Sorpresa quasi di famiglia


La Sala Cadorin

A Via Veneto, fra i tanti grandi alberghi, c’è il Grand Hotel Palace (ex Ambasciatori), costruito da Piacentini nel 1926. Come in tutti gli altri, anche in questo c’è il salone bar, che però non è un salone qualunque: è la “Sala Cadorin”.

Guido Cadorin, pittore veneziano della prima metà del ‘900 è stato probabilmente uno degli ultimi artisti del nostro tempo a ricevere una committenza privata: appunto la decorazione pittorica del salone bar del Palace.

E’ una delizia girare gli occhi sulle pareti (magari con in mano un buon Negroni), e trovarsi nel centro di un ciclo di affreschi che ripropongono l’atmosfera di una festa in villa, alla maniera cinquecentesca di Paolo Veronese (balconate, colonne e paesaggi), solo che i dipinti sono in stile decò e i personaggi in abito moderno.

La cosa divertente è riconoscere nelle figure i famosi dell’epoca: c’è lo stesso Cadorin autoritrattosi di spalle in frak, c’è la signora Piacentini, c’è Margherita Sarfatti, c’è una danzatrice nuda e una donna moderna (per l’epoca), non identificata ma vestita, che con aria insolente fuma una sigaretta, ci sono Giò Ponti, Emilio Cecchi, e abbiamo perfino riconosciuto nostro nonno, il pittore Felice Carena, intimo amico di Cadorin, in elegantissimo papillon bianco.

E, per aggiungere mistero alla vicenda, c’è anche un piccolo giallo: neanche un anno dopo l’inaugurazione gli affreschi vennero coperti da drappi con la scusa che la loro eccessiva audacia offendeva i clienti. In realtà la ragione di questa censura pare che andasse cercata nell’irritazione di un tizio seccato di non riconoscersi fra i personaggi dell’alta società riuniti negli affreschi.

 

Quel tizio era un certo Benito Mussolini.


La pericolosa deriva del collezionista

Voglia d’Italia. E’ il titolo di una mostra che apre il 6 a Palazzo Venezia. Inconsuetissima inaugurazione a suon di musica. Nella Sala Regia concerto “Omaggio a Duke Ellington” della Mario Corvini New Talents Jazz Band. Ottimi fiati, begli arrangiamenti; una sola pecca che non ci sentiamo di ignorare: come si può pensare di riprodurre lo swing di Ellington con un basso elettrico invece di un vero contrabbasso nella sezione ritmica?

Superato questo piccolo dispiacere musicale, procediamo a visitare la mostra che si srotola, per i magnifici saloni dell’appartamento Barbo riempiendo vetrinette e  scaffali. Ma con cosa?

Qui viene fuori la discussa faccenda del collezionismo, che delle volte è una sacrosanta ispirazione a mettere insieme oggetti rari e  preziosi. Ma altre volte a noi sembra solo una frenesia patologica di accumulare cose (belle qualche volta, certo, ma anche brutte, spesso) pur di fare numero.

 

Non abbiamo lo spazio per mostrare tutta la paccottiglia in esposizione, ma potrebbero bastare questi pupazzetti e questo boccale da birra intagliato in una zanna di elefante per capirci.
 E’ chiaro che questo più che un giudizio artistico è una freddura. Infatti sottocchio ci è caduta anche della roba molto bella e molto seria. E’ che la nostra esternazione nasce da quel certo brulichio esagerato che frullava intorno ai troppi oggetti e oggettini delle sale.

I responsabili sono una coppia di americani vissuti a Roma, a Villa Sciarra, fino agli anni trenta: lui, George Wurts, funzionario dell’ambasciata USA, presumibilmente la mente maniacale dell’operazione, lei Henriette Tower Wurts, ereditiera, con certezza il braccio economico  della stessa.

Fatto sta che questi due, fissati, ma tutto sommato anche benefattori, finirono, dopo averla accumulata, col donare  a Palazzo Venezia la loro collezione di oltre quattromila manufatti, che è quella che vediamo esposta. E poi, al Comune di Roma, anche la loro residenza di Villa Sciarra, che purtroppo, da quando è passata alla proprietà pubblica è andata sempre più degradando fino alla miseria di oggi.

La mostra proseguirebbe nei locali interni del Vittoriano, ma, francamente, è tardi, fa freddo, e soprattutto l’idea di attraversare Piazza Venezia: buia, senza un semaforo, con le strisce pedonali mezze cancellate e stravolta da un infernale carosello di traffico è una di quelle che farebbero venire i brividi anche a un veterano della Parigi-Dakar.

 

Noi che quella grinta non ce l’abbiamo, rinunciamo all’impresa e buona notte. 

Romani antichi e moderni

“Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa”. Martedì 28 novembre, pomeriggio avanzato, quasi sera. Si inaugura la mostra ai Mercati Traianei di Roma.

Difficile immaginare un argomento più interessante e una location più speciale. Oltretutto è una di quelle serate limpidissime di luna quasi piena, che, insieme alla nuova illuminazione dei fori imperiali sui quali si affacciano i finestroni di quel centro congressi, supermercato, grande magazzino di venti secoli fa che costeggia il Foro Traiano, contribuisce a trasformare un evento da mondano a qualcosa di più: una magia di cultura e bellezza.

 

Quella di Traiano fu l’epoca migliore. Le sponde del Mediterraneo erano tutte romane; in città arrivavano insieme ai più bei marmi del mondo i migliori architetti, scultori e scalpellini, e tutto quello che si faceva era straordinario. 


Robaccia probabilmente la sfornavano anche allora, solo che, per fortuna, se c’era, non ha resistito ai millenni. D’altra parte, chissà quante cose anche più belle di quelle sopravvissute sono scomparse e noi non ne sapremo mai niente.

Come non sapremo mai niente di opere d’arte realizzate con materiali deperibili: quadri (tele e cornici non durano due millenni), vestiti, mobili e sculture in legno (idem), gioielli (idem, non per le ingiurie del tempo, ma per l’avidità dei posteri), per non parlare delle statue di bronzo che nei secoli hanno quasi tutte preso la strada della fonderia per trasformarsi in cannoni.

Rimane il marmo, anche questo a rischio di essere bruciato nelle calcare; solo che ce ne doveva essere talmente tanto in giro, che qualche briciola è arrivata fino a noi.

E qui sono in mostra alcune di queste briciole  così squisite da non credere: una mano: viva; il primissimo piano di una bocca con le sue rughe di espressione più vere della carne. 

Ci è toccato aspettare parecchi secoli per ritrovare qualcosa di simile con Michelangelo e Bernini.

 

Ci sono anche frammenti di capitelli, di cornicioni, di architravi; elementi architettonici che stavano lassù a dieci, dodici, quindici metri. E da terra, a quell’altezza, è matematico che i finissimi ornamenti ricavati con lo scalpello nel marmo non fossero assolutamente visibili. Eppure ci sono, tutti incisi accuratamente e poi levigati con attenzione. Se gli uomini non potevano distinguerli, per chi erano scolpiti? Per gli Dei, per l’Imperatore, per il semplice amore di fare bene il proprio lavoro?

Per fortuna abbiamo visto anche qualche peccatuccio, qualche furbizia, scoperto degli altarini, che ci hanno permesso di non soccombere del tutto davanti a tanta perfezione. Non tutte le palmette, gli ovuli, i dadi, le decorazioni minori insomma, sono ben rifiniti; alcuni sono appena sbozzati, altri quasi solo fantasmi del disegno originale.

 

Tanto c’era la vernice colorata a coprire tutto: il ben fatto e il mal fatto. E di sicuro, lassù nessuno avrebbe potuto vedere la differenza. Se non, forse, gli Dei.

 

A proposito di perfezione e di difettucci, non possiamo non citare il quintetto di ottoni che, per allietare il pubblico e spostandosi di sala in sala, suona (bene) fanfare e brani trionfali di Bach e altri.

E fin qui, di sicuro, niente da obiettare. Però a un certo punto i cinque sciagurati si avventurano incautamente in una compilation di Gershwin in stile charleston.

 

Da brivido, ma di raccapriccio.

 

Oh, e poi ci è apparsa questa scritta, evidentemente destinata al pubblico di turisti.

Gli antichi romani erano riusciti a costruire l’impero più grande del mondo.

 

Quelli moderni, neanche capaci di scrivere un cartello in inglese. 

Due sorprese


Ci siamo capitati per un fortunato caso (altrimenti che sorpresa sarebbe stata?) che ci ha indotti a fare qualcosa di imprevisto: mollare quello per cui eravamo usciti da casa. Eravamo su, nella saletta al secondo piano del Mercato Centrale Roma di Via Giolitti, dove ci aveva dato appuntamento Arteindiretta per partecipare a un racconto accompagnato da proiezioni, su come pesci, crostacei e frutti di mare arricchivano le tavole imbandite nelle nature  morte, soprattutto fiamminghe, del ‘600.

Buona la ricetta ma troppo allungato il brodo delle chiacchiere, poco speziato il piatto forte delle proiezioni, e soprattutto distraente l’arrivo di paradisiaci effluvi di cibo e tintinnio di posate provenienti dai ristoranti di sotto.

Non abbiamo resistito e siamo scesi. Sorpresa!

Fino a ieri, Via Giolitti, lato destro della Stazione Termini, era uno dei diverticoli intestinali del ventre degradato della città. Stanzoni abbandonati e bui, dentro. Fuori: ambulanti, ubriachi, sporcizia, traffico impossibile e niente parcheggio.

Ma noi sapevamo che quell’ala dell’enorme edificio della stazione era stata progettata e messa in cantiere alla fine degli anni trenta da uno dei tanti geni che avevano reso magnifica l’architettura del regime, Angiolo Mazzoni; finché la caduta del fascismo aveva bloccato tutto. Solo che, come molti altri esempi di quel periodo, tutto era stato abbandonato e pochi anni erano bastati a far dimenticare il capolavoro.

Finché (e qui emerge il pericoloso genio italico: quello che ci fa sopravvivere alle catastrofi, ma non ci insegnerà mai a prevenirle) per salvare capra e cavoli un astuto imprenditore ha avuto l’idea di aggrapparsi all’unico salvagente funzionante in questo periodo.

La cultura? Ma no, la gastronomia!

E sotto quelle volte di purissimo stile razionalista ha impiantato il Mercato Centrale Roma. 

