche per il nostro, in occasioni più stimolanti, speriamo) sta uscendo come supplemento al Corriere della Sera la “Biblioteca della Lingua Italiana”, una consigliabile, utile e piacevole serie di libretti scritti in modo sciolto e con riferimenti attuali: tutto il potenziale della nostra lingua (a saperla usare, una vera e propria arma impropria, molto più distruttiva, o magari qualche volta anche costruttiva, di un paio di pugni).

In apertura del secondo volume c’è una citazione di Loreto Mattei, letterato del ‘600, che la dice lunga su quella cosa viva che è la nostra comunicazione e soprattutto sull’inutilità di incaponirsi a mantenerla sacra e intoccabile: “Non può mai darsi una regola tanto vergine che da qualche eccezione non sia deflorata”.

Forse un filo maschilista ma, di sicuro, chiaro.

 

Cardiopatia.

Mojmir Jezek sotto esame elettrocardiografico non mostrerebbe niente di anormale. Anzi, a incontrarlo ci è sembrato in ottima salute. E’ alle pareti del Palazzo delle Esposizioni che si manifesta la sua disperata condizione di cardiopatico cartaceo.

Dall’otto settembre, nel salone Fontana, centotrenta quadri? disegni? ritratti? (secondo noi il nome giusto potrebbe essere pittocardiogrammi) raccontano senza parole, ma con ogni volta l’aggiunta garbata di qualche minimo elemento: un gonnellino, qualche freccia, un paio di ali, storie, per l’appunto, di emozioni.

Ovvero i contenuti delle lettere accorate o arrabbiate che riempiono tutte le settimane la rubrica “Questioni di cuore” sul Venerdì di Repubblica. Ecco, questi esposti sono gli originali di quei quadratini che illustrano la pagina del giornale.

Geniali proprio per la loro semplicità che trafigge fino in fondo i molti strati del maldicuore.

 Un Peynet del duemila.

 

 

 

Disidratazione.

Va bene che quest’estate ha fatto molto caldo, ma una trascuratezza come questa è inammissibile, anzi, soprattutto è stupida.

Eravamo appena usciti, il primo ottobre verso il tramonto, da un bello spettacolo di Ensemble Arte Musica con Muta Imago per il Romaeuropafestival. Musica di Monteverdi. Buona coreografia e presenze umane, eccellente gruppo di solisti strumentali e vocali, fra cui una perla: Walter Testolin, uno di quei bassi che ti riconciliano con la categoria. Per intenderci, uno capace di scendere nelle profondità abissali della voce mantenendo tutte le note pulite e comprensibili e impedendo a quelle più profonde di sfrangiarsi in rutti confusi. Bravo. Ma…

 Ma, appena usciti nell’atemporale spazio dell’ex mattatoio, in cui rimangono, giustamente conservate, con qualche necessaria modernizzazione, tutte le attrezzature del vecchio stabilimento di inizio secolo, ecco che ci imbattiamo in una tipica manifestazione di stupidità urbana contemporanea: una fila di almeno venti grandi vasi ornamentali, allineati per dividere in due uno dei viali interni, tutte accuratamente guarnite di piante verdi (laurocerasi?) che di verde non hanno più neanche l’ombra.

Secche, ma di quella secchezza che fa sbriciolare le foglie appena le tocchi. Semplicemente mai innaffiate dalla notte dei tempi. Qualcuno ce le avrà piantate, su ordine e a spese di qualcun’altro (noi cittadini, di sicuro); qualcuno che avrebbe dovuto sapere che le piante vanno innaffiate e non abbandonate così. Poi cos’è successo?

 

 

 

Confusione mentale. All’Istituto Superiore Antincendi di Roma espongono le loro opere dal 21 settembre un gruppo di vigili del fuoco pittori e scultori in una manifestazione che si chiama “Vigiliinarte”.

Ci siamo stati, abbiamo girato per le sale di un bello spazio recuperato al modernariato in un edificio industriale della zona ostiense e, anche se non ci aspettavamo da uomini e donne a cui dobbiamo essere grati per il lavoro che fanno, straordinarie qualità artistiche, dobbiamo confessare di essere rimasti quanto meno sorpresi da opere come questa fotografata sul posto.

 E’ la memoria che ci inganna, oppure c’è una forte somiglianza con qualcosa che abbiamo già visto altrove?

 

 

 


Una svista

Una svista.

Non può essere che una svista. Come è possibile che Bocelli, che già ha i suoi guai, non abbia capito il ridicolo di questa faccenda? Lo abbiamo ammirato su You Tube (ve lo raccomandiamo vivamente: guardate e soprattutto ascoltate il filmato fino alla fine perché in fondo c’è un vocalizzo che qualche melomane di periferia potrebbe definire a ragione “de paura”) mentre canta, il 12 settembre a Pisa, durante il festival della robotica, “La donna è mobile” accompagnato (si fa per dire) da una orchestra diretta (si fa per dire) da un robot, il quale, povero attrezzo, che altro può fare se non dare il tempo, comunque regolare (almeno questo) con i suoi braccini meccanici?

