Panze, ceffi e facce per bene

PANZE, CEFFI...
In principio era una discarica. Sono passati duemila anni e sempre discarica è rimasta, ma adesso è storica.

E’ il Mons Testaceus, monte dei cocci, dove venivano ammucchiati i frammenti delle anfore olearie e vinarie destinate ai triclini sontuosi dei ricchi (ma, fuori dal luogo comune sui romani crapuloni, di sicuro anche alle tavole dei poveri) che arrivavano per nave al porto fluviale di Roma. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto. Travasati vino e olio, le anfore inutilizzabili erano rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina.

Da spazzatura a monumento.

 

Lì vicino, dove c’erano i magazzini romani, a inizio novecento è nato un quartiere di case popolari. Nelle cantine di una di queste case, a Via Bianchi, la Fondazione Giuliani ha uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo. 

Dentro l’immenso seminterrato (stiamo per arrivare al punto, dopo questa lunga premessa a forma di matrioska) si è inaugurata, il 15 aprile, la mostra del fotografo Francesco Vezzoli, molto opportunamente intitolata “Party Politics”, la politica da salotto.

Geniali foto di grandi dimensioni, crudeli, impietose, alcune francamente sinistre, che raccontano i personaggi della politica, dello spettacolo e dei quattrini (non sappiamo se per scelta, vistosamente assente è la cultura) del trentennio ’70/’90.

Beccati in pieno fervore sociale, le panze e i ceffi sono bene accompagnati da didascalie che dicono tutto: “Eros e craxismo”, “Rosseggiava il canapè”, “Ciociaria pride”.

Roba da brivido.

 


…E FACCE PER BENE
Da un brivido di sconcerto a uno di serenità: basta un attimo e ci troviamo teletrasportati alla Centrale Montemartini dove è in corso un’altra mostra fotografica.

Nuovo raccontino storico con cambio di destinazione finale? Eccovi serviti.

La centrale in questione non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità per tutta Roma all’inizio del ‘900. Dismessa, abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo e perfino, dopo tutti questi anni, il caratteristico odore di olio lubrificante.

Dunque, alla Montemartini si è inaugurata il 18 la mostra “Luigi Spina - Volti di Roma”: ritratti fotografici di ritratti marmorei di noti o ignoti dell’antica Roma.

Risalenti al periodo in cui gli scultori erano arrivati a fare della ritrattistica un’arte raffinatissima, capace di trasmettere magnificamente il carattere del soggetto non sorvolando (anzi, insistendoci) su crudezze dell’età, imperfezione della pelle e asimmetrie dei volti.

Proprio come, oggi, la fotografia, che non perdona la più piccola ruga, senza photoshop, ovvio.

Però, che belle facce: segnate, espressive, vive.

E soprattutto facce per bene.

Il povero Cla-Cla


All’Ara Pacis si apre la mostra “Claudio, il destino di un imperatore”. Allestimento sontuoso, pareti rosse, fari puntati. Alcuni pregevoli pezzi originali di scultura, molti calchi in gesso, di nessun interesse artistico, naturalmente, ma importanti per capire meglio il periodo. Tutto molto ufficiale.

Tranne questo bronzo che ci ha colpiti per la sua verità. E’ un (presunto) ritratto di Claudio, che evidenzia il primo dei suoi tanti difetti, non sappiamo se veri oppure inventati dai suoi detrattori che erano, chissà perché, molti e molto agguerriti: un paio di esagerate orecchie a sventola.

Povero Claudio, avvelenato figurativamente e si sospetta anche letteralmente, con un bel piatto di funghi da una delle mogli molto particolari che incautamente frequentò: Messalina e Agrippina. (Seneca, il pettegolo, scrive che, proprio in questa occasione, le sue ultime parole prima di andarsene furono: “Vae! Puto concacavi me!” – “Accidenti! Credo di essermela fatta addosso!”)

Scomodamente collocato dal fato tra Caligola, di cui era zio, e Nerone, di cui era patrigno, non deve avere avuto una vita facile.

 

In più era zoppo, ovvero claudicante (dal latino claudus - Claudius), e balbuziente, per questo soprannominato Cla-Cla; e finalmente considerato un mezzo scemo da familiari e amici. 




Eppure a cinquant’anni, una volta fatto fuori Caligola (non da lui, in verità), diventa imperatore, e neanche tanto malvagio. Anzi, per quello che possiamo ancora vedere almeno in architettura, un grande.

Suo è l’Acquedotto Claudio, per duemila anni il più bell’ornamento della Campagna Romana oltre a essere uno dei più grandiosi dell’impero.

Basta alzare gli occhi su per i magnifici massicci pilastri che per chilometri avanzano, arco dopo arco, con una regolarità che, certo anche per la sua funzionalità, coincide con la perfezione assoluta.

Suo è anche il grande porto di Ostia, meno fortunato dell’Acquedotto, perché si insabbiò dopo meno di un secolo. E naturalmente una quantità di altre belle opere e di belle conquiste per Roma, fra cui quella della Britannia.





Ma a noi è particolarmente simpatico per una novità che tentò di introdurre fra le piccole cose quotidiane: niente a che vedere con le sue grandiose imprese di condottiero e imperatore.

A Roma, in Via del Pellegrino, al N. 145, c’è un negozio di casalinghi, il cui proprietario, mentre vende caffettiere e detersivi, ascolta Scarlatti a preferenza di Vivaldi perché trova quest’ultimo un po’ troppo commerciale.

Murata sulla parete vicino all’ingresso di questa bottega particolare c’è una lapide (pur sapendo che ce n’è un’altra simile ai Musei Vaticani, crediamo che sia l’unica di questo genere in giro per la città) che testimonia un’audace innovazione grafica di Claudio, durata solo pochi anni e poi dimenticata (come spesso accade alle audaci innovazioni).

 Una nuova lettera, una F rovesciata, chiamata digamma inversum, introdotta da Cla-Cla nell'alfabeto latino per indicare la V intervocalica che prima era tutt'uno con la U. 

E' nell'ultima riga dell'epigrafe. Un po' di attenzione e la si scopre dove prima ci sarebbe stata una V: POMERIVM (AM)PLIAVIT TERMINAVIT(QUE). 

La U di pomerium non è intervocalica quindi non ha subito modifiche e ha continuato a essere scritta V. 

Poco imperiale magari, ma decisamente carino.


Roma, magnificenza e scemenza


La Galleria Colonna è aperta solo il sabato mattina e c’è la fila. Tutto bene organizzato come ai Musei Vaticani e con prezzi altrettanto salati. Ma vale la pena andarci perché il salone è un insuperabile esempio di magnificenza. Grande, luminosissimo, pieno di belle opere d’arte, e soprattutto concepito con un gusto, certo barocco e quindi carico, ma così armonioso che il sovrappeso neanche si sente.

Quello che invece colpisce il nostro occhio perfido in  mezzo a tanto buon gusto è una vera e propria scemenza messa in opera, non certo molto tempo fa, da qualche curatore forse fiducioso nella disattenzione dei visitatori.

Ecco di che si tratta: sotto tutte le finestre di un lato del salone sono murati, probabilmente fin dal momento della costruzione, magnifici frammenti di scultura romana.

I frammenti sono sempre lì, ma a un certo punto la direzione deve aver deciso di installare il riscaldamento. E dove hanno sistemato i caloriferi? Proprio davanti ai magnifici frammenti. Prima dell’intervento hanno pensato bene di fotografare le opere, poi hanno montato i radiatori e di fronte ci hanno piazzato dei pannelli a colori con le retrostanti sculture fotografate.

Il risultato è un bel panino a tre strati: la scultura vera, il radiatore e la foto della scultura.

 

Ci è sembrato un po’ indigesto.



Da non molto tempo aperta al pubblico e magnifica in una giornata primaverile è la tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica. C’è un bellissimo prato, pini, cipressi e un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente le terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.

All’ingresso, in cima ai resti di una cisterna, hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale di tutti i dintorni, dalle tombe dell’Appia ai Colli Albani, agli aerei che decollano da Ciampino.

Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo su quella magnificenza, poi lo abbiamo abbassato, e… tutto intorno, da ogni lato della terrazza, sporgono, bene fissati alla ringhiera, dei pannelli fotografici che riproducono esattamente quello che nella realtà si vede affacciandosi da quel lato a quella ringhiera.

Anche su altri monumenti in città ci sono richiami simili, chiaro, ma servono a identificare con scritte e numeri quella cupola a sinistra, quel palazzo a destra o quel campanile al centro .

Qui no; qui c’è la foto e basta; niente richiami. Un omaggio al potere dell’immagine: se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo solo un po’ di più, vuol dire che quel panorama è importante e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio di turista: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

 

Un’altra bella scemenza, ci pare.



