Ambra e Gas

Aquileia

9 novembre. “Aquileia 2200, Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” al Museo dell’Ara Pacis. Articoloni su tutti i giornali che ci hanno fatto venire l’acquolina per una mostra che prometteva di riempirci un vuoto su un argomento per noi affascinante e quasi magico: una città e porto romano, al tempo importantissimo, sperduto fra le nebbie del nord, più volte distrutto dalle invasioni barbariche, risorto e poi definitivamente scomparso nel nulla.

Non ne siamo usciti un gran che soddisfatti.

L’allestimento, le luci, le didascalie sono ok. Il contenuto no. I pezzi originali sono pochissimi: un bel bronzo: la Testa del Vento, due frammenti di mosaico, un ritratto di anziano e un S. Pietro e Paolo in marmo.  E tanti oggettini di ambra: anellini, foglioline portafortuna, giocattolini, amuletini, tutti carinissimi, intendiamoci.

 

Poco, ci pare; perché il resto dello spazio lo riempiono 43 grandi, belle foto in bianco e nero (ma foto!) di Elio Ciol, delle rovine della città, più 23 bei calchi (ma calchi!) in gesso di marmi che forse avrebbero potuto essere presenti in persona, e un’altra dozzina di belle foto a colori (ma foto!) di mosaici. Insomma: riproduzioni.

Il nostro pensiero, forse gretto, è che, con il costo del biglietto per una famigliola, la medesima avrebbe potuto comprarsi un bel libro fotografico e guardarsi le stesse cose più comodamente a casa. Ci riferiamo in particolare agli oggettini di ambra, i quali sono talmente piccoli che si captano meglio in fotografia che nelle vetrine di un museo.

(A proposito di piccolezza, avete mai provato a scendere nei sotterranei di Palazzo Massimo dove c’è la raccolta numismatica? Alla terza vetrinetta cominciano a lacrimare gli occhi, alla sesta iniziano le visioni mistiche, alla nona siete completamente ciechi e tocca farvi accompagnare all’uscita).

Intendiamoci, anche una mostra, diciamo così, non del tutto riuscita è molto meglio di niente, però sull’operazione incombe  l’ombra del sospetto che si sarebbe potuto fare meglio.

Ma, in fondo, chi siamo noi per criticare?

 

  

Il Signore dei Tubi di Piombo.

E’ successo di nuovo! Dopo quattro fregature eravamo sicuri che tutto sarebbe andato come ci si poteva aspettare in una civile comunità del ventunesimo secolo.

E invece no! L’Italgas, questa entità che in passato abbiamo definito misteriosa e imprevedibile, stavolta ha superato se stessa.

Forse i lettori ricorderanno il nostro articolo del 14 ottobre in cui raccontavamo i quattro appuntamenti che nell’ultimo anno ci ha dato l’Italgas per venire a cambiarci i contatori a casa.

Sorprendendoci regolarmente con la sua superprofessionale inefficienza: una volta semplicemente latitando all’appuntamento; le altre con tre dichiarazioni fotocopia dei tecnici che ogni volta se l’erano sbrigata con le seguenti parole: “Dottò, la sostituzione nun si può fare perché ci stanno i tubi di piombo”.

 Chiuso? Niente affatto. Tutto ricomincia il 16 novembre 2019. Arriva la quinta ormai familiare lettera che annuncia la consueta visita dei tecnici per sostituire il solito contatore, rinforzata dal cartello di ordinanza che troviamo attaccato sul portone (foto).

Pur non credendo ai nostri occhi, ci prepariamo all’evento.

Ore 8: levataccia e attesa, sempre più spasmodica, fino alle 12, quando scade il tempo. Ormai ci sentiamo liberi di dedicarci al bucatino delle ore 13 alla trattoria sotto casa. Invece, dopo una mezzoretta trilla il campanello. “Chi è?” E’ il tecnico dell’Italgas. Appare un signore gentile, solo e stremato dalla pioggia e, immaginiamo, dal vano girovagare fra un’utenza e l’altra.

Apre gli sportelli a muro, fotografa i contatori, scarabocchia qualcosa su un quaderno e alle nostre rimostranze (no, in realtà erano solo osservazioni, e anche blande: ci dispiaceva per quel poveruomo) ci fa notare che le cinque foto fatte al nostro apparecchio in un anno non sono neanche tante: ce ne sono in giro, dice, di molto più famosi e fotografati.

Poi se ne va, non potendo fare niente per noi perché, indovinate? “Ci sono i tubi di piombo e il contatore non lo posso sostituire”.

Il nostro desiderio più grande, a questo punto non è più di avere un contatore nuovo, ma che questa infinita saga continui e continui e continui.

E noi qui per l’eternità a raccontarla, come Omero, ai figli, ai nipoti, ai pronipoti…

 

 

Capacitarsi

A Largo di Torre Argentina hanno incominciato i lavori per ricollocare una parte della pavimentazione in travertino che in epoca imperiale era stata sovrapposta a quella vecchia di tufo, e poi, non sappiamo quando, sollevata e messa da parte.

Ottimo. Non è mai troppo presto per provvedere a una sistemazione di questa straordinaria Area Sacra, chiusa da tempo immemorabile ai turisti (anche ai romani, se è per questo); solo accessibile agli appassionati di gatti in un suo angolo riservato dove c’è un alberghetto felino.

 

 

Da bravi sfaccendati, ci siamo fermati una mezzora a guardare quattro operai i quali, con l’aiuto di una gru con braccio da venti metri, piazzavano con la massima cura le lastre. O meglio, nel tempo che noi siamo stati lì, hanno dato gli ultimi ritocchi a una sola di queste, che ovviamente prima era stata sollevata dal deposito, portata sul posto, calata, eccetera.

Ci dicono che le lastre da collocare sono 140; calcoliamo che ci vogliano due ore per ogni lastra, e abbiamo visto che al lavoro c’erano i quattro, più la gru.

Ne deriva che in totale serviranno 280 ore, cioè 35 giornate, che fanno 6 settimane (se il tempo è bello), cioè,  ottimisticamente, meno di due mesi, ma più realisticamente almeno tre. E questo solo per stendere pochi metri quadrati di pavimento su basi preparate prima, con pietre già tagliate.

Lungi da noi, naturalmente, mettere in discussione i tempi di un restauro. Maggiore la cura, più siamo contenti.

Il pensiero va al lavoro che è servito venti secoli fa per costruire dal nulla quello che noi  ora restauriamo.

Quando leggiamo che per completare le terme di Diocleziano sono bastati otto anni, davvero non riusciamo a capacitarci di come abbiano fatto.

Certo, le masse impiegate erano imponenti, ma non infinite, per evitare di intralciarsi; quindi l’organizzazione doveva essere inappuntabile: i mattoni dovevano arrivare nel numero giusto e non uno di più; le colonne di granito egiziano da venti tonnellate sfilare sotto gli archi senza sgarrare di un pollice, dopo essere state estratte dalle cave, trasportate sul Nilo, imbarcate e poi scaricate al porto di Ostia; le lastre di marmo essere fornite già tagliate a misura e lucidate, eccetera eccetera. Un sicuro vantaggio per i costruttori era l’assenza di tutela sindacale dei lavoratori (orari, paga, cibo) che al massimo in caso di protesta potevano contare su un carico di frustate extra. Ma anche così! E (quasi) tutto a mano!

 

 


Invece ci capacitiamo benissimo (o forse è una nostra illusione) di un certo senso dell’umorismo da parte dei restauratori del Mattatoio.

Il quale mattatoio (con la minuscola, fino al momento del riutilizzo) era, come dice il nome, giustamente o no mantenuto, il macello di Roma, costruito a fine ottocento e rimasto in funzione fino a pochi anni fa con tutte le sue sezioni burocraticamente distinte dai nomi sopra gli ingressi.

Adesso è uno spazio culturale grandissimo, bellissimo e utilissimo in cui siamo stati invitati alla conferenza stampa di apertura del Festival di Nuova Consonanza, una storica istituzione romana che ha il merito di promuovere la musica contemporanea da più di mezzo secolo.

E’ bello che una grande città abbia recuperato queste molte migliaia di metri quadrati che altrimenti sarebbero caduti in mano a qualche becero palazzinaro, e ci viva la sua vita culturale; quindi niente di più normale che ospitarvi un festival di musica.

Quello che ci conforta nel nostro capacitarci di riconoscere un prezioso e raro sense of humour messo in opera insieme al recupero dei luoghi è la possibilità di leggere su un muro, mentre ci rechiamo a un evento di alto livello intellettuale, questa scritta che di intellettuale ha poco, ma di vitale moltissimo, dato che all’epoca da questo edificio uscivano quelle che poi, in tegame, diventavano le squisite cotiche con i fagioli.

 

Diamo a Stockhausen quel che è di Stockhausen, ma all’oste quel che è dell’oste.

Stupiscici, Roma

 …con questa sistemazione del Colosseo, delicata e fantasiosa, in cui, invece di rimettere tutto a posto come stava prima, il restauratore (Raffaele Stern, inizio ‘800) ha pensato bene di fissare per l’eternità il momento in cui il crollo ha inizio. Qualche arco è già andato, indebolendo la spinta statica che tiene insieme la costruzione. Ancora non è successo l’irreparabile: grosse crepe si sono aperte nel muro compatto dell’ultimo ordine, il cornicione e l’arco dell’anello più in basso cominciano a cedere ma non sono ancora crollati.

Tutto è sospeso come per una magia che ha fermato il tempo.