E così ci ha restituito, recuperandola, la baracca.


Seconda sorpresa:

Questioni di Pelle. Che è il titolo di una rassegna mensile organizzata dalla DermArt, un’associazione, come dice il nome, di dermatologi con inclinazioni artistiche.

Oggi, 24 novembre, si è parlato di stimmate, un tema che, specialmente con Padre Pio, ha provocato infinite inquietudini sulla reale origine (e sulle tante possibilità di frode ad essa abbinate) di queste patologie cutanee.

Abbiamo saputo che dal punto di vista medico si tratta di ulcere croniche o lesioni necrotizzanti; che spesso si manifestano sul piede diabetico; che non è vero che profumano, anzi mandano un puzzo terribile; che non sono mai state osservate in pazienti non cattolici; che San Francesco è il primo e l’unico stigmatizzato ufficiale della Chiesa, e che queste piaghe appaiono, ovviamente, sempre sugli stessi punti geografici del corpo di Cristo crocefisso: mani, piedi, costato e testa (la corona di spine).

 

Abbiamo visto riproduzioni delle tante Deposizioni della storia dell’arte, e quella che non conoscevamo e ci ha colpiti di più è il Cristo sostenuto dagli angeli di Manet, criticatissimo a suo tempo per la sua presunta crudezza e per il realismo giudicato blasfemo, ma dal nostro dermatologo relatore Massimo Papi definito scientificamente preciso, perché rappresenta con amorosa accuratezza il gonfiore di piedi e caviglie, che sopravviene durante il crudele supplizio della crocefissione.

Alla fine, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, ci hanno servito (in modo virtuale) i biscotti di pastafrolla con le stimmate di marmellata che si pretende siano nati come omaggio a Padre Pio, ma nello stesso tempo si teme siano una bufala e in realtà li abbia inventati anni fa una massaia fantasiosa ma all’oscuro dell’esistenza del santo di Pietralcina.

Poi la rete…

Al prossimo incontro si parlerà di unghie.

La dermatologia, chi l’avrebbe mai immaginata così divertente?

 

 

 

Momenti di intimità


Al primo piano del Museo Andersen c’è questo quadro che, oltre a essere ben dipinto, ritrae con grande delicatezza, bisogna proprio dirlo, un momento di intimità: la fine di un incontro omosessuale, scena forse non tanto comune ma certamente accettata all’epoca fra artisti del nord, e magari giovani locali.

Il Museo Andersen è una grande villa Art Nouveau appena fuori Porta del Popolo, in una traversa della Via Flaminia. Sconosciuta ai più, è stata l’abitazione e lo studio di Hendrik Christian Andersen, scultore norvegese della prima metà del novecento (niente a che fare con Hans Christian, quello delle favole), il quale, una volta scoperta Roma, come succedeva a molti viaggiatori europei, preferibilmente ricchi, ci aveva messo su casa e non se n’era più andato.

Tanto è vero che qui è morto ed è stato sepolto nel cimitero acattolico, giardino di grande suggestione a Porta San Paolo, dietro la piramide Cestia, uno degli spazi ancora campestre entro le Mura Aureliane. Una gentile concessione del Papa che non voleva avere niente a che fare, nei suoi cimiteri ufficiali, con questi stranieri senza dio; ma d’altra parte non poteva scontentare i re non cattolici che avevano rappresentanze a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

Vicino a lui c’è la tomba di un personaggio oscuro, figlio di uno invece famoso, Wolfgang Goethe. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome: è segnalato semplicemente come Goethe Filius.

Hendrik fu legato per anni da un affettuoso, anzi, a giudicare dalla corrispondenza, affettuosissimo rapporto con lo scrittore americano Henry James. Il quale faceva parte, appunto, di quella schiera di “eccentrici” (così venivano garbatamente chiamati gli intellettuali omosessuali che scendevano in Italia per vivere la loro condizione in una terra dalla libertà leggendaria, lontani dalla morale stretta del resto d’Europa e degli Stati Uniti). Erano Wilde, Maugham, Munthe, Forster, Douglas e tanti altri, per finire con il ricchissimo industriale dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp, il quale, evidentemente non trasgressivo come gli altri, nel 1902, travolto dallo scandalo, si suicidò.

 

Altri scandali e altri tempi, per fortuna andati.


Passiamo a un argomento altrettanto intimo, ma di sicuro privo di qualsiasi connotazione peccaminosa: il divino allattamento al seno.

E che seno, che allattamento! Parliamo della Madonna, del Bambinello e, già che ci siamo, di anatomia.

Questa nostra non è un’analisi artistica; è solo uno stupore che ci prende all’osservare le Madonne allattanti della pittura prerinascimentale.

Rappresentazioni in cui l’anatomia, addirittura la semplice osservazione dal vero, se ne vanno per conto loro.

Sì perché i Bambinelli (spesso dipinti come adolescenti ben oltre l’età dell’allattamento, ma sempre miniaturizzati alla taglia di un poppante), stanno attaccati a sacre mammelle che, fra drappi e manti, fanno capolino da una spalla, da un’ascella, da una clavicola, in ogni caso da punti del corpo dove nella realtà c’è impiantato qualcosa di ben diverso.

Forse questa indifferenza verso la verità rendeva irreale, e quindi non pericolosa per il fedele maschio la visione di un organo che, papi o non papi, continuava a mantenere il suo richiamo più terreno che spirituale.

Tanto è vero che, qualche anno più tardi, questo concetto che all’epoca non era ancora chiaro né agli artisti né agli ecclesiastici committenti, fu codificato dal concilio di Trento, lo stesso che poi decise di far mettere le mutande alle figure di Michelangelo nel Giudizio Universale.

 

E da allora, nell’arte sacra, addio nudità, se non contrabbandata da qualche artista malizioso e furbacchione (vedi Bernini e altri) come estasi mistica.

Irriverenze

Presentazione Stagioni delle Arti.

Parco della Musica, mercoledì 8, conferenza stampa di presentazione delle Stagioni delle Arti 2017-18. Un tripudio di notizie positive: numero di concerti, lezioni e incontri con il pubblico, spettatori in continua crescita, come gli incassi; e non è poco, trattandosi di un’istituzione pubblica, che contrariamente alle altre non è in passivo cronico.

E crediamo che sia  tutto vero perché ogni volta che ci mettiamo piede, c’è sempre un sacco di gente con le facce contente, anche famiglie, perché molte sono le iniziative per i bambini; la libreria è affollata, al caffè c’è la fila e i Negroni che preparano al Red Bar continuano a essere ottimi.

Intanto il manifesto della stagione, che a noi irresistibilmente ricorda la copertina di uno dei primi LP di Dalla, essendo la cupola che appare sotto il titolo identica al basco dell’amico Lucio.

Poi, al Presidente Regina, nell’entusiasmo di elencare i grandi artisti che da tutto il mondo arriveranno sulle scene dell’auditorium, è scappato il nome di Dario Fo (da tutto il mondo, è certo possibile, dall’altro mondo ci sembra un po’ più difficile).

L’AD Josè Dosal, esprimendosi nel suo pittoresco italiano españoleggiante ci ha anticipato i concerti di giàss, con i solisti di giàss e il pubblico de apasionados di giàss. E poi si è lanciato in un ringraziamento corale a tutto il personale che lavora nell’istituzione, comprese le donne delle pulizie, ma dimenticando il benemerito barman a cui abbiamo accennato due righe fa.

Divertenti filmati con le facce di tanti artisti a fare gli auguri all’auditorium per il suo quindicesimo compleanno funzionavano da stacco fra una chiacchierata e l’altra; il tutto concluso con una canzone dal vivo della spagnola Antonia Molina, presentata con molti besos y abrazos dal concittadino señor Dosal.

E finalmente Luca Bergamo, Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale (prima parentesi: fino a qualche tempo fa, dove serviva c’era scritto solo Roma. Adesso, e forse si può ipotizzare qualche amico con una tipografia o una fabbrica di vernici, a tutte le “Roma” è stato aggiunto “Capitale”: sulle auto dei vigili, sulla carta intestata, sui furgoni; ma era proprio necessario ricordarcelo che Roma è la capitale?), (seconda parentesi: che un assessore di Roma si chiami Bergamo, è buffo, no?) ci ha liberati da un dubbio di tipo grammaticale e anche etico, che da un po’ ci tormentava, quando, riferendosi alla sua e nostra prima cittadina l’ha chiamata “la sindaca”.

 

        Meno male! Se l’ha detto lui che sta in giunta, possiamo stare tranquilli.



Champagne
!

4 novembre sera. Insieme ad altre novantanove persone, siamo a cena a Villa Medici in onore di David Lynch e in chiusura della Festa del Cinema.

Pleonastico descrivere la magnificenza del parco, la fantasmagoria, in questa serata limpida e tiepida, del panorama dalla balaustra accanto a Trinità dei Monti, la grandiosità del salone e lo sbrilluccichio della sontuosa apparecchiatura. Cinque calici: acqua più le quattro differenti etichette di champagne che hanno accompagnato i piatti.

Nella foto i bastardini imbucati, pieni di un liquido arancio sono due Negroni preparati magistralmente dal barman all’ingresso (i migliori assaggiati negli ultimi tempo) e offertici prima di sedere a tavola.

Grande spolvero di attori, ovvio, e atmosfera guardingamente rilassata, forse anche grazie ai succitati Negroni.

Ben gelati e copiosi il Moёt Imperial, il Moёt & Chandon Grand Vintage 2009, il Moёt & Chandon Grand Vintage Rosè 2009 e il Moёt Nectar Imperial, con cui abbiamo pasteggiato.

Eravamo in semplice giacca e cravatta, anche se di Gucci, ma un po’ a disagio perché per questi fluidi blasonati ci saremmo sentiti più a posto in frac.

E allora, dove sono le perfidie? Nel menu, presentatoci dallo chef responsabile a inizio pasto. Non siamo gastronomi stellati, ma ci è sembrato, come spesso in queste occasioni, che tutto sapesse vagamente di panna: il tiramisù di patate e baccalà con lardo di cinta senese; le mezzelune di burrata, acciughe e datterini; le capesante scottate con millefoglie di patate e speck…

Irresistibile, andandocene, ci è tornato in mente uno degli eroi delle nostre letture infantili: Bertoldo, il contadino dal cervello fino, il quale, proprio per merito della sua astuzia, fu invitato a corte dal re. Qui, fra un frizzo e un lazzo cominciò a frequentare la tavola dei nobili, dove si mangiavano cose raffinatissime, alle quali lui non era naturalmente abituato, e tante ne mangiò che alla fine si ammalò e se ne andò al creature.

