Rimaniamo in sospeso


Ci siamo arrivati il 31 ottobre, zigzagando come in un videogioco fra auto schiacciate e pini abbattuti nelle recenti tempeste, sguazzando nell’antica indifferenza di Roma per tutto quello che le succede, in bene o in male. Indifferenza che fa sì che non venga mai preso nessun provvedimento veramente serio, per cui a ogni emergenza seguono esattamente e sempre le stesse conseguenze.

L’Aranciera di San Sisto era lì, bella, ariosa, confortevole per la conferenza stampa di presentazione del Festival Dipavali. E’ una grande serra in Via delle Camene, costruita a inizio secolo scorso in quella zona di Roma una volta abitata, poi abbandonata nel medio evo perché troppo periferica (Roma si era ridotta da una metropoli di un milione di abitanti a un pidocchioso villaggio di poche migliaia di persone) e recuperata in epoca fascista per ricavarne uno stradone alberato (splendido, bisogna dirlo, solo che i pini sono ormai quasi centenari e, si sa: come alberi hanno una vita breve) e un grande spazio verde davanti alle Terme di Caracalla.
Dentro, mentre un ventaccio sbatte ancora le fronde contro le vetrate, un gradevolissimo aroma di spezie esotiche proveniente da un tavolo sotto una palma in un angolo ci titilla le narici durante tutta la presentazione del Festival Indù della Luce. A fine cerimonia scopriremo che si tratta di squisite samosa e altre raffinatezze fritte.

Il Festival Dipavali si preannuncia parecchio intenso. Diviso in due giornate: la prima, lunedì, seriosa e di studio, impostata sul messaggio non violento di Gandhi nel centocinquantesimo anniversario della nascita. Qui saremo latitanti non tanto per disinteresse all’argomento quanto per questioni di tempo.

Tempo che invece dedicheremo alla seconda giornata, martedì al Teatro Studio Borgna, più frivola e appetitosa. Un concerto di canto tradizionale Khayal, poi uno spettacolo di danza Kuchipudi, e infine un’esibizione di musica Bollywood e fusion indiana. E per riallacciarci al delizioso profumino della presentazione, al ristorante del Parco della Musica ci sarà una degustazione di specialità della cucina indiana.

 

Con le orecchie dritte e l’acquolina in bocca rimaniamo per ora in sospeso.



Come andrà a finire?

Siamo tutti molto contenti che in Pakistan un giudice coraggioso abbia assolto (pare con conseguente sanguinosa rivolta dei civilissimi e garbati fondamentalisti di quelle parti che invece la vorrebbero impiccata) una povera contadina cristiana, Aasiya Noreen, accusata di blasfemia perché avrà detto chissà cosa durante un bisticcio con alcune sue compaesane islamiche e che per questo presunto reato era già in galera da parecchio.

Pur con la raccapricciante consapevolezza di quello che in alcune zona del mondo una donna rischia, quasi sempre solo per il fatto di essere donna, non possiamo non soffermarci su alcuni particolari tragicomici, anzi, quasi inverosimili della cronaca del fatto.

Insomma, pare che ad accusare la povera contadina siano state due sorelle cattive che si chiamano, leggete bene, Asma e Mafia, e che il litigio da cui è partito tutto sia scoppiato perché le ragazze musulmane avevano rifiutato un sorso d’acqua offerto dalla cristiana (la sua brocca era impura per ragioni di fede, capito?), mentre tutte lavoravano in un campo alla raccolta di “falsa” (un frutto dalla polpa agrodolce popolare da quelle parti – nome scientifico: Grewia Asiatica).

Ripetiamo: se non fosse che per scemenze del genere laggiù si rischia la pelle, ci sarebbe proprio da farci uscire da sotto i baffi una risatina incredula e bisbigliare: ma guarda che razza di nomi vanno a infilare nelle loro poesiole quelli del Corriere dei Piccoli. Tipo: “Asma e Mafia, le malvagie / della falsa alla raccolta / con menzogna disinvolta / fan l’amica condannar…”

Invece la notizia la troviamo a pagina 12 di Repubblica del 1 novembre 2018. E quindi non solo è seria, ma dovrebbe anche essere vera.

PS. Nel frattempo leggiamo che l’avvocato difensore della poveretta è stato costretto a scappare dal paese per evitare che i gentiluomini all’antica di cui sopra lo facciano fuori. Pare che stia cercando una sistemazione sicura anche per la sua famiglia in qualche nazione in Europa dove non ammazzano le persone per le loro idee.

Speriamo bene: il futuro non sembra tanto roseo neanche dalle nostre parti.

 

 

Incrociando le dita e contando su un lieto fine, rimaniamo per ora in sospeso.

Streghe


Yoko, la strega giapponese.

Quanto ci stava antipatica mezzo secolo fa questa giapponese perfida che aveva provocato la catastrofe dei Beatles!

Tutti noi, sessantottini liberati, ma sotto sotto ancora maschietti da branco, a dare addosso a questa donna non bella, e quindi incompatibile con il ruolo di distruttrice di famiglie (chiaro che per noi il quartetto dei Beatles era una famiglia), che non conoscevamo e alla quale credevamo di essere autorizzati ad attribuire il ruolo destabilizzante sull’angelo John, che fino a quel momento ci aveva rappresentati.

Poi è successo quello che sappiamo, è passato del tempo, e martedì 23 siamo andati a trovarla, Yoko Ono, allo studio Miscetti a Trastevere.

O meglio, a vedere qualche suo video, perché lei, ovvio, non c’era. Davvero niente di speciale. Immagini certo ricercate, suoni raffinati, lei spesso canta (e forse non dovrebbe); soprattutto tempi dilatati, pause interminabili, ripetizioni stranianti autorizzate dall’intellettualismo di quei tempi che a quanto pare si trascina fino a oggi. Si sa, lei è un’artista concettuale che ha sempre seguito il suo pensiero con un certo successo, ma niente in confronto alla popolarità cosmica raggiunta attraverso l’intimità con Lennon.

E, come dicevamo prima, la presunta influenza negativa sull’equilibrio di quest’ultimo.

 

Noi siamo per l’idea che della propria vita privata ognuno è padrone, che nessuno può entrare nella testa di un altro, e se John a suo tempo aveva deciso di mollare i Beatles, vuol dire che era maturo per farlo e la colpa non è certo della strega giapponese.



Yuja, la strega cinese.

E’ bellissima, sexissima; suona meravigliosamente, praticamente seminuda, taccododici. Meravigliosamente non solo come tecnica, ma come anima, pancia, cuore. E mani naturalmente.

Le abbiamo sentito eseguire il secondo movimento del concerto in sol di Ravel, quello dove, per due minuti e mezzo dall’inizio, il pianoforte da solo fa un temino in tre quarti che potrebbe essere banalissimo, ma naturalmente è meraviglioso (Ravel banale, scherziamo?), però solo se lo si suona in un certo modo: leggerissimo ma intensissimo, ma leggiadrissimo, ma spiritualissimo. In sogno, insomma. E lei ci riesce.

E poi vai su You Tube e la trovi, Yuja Wang, che smanetta su uno stupido arrangiamento pseudo jazz della marcia turca di Mozart, con inserti ragtime: molta tecnica e naturalmente neanche una briciola di swing. E ancora peggio, ultimamente abbiamo subito una sua versione da autovelox del volo del calabrone: una follia di ridicola velocità, di inutile funambolica bravura e naturalmente bruttissima all’ascolto.

Ci ricorda un po’ quei cretini del Texas o dell’Ohio che fanno le gare a chi mangia più hot dog in meno tempo e probabilmente alla fine si ritrovano tutti insieme a vomitare nei cessi.

Chissà cos’è che spinge questa fata dell’interpretazione a diventare una strega del virtuosismo.

E c’è un suo degno compare: l’abbiamo tutti visto quel bel bagnino, pardon, quel bel violinista, tale David Garrett, che si presenta in TV come campione di velocità perché, sotto gli occhi imbambolati della Clerici, il volo del calabrone lo suona in 26” netti.

 

A pensarci bene (orrore!) anche Paganini probabilmente faceva cose del genere.



La terza strega
è l’incertezza che, non diciamo che ci paralizza, ma certo ci mette in difficoltà quando un artista non ci piace. A questo punto si tratta di capire se è lui che è una schiappa, o se siamo noi che non ci arriviamo.

Bene, un esempio giusto di questo nostro dilemma è lo scultore Leoncillo (1915-68) che abbiamo rivisto in una ricca mostra alla galleria  Apolloni il 26 ottobre.

Ecco una sua ceramica. Com’è, bella? Per noi, no. Colorata? Sì, molto. Significante? Mah. Però è un’opera che non ci lascia indifferenti. E allora vuol dire che qualcosa è.

Un unico suggerimento: studiarla.

E questo naturalmente si può riferire a un’infinità di autori che non ci gratificano l’occhio o l’orecchio, ma che in qualche modo ci mettono in subbuglio l’anima.

 

Certo ignorarli non possiamo proprio, se non altro per evitare i disagi psichici che ci potrebbe scatenare contro, appunto, la terza strega

Brindisi e compleanno


Come reagireste se Gucci vi invitasse per un bicchiere di Ca’ del Bosco, Valentino per una coppa di Marchesi Antinori, Dolce e Gabbana per un calice di Donnafugata, e così via discorrendo, anzi trincando per un totale di 58 boutique del centro storico, tutto intorno a Piazza di Spagna?

Noi abbiamo reagito nell’unico modo saggio: abbiamo accettato l’invito, ci siamo messi in alta tenuta e via per una faccenda chiamata “La Vendemmia di Roma 2018”, con partenza alle 19.30 di giovedì 18 ottobre e arrivo dovunque la resistenza degli invitati lo consentisse.

Il progetto è semplicissimo e geniale: tutte le boutique del gran lusso italiano e internazionale sono aperte e in ognuna viene servito, insieme a squisiti bocconcini, uno (o più, a seconda della faccia tosta del richiedente) bicchieri di vino di ottime annate e di marche superiori.

Tutto di qualità tanto eccellente che, pur avendo, diciamo così, accettato (per cortesia, intendiamoci, mica per tendenza etilica) quasi ogni proposta, l’indomani neanche un filo di mal di testa.

