Contenuti e Contenitori




Il contenuto è la mostra di Gio Ponti: disegni, plastici, modellini e foto di edifici. E cartelli attaccati al muro con sue esternazioni. Fra l’altro constata che “l’umanità avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile”. Vero, aggiungiamo noi, grazie ai nuovi materiali che rendono realizzabile qualsiasi progetto anche mai affrontato prima.

Accompagnati, come sembra obbligatorio per molte mostre contemporanee, da un sottofondo di suoni similperistaltici: profondi borborigmi, rombi al limite dell’udibile, sgocciolii di fluidi e sibili di gas, ci dilettiamo ancora una volta nell’esplorazione di questo magnifico contenitore che è il Maxxi.

 

Di cui vogliamo mostrare (a destra, sopra e sotto) il magico riflesso dei circostanti condomini fine ottocento che abbiamo colto rimandato dal finestrone. E nello stesso tempo la assoluta banalità degli stessi condomini visti dall’interno dello stesso finestrone. Potenza dei materiali. L’ora è la stessa, le case anche, ma che differenza di emozione! E tutto per un vetro. 


E questo puro capolavoro, in un finto bianco e nero di cemento e metallo è l’interno del museo visto dal ballatoio dell’ultimo piano. Geometrica per-fezione. Non serve neanche il colore.      

Il contenitore capolavoro: un mostro che divora tutto quello che ha dentro.

 

 



Come sapevano benissimo i Romani che del marmo avevano fatto una fissazione, le colonne sono mirabili se tutte di un pezzo, di marmo massiccio naturalmente, e pregiato se possibile. Già quelle a rocchi denunciano la incapacità del committente di reperire il meglio sul mercato. Quelle ricoperte, magari addirittura di scagliola, sono da mezze calzette. E quelle in muratura intonacata e dipinta con le finte venature, decisamente roba da pezzenti.

Però se il marmo è troppo costoso o difficile da trovare, allora bisogna accontentarsi. E’ ciò che, a fine ottocento, dev’essere successo con il Palazzo delle Esposizioni a Via Nazionale, un altro contenitore che, malgrado la povertà dei materiali e la pomposità d’epoca, è di significato assoluto.

 

E’ di quella grandiosità impostata sullo scialo degli spazi e degli elementi architettonici: scaloni infiniti, soffitti altissimi, colonne numerose a intonaco dipinto, insomma, uno stile molto trombone, ma proprio per questo esemplare di quell’epoca.



E alla fine, riesce anche lui a divorare il contenuto che in questo caso è una mostra sterminata di Jim Dine, di cui, dopo essercela girata ben bene, tutto quello che possiamo dire, guardando un suo quadro che rappresenta una scarpa con sotto scritto “Shoe”, è: “Ehm, ci sembra… forse… anzi è proprio così… tautologico”.


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Vacanze d'Inverno


Giovedì 6 febbraio, in vacanza nei mari del sud. Il sole illumina le palme mentre una brezza tiepida accarezza il nostro corpo adagiato sulla candida arena, una piña colada nella mano sinistra, un avana nella destra e neanche una preoccupazione in testa.

 

Mica male, eh?



Poi succede che un brivido gelato ci increspa la nuca e ci sorprendiamo a stringere la sciarpa intorno al collo mentre la tramontana taglia, malgrado il sole cristallino. L’inquadratura si allarga, la macchina da presa scende lungo i tronchi a scoprire le mura di un maestoso edificio barocco dall’aria per niente caraibica.

Ah, allora lo scherzo è finito. Va bene, anche perché, come da piccoli ci dicevano, ogni bel gioco deve durar poco.


Le palme sono autentiche ma, invece di crescere sulle spiagge tropicali, allungano il collo nel chiostro del Palazzo dei Domenicani, a un passo dalla basilica di Santa Maria sopra Minerva, a due dal Panteon.

 

A Roma, è chiaro; e noi siamo lì per l’incontro mensile del “Salotto Romano”, padrone di casa Sandro Bari. E’ un appuntamento un po’ particolare che seguiamo perché ci informa attraverso le chiacchierate dei Proff. Staccioli e Pavia su curiosità e notizie di Roma antica, sopra e sotto terra, ci fa sorridere (qualche volta anche ridere) per le poesie in romanesco dei poeti dilettanti, ci solletica i padiglioni con stornellate estemporanee e per di più ci permette di passare un paio d’ore nella bellissima sala capitolare dei frati, di passeggiare sotto le volte magnificamente affrescate del chiostro, di affacciarci nel giardino dove spuntano le due palme che ci hanno beffato all’inizio (saranno alte una ventina di metri: una cosa incredibile!), di smuovere con la scarpa l’erba, sotto la quale qualche secolo fa trovarono, caduto, un piccolo obelisco di granito rosa che, rialzato e aggiustato, fu montato sulla schiena di un piccolo elefante, proprio lì fuori, in Piazza della Minerva.


Queste zampotte, queste chiappone, questa coda che sembra una proboscide nel posto sbagliato appartengono all’elefantino di marmo che regge, per l’appunto, l’obelisco ritrovato in cortile; progettato da Gian Lorenzo Bernini che, a quanto si racconta, aveva in grande antipatia i Domenicani.

All’epoca sarebbe stato a dir poco imprudente manifestare simile sentimento verso quel potentissimo ordine (che fra l’altro aveva in appalto l’inquisizione), e allora il nostro che, in quanto artista, poteva permettersi qualche capriccio, osò, puntando il posteriore dell’elefantino portaobelisco proprio in faccia (il posteriore…in faccia, capito?) al portone d’ingresso del loro palazzo.  

 

Lo scherzo non fu capito, oppure benevolmente ignorato: fatto sta che a Gian Lorenzo non accadde nulla.



A questo punto anche a noi non sarebbe rimasto niente altro da raccontare della giornata.

Se non che, di ritorno a casa, con il sole ancora alto, la nostra cronaca si è arricchita di un guizzo di puro compiacimento estetico - fotografico.

Non abbiamo resistito, mentre attraversavamo Piazza Navona, a questo controluce dell’obelisco.

 

Tutta colpa del Cavalier Bernini!


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Una Giornata Particolare


Si tratta di domenica 02/02/2020 (tutti a sottolineare il palindromo come se al calendario glie ne importasse qualcosa di avere una data leggibile da sinistra a destra e viceversa). Evidentemente siamo fatti così: senza un qualche significato particolare ci scade tutto.

Ore 11, nel delizioso teatrino di Palazzo Altemps, di cui vediamo qui a destra il soffitto, conferenza di Giacomo Rizzolatti, neurologo. Lo scopritore dei neuroni a specchio ci intrattiene con quella divertente e divertita leggerezza che sempre ci aspetteremmo da qualcuno che ci racconta qualcosa che non sappiamo, e che purtroppo non ci arriva quasi mai.

Tutto fila deliziosamente. Recepiamo spunti di riflessione, per esempio sul fatto che durante il sonno le nostre idee si mescolano in modo bizzarro, talvolta sotto l’influenza del cibo che transita nel nostro intestino il quale manda segnali al cervello, di cui è in qualche modo una succursale. Puntuale ci torna in mente la cena di compleanno che abbiamo consumato ieri sera, squisita, abbondante e parmigiana (parmigiano il festeggiato, parmigiano il ristorante, parmigiana la soddisfazione e forse parmigiani i turbamenti notturni dovuti non certo alla qualità, ma alla quantità ingurgitata).

Bene, a un certo punto che succede? Succede che la tecnologia, a cui delle volte bisogna riconoscere un sicuramente involontario sincronismo umoristico, si ribella al pensiero, e l’illustre scienziato che ci sta stregando con il suo sapere non riesce a far partire dal computer che ha davanti un filmato che dovrebbe illustrarci i punti oscuri di una certa teoria. Eppure, anche da profani, siamo sicuri che basterebbe premere il pulsantino giusto, magari due volte invece di una. Ah, sapere quale!

Beh, niente; malgrado la sua intelligenza il professore non riesce a piegare alla propria volontà la stupida macchina e dobbiamo fare a meno del filmato.

 

Naturalmente l’uomo, che è, appunto, animale intelligente e a volte anche umoristico, con due battute dà comunque una sterzata alla situazione, mettendo in minoranza l’ostile attrezzo e restituendo a noi spettatori il grande diletto di stare ad ascoltarlo.