Il re, che apprezzava lo spirito del villano, fece incidere sulla sua tomba un epitaffio i cui tre ultimi versi dicevano:

“Mentr’egli visse fu Bertoldo detto,

fu grato al re, morì con aspri duoli

per non poter mangiar rape e fagioli”.

 

Prosit.

Mezzo millennio

 

 

 E’ il tempo che ci separa dal botto provocato da Martin Lutero con la sua riforma.

C’è a Roma una chiesa cattolica apostolica romana officiata dei preti tedeschi: S. Maria dell’Anima. E’ una chiesa che ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata. Quando entri il soffitto sembra un cielo, i pilastri brillano di cera, i quadri splendono di colori, e non si vede una lampada. Luce diffusa. Devono aver piazzato almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati la mattina del 30 ottobre, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre. Molte le tombe di marmi bianchi e colorati e con una fitta presenza di clessidre e teschi ghignanti, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell'elegante salone di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono (polverose e malissimo illuminate come sono) molte chiese romane, forse piene di tesori artistici, che però, nelle tenebre è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.

All'improvviso però, tutto questo splendore ci è sembrato oscurato da un’ombra. Perché?

Sono esattamente cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio sicura) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa. Evidentemente i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto la scadenza, ma hanno scelto di celebrarla a modo loro, con una mostra di poster montati in fila lungo tutta la navata. Non siamo storici, quindi non possiamo contestare la correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così scemi da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco cristiana delle immagini, fra le quali presentiamo (perché merita) l’ultima della serie: il faccione perfido di Lutero, commentato dalla seguente didascalia.

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe o presunte tali”.

 

Un vero diavolaccio.


MEZZO SECOLO, o poco più,
è invece bastato per quest’altro evento altrettanto storico, se non addirittura magico per Roma.

Parliamo del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, nato in epoca fascista con il nome di Palazzo della Civiltà del Lavoro, che adesso si è sposato e di cognome fa Fendi (pare che il suo sia un matrimonio di interesse), però per gli amici del bar rimane er Colosseo Quadrato.

La notizia è che, appunto dopo mezzo secolo, l’edificio, prima abbandonato al degrado, poi considerato da abbattere in quanto monumentale simbolo dell’odiato regime, poi accusato di pompa e cattivo gusto, e così proseguendo con insensate considerazioni, mentre era, fin dal suo progetto, e ancora lo è, solo un’opera bella, è salvo.

Grazie a Fendi che l’ha in affitto, è finalmente a disposizione dei romani, gratis, in questi giorni, per una piccola, ben fatta manifestazione che collega la Maison al mondo dello spettacolo (siamo in coincidenza con la Festa del Cinema) con ricostruzioni di set pieni di riflettori, macchine da presa e costumi di scena di film famosi, disegno Fendi, of course; con una Giulietta spider su cui possono salire per farsi riprendere grandi e piccini, e in più, a disposizione di tutti, vari trucchetti elettronici di moltiplicazione immagini e selfie in movimento.

Ottima organizzazione, personale cortese, marmi e vetri lustri. E con il bonus (e questo non è merito Fendi) di una di quelle giornate da ottobrata romana che non si dimenticano.

E aggiungiamo anche questo: finalmente si è recuperato un vero capolavoro del periodo più felice per l’architettura italiana di tutto il ventesimo secolo (e, per l’amor del cielo, non diamo retta alle baggianate ventilate da un noto personaggio della politica, secondo cui qualche partigiano potrebbe sentirsi offeso a passeggiare sotto una facciata di architettura fascista).

 

 

Missione suicida

Questa settimana abbiamo deciso di buttarci fra le braccia di tutti quelli che aspettano un pretesto per darci un buffetto, o magari uno sganassone. Ecco, glieli forniamo noi: più di uno.

Primo: non ci piacciono gli strumenti giapponesi (quelli tradizionali, naturalmente; su eventuali usi rock o jazz nulla ci è pervenuto dalle fonti deputate).

Roma, martedì 24 ottobre, Istituto Giapponese di Cultura: “Danze e Canti di Osaka”. Tutti gentili, ci fanno accomodare in prima fila, posizione rischiosa che rende impossibile la fuga strategica, ma permette di udire meglio i flebili e pochissimo espressivi suoni emessi dagli strumenti.

Eh già, perché, per quanto riguarda la parte musicale, abbiamo uno shamisen, una chitarrella a tre corde tese su una scatola quadrata coperta di pelle di serpente, pizzicate con un grande plettro di legno; ne escono suoni sordi che, in mancanza di una cassa di risonanza decente, non vanno lontano e non emozionano (a noi).

 

A seguire un assolo di kokyu un altro di quegli strumentini a scatoletta, stavolta coperto di pelle di gatto e suonato con l’arco. Il problema è anche qui la piccolezza della cassa e la sottigliezza delle corde, per cui dall’archetto escono solo quelli che ci sono sembrati i lamenti del povero animale sacrificato per ottenere un risultato così scarso.

Sul canto ammutoliamo: melodie non percepibili e parole incomprensibili, e questo è ovvio, ma tanto gutturali che più che note sembrano conati. Nel mondo l’ugola è la stessa per tutti. Chiaro che da quelle parti ne fanno un uso diverso che da noi: e su questo non si discute e non c’è base per criticare.

Certo: altre tradizioni, altre culture, altre civiltà. Anche qui in passato c’erano strumenti sordi, fessi, stonati, miagolanti. Ma poi ci risulta che si sia verificata una bella evoluzione, e siamo arrivati a Stradivari, a Mozart, a Strawinski.

In questo concerto c’è anche, proprio davanti alla nostra poltroncina, una graziosa danzatrice che muove il corpo pochi centimetri alla volta, senza permettere al volto, ingessato di biacca di esprimere emozioni; rari guizzi di vita si manifestano solo nei movimenti del ventaglio. Ipnotici, forse, ma anche soporiferi.

 

 

PS. A scanso di equivoci, le notizie sugli animali titolari delle pelli usate negli strumenti sono interamente imputabili a Wikipedia


La biacca che imbianca la danzatrice ci porta al secondo tema: non ci piacciono gli stucchi.

Questo pensiero ci si è manifestato venerdì 27 nella galleria del Primaticcio a Palazzo Firenze mentre ascoltavamo una interessante conversazione sulla traduzione in generale (dei libri) e sulla traduzione, proprio nel senso del trasporto fisico, di un testo dal piano letterario a quello musicale, dove talvolta le parole perdono del tutto il loro significato.

Presente un bel gruppo di studiosi, fra cui l’amico organista Giorgio Carnini, che a questo proposito ci ha letto due righe in cui Schoenberg confessa di avere amato follemente i lieder di Schubert per poi accorgersi, dopo anni che li ascoltava, di non avere la minima idea di cosa dicesse il testo. 

Bene, durante la dissertazione, guardando in alto ci siamo accorti che anche qui gli stucchi della volta avevano quella stessa aria porosa, polverosa, sporchiccia che hanno dappertutto; insomma, per quanto di eccelso disegno, viene sempre fuori il triste invecchiamento della materia con cui sono fatti.

 

Vuoi mettere il marmo? Duemila anni sotto terra, e una spolveratina basta a ridargli la sua scintillante giovanile nobiltà.


Terzo (e qui ci aspettiamo una vera e propria flagellazione): non ci piace Gaudì.

Questa sensazione ci è tornata in gola come un rigurgito a leggere un recente articolo che annuncia il restauro di Casa Vicens a Barcellona. Abbiamo rivisto le foto dell’ennesima torta guarnita di piastrelle, colonnine, camini, loggette, balconcini, torrette e tutte le altre spezie del neogotico in salsa catalana con le quali il nostro architetto ha farcito la città.

E arrivati a questo punto ci balena in testa un’altra raccapricciante consapevolezza, potenziale portatrice di ulteriori complicazioni con i nostri lettori: se non ci piace Gaudì, non ci può piacere neanche Coppedè.

 

Siamo fritti!

Un miliardo di creduloni

Creduloni, per essere buoni e non chiamarli criminali. Avranno anche una delle più antiche civiltà del mondo, ma su certi argomenti sono proprio indietro.

 

Parliamo dei cinesi e delle loro fissazioni mediche e alimentari. Che mettono a rischio un numero esagerato di povere bestie le quali, proprio per colpa loro, hanno ormai una zampa nella fossa.

 

E sono i poveri rinoceronti, quasi sterminati, il cui corno tritato i creduloni criminali credono che faccia passare la febbre e le convulsioni. E che sia afrodisiaco. In realtà è solo normale cheratina: come dire che mangiarsi le unghie farebbe bene alla salute (pardon, alla virilità).

 

E sono i poveri orsi, tenuti per anni in gabbie dove non possono neanche alzarsi in piedi, con infilata nella pancia una cannula aperta in permanenza per raccogliere la bile, che i criminali creduloni credono faccia passare la congiuntivite e l’epatite. E in più, alla fine, gli tagliano i piedi e se li mangiano in guazzetto contro l’artrite e l’impotenza.

 

E sono i poveri pescicani, a cui i pescatori tagliano le pinne e poi li ributtano in acqua dove affogano dato che non possono più nuotare dritti, perché ai superstiziosi gastronomi creduloni piace la zuppa con cui credono di curare il cancro e recuperare la virilità.

 

E sono le povere tigri, le cui ossa tritate servono contro le infiammazioni e l’osteoporosi, e il cui pene seccato, fritto e sgranocchiato i creduloni cretini credono che aumenti la virilità.

 

E giù con scorpacciate di testicoli di capra, peni di alce, scroti di non si sa chi altro. Insomma la tradizionale superstizione per cui se mangi qualcosa o qualcuno, incorpori le sue qualità.

 

Una teoria davvero moderna, non c’è che dire.

 

Insomma, la infiacchita virilità dei cinesi maschi è da sempre un pericolo letteralmente mortale per un sacco di animaletti e animaloni che, senza le smanie di questi incivili, se ne starebbero tranquilli per conto loro e non darebbero fastidio a nessuno.

