L'Ombra del Padre


Venerdì 7 giugno ’19, Casa del Jazz, Roma. Premio Lelio Luttazzi: tre pianisti e tre cantautrici in finale. Presentazione spumeggiante di Dario Salvatori (è incredibile, passano gli anni ma la spuma di Dario è sempre lì, come le sue giacche, pantaloni, scarpe e coiffure). Certo che anche il vestito della concorrente…

I pianisti in concorso, tutti bravi, per carità, giovanissimi e talmente vogliosi di dimostrarsi, che i loro brani (durata media sui 10’) ci hanno prostrato con le discese e le risalite e le progressioni ardite. Per il resto bella serata.

 

Un meritato omaggio a papà Lelio. La figlia, Donatella, buona cantante, è un esempio di quando parliamo di ombre dei padri. Basti il titolo del libro che ha recentemente pubblicato: “L’unico papà che ho. Cosa si prova ad avere un padre famoso, appassionato di jazz e assente”.
Una dichiarazione.

Altri padri, altri figli: il problema rimane.

Roma, 16 settembre 2010, Auditorium dei Congressi, piccola orchestra d’archi, bel pubblico. Sale sul podio Andrea che attacca a dirigere. Noi siamo in prima fila e lo vediamo bene. La punta della bacchetta trema, ha le spalle contratte, i movimenti rigidi. Suda. Il primo pezzo, breve e spigoloso, passa, Il secondo è più lirico e dolente e lui sembra rilassarsi, ma la schiena è ancora piena di nodi. Avanti così fino all’applauso finale. Andrea ringrazia, cerca con gli occhi papà in sala, lo trova, lo invita a salire, e papà Ennio sale, dirige una propria composizione, già nel cuore del pubblico, più facile delle precedenti; scroscio di applausi, non di circostanza, papà saluta e scende. I due, si sarà capito, sono i Morricone, padre e figlio.

Essere figlio del musicista più famoso del mondo, e fare lo stesso mestiere! Non importa nemmeno sapere chi è il più bravo. E’ una situazione pesante e senza uscita. O meglio, un’uscita di scena (e intendiamo in senso definitivo) a nostro parere esiste, ed è al centro di una teoria che esporremo fra qualche riga.

Rischiosissima la combinazione di artisti nella stessa famiglia, separati da una generazione e talvolta, anche se non sempre, da un abisso di qualità. Abbiamo avuto fra le nostre amicizie più care quella cinquantennale con Bruno Lauzi, che ci ha lasciati da poco. Abbiamo visto nascere, studiare, stupirci suo figlio Maurizio, pieno di talento, buon autore, ottimo pianista, bravo cantante, e per di più bello e simpatico. Amorevolmente covato all’inizio, poi è rimasto intrappolato nell’ombra di suo padre che, anche se piccola, era molto scura. E quando papà è (per usare il termine di prima) uscito di scena, non era più il momento giusto, a Maurizio il sorpasso è sfuggito e si è perso.

Per concludere, chicca storica. Non tutti sanno che nel cimitero protestante di Roma (un giardino incantato vicino alla piramide, che suggeriamo per un incontro romantico-decadente) c’è la tomba di August Goethe, figlio di quel famosissimo padre. Sulla lapide non c’è neanche il suo nome. C’è scritto solo Goethe Filius. Neanche da morto, padrone di avere un’identità!

 

A volte i genitori sono solo ingombranti, altre volte sono delle vere carogne.

 

 

Un eccellente esemplare di questa categoria pare che fosse la buonanima di Salvatore Quasimodo, poeta sommo e premio Nobel. Certo non un simpaticone, e lo si intuisce dalla foto. La notizia la troviamo a pag. 41 di Repubblica del 30 novembre 2015: qui il figlio Alessandro confessa di aver deciso di mettere all’asta la medaglia Nobel di papà Salvatore e di averlo fatto  “non per soldi, ma per gelosia”.

Per poi fare il pieno con il racconto di una sfilza di carognate paterne, anche queste da Nobel. Quando il piccolo Alessandro, che aveva undici anni, sentì il padre che diceva alla madre: “Devi scegliere, o me o il bambino”, quindi aborto.  Poi le continue minacce a lui, studente, se non lo promuovevano, di mandarlo a fare l’operaio; e per ultima, l’elegante decisione di andare “alla cerimonia di Stoccolma, quella della consegna del Nobel, con la sua amante, lasciando a casa me e mia madre, che invece eravamo stati invitati”.