 

Alcuni studiosi, che hanno probabilmente ragione ma potrebbero risparmiarci il loro cinismo, sostengono che il restauro appare così solo perché fatto di corsa di fronte al rischio di una catastrofe imminente. Noi preferiamo decisamente l’interpretazione romantica, altrimenti che stupore sarebbe?

…con questo incredibile tramonto riflesso nel finestrone all’ultimo piano del Maxxi (nessun trucco, noi c’eravamo e tutto era esattamente così).

Sono passati duemila anni, eppure la perfida magia di questa città non accenna a svanire.

Lo splendido edificio di Zaha Hadid è tutto di cemento, articolato in linee moderne, razionali e audaci, ma appunto, trattandosi di cemento, scarse di colore.

Le finestre sono di lastre normali, forse leggermente oscurate, eppure basta un raggio di sole che va a sbattere riflettendosi sulle banalissime facciate fine ottocento del quartiere intorno, per trasformare il vetro in oro.

Il miracolo sta nel contrasto fra il caldo e il freddo dei colori e nell’originalità dell’immagine che suggerisce una diavoleria tecnologica, invece del tutto inesistente.

Qui abbiamo la natura al lavoro. Da sola.

…con questo barocchissimo seminarista adagiato in una stanzetta piena di stucchi, cornici, dorature e marmi. Anche lui è di marmo, nero e bianco di Carrara, steso su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro.

E’, anzi era Stanislao Kostka, gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

Per vedere questo serenissimo monumento ci si deve arrampicare fino alle soffitte sopra la sacrestia di S. Andrea al Quirinale. Qui uno è da solo (chi mai potrebbe avere la curiosità di andare a ficcare il naso lassù? Giusto noi, per la soffiata di un amico bene informato) e finalmente può lasciarsi stupire fino in fondo da questa inspiegabile, folle devozione.

 

…e per concludere e discendere dal livello troppo alto a cui eravamo ascesi, stupiscici anche con questa geniale trovata dell’ATAC.

A Roma esistono tre grandi cimiteri, Verano, Prima Porta e Laurentino, frequentati nei fine settimana da parenti e amici che vanno a fare le loro visite.

Bene: l’azienda trasporti cittadina, con lodevole rispetto per le esigenze degli utenti, ha istituito questa linea speciale che, tutti i sabati e le domeniche, collega i tre cimiteri.

I bus di questo servizio portano sul display la sigla C3 che ovviamente si riferisce ai tre C(imiteri) collegati.

Però, forse non fidandosi troppo delle capacità mentali dei propri utenti, l’azienda ci ha tenuto a chiarire bene la natura del trasporto.

Capito? Siamo sicuri??

 

Vuoti e Pieni


Il grande vuoto.

Da sempre del Maxxi ci colpiscono non le opere esposte ma gli spazi in cui sono esposte. E gli spazi sono fatti di vuoto e, ovviamente, più sono grandi i primi, più è grande il secondo.

Il massimo dell’effetto (intendiamoci, nessun sarcasmo nella nostra cronaca) lo abbiamo trovato in questa esposizione di un’unica piccola opera di Enzo Cucchi: poche decine di centimetri di altezza di un putto con uno scorpione avvinghiato all’alluce, sperdute nelle molte centinaia di metri cubi di questo enorme salone del Maxxi.

Il merito dell’arte, lo sappiamo, è vivere in qualsiasi ambiente, compreso un vuoto bene architettato come questo (magari non sarà necessario, ma ci sembra meglio ricordare a questo proposito il nome di Zaha Hadid).

Colpiti dall’allestimento e dopo aver consumato il pavimento a forza di girargli intorno, ci viene da chiederci se è la sterminata vacuità dello spazio a rendere preziosa la piccola opera al suo centro o viceversa.

 

Abbiamo deciso che la risposta non ci interessa.

Il grande pieno.

A vivissimo contrasto con quanto detto sopra, merita uno sguardo, a proposito di vuoto e di pieno, questa bottega. E’ la libreria S. Agostino, di fronte alla chiesa.

Non è che ci hanno appena scaricato una fornitura. E’ sempre così: la clientela dev’essere composta da intellettuali taglia 46 o meno; e, per quanto riguarda il proprietario, ci pare si tratti di un vero caso clinico.

Entrarci è impresa eroica, uscirne, di più.



Il vuoto nello stomaco.

In cui sprofondiamo al solo vedere gli orrori, finti ma ricreati alla perfezione, che brulicano nelle sale del Palazzo delle Esposizioni dove si è appena inaugurata “La meccanica dei mostri” su Carlo Rambaldi e le sue creature.

Rambaldi: qualcuno non lo conosce? Tre premi Oscar, l’inventore di tanti effetti speciali, così difficili e proprio per questo così speciali, di prima che diventassero roba di tutti i giorni per merito, o magari per colpa del computer.

Quando le creature non filmabili, perché non esistevano, dovevano essere inventate e costruite materialmente nel laboratorio del mago; lui, Carlo Rambaldi.

Ci sono tutte, dall’ovvio ET, alla manona di King Kong, ai velociraptor da incubo, a Pinocchio, ai soldati di Barbarella, a teste, mani, piedi e zampe, strappate dai corpi e magari palmate e armate di unghioni.

Quella che abbiamo fotografato con più gusto e scelto di mostrarvi è questa donna gatta.

Non siamo riusciti a scoprire da quale film arrivi, ma sappiamo che ci ricorda tanto certe signore di nostra conoscenza, non gatte e ormai neanche più donne.

Arrivate alle estreme conseguenze della chirurgia estetica, a forza di rialzare gli zigomi, allontanare gli occhi, ridurre il naso e canottificare le labbra, questo rischia di essere il loro look finale.

 

 

Delusioni

Intendiamoci, niente di drammatico. Anzi, invece che delusioni potrebbero chiamarsi conferme. Di nostri disagi interni che da qualche tempo se ne stavano tranquilli e forse ignorati in fondo allo stomaco per poi fare riflusso verso la consapevolezza stimolati da notizie, eventi, visite.


Numero uno: si tratta di un ritrovamento sensazionale, perché il fatto che dopo venti secoli e da sotto venti metri di lapilli sia uscita praticamente  perfetta questa vignetta che ci racconta un momento di una realtà lontana dal nostro mondo, con i due gladiatori, uno ferito e l’altro trionfante, è davvero unico.

Ma nello stesso tempo è ridicolo che l’affresco scoperto in un sottoscala di Pompei sia descritto da critica e stampa come un’opera stupenda, capolavoro della pittura a fresco romana.

 

D’accordo, è una testimonianza che ha valore per la sua età e l’eccezionalità, ma certo, per farne un capolavoro ci sembra poco.


Numero due: Canova a Palazzo Braschi. Una mostra dettagliata e bene articolata nel racconto della vita e delle opere del maggiore scultore italiano fra sette e ottocento.

Un uomo che ha fatto molto per recuperare il patrimonio artistico scippato da Napoleone all’Italia e un artista la cui
abilità nel trattare il marmo è fuori discussione.

Nonché (e questo è un nostro pettegolezzo) un gran marpione, come ci suggerisce il malizioso calco del seno di Paolina Bonaparte, conservato al Museo Napoleonico, da lui  preso in anticipo sulla modella, con la scusa del ritratto da fare alla medesima adagiata sul sofà.

A proposito della mostra: bella; peccato che quasi tutte le statue esposte non siano marmi ma gessi. E, anche se la forma è quella che in seguito sarà trasferita nel materiale più nobile, perfetta nelle proporzioni e nel movimento, la sostanza è del tutto diversa.

Il marmo è una meraviglia: dura nel tempo, lo scavi da sotto secoli di terra ed è sempre vivo.

 

Il gesso fa pena; dopo dieci anni all’aria si riempie di polvere, la superficie diventa grigia, opaca, e alla fine muore.


Numero tre, un’altra mostra azzardata: Medardo Rosso a Palazzo Altemps; e l’azzardo sta proprio nell’indirizzo, che è quello del Museo Nazionale di Scultura Romana.

Testoline. Musetti di monelli che fanno tenerezza. Espressioni delicate da salotto fine ottocento, plasmate in un materiale come la cera, così effimero che ti deperisce da un momento all’altro solo a guardarlo.

E queste soffici cere hanno pensato bene di mostrarcele sotto lo stesso tetto con frammenti tipo questo a destra, che basta metterlo lì, mutilato dal tempo e dalla barbarie del fanatismo, per farlo protagonista assoluto della nostra commossa attenzione.

Peccato, perché mica vogliamo dire che le testoline di Medardo sono brutte. Anzi. Solo che per via del confronto con i sassi antichi scadono da opere d’arte (perché comunque lo sono) a oggettistica da zitelle sentimentali.

Colpa di un equivoco, o forse della nostra serpentina disposizione d’animo, ma sempre e comunque un peccato.

 

 

Colpo di Scena all'Italgas

E’ successo! La realtà ha superato la fantasia. Non lo avremmo mai creduto possibile, e invece, grazie a quell’entità fluttuante tra mito e tecnologia a nome Italgas, è successo. Roma non si smentisce.

Per farvi capire di che si tratta, siamo costretti a riscaldare l’uovo avvelenato del Cavalier Serpente che vi avevamo servito il primo aprile 2019. Se non ve lo ricordate, rileggetelo e alla fine troverete la sorpresa che vi chiarisce la fonte del nostro stupore. Dunque: questo raccontavamo ne:

 

                      Il Cavalier Serpente - N° 409 - 1 aprile 2019

                           ROMA, LA GRANDE EFFICIENZA

 
Tutto comincia con una perentoria e precisa lettera spedita al nostro condominio dall’Italgas in cui si annuncia che, fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018, il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione. Alle 13.30 precise (che sorpresa per noi assuefatti all’approssimazione romanesca) si presentano due signori che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul nesso fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una operazione, dovrebbe almeno accertarsi se questa si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 12.00 del 26 novembre 2018 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Benissimo, i tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.                 Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…Intanto i vecchi contatori funzionano benissimo, perciò anche questa lettera finisce nello stesso cassetto.