 

Ultime notizie: La Repubblica, lunedì 16. Un articolo allarmatissimo denuncia che al mondo rimangono solo 30 focene della California. E per colpa di chi? Dei creduloni di cui sopra.

 

Non perché gli piacciano i filetti di focena. No, la faccenda è un po’ più complicata. Ai cinesi piace la vescica natatoria essiccata dei totoaba, pesci che vivono nello stesso mare delle focene, per loro sfortuna (delle focene).

 

Li pescano con reti di profondità in cui, oltre a loro, anche le focene rimangono impigliate e affogano: mammiferi della famiglia dei delfini, ogni tanto devono risalire per respirare.

 

Questa famosa vescica natatoria dei totoaba, indovinate perche sul mercato clandestino vale più dell’avorio e del corno di rinoceronte?

 

Ma naturalmente perché è afrodisiaca.

 

Per fortuna (sempre delle focene) qui siamo in America dove spesso c’è qualcuno che apre il portafoglio e le imprese umanitarie vanno a buon fine. Stavolta perfino Leonardo Di Caprio ci si è messo e ha tirato fuori un bel po’ di dollari.

 

Hanno organizzato una grande battuta (con la collaborazione di quattro delfini addestrati), per radunare le poverette in via di estinzione e portarle in una zona sicura. Con tutti i dubbi sulla riuscita del raduno e sulla capacità di questi poveri animali di sopravvivere a una prigione, anche se dorata, in cui li rinchiuderanno per salvarli.  

 

Però almeno ci provano. E agli altri che ancora sguazzano nel loro medioevo di cucina e medicina mescolate con magia e superstizione, che possiamo dire?

 

Niente, sono un miliardo: è meglio stare attenti a come si parla.

 

Un ecomostro d'annata

 

 

 

 

Ci rendiamo conto del rischio di un titolo come questo, ma è una tentazione a cui non sappiamo resistere.

 

Certo il mattone invecchia meglio del cemento, i millenni danno dignità a qualunque struttura, vedere queste rovine rosseggiare nel sole del pomeriggio al di là della fossa del Circo Massimo riempie gli occhi di chi passa con la maestà della grande architettura imperiale; eppure quella fila di doppi archi che si stagliano belli impettiti sulla destra, sono ciò che resta di una vera a propria violenza fatta al paesaggio da Alessandro Severo.

 

Il quale, essendosi fatto venire la voglia di ampliare il complesso dei palazzi di abitazione e rappresentanza degli imperatori, che già coprivano diversi ettari, evidentemente non abbastanza per lui, ed essendo ormai esaurito il settimo colle, il Palatino, pensò bene di prolungarlo, il colle, e sostituire il terreno mancante con questa pesante quinta di mattoni: una piattaforma sulla quale poi edificò effettivamente la sua nuova ala.

 

Tutto il marmo, i bronzi e gli altri materiali preziosi se ne sono andati, rapinati dagli straccioni  del medio evo, ma anche da illuminati papi del Rinascimento, come Sisto Quinto, che non si fece scrupolo di scippare le ultime colonne rimaste in piedi sulla facciata sud, per riutilizzarle, bene, certo, ma senza rispetto per la loro storia.

 

Oggi di quel gran corpo solenne rimane lo scheletro, in origine destinato a starsene nascosto, che ancora ci affascina con la sua (molto restaurata) imponenza. Ma sempre un ecomostro è.

 

 

Comunque meglio di quest’altro, molto più moderno, e soprattutto fatto di cemento, un materiale povero, brutto, deteriorabile e quindi ancora più offensivo.

 

Però, a pensarci bene, un qualche collegamento, anche minimo,  non si può non vedercelo.

Stiamo esagerando? Fateci sapere.


Per rimanere in argomento, non di ecomostri, ma di antichità, dopo averne molto letto e sentito parlare, siamo finalmente andati a visitare la nuova Rinascente di Via del Tritone, soprattutto attratti dalla notizia dei dieci o dodici archi dell’Aqua Virgo scoperti negli scavi delle fondamenta e recuperati per il pubblico.

 

Effettivamente, fra un Fendi e un Gucci, nel seminterrato ci sono queste tracce di uno dei primi acquedotti di Roma. Non sono particolarmente impressionanti, anche perché quasi del tutto interrati, però alla gente piacciono, bene illuminati e ben raccontati da una serie di proiezioni. Insomma, in mezzo a tutta la raffinata modernità delle griffe, due mattoni e una lastra di travertino corroso ci fanno la loro figura.

 

Naturalmente siamo anche saliti in terrazza. Il sole scintillante e caldo di Roma fa il possibile per nobilitare le verande, le casette e i casotti visibilmente abusivi che popolano i tetti circostanti. Vicinissimo il campanile di S. Andrea delle Fratte (Borromini) più bizzarro che bello, buono il cappuccino (5 €), fastidiosissimo un elicottero che vola basso sulle nostre teste.

 

Minima osservazione forse sciocca: ci avete fatto caso che sulle scale mobili (non solo dei grandi magazzini) spesso il mancorrente va più veloce dei gradini, così che, se ci si appoggia, quando si arriva sul pianerottolo si finisce tutti protesi in avanti come al traguardo dei cento metri.

 

Per tornare a casa, percorso che più turistico non si può: Piazza di Spagna, Fontana di Trevi, Panteon, Piazza Navona. La fiera dell’intrattenimento popolare a basso livello. Indiani sospesi in aria, chitarristi che strimpellano, pizzaioli che invitano a entrare, cantanti d’opera che si sgolano: tutti con il loro pubblico, ma, cosa che continua a sorprenderci, quelli che hanno più successo in assoluto, sono i pittori con le bombolette, accovacciati sul marciapiede che dipingono a spruzzo brutti paesaggi.

 

Chissà come mai intorno a loro c’è sempre il gruppo più compatto di ammiratori.

 

Che sia l’effetto stordente delle vernici spray?

 

 

 

Patologie

“Commozione celebrale”.

Così scrivono su FB, raccontando le conseguenze di una caduta dal motorino; oppure, “Se tu mi lasceresti…” si disperano con le loro ragazze minacciando il suicidio.

Per il loro uso (e anche per il nostro, in occasioni più stimolanti, speriamo) sta uscendo come supplemento al Corriere della Sera la “Biblioteca della Lingua Italiana”, una consigliabile, utile e piacevole serie di libretti scritti in modo sciolto e con riferimenti attuali: tutto il potenziale della nostra lingua (a saperla usare, una vera e propria arma impropria, molto più distruttiva, o magari qualche volta anche costruttiva, di un paio di pugni).

In apertura del secondo volume c’è una citazione di Loreto Mattei, letterato del ‘600, che la dice lunga su quella cosa viva che è la nostra comunicazione e soprattutto sull’inutilità di incaponirsi a mantenerla sacra e intoccabile: “Non può mai darsi una regola tanto vergine che da qualche eccezione non sia deflorata”.

Forse un filo maschilista ma, di sicuro, chiaro.

 

Cardiopatia.

Mojmir Jezek sotto esame elettrocardiografico non mostrerebbe niente di anormale. Anzi, a incontrarlo ci è sembrato in ottima salute. E’ alle pareti del Palazzo delle Esposizioni che si manifesta la sua disperata condizione di cardiopatico cartaceo.

Dall’otto settembre, nel salone Fontana, centotrenta quadri? disegni? ritratti? (secondo noi il nome giusto potrebbe essere pittocardiogrammi) raccontano senza parole, ma con ogni volta l’aggiunta garbata di qualche minimo elemento: un gonnellino, qualche freccia, un paio di ali, storie, per l’appunto, di emozioni.

Ovvero i contenuti delle lettere accorate o arrabbiate che riempiono tutte le settimane la rubrica “Questioni di cuore” sul Venerdì di Repubblica. Ecco, questi esposti sono gli originali di quei quadratini che illustrano la pagina del giornale.

Geniali proprio per la loro semplicità che trafigge fino in fondo i molti strati del maldicuore.

 Un Peynet del duemila.

 

 

 

Disidratazione.

Va bene che quest’estate ha fatto molto caldo, ma una trascuratezza come questa è inammissibile, anzi, soprattutto è stupida.

Eravamo appena usciti, il primo ottobre verso il tramonto, da un bello spettacolo di Ensemble Arte Musica con Muta Imago per il Romaeuropafestival. Musica di Monteverdi. Buona coreografia e presenze umane, eccellente gruppo di solisti strumentali e vocali, fra cui una perla: Walter Testolin, uno di quei bassi che ti riconciliano con la categoria. Per intenderci, uno capace di scendere nelle profondità abissali della voce mantenendo tutte le note pulite e comprensibili e impedendo a quelle più profonde di sfrangiarsi in rutti confusi. Bravo. Ma…

 Ma, appena usciti nell’atemporale spazio dell’ex mattatoio, in cui rimangono, giustamente conservate, con qualche necessaria modernizzazione, tutte le attrezzature del vecchio stabilimento di inizio secolo, ecco che ci imbattiamo in una tipica manifestazione di stupidità urbana contemporanea: una fila di almeno venti grandi vasi ornamentali, allineati per dividere in due uno dei viali interni, tutte accuratamente guarnite di piante verdi (laurocerasi?) che di verde non hanno più neanche l’ombra.

Secche, ma di quella secchezza che fa sbriciolare le foglie appena le tocchi. Semplicemente mai innaffiate dalla notte dei tempi. Qualcuno ce le avrà piantate, su ordine e a spese di qualcun’altro (noi cittadini, di sicuro); qualcuno che avrebbe dovuto sapere che le piante vanno innaffiate e non abbandonate così. Poi cos’è successo?

 

 

 

Confusione mentale. All’Istituto Superiore Antincendi di Roma espongono le loro opere dal 21 settembre un gruppo di vigili del fuoco pittori e scultori in una manifestazione che si chiama “Vigiliinarte”.

Ci siamo stati, abbiamo girato per le sale di un bello spazio recuperato al modernariato in un edificio industriale della zona ostiense e, anche se non ci aspettavamo da uomini e donne a cui dobbiamo essere grati per il lavoro che fanno, straordinarie qualità artistiche, dobbiamo confessare di essere rimasti quanto meno sorpresi da opere come questa fotografata sul posto.