Via come fulmini (non c’è un filo di traffico) fino all’EUR al Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari. Mancandone da un po’ ci aspettavamo uno di quei lasciti smisurati della megalomania architettonica del regime, spesso abbandonati per anni alla loro calcificazione fossile.

 

Invece, colpo di scena! Il museo è bellissimo, l’illuminazione sapiente, i marmi scintillanti e il gigantismo delle costruzioni d’epoca in queste condizioni di manutenzione diventa affascinante e i saloni, di cui ecco un esempio, talmente armoniosi da essere al di là dalle critiche, solo belli.



Siamo lì per visitare una mostra davvero interessante, organizzata per commemorare, nel centenario della nascita, Cesare Andrea Bixio, autore ed editore di musiche strafamose e per universale riconoscimento padre nobile della canzone italiana. Un titolo per rappresentarle tutte: “Parlami d’amore, Mariù”.


Lo conoscevamo e ci fa piacere vederlo così onorato.

 

Quello che invece ci fa saettare un brivido per la schiena è la constatazione, piombataci addosso mentre giriamo per le sale gremite di vecchi attrezzi relativi alla vita contadina di prima della sua industrializzazione, che molti di quei forconi, pentole, macinini, carretti noi ce li ricordiamo benissimo per averli visti (in funzione, non in un museo) quando eravamo bambini.

 

Ci sembravano ricordi neanche tanto lontani, invece è roba da museo. E anche noi, evidentemente, lo siamo. Che paura! 



Per concludere in bellezza, cosa di meglio che schizzare fino a S. Francesco a Ripa per riempirci, dopo le orecchie, anche gli occhi con la meravigliosa Beata Lodovica Albertoni (una delle poche sante con nome e cognome) di Bernini, appena restaurata?

Qui, altro colpo di scena. La chiesa è gremita di visitatori e la statua, piazzata come spesso capita ai capolavori difficili (vedi i Caravaggio in varie chiese), in fondo a una cappella piuttosto stretta, profonda e buia, è non solo irraggiungibile, ma, anche allungando il collo, appena visibile se non sullo schermo del telefonino di quel signore davanti a noi che la sta fotografando, mentre noi fotografiamo lui, e probabilmente qualcun altro, dietro, sta fotografando noi che fotografiamo quel signore, che fotografa la statua….


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Una Spinosa Questione


Questa settimana abbiamo affrontato una spinosa questione: la nostra grave indifferenza verso la fotografia (intesa come opera d’arte, e quindi come oggetto di esibizione).

Primo esame: “Metropoli”, grandiosa mostra fotografica di Gabriele Basilico al Palazzo delle Esposizioni. Immagini, come da titolo, di grandi città del mondo. Curiosità, e niente di più abbiamo provato nella sezione dedicata a Beirut 1971–1991, guerra civile e ricostruzione, B/N e colore.

 

Quanto sarà costata, ci siamo chiesti, la costruzione attraverso i secoli della città, la sua ricostruzione di oggi, ma soprattutto la sua stupida distruzione nel ventennio dei combattimenti. E ci siamo andati a cercare in rete la risposta. Dai pochi euro per un proiettile di kalashnikov (ma ne partono interi caricatori da 30 in pochi secondi), ai 130 $ per ogni colpo di cannoncino da elicottero, alle migliaia per ogni bomba di mortaio pesante, alle decine o centinaia di migliaia per un missile. Follia di un intero popolo. Indignazione nostra per la contabilità di morte di persone e cose: forte. Emozione artistica per le foto: fiacca.



Secondo esame: mostra fotografica, più ridotta, di Stefano Cigada al Museo di Roma in Trastevere: “Frammenti”. Bel titolo, dove i frammenti sono quelli di marmi romani fotografati in B/N e con abili giochi di ombre, in vari musei d’Italia.

Anche qui, per le foto, emozioni scarsissime, malgrado l’argomento marmi ci interessi, ma curiosità sì, soprattutto per una di queste, scattata al Museo Archeologico di Napoli, che rappresenta un nudo femminile, restaurato dopo evidenti mutilazioni da fanatismo cristiano dei primi tempi, quando da cancellare erano tutti gli elementi di celebrazione della bellezza del nudo umano, gloriosa per l’estetica pagana, peccaminosa per quella cristiana.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi offeso da questa dolorosa inversione ideologica, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, benché contestato, ci è parso istruttivo in proposito: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey. Soffrirà, ma saprà.

 

Abbiamo riflettuto su questa nostra indifferenza alla fotografia.

 

Forse potremmo darne la colpa a tutte le immagini perfettamente inquadrate, splendidamente colorate, sapientemente nitide che vediamo ogni giorno, e gratis, dappertutto: stampa, pubblicità, cinema, TV, confezioni alimentari. Potrebbe trattarsi, appunto, dei postumi di un’indigestione o più probabilmente di un’inclinazione personale. Vediamo di non colpevolizzarci troppo. D’altra parte, fra le tante cose che non ci piacciono c’è il rock, l’Opera Lirica (tranne qualcosina), e lo champagne con le ostriche. Non vorrete mica smettere di leggerci per questo.




Il giorno dopo ci siamo molto divertiti a incontrare gli strepitosi manichini dei due artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu alla presentazione del loro peculiare evento al Grand Hotel St Regis, da loro stessi commentato come una “ricerca sugli aspetti comuni della condizione umana”.



La quale condizione, per i due cinesi, dev’essere o troppo pesante, a giudicare dalle teste di pietra che incombono sul collo dei loro personaggi similumani oppure troppo leggera come cinguetta la signora librata fra gli alberi e i sontuosi lampadari liberty della lobby.




Bisognava vederle, le facce dei clienti normali (quelli senza i massi sul collo), seduti a bere un caffè lì in mezzo.

Invece improntate a una flemma british erano quelle del personale, per cui evidentemente non stava succedendo niente di straordinario. “Grand Hotel: ne abbiamo viste di tutti i colori, noi”.

Onore al merito dei dipendenti e anche, bisogna riconoscerlo, della direzione dell’albergo che ha ospitato senza battere ciglio questa installazione, della quale, per usare una citazione di qualche tempo fa, si poteva tranquillamente dichiarare che con l’arredamento tradizionalissimo del salone “che ci azzeccava?”


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Le Belle Sederone al Museo e Altre Curiosità


Non ci si può distrarre un momento che prima la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini (Pierre Subleyras – Nudo di schiena),

 

poi la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Valle Giulia (un quadro enorme di cui non ricordiamo né il titolo né l’autore) ne approfittano per prendersi una vacanza dal solito schema del nudo mitologico o storico, comunque a-sexy, per sbatterci sotto gli occhi queste prosperose signore e signorine sole o in mucchio. 



Niente di male, anzi vorremmo approfittare di questa generosa offerta per andare avanti.


Bene. Lasciamoci dietro queste bellezze, percorriamo tutta Piazza Navona, entriamo in un portone invaso sorprendentemente dai tavolini di un caffè e ci troviamo a Palazzo Braschi, il Museo di Roma.

Da evitare con la massima cura la superaffollata mostra di Canova, della quale, avendola già vista, possiamo solo dire: “Troppo gesso e troppo poco marmo”, nel senso che si tratta quasi interamente dei bozzetti in gesso delle opere del maestro, con vicine poche realizzazioni finali in marmo.

 

Ci imbarchiamo su un moderno ascensore con voce sintetica incorporata che quando va su ci avverte: “L’ascensore sale – lift going up”, e quando va giù ci ricorda: “L’ascensore scende – lift going down”. Meno male, altrimenti rischiavamo di smarrirci nello spazio infinito.



E sbarchiamo al terzo piano, completamente deserto, dove è allestita con gusto una storia delle demolizioni di fine ‘800, inizio ‘900, con una mostra di cocci e frammenti recuperati. Ma
soprattutto con la proiezione di filmati d’epoca in cui, oltre alle autorità in cilindro o in stivaloni e fez, a seconda del momento storico, si vedono squadre di muratori kamikaze allegramente impegnati a demolire a picconate i muri su cui sono appollaiati, a decine di metri da terra. Quanti ne saranno precipitati non lo sapremo mai.