Il 27 marzo si è inaugurata al Museo di Roma, Palazzo Braschi, “Roma nella camera oscura”, una mostra di dagherrotipi e fotografie di Roma e dei romani, dall’800 a oggi. 
Immagini color seppia di piazzette scomparse, palazzi demoliti e templi recuperati; e di cittadini illustri. Sono foto che magari abbiamo già incontrato in qualche libro ma appese ai muri ci sono piaciute di più.

 In fondo alla prima sala, più grande di tutte le altre, giganteggia questa scema (o furba? - magari non si sono accorti di niente o forse lo hanno fatto apposta, e allora tanto di cappello all’ironia) gigantografia di un elegante sconosciuto che ci riceve con uno sguardo a dir poco inquietante. Si osservi con attenzione la convergenza degli occhi del soggetto.

 

Comunque (e ancora una volta la magia si ripete) salutato lo strabicone in mostra, eccola che ci aspetta all’uscita del palazzo la magnifica magnificenza di Roma.



Roma, la grande efficienza


Tutto comincia con una perentoria lettera spedita al nostro condominio dall‘Italgas in cui si annuncia che nella fascia oraria fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018 il personale della CONUS TECNOLOGY S.p.A, da loro autorizzato, effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo, elettronico e in grado di teletrasmettere la lettura al loro centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione, quindi ci prepariamo alla visita. Alle 13.30 precise (oh sorpresa per noi abituati all’approssimazione romanesca) si presentano due tecnici che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul collegamento fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una qualche operazione, dovrebbe almeno sapere se questa operazione si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera dell’Italgas, altrettanto perentoria e altrettanto precisa che ci da lo stesso appuntamento per la stessa operazione il giorno 26 novembre 2018, stavolta fra le ore 8.00 e le 12.00 e gli incaricati sono della AMI.CA Srl (hanno cambiato operatori: forse non erano soddisfatti di quelli di settembre scorso che si erano fatti scoraggiare dai tubi di piombo?)

Benissimo: ci buttiamo giù dal letto e ci mettiamo ad aspettare. Due tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, nun se po’ fa a sostituzione per via delli tubbi de piombo”, e se ne vanno. Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…

Lo stupore è tale che non riusciamo neanche ad arrabbiarci. L’incapacità della capitale a fare bene anche la cosa più semplice è nota, ma in questo caso ci pare che superi ogni aspettativa.

Intanto i vecchi contatori, per quanto abbiamo potuto verificare, funzionano benissimo, perciò che ce ne importa? Anche la seconda lettera finisce nello stesso cassetto.

 

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera, sempre da Italgas, in cui ci riscrivono che il 20 marzo 2019, fra le otto e l’una, il personale di A.MI.CA CAMBI (un nome abbastanza simile ma non proprio uguale a quello del 26 novembre – chissà cosa è successo nel frattempo) ripasserà per rifare la stessa operazione.

 Ormai in preda al totale disinteresse per la faccenda (sarà quel che sarà: anche il più integro dei cittadini dopo un po’ si stufa) la mattina del 19 usciamo di casa per il giornale e il cappuccino al bar e, colpo di scena! troviamo su tutti i portoni della strada e dintorni questi avvisi che, specificando numero civico per numero civico, annunciano l’intervento per l’indomani.

Stavolta la situazione sembra molto più seria, quasi preoccupante perché, oltre all’orario punitivo, si minaccia anche di sospendere l’erogazione del gas in tutti gli appartamenti della zona. Consultazioni fra i vicini trepidanti: siamo gente poco pratica, quindi non ci rimane che programmare per l’indomani doccia antelucana e messa in standby di fornelletti elettrici e microonde.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe il colpo di scena e la situazione in qualche modo si ribalterebbe svelando il mistero.

E invece? Nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 marzo non si vede nessuno, neanche per dirci che “ce staveno li tubbi de piombo e nun se poteva fa’ gnente”; il giorno dopo, uguale. Se sono andati a qualche altro indirizzo non lo abbiamo saputo. Poco alla  volta il nastro adesivo si è accartocciato e i cartelli sono caduti dai portoni come le foglie d’autunno, e oggi che sono passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ci ha fatto sapere niente e nessuno ne parla più.

Nel frattempo pallide ombre si aggirano per il quartiere e siedono ai tavolini dei bar in un’atmosfera di destabilizzante sfiducia nelle istituzioni, chiedendosi dove hanno sbagliato e quale futuro possano aspettarsi per i loro figli…

 

 

Il ciclista

24 marzo 2019. Domenica ecologica. Uno dei pochi momenti, a Roma, in cui un ciclista può considerarsi quasi al sicuro dai pericoli del traffico a motore che normalmente ignora completamente quello a pedale (per la verità noi abbiamo visto qualche incrocio in cui l’automobilista non ignorava affatto il ciclista, anzi lo puntava proprio come se volesse abbatterlo).

Al di fuori di queste giornate, però, possiamo dire con sicurezza che l’uomo su due ruote, per quanto attento stia, rischia ogni minuto la pelle: in giro per le strade della capitale; furgoni impazziti che investono colonne di velocipedisti su presunte tranquille strade di campagna; poliziotti in assetto antiguerriglia che caricano un raduno di ciclisti in piazza a Torino “Pensavamo che ci fosse un agente in pericolo” (la giustificazione della polizia. Cronaca di Torino, 21 marzo) e così via; ogni giorno c’è una notizia di nera che coinvolge il:

 

Ciclista Martire.

E però (sempre di Roma parliamo), che scoramento, che inciviltà, che schifo le bici del programma bike sharing abbandonate, buttate nel Tevere, cannibalizzate e vandalizzate che negli ultimi tempi si vedono a ogni angolo di strada, dai ponti, nei parchi. Evidentemente dalle nostre parti questo programma non funziona. C’è chi dice che tutto dipende da una cattiva organizzazione del servizio. Noi siamo convinti che dipenda semplicemente dalla cattiva educazione degli utenti.

Per non parlare dei ruderi di biciclette di proprietà, lasciate incatenate a qualche palo sui marciapiedi, che nessuno porta via. Talvolta sdraiate per terra, talvolta accartocciate, rimaste solo telaio, ma con un sacco di pericolose punte sporgenti alle quali prima o poi si rischia di agganciarsi e strapparsi qualcosa: pantaloni, ma anche brandelli di pelle.

Si tratta del Ciclista Maleducato.

 

A questo punto ci infiliamo il giubbotto antiproiettile, perché sappiamo che in molti se la prenderanno con noi. Stiamo per affrontare il Ciclista Prepotente

La prima volta fu ad Amsterdam. Stavamo passeggiando, e fu il panico quando ci trovammo circondati da ciclisti. Prepotenti e senza campanello. Sui marciapiedi, nelle zone pedonali, i padroni erano loro. Un’arma letale. Sbucavano da tutte le parti, veloci, silenziosi e intolleranti, come sa essere la gente del nord quando gode di un diritto acquisito.

Da quel momento ci nacque nel cuore un sentimento che mescolava al rispetto anche l’odio, naturalmente inconfessabile (sarebbe come prendersela con la foca monaca o il colibrì della Guyana, entrambi, come è noto, in via di estinzione). Il ciclista rappresenta la purezza dell’aria e dei sentimenti, si potrebbe quasi dire la natura. Non si può odiarlo. Bisogna solo rispettarlo e amarlo per quello che fa per l’anima ecologista di quelli di noi che ce l’hanno.

Chissà a quanti automobilisti è capitato, di notte in qualche strada buia di periferia di trovarsi a pochi millimetri dalla ruota posteriore di una bicicletta, cavalcata da un essere vestito di scuro, rigorosamente sprovvista di qualsiasi segnalazione luminosa, che procede alla sacrosanta velocità di un velocipede urbano; venti all’ora, se va bene, mentre l’auto, anche con un pilota  prudentissimo, va almeno al doppio. Roba da infarto.

Noi, come probabilmente anche voi, abbiamo molti amici ecologisti o sportivi, o solo radical-chic che vanno in bici. Intendiamoci, andare in bicicletta a Roma è ben diverso che farlo a Bologna o a Rovigo, dove gli automobilisti sono abituati alla convivenza e i dislivelli sono zero. Molti di questi nostri amici usano la bici più come principio, che come mezzo di trasporto, dato che in una città di salite come Roma, si arriva prima a piedi.

Tanto di cappello. Ma poi però, perché vanno senza luci di notte, che è un suicidio? “Perché ci siamo dimenticati di comprare le batterie; perché fa più fico; perché comunque sono gli automobilisti che devono stare attenti”. E di fronte a un timido suggerimento che anche la città più civile è una jungla con i suoi predatori e le sue prede ti seppelliscono di indignazione. Non è il povero animale indifeso (come obiettivamente è un ciclista nel mondo motorizzato) che in natura deve stare attento per salvare la pelle. E’ l’ambiente che deve stare attento a lui. Pura, criminale utopia.