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 13.00 del 20 marzo 2019 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La mattina del 19 usciamo di casa per giornale e cappuccino e troviamo, attaccati con lo scotch su tutti i portoni della strada, i cartelli che confermano l’intervento per l’indomani.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe da aspettarsi il colpo di scena e la situazione in qualche modo si chiarirebbe svelando il mistero.

E invece nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 non si vede nessuno, neanche per dirci che “‘a sostituzione nun se poteva fa’ perché ce staveno ancora li tubbi de piombo”; il giorno dopo, uguale. Poco alla  volta il nastro adesivo si accartoccia, i cartelli cadono dai portoni come le foglie d’autunno e alla fine, passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ne parla più.

 

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Torniamo a oggi, e…e…eccolo finalmente il colpo di scena inaspettato! Attaccato sul portoncino di casa, preceduto dalla solita lettera perentoria e precisa, appare un nuovo avviso dell’Italgas in cui si annuncia che, fra le 8.00 e le 12.00 del 10 ottobre 2019, (più di un anno dopo l’inizio della vicenda) il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La cosa travalica il reale; in ogni caso noi, recidivi nella nostra credula buona fede, ci prepariamo a ricevere la squadretta che porterà a compimento l’ormai mitizzata operazione.

E infatti i ragazzi arrivano, aprono gli sportellini, controllano e, stavolta in  perfetto italiano:  “Dottore, la sostituzione non si può fare perché ci stanno ancora i tubi di piombo”.

Con noi, testimoni sui pianerottoli, ci sono i nostri allibiti condomini. Tutti senza parole.

P.S. Lettere e cartelli a vostra disposizione.

 

 

Trasalire, Trascendere, Trasecolare...

Trasalire: Sussultare, scuotersi per una forte, improvvisa emozione. (Zingarelli – Vocabolario della Lingua Italiana).


Noi trasaliamo ogni volta che ci cade l’occhio su qualche cartello, in un museo, sotto un monumento, davanti a un rudere, che vorrebbe essere in inglese e invece è in quella lingua maccheronica e casareccia usata dalle nostre Sovrintendenze, perfetta per provocare le risa delle maestrine in visita da Londra o da N.Y. con le loro scolaresche. (“Forum” al plurale fa “fora”. In latino, ma anche in inglese; come medium e media). Matita rossa.

 

E che dire dell’esilarante “on the downstairs” dalla recente mostra ai Mercati Traianei? Qui, matita blu.


Trascendere: Superare, oltrepassare i limiti (ancora lo Zingarelli).

 

Di sicuro trascende la realtà, superandone i limiti, questo meraviglioso barbone che abbiamo visto elemosinare in giro per i semafori della città. Costume e trucco da Oscar. Osservare la palandrana stracciata, unta e bisunta al punto giusto, i capelli sporchi ma dal taglio perfetto (ci sembra anche di intravvedere delle méches). La barba sapientemente irsuta, il tutto su una bella faccia cotta dal sole che potrebbe essere quella di un eroe omerico.

 

Non mettiamo in dubbio lo stato di profonda necessità che probabilmente avrà ridotto questo poveruomo a una condizione di dipendenza per non dire di schiavitù di una qualche organizzazione che lo concia così e lo programma per turni di lavoro in zone lontanissime l’una dall’altra (noi l’abbiamo viso sull’Olimpica, a Caracalla e a S. Giovanni), ma questo non ci impedisce di trasecolare mentre lui trascende. 

Trasecolare: Restare stupefatto, come chi crede di non essere più di questo mondo (sempre dallo Zingarelli).


Bene; allora continuiamo a trasecolare mentre sorprendiamo, al WEGIL, nel corso della presentazione di una mostra di fotografie scattate in oriente, questo monaco birmano, ovviamente scritturato dall’organizzazione, il quale, fino a qualche minuto prima, musica ipnotica in sottofondo, era chino a disegnare con sabbie colorate un magnifico fiore di loto sulla stuoia davanti a sé.

 

Poi gli è suonato il cellulare, lui lo ha tirato fuori da qualche recesso della tunica e ha risposto come avrebbe fatto chiunque. Però, o per una perplessità pratica o per uno stupore arcano di fronte a quel miracolo tecnologico, a un certo punto si è dimenticato del fiore sulla stuoia, di noi visitatori e dell’impegno sindacale che aveva nei nostri confronti, e se n’è rimasto così, in meditazione per un bel po’, appunto come chi crede di non essere più di questo mondo, mentre noi, di nuovo trasecolavamo.

Trasalire.

 

Santa Maria dell’Anima è la chiesa della Nazione Tedesca a Roma. E’ una bella chiesa rinascimentale piena di affreschi raffinati, di splendidi marmi, di sculture mirabili.

E naturalmente è il luogo del riposo eterno di insigni diplomatici germanici presso la Santa Sede, di bravi artisti germanici al lavoro nei palazzi romani, di floridi mercanti germanici arricchitisi con le forniture al Papato.

Ebbene, proprio accanto all’ingresso della sacrestia, a coronamento della tomba di un ricco amburghese, ecco quale immagine ci saluta. Sarà legittimo trasalire al pensiero che questo orrido teschio ghignante è lì a vegliare sull’eterno riposo di qualcuno?

E chiederci per quale stortura la Chiesa promuova, come accompagnamento verso l’aldilà, questo tipo di artistico terrorismo, questa insistenza sul premio o il castigo eterno, comunque privilegiando la smorfia dell’orrore al sorriso della pace.

 

Ci abbiamo preso gusto a questo gioco di vocabolario, foto e rimandi di pensiero e di attualità.

 

E se ce lo permettete vorremmo ritornarci su, anche perché ne abbiamo ancora tante da raccontare.

L'Ultimo Plotone


Nei film di guerra l’ultimo plotone è quello che balza fuori della trincea con più coraggio per andare all’assalto e si ritira dopo gli altri dalla posizione conquistata e poi perduta; è quello che riceve le medaglie al valore e soprattutto risulta immune ai colpi dei cecchini.

Nei film.

Nella vita non è proprio così. La trincea può anche proteggere, con l’assalto si riesce a cavarsela, con la ritirata salvare la pelle, forse. Ma con il cecchino non si scherza. Quello ha pazienza e mira infallibile, e alla fine non sbaglia mai il colpo.

Questo pensavamo il pomeriggio del 25 settembre, seduti nel bellissimo cortile di palazzo Firenze dove prendevano forma un festeggiamento e una commemorazione. In onore di un personaggio che proprio quel giorno avrebbe compiuto 97 anni e che nei 65 realmente vissuti è stato importante per il cinema italiano. Regista, attore, sceneggiatore: Luciano Salce. Suo figlio Emanuele a fare gli onori di casa e un bel gruppo di critici a raccontarcelo.

 

Insieme a lui c’erano tutti gli altri figli (e le vedove) dei grandi del cinema coetanei di Salce, con cui lui aveva lavorato, litigato, flirtato e dato vita a una stagione, quella sì immortale.


Per questa generazione esisteva, dagli anni cinquanta in poi, un tempio che era anche un salotto, un pensatoio, un tribunale ma soprattutto una mensa.

Passo indietro e spiegazione.

La boheme. Nei primi anni cinquanta l’oste Otello Caporicci, apre una trattoria a Via della Croce, a Roma, e la chiama “Otello alla Concordia”. Il proprio nome di battesimo, ovvio, insieme a una dichiarazione della sua filosofia che molto contribuirà in seguito a mantenere vivi (proprio nel senso alimentare) tanti futuri geni.

Nasce un’istituzione che diventerà storica. E’ il dopoguerra e tutti sono poveri, ma particolarmente poveri sono un gruppo di clienti che riempiono il tavolone sociale. Quasi tutti, dopo aver mangiato e bevuto, non hanno i soldi per pagare. L’oste fa credito. Fra gli spiantati ci sono pittori e scultori, e quelli lasciano un’opera. Gli altri, gente dello spettacolo, attori, registi, sceneggiatori e tecnici, per il momento non possono che lasciare promesse per il futuro.

Questo futuro poco alla volta arriva. Molti diventano famosi. Vanno a lavorare in giro per il mondo, non ritornano per lunghi periodi e poco alla volta il tavolone esce dalla memoria.


La trattoria è come la vita. All’inizio, giovani e poveri, si sta tutti insieme. Pochi soldi e molto bisogno di compagnia, cibo, confronto. Poi arrivano successo, denaro, riconoscimenti. Elementi che sfaldano il gruppo. Ma basta aspettare, perché con la vecchiaia si ricrea lo schema iniziale: il mondo tende a dimenticare, il successo è ridotto alle commemorazioni, ai premi alla carriera, alle presidenze dei festival. Da giovani poveri a poveri vecchi con una più o meno lunga permanenza nella fase di adulti di successo.

Le figlie di Otello ereditano la trattoria, e parecchi anni fa una di loro, Gabriella, in memoria del padre, oste e mecenate, riapre ogni mercoledì sera il tavolone sociale.

E ricomincia tutto. Si riformano il cenacolo e il plotone. Di nuovo tutti insieme; non più poveri ma carichi di onori e con qualche lira in tasca; meno occhio al futuro, più soddisfazioni dal passato.

