Le Belle Sederone al Museo e Altre Curiosità


Non ci si può distrarre un momento che prima la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini (Pierre Subleyras – Nudo di schiena),

 

poi la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Valle Giulia (un quadro enorme di cui non ricordiamo né il titolo né l’autore) ne approfittano per prendersi una vacanza dal solito schema del nudo mitologico o storico, comunque a-sexy, per sbatterci sotto gli occhi queste prosperose signore e signorine sole o in mucchio. 



Niente di male, anzi vorremmo approfittare di questa generosa offerta per andare avanti.


Bene. Lasciamoci dietro queste bellezze, percorriamo tutta Piazza Navona, entriamo in un portone invaso sorprendentemente dai tavolini di un caffè e ci troviamo a Palazzo Braschi, il Museo di Roma.

Da evitare con la massima cura la superaffollata mostra di Canova, della quale, avendola già vista, possiamo solo dire: “Troppo gesso e troppo poco marmo”, nel senso che si tratta quasi interamente dei bozzetti in gesso delle opere del maestro, con vicine poche realizzazioni finali in marmo.

 

Ci imbarchiamo su un moderno ascensore con voce sintetica incorporata che quando va su ci avverte: “L’ascensore sale – lift going up”, e quando va giù ci ricorda: “L’ascensore scende – lift going down”. Meno male, altrimenti rischiavamo di smarrirci nello spazio infinito.



E sbarchiamo al terzo piano, completamente deserto, dove è allestita con gusto una storia delle demolizioni di fine ‘800, inizio ‘900, con una mostra di cocci e frammenti recuperati. Ma
soprattutto con la proiezione di filmati d’epoca in cui, oltre alle autorità in cilindro o in stivaloni e fez, a seconda del momento storico, si vedono squadre di muratori kamikaze allegramente impegnati a demolire a picconate i muri su cui sono appollaiati, a decine di metri da terra. Quanti ne saranno precipitati non lo sapremo mai.

Ma è al secondo piano, dedicato al costume di Roma nei secoli, che ci sorprende questa foto del Carnevale di Rio: è proprio quel baraccone, quei pennacchi, quel kitsch.

Incongruo? Eh no! E’ il “Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia”, un quadrone strapieno di figure di Filippo Gagliardi, 1656. Come si suol dire: tutto il mondo è paese.

 

 


Due sale dopo, un busto di Papa Clemente X, di Bernini con ancora i supporti per le parti fragili. Ci riporta alla controversa teoria sulla presenza di questi elementi utilitari, della stessa materia della statua ma lasciati grezzi, che si trovano talvolta anche sui marmi romani. Che non sono, intendiamoci quei sostegni funzionali alla statica dell’opera, come panneggi immaginati a fianco della figura umana per sostenerla, oppure tronchi o rocce sotto la pancia di cavalli o altri animali. Sono rinforzi di protezione per il trasporto, fatti per essere eliminati quando l’opera arriva a destinazione. Perché a lasciarli (anche se per convenzione artistica lo spettatore non dovrebbe notarli) sono proprio brutti. E allora perché sono rimasti? E’ la mancata risposta che rende controversa la teoria.



Un altro bell’esempio è nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini: un San Paolo di Francesco Mochi, 1634, anche lui con il suo bel pezzo di pietra, grezzissimo, a tutela di braccio e mano.



Decidiamo di sforare le due pagine tradizionali dei nostri articoletti per segnalare un'altra curiosità dello stesso genere, un po’ meno artistica; stavolta non al museo ma all’aperto, precisamente sul muro laterale esterno della Porta Appia (S. Sebastiano).
Sono quei tre piroli lasciati, ancora in cava, sporgenti dalle pietre grezze per poterle fissare alle funi e issarle sui muri in costruzione. Normalmente a fine lavori venivano eliminati per poi levigare tutta la superficie, ma qualche volta gli scalpellini maliziosi, con la presumibile complicità del capomastro, ne lasciavano qualcuno con la  precisa funzione di scacciare la malasorte (e dalla loro forma, si intuisce a quale potente parte anatomica si riferissero).

 

 

E, visto che abbiamo invaso anche la terza pagina, tanto vale concludere occupando lo spazio che rimane con l’immagine di quello che si vede dalle finestre del Museo di Roma.

Ci pare che ne valga la pena.

 



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La Magnifica Fregatura

Passata una settimana, come risarcimento per la cupezza di quella precedente ce ne andiamo a spasso per la stessa Roma che ci aveva tanto rabbuiati. E naturalmente, troviamo tutto diverso.

 

All’Arco di Giano, nella zona che gli sventramenti degli anni ’30 hanno liberato dalle catapecchie medievali (con qualche probabile sacrificio di edifici di valore), la Fondazione Fendi di tanto in tanto ci ospita, in un suo spazio restaurato, con proposte interessanti. Oggi c’è questo El Greco arrivato dritto dall’Hermitage. Bel quadro, bene illuminato in una stanza altrimenti tutta buia, che è precisamente il modo migliore per apprezzare un’opera d’arte: attenzione concentrata sulla luce e nessuna distrazione. 




Dopo, per non farci mancare niente, due passi e siamo ai Mercati Traianei per “Cives, Civitas, Civilitas” bel titolo di una mostra struggente non tanto per quello che racconta (interessanti plastici di edifici romani dell’epoca imperiale) quanto per quello che ci fa rimpiangere perché, a testimonianza di tutta quella magnificenza, rimangono solo frammenti, a loro volta magnifici per la bellezza dell’esecuzione, per la forza della rappresentazione e, non ultimo, per lo splendore dei materiali. E’ che perfino un piccolo pezzo di marmo squisitamente lavorato mantiene tutta la sua magnificenza anche dopo i millenni.

 

E poi è impossibile rimanere indifferenti di fronte a ciò che si vede dall’alto dei Mercati mentre il sole comincia a scendere dietro quella che sembra una magnifica quinta di teatro e invece è Roma.



Magnifico come il magnifico crepuscolo è il “Magnificat” di Angelo Bruzzese che ascoltiamo pochi minuti dopo nel concerto di apertura del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, magnificamente eseguito fra i fiori e sullo sfondo del barocchissimo tabernacolo della basilici dei Santi Cosma e Damiano, un edificio spuntato nei secoli fra le mura del Foro della Pace e del Tempio di Romolo, che sta proprio dietro l’angolo.

 

 


Sempre per non farci mancare niente, appena usciti dal concerto (nel frattempo si è rannuvolato), ecco come ci stravolgono l’anima le colonne della Basilica Ulpia in uno strepitoso bagno di colori che, sorprendentemente, richiamano quelli del Greco.

 



E poi, tanto per gradire, tornando a casa, la buona notte ce la danno i marmi magnificamente illuminati del Tempio di Marte Ultore al Foro di Augusto.


Ora, ditemi se questa non è la vera Magnifica Fregatura di Roma, la sua maledizione, perché quando a uno che fa due passi, non di più, per il centro, la città gli sbatte in faccia questa magnificenza, ma come ci si può aspettare che vada a letto presto per essere efficiente l’indomani in ufficio, che parcheggi correttamente per non intralciare, che faccia la raccolta differenziata?

Certo che potrebbe farlo, il romano, tutto questo, ma bisogna riconoscere che anche lui è umano, debole, ricattabile e anche un po’ ubriaco. Ubriaco di bellezza. Che sta lì, e non serve andare a lavorare per averla.

 

E’ una situazione senza uscita. Non ce la faremo mai.  


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Stupidità


Vorremmo cominciare il 2020 con una considerazione che a nostro parere spiega tutto quello che di inspiegabile accade quotidianamente a Roma. Eccola.

“Mai attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità”(*).

Sera del 24 dicembre, vigilia di Natale. Lampioni spenti in buona parte del centro storico, di sicuro in piazza della Rotonda, dove c’è (anche se si vede poco) il Panteon e in Piazza di Pietra, dove c’è (e si vede ancora meno) il Tempio di Adriano.

 

Due monumenti di struggente bellezza e di indiscutibile valore storico e artistico, che sarebbero fonte di ammirazione, rispetto e, perché no? anche di valuta, se solo il povero turista riuscisse a identificarli.



Invece no: buio pesto. Al Panteon, qualche tempo fa avevano installato fra i sanpietrini della pavimentazione otto fari che proiettavano un bel fascio di luce lungo il fusto delle otto grandi colone di granito grigio con un effetto molto suggestivo. Noi che ci passiamo davanti spesso abbiamo assistito al fulminarsi di queste luci una alla volta finché non ne è rimasta accesa nessuna. Evidentemente l’elettricista del comune aveva sempre altro da fare. Bisogna capirlo (*).