 

Eccola la teoria che potrà sembrare spietata, ma a nostro parere è assolutamente realistica. A un certo punto della vita, per non ingobbirsi come un germoglio spuntato sotto una pietra si deve rimanere orfani. E se il decesso del genitore ingombrante non avviene spontaneamente, bisogna procurarlo. Non intendiamo dire che il vecchio deve morire davvero; no, naturalmente. Basta che muoia simbolicamente, professionalmente, che si fermi al pit stop, mentre la nuova generazione passa avanti, cambia marcia e se ne va il più lontano possibile.

Per diventare adulti davvero, e perciò protagonisti della propria vita, personale e professionale, bisogna perdere tutti i sostegni, tutte le possibilità di essere consolati da mammà e raccomandati da papà, insomma, rinunciare alle protezioni contro il mondo cattivo (che naturalmente non è cattivo; è, e basta).

 

Bisogna essere orfani. 

Il Lumacactus

Se anche voi, dopo queste settimane di pioggia noiosissima, nel primo giorno di sole vi foste accorti di avere in terrazza questo meraviglioso lumacactus con i suoi fiori-cornini siamo certi che sareste rimasti tutte le ventiquattr’ore a fotografarlo, come abbiamo fatto noi, nelle diverse luci: alba, mezzogiorno, tramonto.

Trascurando indegnamente l’impegno di proporvi ogni settimana un nuovo uovo avvelenato.

Ma siccome non vogliamo farla troppo grossa, riteniamo di cavarcela ripubblicando il primissimo articolo del Cavalier Serpente, corredato da quella che allora era la foto di presentazione: una tosta immagine di corrispondente di guerra in bianco e nero.

Il nostro, riletto dopo tanto tempo, nello scrivere è un po’ troppo stizzoso, un po’ troppo moralista e anche un po’ troppo formalista ma, tutto sommato, ci pare che abbia ancora ragione.

Sono passati nove anni!

 

 

                             IL CAVALIER SERPENTE

                                                   N°1                                                                                     Perfidie di Stefano Torossi

                                           2 settembre 2010                          

 

      JAZZ, VESTITI E BUONA EDUCAZIONE


       

       Che dire? Non c’è dubbio che Gino Paoli sia l’autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo “Un incontro in Jazz” del 25 agosto 2010 nel Festival “Odio l’Estate” a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l’accompagnamento. Un formidabile quartetto: Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.

E’ sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo naturalmente solo come esempio. Vogliamo proprio generalizzare a molti, troppi eventi jazz.

Non ci sembra giustificato che la star della serata (come qualunque comprimario) entri in scena con l’espressione di chi non ha nessuna voglia di lavorare, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltando la schiena alla platea, attacchi la sequenza dei brani senza una parola di presentazione, sempre con un atteggiamento di annoiato disgusto. Forse è timidezza, forse è la sua espressione di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sarebbero, tra cui indossare la faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece smoscia le esibizioni di molti jazzisti è proprio questo tono di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega. Ma perché? Come mai non hanno l’aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati? Perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.

A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Ma ci si può presentare con jeans sformati e consumati, camicie stazzonate, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant’anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza?

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking, anche se ci piacerebbe: ricordiamoci (pur se spesso sottolineata da un filo di noia) l’eleganza suprema del Modern Jazz Quartet. Però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra rotoli e panze; forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure, naturalmente anche una follia di lustrini, ma con dietro un progetto. Sempre per il rispetto dovuto al pubblico, che, lui sì, può essere malvestito, anche se sarebbe meglio di no, ma comunque ha pagato.

 

Insomma, perché non dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso? Proprio così: che il vestito dica al pubblico che l’artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.

Raccapricci storici

Appia Antica. La notizia: Nuovo direttore, nuovi progetti, nuove promesse. Titolone sul giornale: “Per l’Appia soldi e fantasia”. Noi la percorriamo spesso sulle due ruote rischiando la pelle per via del traffico da tangenziale e compiangiamo i temerari turisti che ci si avventurano a  piedi strisciando lungo i muri come malfattori. Non osiamo immaginare cosa possono pensare di una città che ha la più bella strada del mondo, piazzata in quello che potrebbe essere il più bel parco archeologico del mondo e invece l’ha abbandonata e la lascia usare come una pista di scorrimento veloce, malgrado i basoli romani, dai quali noi ci auguriamo malignamente danni alle sospensioni delle auto insensibili alla bellezza del luogo.