Ma è al secondo piano, dedicato al costume di Roma nei secoli, che ci sorprende questa foto del Carnevale di Rio: è proprio quel baraccone, quei pennacchi, quel kitsch.

Incongruo? Eh no! E’ il “Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia”, un quadrone strapieno di figure di Filippo Gagliardi, 1656. Come si suol dire: tutto il mondo è paese.

 

 


Due sale dopo, un busto di Papa Clemente X, di Bernini con ancora i supporti per le parti fragili. Ci riporta alla controversa teoria sulla presenza di questi elementi utilitari, della stessa materia della statua ma lasciati grezzi, che si trovano talvolta anche sui marmi romani. Che non sono, intendiamoci quei sostegni funzionali alla statica dell’opera, come panneggi immaginati a fianco della figura umana per sostenerla, oppure tronchi o rocce sotto la pancia di cavalli o altri animali. Sono rinforzi di protezione per il trasporto, fatti per essere eliminati quando l’opera arriva a destinazione. Perché a lasciarli (anche se per convenzione artistica lo spettatore non dovrebbe notarli) sono proprio brutti. E allora perché sono rimasti? E’ la mancata risposta che rende controversa la teoria.



Un altro bell’esempio è nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini: un San Paolo di Francesco Mochi, 1634, anche lui con il suo bel pezzo di pietra, grezzissimo, a tutela di braccio e mano.



Decidiamo di sforare le due pagine tradizionali dei nostri articoletti per segnalare un'altra curiosità dello stesso genere, un po’ meno artistica; stavolta non al museo ma all’aperto, precisamente sul muro laterale esterno della Porta Appia (S. Sebastiano).
Sono quei tre piroli lasciati, ancora in cava, sporgenti dalle pietre grezze per poterle fissare alle funi e issarle sui muri in costruzione. Normalmente a fine lavori venivano eliminati per poi levigare tutta la superficie, ma qualche volta gli scalpellini maliziosi, con la presumibile complicità del capomastro, ne lasciavano qualcuno con la  precisa funzione di scacciare la malasorte (e dalla loro forma, si intuisce a quale potente parte anatomica si riferissero).

 

 

E, visto che abbiamo invaso anche la terza pagina, tanto vale concludere occupando lo spazio che rimane con l’immagine di quello che si vede dalle finestre del Museo di Roma.

Ci pare che ne valga la pena.

 



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La Magnifica Fregatura

Passata una settimana, come risarcimento per la cupezza di quella precedente ce ne andiamo a spasso per la stessa Roma che ci aveva tanto rabbuiati. E naturalmente, troviamo tutto diverso.

 

All’Arco di Giano, nella zona che gli sventramenti degli anni ’30 hanno liberato dalle catapecchie medievali (con qualche probabile sacrificio di edifici di valore), la Fondazione Fendi di tanto in tanto ci ospita, in un suo spazio restaurato, con proposte interessanti. Oggi c’è questo El Greco arrivato dritto dall’Hermitage. Bel quadro, bene illuminato in una stanza altrimenti tutta buia, che è precisamente il modo migliore per apprezzare un’opera d’arte: attenzione concentrata sulla luce e nessuna distrazione. 




Dopo, per non farci mancare niente, due passi e siamo ai Mercati Traianei per “Cives, Civitas, Civilitas” bel titolo di una mostra struggente non tanto per quello che racconta (interessanti plastici di edifici romani dell’epoca imperiale) quanto per quello che ci fa rimpiangere perché, a testimonianza di tutta quella magnificenza, rimangono solo frammenti, a loro volta magnifici per la bellezza dell’esecuzione, per la forza della rappresentazione e, non ultimo, per lo splendore dei materiali. E’ che perfino un piccolo pezzo di marmo squisitamente lavorato mantiene tutta la sua magnificenza anche dopo i millenni.

 

E poi è impossibile rimanere indifferenti di fronte a ciò che si vede dall’alto dei Mercati mentre il sole comincia a scendere dietro quella che sembra una magnifica quinta di teatro e invece è Roma.



Magnifico come il magnifico crepuscolo è il “Magnificat” di Angelo Bruzzese che ascoltiamo pochi minuti dopo nel concerto di apertura del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, magnificamente eseguito fra i fiori e sullo sfondo del barocchissimo tabernacolo della basilici dei Santi Cosma e Damiano, un edificio spuntato nei secoli fra le mura del Foro della Pace e del Tempio di Romolo, che sta proprio dietro l’angolo.

 

 


Sempre per non farci mancare niente, appena usciti dal concerto (nel frattempo si è rannuvolato), ecco come ci stravolgono l’anima le colonne della Basilica Ulpia in uno strepitoso bagno di colori che, sorprendentemente, richiamano quelli del Greco.

 



E poi, tanto per gradire, tornando a casa, la buona notte ce la danno i marmi magnificamente illuminati del Tempio di Marte Ultore al Foro di Augusto.


Ora, ditemi se questa non è la vera Magnifica Fregatura di Roma, la sua maledizione, perché quando a uno che fa due passi, non di più, per il centro, la città gli sbatte in faccia questa magnificenza, ma come ci si può aspettare che vada a letto presto per essere efficiente l’indomani in ufficio, che parcheggi correttamente per non intralciare, che faccia la raccolta differenziata?

Certo che potrebbe farlo, il romano, tutto questo, ma bisogna riconoscere che anche lui è umano, debole, ricattabile e anche un po’ ubriaco. Ubriaco di bellezza. Che sta lì, e non serve andare a lavorare per averla.

 

E’ una situazione senza uscita. Non ce la faremo mai.  


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Stupidità


Vorremmo cominciare il 2020 con una considerazione che a nostro parere spiega tutto quello che di inspiegabile accade quotidianamente a Roma. Eccola.

“Mai attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità”(*).

Sera del 24 dicembre, vigilia di Natale. Lampioni spenti in buona parte del centro storico, di sicuro in piazza della Rotonda, dove c’è (anche se si vede poco) il Panteon e in Piazza di Pietra, dove c’è (e si vede ancora meno) il Tempio di Adriano.

 

Due monumenti di struggente bellezza e di indiscutibile valore storico e artistico, che sarebbero fonte di ammirazione, rispetto e, perché no? anche di valuta, se solo il povero turista riuscisse a identificarli.



Invece no: buio pesto. Al Panteon, qualche tempo fa avevano installato fra i sanpietrini della pavimentazione otto fari che proiettavano un bel fascio di luce lungo il fusto delle otto grandi colone di granito grigio con un effetto molto suggestivo. Noi che ci passiamo davanti spesso abbiamo assistito al fulminarsi di queste luci una alla volta finché non ne è rimasta accesa nessuna. Evidentemente l’elettricista del comune aveva sempre altro da fare. Bisogna capirlo (*).



A Piazza di Pietra le meravigliose colonne scanalate di marmo bianco del Tempio di Adriano erano anche loro normalmente accarezzate da luci, qualche volta colorate, perfette per sottolinearne la snella eleganza. Il 24 sera, di questo miracolo neanche l’ombra.
Nella piazza, piccola e raccolta non ci sono vetrine accese, quindi questa nera pece percorsa da membrature solo vagamente più chiare era tutto quello che i passanti riuscivano a vedere della maestosa struttura (*).

E Piazza Navona? Con il mercatino di Natale già aperto, qualcuno al Comune ha trovato qualcosa che non andava e ha oscurato le bancarelle. Anche lì, il 24 c’era solo un misero campo profughi abbandonato.  Pensarci prima e fare un controllo, no, vero? Sono intervenuti dopo, in modo di bloccare tutto, come da abituale inefficienza abbinata a inutile severità (*).


In compenso a Piazza di Spagna la luce c’è, ma qui sono riusciti a usarla proprio male.

Quattro faretti colorati che da terra sparano questa bella passata di pomodoro spalmandola solo sul davanti delle altrimenti candide statue raggruppate ai piedi della colonna dell’Immacolata.

Ma perché, il marmo bianco non andava bene?

E’ davvero difficile rispondere (*).