A Piazza di Pietra le meravigliose colonne scanalate di marmo bianco del Tempio di Adriano erano anche loro normalmente accarezzate da luci, qualche volta colorate, perfette per sottolinearne la snella eleganza. Il 24 sera, di questo miracolo neanche l’ombra.
Nella piazza, piccola e raccolta non ci sono vetrine accese, quindi questa nera pece percorsa da membrature solo vagamente più chiare era tutto quello che i passanti riuscivano a vedere della maestosa struttura (*).

E Piazza Navona? Con il mercatino di Natale già aperto, qualcuno al Comune ha trovato qualcosa che non andava e ha oscurato le bancarelle. Anche lì, il 24 c’era solo un misero campo profughi abbandonato.  Pensarci prima e fare un controllo, no, vero? Sono intervenuti dopo, in modo di bloccare tutto, come da abituale inefficienza abbinata a inutile severità (*).


In compenso a Piazza di Spagna la luce c’è, ma qui sono riusciti a usarla proprio male.

Quattro faretti colorati che da terra sparano questa bella passata di pomodoro spalmandola solo sul davanti delle altrimenti candide statue raggruppate ai piedi della colonna dell’Immacolata.

Ma perché, il marmo bianco non andava bene?

E’ davvero difficile rispondere (*).

 

E veniamo al punto. Complottisti di nostra conoscenza denunciano manovre della rivale Milano per infangare l’immagine di Roma. Altri attribuiscono all’opposizione politica iniziative per creare difficoltà alla giunta attuale. C’è addirittura chi si dichiara sicuro che le multinazionali stanno lavorando nell’ombra ai danni del Campidoglio.

Noi no. Noi pensiamo che niente dipenda dai poteri forti, ma tutto da quelli deboli: dal pressapochismo dell’elettricista, dal disinteresse del funzionario che dovrebbe occuparsi di questo o quello, dal poco rispetto di ognuno per il proprio lavoro e per quello degli altri, dai tanti piccoli arrotondamenti, piccole creste, piccoli regalucci; e soprattutto dalla certezza di una totale impunità perché tanto tutti fanno così e nessuno dice mai niente.

E questa non è stupidità?

 

 

P.S. Ultime notizie della Befana. A Piazza Navona hanno riacceso le bancarelle, mentre le colonne dei due templi sono sempre al buio. Delle statue al pomodoro non abbiamo saputo più niente. 


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...e anche Buon Anno



...E ANCHE BUON ANNO DAL CAVALIER SERPENTE.


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Buon Natale


        BUON NATALE DAL CAVALIER SERPENTE
                                                                         

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Ritornare Bambini


A Natale si ritorna bambini. Dev’essere per questa ragione che ieri ci siamo trovati al Bioparco a guardare questi strani frutti maturati su un albero spoglio (voi certo capirete subito di che si tratta, noi ci abbiamo messo un po’).

Di questi tempi ci solleticano solo le stranezze. Che fare, contrastare l’inclinazione del momento o (più saggio e anche molto più comodo) lasciarsi andare?

E allora, via con la curiosità! (Rigorosamente infantile e anche, magari, un po’ scema).

 

Lasciamo perdere la natura e andiamo a frugare nell’ambiente che, qui a Roma, di curiosità ce ne ha da offrire quante ne vogliamo.  Le chiese.


Sull’unica isoletta del Tevere, da sempre sede di ospedali c’era una volta un tempio. Naturalmente, come è successo a tutti i templi pagani dell’antica Roma attraverso i secoli tenebrosissimi del medio evo, il posto è rimasto, la destinazione sacra anche, ma è cambiato lo stile architettonico, l’arredamento e soprattutto il nome del titolare, che prima era Esculapio, dio della medicina, e poi è diventato San Bartolomeo.

La pianta dell’edificio sarebbe anche rimasta la stessa, ma l’umidità in risalita dal fiume deve averle procurato una deformazione da artrite perché da rettangolare che era, ecco cosa è diventata.

Pssst…nei sotterranei della chiesa c’è una di quelle macabre e divertenti mostre di ossa umane che in passato facevano la gioia dei frati arredatori di cripte. In questo caso le ossa sono degli annegati nel fiume: bollite, scarnificate e usate come ornamento: una costola qui, un cranio là…e poi, il meglio per decorare: femori a bizzeffe.




A Santa Maria dell’Anima, invece, ci sono le prove di un problema di tipo linguistico – ideologico.

La chiesa è, fin dalla sua fondazione, la sede religiosa della comunità germanica di Roma.
Ma è anche una chiesa cattolica apostolica romana, con obbligo, soprattutto in quei tempi, di usare il latino come lingua ufficiale nei suoi riti, compresa la sepoltura.

Ecco allora il problema che emerge sulle lapidi, belle e numerose che ornano le sepolture dei facoltosi rappresentanti di quella nazione: i nomi tedeschi e le dediche in latino.

Si è sempre trattato di arrampicarsi sugli specchi, anzi sui marmi levigatissimi e quindi scivolosissimi.

Ma, bene o male, possiamo dire che se la sono cavata (secoli di esperienza serviranno pure a qualcosa, no?).

 

 


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Salti Temporali


Sabato 7, in preda, come direbbe qualche buon (!) amico, a un attacco di demenza senile, o forse infantile: bella giornata, poco traffico, ce ne siamo andati al Museo di Zoologia, a vedere che aria tirava da quelle parti.

Dopo un giro istruttivo delle sale (anni che non ci mettevamo il naso), salutati, unici adulti, con risatine e bisbigli da gruppi di bambini in età prescolare, ci siamo trovati davanti a due canguri in conversazione (o meglio, quello che restava delle povere bestie ischeletrite in una posa di garbata socializzazione) e qui ci siamo accorti del primo salto temporale.

Gli animali impagliati, le ricostruzioni della barriera corallina, i serpenti sotto formalina, gli scarabei infilzati, insomma quello che rendeva cosi affascinanti le sale dei musei della nostra infanzia è diventato il ricordo di una realtà che è ormai meno vera di quella virtuale in cui ci fanno vivere le centinaia di splendide foto, registrazioni, film che abbiamo a disposizione in ogni momento per sapere tutto su tutti.

 

 

E allora, visto che siamo partiti dal Museo di Zoologia, rimaniamo in argomento ed esaminiamo l’uovo avvelenato deposto dal Cavalier Serpente il 15 aprile, che di salti temporali ne fa uno più consistente, venti secoli, per investigare il piccolo mistero del digamma inversum, la lettera supplementare scritta come una F capovolta (Ⅎ), inventata da Claudio Imperatore per indicare la V intervocalica che prima era tutt’uno con la U. Credevamo che l’unica testimonianza di questo trucchetto fosse la lapide di Via del Pellegrino 145 da noi citata. E invece ce n’è un’altra nel Museo delle Terme: tronca ma leggibile, ecco un (ampli)AℲIT o magari un (termin)AℲIT scritto con la nuova grafia. 

Naturalmente, finito Claudio, è finita anche la sua invenzione, e non se n’è più parlato.


Un altro salto temporale e un altro uovo avvelenato del Cavalier Serpente: 11 novembre, ripavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina.

E’ probabile che, causa un meteo bizzoso, il preventivo da noi allora azzardato sul tempo di realizzazione (tre mesi) non venga rispettato. Comunque i lavori proseguono.

 

Siamo andati sul cantiere: non capiamo l’irregolarità delle lastre di travertino. La cura filologica dei restauratori è lodevole: non è a loro che ci rivolgiamo: è chiaro che stanno rimettendo in opera quelle originali (fra l’altro, enormemente spesse). Ciò che non capiamo è perché, visto che tagliare un rettangolo regolare richiede lo stesso tempo ed energia di uno sghembo, questi frammenti recuperati non siano tutti  uguali. A meno che, a suo tempo, non lo si sia fatto per risparmiare, riutilizzando avanzi di altri progetti. Ma, francamente, non siamo abituati a vedere gli antichi romani come costruttori attenti al sesterzio. Quindi continuiamo a non capire.


L’ultimo salto temporale ci ha portati al Museo delle Terme per la mostra “Roads of Arabia”, tesori della penisola araba.