Purtroppo spesso il ciclista per principio (non certo quello per necessità, che ancora esiste, anche se non sono più tanti come negli anni cinquanta) è un integralista fanatico, e come tale non ascolta, rivendica. Piste ciclabili, sacrosante; ma se non ci sono, via! sul marciapiedi a zigzagare in silenzio (il silenzio, questa è l’arma letale del ciclista) fra i pedoni.

 

Naturalmente poi gli incidenti accadono, e ci dispiace. Ma a pensarci bene, la responsabilità non sarà mica sempre solo da una parte, no?

Il viaggiatore

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e sicuro. Oggi.

Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Michel de Montaigne, autore del “Journal de voyage en Italie, 1580 et 1581”, uno dei più gustosi diari di viaggio che ci siano capitati sotto gli occhi, che aveva deciso di spostarsi non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, paesi civili della civile Europa dell’epoca.

I tempi: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, in una portantina sulle spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le vere strade erano poche e malmesse. Il resto, sentieri o mulattiere. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.

A noi piacciono le cenette a lume di candela, ma quello che oggi funziona per i momenti romantici, allora non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che sapevano leggere e lo facevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).

 

In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, con il suo mulattiere, più un cameriere, e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, biancheria e coperte, stoviglie e provviste. 


Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, quasi sempre sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione all’epoca considerata igienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).

Si stupisce, il nostro gentiluomo viaggiante, per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto “per non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito invece, in una infima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile”, “Sì, ma dove? “Dove vuole”.

E’ chiaro che poi i cortili puzzano di urina e feci, le strade di letame e rifiuti, le scale di case e locande di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e pitali non svuotati.

Brevi le tappe percorse ogni giorno; per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: leghe di Guascogna, leghe di Francia, leghe tedesche, miglia italiane, spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi. Su questo argomento non possiamo trattenerci dal citare due righe di mano dello stesso Montaigne che ci hanno fatto sorridere. Scrive, ed è appena all’inizio del viaggio: “Oggi quattro leghe. A cominciare da Bar-le-Duc, le leghe riprendono la misura di Guascogna e vanno allungandosi verso la Germania, fino a raddoppiarsi e perfino a triplicarsi”.

Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), cambiandolo, chissà con quale criterio, con una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro: quindi continuo rischio di rapina.

E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio con il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche i certificati di sanità, se si arriva da dove c’è, o si crede che ci sia, qualche pestilenza.  E nel bagaglio sono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti.

Dopo la testimonianza incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.

Tanto per sapere come regolarsi, conclude dando l nome della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e della peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Magari, essendo passati quattro secoli e mezzo, non sono più indicazioni tanto attendibili. 


Oggi, certo, tutto è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo.

Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualche terrorista che ti spara.

 

Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

Il riformatore


S. Maria dell’Anima è la chiesa cattolica della nazione tedesca a Roma. Ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata di sera. Ci saranno almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che l’effetto è magico, anche perché non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati qualche mattina fa, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre.

Molte le tombe di marmi bianchi e colorati, con una fitta presenza di teschi ghignanti, femori incrociati e clessidre, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

In più, sulle lapidi, fa spesso capolino un timido, quasi mai riuscito, tentativo di latinizzare gli ostici patronimici dei concittadini germanici. Immaginiamo lo smarrimento dello scalpellino, che era certamente italiano e probabilmente analfabeta, di fronte a nomi come quelli che punteggiano, qui accanto, la triste storia del giovane defunto ventitreenne, unica speranza della sua antichissima famiglia (Adriano), pianto dallo zio materno (Teodoro) e dall’esecutore testamentario (Baldovino): perché con gli Adriano, i Theodorus e i Balduinus è ancora facile, ma con i Vryburch, i Quinting e i Breyel la paura di sbagliare doveva essere forte, dato che sul marmo quello che è scritto è scritto, e magari ti facevano anche ripagare la lastra rovinata.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell’elegante sala di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono, polverose e malissimo illuminate come sono, molte chiese romane, magari anche piene di tesori artistici che però, nelle tenebre, è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio. 

 

All’improvviso però, tutto questo splendore è stato oscurato dall’ombra di un ricordo di qualche tempo fa.

Era il 2017, cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio certa) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Evidentemente, quel giorno di mezzo millennio dopo, i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto l’anniversario, ma hanno scelto di celebrarlo a modo loro, con una sfilata di poster zeppi di immagini e didascalie piazzati lungo la navata sinistra.

Non siamo storici né teologi, quindi non vogliamo entrare nella correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così rimbambiti da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero 

evidentemente disegnato per l’occasione e neanche somigliante, perché i ritratti ufficiali non sono così maligni, commentato, dopo aver elencato tutte le malefatte ideologiche del fellone, dalla seguente didascalia, non proprio un esempio di carità cristiana:

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe”.

Un vero diavolaccio.scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero (vedi 

Il castrato

Gli amici gastronomi non ci fraintendano: non è a loro che ci rivolgiamo per rimpiangere le delizie di un gustoso animale che in passato frequentava più spesso di ora le nostre tavole: braciolette, carrè, sella. In umido, in padella o al forno.

No, non a loro parliamo, ma ai musicisti, ai melomani, agli amanti dell’opera; e le delizie a cui ci riferiamo non sono per le papille ma per le orecchie.

 

Un passo indietro. Qualche tempo fa, chiesa di S. Andrea della Valle a Roma (quella della Tosca), magnifico edificio barocco dotato di un grand’organo poderoso. Festa del Te Deum; un concerto con la presenza, fra le altre voci, di eccellenti contraltisti, sopranisti e controtenori.

Immersi nel magico riverbero, dovuto al volume architettonico della chiesa che rimanda e prolunga i suoni, ci è tornata in mente la teoria che attribuisce la scoperta dell’armonia proprio all’uso, nei canti medievali, di intonare una seconda nota, e poi una terza, mentre la prima ancora echeggiava sotto le volte. Di sicuro un monaco si sarà accorto, durante qualche vespro, che in questo modo nasceva un accordo, e da qui il passaggio dalla monodia all’armonia è stato inevitabile. Ci pare possibile.

Ma quelle voci particolari hanno risvegliato anche un grillo che ogni tanto si affaccia nel nostro cervello forse bacato. Si può chiamare rimpianto il dispiacere per la perdita di qualcosa che non si conosce direttamente? Forse è meglio la parola nostalgia.

Eccolo il nome del grillo: nostalgia per il castrato.

 

Si chiamavano Farinelli o Pacchierotti, erano stati evirati da piccoli in modo da bloccargli la muta della voce, ma non la crescita del corpo. Così da grandi sviluppavano un’emissione, forse imitabile con il falsetto, ma certamente ineguagliata come timbro e potenza. Insomma, uno strumento fra la voce bianca e quella femminile, ma servito dal potente mantice dei polmoni di un uomo adulto. Cantavano l’opera. Erano amati, ammirati, applauditi dappertutto, erano in vetta alla piramide. Le rockstar del settecento. Nessun solista ha mai raggiunto la fama e la ricchezza di questi personaggi, che però, per arrivarci, avevano dovuto pagare un prezzo, diciamo così, un po’ salato. E non smettevano di pagarlo, facendo talvolta la triste fine dei fenomeni da baraccone.

Questa impressione ce l’ha confermata un libro che  stiamo leggendo su uno di questi fenomeni: Domenico Bruni. Si intitola “Biografia di un cantante evirato”, pubblicato dal Comune di Umbertide di cui Bruni era cittadino, quando ancora si chiamava Fratta. Questo poveretto, prima di diventare una star era ”nato da poveri e onesti genitori” e “aveva sviluppato una singolare abilità per il canto: Per un’accidentale fisica indisposizione fu consigliato dai medici all’evirazione e così sempre mantenne la sua voce incantevole di soprano”.

 

Si direbbe che il fenomeno dei castrati sia derivato casualmente da cognizioni mediche antiquate che provocavano interventi troppo radicali in casi di infezioni o simili. Ovviamente è vero il contrario: l’intervento era volontario. Intendiamoci, la volontà era quella dei genitori,  dei tutori,  dei nonni; non certo del ragazzo.  Ed è umano che, una volta diventati famosi, tutti cercassero di giustificare, nella vita o nelle autobiografie, una situazione scabrosa come la loro con storie di accidenti fantasiosi se non addirittura inverosimili.

D’altra parte, pensiamo a quelle migliaia di ragazzini che lo stesso prezzo lo avevano pagato per l’avidità di denaro dei genitori ma senza avere in cambio il successo (X Factor, tre secoli fa...). E’ che all’epoca, per molte famiglie povere con un figlio minimamente dotato per la musica, questa era una delle poche speranze di sistemarsi.