Non c’è che dire: cosa c’è di meglio che ammirare, o anche sbeffeggiare in caso di eccesso, un collier da tre milioni di euro o una borsetta da trentamila, con in mano un bel calice gelato e senza il senso di inadeguatezza inevitabile quando uno di noi comuni mortali decide di entrare in una supergioielleria ben sapendo che non comprerà niente.

Tutti gentili, efficienti, simpatici: una serata davvero splendida, aiutata anche da un clima primaverile e, perché no, dalla magia della scalinata di Piazza di Spagna.

Se non che…

 

Se non che, in ogni salone, davanti a ogni vetrina, ci è venuto di dire, e abbiamo sentito uscire dalla bocca di molti dei nostri compagni di mondanità questa frase, che è una vera e propria condanna per la nostra stupida, sudicia e suicida città: “Che bello, sembra di stare a Milano!”


 

“Preludio dei siciliani al di sopra di ogni sospetto”.

Questo è l’arguto titolo (evidente il riferimento alle colonne sonore di “Il clan dei siciliani” e “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) di un brano che l’organista Angelo Bruzzese ha regalato a Ennio Morricone, di cui, come ormai sanno tutti, nel 2018 è scattato il novantesimo compleanno.
A festeggiarlo nella Sala Accademica di S. Cecilia, sabato 20, in una serata dal titolo: “Morricone e l’organo, un rapporto quasi sacrale” organizzata da Giorgio Carnini, organista anche lui, e dei migliori, c’era una quantità impressionante di collaboratori storici: Bruno Battisti D’Amario, Carlo Romano, Gilda Buttà, Luca Pincini e altri presenti ormai solo nel ricordo: Franco Tamponi, Dino Asciolla, con i quali (quelli vivi) il maestro ha cominciato a tirare fuori aneddoti da sala d’incisione, magari vecchi di mezzo secolo, ma raccontati con grinta e memoria infallibili.

E in più, noi che eravamo seduti proprio dietro di lui abbiamo controllato: non ha una ruga (vedere foto).

Finalmente, fra una battuta e l’altra, è venuto fuori ciò che sappiamo essere, magari non un cruccio, ma certo un pensiero sempre presente nella sua opera: il sormontabile abisso, forse solo un fosso, fra la musica di servizio (quella per il cinema, per intenderci) e la musica assoluta che per Morricone è quella da concerto.

Parlando di alcuni suoi film (La battaglia di Algeri, per esempio) il maestro ha svelato che nei temi musicali che sottolineano le scene lui spesso nasconde riferimenti colti a Bach, a Frescobaldi: “Tanto il regista manco se ne accorge, e io, con queste citazioni dalla grande musica classica riscatto me stesso e gli altri compositori per il cinema da quello che ci può essere di commerciale, anzi, di minore (proprio questa la parola usata) in quella musica”.

 

Un punto di vista interessante.

Rhinoceros & Ecstasy


Rinoceronte.

Venerdì 12, tarda mattina. Una normale foto turistica: l’arco di Giano con dietro l’arco degli Argentari e la chiesa del Velabro. Un cipresso e un muraglione. Nessuna traccia di edifici moderni. E lì a sinistra, incongruo, un animalaccio che bruca fra i sanpietrini. Di che si tratta?

E’ un Fendi original. Rappresenta Roma: non quella di oggi, quella imperiale, che vedeva nel rhinoceros il simbolo di una forza suprema. Ed è anche il nome del progetto di salvataggio e restauro di un blocco di edifici popolari, molto sgarrupati, anzi addirittura abbandonati, rimasti al livello medievale, di parecchi metri superiore a quello romano, e risparmiati dagli scavi mussoliniani di apertura della Via del Mare.

Fendi li ha recuperati con un restauro (non ci è sembrato sensazionale) che lascia intatte ma cristallizzate le tracce del degrado delle murature esterne, mentre all’interno modernizza tutto con acciaio e vetro. Sensazionale invece è la vista dal terrazzo (il miracolo che in questa nostra città salva sempre le situazioni) che arriva dappertutto: Fori, Cupoloni, Templi, Colli e perfino i Castelli.

 

Meritano una passeggiata sia la vista che il rinoceronte.


 

Swing.

Dall’Enciclopedia della Musica Garzanti: “Swing: elemento fondamentale del jazz che definisce il gioco degli accenti, degli anticipi e dei ritardi e che non può essere assolutamente fissato sulla carta”.

Per la serata di apertura della stagione di Santa Cecilia, con la grande orchestra, il coro in camicie a quadretti, i percussionisti aggiunti, i cantanti e le ragazze vestite con abitini americani anni cinquanta, siamo stati testimoni di una impeccabile esecuzione di West Side Story di Bernstein diretta impeccabilmente da Antonio Pappano.

Impeccabile, come possono leggerla un’orchestra sinfonica e un coro classico guidati da un direttore impeccabile. E’ comunque fuori dubbio che, per nostro maggior piacere, in questo musical tutto è bellissimo: i temi, la trama (Giulietta e Romeo), i testi, l’orchestrazione e le parti solistiche.

Mancava quella sciocchezza in più, secondo noi indispensabile per questo tipo di musica; la quale sciocchezza, appunto perché non può essere assolutamente scritta (come dice la Garzantina) altrettanto assolutamente non può essere letta da un gruppone di centoventi orchestrali e coristi classici, per quanto ben diretti: lo swing.

Niente di male, intendiamoci: intanto perché la maggior parte degli spettatori (abbondanza di bastoni, teste bianche e sedie a rotelle fra il pubblico) non se n’è neanche accorta, e poi perché se il Cav. Serpente vuole proprio lo swing, invece che a Santa Cecilia dovrebbe andare in un locale che si chiama Alexanderplatz, fucina del jazz romano, e che, incidentalmente, ha appena riaperto. Ne riparleremo.

 



Ecstasy.

Ma non del tipo illecito che qualcuno, malizioso, potrebbe immaginare.

Chiude questa interessante settimana “Teresa, l’ultima estasi”, un monologo di e con Rosa Di Brigida, visto domenica 14 per la regia di Francesco D’Ascenzo nella piccola, intima, antica chiesa di Santa Maria in Monterone.

Teresa d’Avila è una donna che, in un periodo in cui quelle come lei non contavano niente, dice: “Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi, da far paura agli stessi uomini”.

Di Brigida, sola in scena con musiche e suoni audaci, con costumi e scenografie di sua pura invenzione, muore e rinasce in un’estasi umana e ultraterrena, ancor più allucinata di quanto potrebbe essere se fosse travolta dalla sostanza psicotropa del titolo.

E noi del pubblico siamo usciti da questa partecipata esperienza stupefatti anche noi, anche noi estasiati, ma per niente storditi; anzi, più ricchi.

 

 

Spicchi autunnali di cultura


Due porte in faccia (ma siamo contentissimi), un parziale recupero (che però non ci porta a niente), un momento di insofferenza (attenzione, qui si rischia grosso!) e finalmente un concerto stupefacente per numeri e per divertimento. Queste sono le due settimane passate.

Cominciamo con le porte in faccia. Venerdì 28 settembre, al Chiostro del Bramante si inaugura la mostra “Dream”. Siccome il chiostro ce lo abbiamo sotto casa, ce la prendiamo comoda e passin passetto arriviamo all’angolo di Via della Pace: bam! una fila di mezzo chilometro a intasare i vicoli dei dintorni. Non si passa. Dopo un tentativo di attesa virtuosa, optiamo per un peccaminoso cappuccino al bar. Bene, vuol dire che la cultura, contrariamente a quello che dicono alcuni nostri ministri, tira.


E tira parecchio anche domenica 30 al MACRO, dove si inaugura l’Asilo, una proposta di museo aperto e gratuito per tutti. Non un tempio serioso da visitare sussurrando, ma uno spazio dove ogni giorno succede qualcosa di comunitario: mostre, concerti, lezioni. Senza dubbio anche questa idea piace perché la fila, come si vede, è anche più lunga, ma tutti sembrano contenti di aspettare per acchiapparne un po’, di cultura. Noi ce ne andiamo prontamente, anche perché sappiamo che torneremo per un parziale recupero.


Eccoci qui qualche giorno dopo, per l’Atelier Riace. Va in scena “Una liturgia patafisica per i matrimoni migranti”, come leggiamo sul foglietto di accompagnamento alla cerimonia, che comincia con una monotona (voluta, ci auguriamo, ma non ne siamo tanto sicuri) accoppiata di canto e organetto indiano, per proseguire con una farsesca cerimonia nuziale, officiata da un barbuto in velo di tulle, fra coppie eterogenee autodichiaratesi, che dopo la benedizione fanno una miniprocessione nuziale nell’immenso salone del MACRO.

L’intenzione che filtra dalle paginette della presentazione e serpeggia nell’azione ci pare sia attirare l’attenzione su Riace, il suo sindaco, i migranti e il razzismo rampante.

 

Lodevole; peccato che la faccenda ricordi molto di più una cerimonia goliardica, di quelle che si facevano una volta ai danni delle matricole. Insomma, certo, anche il tema più serio può essere messo in burletta, però forse non così.


Sull’argomento successivo, massima cautela. Si tratta della magnifica mostra organizzata al teatro Valle in omaggio e in memoria di Paolo Poli. L’allestimento è di gran gusto, lo spazio, con quei velluti e dorature del teatro che ha ancora tutta la sua patina ottocentesca (ma non era cadente, anzi, praticamente caduto?) è quanto di meglio si possa immaginare come ambiente dove esporre i magnifici costumi, le bellissime fotografie, i geniali bozzetti delle scenografie.

E in più, in sala e dai palchetti, numerosi schermi trasmettono in loop i videini, le canzoncine, i monologhini, le poesiole che hanno riempito i sessant’anni della carriera teatrale di Poli. A un certo punto della visita, però, succede qualcosa. Non sappiamo perché (o forse lo sappiamo benissimo: troppa glassa rovina anche il pandispagna migliore) dopo aver ascoltato “Vieni, pesciolino mio diletto, vieni…” o “La vispa Teresa avea fra l’erbetta…” e altri innumerevoli numeri tutti recitati (benissimo) con quel birignao suo così personale, cantati (benissimo) con quella sua vocina da zanzarone smanceroso, accompagnati (benissimo) da gesticolamenti di mani ben bene affettati, ci viene un po’ di nausea.

 

Troppo Poli. E’ normale?