Beh, qui si tratta non di secoli ma di millenni, e malgrado questo non abbiamo trovato niente che ci emozionasse, tranne una sorveglianza armata che ci ha fatto ridere per il suo eccesso di zelo. Arte troppo diversa? Troppo lontana? Troppo rozza?

 

Fatto sta che il vero palpito quasi contemporaneo ce lo ha dato questo cipresso, l’unico sopravvissuto dei quattro, si dice piantati da Michelangelo intorno alla fontana del chiostro grande, che se ne sta lì con i suoi cinque secoli, ridotto a un moncone, appoggiato a una stampella, ma ancora saldamente aggrappato alla vita.

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Partenze


24 novembre. Parte a S. Apollinare il RomaFestivalBarocco, partorito, è proprio il caso di dirlo, da Michele Gasbarro dodici anni fa e da lui felicemente portato all’attuale maturità, con quante difficoltà può immaginare chiunque in questo infelice periodo abbia cercato di promuovere la cultura.

Programma straricco e splendido concerto di apertura con l’esecuzione di una rara messa di Antonio Nola. Oltre al richiamo delle molte prime esecuzioni, recuperi di opere credute perse, qualità dei solisti, c’è anche il fatto che chi segue i concerti si troverà seduto sui banchi di undici delle più belle chiese di Roma. Promosso con lode.

 

 


24 ottobre. Parte al Museo di Roma in Trastevere la mostra dei fotografi latinoamericani partecipanti al Premio IILA. Vincitrice è Julieta Pestarino che presenta il progetto “Retrato de persona no identificada”, dedicato al tema “Uguaglianza di genere”. E’ un lavoro di fotomontaggio su immagini dell’800. Non chiedeteci di esporvene l’intento sociale: non è detto che noi lo abbiamo capito. Provateci voi.

Ma quello che conquista è l’espressione incantata di questi uomini – donne (ne presentiamo uno, ma ce ne sono altri) che si affacciano alla finestra del tempo come esseri di un altro mondo, stupefatti e innocenti.

Il Museo è ricavato dal convento delle Carmelitane di S. Egidio, un edificio di nessun interesse architettonico, ma fornito, nel chiostro, di uno dei più begli alberi che abbiamo visto a Roma.

Così imponente, che basta affacciarsi a una delle vetrate e, hoplà, il gioco è fatto. Conquistati dal Cedro dell’Himalaya!


21 novembre. Parte alla Galleria della Pigna la mostra di pittura “Quadri viventi” del nostro eclettico amico Massimo Papi, che di professione farebbe il dermatologo, ma a lato fa pure il pittore (al di lui eclettismo dobbiamo la manifestazione annuale “DermArt”, di cui non è difficile intuire l’impostazione).

Bene, stavolta il Dott. (o Maestro?) Papi, fra le tele dipinte con le tecniche tradizionali, ha pensato bene di esporne alcune, come questo nudo maschile di cui presentiamo un dettaglio, realizzate sì a colori, ma con i colori della dermatologia.

Insomma i variopinti liquidi che servono a spennellare i poveri pazienti: la fluoresceina (C20H12O5, prodotto per condensazione a caldo di resorcina e anidride ftalica; polvere giallo-bruna insolubile in acqua…), la fucsina (rosanilina cloridrato, di formula C20H19N3·HCl), la eosina, l’eritrosina, il violetto di genziana, e altre che non ci ricordiamo, anzi preferiamo non citare per evitare un terreno per noi pericoloso.

Garantito, ovviamente, l’effetto curiosità, ma anche la qualità dei lavori. Chi dice che non ci si può stupire, e nello stesso tempo apprezzare l’arte?


 

E per finire, parte, e ci arriva, un invito:

 

Domenica 24 novembre 2019 - Mostra di Katia Hellen Moguy

Hotel degli Aranci - Roma

 

integrato da questa presentazione:

“L’arte di Katia H. Moguy e’ sprovvista del superfluo dove il gesto spontaneo dà un aspetto magico e misterioso.

La sua arte non è pensata, ma esce dal suo interiore con naturalezza e leggerezza, quel che dà ancor più interesse e curiosità nello spettatore.

        Katia h. Moguy sa suggerire con brevi tratti senza cercare di affermare né convincere, ma lasciando a quelli che guardano l’opera la possibilità direi anche la fortuna di proseguire l’opera cominciata con talento sempre rinnovato e continuamente  provocatorio.                                                                                                                          M.o Bernardino Toppi”

Avremmo una domanda da rivolgere ai nostri lettori: A parte l’allegro abuso della punteggiatura e della sintassi, ci avete capito qualcosa? E se sì, ce lo fareste sapere?.

Grazie.

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Ambra e Gas

Aquileia

9 novembre. “Aquileia 2200, Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” al Museo dell’Ara Pacis. Articoloni su tutti i giornali che ci hanno fatto venire l’acquolina per una mostra che prometteva di riempirci un vuoto su un argomento per noi affascinante e quasi magico: una città e porto romano, al tempo importantissimo, sperduto fra le nebbie del nord, più volte distrutto dalle invasioni barbariche, risorto e poi definitivamente scomparso nel nulla.

Non ne siamo usciti un gran che soddisfatti.

L’allestimento, le luci, le didascalie sono ok. Il contenuto no. I pezzi originali sono pochissimi: un bel bronzo: la Testa del Vento, due frammenti di mosaico, un ritratto di anziano e un S. Pietro e Paolo in marmo.  E tanti oggettini di ambra: anellini, foglioline portafortuna, giocattolini, amuletini, tutti carinissimi, intendiamoci.

 

Poco, ci pare; perché il resto dello spazio lo riempiono 43 grandi, belle foto in bianco e nero (ma foto!) di Elio Ciol, delle rovine della città, più 23 bei calchi (ma calchi!) in gesso di marmi che forse avrebbero potuto essere presenti in persona, e un’altra dozzina di belle foto a colori (ma foto!) di mosaici. Insomma: riproduzioni.

Il nostro pensiero, forse gretto, è che, con il costo del biglietto per una famigliola, la medesima avrebbe potuto comprarsi un bel libro fotografico e guardarsi le stesse cose più comodamente a casa. Ci riferiamo in particolare agli oggettini di ambra, i quali sono talmente piccoli che si captano meglio in fotografia che nelle vetrine di un museo.

(A proposito di piccolezza, avete mai provato a scendere nei sotterranei di Palazzo Massimo dove c’è la raccolta numismatica? Alla terza vetrinetta cominciano a lacrimare gli occhi, alla sesta iniziano le visioni mistiche, alla nona siete completamente ciechi e tocca farvi accompagnare all’uscita).

Intendiamoci, anche una mostra, diciamo così, non del tutto riuscita è molto meglio di niente, però sull’operazione incombe  l’ombra del sospetto che si sarebbe potuto fare meglio.

Ma, in fondo, chi siamo noi per criticare?

 

  

Il Signore dei Tubi di Piombo.

E’ successo di nuovo! Dopo quattro fregature eravamo sicuri che tutto sarebbe andato come ci si poteva aspettare in una civile comunità del ventunesimo secolo.

E invece no! L’Italgas, questa entità che in passato abbiamo definito misteriosa e imprevedibile, stavolta ha superato se stessa.

Forse i lettori ricorderanno il nostro articolo del 14 ottobre in cui raccontavamo i quattro appuntamenti che nell’ultimo anno ci ha dato l’Italgas per venire a cambiarci i contatori a casa.

Sorprendendoci regolarmente con la sua superprofessionale inefficienza: una volta semplicemente latitando all’appuntamento; le altre con tre dichiarazioni fotocopia dei tecnici che ogni volta se l’erano sbrigata con le seguenti parole: “Dottò, la sostituzione nun si può fare perché ci stanno i tubi di piombo”.

 Chiuso? Niente affatto. Tutto ricomincia il 16 novembre 2019. Arriva la quinta ormai familiare lettera che annuncia la consueta visita dei tecnici per sostituire il solito contatore, rinforzata dal cartello di ordinanza che troviamo attaccato sul portone (foto).

Pur non credendo ai nostri occhi, ci prepariamo all’evento.

Ore 8: levataccia e attesa, sempre più spasmodica, fino alle 12, quando scade il tempo. Ormai ci sentiamo liberi di dedicarci al bucatino delle ore 13 alla trattoria sotto casa. Invece, dopo una mezzoretta trilla il campanello. “Chi è?” E’ il tecnico dell’Italgas. Appare un signore gentile, solo e stremato dalla pioggia e, immaginiamo, dal vano girovagare fra un’utenza e l’altra.