Tutti con gagliardi appetiti, e bollenti spiriti nelle partite a scopone che seguono la cena. Cattiverie, ricordi, punzecchiature. Di tanto in tanto qualche posto a tavola rimane vuoto: è l’inevitabile ricambio.

Noi abbiamo cenato ogni mercoledì degli ultimi quarant’anni a quel magico tavolone ed essendo riusciti finora a evitare il cecchino dalla mira infallibile, vogliamo, così, tanto per gradire, fare una lista di alcuni dei nostri commensali che invece sono caduti, colpiti sul ciglio della trincea.  Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Giorgio Arlorio, Vittorio Gassman, Ugo Pirro, Mario Monicelli, Tonino Delli Colli, Furio Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Piero De Bernardi Silvana Pampanini, Elsa Martinelli… Il meglio del cinema italiano, anzi, “Il Cinema Italiano”.

 

E’, anzi era l’ultimo plotone di “Otello”. 

Hectic


Non per fare gli snob, ma ci sono parole che in inglese sono più precise che da noi; hectic, per esempio: “febbrile, frenetico, agitato”. Bene; così è stato il nostro fine settimana. Ora ci diamo una calmata e ve lo raccontiamo.

Comincia presto, GIOVEDÌ sera con un incontro al Parco della Musica: la meditazione secondo Paramahansa Yogananda (vedi foto). Da frequentatori in tempi storici del Maharishi Mahesh, quello dei Beatles, ci aspettavamo una serata piena di colori, danze, musica e magari anche qualche folklorica spippettata di erba.


Delusione: una gita aziendale con i bus numerati che aspettavano fuori dell’auditorium i fedeli per riportarli a fine serata, soddisfatti o rimborsati, in Brianza o nel Frusinate, con un rappresentante della Self-Realization Fellowship che dal palcoscenico, per tutta la durata dell’incontro, ci ha spiegato quanto è bello sentirsi rilassati e realizzati e quanto poco basta per arrivarci: dieci minuti di meditazione al giorno.

 

Beh, questo già ce lo avevano detto tanti altri; è che stasera avremmo voluto qualcosina in più.



VENERDÌ. Mostra mercato florovivaistica “La Conserva della Neve”. Una location che più belle non ce n’è: l’Orto Botanico accanto a Palazzo Corsini a Trastevere. Fra l’altro, affacciandosi al giardino di quest’ultimo si riesce a sbirciare oltre il recinto di uno scavo (chissà perché intorno alle cose interessanti ci sono sempre impenetrabili teloni che impediscono ai passanti di vedere: mica sarà un segreto militare, no?) il magnifico laboratorio di un vasaio romano scoperto e messo in luce da poco, con i forni e una sfilata di anfore pronte per la consegna.

Fra tutto l’accessoriame da giardino, presentato alla mostra nel solito misto di “amiamo la natura” e Walt Disney (composizioni di fiori finti, carriole portavasi in ferro battuto, eccetera), quello che ci ha colpiti è stata una batteria di feroci tagliaerba. In pole position c’era questa belva: roba da Formula Uno. Vrooom!

 

Delizioso il bar sistemato in una serra.



SABATO
: “Ulcera tipo pizza” (Pizza-like ulcer). E’ così che i dermatologi chiamano questa patologia. Come siamo passati dall’idillio dell’Orto Botanico a questo orrore? Presto detto.

DermArt è un’iniziativa di Massimo Papi, amico, dermatologo e artista (capita la crasi derm-art?), che organizza incontri per discutere con i colleghi e raccontare, con un certo sadismo, a noi profani le orripilanze della dermatologia tenute a bada dalle squisitezze dell’arte, buttando nell’arena tutto il suo sprezzo del pericolo e il suo senso dell’umorismo.

Gli incontri di DermArt sono naturalmente seri e professionali, però, a beneficio di chi lo sa apprezzare ci fa sempre capolino il sottile contrasto accennato nel nome: Botticelli e la sifilide, per dire.

Oggi ci hanno proiettato questa foto che presenta un campione di quel genere di ulcera citata nel titolo. Non si può negare la ributtante somiglianza con una bella pizza napoletana: cornicione alto, mozzarella abbondante, pomodoro e alici qb.

 

Eravamo riuniti in un meraviglioso edificio razionalista a Largo Ascianghi, opera dell’architetto Moretti, una volta sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Recentemente alla vecchia sigla hanno premesso uno scemissimo WE (noi) inglese, facendola diventare WE GIL. Grazie a questo provinciale omaggio alla lingua dell’impero ora il nome verrebbe da leggerlo, in anglo-fascista: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”. Ha un senso tutto ciò?




Ancora SABATO e DOMENICA. Fastidiose pioggerelle e altra spolverata di eventi.

Il ventesimo compleanno del Teatro India. Aria di scampagnata: biciclette, bambini, panini; tante mosche sui tavoli e nessun ricordo di quello che, appunto vent’anni fa, era un glorioso centro di sperimentazione e denuncia. Niente contro la maternità e infanzia, intendiamoci, però, le belle battaglie di allora!?

La maratona. Un’altra! Non se ne può più.

I festeggiamenti per la breccia di Porta Pia. Bella festa, belle fanfare, bersaglieri giovani e vecchi, un po’ di retorica. Speriamo che Enrico Toti non decida di lanciare la stampella.

 

E per chiudere, abbiamo ancora una cosa da raccontarvi, che però non ci viene in mente…vediamo; fateci dare un’occhiata agli appunti…ah già, stava per sfuggirci: il 21 era la giornata mondiale dell’Alzheimer.


Roma Antica e l'Ecologia


A luglio sono stati aperti al pubblico pochi metri dei corridoi di servizio delle Terme di Caracalla per ospitare un’installazione di Fabrizio Plessi, un visionario, anzi un videoartista dell’acqua e del fuoco.

La mostra in sé, soprattutto dopo aver visto alla Biennale di Venezia le sue altre mirabolanti opere, è tutto sommato modesta, soprattutto associata com’è alle altrettanto modeste musiche di Michael Nyman, ma ci permette per la prima volta dopo anni di tornare là sotto e soprattutto di entrare in argomento.

Sono immagini di acqua e fuoco che appaiono, tutte in sincrono e in sequenza, su una serie di grandi monitor piazzati in nicchie dell’infernale percorso sotterraneo in cui due millenni fa lavoravano e morivano migliaia di schiavi per fornire l’acqua calda ad altrettante migliaia di fannulloni romani che passavano le giornate a divertirsi al piano di sopra in uno dei posti più formidabili di tutta l’antichità.

Girare fra le costole di questo fossile storico è un’esperienza totalmente opposta a come doveva essere entrarci nel 216.

Il turista contemporaneo si nutre, oggi, di quel silenzio pieno di storia e di suggestione, di mattoni corrosi dal tempo e fioriti di capperi, del canto di cicale al sole che danno un senso pieno di nostalgico raccoglimento alla visita.

 

Invece ci dobbiamo immaginare le millecinquecento persone che riempivano, allora, gli enormi saloni facendo tutti insieme il bagno, la depilazione, i massaggi, la ginnastica, discutendo di politica e di sport, vendendo e comprando di tutto: insomma, per citare Seneca che è il più attendibile giornalista dell’epoca, nelle terme c’era un “chiasso infernale”.


Le Terme di Caracalla, uno fra gli stabilimenti pubblici più grandi di Roma, sono anche un monumento allo spreco e al disprezzo ecologico, specchio, insieme ai circhi e agli anfiteatri, del periodo più orribilmente splendido dell’Impero Romano.

Certo: statue magnifiche riempivano ogni angolo; marmi colorati incrostavano le pareti (spaccati a mazzate mille anni dopo per farci i pavimenti cosmateschi delle chiese medievali), colonne immani sostenevano le volte altissime, poi crollate liberandole dal loro peso e permettendone il trasporto in piazze rinascimentali per servire di base a madonne o granduchi.


Tutto questo è vero, ma è anche vero che i cinquanta forni che mandavano avanti le terme bruciavano decine di tonnellate di legna ogni giorno e sappiamo che in città di stabilimenti simili ce n’era almeno una decina.

Ovvio che questa follia ustoria finisse con il pelare delle loro foreste prima le pianure intorno a Roma, poi i colli del Lazio, poi praticamente tutta l’Italia. Desertificata per far sguazzare al caldo qualche migliaio di lazzaroni.

E gli spettacoli pubblici? Una calamità quasi biblica.

Ok i duelli dei gladiatori: il genere umano si riproduce abbastanza velocemente. Un po’ peggio le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, perché presentare lo sbudellamento di persone in forma di sadico spettacolo davanti al pubblico non sembra davvero una cosa carina. Comunque il cives romanus non si è estinto.

Quello che invece le cacce figurate e i combattimenti fra animali selvaggi finirono col provocare fu l’estinzione degli ippopotami in Nubia, dei leoni in Asia, delle giraffe in Libia e così via per un gran numero di altri animali. Massacrati per far divertire altre migliaia degli stessi lazzaroni sulle gradinate del Colosseo.

Certo, poi uno si incanta davanti alla potenza di queste strutture rimaste nude dei marmi, ma non della loro maestà, e dimentica tutto il resto perché quello che vede è sempre l’immagine  grandiosa di Roma.

 

 

Fottuti e Sfottuti


Qualche settimana fa ci siamo improvvisati ladri d’immagini: in due salette dei Musei Capitolini, accanto a dove ci si va a sposare, si era inaugurata una mostra intitolata “Arte ritrovata”, opere rubate, esportate, vendute illegalmente e poi recuperate. Severamente proibito fotografare. Più furbi dei guardiani abbiamo catturato l’immagine di questa magnifica Artemide Marciante. La storia è la seguente.