Sarebbe come immaginare oggi, per esempio, il tassista, padre di Bruce Springsteen, o i genitori contadini di Al Bano che un bel giorno,
mentre il ragazzo è a scuola, si siedono al tavolino, fanno quattro conti e decidono: “Beh, domani lo facciamo castrare, magari diventa famoso e poi viviamo tutti di rendita...”

 

Col tempo questa pratica incivile è stata abolita. Però, da appassionati, a noi rimane lo scontento di non aver mai potuto ascoltare direttamente quei fenomeni. Pazienza. 

Detto questo, venisse a qualcuno la perniciosa idea di andare a sentire l’unica registrazione esistente (inizio ‘900) di un castrato, su YouTube c’è Alessandro  Moreschi, l’ultimo sopravvissuto della categoria. Ammesso che sia autentica, è orripilante. Sembra un’ostessa di mezza età, ubriaca e anche un po’ stonata. Forse è colpa dell’arcaicità dell’incisione, comunque consigliamo vivamente di soprassedere se volete tenervi l’illusione.

Il puntatore

 Sono anni, anzi decenni che frequentiamo il mondo della musica, leggera e classica, e mai ci era capitato di incontrare questa figura professionale: il puntatore. Ce l’ha fatta conoscere con il suo garbato ma serio tono da conferenziere Luca Della Libera il 20 febbraio al Conservatorio di S. Cecilia durante la presentazione di un suo libro su Alessandro Scarlatti e la musica sacra a Roma.

Siamo a cavallo fra il sei e il settecento e in città fiorisce una quantità di cappelle musicali che oggi neanche ce le sogniamo. Cantare in uno dei cori è ambizione di molti e soprattutto è un’attività che garantisce un salario sicuro in quei tempi difficili, anche perché, non essendo ammesse le donne, c’è posto pure per i ragazzi (e forse per qualche castrato in incognito).

La cappella musicale era composta dai cantori, dai cappellani corali, dall’organista, da un maestro di grammatica che custodiva anche i libri e dal Maestro di Cappella.

Accanto a tutti questi, nominato a turno fra i cantori c’era un personaggio oscuro ma di grande potere: appunto il puntatore. Il suo ruolo era quello di segnalare tutti coloro che trasgredivano le regole e “darne nota al camerlengo, il quale, avanti di pagare il mese”, detraeva l’ammontare della multa dal salario.

E le trasgressioni potevano essere tantissime in un regolamento così rigido e minuzioso. Rileggiamone alcuni articoli nel linguaggio pomposo e un po’ ridicolo del tempo, sempre tenendo presente che “se alcuno per domandar gratia a un prencipe mondano studia di compor se stesso & le sue parole con habito onesto, gesti decenti, parlar moderato, distintamente e con attentione, con tanta maggior diligenza in luogo sacro ciò convien di fare in pregare l’onnipotente Iddio”. Perciò:

“Non cominciar il versetto sin che l’altro non sia finito, et quelli che contrafaranno saranno multati in baiocchi cinque per ciascuna volta”.

“Nessuno dovrà tenere le labbra serrate, ma tutti nei salmi, hinni et cantici con allegrezza spirituale mandar voci di laude al signor Iddio, sotto pena di esser multati come absenti”.

“Quando si dice il Gloria Patri ogn’uno si cavi la beretta et inchini divotamente il capo”.

“Nessuno di essi cantori o cappellani debba partirsi di Choro (mentre durano li divini uffitij) senza espressa licenza, et al puntatore che altrimente concederà tal licenza in giulij due per ciascuna volta”.

“Non vadino né stiano senza cotta et veste longa et habito clericale, etiam che fosse il giorno over la settimana sua vacante, sotto pena di giuli due per ciascuna volta; et stiano con quella gravità che si richiede, non confabulando o parlando insieme, sotto pena d’un giulio per ciascuna volta; et finiti gli uffitij divini ritornino a spogliarsi senza tumulto ne i luoghi loro ordinarij, sotto pena di baiocchi cinque per ciascuna volta”.

Neanche al collegio convitto di Gian Burrasca.

E c’è anche un premio per la delazione:

 

“Per la lor fatica i detti puntatori habbino de i punti, oltre la rata loro, a ragione del cinque per cento”.


Visto che siamo in argomento, e, più o meno, nello stesso periodo, ci piacerebbe avere la spiegazione (che probabilmente non arriverà mai) di un ritardo inspiegabile.

Andiamo a un concerto per sestetto di liuti. Autori noti (Gabrieli, Kapsperger), bei brani, benissimo eseguiti, però sembrano il lavoro di preparazione di qualcosa di molto più grande che verrà, ma non è ancora maturo. Vai a guardare la data delle composizioni: fine ‘500, inizio ‘600, e ti prende un colpo.

Il fatto è inspiegabile, il ritardo esagerato, l’assenza ingiustificata.

Ma come mai la musica è così indietro, in un’epoca in cui tutte le altre arti sono più che mature? Giotto trecento anni prima già faceva la sua famosa “O”; poi sono arrivati giganti come Leonardo, Raffaello, Tiziano. Architettura e scultura: la cupola di Brunelleschi, Palazzo Farnese, San Pietro, la Pietà. Letteratura e poesia con Dante, Petrarca, Tasso.

Colombo era andato e tornato dall’America. E la musica? Strumenti afoni o imprecisi e stonati, comunque primitivi; melodie scarne, accompagnamenti precari. Le voci, sì, ma solo quelle. Altro che colonnati e basiliche!

Il Beethoven dell’architettura e della pittura e il Michelangelo della musica, che dovrebbero essere contemporanei, sono separati da tre secoli. Inspiegabile.

Certo, poi le cose si sono un po’ aggiustate, grazie alla tecnologia che ha riequilibrato il gap con la possibilità, prima inesistente, di fissare la musica, sia scritta che eseguita, come da sempre si fissa la scultura, la scrittura, l’architettura.

Però non si spiega lo stesso, o no?

Forse è inutile insistere.


I Santi degli Ultimi Giorni


Lontana, in periferia, fra il GRA e i vari Le Roy Merlin, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

 

Tutti con accento americano, tutti efficientissimi e cortesi. Insomma, sembra di essere ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.


La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli. 

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che siano animati tutti da un comune desiderio di comunicarci quanto sono felici.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi imbottiti, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o con scene naturalistiche alla Disney: cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, ma molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

 

Procediamo nella visita guidata fino al centro visitatori, dove ci fanno finalmente togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, appare ai nostri occhi esterrefatti questo.
Uno degli accompagnatori, sempre in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re: un po’ scrostata, spigoli di pietre, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora, tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutto questo miele ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà nella trattoria sotto casa davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati.

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, felici, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

 

 

L'anno del maiale



Giovedì 7 febbraio. Tutti In fila con i nostri accrediti davanti al Museo Borghese al cui ingresso ci riceve questo marmoreo signore in atteggiamento non si sa bene se perplesso o sconsolato. Lo scopriremo.

Dentro si festeggia il capodanno cinese. Del quale siamo sicuri che, da queste parti, non importerebbe un fico secco a nessuno, se non fosse per il fatto che i turisti cinesi sono diventati improvvisamente i migliori clienti delle boutique del lusso di Roma, che sono, per l’appunto, le organizzatrici dell’evento.

Piccola parentesi indotta dalla lettura sul giornale di un trafiletto che annuncia, da parte dell’Emporio Armani, la dedica al maiale della nuova collezione, che si chiama “Chinese New Year”. Al maiale, che è l’animale del nuovo anno nella simbologia astrologica cinese, ci si riferisce come a un esempio di diligenza, compassione e generosità (testuali parole; e pensare che noi occidentali lo consideriamo da sempre solo buono da salsicce; che rozzi che siamo!) ed è “presente nella collezione, declinato in forme stilizzate e colori diversi e reinterpretato attraverso simboli tribali”. Armani dixit. Questo è il risibile linguaggio dei comunicati della moda. Ma risponde di sicuro a esigenze commerciali. Ci chiediamo con quali aspettative di successo Armani presenterà questa sua nuova linea all’altra metà dei suoi clienti ricchi: gli arabi, ai quale l’ animale che piace ai cinesi (e a noi) non risulta essere troppo simpatico. 



Torniamo a noi: dentro il museo c’è questo signor Liu Bolin, cinese; secondo i critici e il mercato un geniale artista contemporaneo; secondo noi un furbacchione che se n’è inventata una bella. Lui va in giro per il mondo, si piazza di fronte a uno sfondo ben riconoscibile: il Colosseo, un giardino, un quadro famoso, si fa dipingere vestiti e faccia con le stesse linee e colori dello sfondo (quindi con gli archi del monumento, la cornice e il soggetto del quadro, le foglie del giardino) fino a che, mimetizzato quasi completamente, diventa praticamente invisibile: un camaleonte.