Apre gli sportelli a muro, fotografa i contatori, scarabocchia qualcosa su un quaderno e alle nostre rimostranze (no, in realtà erano solo osservazioni, e anche blande: ci dispiaceva per quel poveruomo) ci fa notare che le cinque foto fatte al nostro apparecchio in un anno non sono neanche tante: ce ne sono in giro, dice, di molto più famosi e fotografati.

Poi se ne va, non potendo fare niente per noi perché, indovinate? “Ci sono i tubi di piombo e il contatore non lo posso sostituire”.

Il nostro desiderio più grande, a questo punto non è più di avere un contatore nuovo, ma che questa infinita saga continui e continui e continui.

E noi qui per l’eternità a raccontarla, come Omero, ai figli, ai nipoti, ai pronipoti…

 

 

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Capacitarsi

A Largo di Torre Argentina hanno incominciato i lavori per ricollocare una parte della pavimentazione in travertino che in epoca imperiale era stata sovrapposta a quella vecchia di tufo, e poi, non sappiamo quando, sollevata e messa da parte.

Ottimo. Non è mai troppo presto per provvedere a una sistemazione di questa straordinaria Area Sacra, chiusa da tempo immemorabile ai turisti (anche ai romani, se è per questo); solo accessibile agli appassionati di gatti in un suo angolo riservato dove c’è un alberghetto felino.

 

 

Da bravi sfaccendati, ci siamo fermati una mezzora a guardare quattro operai i quali, con l’aiuto di una gru con braccio da venti metri, piazzavano con la massima cura le lastre. O meglio, nel tempo che noi siamo stati lì, hanno dato gli ultimi ritocchi a una sola di queste, che ovviamente prima era stata sollevata dal deposito, portata sul posto, calata, eccetera.

Ci dicono che le lastre da collocare sono 140; calcoliamo che ci vogliano due ore per ogni lastra, e abbiamo visto che al lavoro c’erano i quattro, più la gru.

Ne deriva che in totale serviranno 280 ore, cioè 35 giornate, che fanno 6 settimane (se il tempo è bello), cioè,  ottimisticamente, meno di due mesi, ma più realisticamente almeno tre. E questo solo per stendere pochi metri quadrati di pavimento su basi preparate prima, con pietre già tagliate.

Lungi da noi, naturalmente, mettere in discussione i tempi di un restauro. Maggiore la cura, più siamo contenti.

Il pensiero va al lavoro che è servito venti secoli fa per costruire dal nulla quello che noi  ora restauriamo.

Quando leggiamo che per completare le terme di Diocleziano sono bastati otto anni, davvero non riusciamo a capacitarci di come abbiano fatto.

Certo, le masse impiegate erano imponenti, ma non infinite, per evitare di intralciarsi; quindi l’organizzazione doveva essere inappuntabile: i mattoni dovevano arrivare nel numero giusto e non uno di più; le colonne di granito egiziano da venti tonnellate sfilare sotto gli archi senza sgarrare di un pollice, dopo essere state estratte dalle cave, trasportate sul Nilo, imbarcate e poi scaricate al porto di Ostia; le lastre di marmo essere fornite già tagliate a misura e lucidate, eccetera eccetera. Un sicuro vantaggio per i costruttori era l’assenza di tutela sindacale dei lavoratori (orari, paga, cibo) che al massimo in caso di protesta potevano contare su un carico di frustate extra. Ma anche così! E (quasi) tutto a mano!

 

 


Invece ci capacitiamo benissimo (o forse è una nostra illusione) di un certo senso dell’umorismo da parte dei restauratori del Mattatoio.

Il quale mattatoio (con la minuscola, fino al momento del riutilizzo) era, come dice il nome, giustamente o no mantenuto, il macello di Roma, costruito a fine ottocento e rimasto in funzione fino a pochi anni fa con tutte le sue sezioni burocraticamente distinte dai nomi sopra gli ingressi.

Adesso è uno spazio culturale grandissimo, bellissimo e utilissimo in cui siamo stati invitati alla conferenza stampa di apertura del Festival di Nuova Consonanza, una storica istituzione romana che ha il merito di promuovere la musica contemporanea da più di mezzo secolo.

E’ bello che una grande città abbia recuperato queste molte migliaia di metri quadrati che altrimenti sarebbero caduti in mano a qualche becero palazzinaro, e ci viva la sua vita culturale; quindi niente di più normale che ospitarvi un festival di musica.

Quello che ci conforta nel nostro capacitarci di riconoscere un prezioso e raro sense of humour messo in opera insieme al recupero dei luoghi è la possibilità di leggere su un muro, mentre ci rechiamo a un evento di alto livello intellettuale, questa scritta che di intellettuale ha poco, ma di vitale moltissimo, dato che all’epoca da questo edificio uscivano quelle che poi, in tegame, diventavano le squisite cotiche con i fagioli.

 

Diamo a Stockhausen quel che è di Stockhausen, ma all’oste quel che è dell’oste.

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Stupiscici, Roma

 …con questa sistemazione del Colosseo, delicata e fantasiosa, in cui, invece di rimettere tutto a posto come stava prima, il restauratore (Raffaele Stern, inizio ‘800) ha pensato bene di fissare per l’eternità il momento in cui il crollo ha inizio. Qualche arco è già andato, indebolendo la spinta statica che tiene insieme la costruzione. Ancora non è successo l’irreparabile: grosse crepe si sono aperte nel muro compatto dell’ultimo ordine, il cornicione e l’arco dell’anello più in basso cominciano a cedere ma non sono ancora crollati.

Tutto è sospeso come per una magia che ha fermato il tempo.

 

Alcuni studiosi, che hanno probabilmente ragione ma potrebbero risparmiarci il loro cinismo, sostengono che il restauro appare così solo perché fatto di corsa di fronte al rischio di una catastrofe imminente. Noi preferiamo decisamente l’interpretazione romantica, altrimenti che stupore sarebbe?

…con questo incredibile tramonto riflesso nel finestrone all’ultimo piano del Maxxi (nessun trucco, noi c’eravamo e tutto era esattamente così).

Sono passati duemila anni, eppure la perfida magia di questa città non accenna a svanire.

Lo splendido edificio di Zaha Hadid è tutto di cemento, articolato in linee moderne, razionali e audaci, ma appunto, trattandosi di cemento, scarse di colore.

Le finestre sono di lastre normali, forse leggermente oscurate, eppure basta un raggio di sole che va a sbattere riflettendosi sulle banalissime facciate fine ottocento del quartiere intorno, per trasformare il vetro in oro.

Il miracolo sta nel contrasto fra il caldo e il freddo dei colori e nell’originalità dell’immagine che suggerisce una diavoleria tecnologica, invece del tutto inesistente.

Qui abbiamo la natura al lavoro. Da sola.

…con questo barocchissimo seminarista adagiato in una stanzetta piena di stucchi, cornici, dorature e marmi. Anche lui è di marmo, nero e bianco di Carrara, steso su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro.

E’, anzi era Stanislao Kostka, gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

Per vedere questo serenissimo monumento ci si deve arrampicare fino alle soffitte sopra la sacrestia di S. Andrea al Quirinale. Qui uno è da solo (chi mai potrebbe avere la curiosità di andare a ficcare il naso lassù? Giusto noi, per la soffiata di un amico bene informato) e finalmente può lasciarsi stupire fino in fondo da questa inspiegabile, folle devozione.

 

…e per concludere e discendere dal livello troppo alto a cui eravamo ascesi, stupiscici anche con questa geniale trovata dell’ATAC.

A Roma esistono tre grandi cimiteri, Verano, Prima Porta e Laurentino, frequentati nei fine settimana da parenti e amici che vanno a fare le loro visite.

Bene: l’azienda trasporti cittadina, con lodevole rispetto per le esigenze degli utenti, ha istituito questa linea speciale che, tutti i sabati e le domeniche, collega i tre cimiteri.

I bus di questo servizio portano sul display la sigla C3 che ovviamente si riferisce ai tre C(imiteri) collegati.

Però, forse non fidandosi troppo delle capacità mentali dei propri utenti, l’azienda ci ha tenuto a chiarire bene la natura del trasporto.

Capito? Siamo sicuri??

 

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Vuoti e Pieni


Il grande vuoto.

Da sempre del Maxxi ci colpiscono non le opere esposte ma gli spazi in cui sono esposte. E gli spazi sono fatti di vuoto e, ovviamente, più sono grandi i primi, più è grande il secondo.