C’è un elemento che ancora racconta la vita passata di queste pietre ormai morte. I solchi delle ruote dei carri che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice. Chi è stato a Pompei si sarà reso conto che non c’è niente che faccia pensare alla vita improvvisamente sospesa di questa città più dei solchi che segnano strade e vicoli. Se poi a uno non va di fare il viaggio, bastava, fino a poco tempo fa, affacciarsi sugli ultimi metri sopravvissuti del selciato originale dell’Appia

A questo proposito siamo costretti, nell’ennesima giornata come oggi, di un autunno che non ha ancora capito che è primavera inoltrata, a descriverne una ben diversa dell’estate di qualche anno fa. Appia Antica. Solito sole a piombo, solite cicale, solito profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare i braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, solo che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze sul significato dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma così, come capitava. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma la disposizione casuale aveva fatto perdere completamente il racconto dei solchi. Ci immaginiamo lo sconcerto del turista curioso nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate in mille direzioni.

 

“Non è affatto vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.


Via Alessandrina. La notizia: Ritrovata in un muretto testa marmorea imperiale di ottima fattura. Titolo sul giornale: “E così ho guardato Dioniso negli occhi”.

Alla Centrale Montemartini, un museo di scultura romana molto particolare, c’è una sala di statue, una più bella dell’altra, ritrovate a pezzi, usate nel medio evo (esattamente come questa che è finita sul giornale) come volgare materiale di riempimento per i muretti del giardino di Villa Rivaldi, sulla Velia, accanto al Colosseo.

E’ davvero dolorose pensare che gli animali che abitavano la Roma del medioevo, perché definirli umani è troppo, abbrutiti dall’ignoranza, dalla miseria, dalla violenza (e, lasciatecelo aggiungere, dal fanatismo cristiano che aborriva qualsiasi forma di bellezza classica), non si rendessero neanche conto di cosa stavano facendo.

 

Quindi, evviva se ancora troviamo qualche frammento del passato, ma che dolore per tutto quello che di sicuro abbiamo perso.


Villa Lante al Gianicolo. La notizia: Convegno di studi sulle voci degli evirati cantori nella musica barocca. L’invito: “24 maggio. Mito, storia e sogno di Farinelli”.

Il luogo è uno dei più belli di Roma, con una loggia il cui panorama non ha bisogno di descrizioni. I partecipanti alla tavola rotonda, coordinati da Flavio Colusso, Maestro di Cappella di Santa Maria dell’Anima, sono un gruppo eletto di esperti nel ramo e di interpreti che eseguono oggi (rigorosamente senza interventi chirurgici) il repertorio dei castrati famosi dell’epoca, come, appunto, Carlo Broschi, detto Farinelli.

Si è discusso sull’opportunità per gli interpreti moderni di chiamarsi controtenori o sopranisti o contraltisti (senza poi arrivare a una conclusione), si è raccontato come il Re Sole fosse contrario all’uso dei castrati nell’opera, ma non nella Chapelle Royale, si è appurato che la castrazione dei ragazzi, pratica ipocritamente biasimata, ma sotto sotto tollerata dalla Chiesa, era praticata quasi esclusivamente in Italia, anzi nell’Italia meridionale e anzi, e qui la storia si fa decisamente raccapricciante, soprattutto nella città di Norcia, dove c’era un’ampia scelta di operatori del ramo che davano buone garanzie di successo nell’intervento, avendo fatto solida pratica (da cui la fama dei norcini del posto) sui giovani maiali.

 

Poi c’è stato un delizioso concerto di eleganze barocche che ha riportato nelle alte sfere i nostri spiriti momentaneamente, come dire, abbacchiati.

Frustrazione meteo

Frustrati dalla mancata frequentazione di iniziative mondane o culturali perché ogni volta che uno cerca di mettere il naso fuori: bum! ecco la quotidiana bomba d’acqua, accompagnata dalle temperature polari del maggio più freddo degli ultimi settant’anni (quindi, di  nuovi eventi da raccontare, neanche l’ombra), ci dobbiamo rassegnare a piazzarvi la replica di uno dei nostri articoli del passato.

Ma è una proposta piena di caldo, sole, cicale e (come potrebbero mancare) ruderi. Siamo indecisi se sperare che non l’abbiate letta e quindi possiate restare sorpresi da questa vecchia novità, o sperare che l’abbiate letta ma dimenticata, ottenendo quindi lo stesso gradito risultato per noi (ma ingenerando in voi un lieve sospetto sulla tenuta delle vostre capacità mnemoniche). Fateci sapere.