 


La statua originale, di grande bellezza e suggestione, scoperta da scavatori clandestini stava per passare il confine, pronta a essere piazzata in cambio di un bel pacco di milioni in uno di quei musei dove non si fanno domande sulla provenienza della merce: niente altro che un furto. 

Ma, per confondere le acque (o forse per fare una truffetta supplementare a qualche sprovveduto), i ladri avevano pensato bene di fare delle copie dell’opera: prima una grossolana in gesso, e poi una presumibilmente migliore in marmo, rimasta però allo stato di bozza. Recuperate e in mostra anche le copie. Non solo ladri quindi, ma pure falsari. 

Sfiliamoci per un momento dal grossolano mondo dei furti d’arte per entrare in quello molto più raffinato dei falsi; ecco che l’atmosfera si fa all’improvviso piccante, brillante, e, secondo la morale tradizionale, un po’ scorretta perché il gioco vede noi spettatori tutto sommato simpatizzanti per
il falsario ai danni del compratore che alla fine si fa fregare per troppa presunzione propria o per troppa fiducia in qualcuno più furbo di lui.

Nel senso che il falso d’arte è, sì, un crimine, ma di quelli senza sangue, quindi, quando il TG del 23 agosto ci racconta che la collezione di un tipaccio del calibro di Massimo Carminati, noto personaggio della malavita romana, sequestrata ed esaminata è risultata composta solo da falsi, beh, ci facciamo tutti una bella risata: il boss fottuto e sfottuto. Sono soddisfazioni!

La stessa risata che ci siamo fatti all’epoca delle teste di Modigliani pescate nel fosso di Livorno. Anche qui, fior di tromboni dell’ambiente granitici nel dichiararne l’autenticità, per finire sbertucciati dai colleghi o addirittura dagli studenti inventori della burla.

Sull’argomento la nostra bibbia è “Troppo bello per essere vero”, un libro che vi raccomandiamo, il cui autore è Eric Hebborn, un brillante e ironico alcolista, nostro amico da anni, dotato dalla natura non solo di una particolare inclinazione per il vino, ma anche di un sopraffino talento artistico.

Eric ci racconta con illustrazioni e facendo i nomi dei citrulli caduti nella rete la sua vita da falsario, le sue tattiche di vendita, le sue ricerche per rintracciare la carta o l’inchiostro d’epoca, la sua cura nel non copiare un’opera già esistente, ma nell’impadronirsi della maniera dell’artista da imitare, in modo di creare un disegno perduto “alla Carracci”, un quadro non catalogato “alla Mantegna”.

Ma soprattutto il suo gusto, che man mano che leggiamo diventa anche nostro, nel beffare proprio quelli che avrebbero dovuto saperla più lunga di lui.

 

C’è, a chiusura del libro, una sua semplice ma non per questo meno saggia frase: “Non esistono opere false, ma solo false attribuzioni”.


A sostegno di questa conclusione ci viene in mente il Salvator Mundi, ritenuto l’ultimo capolavoro di Bernini ottantaduenne: prima destinato a Cristina di Svezia, poi finito in casa Odescalchi, poi scomparso nel nulla, poi riapparso e considerato una copia, poi riconosciuto come autentico, ma subito dopo disconosciuto dai grandi intenditori Fagiolo dell’Arco e Petrucci, che ora se ne sta tranquillo in una nicchia della chiesa di San Sebastiano sull’Appia Antica.

Eccolo: bello è bello, ma è così esageratamente berniniano che potrebbe benissimo essere un falso sovraccaricato per dargli il sapore dell’originale.

 

O per meglio aderire alla massima dell’amico Hebborn, non potrebbe essere un bel busto di un bravo artista barocco sconosciuto accompagnato da un’attribuzione falsa (o meglio, diciamo fantasiosa)?

L'Acquedotto in Negativo


E va bene, eccoci qua: la vacanza è finita e siccome siamo saggi abbiamo evitato le spiagge troppo salate, le montagne troppo ossigenate, le isole troppo isolate e le (altre) città d’arte troppo affollate. A questo punto cosa ci avanzava? Roma in fondo non è tanto male: c’è gente che si fa dodici ore di volo per venirla a vedere.

Noi qui stavamo e qui siamo rimasti.
Girando e curiosando lontani dal centro e stando bene attenti a evitare quei sinistri ectoplasmi di ultrasessantenni che, sul volto i sintomi dell’infarto imminente, si stroncano con le loro pratiche quotidiane di jogging sotto l’implacabile sole del meriggio, e a non fermarci troppo a lungo su qualche panchina che potrebbe risultare pericolosa, ci siamo saziati di sensazioni, emozioni, impressioni e, per non avere il dubbio di avere scarpinato invano, vi esponiamo alcune osservazioni che ci sembrano abbastanza saporite da condividerle nella ripresa dei nostri incontri settimanali.

Cominciamo con gli acquedotti, e in particolare il Claudio, che è di sicuro il più maestoso e bello di tutti.

Eccolo qui, in alto, quasi com’era appena finito: una perfetta opera d’arte ingegneristica messa insieme senza neanche un cucchiaino di calce, con massicci conci di tufo tagliati tanto bene che ancora adesso sembrano saldati e non ci passa una formica, figuriamoci uno scalpello.

 

Eppure è più che probabile che venti secoli fa queste geniali, romantiche rovine fossero considerate solo ingombranti manufatti industriali. 


Sempre al loro posto, intatti malgrado le sicure proteste dei proprietari dei fondi su cui serpeggiavano abbassandone il valore, passa un secolo, ne passa un altro, gli archi, per quanto ben costruiti,  cominciano a vacillare ed ecco apparire i rinforzi in mattoni e malta  che, d’accordo, ne rovinano l’estetica ma almeno li tengono in piedi



Certo, con Roma decaduta e gli acquedotti interrotti, quei macigni tagliati così bene, si erano trasformati in un ghiotto bottino per tutti. E allora, complice la Camera Apostolica che ne era diventata proprietaria e aveva preso la brutta abitudine di vendersi tre archi di qua, altri due di là al migliore offerente, ecco che inizia lo smantellamento: i rinforzi di mattoni, inutilizzabili, rimangono ma i bei massi di tufo, specialmente quelli squadrati,  cominciano a scomparire con destinazioni varie, alcune meno nobili, come magari i muri di una porcilaia, altre più utili ma molto più distruttive, per esempio il nuovo Acquedotto Felice di Papa Sisto V, gran costruttore nonché padrone del vapore, che lavorava quasi sempre a spese del passato.



E così, un sassolino alla volta, interi tratti di quella maestosa opera sono stati sgranocchiati lasciando in giro una grande confusione di pilastri e archi, e portandosi via, una carretta alla volta (ci immaginiamo i poveri somari e gli ancor più poveri braccianti a faticare per demolire quello che altrettanto poveri schiavi romani avevano faticato a costruire), i tufi stupendi, irrealizzabili con la tecnologia del tempo ma gratis et amore dei semplicemente depredando gli antichi manufatti.

 

 

E finalmente, hoplà, arriviamo alla testimonianza finale della grande rapina: questo rudere ancora in piedi a Porta Furba.

Che è un arco isolato dell’Acquedotto Claudio, dove la struttura originale è del tutto scomparso, ma ha lasciato la sua impronta in negativo: i muri di emergenza in mattoni costruiti a sostegno dei pilastri, che mostrano ancora il disegno dei famosi tufi così ben tagliati e la curva, sempre in mattoni, su cui poggiava l’arco a sostegno del condotto dell’acqua.

 

Un lavoro di giganti sbriciolato da insolenti implacabili formiche. Che ci sia un riferimento all’epoca in cui viviamo? 

L'Ombra del Padre


Venerdì 7 giugno ’19, Casa del Jazz, Roma. Premio Lelio Luttazzi: tre pianisti e tre cantautrici in finale. Presentazione spumeggiante di Dario Salvatori (è incredibile, passano gli anni ma la spuma di Dario è sempre lì, come le sue giacche, pantaloni, scarpe e coiffure). Certo che anche il vestito della concorrente…

I pianisti in concorso, tutti bravi, per carità, giovanissimi e talmente vogliosi di dimostrarsi, che i loro brani (durata media sui 10’) ci hanno prostrato con le discese e le risalite e le progressioni ardite. Per il resto bella serata.

 

Un meritato omaggio a papà Lelio. La figlia, Donatella, buona cantante, è un esempio di quando parliamo di ombre dei padri. Basti il titolo del libro che ha recentemente pubblicato: “L’unico papà che ho. Cosa si prova ad avere un padre famoso, appassionato di jazz e assente”.
Una dichiarazione.

Altri padri, altri figli: il problema rimane.

Roma, 16 settembre 2010, Auditorium dei Congressi, piccola orchestra d’archi, bel pubblico. Sale sul podio Andrea che attacca a dirigere. Noi siamo in prima fila e lo vediamo bene. La punta della bacchetta trema, ha le spalle contratte, i movimenti rigidi. Suda. Il primo pezzo, breve e spigoloso, passa, Il secondo è più lirico e dolente e lui sembra rilassarsi, ma la schiena è ancora piena di nodi. Avanti così fino all’applauso finale. Andrea ringrazia, cerca con gli occhi papà in sala, lo trova, lo invita a salire, e papà Ennio sale, dirige una propria composizione, già nel cuore del pubblico, più facile delle precedenti; scroscio di applausi, non di circostanza, papà saluta e scende. I due, si sarà capito, sono i Morricone, padre e figlio.