 E’ la memoria che ci inganna, oppure c’è una forte somiglianza con qualcosa che abbiamo già visto altrove?

 

 

 


Una svista

Una svista.

Non può essere che una svista. Come è possibile che Bocelli, che già ha i suoi guai, non abbia capito il ridicolo di questa faccenda? Lo abbiamo ammirato su You Tube (ve lo raccomandiamo vivamente: guardate e soprattutto ascoltate il filmato fino alla fine perché in fondo c’è un vocalizzo che qualche melomane di periferia potrebbe definire a ragione “de paura”) mentre canta, il 12 settembre a Pisa, durante il festival della robotica, “La donna è mobile” accompagnato (si fa per dire) da una orchestra diretta (si fa per dire) da un robot, il quale, povero attrezzo, che altro può fare se non dare il tempo, comunque regolare (almeno questo) con i suoi braccini meccanici?

Già normalmente il brano di Verdi rischia lo zum pa pa. Qui siamo sull’orlo del baratro. Penoso è stato ascoltare i poveri orchestrali che si arrabattavano a seguire (o forse a ignorare) la macchinetta, e ancora di più il patetico tenorino, del quale conosciamo la mancanza di quella minima dose di spirito che, sola, permette di regalare un po’ di leggerezza a una delle più bandistiche arie del Cigno di Busseto.

L’intelligenza artificiale dell’umanoide era forse presente, anche se ben nascosta fra i circuiti;  ci è invece sembrata decisamente assente quella naturale, umana. Dov’era finita?

L’unica spiegazione per questo clamoroso scivolone è che a Bocelli nessuno abbia detto della sostituzione sul podio, e allora, come si sa, occhio non vede, cuore non duole…

 


Fake news.

Così si chiamano in rete quelle notizie fintamente scientifiche (scie chimiche, cure anticancro al bicarbonato, vaccini uguale autismo, ecc.) diffuse oggi molto più di ieri grazie alla tecnologia, ma che hanno lo stesso scopo: fare fessi quelli che di solito fessi già sono. Da noi hanno un nome molto ma molto più pittoresco: bufale.

Visto che siamo sul riferimento bovino ci scappa di dire che ci dispiace di non essere andati al Cicap Fest a Cesena il 29 settembre.

 Grande trovata il Cicap: Comitato Italiano per il Controllo sulle Affermazioni della Pseudoscienza. Non si sfugge. Dentro ci sono fior di studiosi e divulgatori. Molti trucchi o magari semplici dicerie, comunque pericolose per i creduloni, le hanno implacabilmente contestate.

 Fra i tanti studi pubblicati con successo ce n’è uno su certe sostanze naturali, chiamate tissotropiche che, agitandole, da solide diventano liquide. Qualche riferimento a San Gennaro?

 

Il sindaco.

Di Londra. Che di sicuro non deve essere un condominio facile. Sadiq Khan, musulmano, non sappiamo quanto osservante, ma, come racconta lui stesso in una intervista su Repubblica, abbastanza da rispettare il Ramadan, l’astensione da acqua e cibo dall’alba al tramonto, per un mese.

Che un cammelliere o un pescatore di perle, buoni credenti, rispettino le regole istituite dalla loro religione e tarate sul ritmo di vita di un paio di millenni fa può anche essere normale e comunque gestibile senza troppi danni per la comunità.

Quello che ci appare inverosimile è che lo faccia, nel 2017, il sindaco di una grande e complicata città in un mondo totalmente diverso da allora e con addosso la responsabilità di decisioni veloci e il susseguirsi di attentati spaventevoli.

Insomma con l’obbligo di essere sempre al massimo delle prestazioni; e non mangiare e soprattutto non bere per tutto un giorno e per tutto un mese non crediamo che aiuti un gran che.

 Ma questa è solo una nostra perplessità. Quello che invece (passando a un altro campo) diventa un dispiacere, per noi che siamo un po’ fissati, è constatare come quasi sempre sui giornali le interviste a personaggi stranieri vengano tradotte in un tono più letterario che discorsivo, insomma, discretamente ammuffito. In altre parole, per tradurre un dialogo (questo è, in fondo, un’intervista) ci vorrebbe un dialoghista, magari preso dal cinema; evidentemente  un giornalista, per quanto bravo, non basta.

 Certo, i concetti arrivano lo stesso, ma dove la mettiamo la freschezza di una vera conversazione con individui che hanno sempre molto da dire e spesso lo dicono con verve e spirito?

 

Metti un bel giorno al bar

C’è questo signore, arrivato a un punto della vita in cui più o meno tutto il bello prevedibile è già successo e cominciano i problemi che poco a poco costringono a strisciare invece di volare come uno vorrebbe: bastone, occhiali, sciatiche. Tutto tende al grigio, e allora…allora lui si è selezionato una serie di pacate abitudini, come scendere ogni mattina, mai troppo presto intendiamoci, giù al livello degli sconquassati sampietrini del centro storico di Roma. Due passi fino al giornalaio, dietro front ed eccolo seduto, quotidiano e cappuccino, al Bar del Fico, piazza omonima, sotto le finestre di casa.

Proprio un bel giorno al bar, succede che dal cielo ti cade qualcosa addosso, qualcosa di inaspettato e divertente, un salvagente esistenziale; e in più per ottenerlo non hai fatto niente se non andare in giro con la tua solita faccia disegnata dagli anni. Beh, allora è magia. Un regalo.

Eccola, la favola.

 

Parecchi sono gli amici o i conoscenti, con cui ci si saluta da un tavolino all’altro. Fra questi, spesso in compagnia di una ex dirimpettaia di pianerottolo, c’è un giovin signore abbondantemente capelluto e barbuto con cui varie volte ci si è scambiata qualche piacevolmente generica parola.

Un bel giorno arriva una telefonata. Michela (la dirimpettaia): “Sai, Alessandro (il barbuto e capelluto) ti vorrebbe nella nostra prossima campagna”.

“Mah…bene – lui, perplesso, fingendo un distacco da british gentleman – digli che lo faccio volentieri. Se si tratta di giocare, ci sto”.

Più tardi lo chiama qualcuno della ditta e gli dà un appuntamento per andare a provare i capi per le foto.

Sempre più atteggiato, baffetti alla David Niven, roteando  il suo sciccosissimo bastone, il nostro deambula, già con passo più sostenuto, fino alla non lontana Via del Banco di S. Spirito, e prontamente si trova in una saletta attorniato da giovani paggi con spilli, gesso e metro che gli infilano e sfilano capi variamente ed elegantemente bizzarri finché la scelta cade su un completo verde con maniche bordate di pelliccia, camicia con fiocco, spillona al bavero e anelli alle dita, calze molto variopinte e sneaker bianche (vedi foto). E in più: “Che fortuna, lei ha anche un bastone!”

La sensazione è che stia finalmente ricominciando il gioco che gli mancava; non si sa come andrà a finire, ma sembra interessante. Infatti segue una telefonata dell’amministrazione che propone un rimborso più che adeguato per il disturbo (se sapessero che era pronto a farlo gratis…)

Arriva il giorno del servizio fotografico. Dove dare appuntamento alla Mercedes che lo viene a prendere per portarlo sul set? Ma davanti al Bar del Fico, naturalmente. Dai cui tavolini i compagni di cappuccino lo vedono increduli allontanarsi ingoiato dal macchinone nero e lucido, lo stesso che lo riporterà all’ identico punto alcune ore più tardi, per lo stupore dei compagni di happy hour.

Sul set fotografi e registi della grande scuola inglese, in mezzo a trionfi di frutta fresca e tazzone di caffè bollente. Una realtà di lavoro così esageratamente ricca da sembrare la ricostruzione invidiosa di un B-movie. Il gioco si fa sorprendente. Anche perché il gomitolo del racconto in cui si trova avvolto il nostro, a questo punto si è srotolato in una matassa formata da una ventina di fili: i protagonisti della rapsodia romana, adulti “comuni”, presi qua e là per la città, più un delizioso bambino, anche lui con il suo completino firmato. Quasi per tutti è la prima volta, e così nessuno si sente più star dell’altro.

Il grottesco si intrufola nel progetto con larichiesta a ognuno dei personaggi di esporsi al ludibrio filmato: cantare al karaoke (vedi Instagram) canzoni famosissime degli anni ’70. Tutti appaiono irrimediabilmente ridicoli, ma in qualche modo (e qui si intravede l’intelligenza del progetto) va bene lo stesso; anzi, la beffa aggiunge umana, umile naturalezza al glamour.

Intanto arriva una e-mail: “Ci farebbe piacere averla, insieme agli altri, alla nostra sfilata a Milano.” Ma certo che ci va.

Al telefono: “Può passare da noi a provare l’abito che indosserà per l’occasione?” Ma certo che passa. Stavolta l’insieme è più sobrio: completo blu ma con le piccole api di Alessandro tessute in rosa, e naturalmente sneaker bianche ma con i serpentelli di Alessandro che ci strisciano sopra.

E poi a Milano per l’evento top della campagna. Una specie di mitica gita scolastica ma organizzata con dovizia di supertreni, superalberghi e, anche qui, limousine nere superlucide.

Milano è una pugnalata al cuore non appena, ed è inevitabile, si fa il confronto con Roma: funziona tutto, neanche una cicca per terra, tram anni ’40 marcianti, nuovi bellissimi grattacieli di cristallo, e ai loro piedi giardinetti pronti per una esposizione botanica. In più giornate scintillante di sole limpido e aria pulita. Proprio (a parte il meteo) come qui, vero?

Milano, dicevamo, una città di fabbriche, diventata ormai centro di servizi, con un sacco di spazi industriali abbandonati, finalmente recuperati. Uno di questi, enorme, tutto nero con grandi riproduzioni di sculture romane e rinascimentali, l’atmosfera tagliata da lampi di luce e fragori di musica spaziale è il palcoscenico della sfilata. Un trionfo. Per la descrizione, fuori della nostra portata, dei modelli ci sono le riviste di moda. Ma l’atmosfera di bel delirio l’abbiamo riconosciuta. Per chiudere, grande festa al Porta d’Oro di Piazza Diaz, con inaspettata presenza di Björk al microfono e risacche di champagne. Come si diceva all’inizio: una favola.