 

Eccola, la replica:

 

ESTATE SULL’APPIA ANTICA

 

Dalle parti di Cecilia Metella c’è un simpatico archeo-bar. Ombra, buoni panini, birra fresca, il giornale da leggere: un paradiso. Come lo è, lì vicino, uno dei pochi spazi archeologici a ingresso gratuito: la Villa e il Circo di Massenzio.

Una frequentazione che amiamo e che ci affascina per una caratteristica che hanno alcuni luoghi arcaici della Roma del passato: la convivenza di storia, natura spontanea e lavoro dell’uomo.

E’ chiaro che il decrepito albero carico di prugne sullo sfondo delle torri del circo di Massenzio è stato piantato tempo fa in quello che allora era un normale frutteto, non certo un monumento da visitare.

E questo tono campestre e semplice si ripropone spesso, se non al Colosseo, certo in qualche angolo del Palatino, lungo la Via Appia,  sotto gli acquedotti.

 

E’ prima di tutto la soddisfazione di scoprire un rudere dimenticato o un sentiero appena tracciato che zigzaga fra i piloni di un acquedotto. Ma non solo quella. Ce n’è un’altra, di natura meno culturale ma altrettanto sfiziosa: conquistarsi lo spuntino sul posto. Non c’è niente di più bello, a metà di una torrida giornata estiva, che andarsene in giro praticamente soli per i siti archeologici minori, quelli poco frequentati dai turisti tradizionali. 


Come alternativa al panino con birra gelata del baretto, l’archeologo dilettante si fa un punto d’onore di scegliere i posti più assolati in assoluto, di aspettare il momento più ardente della giornata, quello in cui la mentuccia profuma di più, le cicale cantano più forte, l’alloro cede all’aria tutto l’aroma delle sue foglie. E poi buttarsi all’avventura.

Perché sul posto, a saperlo trovare, c’è, appunto, il premio gastronomico dell’archeologo dilettante. 

Abbarbicati ai mattoni del circo di Massenzio, grappoli di gustosissime more di rovo. Lungo l’Acquedotto Felice, melograni. Al Parco di Tor Fiscale, uva bianca. Nel punto in cui l’Acquedotto Claudio emerge da sottoterra come un orgoglioso drago di tufo c’è addirittura un boschetto di fichi neri e bianchi.

Alcune di queste piante sono spontanee, altre sono resti di frutteti che fino a non molto tempo fa erano coltivati con la più naturale indifferenza, fra ninfei imperiali e torri medievali, dai contadini o dai frati di qualche convento proprietario della tenuta.

 

Per poi essere abbandonati al naufragio della campagna romana, affondata dalla malaria e dal latifondo improduttivo, e a loro volta abbandonare i loro frutti sopravvissuti al tempo fra le sgrinfie di visitatori un po’ ecologi e un po’ ladruncoli. Noi, insomma.


E’ davvero un privilegio unico gustare, appoggiati a un rudere caldo di sole, un fico maturo intiepidito dallo stesso sole che ne esalta lo zucchero. Come fauni del secolo ventunesimo illusi di vivere due millenni fa.

Certo, sotto e intorno agli archi oggi passano i treni diretti a sud. Sopra le nostre teste volano gli aerei decollati da Ciampino. Sono rumori moderni che hanno comunque un loro arcaico morbido avvicinarsi e allontanarsi, un loro crescere e calare ampio, pieno di echi: una risacca sonora che non ferisce l’orecchio all’improvviso come un colpo di claxon o una frenata.

 

Un’aggiunta di colore sonoro all’ambiente ancora naturale della periferia archeologica miracolosamente sopravvissuta insieme alle cicale, alle gazze, alle cornacchie. 

Il mecenate

Dalla storia: “Gaio Clinio Mecenate, Arezzo, 68 – 8 avanti Cristo, uomo ricchissimo e potente, amico di Augusto, modesto scrittore per conto proprio ma grande protettore delle arti e degli artisti (Orazio, Virgilio, Properzio, tanto per buttar giù qualche nome)”.

Dal dizionario: “Mecenate - Persona dotata di risorse e potere che sostiene concretamente la produzione creativa delle arti e degli artisti o il suo recupero”.

Giusto qualche giorno fa il MUSIA ha inaugurato a Roma nei suoi bellissimi spazi ricavati fra i ruderi sopravvissuti e bonificati del Teatro di Pompeo una mostra di ritratti di pittori italiani della prima metà del secolo scorso. Ingresso libero, collezione personale del mecenate, l’industriale Ovidio Jacorossi.