Sabato 6 ottobre, colpo di scena. Nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, per la rassegna “Un organo per Roma”, abbiamo l’Orchestra di Flauti del Conservatorio raccolta a singolar (anzi, plural) tenzone con l’organo.

Nel corridoio che affianca la sala trillano come esercizi di riscaldamento la marcetta dei sette nani e quella dei tre porcellini mentre una folla di pifferai magici, in realtà quasi tutti graziose ragazze, aspettano di andare in scena, dove ci serviranno, in un repertorio contemporaneo, sonorità piuttosto inconsuete.

Si tratta di una sessantina fra ottavini, flauti in do, in sol, e perfino un minaccioso (e soprattutto inutile, come sono spesso gli strumenti ai due estremi della famiglia) flauto contrabbasso, dal quale, per provare a farci capire qualcosa, è riuscito a estrarre qualche doloroso muggito il pifferaio capo, Franz Albanese (che dirigeva anche l’orchestra).

 

Sessanta flauti tutti insieme non sono uno scherzo Se però sono suonati così bene diventano uno scherzo ben riuscito.


Il fascino dell'ulcera


A Roma, a Trastevere, c’è un luminoso esempio dell’architettura di regime: la sede della Gioventù Italiana del Littorio - GIL (ora naturalmente Ex). E’ un edificio vestito di quella essenziale bellezza lineare che avevano raggiunto i palazzi pubblici nella prima metà degli anni trenta, soprattutto quando la loro progettazione era messa in mano a gente in gamba, come in questo caso Luigi Moretti.

Poi, certo, il fascio, tanto bravo a scegliere i propri architetti, cadeva nell’eccessivo quando si impuntava a voler piazzare a tutti i costi i sui messaggi politici su ogni superficie possibile, come questo pannello marmoreo che copre un’intera parete del salone di ingresso. Trionfali “Noi tireremo diritto” e recriminatorie “Sanzioni”, inique o no, con l’inevitabile “M” a incorniciare la carta dell’Africa e le colonie appena conquistate

Noi eravamo lì non per ragioni nostalgiche, ma per festeggiare la decima edizione della rassegna “DermArt”, la geniale invenzione con la quale Massimo Papi, dermatologo, ogni anno ci racconta le malattie della pelle attraverso il confronto con l’arte visuale.

E’ un appuntamento al quale, come speriamo non abbiano dimenticato i nostri lettori, noi non manchiamo mai perché la sua formula, ripetiamo, geniale, ci porta a vedere con occhio di terapeuta, e quindi per la maggior parte di noi nuovo, i capolavori della pittura mondiale (unghie deformi, pelli macchiate, verruche, nei e molteplici altre imperfezioni), mentre con l’analisi clinica ci accompagna, viziandoci quasi, nella morbosa attrazione che quasi tutti noi proviamo a vedere con occhio di uomo qualunque, stavolta autorizzato dall’impostazione estetico culturale della faccenda, quella che potremmo senz’altro chiamare la putrefazione in vita del corpo, o meglio del suo involucro esterno, la pelle, che è il primo spazio su cui il profano vede e identifica la malattia.

In altre parole, un intervento su un rene o sui polmoni ci fa entrare nell’interno del corpo, cioè in un terreno che nessuna persona normale riconosce (brandelli di muscoli, vasi, nervi e budelli, sanguinolenti o no, ma non familiari e quindi non emozionanti) mentre tutto quello che riguarda la pelle è immediatamente percepito perché a noi familiare, e perciò anche lo spettatore non competente ci si può tuffare con tutti i brividi del caso: ribrezzo, paura, orrore, ma comunque sempre con partecipazione.

 

Appunto: il fascino dell’ulcera.


 

Una coincidenza a dir poco sorprendente.

 

Oggi 20 settembre 2018 è festa grande con messa solenne, ostensione delle reliquie e processione con banda presso la chiesa di San Salvatore in Lauro, il cui parroco è da sempre uno sfegatato ammiratore di Padre Pio.

 Sono cent’anni esatti dal giorno in cui al Santo da Pietrelcina furono imposte le Stimmate.

Su questo argomento, malgrado il seguito sempre crescente che lui ha raccolto nel gregge dei fedeli, negli anni si sono susseguite furiose polemiche: queste famose stimmate sono frutto di uno stato di isteria morbosa e quindi autoimposte e magari mantenute o aggravate con la somministrazione di pozioni, come hanno testimoniato fior di medici? Oppure sono l’imperscrutabile frutto della volontà divina che ha scelto come portatore del suo verbo il frate, come ha testimoniato nientemeno che il penultimo Papa facendolo santo?

Naturalmente queste considerazioni sono decisamente un po’ troppo elevate per noi, che sull’argomento siamo impreparati e non sapremmo come gestirle. Ci colpisce invece la coincidenza a dir poco sorprendente delle date.

Perché il 20 settembre è, sì la prima apparizione delle stimmate su mani e piedi di Padre Pio, strepitosa e incomprensibile manifestazione di potere sovrannaturale di Dio e della sua chiesa, ma è anche la data della presa di Porta Pia, cioè della fine del potere per niente sovrannaturale, ma naturalissimo, anzi temporale della chiesa stessa. Espiazione?

 

O una coincidenza voluta dal supremo? O dallo stesso Padre Pio? O solo dal caso? Mah!

Accidenti, è di nuovo lunedì


Proprio così: la settimana è passata, ed eccoci qui: storditi per tutte le cose utili o inutili che abbiamo visto e fatto, nessuna delle quali meritevole della perfida attenzione del Cavalier Serpente.

Ci sentiamo come questa incredibile bottega, così bulimicamente gremita di libri che c’entra, a stento, solo il proprietario (un signore che non deve avere tutte le rotelle a
posto) e gli acquisti si fanno dall’esterno.

E quindi nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa.

di nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa


Siamo molto molto arrabbiati; e chiaramente si vede da questo nostro profilo. E’ evidente che ci siamo lasciati sfuggire la situazione di mano, scontentando in questo modo  noi stessi e i lettori, che, nella nostra ingenua, ma anche perversa mania di grandezza, immaginiamo spasmodicamente attaccati al loro computer ogni lunedì in attesa di essere stimolati dalle nostre esternazioni


E’ spiacevole trovarsi così a mal partito, praticamente handicappati da questa mancanza di notizie da riferire, proprio come un poveretto che si trovi privato dell’uso di una gamba e debba ricorrere a una stampella per trascinarsi faticosamente in giro, finché non capita al Santuario, e il titolare gli fa il miracolo di restituirgli l’arto sano, in cambio del quale lui lascerà come testimonianza il sussidio ortopedico.

 

Ci siamo stati anche noi, da storpi in cerca del prodigio, ma non è successo niente: la stampella ce la siamo riportata a casa.


…e allora che fare?

Perché una cosa è sicura: il Cav. Serpente non vuole fare la figura del macaco, sempre rispettando la suscettibilità di questa degna bestiola che ci dicono essere sull’orlo dell’estinzione e che probabilmente non gradirebbe, se lo sapesse, essere usata come termine di paragone nel giudicare l’umana scempiaggine.

 

(Nota per gli amici zoologi: non siamo affatto sicuri che il signore ritratto qui a sinistra sia un macaco. Speriamo che ci scuserete il più che probabile scambio di identità: ci serviva per il nostro discorsetto).

 

Ci rimane solo una cosa per salvare, se non la serietà dell’impresa, almeno il rapporto con gli amici lettori: prostrarci in ginocchio e invocare la loro benevolenza.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…

 

 

 

 

Tanto per non lasciarvi a brancolare nel buio, le foto sono:

 l. La libreria S. Agostino, di fronte all’omonima chiesa, una bottega deve non entra un foglio di più di quelli che già ci sono stipati.

2. Il monumento di Goethe a Villa Borghese (il profilo è quello di Mefistofele).

3. Il Santuario del Divino Amore, reparto storpi miracolati.

4. Una scimmia in via di estinzione, dalla mostra Photo Ark al Parco della Musica.

5. Un bassorilievo nel battistero di S. Giovanni in Laterano.

 

 

Figli dei Flowers


Mercoledì 5 settembre ci siamo trovati con un bel gruppo di ex a salutare Lindsay Kemp nel cimitero acattolico a Porta San Paolo. Ex sessantottini, ex fricchettoni, ex figli dei fiori, anzi, dei Flowers.

Il cimitero è un giardino di grande suggestione, dietro la Piramide Cestia, uno dei pochi spazi campestri rimasti entro le Mura Aureliane. Nato tempo fa come concessione benevola, ma anche politica, del Papa che non voleva dare alloggio nei suoi cimiteri istituzionali a stranieri senza dio, ma d’altra parte non poteva scontentare principi e re non cattolici che avevano ambasciate a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

 

Fra le altre c’è la tomba di un personaggio oscuro, August, figlio di uno invece molto più famoso, Wolfgang. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome di battesimo: è segnalato semplicemente come
Goethe Filius.

Una festa di saluti nella angusta cappella che occupa un angolo dello spazio verde. Ricordi, rimpianti e le canzoni di Edith Piaf, che non mancano mai in questo genere di cerimonie. E un ignoto amico in bianco costume da guru, qui ripreso mentre svanisce fra le fronde.

Certo, ogni volta che partecipiamo a queste riunioni laiche ci delude la mancanza dell’arte bella, dell’antica sapienza cerimoniale e dell’aura spirituale di una chiesa cattolica. Siamo tutto tranne che osservanti, ma la morte nessuno la sa celebrare meglio di loro.

All’uscita, affacciati sulla parte più antica del cimitero, ci è caduto l’occhio su questo ineffabile cartello; lo abbiamo letto, abbiamo immaginato qualche parente inconsolabile sorpreso dai guardiani in flagrante dispersione di ceneri e abbiamo sorriso; ma poi non abbiamo resistito alla tentazione e, click!

E, a proposito di cerimonie…

 



…non basta saper suonare.

“Jammin’”, rassegna del St Louis College of Music, Teatro Studio Borgna, giovedì 6 settembre.

Un concerto molto interessante: tre gruppi di giovani musicisti, uno più bravo dell’altro (vogliamo segnalare in particolare i Conversessions), che hanno suonato temi di straordinaria complessità melodica e armonica, con continui ed eleganti cambi di ritmo e di atmosfera, intrecciati a soli lirici e funambolici.

Insomma, uno spettacolo assolutamente meritevole. Musicalmente.