 

 P.S. Per coloro che non avessero ancora capito, la maison è Gucci, Alessandro Michele è il suo geniale stilista capo, Michela Tafuri è la nostra amica, sua stretta collaboratrice e fatina della fiaba, il bambino della foto è il piccolo Mosè, la campagna moda con la sua ventina di protagonisti scelti in città è ovviamente intitolata Roman Rhapsody e il giocherellone in verde e bordura di pelliccia altri non è che il Cavalier Serpente, il quale, addolcito e incoraggiato da questa straordinaria occasione, promette di riprendere, da oggi e come sempre il lunedì, la pubblicazione delle sue perfidie.

 

 

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Mutazione del Cavalier Serpente

MUTAZIONE DEL CAVALIER SERPENTE

 

In occasione della Santa Pasqua succedono cose: c’è stato chi, tempo fa, ben sigillato in una grotta, si è ripresentato dopo tre giorni fresco come una rosa; c’è chi, oggi, malgrado le campagne di salvataggio, belante e innocente ma appetitoso, finisce nel forno con patate; e c’è perfino un Serpente che ha subito una mutazione.

 

Capita, ah, se capita, a un certo punto della biografia di qualcuno, Cavaliere o no. Uno sgambetto, di sicuro inaspettato, ma sempre e comunque possibile, perché, come sappiamo, tutto accade senza regole fisse; e ancora meno secondo il progetto di un Grande Burattinaio. Lo scatto di un interruttore che cambia il flusso dei circuiti e scombussola tutto il programma.

 

E allora, proprio perché niente è prevedibile, l’obbligo di cambiare il progetto, di inventarsi un nuovo itinerario, diversamente orientato per necessità, può diventare addirittura divertente. O drammatico. Magari drammaticamente divertente. Comunque è sempre un buon modo per mettere un piede avanti e interferire con il succitato presunto Grande Burattinaio.

 

A questo punto forse si vorrebbe sapere di che si tratta, ma il Serpente, è bestia misteriosa, e per ora mantiene il segreto nascosto fra le sue spire.

 

Certo, è una bella sfiga, ma nello stesso tempo è anche una bella sfida: il solito vecchio gioco a cui hanno cambiato tutte le regole. Si ricomincia!

 

Ma serve tempo.

 

E il nuovo Serpente Mutante come sarà? Con le sue due teste, più equilibrato? Non lo crediamo proprio. Siamo certi che seguirà la propria profonda natura e sarà doppiamente perfido.

 

Perciò, amici, curiosità e pazienza. Ci leggiamo presto.

 

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Umor cupo

 

Riassunto della puntata precedente:

Il Cavalier Serpente cade vittima di un atroce attacco di sciatalgia. In preda a dolori da tutte le parti il poveretto comincia a sbattersi come una falena abbagliata dalle luci di farmaci che promettono immediato sollievo ma a rischio assuefazione; oppure un miglioramento più graduale ma a condizione di particolari cautele nel dosaggio. Le temute complicazioni poi ci sono state. Il Cav. è quasi arrivato al pellegrinaggio a Lourdes; ma proprio sull’orlo del baratro, costretto a ragionare, finalmente si è messo nelle mani di un terapeuta serio.

 

Torniamo a oggi e rivediamo la situazione. Che se non fosse dolorosa, sarebbe pittoresca. Gli amici. Ci sono quelli prudenti: il Toradol gocce va bene, ma bisogna stare attenti che è forte. E c’è chi giura: Arnica a tutte le ore, è un estratto di erbe naturali e la natura e non può far male (e Socrate, allora?). E c’è chi sostiene: Mai il Voltaren compresse, ti distrugge lo stomaco, insieme devi prenderci l’Omeprazen; oppure passa al Voltaren supposte (se lo stomaco sta a posto, il resto può stare tranquillo?) E i paladini dell’ago: Voltaren fiale, da integrare con Muscoril, fiale anche lui. Quelli dell’approccio soft: Moment Act e cerotto Voltadol. Il Bentelan invece funziona, ma con un rigorosissimo controllo della somministrazione.

 

Oh, e poi tutti hanno le loro dosi, le durate, le combinazioni dei vari prodotti e i momenti migliori per l’assunzione, perché ci hanno provato loro stessi, oppure glielo ha consigliato, ti ricordi zia Giovanna? Lei faceva sempre così.

 

Naturalmente a dargli retta si rischia di diventare un vivente (in casi estremi anche morente) campionario farmaceutico. E’ che quando qualcosa fa male, l’unico desiderio che si ha è che quel dolore cessi, e si è pronti a qualunque esperimento.

 

Perciò, per precauzione, come detto sopra: affidarsi a un terapeuta serio e aspettare istruzioni.

 

Intanto usciamo dal privato e andiamo a dare un’occhiata veloce a quello che l’umanità ha tentato di fare per liberarsi del dolore. Con metodi empirici, spesso quasi criminali, e comunque, fino agli ultimi tempi, inefficienti.

 

Tutto comincia di sicuro con una gran botta in testa al paziente Se il poveretto sopravvive a questo primo tipo di anestesia lo sciamano strappa il dente, trapana il cranio o amputa la gamba morsa dal serpente.

 

Poi sono arrivate le spremute: papavero, mandragora, cicuta; bolliti, masticati, sputati su spugne da mettere sotto il naso del paziente. E i vapori di erbe da inalare (la prima cannabis medicinale?) E naturalmente l’alcool, probabilmente consumato con lo stesso entusiasmo dall’operando per scongiurare il dolore in arrivo, e dall’operante per scongiurare la paura per quello che sta per fare. 

 

A metà ottocento ecco il gas esilarante (protossido di azoto), sperimentato per la prima volta dai dentisti. Sempre i dentisti (evidentemente erano gli interventi più frequenti) ci danno sotto anche con l’etere. Poi altri gas, che però creano problemi al risveglio. E finalmente un piccolo ago infilato in vena, qualche goccia di soluzione e si scivola dolcissimamente in un niente senza tempo, senza consapevolezza, e soprattutto senza dolore.

 

La migliore invenzione dell’uomo.

 

Morire può andare anche bene, soffrire, no.

 

 

PS. Ci scusiamo per il tono lugubre, ma qui non c’è niente da ridere

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Ahi!

Nevralgia del nervo sciatico, sciatalgia

 

Malattia caratterizzata da dolore alla parte bassa della schiena, che si estende alla faccia posteriore ed esterna della coscia, alla fascia laterale della gamba e al piede.

 

Il soggetto, in posizione sia eretta sia seduta, assume atteggiamenti che permettono di evitare le esacerbazioni del dolore: appoggia il peso del corpo sul piede sano e, quando è seduto, tende ad appoggiarsi su una sola natica, tenendo così il tronco inclinato da un lato e irrigidito.

 

Camminando tiene la gamba malata un poco piegata e per effetto dell’accorciamento dell’arto si verifica una deambulazione claudicante;  se deve chinarsi per raccogliere un oggetto da terra piega il ginocchio del lato malato per evitare lo stiramento del nervo a livello della faccia posteriore del ginocchio. Quando la sciatica dura da tempo, la muscolatura, specie della gamba, può diventare flaccida e anche assottigliarsi andando incontro a un processo di atrofia.

 

Vi sono forme acute e acutissime di sciatica in cui la violenza dei dolori può attenuarsi e scomparire in pochi giorni oppure in 3-4 settimane; molto frequenti sono però le forme croniche e recidivanti caratterizzate da episodi dolorosi ricorrenti che iniziano lentamente, con dolori modesti, favorite dal freddo, dall’umidità, dai bruschi movimenti, e che si protraggono per anni.

 

Qualche volta il dolore sciatico può presentarsi prima all’una e poi all’altra gamba e magari da entrambi i lati contemporaneamente. In qualche caso alla sciatica si accompagnano una riduzione di forza di alcuni muscoli della gamba e una diminuzione o addirittura una scomparsa del riflesso achilleo, che è il movimento di flessione plantare del piede che si ottiene percuotendo con un martelletto il tendine di Achille. È dovuto a una contrazione involontaria del muscolo tricipite della gamba, ed è presente in tutti i soggetti sani pur potendo mancare, per esempio negli anziani (!).

 

Bene, questa descrizione raccapricciante e nello stesso tempo patetica corrisponde esattamente a quello che ci è successo nell’ultima settimana.

 

E’ chiaro che in questa situazione anche al Cavaliere più eroico non rimane che ritirarsi nella sua torre, trascorrendo le giornate a strisciare come un lumacone azzoppato in giro per le antiche stanze, e aspettare che tutto passi (e pazienza se fra una fitta e l’altra non si trova il tempo e la voglia di raccontare ai lettori storie sull’antichità romana o cronache di spettacoli andati storti).

 

E ai lettori, anche i più affezionati, non rimane che armarsi di buona volontà e aspettarci al varco lunedì prossimo (salvo complicazioni).

 

Ahi!

 

 

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Contrasti

 Razza nemica

 

“Per comprendere come sia stato possibile che centinaia di migliaia di uomini comuni abbiano potuto partecipare attivamente alla persecuzione e all'uccisione della minoranza ebraica dell'intera Europa è necessario esaminare quale ruolo abbia avuto la propaganda antisemita nella Germania nazista e nell'Italia fascista”.  

 

Queste sono alcune righe della presentazione della mostra “Propaganda antisemita e razza nemica” alla Casina dei Vallati, un edificio medievale recuperato durante i lavori degli anni trenta nel Ghetto di Roma, fra il Portico di Ottavia e il Teatro di Marcello.

 

Basta una anche breve visita a questo spazio per capire come quella che poteva essere solo una stupida deriva sociale è diventata, per tante ragioni e volontà forse prevedibili, una tragedia mondiale.

 

Ormai nessuno di noi è più in grado di ricordare di persona le sensazioni dirette di quel periodo troppo lontano ma basta veder qualche foto, un filmato, ascoltare una registrazione o leggere due righe dei testi che all’epoca circolavano su riviste intitolate, per esempio, “La difesa della razza”, per inorridire di fronte alla tronfia stupidità di quelle dichiarazioni, di quelle ridicole cerimonie, di quelle divise da operetta.

 

Roba che chiunque in possesso delle proprie facoltà non avrebbe esitato ad allontanare con un’alzata di spalle, da quanto stupide erano quelle teorie. E invece proprio la loro stupidità le ha rese, prima apparentemente innocue, poi a un certo punto troppo condivise per essere contrastate.