 

E veniamo al punto. Complottisti di nostra conoscenza denunciano manovre della rivale Milano per infangare l’immagine di Roma. Altri attribuiscono all’opposizione politica iniziative per creare difficoltà alla giunta attuale. C’è addirittura chi si dichiara sicuro che le multinazionali stanno lavorando nell’ombra ai danni del Campidoglio.

Noi no. Noi pensiamo che niente dipenda dai poteri forti, ma tutto da quelli deboli: dal pressapochismo dell’elettricista, dal disinteresse del funzionario che dovrebbe occuparsi di questo o quello, dal poco rispetto di ognuno per il proprio lavoro e per quello degli altri, dai tanti piccoli arrotondamenti, piccole creste, piccoli regalucci; e soprattutto dalla certezza di una totale impunità perché tanto tutti fanno così e nessuno dice mai niente.

E questa non è stupidità?

 

 

P.S. Ultime notizie della Befana. A Piazza Navona hanno riacceso le bancarelle, mentre le colonne dei due templi sono sempre al buio. Delle statue al pomodoro non abbiamo saputo più niente. 


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...e anche Buon Anno



...E ANCHE BUON ANNO DAL CAVALIER SERPENTE.


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Buon Natale


        BUON NATALE DAL CAVALIER SERPENTE
                                                                         

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Ritornare Bambini


A Natale si ritorna bambini. Dev’essere per questa ragione che ieri ci siamo trovati al Bioparco a guardare questi strani frutti maturati su un albero spoglio (voi certo capirete subito di che si tratta, noi ci abbiamo messo un po’).

Di questi tempi ci solleticano solo le stranezze. Che fare, contrastare l’inclinazione del momento o (più saggio e anche molto più comodo) lasciarsi andare?

E allora, via con la curiosità! (Rigorosamente infantile e anche, magari, un po’ scema).

 

Lasciamo perdere la natura e andiamo a frugare nell’ambiente che, qui a Roma, di curiosità ce ne ha da offrire quante ne vogliamo.  Le chiese.


Sull’unica isoletta del Tevere, da sempre sede di ospedali c’era una volta un tempio. Naturalmente, come è successo a tutti i templi pagani dell’antica Roma attraverso i secoli tenebrosissimi del medio evo, il posto è rimasto, la destinazione sacra anche, ma è cambiato lo stile architettonico, l’arredamento e soprattutto il nome del titolare, che prima era Esculapio, dio della medicina, e poi è diventato San Bartolomeo.

La pianta dell’edificio sarebbe anche rimasta la stessa, ma l’umidità in risalita dal fiume deve averle procurato una deformazione da artrite perché da rettangolare che era, ecco cosa è diventata.

Pssst…nei sotterranei della chiesa c’è una di quelle macabre e divertenti mostre di ossa umane che in passato facevano la gioia dei frati arredatori di cripte. In questo caso le ossa sono degli annegati nel fiume: bollite, scarnificate e usate come ornamento: una costola qui, un cranio là…e poi, il meglio per decorare: femori a bizzeffe.




A Santa Maria dell’Anima, invece, ci sono le prove di un problema di tipo linguistico – ideologico.

La chiesa è, fin dalla sua fondazione, la sede religiosa della comunità germanica di Roma.
Ma è anche una chiesa cattolica apostolica romana, con obbligo, soprattutto in quei tempi, di usare il latino come lingua ufficiale nei suoi riti, compresa la sepoltura.

Ecco allora il problema che emerge sulle lapidi, belle e numerose che ornano le sepolture dei facoltosi rappresentanti di quella nazione: i nomi tedeschi e le dediche in latino.

Si è sempre trattato di arrampicarsi sugli specchi, anzi sui marmi levigatissimi e quindi scivolosissimi.

Ma, bene o male, possiamo dire che se la sono cavata (secoli di esperienza serviranno pure a qualcosa, no?).

 

 


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Salti Temporali


Sabato 7, in preda, come direbbe qualche buon (!) amico, a un attacco di demenza senile, o forse infantile: bella giornata, poco traffico, ce ne siamo andati al Museo di Zoologia, a vedere che aria tirava da quelle parti.

Dopo un giro istruttivo delle sale (anni che non ci mettevamo il naso), salutati, unici adulti, con risatine e bisbigli da gruppi di bambini in età prescolare, ci siamo trovati davanti a due canguri in conversazione (o meglio, quello che restava delle povere bestie ischeletrite in una posa di garbata socializzazione) e qui ci siamo accorti del primo salto temporale.

Gli animali impagliati, le ricostruzioni della barriera corallina, i serpenti sotto formalina, gli scarabei infilzati, insomma quello che rendeva cosi affascinanti le sale dei musei della nostra infanzia è diventato il ricordo di una realtà che è ormai meno vera di quella virtuale in cui ci fanno vivere le centinaia di splendide foto, registrazioni, film che abbiamo a disposizione in ogni momento per sapere tutto su tutti.

 

 

E allora, visto che siamo partiti dal Museo di Zoologia, rimaniamo in argomento ed esaminiamo l’uovo avvelenato deposto dal Cavalier Serpente il 15 aprile, che di salti temporali ne fa uno più consistente, venti secoli, per investigare il piccolo mistero del digamma inversum, la lettera supplementare scritta come una F capovolta (Ⅎ), inventata da Claudio Imperatore per indicare la V intervocalica che prima era tutt’uno con la U. Credevamo che l’unica testimonianza di questo trucchetto fosse la lapide di Via del Pellegrino 145 da noi citata. E invece ce n’è un’altra nel Museo delle Terme: tronca ma leggibile, ecco un (ampli)AℲIT o magari un (termin)AℲIT scritto con la nuova grafia. 

Naturalmente, finito Claudio, è finita anche la sua invenzione, e non se n’è più parlato.


Un altro salto temporale e un altro uovo avvelenato del Cavalier Serpente: 11 novembre, ripavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina.

E’ probabile che, causa un meteo bizzoso, il preventivo da noi allora azzardato sul tempo di realizzazione (tre mesi) non venga rispettato. Comunque i lavori proseguono.

 

Siamo andati sul cantiere: non capiamo l’irregolarità delle lastre di travertino. La cura filologica dei restauratori è lodevole: non è a loro che ci rivolgiamo: è chiaro che stanno rimettendo in opera quelle originali (fra l’altro, enormemente spesse). Ciò che non capiamo è perché, visto che tagliare un rettangolo regolare richiede lo stesso tempo ed energia di uno sghembo, questi frammenti recuperati non siano tutti  uguali. A meno che, a suo tempo, non lo si sia fatto per risparmiare, riutilizzando avanzi di altri progetti. Ma, francamente, non siamo abituati a vedere gli antichi romani come costruttori attenti al sesterzio. Quindi continuiamo a non capire.


L’ultimo salto temporale ci ha portati al Museo delle Terme per la mostra “Roads of Arabia”, tesori della penisola araba.

Beh, qui si tratta non di secoli ma di millenni, e malgrado questo non abbiamo trovato niente che ci emozionasse, tranne una sorveglianza armata che ci ha fatto ridere per il suo eccesso di zelo. Arte troppo diversa? Troppo lontana? Troppo rozza?

 

Fatto sta che il vero palpito quasi contemporaneo ce lo ha dato questo cipresso, l’unico sopravvissuto dei quattro, si dice piantati da Michelangelo intorno alla fontana del chiostro grande, che se ne sta lì con i suoi cinque secoli, ridotto a un moncone, appoggiato a una stampella, ma ancora saldamente aggrappato alla vita.

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Partenze


24 novembre. Parte a S. Apollinare il RomaFestivalBarocco, partorito, è proprio il caso di dirlo, da Michele Gasbarro dodici anni fa e da lui felicemente portato all’attuale maturità, con quante difficoltà può immaginare chiunque in questo infelice periodo abbia cercato di promuovere la cultura.

Programma straricco e splendido concerto di apertura con l’esecuzione di una rara messa di Antonio Nola. Oltre al richiamo delle molte prime esecuzioni, recuperi di opere credute perse, qualità dei solisti, c’è anche il fatto che chi segue i concerti si troverà seduto sui banchi di undici delle più belle chiese di Roma. Promosso con lode.