Già normalmente il brano di Verdi rischia lo zum pa pa. Qui siamo sull’orlo del baratro. Penoso è stato ascoltare i poveri orchestrali che si arrabattavano a seguire (o forse a ignorare) la macchinetta, e ancora di più il patetico tenorino, del quale conosciamo la mancanza di quella minima dose di spirito che, sola, permette di regalare un po’ di leggerezza a una delle più bandistiche arie del Cigno di Busseto.

L’intelligenza artificiale dell’umanoide era forse presente, anche se ben nascosta fra i circuiti;  ci è invece sembrata decisamente assente quella naturale, umana. Dov’era finita?

L’unica spiegazione per questo clamoroso scivolone è che a Bocelli nessuno abbia detto della sostituzione sul podio, e allora, come si sa, occhio non vede, cuore non duole…

 


Fake news.

Così si chiamano in rete quelle notizie fintamente scientifiche (scie chimiche, cure anticancro al bicarbonato, vaccini uguale autismo, ecc.) diffuse oggi molto più di ieri grazie alla tecnologia, ma che hanno lo stesso scopo: fare fessi quelli che di solito fessi già sono. Da noi hanno un nome molto ma molto più pittoresco: bufale.

Visto che siamo sul riferimento bovino ci scappa di dire che ci dispiace di non essere andati al Cicap Fest a Cesena il 29 settembre.

 Grande trovata il Cicap: Comitato Italiano per il Controllo sulle Affermazioni della Pseudoscienza. Non si sfugge. Dentro ci sono fior di studiosi e divulgatori. Molti trucchi o magari semplici dicerie, comunque pericolose per i creduloni, le hanno implacabilmente contestate.

 Fra i tanti studi pubblicati con successo ce n’è uno su certe sostanze naturali, chiamate tissotropiche che, agitandole, da solide diventano liquide. Qualche riferimento a San Gennaro?

 

Il sindaco.

Di Londra. Che di sicuro non deve essere un condominio facile. Sadiq Khan, musulmano, non sappiamo quanto osservante, ma, come racconta lui stesso in una intervista su Repubblica, abbastanza da rispettare il Ramadan, l’astensione da acqua e cibo dall’alba al tramonto, per un mese.

Che un cammelliere o un pescatore di perle, buoni credenti, rispettino le regole istituite dalla loro religione e tarate sul ritmo di vita di un paio di millenni fa può anche essere normale e comunque gestibile senza troppi danni per la comunità.

Quello che ci appare inverosimile è che lo faccia, nel 2017, il sindaco di una grande e complicata città in un mondo totalmente diverso da allora e con addosso la responsabilità di decisioni veloci e il susseguirsi di attentati spaventevoli.

Insomma con l’obbligo di essere sempre al massimo delle prestazioni; e non mangiare e soprattutto non bere per tutto un giorno e per tutto un mese non crediamo che aiuti un gran che.

 Ma questa è solo una nostra perplessità. Quello che invece (passando a un altro campo) diventa un dispiacere, per noi che siamo un po’ fissati, è constatare come quasi sempre sui giornali le interviste a personaggi stranieri vengano tradotte in un tono più letterario che discorsivo, insomma, discretamente ammuffito. In altre parole, per tradurre un dialogo (questo è, in fondo, un’intervista) ci vorrebbe un dialoghista, magari preso dal cinema; evidentemente  un giornalista, per quanto bravo, non basta.

 Certo, i concetti arrivano lo stesso, ma dove la mettiamo la freschezza di una vera conversazione con individui che hanno sempre molto da dire e spesso lo dicono con verve e spirito?

 

Metti un bel giorno al bar

C’è questo signore, arrivato a un punto della vita in cui più o meno tutto il bello prevedibile è già successo e cominciano i problemi che poco a poco costringono a strisciare invece di volare come uno vorrebbe: bastone, occhiali, sciatiche. Tutto tende al grigio, e allora…allora lui si è selezionato una serie di pacate abitudini, come scendere ogni mattina, mai troppo presto intendiamoci, giù al livello degli sconquassati sampietrini del centro storico di Roma. Due passi fino al giornalaio, dietro front ed eccolo seduto, quotidiano e cappuccino, al Bar del Fico, piazza omonima, sotto le finestre di casa.

Proprio un bel giorno al bar, succede che dal cielo ti cade qualcosa addosso, qualcosa di inaspettato e divertente, un salvagente esistenziale; e in più per ottenerlo non hai fatto niente se non andare in giro con la tua solita faccia disegnata dagli anni. Beh, allora è magia. Un regalo.

Eccola, la favola.

 

Parecchi sono gli amici o i conoscenti, con cui ci si saluta da un tavolino all’altro. Fra questi, spesso in compagnia di una ex dirimpettaia di pianerottolo, c’è un giovin signore abbondantemente capelluto e barbuto con cui varie volte ci si è scambiata qualche piacevolmente generica parola.

Un bel giorno arriva una telefonata. Michela (la dirimpettaia): “Sai, Alessandro (il barbuto e capelluto) ti vorrebbe nella nostra prossima campagna”.