 

Una propaganda efficiente proprio perché basata su pochi, stupidi stereotipi, tipo l’inferiorità o la superiorità di una razza, il travisamento della storia per cui tutto un popolo poteva essere accusato di un crimine, e altre simili baggianate, però capaci di infilarsi nelle teste vuote di una gran parte dell’umanità, e rimanerci per fare i danni che sappiamo.

 

Il museo è pieno di riferimenti, foto, manifesti, pannelli grondanti queste pericolose idiozie. E in più, e abbiamo apprezzato la triste ironia, c’è anche un paio di vetrinette in cui sono esposti oggetti di, diciamo così, propaganda casalinga, sul cui gusto è meglio non soffermarsi, come questo schiaccianoci, ispirato alla caricatura dell’ebreo tipo, il cui nasone e la cui barbetta diventano i manici dell’arnese.

 

Un sorriso ci può anche scappare, ma quanto amaro.

 


Riscatto di civiltà

 

Per fortuna, anche se ancora intristiti, due giorni dopo, giovedì 23, siamo alla Real Academia de España en Roma.

 

Abbiamo un’amica, Elisabetta Castiglioni, il cui compito è sapere tutto quello che succede in città e informarne, per mestiere, gli amici. E parliamo di fatti separati da migliaia di miglia, come l’inaugurazione di Bau Beach, la spiaggia dei cani a Fregene, o il concerto alla Camera dei Deputati con il Presidente.

 

E’ lei che ci accompagna nei meandri di questo ex monastero costruito verso la fine del ‘400 dai re di Spagna sulle pendici del Gianicolo, proprio sotto il famoso Fontanone (che naturalmente allora non c’era ancora). Il pendio è ripido, così che, mentre il piazzale della fontana è al livello della terrazza, dal basso la costruzione appare altissima: tre piani monumentali e un giardino scosceso.

 

L’evento si chiama (perdonate lo snobismo di dirlo in spagnolo) “Jornada de puertas abiertas”, basata sui quattro elementi: “tierra, fuego, aire, agua”. Si tratta di andarsene liberamente a zonzo per le sale, gli studi, le scale, gli alloggi e gli atelier degli studenti spagnoli che hanno vinto il soggiorno a Roma, e che una volta l’anno mostrano ai visitatori quello che hanno saputo combinare in questo periodo.

 

Loro sono simpatici, offrono buon vino e salamini, e alcune delle opere sono anche interessanti. Ma quello che lascia noi visitatori a bocca aperta, e decisamente invidiosi di quei fortunati che ci abitano per qualche mese, o qualche anno, è la bellezza di questi spazi, alcuni grandi, altri ridotti, ma tutti con finestre, anzi, finestroni, anzi questi indescrivibili panorami, quasi pitture tiepolesche,  aperti su Roma illuminata al meglio dal sole che tramonta alle spalle dell’Accademia.

 

Come dicevamo all’inizio, per fortuna che in qualche momento della storia, in qualche ora della giornata, in qualche periodo dell’anno ci sono anche questi momenti di pura bellezza.

 

Certo, bisogna essere fortunati (e anche bene informati) per esserci e poterne approfittare.

 

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Avventura a lieto fine

Art Forum Würth di Capena

 

 Questo è il nome del castello fatato che ci ha catturato la fantasia da una pagina di giornale e che siamo andati a cercare martedì 14 marzo. 

Cominciamo dal principio.

C’era una volta Capena. Situata a qualche decina di chilometri a nord, fra la Via Flaminia e la Tiberina, comincia la sua storia in epoca etrusca; naturalmente, subito dopo la conquista della vicina e più importante Veio, finisce anche lei fra le sgrinfie di Roma imperiale, e allora prospera; poi nel medioevo cade in miseria come tutti, passa in proprietà agli Orsini, ai Colonna, a confraternite e monasteri, e oggi è diventata una specie di sobborgo residenziale di Roma contemporanea. Come i borghi alla destra della Flaminia: Morlupo, Castelnuovo e altri, anche Capena, invece che su un cocuzzolo, sta in fondo a una valle di tufo ombrosa (il che d’estate potrà anche essere un piacere, ma d’inverno un po' meno).

 

Su quel giornale avevamo letto di una meritoria iniziativa di Herr Würth, un industriale austriaco della ferramenta, che, in un’ala della sua fabbrica, appunto a Capena, ha aperto un museo di arte moderna visitabile tutti i giorni, gratis, da chiunque capiti da quelle parti.

 

Bene, entriamo a Capena. Dopo aver interrogato inutilmente un paio di abitanti locali “Ma che ne so io de ‘sto museo!”, “Ma ‘ndo sta?” ci dirigiamo alla Pro Loco per informazioni attendibili. Sprangata; e sono appena le undici del mattino.

 

Allora ripieghiamo su un’escursione nel paese. Il quale risulta essere una di quelle località molto caratteristiche dei dintorni. Anche troppo: trappole nelle quali attirare con i loro scorci pittoreschi i cittadini stanchi della cosiddetta frenetica vita metropolitana, che credono di risolvere i loro problemi esistenziali ritirandosi in una campagnola oasi di pace.

 

Sottoportici misteriosi, mura cariche di secoli, vasi di fiori sui gradini di scale ripide che portano a casette  graziose: insomma tutto l’armamentario per risultare disneyanamente consolatorio contro le durezze della vita moderna.  

Consolatorio, non curativo; di questo siamo sicuri, anche per il deterioramento rapido, l’annebbiarsi delle funzioni cerebrali e l’infelicità da allontanamento sociale che leggiamo negli occhi di amici tuttora intrappolati in esperienze del genere.

 

Specialmente quelli vecchi. Proprio il momento della vita in cui è indispensabile una socializzazione intensa, il contatto con la tanto temuta nevrosi della città, che sarà faticosa, ma mantiene fresco e piccante il pepe della vita, e il non lasciarsi andare alla pigrizia, che sarà comoda ma fa spegnere prematuramente il vecchio rinunciatario come uno stoppino consumato.

 

Comunque, esaurita l’esplorazione, riusciamo finalmente ad avere le indicazioni che cercavamo.

 

Abbandoniamo l’abitato, scendiamo a valle, sempre rimanendo nel comune di Capena (e questo giustifica il nome) ma parecchi chilometri più in basso; passiamo sotto l’autostrada e finalmente dal medioevo sbuchiamo nel 2017.

Una modernissima, grandissima fabbrica, roba da Silicon Valley, con prati verdissimi e curatissimi ed edifici bianchissimi, uno dei quali è effettivamente l’Art Forum Würth di Capena.

Un parcheggio spazioso e vuoto, una hostess gentile, pieghevoli e libri da consultare, totale assenza di altri visitatori; e via in giro per i saloni del museo. Che contiene, appunto, arte moderna e contemporanea, prevalentemente austriaca.

 

Non ci aspettavamo, e non ci sono, grandi capolavori. Sono presenti piuttosto, fra le pitture tradizionali, quegli ibridi degli ultimi anni che stanno in bilico fra arte e gioco e che riempiono le biennali per poi scomparire.

Dove? Evidentemente in musei privati come questo. Niente di male. Ci siamo divertiti a seguire la colatura di vernice rossa dal barattolo e a provare a dare una taglia alle scarpone di bronzo.

Ci è piaciuta soprattutto l’atmosfera leggera, fresca, senza quel muschio secolare, quelle muffe millennarie che impregnano il paese vecchio.

Due begli stanzoni bianchi; qualcosa di divertente da esplorare per ritrovarci vicini, anzi dentro la civiltà, quella del confort e della cultura internazionale.

 

E poi a casa, naturalmente in città.

 

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Repetita juvant

Repetita juvant

 

Oggi tiriamo fuori dal cassetto un articolo già pubblicato l’anno scorso; ci stiamo ripetendo, lo sappiamo, ma è necessario. Eccolo.

 

 “Nel 1995 Renzo Piano, progettando il Parco della Musica di Roma, aveva previsto nella Sala Grande lo spazio per installare un organo da concerto. Nel 2000 la delibera era firmata, i soldi pronti da spendere, eppure l’organo non si fece.

 

Perché Luciano Berio, per chi non lo sapesse figli e nipote di organisti, allora sovrintendente appena nominato dell’Accademia di Santa Cecilia, e oggi al di là di qualsiasi critica per la sua definitiva dipartita da questo mondo, mise il veto” (da un articolo in rete di Giovanni di Giacomo.)

 

Forse in risposta alle feroci critiche dell’epoca, spuntò una lettera scritta da Berio a Italia Nostra: “Cara Italia Nostra, sì, avrei dovuto spiegare meglio le ragioni che mi hanno portato a sospendere il progetto organo…bla bla…decisione assai sofferta…bla bla…la tragica indifferenza del Vaticano alla musica in genere e all’esecuzione del grande repertorio organistico nelle chiese (allora era proprio il momento giusto per realizzare un organo laico: ndr)…bla bla…l’Accademia sarebbe felice di contribuire alla diffusione del grande repertorio organistico in condizioni più intime di quelle offerte da una spettacolare sala di 2.800 posti concepita per altri usi (quindi la sala sarebbe stata troppo bella e grande per l’organo: ndr)…bla bla…”.

 

Per l’inspiegabile ottusità di un sovrintendente, anche se musicista, una capitale come Roma sta più indietro di una qualsiasi piccola ma civile (forse proprio in questa parola sta la differenza) cittadina europea. E il risultato è che in tutta la città c’è un solo organo, diciamo così, laico: quello della Sala Accademica del Conservatorio Santa Cecilia.

 

E sabato 25 marzo, alle 18, appunto alla Sala Accademica, orgogliosa del suo organo da concerto (ripetiamo: l’unico laico di Roma), l’organista Giorgio Carnini, il prode cavaliere che lotta da anni nel tentativo di ottenerne un altro, proprio dove colpevolmente manca, inaugura il quarto Festival “Un Organo per Roma”, con la cavalleresca speranza di riuscire a raccogliere consensi per un nuovo grande strumento.

 

Ci saremo, cavallerescamente, anche tutti noi, vero?

 



Quella povera gente

 

In corrispondenza di uno degli incroci più incasinati della estesa periferia semiurbanizzata di Roma (Via Appia Nuova con Via Nettunense), proprio sotto il corridoio di avvicinamento radar all’aeroporto di Ciampino hanno costruito un nuovissimo McDonald’s, anzi, un McDrive, dove si può ordinare e mangiare anche senza scendere dalla macchina.