A questo punto un suo assistente gli scatta la foto finale della performance, e questa è l’opera che poi lui firma e, ne siamo certi, i suoi mercanti vendono a suon di dollari, evocando in noi, e di sicuro in tanti altri, forti dubbi sulla sanità mentale dei collezionisti.

Naturalmente l’artista fornisce una sua spiegazione socio-filosofica: “Sparire non è il fine principale del mio lavoro, è solo un modo per trasmettere il mio senso di ansia per gli esseri umani e per l’ambiente, e la mia silenziosa protesta contro l’oppressione da parte del mio governo.”

 



Così ha fatto anche in questa occasione: si è piazzato nella sala dei Caravaggio, davanti al San Girolamo, e, indossati i vestiti e una mascherina di plastica trasparente, si è fatto dare gli ultimi colpi di pennello e finalmente è apparso, anzi scomparso davanti al quadro.

Indubbiamente una trovata d’effetto.

Noi siamo rimasti un po’ delusi in quanto ci aspettavamo che il molto onolevole maestlo Liu si facesse realmente ricoprire di vernice mani, corpo e faccia, ma poi abbiamo letto che per realizzare tutta la performance ci vogliono almeno dieci ore.

La nostra era pura ingenuità: non c’era abbastanza tempo per l’operazione intera, e ci siamo dovuti accontentare.

Anche perché l’organizzazione doveva trovare qualche minuto, prima della chiusura del museo, per offrirci un piccolo rinfresco a base di pizza e mortadella, quest’ultima di sicuro un modesto omaggio al protagonista della serata (il maiale, non Liu), e di ottimo prosecco.

Buon anno (del maiale, naturalmente) e poi tutti a casa.

Sì, tutti a casa, ma per arrivarci abbiamo dovuto percorrere di buon passo il viale alberato che va dal museo a Porta Pinciana nell’oscurità più profonda e inquietante, visto che i lampioni c’erano sì, ma spenti, e dietro i tronchi dei pini ci è parso di intravvedere qualche ceffo in agguato.

Un’altra manifestazione di efficienza di cui ringraziare l’attuale gestione della città.

 

Catholic Horror Show


Prima vi sottoponiamo questo allegro inventario cattolico apostolico romano…

Chiesa di S. Maria dell’Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici di cui due ghignanti, 2 teschi alati dall’aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti ben grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d’alloro e aria strafottente (foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti, una miseria. Meno male che hanno i Caravaggi.

S. Pietro in Vincoli: due scheletri portabandiera molto austeri e compresi.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a varie reliquie dello stesso, fra cui i mezzi guanti insanguinati dalle stimmate.

S. Giovanni de’ Fiorentini: un teschio, 8 putti e, in una nicchia, il piede della Maddalena.

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria in Monterone: altro scheletro che incombe sull’altar maggiore reggendo il ritratto del trapassato, cioè di sé stesso in vita.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l’ovale con il ritratto, più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio.

Gesù e Maria: uno scheletrone tormentatissimo, in un inestricabile viluppo di ossa.

S. Giacomo alla Lungara: un leggiadro scheletrino che vola sulla parete con cartiglio e nome proprio.

S. Maria della Vittoria: sul pavimento due mezzi scheletri (del Bernini) che danzano un can can.

S. Maria del Popolo, il più bello: un mezzo scheletro velato (una dama peccatrice?) dolente e chiuso dietro l’invalicabile grata di una finestrella.

 E così prosegue, scherzando e ridendo, lo show.




Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Durante un concerto nella chiesa della Maddalena, fra una musica e l’altra, ci leggono qualche pagina di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo quivi esibito con una sistemazione da vetrina di alta boutique.

L’espositore è una scatola a due livelli: quello superiore, in lieve penombra, ospita un presumibilmente somigliantissimo manichino del personaggio in costume d’epoca, molto elegante. Di sotto invece, in piena luce, c’è il suo scheletro, bollito, scarnificato, ricomposto, ripulito e lucidato che sembra di plastica e invece è vero; e questo è senza dubbio uno dei migliori numeri del succitato “Catholic Horror Show”.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo “di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha sui sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di sventurati perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente, in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

 

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, dà il suo nome a parecchi ospedali e finalmente diventa santo. Amen.


Bernini, erotico innocente?


Primordiali pressioni emozionali che premono per essere liberate ce le abbiamo dentro tutti. Se siamo artisti ne caviamo qualcosa di interessante, altrimenti no.

Guerre, trionfi, banchetti, sono sempre stati temi diffusi nell’arte romana. Il successivo padrone li ha poi incamerati, naturalmente modificandoli per il nuovo uso.

Per cui la guerra è diventata la vittoria della fede, il trionfo si è trasformata nell’assunzione in cielo dei martiri, il banchetto si è sublimato in eucaristia.

 

C’è però un‘altra rappresentazione che viene dalla stessa eredità, ma non ha passato l’esame, perché è stata declassata da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa, proprio perché bello, anche se erotico) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che la associava all’idea dell’erotismo colpevole: il nudo.


Pur essendo sempre rimasto l’interesse primo degli artisti, il nudo ha subito, più degli altri temi, censure e persecuzioni (i famosi mutandoni fatti dipingere sulle figure del Giudizio Universale di Michelangelo da papa Paolo III a Daniele da Volterra, da quel momento svillaneggiato come il “Braghettone”, anche se per conto suo era un ottimo pittore).

Questo nuovo padrone era la Chiesa: principale, se non unica istituzione culturale ed economica oltre che religiosa; quindi principale, se non unico committente per gli artisti.

I quali potevano rappresentare Cristi, madonne, angeli e santi, anche nudi, sempre di una nudità non estetica, ma dolorosa o del tutto innocente. Cristo crocefisso, i martiri torturati, invece i cherubini, con quei paffuti culettoni e i pisellini minuscoli. Accettate le madonne col seno di fuori, purché in fase di allattamento.

A un certo punto gli artisti, specialmente quelli barocchi, e soprattutto il loro caposcuola, per soddisfare l’esigenza di raccontare l’erotismo decisero di cercarsi un alibi puntando su una delle manifestazioni di santità più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Ecco due righe dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila dove ne racconta una delle sue: “In un'estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d'oro e portava all'estremità una punta di fuoco. L'angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”

Una delle sculture più famose di Gian Lorenzo Bernini è proprio l’Estasi di Santa Teresa che descrive quell’esperienza. Si trova in Santa Maria della Vittoria, barocchissima chiesa, quasi indigesta per l’eccesso di marmi, stucchi e pitture. L’opera, servita dalla suprema poetica maestria nel trattamento del marmo, dalla collocazione sapiente sull’altare, dalla illuminazione naturale studiata da quel grande scenografo che Bernini era, è proprio la rappresentazione erotica, anche se sacra e sublimata dell’abbandono della donna alla possessione di questo dardo. D’oro, d’accordo; per di più in mano a un angelo, certo. Però decisamente allusivo, ci pare.

� più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Non contento, ne fece un’altra, di estasi: quella della beata Lodovica Albertoni, a San Francesco a Ripa, sempre a Roma. Un’estasi più sobria, nel senso che manca l’angelo con il dardo, ma la beata, anche lei scolpita nel marmo della solita indescrivibile morbidezza, se ne sta sdraiata contorcendosi, ben poco sobriamente, sul giaciglio.

E’ chiaro che questo tipo di rappresentazione, mimetizzata sotto il velo della mistica dedizione, faceva venire qualche pensierino a chi la guardava.

Perché, chissà come mai, almeno a giudicare dalla documentazione che ci è arrivata, in estasi ci andavano solo le sante (femmine), mentre gli artisti incaricati del racconto erano tutti maschi.

Si trattava certo di un erotismo sacro, purissimo e soprattutto presentato come momento edificante a uso dei seminaristi (e probabilmente di qualche cardinale porcello, magari lo stesso committente). C’è chi dice che Bernini fosse del tutto privo di malizia, solo preso dal suo innocente desiderio di esaltare la fede della santa. Non lo sappiamo e, detto fra noi, ne dubitiamo un poco.

Rimane il fatto che si tratta di arte realizzata da uomini per altri uomini, usando immagini di donne. Che dichiara di rappresentare un’emozione lecita mentre forse in realtà ne racconta un’altra.

 

Insomma, analizzare il ripieno nascosto in certe ricette artistiche richiederebbe  una scienza che non possediamo. Per nostra fortuna il frutto di queste turbe è stato in molti casi una serie di capolavori. Ringraziamo la natura umana e lasciamo ai nostri occhi il piacere di apprezzarli.


La tisana


Domenica 20, un tedioso pomeriggio di pioggia; umidità al massimo, energia al minimo.