Essere figlio del musicista più famoso del mondo, e fare lo stesso mestiere! Non importa nemmeno sapere chi è il più bravo. E’ una situazione pesante e senza uscita. O meglio, un’uscita di scena (e intendiamo in senso definitivo) a nostro parere esiste, ed è al centro di una teoria che esporremo fra qualche riga.

Rischiosissima la combinazione di artisti nella stessa famiglia, separati da una generazione e talvolta, anche se non sempre, da un abisso di qualità. Abbiamo avuto fra le nostre amicizie più care quella cinquantennale con Bruno Lauzi, che ci ha lasciati da poco. Abbiamo visto nascere, studiare, stupirci suo figlio Maurizio, pieno di talento, buon autore, ottimo pianista, bravo cantante, e per di più bello e simpatico. Amorevolmente covato all’inizio, poi è rimasto intrappolato nell’ombra di suo padre che, anche se piccola, era molto scura. E quando papà è (per usare il termine di prima) uscito di scena, non era più il momento giusto, a Maurizio il sorpasso è sfuggito e si è perso.

Per concludere, chicca storica. Non tutti sanno che nel cimitero protestante di Roma (un giardino incantato vicino alla piramide, che suggeriamo per un incontro romantico-decadente) c’è la tomba di August Goethe, figlio di quel famosissimo padre. Sulla lapide non c’è neanche il suo nome. C’è scritto solo Goethe Filius. Neanche da morto, padrone di avere un’identità!

 

A volte i genitori sono solo ingombranti, altre volte sono delle vere carogne.

 

 

Un eccellente esemplare di questa categoria pare che fosse la buonanima di Salvatore Quasimodo, poeta sommo e premio Nobel. Certo non un simpaticone, e lo si intuisce dalla foto. La notizia la troviamo a pag. 41 di Repubblica del 30 novembre 2015: qui il figlio Alessandro confessa di aver deciso di mettere all’asta la medaglia Nobel di papà Salvatore e di averlo fatto  “non per soldi, ma per gelosia”.

Per poi fare il pieno con il racconto di una sfilza di carognate paterne, anche queste da Nobel. Quando il piccolo Alessandro, che aveva undici anni, sentì il padre che diceva alla madre: “Devi scegliere, o me o il bambino”, quindi aborto.  Poi le continue minacce a lui, studente, se non lo promuovevano, di mandarlo a fare l’operaio; e per ultima, l’elegante decisione di andare “alla cerimonia di Stoccolma, quella della consegna del Nobel, con la sua amante, lasciando a casa me e mia madre, che invece eravamo stati invitati”.

 

Eccola la teoria che potrà sembrare spietata, ma a nostro parere è assolutamente realistica. A un certo punto della vita, per non ingobbirsi come un germoglio spuntato sotto una pietra si deve rimanere orfani. E se il decesso del genitore ingombrante non avviene spontaneamente, bisogna procurarlo. Non intendiamo dire che il vecchio deve morire davvero; no, naturalmente. Basta che muoia simbolicamente, professionalmente, che si fermi al pit stop, mentre la nuova generazione passa avanti, cambia marcia e se ne va il più lontano possibile.

Per diventare adulti davvero, e perciò protagonisti della propria vita, personale e professionale, bisogna perdere tutti i sostegni, tutte le possibilità di essere consolati da mammà e raccomandati da papà, insomma, rinunciare alle protezioni contro il mondo cattivo (che naturalmente non è cattivo; è, e basta).

 

Bisogna essere orfani. 

Il Lumacactus

Se anche voi, dopo queste settimane di pioggia noiosissima, nel primo giorno di sole vi foste accorti di avere in terrazza questo meraviglioso lumacactus con i suoi fiori-cornini siamo certi che sareste rimasti tutte le ventiquattr’ore a fotografarlo, come abbiamo fatto noi, nelle diverse luci: alba, mezzogiorno, tramonto.

Trascurando indegnamente l’impegno di proporvi ogni settimana un nuovo uovo avvelenato.

Ma siccome non vogliamo farla troppo grossa, riteniamo di cavarcela ripubblicando il primissimo articolo del Cavalier Serpente, corredato da quella che allora era la foto di presentazione: una tosta immagine di corrispondente di guerra in bianco e nero.

Il nostro, riletto dopo tanto tempo, nello scrivere è un po’ troppo stizzoso, un po’ troppo moralista e anche un po’ troppo formalista ma, tutto sommato, ci pare che abbia ancora ragione.

Sono passati nove anni!

 

 

                             IL CAVALIER SERPENTE

                                                   N°1                                                                                     Perfidie di Stefano Torossi

                                           2 settembre 2010                          

 

      JAZZ, VESTITI E BUONA EDUCAZIONE


       

       Che dire? Non c’è dubbio che Gino Paoli sia l’autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo “Un incontro in Jazz” del 25 agosto 2010 nel Festival “Odio l’Estate” a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l’accompagnamento. Un formidabile quartetto: Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.

E’ sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo naturalmente solo come esempio. Vogliamo proprio generalizzare a molti, troppi eventi jazz.

Non ci sembra giustificato che la star della serata (come qualunque comprimario) entri in scena con l’espressione di chi non ha nessuna voglia di lavorare, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltando la schiena alla platea, attacchi la sequenza dei brani senza una parola di presentazione, sempre con un atteggiamento di annoiato disgusto. Forse è timidezza, forse è la sua espressione di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sarebbero, tra cui indossare la faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece smoscia le esibizioni di molti jazzisti è proprio questo tono di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega. Ma perché? Come mai non hanno l’aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati? Perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.

A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Ma ci si può presentare con jeans sformati e consumati, camicie stazzonate, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant’anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza?

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking, anche se ci piacerebbe: ricordiamoci (pur se spesso sottolineata da un filo di noia) l’eleganza suprema del Modern Jazz Quartet. Però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra rotoli e panze; forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure, naturalmente anche una follia di lustrini, ma con dietro un progetto. Sempre per il rispetto dovuto al pubblico, che, lui sì, può essere malvestito, anche se sarebbe meglio di no, ma comunque ha pagato.

 

Insomma, perché non dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso? Proprio così: che il vestito dica al pubblico che l’artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.

Raccapricci storici

Appia Antica. La notizia: Nuovo direttore, nuovi progetti, nuove promesse. Titolone sul giornale: “Per l’Appia soldi e fantasia”. Noi la percorriamo spesso sulle due ruote rischiando la pelle per via del traffico da tangenziale e compiangiamo i temerari turisti che ci si avventurano a  piedi strisciando lungo i muri come malfattori. Non osiamo immaginare cosa possono pensare di una città che ha la più bella strada del mondo, piazzata in quello che potrebbe essere il più bel parco archeologico del mondo e invece l’ha abbandonata e la lascia usare come una pista di scorrimento veloce, malgrado i basoli romani, dai quali noi ci auguriamo malignamente danni alle sospensioni delle auto insensibili alla bellezza del luogo.

C’è un elemento che ancora racconta la vita passata di queste pietre ormai morte. I solchi delle ruote dei carri che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice. Chi è stato a Pompei si sarà reso conto che non c’è niente che faccia pensare alla vita improvvisamente sospesa di questa città più dei solchi che segnano strade e vicoli. Se poi a uno non va di fare il viaggio, bastava, fino a poco tempo fa, affacciarsi sugli ultimi metri sopravvissuti del selciato originale dell’Appia

A questo proposito siamo costretti, nell’ennesima giornata come oggi, di un autunno che non ha ancora capito che è primavera inoltrata, a descriverne una ben diversa dell’estate di qualche anno fa. Appia Antica. Solito sole a piombo, solite cicale, solito profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare i braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, solo che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze sul significato dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma così, come capitava. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma la disposizione casuale aveva fatto perdere completamente il racconto dei solchi. Ci immaginiamo lo sconcerto del turista curioso nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate in mille direzioni.

 

“Non è affatto vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.


Via Alessandrina. La notizia: Ritrovata in un muretto testa marmorea imperiale di ottima fattura. Titolo sul giornale: “E così ho guardato Dioniso negli occhi”.

Alla Centrale Montemartini, un museo di scultura romana molto particolare, c’è una sala di statue, una più bella dell’altra, ritrovate a pezzi, usate nel medio evo (esattamente come questa che è finita sul giornale) come volgare materiale di riempimento per i muretti del giardino di Villa Rivaldi, sulla Velia, accanto al Colosseo.

E’ davvero dolorose pensare che gli animali che abitavano la Roma del medioevo, perché definirli umani è troppo, abbrutiti dall’ignoranza, dalla miseria, dalla violenza (e, lasciatecelo aggiungere, dal fanatismo cristiano che aborriva qualsiasi forma di bellezza classica), non si rendessero neanche conto di cosa stavano facendo.

 

Quindi, evviva se ancora troviamo qualche frammento del passato, ma che dolore per tutto quello che di sicuro abbiamo perso.


Villa Lante al Gianicolo. La notizia: Convegno di studi sulle voci degli evirati cantori nella musica barocca. L’invito: “24 maggio. Mito, storia e sogno di Farinelli”.

Il luogo è uno dei più belli di Roma, con una loggia il cui panorama non ha bisogno di descrizioni. I partecipanti alla tavola rotonda, coordinati da Flavio Colusso, Maestro di Cappella di Santa Maria dell’Anima, sono un gruppo eletto di esperti nel ramo e di interpreti che eseguono oggi (rigorosamente senza interventi chirurgici) il repertorio dei castrati famosi dell’epoca, come, appunto, Carlo Broschi, detto Farinelli.