 

La colonna sonora della location eccola: il rombo degli aerei che atterrano mescolato allo strombazzare delle auto eternamente ingolfate sul doppio incrocio stradale con doppio semaforo e scoordinamento garantito del traffico, integrato allo squittio incessante dei bambini che vanno a rimpinzarsi con le famiglie al completo, nevrotizzate al limite dell’infanticidio. Uno stress.

 

E fin qui siamo nella normale cronaca. Il bello è che, scavando per le fondamenta del McDonald’s hanno trovato una diramazione secondaria dell’Appia Antica. Anche questa non è una notizia gran che speciale: le strade romane sono dappertutto. Le eccezionalità sono altre: l’ottimo stato di conservazione, per una quarantina di metri, del selciato originale, il fatto che, invece di essere frettolosamente ricoperti, i resti antichi sono stati salvati e valorizzati a spese della McDonald’s, con l’apertura di un’affascinante e soprattutto silenziosa galleria sotterranea a disposizione dei clienti; e in più il rinvenimento di tre scheletri sepolti nella canaletta di scolo della strada.

 

Le sepolture sono state studiate e i risultati ci dicono in quale stato di miseria e di abbandono doveva essere precipitata quella povera gente alla fine dell’Impero. I tre morti sono giovani, quasi ragazzi, di bassa statura, con denti cariati, se non mancanti, e ossa già deformate da fratture,  malnutrizione e artrosi.

 

E certo, per ridursi a buttare un morto nella fogna, senza neanche un oggettino personale o una cassa di legnaccio in cui deporlo, lasciandolo probabilmente ricoperto solo da una palata di terra e dimenticandolo subito dopo, vuol dire che ogni forma di rispetto si era persa nell’abiezione generale.

 

E’ davvero difficile per noi oggi immaginare come una struttura civile, colta, attenta all’arte come quella romana potesse essere spazzata via così completamente e rimanere oscurata per un millennio lasciandoci forse meno dell’uno percento delle sue tracce.

 

Eppure quella minima percentuale che ci è arrivata ci fa immaginare cose strabilianti.

 

Forse ci sbagliamo per eccesso. O per difetto. Ma che importanza ha?

 

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Antichissime cazzate

Antichissime cazzate

 

Oggi non riusciamo a resistere alla tentazione di tirar giù dallo scaffale il Dizionario della Stupidità di Piergiorgio Odifreddi, recentemente regalatoci. E’ un alfabetico, completo, trionfale compendio di definizioni che ci trovano pienamente d’accordo, fra le quali siamo stati indotti dal nostro sprezzo del pericolo (abbiamo tanti conoscenti che a queste cose ci credono, e probabilmente perderemo qualche amicizia) a scegliere le seguenti due.

“NEW AGE - La new age non è altro che la riesumazione di antichissime cazzate dissotterrate in seguito al revival di una superstizione: quella che gli antichi, soprattutto orientali, avessero già capito tutto.

OGM - Chi dice di essere contrario agli OGM semplicemente non sa di cosa parla; e non è più anacronistico o meno fondamentalista di chi pretende di curarsi da solo con le erbe. Sono stati gli OGM e i farmaci artificiali a permetterci di vivere meglio e più a lungo di prima, e chi vi si oppone meriterebbe semplicemente di vivere meno e peggio.

Tutti gli organismi sono stati geneticamente modificati tramite la selezione naturale o artificiale, dalla natura o dall’uomo. Anche il frumento che usiamo per il pane è un OGM ottenuto attraverso incroci artificiali del farro. L’unica differenza è che la natura procede in maniera cieca, casuale e lenta e l’uomo in maniera intelligente, mirata e veloce”.

Amen.


Il mondezzaio (antichissime cazzate 2)

 

Fra i divertimenti dei turisti a spasso per i vicoli di Roma, c’è la lettura di queste lapidi del sei e settecento (ce ne sono ancora molte in giro) in cui è sancito il divieto di abbandonare immondezza per strada. Civilissima iniziativa; resa meno simpatica dal fatto che le autorità riservavano un quarto della multa e l’anonimato a chi faceva la spia.

Ma non è questo che ci ha richiamato il titoletto qui sopra. E’ il linguaggio ampollosissimo, con lo spreco di parole, titoli e superlativi inutili. Sarebbe bastato (come testo, magari non come efficacia) scrivere: “Regno pontificio - Vietato abbandonare immondizia – Multa scudi 25”.

Invece ecco la valanga di superflui paroloni, (fra l’altro destinati alla lettura (?) di un popolo di analfabeti e con il costo non indifferente che dovevano avere anche allora le targhe di marmo): “D’ordine espresso di Monsignor Illustrissimo Presidente delle strade si proibisce a ciascuna persona di qualsivoglia grado e condizione che non ardisca o presuma gettare né far gettare per qualsivoglia pretesto veruna specie di immondezza calcinaccio paglia erbaccia animali morti o altro simile…” ecc. ecc. e dopo aver parlato della multa, specifica “…alla qual pena sia tenuto il padre per li figli e li padroni per li servitori e le serve…”

A meno che non lo si facesse per dar lavoro a marmorari e scalpellini, non si capisce davvero questa alluvione di fronzoli “ovvero, monsignore illustrissimo e reverendissimo, se posso prender licenza appo vossignoria, di antichissime cazzate”.


Finalmente! (Qui niente cazzate né antiche né moderne)

 

Finalmente l’Auditorium Parco della Musica ha una Big Band residente. E’ la New Talents Jazz Orchestra.

Il suo direttore, Mario Corvini, ci ha invitati a una sessione di prove aperte allo Studio Due, martedì 28. Ci siamo andati e siamo rimasti stupiti del livello dei solisti, tutti piuttosto giovani, e tutti molto più bravi di come eravamo noi alla loro età. Non c’è dubbio che questa generazione sia, nella media, molto migliore. Evidentemente hanno tutti studiato di più, e l’esperienza che gli manca hanno tutto il futuro per farsela.

C’è per loro in programma una bella rassegna che si chiamerà “Incontri in jazz”, con ospiti come Roberto Gatto, Greta Panettieri, Claudio Corvini e Maurizio Urbani, presenti all’incontro.

Abbiamo fotografato il retro di uno di questi ospiti mentre confabulava con il M° Corvini.

Crediamo che non sia difficile, dagli attrezzi del mestiere che gli spuntano dalla tasca, indovinare chi è.

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Metti, un romano qualsiasi

Metti, un romano qualsiasi (anche un qualsiasi turista straniero, naturalmente) che si trovi a passare in un giorno qualsiasi, poco prima del tramonto, davanti alla chiesa del Gesù, forse diretto a Piazza Venezia per prendere un bus qualsiasi per la stazione.

Se decide di entrare, spinto da un impulso mistico, o anche dal semplice desiderio di riposarsi un attimo, ecco cosa gli capita.

Si ritrova, smarrito, in un antro buio (il tramonto è vicino).

Naturalmente si avvia all’altar maggiore fiocamente illuminato. Si siede in uno dei primi banchi. All’improvviso dal transetto sinistro parte una musica, qualcosa di barocco per coro e orchestra; per fortuna non le solite canzoncine delle suorine con le chitarrine e dei chierichetti coi bonghetti che imperversano normalmente nelle chiese.

Si gira in quella direzione; c’è un altare su cui si intuisce a stento, nella penombra, un quadrone seicentesco con S. Ignazio assunto in cielo.

Purtroppo sulla musica si sovrappone una voce registrata esageratamente melensa che comincia (e continuerà fino alla fine della funzione) a recitare un atto di fede che poco alla volta degenera in una dichiarazione di amore divino, quasi erotica, certo molto, troppo, appassionata. Per fortuna la musica prosegue nel sottofondo.

A un certo punto il quadrone si illumina e con lui tutta la sontuosa macchina barocca che lo incornicia (alabastro, marmi, onice, ametista, cristallo, bronzo). Ad arricchire la musica entrano trombe e tromboni che aggiungono un’atmosfera di trionfo, ma ancora sobria. La voce melensa continua imperterrita. Non sappiamo cosa sta per succedere; la tensione sale.

Colpo di scena! Subito dopo, le luci si abbassano e così la musica. Tornati al buio dell’inizio, intuiamo sull’altare un marchingegno meccanico che fatichiamo a identificare, ma qualcosa si muove. Bisogna aguzzare gli occhi (e seguire lo scomparire graduale di un elemento vistoso del quadro: per esempio lo stendardo rosso triangolare che fa da sfondo alla testa di S. Ignazio) e ci si accorge, anche se a fatica, che la pala è diventata una saracinesca che piano piano sprofonda nel pavimento.

Questa scomparsa è quasi impercettibile e, naturalmente, il colpo di teatro funziona proprio per questo; un esempio della grande sapienza scenica barocca (bisogna pensare che a suo tempo lo spettacolo nasce senza elettricità, senza riflettori, senza musica registrata, giusto  un paio di chierici appesi a due carrucole e qualche moccolo acceso; eppure con le sole candele e un probabile coretto di confratelli doveva funzionare molto bene anche allora).

      Dopo questo intervallo di penombra, carico di suspense, all’improvviso le fanfare e i cori raddoppiano, si accendono tutti i fari, e dietro la paratia scomparsa appare il prodigio: una nicchia scintillante di gemme e lapislazzuli in cui domina in trionfo una divina (è il caso di dirlo) statua di S. Ignazio, tutta d’argento.

     E’chiaro, il copione della messa in scena è questo: per cominciare vi presentiamo una scatola dignitosa, sobria, poco appariscente, niente di più. State calmi e convincetevi che sia finita lì.

Poi questa scatolona la apriamo a sorpresa per voi, e dentro c’è il più sontuoso gioiello del mondo.

Insieme alla nicchia s’illumina tutta la chiesa che, da buia, diventa anch’essa splendente di ori e stucchi.

Musica a palla con il sostegno del naturale eco delle volte (sempre cori e orchestrona barocca) e il miracolo si compie in gloria.

Noi siamo convinti che, dopo un’emozione del genere, il romano, o il turista di passaggio, che per la meraviglia si è trattenuto più del previsto, può anche essere contento di aver perso il treno.

O no?

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