“Mah…bene – lui, perplesso, fingendo un distacco da british gentleman – digli che lo faccio volentieri. Se si tratta di giocare, ci sto”.

Più tardi lo chiama qualcuno della ditta e gli dà un appuntamento per andare a provare i capi per le foto.

Sempre più atteggiato, baffetti alla David Niven, roteando  il suo sciccosissimo bastone, il nostro deambula, già con passo più sostenuto, fino alla non lontana Via del Banco di S. Spirito, e prontamente si trova in una saletta attorniato da giovani paggi con spilli, gesso e metro che gli infilano e sfilano capi variamente ed elegantemente bizzarri finché la scelta cade su un completo verde con maniche bordate di pelliccia, camicia con fiocco, spillona al bavero e anelli alle dita, calze molto variopinte e sneaker bianche (vedi foto). E in più: “Che fortuna, lei ha anche un bastone!”

La sensazione è che stia finalmente ricominciando il gioco che gli mancava; non si sa come andrà a finire, ma sembra interessante. Infatti segue una telefonata dell’amministrazione che propone un rimborso più che adeguato per il disturbo (se sapessero che era pronto a farlo gratis…)

Arriva il giorno del servizio fotografico. Dove dare appuntamento alla Mercedes che lo viene a prendere per portarlo sul set? Ma davanti al Bar del Fico, naturalmente. Dai cui tavolini i compagni di cappuccino lo vedono increduli allontanarsi ingoiato dal macchinone nero e lucido, lo stesso che lo riporterà all’ identico punto alcune ore più tardi, per lo stupore dei compagni di happy hour.

Sul set fotografi e registi della grande scuola inglese, in mezzo a trionfi di frutta fresca e tazzone di caffè bollente. Una realtà di lavoro così esageratamente ricca da sembrare la ricostruzione invidiosa di un B-movie. Il gioco si fa sorprendente. Anche perché il gomitolo del racconto in cui si trova avvolto il nostro, a questo punto si è srotolato in una matassa formata da una ventina di fili: i protagonisti della rapsodia romana, adulti “comuni”, presi qua e là per la città, più un delizioso bambino, anche lui con il suo completino firmato. Quasi per tutti è la prima volta, e così nessuno si sente più star dell’altro.

Il grottesco si intrufola nel progetto con larichiesta a ognuno dei personaggi di esporsi al ludibrio filmato: cantare al karaoke (vedi Instagram) canzoni famosissime degli anni ’70. Tutti appaiono irrimediabilmente ridicoli, ma in qualche modo (e qui si intravede l’intelligenza del progetto) va bene lo stesso; anzi, la beffa aggiunge umana, umile naturalezza al glamour.

Intanto arriva una e-mail: “Ci farebbe piacere averla, insieme agli altri, alla nostra sfilata a Milano.” Ma certo che ci va.

Al telefono: “Può passare da noi a provare l’abito che indosserà per l’occasione?” Ma certo che passa. Stavolta l’insieme è più sobrio: completo blu ma con le piccole api di Alessandro tessute in rosa, e naturalmente sneaker bianche ma con i serpentelli di Alessandro che ci strisciano sopra.

E poi a Milano per l’evento top della campagna. Una specie di mitica gita scolastica ma organizzata con dovizia di supertreni, superalberghi e, anche qui, limousine nere superlucide.

Milano è una pugnalata al cuore non appena, ed è inevitabile, si fa il confronto con Roma: funziona tutto, neanche una cicca per terra, tram anni ’40 marcianti, nuovi bellissimi grattacieli di cristallo, e ai loro piedi giardinetti pronti per una esposizione botanica. In più giornate scintillante di sole limpido e aria pulita. Proprio (a parte il meteo) come qui, vero?

Milano, dicevamo, una città di fabbriche, diventata ormai centro di servizi, con un sacco di spazi industriali abbandonati, finalmente recuperati. Uno di questi, enorme, tutto nero con grandi riproduzioni di sculture romane e rinascimentali, l’atmosfera tagliata da lampi di luce e fragori di musica spaziale è il palcoscenico della sfilata. Un trionfo. Per la descrizione, fuori della nostra portata, dei modelli ci sono le riviste di moda. Ma l’atmosfera di bel delirio l’abbiamo riconosciuta. Per chiudere, grande festa al Porta d’Oro di Piazza Diaz, con inaspettata presenza di Björk al microfono e risacche di champagne. Come si diceva all’inizio: una favola.

 

 P.S. Per coloro che non avessero ancora capito, la maison è Gucci, Alessandro Michele è il suo geniale stilista capo, Michela Tafuri è la nostra amica, sua stretta collaboratrice e fatina della fiaba, il bambino della foto è il piccolo Mosè, la campagna moda con la sua ventina di protagonisti scelti in città è ovviamente intitolata Roman Rhapsody e il giocherellone in verde e bordura di pelliccia altri non è che il Cavalier Serpente, il quale, addolcito e incoraggiato da questa straordinaria occasione, promette di riprendere, da oggi e come sempre il lunedì, la pubblicazione delle sue perfidie.

 

 

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