Si è discusso sull’opportunità per gli interpreti moderni di chiamarsi controtenori o sopranisti o contraltisti (senza poi arrivare a una conclusione), si è raccontato come il Re Sole fosse contrario all’uso dei castrati nell’opera, ma non nella Chapelle Royale, si è appurato che la castrazione dei ragazzi, pratica ipocritamente biasimata, ma sotto sotto tollerata dalla Chiesa, era praticata quasi esclusivamente in Italia, anzi nell’Italia meridionale e anzi, e qui la storia si fa decisamente raccapricciante, soprattutto nella città di Norcia, dove c’era un’ampia scelta di operatori del ramo che davano buone garanzie di successo nell’intervento, avendo fatto solida pratica (da cui la fama dei norcini del posto) sui giovani maiali.

 

Poi c’è stato un delizioso concerto di eleganze barocche che ha riportato nelle alte sfere i nostri spiriti momentaneamente, come dire, abbacchiati.

Frustrazione meteo

Frustrati dalla mancata frequentazione di iniziative mondane o culturali perché ogni volta che uno cerca di mettere il naso fuori: bum! ecco la quotidiana bomba d’acqua, accompagnata dalle temperature polari del maggio più freddo degli ultimi settant’anni (quindi, di  nuovi eventi da raccontare, neanche l’ombra), ci dobbiamo rassegnare a piazzarvi la replica di uno dei nostri articoli del passato.

Ma è una proposta piena di caldo, sole, cicale e (come potrebbero mancare) ruderi. Siamo indecisi se sperare che non l’abbiate letta e quindi possiate restare sorpresi da questa vecchia novità, o sperare che l’abbiate letta ma dimenticata, ottenendo quindi lo stesso gradito risultato per noi (ma ingenerando in voi un lieve sospetto sulla tenuta delle vostre capacità mnemoniche). Fateci sapere.

 

Eccola, la replica:

 

ESTATE SULL’APPIA ANTICA

 

Dalle parti di Cecilia Metella c’è un simpatico archeo-bar. Ombra, buoni panini, birra fresca, il giornale da leggere: un paradiso. Come lo è, lì vicino, uno dei pochi spazi archeologici a ingresso gratuito: la Villa e il Circo di Massenzio.

Una frequentazione che amiamo e che ci affascina per una caratteristica che hanno alcuni luoghi arcaici della Roma del passato: la convivenza di storia, natura spontanea e lavoro dell’uomo.

E’ chiaro che il decrepito albero carico di prugne sullo sfondo delle torri del circo di Massenzio è stato piantato tempo fa in quello che allora era un normale frutteto, non certo un monumento da visitare.

E questo tono campestre e semplice si ripropone spesso, se non al Colosseo, certo in qualche angolo del Palatino, lungo la Via Appia,  sotto gli acquedotti.

 

E’ prima di tutto la soddisfazione di scoprire un rudere dimenticato o un sentiero appena tracciato che zigzaga fra i piloni di un acquedotto. Ma non solo quella. Ce n’è un’altra, di natura meno culturale ma altrettanto sfiziosa: conquistarsi lo spuntino sul posto. Non c’è niente di più bello, a metà di una torrida giornata estiva, che andarsene in giro praticamente soli per i siti archeologici minori, quelli poco frequentati dai turisti tradizionali. 


Come alternativa al panino con birra gelata del baretto, l’archeologo dilettante si fa un punto d’onore di scegliere i posti più assolati in assoluto, di aspettare il momento più ardente della giornata, quello in cui la mentuccia profuma di più, le cicale cantano più forte, l’alloro cede all’aria tutto l’aroma delle sue foglie. E poi buttarsi all’avventura.

Perché sul posto, a saperlo trovare, c’è, appunto, il premio gastronomico dell’archeologo dilettante. 

Abbarbicati ai mattoni del circo di Massenzio, grappoli di gustosissime more di rovo. Lungo l’Acquedotto Felice, melograni. Al Parco di Tor Fiscale, uva bianca. Nel punto in cui l’Acquedotto Claudio emerge da sottoterra come un orgoglioso drago di tufo c’è addirittura un boschetto di fichi neri e bianchi.

Alcune di queste piante sono spontanee, altre sono resti di frutteti che fino a non molto tempo fa erano coltivati con la più naturale indifferenza, fra ninfei imperiali e torri medievali, dai contadini o dai frati di qualche convento proprietario della tenuta.

 

Per poi essere abbandonati al naufragio della campagna romana, affondata dalla malaria e dal latifondo improduttivo, e a loro volta abbandonare i loro frutti sopravvissuti al tempo fra le sgrinfie di visitatori un po’ ecologi e un po’ ladruncoli. Noi, insomma.


E’ davvero un privilegio unico gustare, appoggiati a un rudere caldo di sole, un fico maturo intiepidito dallo stesso sole che ne esalta lo zucchero. Come fauni del secolo ventunesimo illusi di vivere due millenni fa.

Certo, sotto e intorno agli archi oggi passano i treni diretti a sud. Sopra le nostre teste volano gli aerei decollati da Ciampino. Sono rumori moderni che hanno comunque un loro arcaico morbido avvicinarsi e allontanarsi, un loro crescere e calare ampio, pieno di echi: una risacca sonora che non ferisce l’orecchio all’improvviso come un colpo di claxon o una frenata.

 

Un’aggiunta di colore sonoro all’ambiente ancora naturale della periferia archeologica miracolosamente sopravvissuta insieme alle cicale, alle gazze, alle cornacchie. 

Il mecenate

Dalla storia: “Gaio Clinio Mecenate, Arezzo, 68 – 8 avanti Cristo, uomo ricchissimo e potente, amico di Augusto, modesto scrittore per conto proprio ma grande protettore delle arti e degli artisti (Orazio, Virgilio, Properzio, tanto per buttar giù qualche nome)”.

Dal dizionario: “Mecenate - Persona dotata di risorse e potere che sostiene concretamente la produzione creativa delle arti e degli artisti o il suo recupero”.

Giusto qualche giorno fa il MUSIA ha inaugurato a Roma nei suoi bellissimi spazi ricavati fra i ruderi sopravvissuti e bonificati del Teatro di Pompeo una mostra di ritratti di pittori italiani della prima metà del secolo scorso. Ingresso libero, collezione personale del mecenate, l’industriale Ovidio Jacorossi.

Mesi addietro siamo stati all’inaugurazione del Palazzo Merulana, nei pressi di S. Giovanni, in quello che ci ricordavamo come un edificio fatiscente, dove si andava a fare i vaccini prima dei nostri viaggi fricchettoni in India o in Africa, ora di nuovo splendido, con una esposizione di arte dalla collezione dei mecenati Claudio ed Elena Cerasi.
L’anno scorso la scalinata di Piazza di Spagna è stata sistemata, restaurata e ripulita (anche se ventiquattrore dopo l’inaugurazione le orde di turisti italiani e stranieri avevano provveduto a riarredarla di lattine e cartacce unte) dal mecenate, l’industriale del gioiello, Bulgari.

 

Leggiamo che lo stesso mecenate Bulgari sistemerà l’Area Sacra di Largo Argentina, mentre della Rupe Tarpea sarà il mecenate Gucci a occuparsi.

A questo punto c’entra giusta giusta una bella favola. Vera. C’era una volta…

E’ il 1878, Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, compra otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l’idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impianta un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruisce una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invita pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent’anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa Marcelli.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos’era un pennello e diventò presto un’audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato in boheme, poi diventata successo, nello studio del pittore Nino Bertoletti, appunto uno di quelli di Villa Strohl-Fern. 

Dove, in un altro studio, quello del pittore Francesco Trombadori, l’unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, una sera estiva di qualche tempo fa gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice l’Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent’anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che per fortuna non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole.

Milioni, ce n’erano.

La Macchina del Tempo


Ci siamo saliti (la prima volta) facendo un salto indietro di mezzo secolo la sera del 27 aprile all’Auditorium Parco della Musica per “The Beatles Revolution”, un concerto dei Beat Box con la Roma Philarmonic Orchestra diretta (benissimo) da Stefano Trasimeni.

La perfetta Cover Band. Identica agli originali nei suoni, nei cambi di costumi, parrucche, baffi e barbe finte, perfino con il bassista mancino. Hanno intrattenuto i fan in un inglese Liverpoolizzato un po’ avventuroso ma accettabile, a momenti addirittura divertente.

Hanno suonato benissimo, con arrangiamenti fedelissimi, con il filo della storia tenuto ben teso da immagini di repertorio e una voce fuori campo. Con un pubblico di nostalgici settantenni e di ragazzini (fifty/fifty) che hanno urlato nei punti giusti e ballato fra le file. Insomma, una ricostruzione inappuntabile.

Eppure…va bene, noi siamo fra quei fortunati (!) che l’epoca dei Beatles l’hanno vissuta dal vivo, come si suol dire, e quindi questa ricostruzione, per quanto perfetta, sempre una copia ci è sembrata. Certo, per i ragazzi, i quali invece hanno solo visto le foto, sentito i racconti e ascoltato i dischi, è stato riportare in vita un mito. Una specie di museo delle cere. Tutto somigliantissimo. E imbalsamato.

Proprio non sappiamo cosa dire; proviamo a svicolare suggerendovi, così, tanto per distrarvi, il “Manuale del perfetto beatlesiano per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four (prima di venire alle mani)” di Luigi Abramo.

 

Non lo abbiamo letto, quindi niente ne sappiamo, ma dicono che sia istruttivo e divertente.