 

 


24 ottobre. Parte al Museo di Roma in Trastevere la mostra dei fotografi latinoamericani partecipanti al Premio IILA. Vincitrice è Julieta Pestarino che presenta il progetto “Retrato de persona no identificada”, dedicato al tema “Uguaglianza di genere”. E’ un lavoro di fotomontaggio su immagini dell’800. Non chiedeteci di esporvene l’intento sociale: non è detto che noi lo abbiamo capito. Provateci voi.

Ma quello che conquista è l’espressione incantata di questi uomini – donne (ne presentiamo uno, ma ce ne sono altri) che si affacciano alla finestra del tempo come esseri di un altro mondo, stupefatti e innocenti.

Il Museo è ricavato dal convento delle Carmelitane di S. Egidio, un edificio di nessun interesse architettonico, ma fornito, nel chiostro, di uno dei più begli alberi che abbiamo visto a Roma.

Così imponente, che basta affacciarsi a una delle vetrate e, hoplà, il gioco è fatto. Conquistati dal Cedro dell’Himalaya!


21 novembre. Parte alla Galleria della Pigna la mostra di pittura “Quadri viventi” del nostro eclettico amico Massimo Papi, che di professione farebbe il dermatologo, ma a lato fa pure il pittore (al di lui eclettismo dobbiamo la manifestazione annuale “DermArt”, di cui non è difficile intuire l’impostazione).

Bene, stavolta il Dott. (o Maestro?) Papi, fra le tele dipinte con le tecniche tradizionali, ha pensato bene di esporne alcune, come questo nudo maschile di cui presentiamo un dettaglio, realizzate sì a colori, ma con i colori della dermatologia.

Insomma i variopinti liquidi che servono a spennellare i poveri pazienti: la fluoresceina (C20H12O5, prodotto per condensazione a caldo di resorcina e anidride ftalica; polvere giallo-bruna insolubile in acqua…), la fucsina (rosanilina cloridrato, di formula C20H19N3·HCl), la eosina, l’eritrosina, il violetto di genziana, e altre che non ci ricordiamo, anzi preferiamo non citare per evitare un terreno per noi pericoloso.

Garantito, ovviamente, l’effetto curiosità, ma anche la qualità dei lavori. Chi dice che non ci si può stupire, e nello stesso tempo apprezzare l’arte?


 

E per finire, parte, e ci arriva, un invito:

 

Domenica 24 novembre 2019 - Mostra di Katia Hellen Moguy

Hotel degli Aranci - Roma

 

integrato da questa presentazione:

“L’arte di Katia H. Moguy e’ sprovvista del superfluo dove il gesto spontaneo dà un aspetto magico e misterioso.

La sua arte non è pensata, ma esce dal suo interiore con naturalezza e leggerezza, quel che dà ancor più interesse e curiosità nello spettatore.

        Katia h. Moguy sa suggerire con brevi tratti senza cercare di affermare né convincere, ma lasciando a quelli che guardano l’opera la possibilità direi anche la fortuna di proseguire l’opera cominciata con talento sempre rinnovato e continuamente  provocatorio.                                                                                                                          M.o Bernardino Toppi”

Avremmo una domanda da rivolgere ai nostri lettori: A parte l’allegro abuso della punteggiatura e della sintassi, ci avete capito qualcosa? E se sì, ce lo fareste sapere?.

Grazie.

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Ambra e Gas

Aquileia

9 novembre. “Aquileia 2200, Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” al Museo dell’Ara Pacis. Articoloni su tutti i giornali che ci hanno fatto venire l’acquolina per una mostra che prometteva di riempirci un vuoto su un argomento per noi affascinante e quasi magico: una città e porto romano, al tempo importantissimo, sperduto fra le nebbie del nord, più volte distrutto dalle invasioni barbariche, risorto e poi definitivamente scomparso nel nulla.

Non ne siamo usciti un gran che soddisfatti.

L’allestimento, le luci, le didascalie sono ok. Il contenuto no. I pezzi originali sono pochissimi: un bel bronzo: la Testa del Vento, due frammenti di mosaico, un ritratto di anziano e un S. Pietro e Paolo in marmo.  E tanti oggettini di ambra: anellini, foglioline portafortuna, giocattolini, amuletini, tutti carinissimi, intendiamoci.

 

Poco, ci pare; perché il resto dello spazio lo riempiono 43 grandi, belle foto in bianco e nero (ma foto!) di Elio Ciol, delle rovine della città, più 23 bei calchi (ma calchi!) in gesso di marmi che forse avrebbero potuto essere presenti in persona, e un’altra dozzina di belle foto a colori (ma foto!) di mosaici. Insomma: riproduzioni.

Il nostro pensiero, forse gretto, è che, con il costo del biglietto per una famigliola, la medesima avrebbe potuto comprarsi un bel libro fotografico e guardarsi le stesse cose più comodamente a casa. Ci riferiamo in particolare agli oggettini di ambra, i quali sono talmente piccoli che si captano meglio in fotografia che nelle vetrine di un museo.

(A proposito di piccolezza, avete mai provato a scendere nei sotterranei di Palazzo Massimo dove c’è la raccolta numismatica? Alla terza vetrinetta cominciano a lacrimare gli occhi, alla sesta iniziano le visioni mistiche, alla nona siete completamente ciechi e tocca farvi accompagnare all’uscita).

Intendiamoci, anche una mostra, diciamo così, non del tutto riuscita è molto meglio di niente, però sull’operazione incombe  l’ombra del sospetto che si sarebbe potuto fare meglio.

Ma, in fondo, chi siamo noi per criticare?

 

  

Il Signore dei Tubi di Piombo.

E’ successo di nuovo! Dopo quattro fregature eravamo sicuri che tutto sarebbe andato come ci si poteva aspettare in una civile comunità del ventunesimo secolo.

E invece no! L’Italgas, questa entità che in passato abbiamo definito misteriosa e imprevedibile, stavolta ha superato se stessa.

Forse i lettori ricorderanno il nostro articolo del 14 ottobre in cui raccontavamo i quattro appuntamenti che nell’ultimo anno ci ha dato l’Italgas per venire a cambiarci i contatori a casa.

Sorprendendoci regolarmente con la sua superprofessionale inefficienza: una volta semplicemente latitando all’appuntamento; le altre con tre dichiarazioni fotocopia dei tecnici che ogni volta se l’erano sbrigata con le seguenti parole: “Dottò, la sostituzione nun si può fare perché ci stanno i tubi di piombo”.

 Chiuso? Niente affatto. Tutto ricomincia il 16 novembre 2019. Arriva la quinta ormai familiare lettera che annuncia la consueta visita dei tecnici per sostituire il solito contatore, rinforzata dal cartello di ordinanza che troviamo attaccato sul portone (foto).

Pur non credendo ai nostri occhi, ci prepariamo all’evento.

Ore 8: levataccia e attesa, sempre più spasmodica, fino alle 12, quando scade il tempo. Ormai ci sentiamo liberi di dedicarci al bucatino delle ore 13 alla trattoria sotto casa. Invece, dopo una mezzoretta trilla il campanello. “Chi è?” E’ il tecnico dell’Italgas. Appare un signore gentile, solo e stremato dalla pioggia e, immaginiamo, dal vano girovagare fra un’utenza e l’altra.

Apre gli sportelli a muro, fotografa i contatori, scarabocchia qualcosa su un quaderno e alle nostre rimostranze (no, in realtà erano solo osservazioni, e anche blande: ci dispiaceva per quel poveruomo) ci fa notare che le cinque foto fatte al nostro apparecchio in un anno non sono neanche tante: ce ne sono in giro, dice, di molto più famosi e fotografati.

Poi se ne va, non potendo fare niente per noi perché, indovinate? “Ci sono i tubi di piombo e il contatore non lo posso sostituire”.

Il nostro desiderio più grande, a questo punto non è più di avere un contatore nuovo, ma che questa infinita saga continui e continui e continui.

E noi qui per l’eternità a raccontarla, come Omero, ai figli, ai nipoti, ai pronipoti…

 

 

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Capacitarsi

A Largo di Torre Argentina hanno incominciato i lavori per ricollocare una parte della pavimentazione in travertino che in epoca imperiale era stata sovrapposta a quella vecchia di tufo, e poi, non sappiamo quando, sollevata e messa da parte.