Ci trasciniamo (sono pochi passi) fino a Santa Maria dell’Anima, una delle chiese meglio illuminate di Roma, senz’altro la più pulita e con i marmi, molti e bellissimi, scintillanti di cera. Il nostro amico Flavio Colusso, che ne è il kapellmeister, conferma l’esistenza di una squadretta di suore impegnate nella pulizia e lucidatura di tutto l’apparato. Molto efficienti.

Ah, stiamo dimenticando di dire che si tratta della chiesa ufficiale della nazione tedesca a Roma, che le suorine sono tedesche, e tedesco è il rettore, un monsignore torreggiante che ricorda Federico Barbarossa. Questo spiegherebbe i risultati, crediamo.

C’è un concerto del Puijon Kamarikuoro, un gruppo vocale finlandese con un programma di classici noti e meno noti. Sono bravissimi, perfettamente omogeneizzati, tranquillizzanti: proprio la tisana che ci vuole in un pomeriggio schifoso come questo.

E infatti, lo spettatore si rilassa sempre più, si dispone alla contemplazione e, seguendo un vago ma irresistibile richiamo mistico-musicale rivolto al supremo, alza gli occhi al cielo.

Ma c’è un problema: il cielo, anzi il soffitto della chiesa è sbilenco. Che la tisana sia stata manipolata? Come lo erano quei deliziosi infusi a base di erba che sorbivamo negli anni ’70, per sentirci trasportare su soffici nubi, dalle quali, dopo, era maledettamente difficile scendere?

Ripresa la padronanza della visione, la realtà planimetrica non cambia. Urge un’indagine. Finito il concerto, accolto da sobri applausi di stampo scandinavo, eccoci a casa a verificare sui libri. E’ tutto vero: la pianta della chiesa è come uno di quegli scatoloni di cartone che si adoperano nei traslochi. All’inizio hanno tutti gli angoli perfettamente retti, ma dopo due o tre viaggi, cominciano ad allungarsi da una parte e accorciarsi dall’altra, diventando più losanghe che quadrati.

Lo stesso è successo alla chiesa, non si sa perché: probabilmente per adeguarsi al perimetro della proprietà che qualche facoltoso mercante teutonico doveva aver donata alla comunità.

Comunque, visto che la baracca sta in piedi da cinque secoli, sulla sua solidità, rettangolo o losanga che sia, non c’è proprio niente da dire. La foto non è manipolata e l’anomalia diventa ancora più evidente osservando la disposizione dei marmi sul pavimento. Andare a vedere per credere.

 


Il Fogolâr Furlan.
Palazzo Ferrajoli è una di quelle modeste dimore rinascimentali costruite nel centro storico di Roma, di solito con vista su qualche insignificante monumentino del passato imperiale dell’Urbe, come si può constatare dalla foto qui accanto scattata appunto dal salotto di casa.

Qui, giovedì 17, ospite della Regione Friuli, il Fogolâr Furlan, il sodalizio che riunisce i friulani di Roma, ha presentato un interessante libro “Novecento Friulano a Roma”, che è una rassegna, quanto mai accurata e dettagliata fin all’atto di battesimo o alla lista (con annesso menù) dei partecipanti alle cene sociali, di tutti i compaesani di qualche peso scesi in città nell’ultimo secolo.

Il Cav. Serpente, originario di quelle parti, ma ormai lontano da troppi anni, si è trovato continuamente sballottato fra emozioni di riconoscimento di luoghi e tradizioni e attacchi di smarrimento quando qualcuno dei relatori (tutti con nomi tipo Zanìn, Meneghìn, Cottarìn) decideva di sparare un proverbio o raccontare una storia in furlàn, che, come è noto, più che un dialetto è una lingua, e anche quasi impossibile da capire.

Sono state due ore e mezzo piacevoli, anche se spesso sul filo del rasoio. Purtroppo con un finale asciutto.

Nel senso che, dopo tutto quel parlare del Friuli, dei Friulani, delle loro storie e delle loro squisitezze pensavamo di meritare almeno un calice di Ribolla Gialla.

Invece: ciao ciao, e tutti a casa sotto l’acqua di un bel temporale (forse la punizione per le nostre malriposte aspettative alcoliche).

La prossima volta avanzeremo una mozione in favore di una maggiore attenzione verso l’enogastronomia locale.

 

Il fiato dell'organo


13 dicembre 2018, giovedì. S. Giovanni dei Fiorentini, una chiesa di proporzioni nobilissime; per noi la più elegante di Roma. Rinascimento puro, bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi.

Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a queste presenze occasionali, l’eccesso in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri contesti troppo ricchi, colpisce.

Una specie di estetica mitridatizzazione.

In questa chiesa c’è un vasto assortimento di curiosità: dalla tomba del Marchese del Grillo a quella di Francesco Borromini. C’è anche, a sinistra dell’altar maggiore, una nicchia con una reliquia avvolta nell’oro: si tratta del piede di Maria Maddalena, presentato da un cartello che dichiara, in italiano: “Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto”. C’è anche la versione inglese, ma di quella ci occuperemo dopo.

Ton Koopman siede al grande organo di Filippo Testa del 1680, restaurato dal Formentelli nel 1995. Considerato il migliore organo barocco di Roma, apprezzato fin dalla sua costruzione da compositori e solisti, è inerpicato in cima alla controfacciata, con accesso attraverso una scaletta a chiocciola trapanata nel muro.

E’ una serata del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro e Koopman suona magnificamente, come d’altra parte si ha il diritto di aspettarsi da un signore che è fra i grandi solisti del mondo.

Mentre ascoltiamo, senza niente da guardare, perché il virtuoso se ne sta lassù, invisibile, appollaiato davanti alla tastiera, liberati dal vincolo dell’immagine che a un concerto di solito distrae un po’, ci abbandoniamo alla musica e anche ai pensieri in libertà.

Ci siamo ricordati un evento al quale eravamo presenti sei anni fa, il 12/12/12, lo stesso luogo e quasi lo stesso giorno: penultimo concerto di Nuova Consonanza, dedicato all’organo antico nella musica contemporanea. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni e uomo spiritosissimo che ci ha fatto sorridere quando, prima del concerto, lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta.

Un organista suona anche con i piedi, ci ha fatto notare, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini fra loro, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe (parole sue).

A fine concerto, dopo un turbine di applausi, riemerse dalla chiocciola dell’organo e ci venne a salutare tutti. Aveva un’aria un po’ strana, un po’ smarrita, fra le nuvole. La mattina dopo non si svegliò. Che bell’uscita di scena: in gloria; e non è un modo di dire.

 

       A proposito dell’organo abbiamo anche una riflessione che ci gorgoglia in gola da un po’, e la comunichiamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti.

        L’organo è uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Violini e violoni respirano a ogni su e giù dell’archetto, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo lui non ne ha bisogno.

E così, con tutto il carico della sua maestà, dolcezza o potenza, per empatia fisiologica ci mette in affanno.

 

…e per concludere in bellezza, non vogliamo privare i nostri amici anglofoni del sottile godimento che, siamo sicuri, li pervaderà nel leggere la versione tradotta a uso dei turisti della scritta italiana che abbiamo citato prima.

Eccola qui che presenta (in tutto il suo makkeronik english) il piede della Maddalena.

Una bella chicca, eh?

 

 

WeGil, ma che vuol dire?

            

Durante il Ventennio era la sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio, poi, abbandonata e in seguito recuperata, è stata per un breve periodo la Ex Gil, nome burocratico che, nella sua mancanza di fantasia, non richiedeva commenti.

Adesso è diventata WeGil, e a questo punto, siccome il commento lo sentivamo necessario ma non ci veniva in mente niente di intelligente, siamo andati a cercarlo sul sito del Comune.

Eccolo: “Il nuovo nome di quello che si propone come un hub culturale a disposizione della città è WeGil, dove “We” = “Noi” (chissà perché in inglese – nota del Cav. Serpente) si oppone all’“Io” del soggettivismo imperante e narcisistico dei nostri tempi proponendo invece un contesto di apertura e condivisione”.

Aria fritta, e pure di qualità scadente.

Noi che siamo gente semplice, quando leggiamo WeGil capiamo quanto segue: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”, il che, oltre che fuori epoca di alcune decine di anni, ci pare anche abbastanza di cattivo gusto.

 Oggi alla WeGil c’è “L’aria del tempo”, una mostra fotografica di Massimo Sestini.

Nell’edificio di Luigi Moretti a Trastevere, di essenziale bellezza razionalista e ovviamente fascista (leggere sulla facciata uno dei tanti e tutti geniali slogan del regime), ci siamo lustrati gli occhi sulle affascinanti foto zenitali di Sestini.

Quest’uomo riesce sempre a essere esattamente sulla verticale dei fatti.  