Il massimo dell’effetto (intendiamoci, nessun sarcasmo nella nostra cronaca) lo abbiamo trovato in questa esposizione di un’unica piccola opera di Enzo Cucchi: poche decine di centimetri di altezza di un putto con uno scorpione avvinghiato all’alluce, sperdute nelle molte centinaia di metri cubi di questo enorme salone del Maxxi.

Il merito dell’arte, lo sappiamo, è vivere in qualsiasi ambiente, compreso un vuoto bene architettato come questo (magari non sarà necessario, ma ci sembra meglio ricordare a questo proposito il nome di Zaha Hadid).

Colpiti dall’allestimento e dopo aver consumato il pavimento a forza di girargli intorno, ci viene da chiederci se è la sterminata vacuità dello spazio a rendere preziosa la piccola opera al suo centro o viceversa.

 

Abbiamo deciso che la risposta non ci interessa.

Il grande pieno.

A vivissimo contrasto con quanto detto sopra, merita uno sguardo, a proposito di vuoto e di pieno, questa bottega. E’ la libreria S. Agostino, di fronte alla chiesa.

Non è che ci hanno appena scaricato una fornitura. E’ sempre così: la clientela dev’essere composta da intellettuali taglia 46 o meno; e, per quanto riguarda il proprietario, ci pare si tratti di un vero caso clinico.

Entrarci è impresa eroica, uscirne, di più.



Il vuoto nello stomaco.

In cui sprofondiamo al solo vedere gli orrori, finti ma ricreati alla perfezione, che brulicano nelle sale del Palazzo delle Esposizioni dove si è appena inaugurata “La meccanica dei mostri” su Carlo Rambaldi e le sue creature.

Rambaldi: qualcuno non lo conosce? Tre premi Oscar, l’inventore di tanti effetti speciali, così difficili e proprio per questo così speciali, di prima che diventassero roba di tutti i giorni per merito, o magari per colpa del computer.

Quando le creature non filmabili, perché non esistevano, dovevano essere inventate e costruite materialmente nel laboratorio del mago; lui, Carlo Rambaldi.

Ci sono tutte, dall’ovvio ET, alla manona di King Kong, ai velociraptor da incubo, a Pinocchio, ai soldati di Barbarella, a teste, mani, piedi e zampe, strappate dai corpi e magari palmate e armate di unghioni.

Quella che abbiamo fotografato con più gusto e scelto di mostrarvi è questa donna gatta.

Non siamo riusciti a scoprire da quale film arrivi, ma sappiamo che ci ricorda tanto certe signore di nostra conoscenza, non gatte e ormai neanche più donne.

Arrivate alle estreme conseguenze della chirurgia estetica, a forza di rialzare gli zigomi, allontanare gli occhi, ridurre il naso e canottificare le labbra, questo rischia di essere il loro look finale.

 

 

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Delusioni

Intendiamoci, niente di drammatico. Anzi, invece che delusioni potrebbero chiamarsi conferme. Di nostri disagi interni che da qualche tempo se ne stavano tranquilli e forse ignorati in fondo allo stomaco per poi fare riflusso verso la consapevolezza stimolati da notizie, eventi, visite.


Numero uno: si tratta di un ritrovamento sensazionale, perché il fatto che dopo venti secoli e da sotto venti metri di lapilli sia uscita praticamente  perfetta questa vignetta che ci racconta un momento di una realtà lontana dal nostro mondo, con i due gladiatori, uno ferito e l’altro trionfante, è davvero unico.

Ma nello stesso tempo è ridicolo che l’affresco scoperto in un sottoscala di Pompei sia descritto da critica e stampa come un’opera stupenda, capolavoro della pittura a fresco romana.

 

D’accordo, è una testimonianza che ha valore per la sua età e l’eccezionalità, ma certo, per farne un capolavoro ci sembra poco.


Numero due: Canova a Palazzo Braschi. Una mostra dettagliata e bene articolata nel racconto della vita e delle opere del maggiore scultore italiano fra sette e ottocento.

Un uomo che ha fatto molto per recuperare il patrimonio artistico scippato da Napoleone all’Italia e un artista la cui
abilità nel trattare il marmo è fuori discussione.

Nonché (e questo è un nostro pettegolezzo) un gran marpione, come ci suggerisce il malizioso calco del seno di Paolina Bonaparte, conservato al Museo Napoleonico, da lui  preso in anticipo sulla modella, con la scusa del ritratto da fare alla medesima adagiata sul sofà.

A proposito della mostra: bella; peccato che quasi tutte le statue esposte non siano marmi ma gessi. E, anche se la forma è quella che in seguito sarà trasferita nel materiale più nobile, perfetta nelle proporzioni e nel movimento, la sostanza è del tutto diversa.

Il marmo è una meraviglia: dura nel tempo, lo scavi da sotto secoli di terra ed è sempre vivo.

 

Il gesso fa pena; dopo dieci anni all’aria si riempie di polvere, la superficie diventa grigia, opaca, e alla fine muore.


Numero tre, un’altra mostra azzardata: Medardo Rosso a Palazzo Altemps; e l’azzardo sta proprio nell’indirizzo, che è quello del Museo Nazionale di Scultura Romana.

Testoline. Musetti di monelli che fanno tenerezza. Espressioni delicate da salotto fine ottocento, plasmate in un materiale come la cera, così effimero che ti deperisce da un momento all’altro solo a guardarlo.

E queste soffici cere hanno pensato bene di mostrarcele sotto lo stesso tetto con frammenti tipo questo a destra, che basta metterlo lì, mutilato dal tempo e dalla barbarie del fanatismo, per farlo protagonista assoluto della nostra commossa attenzione.

Peccato, perché mica vogliamo dire che le testoline di Medardo sono brutte. Anzi. Solo che per via del confronto con i sassi antichi scadono da opere d’arte (perché comunque lo sono) a oggettistica da zitelle sentimentali.

Colpa di un equivoco, o forse della nostra serpentina disposizione d’animo, ma sempre e comunque un peccato.

 

 

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Colpo di Scena all'Italgas

E’ successo! La realtà ha superato la fantasia. Non lo avremmo mai creduto possibile, e invece, grazie a quell’entità fluttuante tra mito e tecnologia a nome Italgas, è successo. Roma non si smentisce.

Per farvi capire di che si tratta, siamo costretti a riscaldare l’uovo avvelenato del Cavalier Serpente che vi avevamo servito il primo aprile 2019. Se non ve lo ricordate, rileggetelo e alla fine troverete la sorpresa che vi chiarisce la fonte del nostro stupore. Dunque: questo raccontavamo ne:

 

                      Il Cavalier Serpente - N° 409 - 1 aprile 2019

                           ROMA, LA GRANDE EFFICIENZA

 
Tutto comincia con una perentoria e precisa lettera spedita al nostro condominio dall’Italgas in cui si annuncia che, fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018, il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione. Alle 13.30 precise (che sorpresa per noi assuefatti all’approssimazione romanesca) si presentano due signori che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul nesso fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una operazione, dovrebbe almeno accertarsi se questa si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 12.00 del 26 novembre 2018 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Benissimo, i tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.                 Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…Intanto i vecchi contatori funzionano benissimo, perciò anche questa lettera finisce nello stesso cassetto.

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 13.00 del 20 marzo 2019 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La mattina del 19 usciamo di casa per giornale e cappuccino e troviamo, attaccati con lo scotch su tutti i portoni della strada, i cartelli che confermano l’intervento per l’indomani.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe da aspettarsi il colpo di scena e la situazione in qualche modo si chiarirebbe svelando il mistero.

E invece nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 non si vede nessuno, neanche per dirci che “‘a sostituzione nun se poteva fa’ perché ce staveno ancora li tubbi de piombo”; il giorno dopo, uguale. Poco alla  volta il nastro adesivo si accartoccia, i cartelli cadono dai portoni come le foglie d’autunno e alla fine, passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ne parla più.

 

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Torniamo a oggi, e…e…eccolo finalmente il colpo di scena inaspettato! Attaccato sul portoncino di casa, preceduto dalla solita lettera perentoria e precisa, appare un nuovo avviso dell’Italgas in cui si annuncia che, fra le 8.00 e le 12.00 del 10 ottobre 2019, (più di un anno dopo l’inizio della vicenda) il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La cosa travalica il reale; in ogni caso noi, recidivi nella nostra credula buona fede, ci prepariamo a ricevere la squadretta che porterà a compimento l’ormai mitizzata operazione.