Mesi addietro siamo stati all’inaugurazione del Palazzo Merulana, nei pressi di S. Giovanni, in quello che ci ricordavamo come un edificio fatiscente, dove si andava a fare i vaccini prima dei nostri viaggi fricchettoni in India o in Africa, ora di nuovo splendido, con una esposizione di arte dalla collezione dei mecenati Claudio ed Elena Cerasi.
L’anno scorso la scalinata di Piazza di Spagna è stata sistemata, restaurata e ripulita (anche se ventiquattrore dopo l’inaugurazione le orde di turisti italiani e stranieri avevano provveduto a riarredarla di lattine e cartacce unte) dal mecenate, l’industriale del gioiello, Bulgari.

 

Leggiamo che lo stesso mecenate Bulgari sistemerà l’Area Sacra di Largo Argentina, mentre della Rupe Tarpea sarà il mecenate Gucci a occuparsi.

A questo punto c’entra giusta giusta una bella favola. Vera. C’era una volta…

E’ il 1878, Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, compra otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l’idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impianta un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruisce una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invita pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent’anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa Marcelli.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos’era un pennello e diventò presto un’audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato in boheme, poi diventata successo, nello studio del pittore Nino Bertoletti, appunto uno di quelli di Villa Strohl-Fern. 

Dove, in un altro studio, quello del pittore Francesco Trombadori, l’unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, una sera estiva di qualche tempo fa gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice l’Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent’anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che per fortuna non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole.

Milioni, ce n’erano.

La Macchina del Tempo


Ci siamo saliti (la prima volta) facendo un salto indietro di mezzo secolo la sera del 27 aprile all’Auditorium Parco della Musica per “The Beatles Revolution”, un concerto dei Beat Box con la Roma Philarmonic Orchestra diretta (benissimo) da Stefano Trasimeni.

La perfetta Cover Band. Identica agli originali nei suoni, nei cambi di costumi, parrucche, baffi e barbe finte, perfino con il bassista mancino. Hanno intrattenuto i fan in un inglese Liverpoolizzato un po’ avventuroso ma accettabile, a momenti addirittura divertente.

Hanno suonato benissimo, con arrangiamenti fedelissimi, con il filo della storia tenuto ben teso da immagini di repertorio e una voce fuori campo. Con un pubblico di nostalgici settantenni e di ragazzini (fifty/fifty) che hanno urlato nei punti giusti e ballato fra le file. Insomma, una ricostruzione inappuntabile.

Eppure…va bene, noi siamo fra quei fortunati (!) che l’epoca dei Beatles l’hanno vissuta dal vivo, come si suol dire, e quindi questa ricostruzione, per quanto perfetta, sempre una copia ci è sembrata. Certo, per i ragazzi, i quali invece hanno solo visto le foto, sentito i racconti e ascoltato i dischi, è stato riportare in vita un mito. Una specie di museo delle cere. Tutto somigliantissimo. E imbalsamato.

Proprio non sappiamo cosa dire; proviamo a svicolare suggerendovi, così, tanto per distrarvi, il “Manuale del perfetto beatlesiano per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four (prima di venire alle mani)” di Luigi Abramo.

 

Non lo abbiamo letto, quindi niente ne sappiamo, ma dicono che sia istruttivo e divertente.


La seconda volta la macchina del tempo ci aspettava il 5 maggio, parcheggiata davanti all’Hotel Villa Carpegna, dove era in programma una giornata di adorazione e concupiscenza nei confronti di un idolo risalente a un’epoca di poco precedente a quella dei Beatles. La divinità si chiama “Vinile”.

Trattasi di un supporto tecnologico ormai superato dal progresso a cui i fedeli tributano una reverenza cieca e attribuiscono un valore monetario svincolato da qualsiasi considerazione realistica.

L’evento, promosso con garbo ed efficienza da Francesco Pozone è la ventiquattresima Giornata del Collezionismo Musicale, dura dalle 10 alle 19 e si svolge in un clima di entusiasmo, curiosità e nostalgia. Naturalmente nei vinili fino al collo. 

Con proposte al pubblico di ristampe nuovissime, ma sempre a 33 giri, oppure con la presenza fisica di protagonisti nuovi o trapassati appartenenti a quella nicchia discografica.