C’è di tutto nelle sue immagini: violenza, sport, fabbriche, città, strade e perfino il bel lavoretto portato a termine a suo tempo dal comandante Schettino.

La più divertente è questa domenica in spiaggia a Ostia: magroline e budellone, tutte spalmate sui lettini a ustionarsi al sole. Chissà come avrà fatto il fotografo a trovarsi proprio lì sopra: elicottero? superleggero? mongolfiera?

Le visioni aeree sono sempre magiche perché con l’obiettivo vola anche l’occhio dello spettatore e uno sguardo, forse immaginabile ma certamente irrealizzabile, diventa possibile.

                                            

  

Associazioni a delinquere

 


Continuano le belle giornate: che facciamo, stiamo chiusi in casa? No di certo. E allora eccoci a vagare per i Fori dove, in varie postazioni e in un formicolio di turisti, si ramifica la nuova mostra  “Roma universalis”, una riflessione sulla famiglia imperiale dei Severi e sull’arte della loro epoca.

In questa occasione abbiamo rivissuto lo stesso dolore di qualche tempo fa alla Centrale Montemartini, quando ci erano capitati sotto gli occhi i meravigliosi corpi feriti di Apolli o Mercuri ritrovati dentro e sotto i muretti del giardino di Villa Rivaldi all’epoca della demolizione della Velia per la creazione di Via dell’Impero.

Uno strazio che continua a dilaniarci anche oggi che, in mostra nel Tempio di Romolo, ci fanno vedere squisiti frammenti di sculture, con didascalie che ci raccontano il loro recupero dalle fondamenta di una stalla, dagli stipiti di una casupola, dai pilastri corrosi di una cappella in cui erano stati usati come inerte materiale riempitivo insieme alla malta.

Capito la terribile sofferenza? L’arte che non era già finita bruciata nelle calcare: ritratti, erme, mani e piedi di marmo, cadeva nell’impasto, neanche fossero vecchi mattoni rotti, tanto per fare massa.

Per attribuire le responsabilità dello scempio (un giudizio astratto perché ormai gli imputati si sono resi irreperibili nel tempo), insieme ai frammenti bisogna fare emergere cosa muoveva i titolari delle associazioni a delinquere di cui stiamo parlando.

Da una parte c’erano i committenti: signorotti dell’epoca buia, ma anche abati o commercianti appena arricchiti a cui interessava solo occupare uno dei tanti spazi liberi in mezzo alle rovine della grandezza classica e farsi il palazzetto, il monastero, la bottega, arraffando e riutilizzando a casaccio tutto quello che trovavano nei dintorni.

Per loro lavoravano i rozzi muratori, in fondo colpevoli solo preterintenzionali (che ne sapevano di arte?), ai quali bastava avere in mano una pietra da mescolare con la malta, e neanche si accorgevano che quel sasso era una pregevole scultura.

Intendiamoci, più tardi arrivarono anche nobiloni e papi che invece di accontentarsi delle discariche storiche non esitarono a demolire i monumenti imperiali ancora in piedi per rapinare questa colonna, o quel ricco cornicione con cui adornare il palazzo di famiglia o la basilica.


Ma i veri criminali, i creatori di tutto quel mirabile, involontario materiale da costruzione, furono i primi fanatici (in questo caso cristiani, ma come abbiamo visto in seguito, la religione non era importante: era il fanatismo che contava) per cui i volti sensuali di ninfe e dee, gli eleganti corpi nudi di atleti o di fanciulli, incarnazioni dell’edonistico paganesimo dovevano essere distrutti a tutti i costi incendiando i templi, radendo al suolo i palazzi, spaccando a colpi di mazza le eleganti e quindi peccaminose fattezze degli idoli belli.

Perché la bellezza, la nudità, la libertà erano, e sono state da allora, il peccato.

Un atteggiamento che ha continuato a ripresentarsi con il passare dei secoli. Con un rimando attuale agli integralisti che negli ultimi anni si sono dedicati con lo stesso gusto e applicazione a distruggere tutto quello di bello che c’era ancora nei dintorni e che non coincideva con la loro mortificante interpretazione della religione.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi sensibile a questo dolore, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, anche se contestato, ci è parso istruttivo sull’argomento: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey.

 

Soffrirà, ma saprà.


P.S. Questo meraviglioso pezzo di preziosissimo porfido, alla cui carnale bellezza non abbiamo saputo resistere, era una delle quattro colonne di guardia all’ingresso della Basilica di Massenzio al Foro. Chissà come ha fatto a salvarsi (forse salvarsi è una parola grossa: diciamo allora a sopravvivere come frammento).

Un bagno di lusso


Mercoledì 19 dicembre. Giornata di sole primaverile. A Caracalla per una bella iniziativa: la visita alle Terme accompagnata dalle musiche di Alvin Curran, diffuse con effetto molto emozionante perché difficile individuarne la fonte, da misteriosi altoparlanti nascosti fra i ruderi.

Sottofondi musicali minimalisti, tappeti sonori prolungati, versi di animali, fra cui, dichiara il compositore, anche l’ululato della lupa di Roma.

Un altro, come spesso ci accade di constatare durante gli eventi all’aperto, è l’ululato che si fonde sempre bene con qualsiasi tipo di musica: la sirena di un’ambulanza, dei pompieri o della polizia, con il suo richiamo un po’ minaccioso, un po’ lugubre, ma sempre di lontananza, quasi un memento della caducità delle cose (e dei suoni).

Ritorniamo sulla terra. Il pensiero che una delle massime esibizioni di generosa magnificenza, di arte e di potere, da parte dell’imperatore di Roma, l’uomo più importante dell’antichità, fosse un bagno pubblico da mettere a disposizione del popolo molto ci stupisce e nello stesso tempo ci racconta quante cose sono cambiate negli ultimi due millenni.

Acqua corrente calda e fredda, latrine efficienti, riscaldamento centralizzato; altro che pitali fetidi e tossici bracieri! Quotidianità per noi scontate e ormai diventate individuali e private, che all’epoca erano il massimo del lusso e quindi della gratitudine che l’imperatore poteva pretendere dalla sua gente regalandogliele. E naturalmente, essendo il massimo del lusso erano abbellite con tutto il meglio che il mondo di allora poteva dare a Roma. Niente anonime piastrelle bianche o rubinetti cromati come oggi. No: i saloni erano pavimentati con marmi rarissimi, ornati di statue stupende, immense colonne monolitiche e sontuose vasche di granito. Ori, argenti, bronzi dappertutto.

Le Terme di Caracalla. Dieci anni per stiparle d’arte e quindici secoli per svuotarle, abbastanza da riempire i musei di mezzo mondo (e chissà poi quanta altra roba è andata distrutta).

 

Certo adesso sono rimasti solo i muri di mattoni; non c’è più neanche un frammento di materiali preziosi. Eppure, anche a confronto con grandi costruzioni posteriori, un palazzo rinascimentale, una chiesa barocca, belli, ricchi, armoniosi quanto vogliamo, qui la suggestione è un’altra, perché questi muri, questi archi cariati, queste volte in bilico hanno un ornamento in più: il tempo.



Stesso giorno, stesso sole.

Impossibile resistere alla notizia: in prestito dall’Hermitage, al Rhinoceros di Fendi è arrivato l’adolescente di Michelangelo.

Il nuovo spazio, di cui abbiamo già parlato, è proprio accanto all’arco di Giano, al Velabro, una zona di grande bellezza archeologica, specialmente con il sole che brilla.

Inservienti gentilissimi, ingresso libero, grandi pannelli con informazioni accuratissime, ricche di cenni storici e biografici. E in più, nel testo, l’aggiunta di un curioso accenno alla mancanza di genitali della statua, il che, prosegue lo scritto, ha creato confusione nel cercare di capire i riferimenti dell’opera (il classico Spinario?) o di interpretarne il messaggio nascosto.

Confessiamo che il nesso fra genitali mancanti e qualunque ipotesi di interpretazione ci sfugge, ma chi siamo noi per giudicare?

L’adolescente è esposto, con fine scelta coreografica, da solo al centro di una saletta scura, appena illuminato da un candelabro e guardato a vista da due Rambi col pistolone.

Superflui ma di grande effetto.

La statua è più piccola di come ce la aspettavamo. E’ bella, non per la sua finitura, che non c’è, ma per l’impostazione del movimento e della tensione muscolare, che invece c’è tutta, e ci convince che è proprio di Michelangelo, un Michelangelo non finito, come in giro ce ne sono tanti altri.

 

La faccenda dei genitali…mah. Comunque, con tutto il suo serioso tono accademico, un po’ fa ridere.