E infatti i ragazzi arrivano, aprono gli sportellini, controllano e, stavolta in  perfetto italiano:  “Dottore, la sostituzione non si può fare perché ci stanno ancora i tubi di piombo”.

Con noi, testimoni sui pianerottoli, ci sono i nostri allibiti condomini. Tutti senza parole.

P.S. Lettere e cartelli a vostra disposizione.

 

 

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Trasalire, Trascendere, Trasecolare...

Trasalire: Sussultare, scuotersi per una forte, improvvisa emozione. (Zingarelli – Vocabolario della Lingua Italiana).


Noi trasaliamo ogni volta che ci cade l’occhio su qualche cartello, in un museo, sotto un monumento, davanti a un rudere, che vorrebbe essere in inglese e invece è in quella lingua maccheronica e casareccia usata dalle nostre Sovrintendenze, perfetta per provocare le risa delle maestrine in visita da Londra o da N.Y. con le loro scolaresche. (“Forum” al plurale fa “fora”. In latino, ma anche in inglese; come medium e media). Matita rossa.

 

E che dire dell’esilarante “on the downstairs” dalla recente mostra ai Mercati Traianei? Qui, matita blu.


Trascendere: Superare, oltrepassare i limiti (ancora lo Zingarelli).

 

Di sicuro trascende la realtà, superandone i limiti, questo meraviglioso barbone che abbiamo visto elemosinare in giro per i semafori della città. Costume e trucco da Oscar. Osservare la palandrana stracciata, unta e bisunta al punto giusto, i capelli sporchi ma dal taglio perfetto (ci sembra anche di intravvedere delle méches). La barba sapientemente irsuta, il tutto su una bella faccia cotta dal sole che potrebbe essere quella di un eroe omerico.

 

Non mettiamo in dubbio lo stato di profonda necessità che probabilmente avrà ridotto questo poveruomo a una condizione di dipendenza per non dire di schiavitù di una qualche organizzazione che lo concia così e lo programma per turni di lavoro in zone lontanissime l’una dall’altra (noi l’abbiamo viso sull’Olimpica, a Caracalla e a S. Giovanni), ma questo non ci impedisce di trasecolare mentre lui trascende. 

Trasecolare: Restare stupefatto, come chi crede di non essere più di questo mondo (sempre dallo Zingarelli).


Bene; allora continuiamo a trasecolare mentre sorprendiamo, al WEGIL, nel corso della presentazione di una mostra di fotografie scattate in oriente, questo monaco birmano, ovviamente scritturato dall’organizzazione, il quale, fino a qualche minuto prima, musica ipnotica in sottofondo, era chino a disegnare con sabbie colorate un magnifico fiore di loto sulla stuoia davanti a sé.

 

Poi gli è suonato il cellulare, lui lo ha tirato fuori da qualche recesso della tunica e ha risposto come avrebbe fatto chiunque. Però, o per una perplessità pratica o per uno stupore arcano di fronte a quel miracolo tecnologico, a un certo punto si è dimenticato del fiore sulla stuoia, di noi visitatori e dell’impegno sindacale che aveva nei nostri confronti, e se n’è rimasto così, in meditazione per un bel po’, appunto come chi crede di non essere più di questo mondo, mentre noi, di nuovo trasecolavamo.

Trasalire.

 

Santa Maria dell’Anima è la chiesa della Nazione Tedesca a Roma. E’ una bella chiesa rinascimentale piena di affreschi raffinati, di splendidi marmi, di sculture mirabili.

E naturalmente è il luogo del riposo eterno di insigni diplomatici germanici presso la Santa Sede, di bravi artisti germanici al lavoro nei palazzi romani, di floridi mercanti germanici arricchitisi con le forniture al Papato.

Ebbene, proprio accanto all’ingresso della sacrestia, a coronamento della tomba di un ricco amburghese, ecco quale immagine ci saluta. Sarà legittimo trasalire al pensiero che questo orrido teschio ghignante è lì a vegliare sull’eterno riposo di qualcuno?

E chiederci per quale stortura la Chiesa promuova, come accompagnamento verso l’aldilà, questo tipo di artistico terrorismo, questa insistenza sul premio o il castigo eterno, comunque privilegiando la smorfia dell’orrore al sorriso della pace.

 

Ci abbiamo preso gusto a questo gioco di vocabolario, foto e rimandi di pensiero e di attualità.

 

E se ce lo permettete vorremmo ritornarci su, anche perché ne abbiamo ancora tante da raccontare.

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L'Ultimo Plotone


Nei film di guerra l’ultimo plotone è quello che balza fuori della trincea con più coraggio per andare all’assalto e si ritira dopo gli altri dalla posizione conquistata e poi perduta; è quello che riceve le medaglie al valore e soprattutto risulta immune ai colpi dei cecchini.

Nei film.

Nella vita non è proprio così. La trincea può anche proteggere, con l’assalto si riesce a cavarsela, con la ritirata salvare la pelle, forse. Ma con il cecchino non si scherza. Quello ha pazienza e mira infallibile, e alla fine non sbaglia mai il colpo.

Questo pensavamo il pomeriggio del 25 settembre, seduti nel bellissimo cortile di palazzo Firenze dove prendevano forma un festeggiamento e una commemorazione. In onore di un personaggio che proprio quel giorno avrebbe compiuto 97 anni e che nei 65 realmente vissuti è stato importante per il cinema italiano. Regista, attore, sceneggiatore: Luciano Salce. Suo figlio Emanuele a fare gli onori di casa e un bel gruppo di critici a raccontarcelo.

 

Insieme a lui c’erano tutti gli altri figli (e le vedove) dei grandi del cinema coetanei di Salce, con cui lui aveva lavorato, litigato, flirtato e dato vita a una stagione, quella sì immortale.


Per questa generazione esisteva, dagli anni cinquanta in poi, un tempio che era anche un salotto, un pensatoio, un tribunale ma soprattutto una mensa.

Passo indietro e spiegazione.

La boheme. Nei primi anni cinquanta l’oste Otello Caporicci, apre una trattoria a Via della Croce, a Roma, e la chiama “Otello alla Concordia”. Il proprio nome di battesimo, ovvio, insieme a una dichiarazione della sua filosofia che molto contribuirà in seguito a mantenere vivi (proprio nel senso alimentare) tanti futuri geni.

Nasce un’istituzione che diventerà storica. E’ il dopoguerra e tutti sono poveri, ma particolarmente poveri sono un gruppo di clienti che riempiono il tavolone sociale. Quasi tutti, dopo aver mangiato e bevuto, non hanno i soldi per pagare. L’oste fa credito. Fra gli spiantati ci sono pittori e scultori, e quelli lasciano un’opera. Gli altri, gente dello spettacolo, attori, registi, sceneggiatori e tecnici, per il momento non possono che lasciare promesse per il futuro.

Questo futuro poco alla volta arriva. Molti diventano famosi. Vanno a lavorare in giro per il mondo, non ritornano per lunghi periodi e poco alla volta il tavolone esce dalla memoria.


La trattoria è come la vita. All’inizio, giovani e poveri, si sta tutti insieme. Pochi soldi e molto bisogno di compagnia, cibo, confronto. Poi arrivano successo, denaro, riconoscimenti. Elementi che sfaldano il gruppo. Ma basta aspettare, perché con la vecchiaia si ricrea lo schema iniziale: il mondo tende a dimenticare, il successo è ridotto alle commemorazioni, ai premi alla carriera, alle presidenze dei festival. Da giovani poveri a poveri vecchi con una più o meno lunga permanenza nella fase di adulti di successo.

Le figlie di Otello ereditano la trattoria, e parecchi anni fa una di loro, Gabriella, in memoria del padre, oste e mecenate, riapre ogni mercoledì sera il tavolone sociale.

E ricomincia tutto. Si riformano il cenacolo e il plotone. Di nuovo tutti insieme; non più poveri ma carichi di onori e con qualche lira in tasca; meno occhio al futuro, più soddisfazioni dal passato.

Tutti con gagliardi appetiti, e bollenti spiriti nelle partite a scopone che seguono la cena. Cattiverie, ricordi, punzecchiature. Di tanto in tanto qualche posto a tavola rimane vuoto: è l’inevitabile ricambio.