Quando si registra in studio l’unica cosa che conta è la musica. Con un bravo fonico tutto finisce su un supporto e lì rimane immutabile e, si spera, per sempre.

Ma quando si sale sul palco la faccenda cambia. Non c’è più solo la musica, ci sono altri fatti che in studio non contano: le parole e i nomi con cui ci si presenta (che spesso, forse per timidezza, escono biascicati e incomprensibili), i movimenti che si fanno (invariabilmente maldestri e senza traccia di regia) e infine i panni che si indossano.

Elementi che, per qualche imperscrutabile alchimia, questi gruppi sembrano ignorare, non considerando che il solo fatto di stare su un palcoscenico significa partecipare a una cerimonia che ha, per l’appunto, le sue regole.

Va bene non indossare smoking o giacchette a righe tutte uguali che fanno tanto complessino da night anni ’60, però sfugge alla nostra comprensione perché mai un giovane musicista, bravo, di bella presenza e in più investito, che se ne renda conto o no, della missione di trasmettere arte al pubblico, per andare a suonare debba buttarsi addosso stracci che neanche uno spazzino delle favelas di Nairobi o un bagnino di Ostia Lido…

Che sia una sfida a noi bacucchi tradizionalisti?

 

 

Un pollaio a Palazzo Madama


Il turista con un minimo di sensibilità estetica che ha appena fatto un giro intorno alle mirabili fontane di Piazza Navona è probabilmente sull’orlo della famosa sindrome di Stendhal e avrebbe bisogno di un’oretta per riprendersi, magari seduto al bar Tre Scalini davanti a un bel tartufo gelato.

Se invece decide di rischiare il tutto per tutto e proseguire in direzione del Panteon, dovrà per forza prendere la Corsia Agonale, che dalla piazza porta davanti all’ingresso di Palazzo Madama.

Il quale, malgrado il nome apparentemente frivolo (in origine era destinato non a Madama Italia, che ancora non esisteva, ma a Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, detta appunto “La Madama”) oggi è sede del Senato della Repubblica: come dire, il luogo più rappresentativo della nazione.


Per la sicurezza dei senatori un’auto dei carabinieri è sempre parcheggiata lì di fronte. In più esiste una barriera di prezioso ferro satinato montata lungo il marciapiede e, per ulteriore garanzia, proprio allo  sbocco della Corsia Agonale di fronte al palazzo, c’è un cancello dello stesso materiale pregiato, con SPQR impresso sui piccoli stemmi all’incrocio delle transenne.

 

In caso di sommosse popolari, questo bel manufatto può essere chiuso dalle forze dell’ordine in modo da bloccare eventuali cortei di facinorosi diretti, appunto, al Senato.

Ma in un normale pomeriggio d’estate, con tutti i romani al mare e pochi turisti a spasso, l’artistico sbarramento metallico ovviamente non serve. Allora, tenendo bene in mente il decoro dovuto al luogo istituzionale e l’immagine da offrire agli stranieri in visita, come si regolano gli addetti alla sicurezza, (qualche fantasioso factotum del Senato, immaginiamo; o magari un poliziotto di servizio) per tenere aperto il cancello?

Ecco: legando alla bell’e meglio le nobili bronzee ante con un pezzo di cavetto elettrico. Neanche in un pollaio.

 

Un perfetto monumento all’attuale (o forse eterna?) cialtroneria della nostra città.



…e una jungla in cortile

Tranquilli, non ci siamo spostati in Amazzonia. Stiamo sempre nel Lazio, sulla Via Tiberina, a una trentina di chilometri da Roma, fra le rovine della Colonia Julia Felix Lucus Feroniae. Un sito archeologico modesto, certo nulla in confronto al Foro Romano, ma benedetto da un’arcaica solitudine, anche se è a un passo dall’Autostrada del Sole, e da un bucolico profumo di mentuccia.

 

Quello che manca all’esterno lo troviamo all’interno del piccolo ma perfetto museo che accoglie il visitatore (letteralmente “il” e non “i”: eravamo gli unici esseri umani oltre la gentile custode, sia fuori, sui prati seminati di pochi marmi, sia dentro le sale). Ingresso libero, confortevole aria condizionata, un ragionato itinerario di visita, vetrine bene illuminate e illuminanti didascalie, e soprattutto pezzi di scultura strepitosi, fra cui questo magnifico bassorilievo recuperato dalla sontuosa Tomba del Gladiatore recentemente scoperta lì vicino e sottratta ai tombaroli.


E allora, se tutto è così perfetto, qual è il nesso con il cavetto del Senato? C’è, non dubitate, perché basta, dall’interno impeccabile delle sale (e senza responsabilità, ci teniamo a dirlo, del personale) affacciarsi al cortile, ed eccoci sprofondati nella foresta vergine, come nei libri di avventura per ragazzi.

Anche sforzando l’occhio, s’intravvedono appena, celati dalla vegetazione esuberante, un bel po’ di rocchi di colonna, capitelli, cornicioni: frammenti di un certo interesse; ma sono irraggiungibili.

Esattamente quello che succede a chiunque, in questo sfortunato incivile momento storico, si avventuri in un parco di Roma, o addirittura osi salire su una normalissima aiuola spartitraffico; va a finire che si smarrisce inghiottito dall’erba che arriva al petto.

Basterebbe un umile giardiniere con un umile decespugliatore e tutto sarebbe, in un attimo, di nuovo umilmente civile.

Quello che manca non è l’uomo o l’attrezzo. Né, nel caso del Senato, una decorosa catenella assortita al resto.

E’ il pensiero che manca.

 

 

Il diavolo e le sottane

 

(Replica da “L’ostia fritta” del 3 settembre 2012)                            
C’è a Roma, ai piedi del Palatino, la chiesa di S. Anastasia. Qui, appoggiate alle pareti, stanno otto stupende colonne romane di scavo: sette di un bel marmo color miele con screziature bruno violette. L’ottava è di un elegantissimo grigio striato di bianco, magnifica.

Ma, invece di sdilinquirci come facciamo di solito dietro a marmi e sassi assortiti, oggi, 3 settembre 2012, il vero oggetto a cui dedicare la nostra attenzione lo troviamo nella navata di destra: una gran bacheca che espone, raccontati in ordine cronologico, i più clamorosi miracoli transustanziali del passato.

Per la Chiesa il miracolo eucaristico della transustanziazione, che si ripete a ogni celebrazione, è la certezza che nell’ostia e nel vino ci siano la carne e il sangue di Cristo. Ovviamente è un fatto che non si può, anzi, che non ci si deve sforzare di dimostrare. Crederci e basta, bisogna.

 

Solo che quando ci si affaccia all’indimostrabile si rischia di scivolare nel baraccone dell’ingenuo o, peggio, del grottesco. Qui ci stiamo dentro in pieno. Dalla bacheca abbiamo scelto i casi più pittoreschi, forse meno noti del miracolo di Bolsena, illustrato da Raffaello nelle Stanze Vaticane, ma molto più divertenti. 

Primo. Anno Domini 595. Miracolo di San Gregorio Magno. A messa, una donna di fede poco salda scoppia a ridere sonoramente (sottolineato nel testo) mentre si comunica. Scandalo in chiesa. Il papa blocca la funzione. A questo punto il pane dell’ostia diventa carne e comincia a sanguinare. La donna, spaventata, si pente, il papa si tranquillizza, e tutti tornano a casa felici e contenti.


Secondo. Miracolo dell’ostia fritta (non è un titolo nostro, sarebbe troppo facile. Sta scritto proprio così nella bacheca). Siamo nel nono secolo dopo Cristo. Una (attenzione) ebrea s’intrufola in chiesa, ruba un’ostia, se la porta a casa, e per sfregio, dopo aver fatto scaldare sul fuoco una bella padellata di olio, ce la butta dentro per cucinarla. Colpo di scena: l’ostia non solo non frigge, ma si mette a sanguinare inondando in poco tempo tutta la casa. Emozione al paesello. Viene convocato il vescovo, si organizza in quattro e quattr’otto una processione per espiare il sacrilegio, e il luogo del peccato è trasformato in chiesa. Della donna non si sa più niente: che ci sia da preoccuparsi un po’ per lei?


Terzo. Miracolo di San Pier Damiani; è il 1050, località sconosciuta. Una donna, cedendo a pulsioni abominevoli, per fare un maleficio a casa sua, ruba un’ostia e la porta via nascosta sotto le sottane. Qui bisogna stare attenti perché in quella zona corporea, specialmente in un’epoca in cui le mutande erano poco usate, ci possono essere dei punti molto rischiosi per un’ostia innocente. Un prete furbo se ne accorge, l’insegue, l’acchiappa e recupera l’ostia, la quale, questa volta chissà per quale misteriosa ragione, si divide in due parti, una rimane di farina, l’altra si trasforma come previsto, ma in cronaca non si parla di sanguinamento.

 

E quarto. Anno 1228, miracolo di Alatri. Una giovane suggestionata dal cattivo consiglio (continuiamo a riportare fedelmente le parole dei testi) di una malefica femmina, dopo aver ricevuto dal sacerdote il corpo sacratissimo di Cristo, lo trattiene in bocca fino al momento in cui lo può sputare fuori per nasconderlo in un panno.

Qui ci tornano in mente le minacce del nostro insegnante di catechismo che ci preparava alla prima comunione e ci aveva proibito di toccare l’ostia coi denti per non rischiare di far male a Gesù. E ricordiamo anche la sensazione di angoscioso soffocamento quando questo tondino si appiccicava al palato, perché neanche con un dito ci era permesso di scrostarlo.

 

Dopo tre giorni la giovane suggestionata va ad aprire il panno e trova, ancora una volta, la carne, e per di più freschissima. Immediata confessione e pentimento. Minaccia di punizioni efferate soprattutto per la malefica femmina a cui viene attribuito il ruolo di mandante diabolica. Però stavolta c’è il lieto fine. Dopo averle spaventate a morte, le autorità ecclesiastiche rimandano a casa le due con una ramanzina e basta.


Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbe altro. Tutto verificabile. S. Anastasia al Circo Massimo. (La chiesa è sempre lì, la bacheca purtroppo no, sono passati sei anni, ma i resoconti dei miracoli si trovano facilmente anche in rete).

Noi non vogliamo esagerare e cadere a nostra volta nel ridicolo. Ma ci teniamo a sottolineare due punti.