Ma soprattutto con la vendita (a volte a prezzi stupefacenti) di rare pubblicazioni uscite anni fa in pochi esemplari, oppure di progetti discografici finiti male e ritirati, tranne quelle due copia rimaste in mano al fonico e alla sua fidanzata…
Sotto, oltre alla solita febbre da collezionismo, c’è la vecchia, ripetitiva e probabilmente insolubile questione del suono analogico, che i fedeli dichiarano più caldo o forse più vivo, o magari più umano (non lo capiremo mai) di quello del CD. Ci sarebbe da discutere, ma con la dovuta attenzione al trucco che fa sembrare migliori le cose del passato.

Perché noi ricordiamo bene i vecchi 33 giri, oggi ricercati dai collezionisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in supporti (supporti, appunto, non oggetti belli in sé, ma semplicemente portatori di una tecnologia che quando è andata è andata) inutilizzabili.

Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. C’erano addirittura i multipli ad apertura alare, a destra, a sinistra, a destra e a sinistra, roba di un metro e dieci di larghezza. Dittici e trittici innalzati sull’altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso.

Quello dei vecchi vinile è un tipo di raccolta che non ci entra in testa. Ok le copertine. Come abbiamo detto, superfici ideali per un’arte grafica e pittorica spesso di ottimo livello. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, se ancora c’erano quando li hanno scoperti, tanto vale tenerli. No, forse sono proprio i dischi l’oggetto del desiderio. Però, siccome si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, metterli sul piatto e suonarli può essere decisamente rischioso.

E’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale e lo si tira giù una volta ogni tanto per un minuto, giusto per mostrarlo a qualche amico fidato, o forse a qualche rivale da fare ingelosire. E’ anche possibile che il maniaco non abbia alcuna voglia di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Che stia lì, sullo scaffale, dentro la sua copertina. Niente altro.

Contro la nostra incredulità, forse è ancora buona la vecchia battuta: “E’ il collezionismo, bellezza”.

 

 

Il relatore

Pareti di damasco rosso sangue, soffitto di bruna quercia, le finestre ermeticamente chiuse (pubblico in età: si sa, aria di fessura aria di sepoltura) praticamente una tomba. E abbiamo rischiato che diventasse la nostra, all’Accademia di San Luca l’undici marzo scorso.

Si trattava della presentazione dell’Enciclopedia di Arti Contemporanee, quarto volume, a cura di Achille Bonito Oliva: quattro relatori (che ci asteniamo dal nominare) più lui.

ABO lo conosciamo da un secolo e gli abbiamo sempre visto recitare la parte del discolo. Per nostra fortuna, perché, gli altri quattro! Concettosi, arzigogolati, logorroici, da rischiare per tanta verbosità di perderci nell’implacabile concatenarsi di verbi e subordinate.

Noi, non certo ABO che non ha saltato un’occasione per fare faccette, ammiccamenti e risatine al pubblico, proprio come avrebbe fatto Pierino dietro le spalle del maestro, per poi, alla fine, uscirsene con le sue dichiarazioni invariabilmente pertinenti, impertinenti e intelligenti.

Adesso che abbiamo identificato nel relatore il nostro personaggio base e avendone presentato il primo tipo, cioè il prolisso, passiamo al secondo: il brillante. 

Fiera del libro al Palazzo dei Congressi a Roma, tempo fa. “Sale di Sicilia” di Mariacristina Di Giuseppe è tenuto a battesimo dall’arguto, spiritoso Umberto Broccoli, un signore al quale invidiamo facilità e felicità di parola. Si manifesta qui una delle variazioni più pericolose di questi eventi: il relatore è talmente brillante che rischia di consumare tutto l’ossigeno a disposizione del futuro lettore prima che questi riesca ad affrontare il libro. Una vera minaccia per l’autore, l’editore e anche per il potenziale acquirente. 

Poi ci sono i compagnucci della parrocchietta. Sono più di uno naturalmente, il tono è fintamente rilassato, i relatori fanno mostra di volersi bene e di stimarsi a vicenda, si sorridono complici e si chiamano con nomi di battesimo o diminutivi da accademia. I laici presenti sono sì ammessi all’eventuale dibattito, ma a una certa distanza, che non si prendano troppa confidenza.

E i narcisi? Appollaiati come avvoltoi ai lati del festeggiato non fanno che rubarsi con finto garbo la parola l’un l’altro, parlare di sé a scapito dell’opera presentata (e quando parlano dell’opera è comunque in riferimento alle loro proprie reazioni) e soprattutto cercare di apparire più informati, più puntuali, più spiritosi, insomma, più in gamba dell’autore.