Ottimo. Non è mai troppo presto per provvedere a una sistemazione di questa straordinaria Area Sacra, chiusa da tempo immemorabile ai turisti (anche ai romani, se è per questo); solo accessibile agli appassionati di gatti in un suo angolo riservato dove c’è un alberghetto felino.

 

 

Da bravi sfaccendati, ci siamo fermati una mezzora a guardare quattro operai i quali, con l’aiuto di una gru con braccio da venti metri, piazzavano con la massima cura le lastre. O meglio, nel tempo che noi siamo stati lì, hanno dato gli ultimi ritocchi a una sola di queste, che ovviamente prima era stata sollevata dal deposito, portata sul posto, calata, eccetera.

Ci dicono che le lastre da collocare sono 140; calcoliamo che ci vogliano due ore per ogni lastra, e abbiamo visto che al lavoro c’erano i quattro, più la gru.

Ne deriva che in totale serviranno 280 ore, cioè 35 giornate, che fanno 6 settimane (se il tempo è bello), cioè,  ottimisticamente, meno di due mesi, ma più realisticamente almeno tre. E questo solo per stendere pochi metri quadrati di pavimento su basi preparate prima, con pietre già tagliate.

Lungi da noi, naturalmente, mettere in discussione i tempi di un restauro. Maggiore la cura, più siamo contenti.

Il pensiero va al lavoro che è servito venti secoli fa per costruire dal nulla quello che noi  ora restauriamo.

Quando leggiamo che per completare le terme di Diocleziano sono bastati otto anni, davvero non riusciamo a capacitarci di come abbiano fatto.

Certo, le masse impiegate erano imponenti, ma non infinite, per evitare di intralciarsi; quindi l’organizzazione doveva essere inappuntabile: i mattoni dovevano arrivare nel numero giusto e non uno di più; le colonne di granito egiziano da venti tonnellate sfilare sotto gli archi senza sgarrare di un pollice, dopo essere state estratte dalle cave, trasportate sul Nilo, imbarcate e poi scaricate al porto di Ostia; le lastre di marmo essere fornite già tagliate a misura e lucidate, eccetera eccetera. Un sicuro vantaggio per i costruttori era l’assenza di tutela sindacale dei lavoratori (orari, paga, cibo) che al massimo in caso di protesta potevano contare su un carico di frustate extra. Ma anche così! E (quasi) tutto a mano!

 

 


Invece ci capacitiamo benissimo (o forse è una nostra illusione) di un certo senso dell’umorismo da parte dei restauratori del Mattatoio.

Il quale mattatoio (con la minuscola, fino al momento del riutilizzo) era, come dice il nome, giustamente o no mantenuto, il macello di Roma, costruito a fine ottocento e rimasto in funzione fino a pochi anni fa con tutte le sue sezioni burocraticamente distinte dai nomi sopra gli ingressi.

Adesso è uno spazio culturale grandissimo, bellissimo e utilissimo in cui siamo stati invitati alla conferenza stampa di apertura del Festival di Nuova Consonanza, una storica istituzione romana che ha il merito di promuovere la musica contemporanea da più di mezzo secolo.

E’ bello che una grande città abbia recuperato queste molte migliaia di metri quadrati che altrimenti sarebbero caduti in mano a qualche becero palazzinaro, e ci viva la sua vita culturale; quindi niente di più normale che ospitarvi un festival di musica.

Quello che ci conforta nel nostro capacitarci di riconoscere un prezioso e raro sense of humour messo in opera insieme al recupero dei luoghi è la possibilità di leggere su un muro, mentre ci rechiamo a un evento di alto livello intellettuale, questa scritta che di intellettuale ha poco, ma di vitale moltissimo, dato che all’epoca da questo edificio uscivano quelle che poi, in tegame, diventavano le squisite cotiche con i fagioli.

 

Diamo a Stockhausen quel che è di Stockhausen, ma all’oste quel che è dell’oste.

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Stupiscici, Roma

 …con questa sistemazione del Colosseo, delicata e fantasiosa, in cui, invece di rimettere tutto a posto come stava prima, il restauratore (Raffaele Stern, inizio ‘800) ha pensato bene di fissare per l’eternità il momento in cui il crollo ha inizio. Qualche arco è già andato, indebolendo la spinta statica che tiene insieme la costruzione. Ancora non è successo l’irreparabile: grosse crepe si sono aperte nel muro compatto dell’ultimo ordine, il cornicione e l’arco dell’anello più in basso cominciano a cedere ma non sono ancora crollati.

Tutto è sospeso come per una magia che ha fermato il tempo.

 

Alcuni studiosi, che hanno probabilmente ragione ma potrebbero risparmiarci il loro cinismo, sostengono che il restauro appare così solo perché fatto di corsa di fronte al rischio di una catastrofe imminente. Noi preferiamo decisamente l’interpretazione romantica, altrimenti che stupore sarebbe?

…con questo incredibile tramonto riflesso nel finestrone all’ultimo piano del Maxxi (nessun trucco, noi c’eravamo e tutto era esattamente così).

Sono passati duemila anni, eppure la perfida magia di questa città non accenna a svanire.

Lo splendido edificio di Zaha Hadid è tutto di cemento, articolato in linee moderne, razionali e audaci, ma appunto, trattandosi di cemento, scarse di colore.

Le finestre sono di lastre normali, forse leggermente oscurate, eppure basta un raggio di sole che va a sbattere riflettendosi sulle banalissime facciate fine ottocento del quartiere intorno, per trasformare il vetro in oro.

Il miracolo sta nel contrasto fra il caldo e il freddo dei colori e nell’originalità dell’immagine che suggerisce una diavoleria tecnologica, invece del tutto inesistente.

Qui abbiamo la natura al lavoro. Da sola.

…con questo barocchissimo seminarista adagiato in una stanzetta piena di stucchi, cornici, dorature e marmi. Anche lui è di marmo, nero e bianco di Carrara, steso su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro.

E’, anzi era Stanislao Kostka, gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

Per vedere questo serenissimo monumento ci si deve arrampicare fino alle soffitte sopra la sacrestia di S. Andrea al Quirinale. Qui uno è da solo (chi mai potrebbe avere la curiosità di andare a ficcare il naso lassù? Giusto noi, per la soffiata di un amico bene informato) e finalmente può lasciarsi stupire fino in fondo da questa inspiegabile, folle devozione.

 

…e per concludere e discendere dal livello troppo alto a cui eravamo ascesi, stupiscici anche con questa geniale trovata dell’ATAC.

A Roma esistono tre grandi cimiteri, Verano, Prima Porta e Laurentino, frequentati nei fine settimana da parenti e amici che vanno a fare le loro visite.

Bene: l’azienda trasporti cittadina, con lodevole rispetto per le esigenze degli utenti, ha istituito questa linea speciale che, tutti i sabati e le domeniche, collega i tre cimiteri.

I bus di questo servizio portano sul display la sigla C3 che ovviamente si riferisce ai tre C(imiteri) collegati.

Però, forse non fidandosi troppo delle capacità mentali dei propri utenti, l’azienda ci ha tenuto a chiarire bene la natura del trasporto.

Capito? Siamo sicuri??

 

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Vuoti e Pieni


Il grande vuoto.

Da sempre del Maxxi ci colpiscono non le opere esposte ma gli spazi in cui sono esposte. E gli spazi sono fatti di vuoto e, ovviamente, più sono grandi i primi, più è grande il secondo.

Il massimo dell’effetto (intendiamoci, nessun sarcasmo nella nostra cronaca) lo abbiamo trovato in questa esposizione di un’unica piccola opera di Enzo Cucchi: poche decine di centimetri di altezza di un putto con uno scorpione avvinghiato all’alluce, sperdute nelle molte centinaia di metri cubi di questo enorme salone del Maxxi.

Il merito dell’arte, lo sappiamo, è vivere in qualsiasi ambiente, compreso un vuoto bene architettato come questo (magari non sarà necessario, ma ci sembra meglio ricordare a questo proposito il nome di Zaha Hadid).

Colpiti dall’allestimento e dopo aver consumato il pavimento a forza di girargli intorno, ci viene da chiederci se è la sterminata vacuità dello spazio a rendere preziosa la piccola opera al suo centro o viceversa.

 

Abbiamo deciso che la risposta non ci interessa.

Il grande pieno.