Primo: quasi tutti i miracoli cessano di verificarsi appena appaiono tecniche e apparecchi capaci di registrarne una testimonianza.

Secondo, e qui stiamo messi molto peggio: le peccatrici, le dubbiose, le eretiche, le ladre sono tutte donne.

La Chiesa non si smentisce.

 

Il diavolo, c’è poco da fare, sta sempre sotto le sottane.


Una conchiglia

(Replica dall’8 agosto 2016)

 

Esattamente due anni fa. Sentite che lirismo…

 

Un castello medievale è un po’ come la conchiglia di un mollusco marino. Parliamo naturalmente del castello militare, non di quello residenziale del Rinascimento, luogo di arte, delizie e ozio. 

Mura spesse circondano tutto lo spazio, a volte anche con un doppio giro, a difesa formidabile di quello che c’è dentro: praticamente niente (e tutto). Nell’animale si tratta di un flaccido corpo indifeso che pesa pochi grammi in confronto alla pietra del guscio. Nel castello, fra mura, torri, porte e saracinesche rimane sì e no lo spazio per un cortile e una casupola di poche stanze in cui si ammassano il signore e la sua famiglia, gli unici a dormire in un letto; gli altri tutti insieme sulla paglia: soldati e cavalli, servi e porci.

 

Così è il castello dell’Abbazia di Vulci, un guscio di pietra nera con sei torri, da una parte un fossato, e dall’altra la gola del fiume Fiora superata dal magnifico ponte etrusco-romano. 


Ci arriva voce di una nuova sistemazione del museo etrusco dell’Abbazia, e del ripristino del ponte danneggiato da una inondazione. Si parte.

Dopo una galoppata per strade e stradine fiancheggiate ormai non più dalle dorate messi che uno si aspetterebbe di vedere in una campagna che è ancora fra le meno popolate d’Italia, ma da grandi distese di pannelli solari (il contadino, che avrà anche le scarpe grosse, ma ha il cervello fino, ha capito presto da che parte arrivano i soldi), scorgiamo, come in un’inquadratura di Brancaleone, emergere, unico segno umano nella campagna deserta, le torri del castello.

Emozione. E in più, appena dentro il portone è un tuffo nel passato. L’ingresso cavernoso è segnato da nidi di rondine con i pulcini che si affacciano sul bordo in attesa dell’imbeccata; roba che non vedevamo più dalla nostra infanzia. E anche il cortile è tutto un volare e un garrire.

Il museo è come tutti i musei etruschi: vasi e vasetti: frammenti magari rarissimi, che noi non avremo mai la  pazienza, o la competenza, di esaminare uno a uno con l’attenzione che meritano. E allora non ci rimane che andare un po’ a zonzo per le stanze della rocca, stupirci per la ristrettezza dello spazio abitabile di quello che era l’unico edificio per miglia e miglia intorno e finalmente infilarci nella locanda vicina per un robusto piatto di strozzapreti alla maremmana.

 

Poi via sotto il sole, in giro per una distesa ancor più desolata rispetto alla campagna circostante e abitata solo da spettri millenari: la città, prima etrusca poi romana, di Vulci.


L’abitato antico è, anzi era, grande, ma non ne è rimasto davvero molto. Marmi, pietre, qualunque frammento riutilizzabile è stato portato via, magari per costruirci una porcilaia o un recinto per le pecore.

E, come spesso succedeva nei miserabili anni bui dopo la fine della civiltà romana, gli spazi urbani occupati da un tempio, dal foro, da una villa, o comunque segnati da una presenza umana, e grazie a essa impregnati di un vago senso di sicurezza, erano scelti per deporvi, sotto una spanna di terra, i resti di un parente, di un amico, di un semplice viandante.

Sempre meglio dell’ostile campagna infestata da animali feroci e da diavoli maligni.

Con un raro spirito di rispetto per la storia, o forse semplicemente per testimoniare il passato (o magari per una condivisibile ironia sulla pochezza della vita umana), gli archeologi che hanno esplorato l’area hanno deciso di lasciare alcune di queste sepolture là dove le avevano trovate, semplicemente grattando via quel palmo di terra che le ricopriva e proteggendole con una teca trasparente.

Così ci sono apparse.

Un sole torrido, la terra arsa e polverosa, un volo di corvi, pochi stentati fili d’erba e questi scheletri perfettamente disseccati, distesi in un sonno assolutamente naturale e tutt’altro che macabro.

Una bella lezione di eternità relativa e di insignificanza delle cose terrene.

 

 

I sederoni di Caravaggio...e il gregge di Padre Pio

Poco rispondenti alle esigenze del soggetto sacro, secondo i committenti ecclesiastici, e questo appare evidente; inopportuni, secondo i committenti nobili,  in quanto espongono la miseria della povera gente, e anche questo colpisce l’occhio; irrispettosi, secondo i teologi perché con il loro messaggio troppo umano relegano in secondo piano quello religioso. Amen.

A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti di cosa stiamo parlando: dei sederoni di Caravaggio.

 

Basta un’occhiata alla Crocefissione di S. Pietro: eccolo là, in mezzo a tutto quel dolore, il carnefice indaffarato con chiodi e corde e con il sederone per aria e i piedi luridi. E nella meno drammatica ma sempre altamente spirituale Madonna dei pellegrini, ancora piedi sudici e ancora in PP il didietro del miserabile viandante inginocchiato  in adorazione di Maria.


Beh, anche a noi è capitata la fortuna di scattare (di nascosto, come di nascosto sembrano dipinti i quadri di Caravaggio) una immagine caravaggesca. Eccola: anche qui c’è un voluminoso fondoschiena in primo piano, quello del sacrestano che pulisce il pavimento mentre la perpetua si occupa dei lumini. E sullo sfondo, il vero fulcro religioso della composizione: Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

Si tratta di una scultura iperrealista, sulla cui qualità ci sembra opportuno sorvolare, che si trova  in una cappella di San Salvatore in Lauro, a Roma, e ci aiuta a entrare in argomento: il santo di Pietrelcina e il centenario, che cade proprio quest’anno, delle sue stimmate.

Il parroco della chiesa è un appassionato ammiratore di Padre Pio, tanto è vero che ha riempito ogni angolo di statue e reliquie del Santo.

       Che in realtà sono davvero poca cosa: i mezzi guanti macchiati di sangue, una stola, qualche oggetto di devozione quotidiana, un breviario, due attrezzi liturgici.

Sono ormai fuori moda le vere reliquie corporali, reperti anatomici che un tempo valevano oro. Quando avere in sacristia il femore di un beato, sull’altare il teschio di una vergine martire o nel tabernacolo il prepuzio essiccato di Gesù Bambino, conservato dopo la circoncisione (richiestissimo, e rivendicato da una dozzina di chiese nel mondo), era sicura garanzia di pellegrini in città, e quindi di business.

E, a proposito di santi del passato e della loro rappresentazione, c’è un fatto che emerge nelle testimonianze artistiche che ornano le chiese: fino a ieri, certo complice la mancante, incontrovertibile testimonianza della fotografia, si usava stravolgere e adeguare al mito, migliorandola, l’immagine del venerabile.


Gesù, che era un palestinese povero di duemila anni fa, non poteva che essere come lo ha rappresentato Pasolini nel Vangelo: un piccoletto esile, e scuro di pelo. Non certo quel ragazzone biondo, alto, con gli occhi azzurri e i capelli al vento in cui si è trasformato nel corso dei secoli, come testimonia proprio la scultura di S. Salvatore in Lauro.

 

Come di sicuro sono stati photoshoppati la maggior parte dei santi medievali. San Francesco pare che fosse poco più di uno e quaranta, senza denti e butterato dal vaiolo. Non è così che ce lo dipingono. Né, di sicuro, potevano essere tutte belle e giovani come le vediamo nei ritratti le sante, le beate, le martiri della fede.

E invece Padre Pio continuano a presentarcelo senza queste fantasiose migliorie. Forse non è passato abbastanza tempo, forse le sue foto da vivo sono troppo fresche per essere smentite (forse neanche servirebbe di fronte alla fama della sua santità). Certo è che nulla si è fatto per ingentilire quella sua bocca amara, quella fronte aggrottata, quelle sopracciglia minacciose, quella barbetta non proprio divina, quello sguardo così poco sereno.

 

Eppure, e forse proprio questo è il miracolo, anche se il suo pastore non ha una faccia simpatica, il gregge di Padre Pio aumenta e aumenta e aumenta…


Cocci e coccetti


Cocci e coccetti.

Museo etrusco di Villa Giulia: sale ricolme di frammenti di ceramica, bucchero, terracotta; anche di vasi interi, ovvio, a figure geometriche e non su fondo scuro e chiaro, nere su fondo argilla, e rosse su fondo nero. Alcuni pezzi sono belli, altri bellissimi, la maggior parte sono, naturalmente, cocci da specialisti.

Sappiamo che con questa dichiarazione ci giochiamo l’amicizia degli etruscofili. E per masochisticamente rovinarci ancora di più, aggiungeremo che anche quelle figure reclinate di sposi o di guerrieri o principesse modellate nella terracotta e piazzate sui coperchi dei sarcofagi, o per meglio dire di quelle grandi urne cinerarie che all’epoca li anticipavano (vogliamo essere precisi nella nomenclatura degli oggetti, visto che stiamo mettendo la testa proprio sotto la mannaia degli appassionati) ci lasciano piuttosto indifferenti.

Ma, altolà! Prima di catalogarci fra gli zotici totali, lasciateci esprimere lo stupore, la meraviglia, quasi il tremito reverente che ci prende quando nell’ultima sala del museo, ci troviamo di fronte la magnetica figura, il movimento trattenuto dei muscoli, il sorriso astratto e nello stesso tempo ferino dell’Apollo. Ecco, qui ogni nostra insofferenza, ammettiamolo, un poco qualunquista per i cocci e i coccetti scompare perché con questa statua
emozionante entriamo nel travolgente mondo della grande arte, quello in cui non c’è bisogno di essere studiosi del ramo per essere colpiti al cuore.

Perché eravamo a Villa Giulia il 19 luglio? Per un convegno omaggio a Winkelmann, archeologo, studioso e filosofo. Il titolo del progetto, ideato da Flavio Colusso: “I naviganti del tempo”.