La seconda volta la macchina del tempo ci aspettava il 5 maggio, parcheggiata davanti all’Hotel Villa Carpegna, dove era in programma una giornata di adorazione e concupiscenza nei confronti di un idolo risalente a un’epoca di poco precedente a quella dei Beatles. La divinità si chiama “Vinile”.

Trattasi di un supporto tecnologico ormai superato dal progresso a cui i fedeli tributano una reverenza cieca e attribuiscono un valore monetario svincolato da qualsiasi considerazione realistica.

L’evento, promosso con garbo ed efficienza da Francesco Pozone è la ventiquattresima Giornata del Collezionismo Musicale, dura dalle 10 alle 19 e si svolge in un clima di entusiasmo, curiosità e nostalgia. Naturalmente nei vinili fino al collo. 

Con proposte al pubblico di ristampe nuovissime, ma sempre a 33 giri, oppure con la presenza fisica di protagonisti nuovi o trapassati appartenenti a quella nicchia discografica.

Ma soprattutto con la vendita (a volte a prezzi stupefacenti) di rare pubblicazioni uscite anni fa in pochi esemplari, oppure di progetti discografici finiti male e ritirati, tranne quelle due copia rimaste in mano al fonico e alla sua fidanzata…
Sotto, oltre alla solita febbre da collezionismo, c’è la vecchia, ripetitiva e probabilmente insolubile questione del suono analogico, che i fedeli dichiarano più caldo o forse più vivo, o magari più umano (non lo capiremo mai) di quello del CD. Ci sarebbe da discutere, ma con la dovuta attenzione al trucco che fa sembrare migliori le cose del passato.

Perché noi ricordiamo bene i vecchi 33 giri, oggi ricercati dai collezionisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in supporti (supporti, appunto, non oggetti belli in sé, ma semplicemente portatori di una tecnologia che quando è andata è andata) inutilizzabili.

Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. C’erano addirittura i multipli ad apertura alare, a destra, a sinistra, a destra e a sinistra, roba di un metro e dieci di larghezza. Dittici e trittici innalzati sull’altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso.

Quello dei vecchi vinile è un tipo di raccolta che non ci entra in testa. Ok le copertine. Come abbiamo detto, superfici ideali per un’arte grafica e pittorica spesso di ottimo livello. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, se ancora c’erano quando li hanno scoperti, tanto vale tenerli. No, forse sono proprio i dischi l’oggetto del desiderio. Però, siccome si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, metterli sul piatto e suonarli può essere decisamente rischioso.

E’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale e lo si tira giù una volta ogni tanto per un minuto, giusto per mostrarlo a qualche amico fidato, o forse a qualche rivale da fare ingelosire. E’ anche possibile che il maniaco non abbia alcuna voglia di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Che stia lì, sullo scaffale, dentro la sua copertina. Niente altro.

Contro la nostra incredulità, forse è ancora buona la vecchia battuta: “E’ il collezionismo, bellezza”.

 

 

Il relatore

Pareti di damasco rosso sangue, soffitto di bruna quercia, le finestre ermeticamente chiuse (pubblico in età: si sa, aria di fessura aria di sepoltura) praticamente una tomba. E abbiamo rischiato che diventasse la nostra, all’Accademia di San Luca l’undici marzo scorso.

Si trattava della presentazione dell’Enciclopedia di Arti Contemporanee, quarto volume, a cura di Achille Bonito Oliva: quattro relatori (che ci asteniamo dal nominare) più lui.

ABO lo conosciamo da un secolo e gli abbiamo sempre visto recitare la parte del discolo. Per nostra fortuna, perché, gli altri quattro! Concettosi, arzigogolati, logorroici, da rischiare per tanta verbosità di perderci nell’implacabile concatenarsi di verbi e subordinate.

Noi, non certo ABO che non ha saltato un’occasione per fare faccette, ammiccamenti e risatine al pubblico, proprio come avrebbe fatto Pierino dietro le spalle del maestro, per poi, alla fine, uscirsene con le sue dichiarazioni invariabilmente pertinenti, impertinenti e intelligenti.

Adesso che abbiamo identificato nel relatore il nostro personaggio base e avendone presentato il primo tipo, cioè il prolisso, passiamo al secondo: il brillante. 

Fiera del libro al Palazzo dei Congressi a Roma, tempo fa. “Sale di Sicilia” di Mariacristina Di Giuseppe è tenuto a battesimo dall’arguto, spiritoso Umberto Broccoli, un signore al quale invidiamo facilità e felicità di parola. Si manifesta qui una delle variazioni più pericolose di questi eventi: il relatore è talmente brillante che rischia di consumare tutto l’ossigeno a disposizione del futuro lettore prima che questi riesca ad affrontare il libro. Una vera minaccia per l’autore, l’editore e anche per il potenziale acquirente. 

Poi ci sono i compagnucci della parrocchietta. Sono più di uno naturalmente, il tono è fintamente rilassato, i relatori fanno mostra di volersi bene e di stimarsi a vicenda, si sorridono complici e si chiamano con nomi di battesimo o diminutivi da accademia. I laici presenti sono sì ammessi all’eventuale dibattito, ma a una certa distanza, che non si prendano troppa confidenza.

E i narcisi? Appollaiati come avvoltoi ai lati del festeggiato non fanno che rubarsi con finto garbo la parola l’un l’altro, parlare di sé a scapito dell’opera presentata (e quando parlano dell’opera è comunque in riferimento alle loro proprie reazioni) e soprattutto cercare di apparire più informati, più puntuali, più spiritosi, insomma, più in gamba dell’autore.

L’elegantone invece lo abbiamo conosciuto a un incontro sulla valorizzazione del patrimonio culturale all’Auditorium dell’Ara Pacis. Si chiama Philippe Daverio e ne sa una più del diavolo: soprattutto la racconta con un’espressione mirabilmente giocosa sopra papillon strabilianti con citazioni che sforna, fra paradossi e iperboli, con perfetta pronuncia in una mezza dozzina di lingue.

E intanto, con un look del tutto lontano da quello dimesso e grigio dell’intellettuale tipo, riesce a trasformare la faccenda, che spesso rischierebbe di risultare altrettanto dimessa e grigia, in uno spettacolo frizzante, proprio come i suoi variegati panciotti.

Chiudiamo con il Criticus Constrictor, uno dei più pericolosi esemplari di intellettuali ipnotizzatori in circolazione.

Museo del Vittoriano: presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, la preda, l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni del fattaccio.

Niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, l’elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo i racconti dello sciamano accanto al fuoco.

Passano 58 minuti, quasi un’ora di ipnoterapia. Strinati, momentaneamente rinsavito, ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo.

Si dichiara pentito.

Subito dopo però, trascinato da sé stesso e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti i tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici, i quali trovavano la sua produzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.

Altri venti minuti filano via. Finalmente le spire del crotalo si sciolgono e la vittima rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono parse stremate e forse anche un po’ risentite.

Ma noi ci siamo molto divertiti.

 

Panze, ceffi e facce per bene

PANZE, CEFFI...
In principio era una discarica. Sono passati duemila anni e sempre discarica è rimasta, ma adesso è storica.

E’ il Mons Testaceus, monte dei cocci, dove venivano ammucchiati i frammenti delle anfore olearie e vinarie destinate ai triclini sontuosi dei ricchi (ma, fuori dal luogo comune sui romani crapuloni, di sicuro anche alle tavole dei poveri) che arrivavano per nave al porto fluviale di Roma. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto. Travasati vino e olio, le anfore inutilizzabili erano rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina.

Da spazzatura a monumento.

 

Lì vicino, dove c’erano i magazzini romani, a inizio novecento è nato un quartiere di case popolari. Nelle cantine di una di queste case, a Via Bianchi, la Fondazione Giuliani ha uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo. 

Dentro l’immenso seminterrato (stiamo per arrivare al punto, dopo questa lunga premessa a forma di matrioska) si è inaugurata, il 15 aprile, la mostra del fotografo Francesco Vezzoli, molto opportunamente intitolata “Party Politics”, la politica da salotto.

Geniali foto di grandi dimensioni, crudeli, impietose, alcune francamente sinistre, che raccontano i personaggi della politica, dello spettacolo e dei quattrini (non sappiamo se per scelta, vistosamente assente è la cultura) del trentennio ’70/’90.

Beccati in pieno fervore sociale, le panze e i ceffi sono bene accompagnati da didascalie che dicono tutto: “Eros e craxismo”, “Rosseggiava il canapè”, “Ciociaria pride”.

Roba da brivido.

 


…E FACCE PER BENE
Da un brivido di sconcerto a uno di serenità: basta un attimo e ci troviamo teletrasportati alla Centrale Montemartini dove è in corso un’altra mostra fotografica.

Nuovo raccontino storico con cambio di destinazione finale? Eccovi serviti.

La centrale in questione non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità per tutta Roma all’inizio del ‘900. Dismessa, abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo e perfino, dopo tutti questi anni, il caratteristico odore di olio lubrificante.

Dunque, alla Montemartini si è inaugurata il 18 la mostra “Luigi Spina - Volti di Roma”: ritratti fotografici di ritratti marmorei di noti o ignoti dell’antica Roma.

Risalenti al periodo in cui gli scultori erano arrivati a fare della ritrattistica un’arte raffinatissima, capace di trasmettere magnificamente il carattere del soggetto non sorvolando (anzi, insistendoci) su crudezze dell’età, imperfezione della pelle e asimmetrie dei volti.

Proprio come, oggi, la fotografia, che non perdona la più piccola ruga, senza photoshop, ovvio.

Però, che belle facce: segnate, espressive, vive.

E soprattutto facce per bene.