Mai 'na gioia

 

 

Al Museo di Roma, il palazzo megalomaniacalmente costruito in dimensioni esagerate a Piazza Navona da Pio VI Braschi, l’ultimo vero papa nepotista (peraltro ben ripagato da una famiglia di cialtroni che riuscirono in pochi anni a spararsi la fortuna del casato) si inaugura il 7 dicembre una mostra intitolata: “Paolo VI, il papa degli artisti”.

“Mamma mia che impressione!” Spontanea ci esce di bocca la vecchia battuta di Alberto Sordi, che magari non tutti ricordano, ma che riflette a puntino il nostro stato d’animo alla prima occhiata in giro.

Incuranti di questo subitaneo empito, abbiamo comunque esaminato con attenzione sincera e critica tutte le opere, una a una.

E, mamma mia, come siamo rimasti impressionati! (sempre nel senso di Sordi).

Sappiamo bene che una volta Roma era piena di grandi mecenati, protettori delle arti e degli artisti, e questi erano, ancor più di tutti gli altri, i principi della Chiesa: priori, vescovi, cardinali e, in cima alla piramide, i papi.

Bisogna anche dire che all’epoca avevano a disposizione un materiale umano e artistico niente male: Raffaello, Michelangelo, Bernini, Borromini…

E’ chiaro che con quelle premesse la faccenda funzionava benone.

Alcuni secoli dopo, ai tempi di Paolo VI, cioè praticamente ieri, si dev’essere inceppato qualcosa perché quel bel fiume mecenatesco che una volta scorreva copioso oggi appare del tutto inaridito. Sarà stata la fine della committenza ecclesiastica, sarà stata la nascita del mercato privato, (sarà che noi siamo un po’ troppo snob) fatto sta che questo triste declino ci si è manifestato in tutta la sua realtà a Palazzo Braschi.

Nella presentazione stampa della collezione papale si citavano Morandi, Casorati, Sironi, Severini, Fontana e Picasso. Noi, appesi al muro, abbiamo visto, oltre a un paio di discutibili abbozzi di Guttuso e Pirandello, le firme di Hector Nava, Trento Longaretti, Aldo Carpi. Di quest’ultimo vi presentiamo qui la “Preghiera nel cenacolo”.

No comment.

Talvolta il silenzio è peggio di un’invettiva. 

E proprio questo, lo confessiamo, è il nostro messaggio.



Il buio oltre l’arco.

In questo momento in cui la carta stampata annaspa pericolosamente sull’orlo della palude c’è un benemerito editore che continua a pubblicare a rotta di collo e a presentare con grande fantasia le sue produzioni presso conventi, ambasciate, istituti di cultura e soprattutto nel bellissimo spazio-libreria con sala incontri che possiede a Via Giulia.

Gangemi, si chiama l’editore.

Eravamo lì martedì quattro dicembre per il battesimo di “Bomarzo: guida al sacro bosco” di Antonio Rocca, padrini gli eminenti studiosi, prof. Ficacci e prof. Strinati, due signori dalla fluida eloquenza, capaci di trasformare un brodino insipido in una piccante creazione culinaria. Insomma, anche senza esagerare con l’entusiasmo, non c’era proprio da addormentarsi.

Il problema era ed è sempre stato un altro, che si ripresenta da quando noi frequentiamo quell’indirizzo. La messa in scena degli eventi.

Tutti i manuali di spettacolo definiscono il palcoscenico come lo spazio verso cui deve convergere l’attenzione del pubblico, il quale, a sua volta, è bene che si trovi in una condizione tale da non essere distratto e da non distrarre.

Come si arriva a questo risultato? Con una oculata regia dell’interazione fra i relatori (e qui ci siamo), con un arredo confortevole (e anche qui ci siamo) e soprattutto con un’illuminazione appropriata (e qui non ci siamo affatto).

Purtroppo da Gangemi latita sempre quest’ultimo importante elemento. Ed è un peccato perché le conversazioni sono spesso avvincenti, gli argomenti trattati interessanti, l’aria che circola stimolante e colta.

Si osservi la foto allegata: forti neon ardono sulle teste spesso pelate e quindi riflettenti (non fraintendeteci: non parliamo dell’elaborazione del pensiero che avviene all’interno, ma del rimbalzo della luce che si manifesta all’esterno dei crani) del pubblico, e questo può essere comodo per chi vuole prendere appunti; però lo spazio riservato ai relatori, il palcoscenico al di là dell’arco in fondo alla sala, dove si intravvede a stento la silhouette del prof. Strinati, è inghiottito dall’ombra, diventa un limbo immateriale e così rimane durante tutta la cerimonia. E’ un peccato.

In fondo basterebbero due faretti bene orientati. Più un interruttore o un semplice dimmer in sala, che magari ci sono, ma non c’è nessuno che li sappia o voglia adoperare.

 

Confermando la nostra ammirazione per la bontà delle iniziative, ci pare opportuno suggerire alla gestione questa semplice ed economica accortezza. Vedete voi.

Pratibus et Maxxi

           

 Pratibus. Per una volta tanto questo geniale nome finto latino non è merito nostro. Se lo sono inventato l’ATAC e la GNAM per battezzare questa magnifica iniziativa. Pratibus è Prati (nel senso del quartiere di Roma al di la del Tevere) più bus (nel senso di veicolo per il trasporto pubblico).

In pratica l’ATAC, che fin’ora non ne aveva fatta una giusta, ha scoperto di avere una immensa area da dismettere nel bel mezzo del quartiere e insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha deciso di riciclare questi infiniti spazi, invece di lasciarli imputridire, e di dedicarli all’arte.

Una trovata che ci ha stupiti per la sua civiltà. Certo, questo dovrebbe risultare naturale per tutti, senza provocare meraviglia. Ma lasciamo perdere…


Ci siamo infilati nel cancello d’ingresso su Viale Angelico 52, salutati da un cortese usciere (lì dentro eravamo soli: l’iniziativa è ancora sconosciuta) e ce ne siamo andati in giro con quella sensazione da ragazzi della Via Paal che si intrufolano dove non dovrebbero.

Invece del bus N. 64 o del 13, c’erano due bufali nel capannone rimessa, un orso nel tunnel di lavaggio e un rinoceronte nell’ingresso: vetroresine e bronzi della serie Animal House di Davide Rivolta, dalla GNAM.

Beh, c’è da restare quasi impietriti a incontrare quegli animalacci a grandezza naturale in uno spazio che di naturale ha ben poco, destinato com’è stato da sempre, anche se ormai non più, a ospedale meccanico.

Naturalmente non sappiamo quale sarà la nostra reazione a ritornarci in qualche futura inaugurazione (già si avverte una cert’aria intellettual-mondana nell’arredo di bambù e piante esotiche che stanno allestendo in cortile).

Per fortuna all’ingresso c’è ancora, avvinghiata alla saracinesca, una decrepita vite gemellata a un esile nespolo: umili piante, giuste per ricordare il passato modesto di un vecchio capannone ormai destinato a diventare un moderno loft con un nuovo nome: Pratibus District. 


 

Maxxi. Già che c’eravamo abbiamo fatto anche una puntatina al Maxxi, che non è lontano.

C’è in mostra una selezione di opere recenti, donate o acquisite: una strenna di giocattoli per adulti. Grandi dimensioni, colori accesissimi, luci accecanti. Se l’arte figurativa producesse anche suoni ascolteremmo un concitato parlottio con qualche schiamazzo qua e là, tanto per farsi notare, e un grande sgomitare per uscire dalla massa.

Per fortuna il perfetto silenzio ci ha dato il tempo per la solita, magari vecchia ma ogni volta rinnovata conclusione: in quel museo l’opera d’arte non è quella in esposizione, è il contenitore stesso con i suoi spazi così avvolgenti e morbidi. Il ripieno conta davvero poco.

Un salto dall’altra parte del cortile, all’Extra Maxxi dove al primo piano (ascensore guasto, of course) varie sale ospitano una completissima mostra di Zerocalcare.

Anche qui una considerazione ci risale in gola, quasi un rigurgito gastrico: che senso ha andare a scrutare, attaccate alle pareti, le tavole di disegni, belli, che possiamo vedere nella loro naturale destinazione, cioè le pagine, di solito di grande formato di un fumetto (pardon: graphic novel), magari comodi in poltrona a casa, o semplicemente seduti al bar davanti a un cappuccino?

Naturalmente nessun valore vogliamo togliere all’argutissima mano dell’autore, che è acuto e attento, come sappiamo tutti. La nostra punzecchiatura è solo per il tipo di scelta, che a nostro parere non funziona proprio perché superflua nel suo sforzo di raggiungere uno scopo che non serve.

E adesso, lasciamo da parte i fumetti e buttiamo un occhio sulla splendida monocroma architettura del Maxxi ravvivata solo dal dorato colore del tramonto riflesso nella vetrata.

 

E’ o non è un capolavoro?