Verso il tramonto, alla fine dei lavori, un bel concerto dell’Ensemble Seicentonovecento. Musiche di Palestrina, Carissimi e Colusso stesso. Voci alternantisi in varie formazioni più clavicembalo, nella sorprendente acustica e altrettanto sorprendente struttura rinascimentale del ninfeo.

 

Un godimento per noi: indice (speriamo ce lo riconosciate) di una sensibilità più raffinata di quello che si poteva dedurre dalle prime righe di questa esternazione.



 

 

 

 …e incongruenze

Così, tanto per rimanere nell’antico, dopo la visita a Villa Giulia, ce ne siamo andati per l’Appia fino a quel frammento di agro romano salvato dalle costruzioni moderne che è il parco delle tombe della Via Latina.

Uno spazio senza tempo, nel senso che, passato il cancello, si entra in una fetta di romantica antichità: tombe ben conservate, ma anche ruderi di calcestruzzo che segnano il percorso della vecchia Via Latina, ancora lastricata con gli originali basoli neri, tortore tubanti sui marmi cariati e pini alla Respighi che riempiono l’aria di profumo di resina.

Tutto coerente a formare uno di quei quadri di genere che tanto piacevano ai nobili giovanetti inglesi e tedeschi quando, accompagnati da uno chaperon (un abate amico di famiglia, di solito) attraversavano le Alpi e scendevano in Italia per completare la loro signorile educazione con il grand tour.


Anche noi ci siamo sentiti dei piccoli lord fino a che, finita la nostra rievocativa contemplazione, siamo usciti da quello stesso cancello, abbiamo attraversato la strada e ci siamo trovati davanti il Chattanooga Saloon: hamburger, patatine e Coca Cola.

Questo intendiamo come incongruenza.

 

 

Pantegana Jones


La lussureggiante vegetazione, da cui si alzano misteriosi fruscii, ricopre di un manto impenetrabile le sponde del fiume, incombe un caldo afoso, la corrente è trafitta dai cormorani a pesca di piranha. Ma… un momento! Lontane si intravvedono le arcate di Ponte Milvio. Va bene, allora giù la maschera: non siamo ai tropici, i piranha sono le anguille del Tevere (altrimenti dette ciriole), i fruscii sono quelli delle pantegane; e soprattutto noi, che non siamo Salgari, rinunciamo subito a spararci un fake, come invece pare facesse spesso l’amato scrittore della nostra infanzia.

In realtà ci eravamo avventurati sulla riva destra, all’altezza del Foro Italico, dove, fra il Lungotevere e il fiume, a mezza costa, corre Via Capoprati, un viottolo con annessa pista ciclabile, perché ci era giunta notizia del ritrovamento assolutamente casuale, durante gli scavi dell’Enel, di una villa romana del primo secolo dotata di ricchi pavimenti marmorei.

Ci siamo fermati a curiosare sul bordo dello scavo, fra lo sfrecciare di ciclisti frementi di impeto sportivo e dell’orgoglio di appartenere alla minoranza virtuosa della popolazione.

E’ un fatto: da qualche tempo il ciclista urbano (da non confondersi con i pochi esemplari sopravvissuti di quello rurale, di solito raccoglitori extracomunitari) si distingue per la quantità di accessori costosissimi con cui si addobba e per la esagerata considerazione di sé stesso, spesso degenerante in protervia, che gli deriva dal fatto di vedersi come un animale ecologico e non inquinante.

 

Niente di artistico da scoprire in trincea; solo mozziconi di muri cariati e polvere. I marmi forse ricoperti o già trasferiti. Naturalmente non ha importanza: quello che conta è accorgerci che nella nostra imprevedibile città non passa giorno senza che da sottoterra spunti una traccia del passato, magari, proprio come in questo caso, nel mezzo di un set da Tarzan (de noantri). 



BRIC à brac, The jumble of growth
(che vuol dire “il guazzabuglio della crescita”). 17 luglio alla GNAM.

Il pomeriggio è ancora bello (poi pioverà), la scalinata della GNAM è quasi un teatro: accogliente e amichevole, con, di tanto in tanto, dagli altoparlanti, un’esplosioni di ottimo bebop. Confusi su come affrontare la situazione, decidiamo di attaccare prudenzialmente con le citazioni dal materiale stampa fornitoci, da cui si ricava che “la mostra esplora la complessità dell’espressione artistica nel processo delle trasformazioni economiche, sociali e culturali globali innescato dal boom delle economie di mercato emergenti.” Che poi sono: Brasile, Russia, India, Cina. Ecco perché il BRIC del titolo è tutto maiuscolo. E’ un acronimo!
Allora trattasi di una mostra d’avanguardia. A noi sembra piuttosto una faccenda retrò (e qui ci permettiamo un gioco di parole un po’ becero, ma visto che loro giocano sul BRIC, allora noi giochiamo sul brac, pardon, sul retrò e ve lo sosteniamo con le immagini qui riprodotte).

Ci riceve sul sagrato della GNAM un imponente leone di bronzo, parte del branco che staziona da un bel po’ di tempo sui gradini; anche se la bestia è lì da prima della mostra, è retrò o no?

 

Nei saloni ci viene incontro, o dovremmo dire ci indietreggia addosso questo elefante tigrato, con zanne e proboscide regolamentari sul davanti (osservare l’immagine con attenzione), ma sul didietro, quello che ci troviamo di fronte è una ringhiante testa di tigre che gli spunta dal sedere. Anche questo è retrò, diremmo (sempre per rimanere sul becero).


Invece, colpo di scena! Un altro animaluccio in mostra, stavolta una bella pantegana, la fuoruscita ce l’ha sul muso: una trombetta da cui si sprigiona un fascio di luce.

 

E’ possibile che la nostra sia una ormai irreversibile fase senile di distacco dalla realtà: fatto sta che non ci abbiamo capito niente.

Quindi è giocoforza ritornare a citare, stavolta la pagina di Cristiana Collu, direttrice del museo: “L’arte si prende il rischio di situarsi tra bellezza e terrore, come diceva Albert Camus. E’ vero, anche se poi lui si è suicidato, ma non è questo il destino che ci attende se continuiamo a pensare di essere altro da questo pianeta?” Mah.

 


Tutto presenti tranne i morti (col resto di uno)

 

Accademia Filarmonica Romana, Rassegna Opus, Sala Casella, 11 luglio. Un programma di nove pezzi brevi. Cinque compositori presenti (nel programma e in sala, in quanto vivi): Fausto Sebastiani, Stefano Cucci (anche eccellente direttore delle varie formazioni avvicendatesi sul palcoscenico), Ada Gentile, Nicola Piovani, Albino Taggeo. Tre assenti per causa di forza maggiore: Igor Stravinskij, Astor Piazzolla, George Gershwin. L’uno che avanza: Ennio Morricone, il quale, raggiunti i novant’anni, è ormai entrato nel limbo dei monumenti superumani. Ci hanno comunicato che avrebbe voluto venire, ma non ha potuto perché doveva dirigere un concerto delle sue musiche da film a Praga, o a Singapore, o a Los Angeles. Ci si confondono le destinazioni: il Maestro è uno che viaggia parecchio.


Un ventaglio musicale impostato, oltre che sulla qualità, anche sulla brevità dei pezzi. Specialmente nella musica contemporanea la ridotta durata delle composizioni è essenziale: spesso prime esecuzioni assolute, se sono brutte passano presto; se sono belle lasciano nelle orecchie il desiderio di riascoltarle.


Ci ha anche colpiti la cura posta sull’equilibrato loro avvicendarsi lungo il programma e sulla leggiadria non solo delle esecuzioni, ma anche delle esecutrici. Non si erano mai viste prima tante soliste così attraenti (e anche brave, garantiamo).

Però abbiamo una riserva da fare, una riserva piuttosto ruspante, su Piazzolla. Ci è stata riproposta (in un arrangiamento garbato, bisogna riconoscerlo) la solita tripletta dei suoi tanghi ormai fritti e rifritti e serviti in tutte le salse nelle apericene con danza, nell’happy hour, nelle serate etniche: “Libertango”, “Oblivion”, “Adios nonino”. Un po’ come il tris di paste che ti impongono nelle trattorie per turisti: carbonara, amatriciana e penne alla vodka. Che palle, ‘sto Piazzolla!

 

Invece, per contrasto, vogliamo dire quanto ci è piaciuta la “Polvere di suono” di Ada Gentile, la quale non solo riesce a dare dei bellissimi titoli ai suoi pezzi, ma anche a riempirci le orecchie di sonorità saporite, bene assortite, avvincenti. I suoi piatti sono ricchi ma sempre così equilibrati da farcene apprezzare tutti gli ingredienti.



Caliamoci adesso dalle supreme vette della musica alle profonde viscere della terra: alla Stazione Metro di S. Giovanni.

Il quartiere era parecchi anni che soffriva dei lavori per gli scavi, delle enormi gru in strada e dello stress dei cantieri. Ma finalmente è tutto finito: in superficie non è rimasto niente, mentre sotto fiorisce l’orgoglio cittadino per un lavoro ben fatto. Effettivamente…

Avendo letto sui giornali dell’inaugurazione trionfale, dei ritrovamenti archeologici e della creazione di un museo di arte romana a uso del viaggiatore, non poteva mancare una nostra curiosata.


Si scende di 3 piani e 30 metri giù nel sottosuolo. Sulle pareti, dei grafici scandiscono metro dopo metro la storia di Roma dai tempi dell’uomo (già romano?) delle caverne agli sventramenti fascisti. Una serie di vetrine bene illuminate con un bel po’ di reperti, magari di non straordinario valore artistico, ma storico, sì. Che raccontano qualcosa.

E in più, qua e là, sorveglianti davvero sorveglianti e non fumanti o chiacchieranti al cellulare; scale mobili davvero salenti o scendenti, tutte; scopini davvero scopanti; utenti davvero intimiditi da tanto nitore: in terra non una cicca o una cartaccia; buona illuminazione e indicazioni chiare. Pare di stare in Svizzera.

 

A questo punto: d’accordo, sopra ci saranno le buche nell’asfalto, ci saranno i mucchi di immondezza sui marciapiedi, ci sarà l’erba incolta nei parchi, ma, almeno qua sotto, a Roma i nostri complimenti non glieli possiamo proprio negare.