Noi abbiamo cenato ogni mercoledì degli ultimi quarant’anni a quel magico tavolone ed essendo riusciti finora a evitare il cecchino dalla mira infallibile, vogliamo, così, tanto per gradire, fare una lista di alcuni dei nostri commensali che invece sono caduti, colpiti sul ciglio della trincea.  Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Giorgio Arlorio, Vittorio Gassman, Ugo Pirro, Mario Monicelli, Tonino Delli Colli, Furio Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Piero De Bernardi Silvana Pampanini, Elsa Martinelli… Il meglio del cinema italiano, anzi, “Il Cinema Italiano”.

 

E’, anzi era l’ultimo plotone di “Otello”. 

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Hectic


Non per fare gli snob, ma ci sono parole che in inglese sono più precise che da noi; hectic, per esempio: “febbrile, frenetico, agitato”. Bene; così è stato il nostro fine settimana. Ora ci diamo una calmata e ve lo raccontiamo.

Comincia presto, GIOVEDÌ sera con un incontro al Parco della Musica: la meditazione secondo Paramahansa Yogananda (vedi foto). Da frequentatori in tempi storici del Maharishi Mahesh, quello dei Beatles, ci aspettavamo una serata piena di colori, danze, musica e magari anche qualche folklorica spippettata di erba.


Delusione: una gita aziendale con i bus numerati che aspettavano fuori dell’auditorium i fedeli per riportarli a fine serata, soddisfatti o rimborsati, in Brianza o nel Frusinate, con un rappresentante della Self-Realization Fellowship che dal palcoscenico, per tutta la durata dell’incontro, ci ha spiegato quanto è bello sentirsi rilassati e realizzati e quanto poco basta per arrivarci: dieci minuti di meditazione al giorno.

 

Beh, questo già ce lo avevano detto tanti altri; è che stasera avremmo voluto qualcosina in più.



VENERDÌ. Mostra mercato florovivaistica “La Conserva della Neve”. Una location che più belle non ce n’è: l’Orto Botanico accanto a Palazzo Corsini a Trastevere. Fra l’altro, affacciandosi al giardino di quest’ultimo si riesce a sbirciare oltre il recinto di uno scavo (chissà perché intorno alle cose interessanti ci sono sempre impenetrabili teloni che impediscono ai passanti di vedere: mica sarà un segreto militare, no?) il magnifico laboratorio di un vasaio romano scoperto e messo in luce da poco, con i forni e una sfilata di anfore pronte per la consegna.

Fra tutto l’accessoriame da giardino, presentato alla mostra nel solito misto di “amiamo la natura” e Walt Disney (composizioni di fiori finti, carriole portavasi in ferro battuto, eccetera), quello che ci ha colpiti è stata una batteria di feroci tagliaerba. In pole position c’era questa belva: roba da Formula Uno. Vrooom!

 

Delizioso il bar sistemato in una serra.



SABATO
: “Ulcera tipo pizza” (Pizza-like ulcer). E’ così che i dermatologi chiamano questa patologia. Come siamo passati dall’idillio dell’Orto Botanico a questo orrore? Presto detto.

DermArt è un’iniziativa di Massimo Papi, amico, dermatologo e artista (capita la crasi derm-art?), che organizza incontri per discutere con i colleghi e raccontare, con un certo sadismo, a noi profani le orripilanze della dermatologia tenute a bada dalle squisitezze dell’arte, buttando nell’arena tutto il suo sprezzo del pericolo e il suo senso dell’umorismo.

Gli incontri di DermArt sono naturalmente seri e professionali, però, a beneficio di chi lo sa apprezzare ci fa sempre capolino il sottile contrasto accennato nel nome: Botticelli e la sifilide, per dire.

Oggi ci hanno proiettato questa foto che presenta un campione di quel genere di ulcera citata nel titolo. Non si può negare la ributtante somiglianza con una bella pizza napoletana: cornicione alto, mozzarella abbondante, pomodoro e alici qb.

 

Eravamo riuniti in un meraviglioso edificio razionalista a Largo Ascianghi, opera dell’architetto Moretti, una volta sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Recentemente alla vecchia sigla hanno premesso uno scemissimo WE (noi) inglese, facendola diventare WE GIL. Grazie a questo provinciale omaggio alla lingua dell’impero ora il nome verrebbe da leggerlo, in anglo-fascista: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”. Ha un senso tutto ciò?




Ancora SABATO e DOMENICA. Fastidiose pioggerelle e altra spolverata di eventi.

Il ventesimo compleanno del Teatro India. Aria di scampagnata: biciclette, bambini, panini; tante mosche sui tavoli e nessun ricordo di quello che, appunto vent’anni fa, era un glorioso centro di sperimentazione e denuncia. Niente contro la maternità e infanzia, intendiamoci, però, le belle battaglie di allora!?

La maratona. Un’altra! Non se ne può più.

I festeggiamenti per la breccia di Porta Pia. Bella festa, belle fanfare, bersaglieri giovani e vecchi, un po’ di retorica. Speriamo che Enrico Toti non decida di lanciare la stampella.

 

E per chiudere, abbiamo ancora una cosa da raccontarvi, che però non ci viene in mente…vediamo; fateci dare un’occhiata agli appunti…ah già, stava per sfuggirci: il 21 era la giornata mondiale dell’Alzheimer.


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Roma Antica e l'Ecologia


A luglio sono stati aperti al pubblico pochi metri dei corridoi di servizio delle Terme di Caracalla per ospitare un’installazione di Fabrizio Plessi, un visionario, anzi un videoartista dell’acqua e del fuoco.

La mostra in sé, soprattutto dopo aver visto alla Biennale di Venezia le sue altre mirabolanti opere, è tutto sommato modesta, soprattutto associata com’è alle altrettanto modeste musiche di Michael Nyman, ma ci permette per la prima volta dopo anni di tornare là sotto e soprattutto di entrare in argomento.

Sono immagini di acqua e fuoco che appaiono, tutte in sincrono e in sequenza, su una serie di grandi monitor piazzati in nicchie dell’infernale percorso sotterraneo in cui due millenni fa lavoravano e morivano migliaia di schiavi per fornire l’acqua calda ad altrettante migliaia di fannulloni romani che passavano le giornate a divertirsi al piano di sopra in uno dei posti più formidabili di tutta l’antichità.

Girare fra le costole di questo fossile storico è un’esperienza totalmente opposta a come doveva essere entrarci nel 216.

Il turista contemporaneo si nutre, oggi, di quel silenzio pieno di storia e di suggestione, di mattoni corrosi dal tempo e fioriti di capperi, del canto di cicale al sole che danno un senso pieno di nostalgico raccoglimento alla visita.

 

Invece ci dobbiamo immaginare le millecinquecento persone che riempivano, allora, gli enormi saloni facendo tutti insieme il bagno, la depilazione, i massaggi, la ginnastica, discutendo di politica e di sport, vendendo e comprando di tutto: insomma, per citare Seneca che è il più attendibile giornalista dell’epoca, nelle terme c’era un “chiasso infernale”.


Le Terme di Caracalla, uno fra gli stabilimenti pubblici più grandi di Roma, sono anche un monumento allo spreco e al disprezzo ecologico, specchio, insieme ai circhi e agli anfiteatri, del periodo più orribilmente splendido dell’Impero Romano.

Certo: statue magnifiche riempivano ogni angolo; marmi colorati incrostavano le pareti (spaccati a mazzate mille anni dopo per farci i pavimenti cosmateschi delle chiese medievali), colonne immani sostenevano le volte altissime, poi crollate liberandole dal loro peso e permettendone il trasporto in piazze rinascimentali per servire di base a madonne o granduchi.


Tutto questo è vero, ma è anche vero che i cinquanta forni che mandavano avanti le terme bruciavano decine di tonnellate di legna ogni giorno e sappiamo che in città di stabilimenti simili ce n’era almeno una decina.

Ovvio che questa follia ustoria finisse con il pelare delle loro foreste prima le pianure intorno a Roma, poi i colli del Lazio, poi praticamente tutta l’Italia. Desertificata per far sguazzare al caldo qualche migliaio di lazzaroni.

E gli spettacoli pubblici? Una calamità quasi biblica.

Ok i duelli dei gladiatori: il genere umano si riproduce abbastanza velocemente. Un po’ peggio le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, perché presentare lo sbudellamento di persone in forma di sadico spettacolo davanti al pubblico non sembra davvero una cosa carina. Comunque il cives romanus non si è estinto.

Quello che invece le cacce figurate e i combattimenti fra animali selvaggi finirono col provocare fu l’estinzione degli ippopotami in Nubia, dei leoni in Asia, delle giraffe in Libia e così via per un gran numero di altri animali. Massacrati per far divertire altre migliaia degli stessi lazzaroni sulle gradinate del Colosseo.