L’elegantone invece lo abbiamo conosciuto a un incontro sulla valorizzazione del patrimonio culturale all’Auditorium dell’Ara Pacis. Si chiama Philippe Daverio e ne sa una più del diavolo: soprattutto la racconta con un’espressione mirabilmente giocosa sopra papillon strabilianti con citazioni che sforna, fra paradossi e iperboli, con perfetta pronuncia in una mezza dozzina di lingue.

E intanto, con un look del tutto lontano da quello dimesso e grigio dell’intellettuale tipo, riesce a trasformare la faccenda, che spesso rischierebbe di risultare altrettanto dimessa e grigia, in uno spettacolo frizzante, proprio come i suoi variegati panciotti.

Chiudiamo con il Criticus Constrictor, uno dei più pericolosi esemplari di intellettuali ipnotizzatori in circolazione.

Museo del Vittoriano: presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, la preda, l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni del fattaccio.

Niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, l’elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo i racconti dello sciamano accanto al fuoco.

Passano 58 minuti, quasi un’ora di ipnoterapia. Strinati, momentaneamente rinsavito, ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo.

Si dichiara pentito.

Subito dopo però, trascinato da sé stesso e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti i tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici, i quali trovavano la sua produzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.

Altri venti minuti filano via. Finalmente le spire del crotalo si sciolgono e la vittima rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono parse stremate e forse anche un po’ risentite.

Ma noi ci siamo molto divertiti.

 

Panze, ceffi e facce per bene

PANZE, CEFFI...
In principio era una discarica. Sono passati duemila anni e sempre discarica è rimasta, ma adesso è storica.

E’ il Mons Testaceus, monte dei cocci, dove venivano ammucchiati i frammenti delle anfore olearie e vinarie destinate ai triclini sontuosi dei ricchi (ma, fuori dal luogo comune sui romani crapuloni, di sicuro anche alle tavole dei poveri) che arrivavano per nave al porto fluviale di Roma. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto. Travasati vino e olio, le anfore inutilizzabili erano rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina.

Da spazzatura a monumento.

 

Lì vicino, dove c’erano i magazzini romani, a inizio novecento è nato un quartiere di case popolari. Nelle cantine di una di queste case, a Via Bianchi, la Fondazione Giuliani ha uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo. 

Dentro l’immenso seminterrato (stiamo per arrivare al punto, dopo questa lunga premessa a forma di matrioska) si è inaugurata, il 15 aprile, la mostra del fotografo Francesco Vezzoli, molto opportunamente intitolata “Party Politics”, la politica da salotto.

Geniali foto di grandi dimensioni, crudeli, impietose, alcune francamente sinistre, che raccontano i personaggi della politica, dello spettacolo e dei quattrini (non sappiamo se per scelta, vistosamente assente è la cultura) del trentennio ’70/’90.

Beccati in pieno fervore sociale, le panze e i ceffi sono bene accompagnati da didascalie che dicono tutto: “Eros e craxismo”, “Rosseggiava il canapè”, “Ciociaria pride”.

Roba da brivido.

 


…E FACCE PER BENE
Da un brivido di sconcerto a uno di serenità: basta un attimo e ci troviamo teletrasportati alla Centrale Montemartini dove è in corso un’altra mostra fotografica.

Nuovo raccontino storico con cambio di destinazione finale? Eccovi serviti.

La centrale in questione non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità per tutta Roma all’inizio del ‘900. Dismessa, abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo e perfino, dopo tutti questi anni, il caratteristico odore di olio lubrificante.

Dunque, alla Montemartini si è inaugurata il 18 la mostra “Luigi Spina - Volti di Roma”: ritratti fotografici di ritratti marmorei di noti o ignoti dell’antica Roma.

Risalenti al periodo in cui gli scultori erano arrivati a fare della ritrattistica un’arte raffinatissima, capace di trasmettere magnificamente il carattere del soggetto non sorvolando (anzi, insistendoci) su crudezze dell’età, imperfezione della pelle e asimmetrie dei volti.

Proprio come, oggi, la fotografia, che non perdona la più piccola ruga, senza photoshop, ovvio.

Però, che belle facce: segnate, espressive, vive.

E soprattutto facce per bene.

Il povero Cla-Cla


All’Ara Pacis si apre la mostra “Claudio, il destino di un imperatore”. Allestimento sontuoso, pareti rosse, fari puntati. Alcuni pregevoli pezzi originali di scultura, molti calchi in gesso, di nessun interesse artistico, naturalmente, ma importanti per capire meglio il periodo. Tutto molto ufficiale.