A vivissimo contrasto con quanto detto sopra, merita uno sguardo, a proposito di vuoto e di pieno, questa bottega. E’ la libreria S. Agostino, di fronte alla chiesa.

Non è che ci hanno appena scaricato una fornitura. E’ sempre così: la clientela dev’essere composta da intellettuali taglia 46 o meno; e, per quanto riguarda il proprietario, ci pare si tratti di un vero caso clinico.

Entrarci è impresa eroica, uscirne, di più.



Il vuoto nello stomaco.

In cui sprofondiamo al solo vedere gli orrori, finti ma ricreati alla perfezione, che brulicano nelle sale del Palazzo delle Esposizioni dove si è appena inaugurata “La meccanica dei mostri” su Carlo Rambaldi e le sue creature.

Rambaldi: qualcuno non lo conosce? Tre premi Oscar, l’inventore di tanti effetti speciali, così difficili e proprio per questo così speciali, di prima che diventassero roba di tutti i giorni per merito, o magari per colpa del computer.

Quando le creature non filmabili, perché non esistevano, dovevano essere inventate e costruite materialmente nel laboratorio del mago; lui, Carlo Rambaldi.

Ci sono tutte, dall’ovvio ET, alla manona di King Kong, ai velociraptor da incubo, a Pinocchio, ai soldati di Barbarella, a teste, mani, piedi e zampe, strappate dai corpi e magari palmate e armate di unghioni.

Quella che abbiamo fotografato con più gusto e scelto di mostrarvi è questa donna gatta.

Non siamo riusciti a scoprire da quale film arrivi, ma sappiamo che ci ricorda tanto certe signore di nostra conoscenza, non gatte e ormai neanche più donne.

Arrivate alle estreme conseguenze della chirurgia estetica, a forza di rialzare gli zigomi, allontanare gli occhi, ridurre il naso e canottificare le labbra, questo rischia di essere il loro look finale.

 

 

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Delusioni

Intendiamoci, niente di drammatico. Anzi, invece che delusioni potrebbero chiamarsi conferme. Di nostri disagi interni che da qualche tempo se ne stavano tranquilli e forse ignorati in fondo allo stomaco per poi fare riflusso verso la consapevolezza stimolati da notizie, eventi, visite.


Numero uno: si tratta di un ritrovamento sensazionale, perché il fatto che dopo venti secoli e da sotto venti metri di lapilli sia uscita praticamente  perfetta questa vignetta che ci racconta un momento di una realtà lontana dal nostro mondo, con i due gladiatori, uno ferito e l’altro trionfante, è davvero unico.

Ma nello stesso tempo è ridicolo che l’affresco scoperto in un sottoscala di Pompei sia descritto da critica e stampa come un’opera stupenda, capolavoro della pittura a fresco romana.

 

D’accordo, è una testimonianza che ha valore per la sua età e l’eccezionalità, ma certo, per farne un capolavoro ci sembra poco.


Numero due: Canova a Palazzo Braschi. Una mostra dettagliata e bene articolata nel racconto della vita e delle opere del maggiore scultore italiano fra sette e ottocento.

Un uomo che ha fatto molto per recuperare il patrimonio artistico scippato da Napoleone all’Italia e un artista la cui
abilità nel trattare il marmo è fuori discussione.

Nonché (e questo è un nostro pettegolezzo) un gran marpione, come ci suggerisce il malizioso calco del seno di Paolina Bonaparte, conservato al Museo Napoleonico, da lui  preso in anticipo sulla modella, con la scusa del ritratto da fare alla medesima adagiata sul sofà.

A proposito della mostra: bella; peccato che quasi tutte le statue esposte non siano marmi ma gessi. E, anche se la forma è quella che in seguito sarà trasferita nel materiale più nobile, perfetta nelle proporzioni e nel movimento, la sostanza è del tutto diversa.

Il marmo è una meraviglia: dura nel tempo, lo scavi da sotto secoli di terra ed è sempre vivo.

 

Il gesso fa pena; dopo dieci anni all’aria si riempie di polvere, la superficie diventa grigia, opaca, e alla fine muore.


Numero tre, un’altra mostra azzardata: Medardo Rosso a Palazzo Altemps; e l’azzardo sta proprio nell’indirizzo, che è quello del Museo Nazionale di Scultura Romana.

Testoline. Musetti di monelli che fanno tenerezza. Espressioni delicate da salotto fine ottocento, plasmate in un materiale come la cera, così effimero che ti deperisce da un momento all’altro solo a guardarlo.

E queste soffici cere hanno pensato bene di mostrarcele sotto lo stesso tetto con frammenti tipo questo a destra, che basta metterlo lì, mutilato dal tempo e dalla barbarie del fanatismo, per farlo protagonista assoluto della nostra commossa attenzione.

Peccato, perché mica vogliamo dire che le testoline di Medardo sono brutte. Anzi. Solo che per via del confronto con i sassi antichi scadono da opere d’arte (perché comunque lo sono) a oggettistica da zitelle sentimentali.

Colpa di un equivoco, o forse della nostra serpentina disposizione d’animo, ma sempre e comunque un peccato.

 

 

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Colpo di Scena all'Italgas

E’ successo! La realtà ha superato la fantasia. Non lo avremmo mai creduto possibile, e invece, grazie a quell’entità fluttuante tra mito e tecnologia a nome Italgas, è successo. Roma non si smentisce.

Per farvi capire di che si tratta, siamo costretti a riscaldare l’uovo avvelenato del Cavalier Serpente che vi avevamo servito il primo aprile 2019. Se non ve lo ricordate, rileggetelo e alla fine troverete la sorpresa che vi chiarisce la fonte del nostro stupore. Dunque: questo raccontavamo ne:

 

                      Il Cavalier Serpente - N° 409 - 1 aprile 2019

                           ROMA, LA GRANDE EFFICIENZA

 
Tutto comincia con una perentoria e precisa lettera spedita al nostro condominio dall’Italgas in cui si annuncia che, fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018, il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione. Alle 13.30 precise (che sorpresa per noi assuefatti all’approssimazione romanesca) si presentano due signori che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul nesso fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una operazione, dovrebbe almeno accertarsi se questa si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 12.00 del 26 novembre 2018 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Benissimo, i tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.                 Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…Intanto i vecchi contatori funzionano benissimo, perciò anche questa lettera finisce nello stesso cassetto.

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 13.00 del 20 marzo 2019 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La mattina del 19 usciamo di casa per giornale e cappuccino e troviamo, attaccati con lo scotch su tutti i portoni della strada, i cartelli che confermano l’intervento per l’indomani.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe da aspettarsi il colpo di scena e la situazione in qualche modo si chiarirebbe svelando il mistero.

E invece nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 non si vede nessuno, neanche per dirci che “‘a sostituzione nun se poteva fa’ perché ce staveno ancora li tubbi de piombo”; il giorno dopo, uguale. Poco alla  volta il nastro adesivo si accartoccia, i cartelli cadono dai portoni come le foglie d’autunno e alla fine, passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ne parla più.

 

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Torniamo a oggi, e…e…eccolo finalmente il colpo di scena inaspettato! Attaccato sul portoncino di casa, preceduto dalla solita lettera perentoria e precisa, appare un nuovo avviso dell’Italgas in cui si annuncia che, fra le 8.00 e le 12.00 del 10 ottobre 2019, (più di un anno dopo l’inizio della vicenda) il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La cosa travalica il reale; in ogni caso noi, recidivi nella nostra credula buona fede, ci prepariamo a ricevere la squadretta che porterà a compimento l’ormai mitizzata operazione.

E infatti i ragazzi arrivano, aprono gli sportellini, controllano e, stavolta in  perfetto italiano:  “Dottore, la sostituzione non si può fare perché ci stanno ancora i tubi di piombo”.

Con noi, testimoni sui pianerottoli, ci sono i nostri allibiti condomini. Tutti senza parole.

P.S. Lettere e cartelli a vostra disposizione.

 

 

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Trasalire, Trascendere, Trasecolare...

Trasalire: Sussultare, scuotersi per una forte, improvvisa emozione. (Zingarelli – Vocabolario della Lingua Italiana).