Tirolesizzarsi


Oggi, 7 luglio 2018, dopo anni di oblio, il castello di Giulio II al borgo di Ostia Antica, finalmente restaurato, riapre al pubblico. Naturalmente ci siamo precipitati. E abbiamo fatto bene perché in una sola gita ci siamo chiariti ben tre temi che ci ronzano in testa in questi giorni: l’irresistibile tendenza verso la tirolesizzazione dei siti turistici, la damnatio memoriae spiegata con un esempio semplice e massiccio, e l’apparizione della pinsa nell’Agro Pontino.

 

Il castello è bello e ben tenuto. La visita guidata ci è piaciuta per quello che abbiamo visto, ma anche perché ci ha permesso di mescolarci con un gruppo di vacanzieri il cui divertimento principale ci è sembrato non fosse ammirare i massici torrioni o le profonde segrete, ma fotografarsi l’un l’altro con i caschetti gialli obbligatori in testa. 


Poi siamo usciti in giro per il borgo. Certo nell’epoca in cui fu fondato, gli abitanti mica se la passavano tanto bene: dal mare gli arrivavano piuttosto spesso i pirati saraceni, per cui tutti chiusi dentro le mura di difesa a tremare per la paura; dalle paludi sotto casa gli arrivava ogni estate la malaria, per cui bambini scheletrici e adulti gialli e febbricitanti; da dentro casa gli arrivavano le corvèe di lavoro obbligatorie imposte dal papa o da qualche vescovo suo rappresentante, per cui, giù a lavorare per i padroni, portando a casa solo le briciole.

C’era poco da stare allegri. Adesso che il borgo è diventato un’attrazione turistica, le catapecchie di una volta, di cui, sotto il nuovo vestito, si intravvede comunque la laziale miseria di fondo, si sono tirolesizzate (ultimamente, a noi, come terminologia immaginifica la Crusca ci fa un baffo) ed esibiscono biciclette, fiorellini e spalliere di rampicanti che neanche in alta Val Gardena


Invece la questione della condanna della memoria (la damnatio memoriae) non ci si era mai presentata così evidente e massiccia come su questa lapide esposta proprio davanti all’episcopio del borgo. Anche senza saper troppo il latino si capisce che questa Tutilia Rufa dichiara sul marmo (che doveva essere collocato in bella vista di fronte a un monumento importante: una tomba? un portico? un mausoleo?) che vuole dedicare l’opera a sé, a suo padre Tutilio, a sua madre Seia, e…

…e poi una manaccia sacrilega ha scalpellato via altre parole, certo un altro nome, il nome di qualcuno che doveva averla fatta grossa, molto grossa. Chiaro, la mano che ha cancellato era dello scalpellino, ma la decisione doveva essere arrivata da molto in alto. Rovinare così una lastra di marmo di Carrara, di quella bellezza e di quello spessore, che aveva viaggiato fino a quaggiù con una bella spesa, e poi era stato così ben lavorata e incisa, spendendoci un altro bel po’ di sesterzi… quel tizio doveva averla fatta grossa davvero.

Ecco, un giallo di venti secoli fa che ci piacerebbe risolvere, ma come?

 

Al bar di fronte all’ingresso del borgo ci hanno servito la pinsa romana (proprio così, con la “s”), entità gastronomica a noi finora del tutto sconosciuta: una schiacciata croccante ben coperta di varie verdure cotte. Ottima davvero. Ottimo anche il bar, che al nostro arrivo vibrava fin dall’esterno di un’orribile musica tecno. Bene, a una semplice richiesta: miracolo! La musica è stata spenta e così siamo riusciti a gustare la pinsa, accompagnati (solo!) dalle chiacchiere degli altri avventori e dalle cicale.

 

Cosa desiderare di più?

Roma ha l'Alzheimer


Non ci sono più dubbi. E’ sulla sua cartella clinica: a quasi tremila anni di età Roma ha l’Alzheimer e non sa più chi è. Perché se lo sapesse si comporterebbe in modo molto diverso. Non si farebbe sorprendere in mutande in mezzo all’immondezza o con il trucco disfatto dopo una festa in piazza.

Non si metterebbe addosso cianfrusaglie ridicole e provinciali e arriverebbe puntuale agli appuntamenti.

Parliamo naturalmente degli ubiqui cumuli d’immondezza, della inesistente manutenzione dei luoghi pubblici, del patetico albero di natale (Spelacchio) e della ridicola lupa capitolina di verzura sull’aiuola davanti all’Altare della Patria, e infine dell’infernale maledizione del traffico sulle infernali trincee degli infernali sanpietrini, grazie ai quali i tempi di qualunque percorso (e le sospensioni, sia motoristiche che umane) risultano a rischio grave.

Insomma, Roma è una di quelle belle ma inconsapevoli vecchie che in un salotto appaiono molto decorative, ma poi non sono capaci di tornare a casa da sole. Ce lo ha fatto scoprire, con il suo concerto di compleanno il 25, l’amico Edoardo Vianello, 80 anni e in gamba, con una voce che è ancora una spada. Roma, che ne ha solo 3.000, è a pezzi. Come mai?

 

La serata, in Piazza del Campidoglio, è partita come una bomba, ha proseguito come un missile e si è conclusa dopo due ore di sapiente intrattenimento con le canzoni che conosciamo tutti. Ricordate? Negli anni ‘60 dicevano: sì, sono solo canzonette balneari simpatiche. Nel periodo dei cantautori impegnati dicevano: sì sono solo canzonette balneari sceme e non impegnate. Adesso, mezzo secolo dopo, tutti se le ricordano, le cantano, e nessuno si fa problemi. Vuol dire che erano indovinate fin dall’inizio. Niente foto del festeggiato: sono su tutti i giornali. Invece ecco il panorama della bella vecchia inconsapevole che abbiamo gustato dalla Terrazza Caffarelli, sul Campidoglio, dove, dopo lo spettacolo, c’è stata una cena squisita e bene accompagnata da ottimi vini.

 

 

Come continuiamo a ripetere, Roma è affascinante, vista da una terrazza. Caspita se lo è! Ma appena scendi e cerchi di tornare a casa, ecco i sintomi dell’Alzheimer. Rischio di morte ad attraversare la tenebrosa Piazza Venezia. Strisce pedonali svanite nel tempo. Trappole scavate nell’asfalto. Collinette di spazzatura contese fra toponi ed enormi gabbiani. Il bus arriverà? e quando? E così via, in un crescendo da inferno dantesco.


Invece la bella vecchia ne ha ancora da raccontare; a suo modo, certo…

Hanno aperto da poco un nuovo itinerario che viola, finalmente, la zona finora irraggiungibile fra i palazzi imperiali e il Circo Massimo: una passeggiata di un chilometro che ci permette di guardare dal basso in alto i formidabili piedi di quello che era il più imponente, ricco, splendido insieme architettonico di tutta l’antichità.

Devastato, derubato, spogliato per secoli, fornendo marmi e bronzi a chiese e palazzi, ma anche mattoni triturati e calce ottenuta bruciando nelle calcare capolavori di scultura, per costruire le catapecchie dei poveri bovari medievali.
Eppure, quello che rimane (in realtà niente altro che le strutture di sostegno di terrazze e terrapieni), forse proprio perché è senza il rivestimento di marmi preziosi o intonaci dipinti, sfoggia la sua potente energia e trasmette a noi che lo vediamo venti secoli dopo la incrollabile maestà di Roma.

 

Sì, però, a un certo punto l’occhio ci cade sugli sciagurati abbellimenti contemporanei del percorso. E qui si sprofonda nel gusto provinciale di cui parlavamo prima, che tende a neutralizzare, addomesticandolo, l’impatto emozionante dei giganteschi ruderi.

Insomma è come se avessero chiamato il capostazione di Vattelapesca e gli avessero affidato la decorazione del sito. Ed ecco che spuntano, con la scusa di recuperare essenze del passato: timo, lavanda, cornioli e acanti, le aiuolette con le piantine in fila e la pacciamatura di schegge di corteccia.

E’ il gusto da stazioncina decentrata che, implacabile, disneyzza, anzi, gardalandizza tutti i nostri parchi giochi, anche se destinati agli adulti.

Per fortuna non sono arrivati a tanto, ma non ci avrebbe stupito vedere, scritto a lettere di vegetazione (una siepina di bosso), magari con accanto un orologio floreale, il nome del parco: “Palatinoland”.

 

 

Sorprese nelle chiese


Anche se non una per ogni giorno dell’anno, come dice la leggenda, le chiese di Roma sono comunque parecchie. E sono anche piene di belle cose, e di cose strane. L‘idea di andarle a cercare, queste cose belle e strane, ha cominciato a provocarci un certo pizzicorino qualche giorno fa a San Paolo fuori le Mura, una cattedrale che è un immenso bosco di colonne di tutte le dimensioni e gradi di lucidatura.

Era in corso un concerto del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, con un programma di quelli che ti inzuppano di emozioni: il Requiem di Faurè, un’opera che accompagna la morte con malinconia e rimpianto, mai con ira. E poi l’Alleluia di Haendel, che è invece un trionfo fatto apposta per concludere un concerto corale in una chiesa; un po’ come, diciamo, una serata di Vasco Rossi che per forza va sigillata con la sua “Vita spericolata”.

Ma non è stata la musica a farci venire l’idea. Ci è bastato alzare gli occhi al magnifico mosaico che riempie il catino dell’abside per farci affacciare alla memoria il geniale etologo Desmond Morris, quando ci spiega che “…le manifestazioni religiose consistono nella riunione di gruppi numerosi di individui che compiono ripetute e prolungate esibizioni di sottomissione intese a placare un individuo dominatore il quale assume forme variate che hanno sempre in comune tra loro l’elemento di un’immensa potenza”. (La scimmia nuda, pag. 191).

E infatti eccolo lì, Papa Onorio III, in rappresentanza di sé e del gregge dei suoi fedeli, ridotto alla dimensione di una tartarughina (però con il manto papale sul guscio) inginocchiato accanto al piede di un enorme Cristo, al quale è dedicata quest’opera maestosa; piccolo, insignificante, sottomesso appunto, di fronte alla potenza del dominatore.

 

Bisogna dire però che il racconto della divinità e del suo rapporto con il gregge non è sempre coerente con lo stesso schema ideologico ed estetico e cambia con il passar del tempo e con l’artista (e, chiaro, anche con il suo committente).