Certo, poi uno si incanta davanti alla potenza di queste strutture rimaste nude dei marmi, ma non della loro maestà, e dimentica tutto il resto perché quello che vede è sempre l’immagine  grandiosa di Roma.

 

 

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Fottuti e Sfottuti


Qualche settimana fa ci siamo improvvisati ladri d’immagini: in due salette dei Musei Capitolini, accanto a dove ci si va a sposare, si era inaugurata una mostra intitolata “Arte ritrovata”, opere rubate, esportate, vendute illegalmente e poi recuperate. Severamente proibito fotografare. Più furbi dei guardiani abbiamo catturato l’immagine di questa magnifica Artemide Marciante. La storia è la seguente.

 


La statua originale, di grande bellezza e suggestione, scoperta da scavatori clandestini stava per passare il confine, pronta a essere piazzata in cambio di un bel pacco di milioni in uno di quei musei dove non si fanno domande sulla provenienza della merce: niente altro che un furto. 

Ma, per confondere le acque (o forse per fare una truffetta supplementare a qualche sprovveduto), i ladri avevano pensato bene di fare delle copie dell’opera: prima una grossolana in gesso, e poi una presumibilmente migliore in marmo, rimasta però allo stato di bozza. Recuperate e in mostra anche le copie. Non solo ladri quindi, ma pure falsari. 

Sfiliamoci per un momento dal grossolano mondo dei furti d’arte per entrare in quello molto più raffinato dei falsi; ecco che l’atmosfera si fa all’improvviso piccante, brillante, e, secondo la morale tradizionale, un po’ scorretta perché il gioco vede noi spettatori tutto sommato simpatizzanti per
il falsario ai danni del compratore che alla fine si fa fregare per troppa presunzione propria o per troppa fiducia in qualcuno più furbo di lui.

Nel senso che il falso d’arte è, sì, un crimine, ma di quelli senza sangue, quindi, quando il TG del 23 agosto ci racconta che la collezione di un tipaccio del calibro di Massimo Carminati, noto personaggio della malavita romana, sequestrata ed esaminata è risultata composta solo da falsi, beh, ci facciamo tutti una bella risata: il boss fottuto e sfottuto. Sono soddisfazioni!

La stessa risata che ci siamo fatti all’epoca delle teste di Modigliani pescate nel fosso di Livorno. Anche qui, fior di tromboni dell’ambiente granitici nel dichiararne l’autenticità, per finire sbertucciati dai colleghi o addirittura dagli studenti inventori della burla.

Sull’argomento la nostra bibbia è “Troppo bello per essere vero”, un libro che vi raccomandiamo, il cui autore è Eric Hebborn, un brillante e ironico alcolista, nostro amico da anni, dotato dalla natura non solo di una particolare inclinazione per il vino, ma anche di un sopraffino talento artistico.

Eric ci racconta con illustrazioni e facendo i nomi dei citrulli caduti nella rete la sua vita da falsario, le sue tattiche di vendita, le sue ricerche per rintracciare la carta o l’inchiostro d’epoca, la sua cura nel non copiare un’opera già esistente, ma nell’impadronirsi della maniera dell’artista da imitare, in modo di creare un disegno perduto “alla Carracci”, un quadro non catalogato “alla Mantegna”.

Ma soprattutto il suo gusto, che man mano che leggiamo diventa anche nostro, nel beffare proprio quelli che avrebbero dovuto saperla più lunga di lui.

 

C’è, a chiusura del libro, una sua semplice ma non per questo meno saggia frase: “Non esistono opere false, ma solo false attribuzioni”.


A sostegno di questa conclusione ci viene in mente il Salvator Mundi, ritenuto l’ultimo capolavoro di Bernini ottantaduenne: prima destinato a Cristina di Svezia, poi finito in casa Odescalchi, poi scomparso nel nulla, poi riapparso e considerato una copia, poi riconosciuto come autentico, ma subito dopo disconosciuto dai grandi intenditori Fagiolo dell’Arco e Petrucci, che ora se ne sta tranquillo in una nicchia della chiesa di San Sebastiano sull’Appia Antica.

Eccolo: bello è bello, ma è così esageratamente berniniano che potrebbe benissimo essere un falso sovraccaricato per dargli il sapore dell’originale.

 

O per meglio aderire alla massima dell’amico Hebborn, non potrebbe essere un bel busto di un bravo artista barocco sconosciuto accompagnato da un’attribuzione falsa (o meglio, diciamo fantasiosa)?

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L'Acquedotto in Negativo


E va bene, eccoci qua: la vacanza è finita e siccome siamo saggi abbiamo evitato le spiagge troppo salate, le montagne troppo ossigenate, le isole troppo isolate e le (altre) città d’arte troppo affollate. A questo punto cosa ci avanzava? Roma in fondo non è tanto male: c’è gente che si fa dodici ore di volo per venirla a vedere.

Noi qui stavamo e qui siamo rimasti.
Girando e curiosando lontani dal centro e stando bene attenti a evitare quei sinistri ectoplasmi di ultrasessantenni che, sul volto i sintomi dell’infarto imminente, si stroncano con le loro pratiche quotidiane di jogging sotto l’implacabile sole del meriggio, e a non fermarci troppo a lungo su qualche panchina che potrebbe risultare pericolosa, ci siamo saziati di sensazioni, emozioni, impressioni e, per non avere il dubbio di avere scarpinato invano, vi esponiamo alcune osservazioni che ci sembrano abbastanza saporite da condividerle nella ripresa dei nostri incontri settimanali.

Cominciamo con gli acquedotti, e in particolare il Claudio, che è di sicuro il più maestoso e bello di tutti.

Eccolo qui, in alto, quasi com’era appena finito: una perfetta opera d’arte ingegneristica messa insieme senza neanche un cucchiaino di calce, con massicci conci di tufo tagliati tanto bene che ancora adesso sembrano saldati e non ci passa una formica, figuriamoci uno scalpello.

 

Eppure è più che probabile che venti secoli fa queste geniali, romantiche rovine fossero considerate solo ingombranti manufatti industriali. 


Sempre al loro posto, intatti malgrado le sicure proteste dei proprietari dei fondi su cui serpeggiavano abbassandone il valore, passa un secolo, ne passa un altro, gli archi, per quanto ben costruiti,  cominciano a vacillare ed ecco apparire i rinforzi in mattoni e malta  che, d’accordo, ne rovinano l’estetica ma almeno li tengono in piedi



Certo, con Roma decaduta e gli acquedotti interrotti, quei macigni tagliati così bene, si erano trasformati in un ghiotto bottino per tutti. E allora, complice la Camera Apostolica che ne era diventata proprietaria e aveva preso la brutta abitudine di vendersi tre archi di qua, altri due di là al migliore offerente, ecco che inizia lo smantellamento: i rinforzi di mattoni, inutilizzabili, rimangono ma i bei massi di tufo, specialmente quelli squadrati,  cominciano a scomparire con destinazioni varie, alcune meno nobili, come magari i muri di una porcilaia, altre più utili ma molto più distruttive, per esempio il nuovo Acquedotto Felice di Papa Sisto V, gran costruttore nonché padrone del vapore, che lavorava quasi sempre a spese del passato.



E così, un sassolino alla volta, interi tratti di quella maestosa opera sono stati sgranocchiati lasciando in giro una grande confusione di pilastri e archi, e portandosi via, una carretta alla volta (ci immaginiamo i poveri somari e gli ancor più poveri braccianti a faticare per demolire quello che altrettanto poveri schiavi romani avevano faticato a costruire), i tufi stupendi, irrealizzabili con la tecnologia del tempo ma gratis et amore dei semplicemente depredando gli antichi manufatti.

 

 

E finalmente, hoplà, arriviamo alla testimonianza finale della grande rapina: questo rudere ancora in piedi a Porta Furba.

Che è un arco isolato dell’Acquedotto Claudio, dove la struttura originale è del tutto scomparso, ma ha lasciato la sua impronta in negativo: i muri di emergenza in mattoni costruiti a sostegno dei pilastri, che mostrano ancora il disegno dei famosi tufi così ben tagliati e la curva, sempre in mattoni, su cui poggiava l’arco a sostegno del condotto dell’acqua.

 

Un lavoro di giganti sbriciolato da insolenti implacabili formiche. Che ci sia un riferimento all’epoca in cui viviamo? 

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