Noi trasaliamo ogni volta che ci cade l’occhio su qualche cartello, in un museo, sotto un monumento, davanti a un rudere, che vorrebbe essere in inglese e invece è in quella lingua maccheronica e casareccia usata dalle nostre Sovrintendenze, perfetta per provocare le risa delle maestrine in visita da Londra o da N.Y. con le loro scolaresche. (“Forum” al plurale fa “fora”. In latino, ma anche in inglese; come medium e media). Matita rossa.

 

E che dire dell’esilarante “on the downstairs” dalla recente mostra ai Mercati Traianei? Qui, matita blu.


Trascendere: Superare, oltrepassare i limiti (ancora lo Zingarelli).

 

Di sicuro trascende la realtà, superandone i limiti, questo meraviglioso barbone che abbiamo visto elemosinare in giro per i semafori della città. Costume e trucco da Oscar. Osservare la palandrana stracciata, unta e bisunta al punto giusto, i capelli sporchi ma dal taglio perfetto (ci sembra anche di intravvedere delle méches). La barba sapientemente irsuta, il tutto su una bella faccia cotta dal sole che potrebbe essere quella di un eroe omerico.

 

Non mettiamo in dubbio lo stato di profonda necessità che probabilmente avrà ridotto questo poveruomo a una condizione di dipendenza per non dire di schiavitù di una qualche organizzazione che lo concia così e lo programma per turni di lavoro in zone lontanissime l’una dall’altra (noi l’abbiamo viso sull’Olimpica, a Caracalla e a S. Giovanni), ma questo non ci impedisce di trasecolare mentre lui trascende. 

Trasecolare: Restare stupefatto, come chi crede di non essere più di questo mondo (sempre dallo Zingarelli).


Bene; allora continuiamo a trasecolare mentre sorprendiamo, al WEGIL, nel corso della presentazione di una mostra di fotografie scattate in oriente, questo monaco birmano, ovviamente scritturato dall’organizzazione, il quale, fino a qualche minuto prima, musica ipnotica in sottofondo, era chino a disegnare con sabbie colorate un magnifico fiore di loto sulla stuoia davanti a sé.

 

Poi gli è suonato il cellulare, lui lo ha tirato fuori da qualche recesso della tunica e ha risposto come avrebbe fatto chiunque. Però, o per una perplessità pratica o per uno stupore arcano di fronte a quel miracolo tecnologico, a un certo punto si è dimenticato del fiore sulla stuoia, di noi visitatori e dell’impegno sindacale che aveva nei nostri confronti, e se n’è rimasto così, in meditazione per un bel po’, appunto come chi crede di non essere più di questo mondo, mentre noi, di nuovo trasecolavamo.

Trasalire.

 

Santa Maria dell’Anima è la chiesa della Nazione Tedesca a Roma. E’ una bella chiesa rinascimentale piena di affreschi raffinati, di splendidi marmi, di sculture mirabili.

E naturalmente è il luogo del riposo eterno di insigni diplomatici germanici presso la Santa Sede, di bravi artisti germanici al lavoro nei palazzi romani, di floridi mercanti germanici arricchitisi con le forniture al Papato.

Ebbene, proprio accanto all’ingresso della sacrestia, a coronamento della tomba di un ricco amburghese, ecco quale immagine ci saluta. Sarà legittimo trasalire al pensiero che questo orrido teschio ghignante è lì a vegliare sull’eterno riposo di qualcuno?

E chiederci per quale stortura la Chiesa promuova, come accompagnamento verso l’aldilà, questo tipo di artistico terrorismo, questa insistenza sul premio o il castigo eterno, comunque privilegiando la smorfia dell’orrore al sorriso della pace.

 

Ci abbiamo preso gusto a questo gioco di vocabolario, foto e rimandi di pensiero e di attualità.

 

E se ce lo permettete vorremmo ritornarci su, anche perché ne abbiamo ancora tante da raccontare.

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L'Ultimo Plotone


Nei film di guerra l’ultimo plotone è quello che balza fuori della trincea con più coraggio per andare all’assalto e si ritira dopo gli altri dalla posizione conquistata e poi perduta; è quello che riceve le medaglie al valore e soprattutto risulta immune ai colpi dei cecchini.

Nei film.

Nella vita non è proprio così. La trincea può anche proteggere, con l’assalto si riesce a cavarsela, con la ritirata salvare la pelle, forse. Ma con il cecchino non si scherza. Quello ha pazienza e mira infallibile, e alla fine non sbaglia mai il colpo.

Questo pensavamo il pomeriggio del 25 settembre, seduti nel bellissimo cortile di palazzo Firenze dove prendevano forma un festeggiamento e una commemorazione. In onore di un personaggio che proprio quel giorno avrebbe compiuto 97 anni e che nei 65 realmente vissuti è stato importante per il cinema italiano. Regista, attore, sceneggiatore: Luciano Salce. Suo figlio Emanuele a fare gli onori di casa e un bel gruppo di critici a raccontarcelo.

 

Insieme a lui c’erano tutti gli altri figli (e le vedove) dei grandi del cinema coetanei di Salce, con cui lui aveva lavorato, litigato, flirtato e dato vita a una stagione, quella sì immortale.


Per questa generazione esisteva, dagli anni cinquanta in poi, un tempio che era anche un salotto, un pensatoio, un tribunale ma soprattutto una mensa.

Passo indietro e spiegazione.

La boheme. Nei primi anni cinquanta l’oste Otello Caporicci, apre una trattoria a Via della Croce, a Roma, e la chiama “Otello alla Concordia”. Il proprio nome di battesimo, ovvio, insieme a una dichiarazione della sua filosofia che molto contribuirà in seguito a mantenere vivi (proprio nel senso alimentare) tanti futuri geni.

Nasce un’istituzione che diventerà storica. E’ il dopoguerra e tutti sono poveri, ma particolarmente poveri sono un gruppo di clienti che riempiono il tavolone sociale. Quasi tutti, dopo aver mangiato e bevuto, non hanno i soldi per pagare. L’oste fa credito. Fra gli spiantati ci sono pittori e scultori, e quelli lasciano un’opera. Gli altri, gente dello spettacolo, attori, registi, sceneggiatori e tecnici, per il momento non possono che lasciare promesse per il futuro.

Questo futuro poco alla volta arriva. Molti diventano famosi. Vanno a lavorare in giro per il mondo, non ritornano per lunghi periodi e poco alla volta il tavolone esce dalla memoria.


La trattoria è come la vita. All’inizio, giovani e poveri, si sta tutti insieme. Pochi soldi e molto bisogno di compagnia, cibo, confronto. Poi arrivano successo, denaro, riconoscimenti. Elementi che sfaldano il gruppo. Ma basta aspettare, perché con la vecchiaia si ricrea lo schema iniziale: il mondo tende a dimenticare, il successo è ridotto alle commemorazioni, ai premi alla carriera, alle presidenze dei festival. Da giovani poveri a poveri vecchi con una più o meno lunga permanenza nella fase di adulti di successo.

Le figlie di Otello ereditano la trattoria, e parecchi anni fa una di loro, Gabriella, in memoria del padre, oste e mecenate, riapre ogni mercoledì sera il tavolone sociale.

E ricomincia tutto. Si riformano il cenacolo e il plotone. Di nuovo tutti insieme; non più poveri ma carichi di onori e con qualche lira in tasca; meno occhio al futuro, più soddisfazioni dal passato.

Tutti con gagliardi appetiti, e bollenti spiriti nelle partite a scopone che seguono la cena. Cattiverie, ricordi, punzecchiature. Di tanto in tanto qualche posto a tavola rimane vuoto: è l’inevitabile ricambio.

Noi abbiamo cenato ogni mercoledì degli ultimi quarant’anni a quel magico tavolone ed essendo riusciti finora a evitare il cecchino dalla mira infallibile, vogliamo, così, tanto per gradire, fare una lista di alcuni dei nostri commensali che invece sono caduti, colpiti sul ciglio della trincea.  Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Giorgio Arlorio, Vittorio Gassman, Ugo Pirro, Mario Monicelli, Tonino Delli Colli, Furio Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Piero De Bernardi Silvana Pampanini, Elsa Martinelli… Il meglio del cinema italiano, anzi, “Il Cinema Italiano”.

 

E’, anzi era l’ultimo plotone di “Otello”. 

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