Per esempio, a S. Agostino ci imbattiamo in un Cristo che è il contrario del precedente: bruno, bruttino, rachitichello e per niente maestoso, ma dolente, proprio come ce lo ha raccontato anni fa Pasolini nel suo Vangelo.

C’è da chiedersi come mai i committenti si siano accontentati di un’opera quasi blasfema come questa, davvero fuori dell’iconografia del periodo, secondo cui Gesù doveva essere un giovanottone nordico, biondo e muscoloso.

E anche glabro, mentre questo ha ascelle, torace e perfino addome ben pelosi.

 

 

Ma le stranezze continuano. Ecco, nella profonda cripta di S. Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia, una confraternita che si occupava di recuperare e dare sepoltura ai cadaveri degli annegati e dei morti ammazzati, all’epoca abbondanti, a quanto pare, per le strade di Roma, un documento un po’ inconsueto.

 

Si tratta di un certificato di decesso stilato non su una vecchia pergamena o su un polveroso registro parrocchiale, ma direttamente sul defunto, anzi, più precisamente inciso sul suo cranio.

E, per concludere, a S. Maria della Vittoria, sul pavimento della Cappella Cornaro e sotto gli occhi estatici della Santa Teresa del Bernini, un mezzo morto (letteralmente) che se la balla con stile.

 

O forse prega? L’incertezza è d’obbligo con uno come il Cavaliere Gian Lorenzo che si faceva beffe degli interdetti del Concilio di Trento e ritraeva i suoi soggetti come gli pareva: sante in un rapimento potenzialmente equivoco e scheletri tagliati a metà ma lo stesso scatenati in mosse di danza.

Contaminazioni utili

 

Utili perché mettono insieme l’antico e il moderno. Non è detto che funzioni sempre, ma almeno c’è una possibilità in più di trovarsi qualcosa di bello sotto gli occhi.

Dall’acquedotto della settimana scorsa alle terme di questa; eccoci a Caracalla (dove “I romani giocavano a palla, dopo il bagno verso le tre, tira tira a me, che la tiro a te, e poi gridavan: Olé!”, canzoncina di Clara Jaione, anni ’50, a dimostrazione che i testi cretini c’erano allora come ci sono adesso). Clara era anche famosa per altri due capolavori dello stesso genere: “Arrivano i nostri (a cavallo di un caval)” e “I pompieri di Viggiù”.

Qui alle Terme di Caracalla ci sono due eventi in corso. Il primo: la preparazione dei tre grandi concerti di Morricone in programma nei prossimi giorni. Gli operai formicolano con i loro caschetti gialli a tirar su il palcoscenico e i sedili dell’enorme platea (già tutta sold out).

E poi c’è la mostra retrospettiva delle sculture di Mauro Staccioli.

Caldo e uniforme è il colore dei mattoni, che prendono così bene la luce del sole. In realtà noi vediamo quello che gli antichi neanche immaginavano, perché all’epoca tutto era rivestito di marmo, bianco o colorato, di intonaco affrescato, intarsiato di mosaici; e quello che rimane oggi è come lo scheletro delle costruzioni moderne, solo che il materiale è molto più bello, più nobile, e il suo disintegrarsi lo rende più affascinante (vedi i mattoni di Venezia che più muffa e salnitro hanno addosso, più odorano di storia) e non è inesorabilmente misero come il cemento moderno dei pilastri sgranocchiati dal tempo.

Che dire delle opere di Staccioli? Che potrebbero anche non esserci per quanto poco ci cambiano la vista dei giganteschi scheletri murari. Ma bisogna anche dire che, dato che ci sono, ci stanno bene. La loro essenzialità (si tratta di basilari forme geometriche tridimensionali: cubi, parallelepipedi, cerchi), la loro materia, il metallo, tanto diverso dal mattone, e la loro dimensione, perché sono  grandissimi, dà loro la forza per reggere il confronto con l’ambiente dove sono capitati.

 

Quindi: benvenuta l’iniziativa. Oltre a farci conoscere Muro Staccioli, ci ha riportati, in un pomeriggio con il tramonto giusto, a rivedere questa testimonianza di antica grandezza che rimane lì ferma da soli venti secoli e sembra intenzionata a durarne altrettanti (sempre che la grettezza degli umani non riprovi, come già fatto in passato, a tirarne fuori ancora qualcosa di riutilizzabile). 


…e a questo punto, eccoci all’argomento che siamo riusciti a evitare finora, ma che ormai ci sta addosso; e non si sfugge.

Ma, se ci piacciono tanto le grandi rovine romane, anche se ridotte al solo scheletro di mattoni, o a qualche colossale colonna, perché invece non riusciamo a farci piacere il Vittoriano (altrimenti detto Altare della Patria, Tomba del Milite Ignoto, Macchina da Scrivere, Torta Nuziale, Vespasiano e così via oltraggiando)?

Che è un edificio maestoso, ingombrante, marmoreo e retorico, come sicuramente erano tutti i templi e i palazzi della Roma Imperiale. Alcuni dicono: è troppo bianco; le pietre antiche erano dipinte. Possibile, ma non ci crediamo del tutto. Se fosse stato così, perché fare le colonne con un tipo di marmo e i capitelli con un altro? Certo, qualche spennellata di colore qua e là ci sarà stata, ma, dato che gli antichi non erano stupidi, perché avrebbero dovuto coprire con la vernice dei marmi che sono bellissimi per come sono: taglio, venature, sfumature, colori.

Insomma, secondo noi il Vittoriano è la fedele rappresentazione di un equivalente SPQR di due millenni fa.

E allora ci frulla per la testa un altro pensiero: non sarà il tempo che fa la differenza?

Quello che devasta le nostre facce umane con la sua semina di rughe, borse, nei, bargigli e orride verruche, fa così tanto bene a un pezzo di travertino, a una scheggia di marmo, a un frammento di bronzo da dargli con il suo rosichìo implacabile una nobiltà che magari prima non avevano?

 

E siccome non abbiamo la risposta, vi salutiamo. A lunedì prossimo.

Audace colpo della Caritas

           

 

Edizione straordinaria. Da fonte attendibile apprendiamo quanto segue: la Caritas, nota organizzazione benefica sarebbe riuscita dove neanche la fantasia del più scatenato Camilleri si è mai avventurata. Infiltrandosi fra le maglie dell’organizzazione di un importante evento e con la sicura complicità di una non meglio identificata ditta svizzera di gestione dati informatici, sarebbe arrivata a sabotare  l’evento in questione inficiandone lo svolgimento e finalmente mettendo le mani sul ricchissimo buffet allestito per i partecipanti, per varie ragioni impossibilitati a consumarlo, destinandolo ai poveri e agli affamati di cui la Caritas stessa si occupa a tempo pieno.

Ecco i fatti.


Roma, 13 giugno 2018. Alla Nuvola di Fuksas, è convocato il congresso della Società Italiana degli Autori ed Editori, la prima riunione nazionale dopo cinque anni, in cui si fa il punto della situazione e, ancora più importante, si voteranno i nuovi organi.

L’indirizzo è prestigioso e ambito, le hostess graziose ed efficienti, i controlli all’ingresso sempre cortesi.

Per noi che abitiamo in città, è facile recarci sul luogo del delitto, rispettando il discutibile obbligo di registrarci come votanti la mattina presto, mentre le urne si apriranno alle 13.30. Va bene, ci alziamo dal letto un po’ prima, ritiriamo il badge e in attesa dei discorsi, approfittiamo delle montagnole di squisiti cornetti che ci tentano, insieme al caffè, da vari tavoli dell’ingresso. Ci dicono che per gli associati fuori città ci sono obblighi di contatto telematico lungo tutta la giornata elettorale, senza interruzione, mentre per le deleghe servono certificazioni notarili e altri adempimenti (complicare le cose semplici è sempre stato uno sfizio nazionale).

E’ chiaro che oltre agli obblighi istituzionali, queste occasioni servono per salutarci e riconoscerci fra noi, talvolta a fatica per gli anni, talvolta mentendo calorosamente: “Non sei cambiata.” “Sembri più giovane!”

Ci accomodiamo nel salone del centro congressi. Prima degli interventi degli associati ascoltiamo il sentito e ben documentato discorso del presidente uscente Filippo Sugar, che con parole semplici e piglio giovanilmente amichevole ci illustra come e qualmente la SIAE, fra gli istituti omologhi di riscossione diritti d’autore, sia la più efficiente, la meglio organizzata, quella che trattiene gli aggi più bassi e così via. Insomma, rispetto dell’artista e trionfo della tecnologia dal volto umano.

E poi si va al voto. Di nuovo le cortesi ragazze aiutano molti di noi, gente d’altri tempi, a scegliere, usando tablet modernissimi su cui sono riportati gli elenchi delle liste elettorali, quella che ognuno vuole sostenere. Ah, che meraviglia, com’è semplice questo nuovo sistema: una volta capito come funziona, ci se la cava in un attimo.

S’è fatta l’ora di pranzo e quelli di noi che hanno compiuto il proprio dovere di elettore, si avviano scherzando e ridendo verso la sala, la cui parete di fondo è occupata da un tavolo di mezzo chilometro coperto da ogni bendidio gastronomico.

Con una mano protesa verso il tramezzino ci colpisce all’improvviso, attraverso gli altoparlanti, una voce che ci richiama nella sala congressi. E qui, ecco il vero colpo di scena, il presidente annuncia che, scherzando e ridendo, dall’elenco delle liste presentate per essere sottoposte (ufficialmente, non dimentichiamolo) al nostro voto ne manca una: la tecnologica società svizzera di cui sopra ha dimenticato di inserirla.

Costernazione: molti che hanno già votato se ne sono andati. Richiamarli? Ma come? E noi presenti? Bisogna rifare tutto dall’inizio? Impossibile. Allora l’unica strada da seguire è annullare la riunione e indirne un’altra al più presto. Anche se c’è l’estate che incalza.

E i tramezzini che rischiano di andare a male, perché nessuno ha più fame.

Il presidente Sugar appare sempre più dispiaciuto man mano che la situazione precipita nella infelice conclusione all’italiana (ma stavolta con il forte contributo elvetico).

Alla fine non c’è altro da fare: si chiude la baracca e tutti a casa.

Purtroppo, a questo punto, la fantascientifica notizia con cui avevamo aperto la nostra fantascientifica cronaca comincia a non sembrarci più così fantascientifica.