Tranne questo bronzo che ci ha colpiti per la sua verità. E’ un (presunto) ritratto di Claudio, che evidenzia il primo dei suoi tanti difetti, non sappiamo se veri oppure inventati dai suoi detrattori che erano, chissà perché, molti e molto agguerriti: un paio di esagerate orecchie a sventola.

Povero Claudio, avvelenato figurativamente e si sospetta anche letteralmente, con un bel piatto di funghi da una delle mogli molto particolari che incautamente frequentò: Messalina e Agrippina. (Seneca, il pettegolo, scrive che, proprio in questa occasione, le sue ultime parole prima di andarsene furono: “Vae! Puto concacavi me!” – “Accidenti! Credo di essermela fatta addosso!”)

Scomodamente collocato dal fato tra Caligola, di cui era zio, e Nerone, di cui era patrigno, non deve avere avuto una vita facile.

 

In più era zoppo, ovvero claudicante (dal latino claudus - Claudius), e balbuziente, per questo soprannominato Cla-Cla; e finalmente considerato un mezzo scemo da familiari e amici. 




Eppure a cinquant’anni, una volta fatto fuori Caligola (non da lui, in verità), diventa imperatore, e neanche tanto malvagio. Anzi, per quello che possiamo ancora vedere almeno in architettura, un grande.

Suo è l’Acquedotto Claudio, per duemila anni il più bell’ornamento della Campagna Romana oltre a essere uno dei più grandiosi dell’impero.

Basta alzare gli occhi su per i magnifici massicci pilastri che per chilometri avanzano, arco dopo arco, con una regolarità che, certo anche per la sua funzionalità, coincide con la perfezione assoluta.

Suo è anche il grande porto di Ostia, meno fortunato dell’Acquedotto, perché si insabbiò dopo meno di un secolo. E naturalmente una quantità di altre belle opere e di belle conquiste per Roma, fra cui quella della Britannia.





Ma a noi è particolarmente simpatico per una novità che tentò di introdurre fra le piccole cose quotidiane: niente a che vedere con le sue grandiose imprese di condottiero e imperatore.

A Roma, in Via del Pellegrino, al N. 145, c’è un negozio di casalinghi, il cui proprietario, mentre vende caffettiere e detersivi, ascolta Scarlatti a preferenza di Vivaldi perché trova quest’ultimo un po’ troppo commerciale.

Murata sulla parete vicino all’ingresso di questa bottega particolare c’è una lapide (pur sapendo che ce n’è un’altra simile ai Musei Vaticani, crediamo che sia l’unica di questo genere in giro per la città) che testimonia un’audace innovazione grafica di Claudio, durata solo pochi anni e poi dimenticata (come spesso accade alle audaci innovazioni).

 Una nuova lettera, una F rovesciata, chiamata digamma inversum, introdotta da Cla-Cla nell'alfabeto latino per indicare la V intervocalica che prima era tutt'uno con la U. 

E' nell'ultima riga dell'epigrafe. Un po' di attenzione e la si scopre dove prima ci sarebbe stata una V: POMERIVM (AM)PLIAVIT TERMINAVIT(QUE). 

La U di pomerium non è intervocalica quindi non ha subito modifiche e ha continuato a essere scritta V. 

Poco imperiale magari, ma decisamente carino.


Roma, magnificenza e scemenza


La Galleria Colonna è aperta solo il sabato mattina e c’è la fila. Tutto bene organizzato come ai Musei Vaticani e con prezzi altrettanto salati. Ma vale la pena andarci perché il salone è un insuperabile esempio di magnificenza. Grande, luminosissimo, pieno di belle opere d’arte, e soprattutto concepito con un gusto, certo barocco e quindi carico, ma così armonioso che il sovrappeso neanche si sente.

Quello che invece colpisce il nostro occhio perfido in  mezzo a tanto buon gusto è una vera e propria scemenza messa in opera, non certo molto tempo fa, da qualche curatore forse fiducioso nella disattenzione dei visitatori.

Ecco di che si tratta: sotto tutte le finestre di un lato del salone sono murati, probabilmente fin dal momento della costruzione, magnifici frammenti di scultura romana.

I frammenti sono sempre lì, ma a un certo punto la direzione deve aver deciso di installare il riscaldamento. E dove hanno sistemato i caloriferi? Proprio davanti ai magnifici frammenti. Prima dell’intervento hanno pensato bene di fotografare le opere, poi hanno montato i radiatori e di fronte ci hanno piazzato dei pannelli a colori con le retrostanti sculture fotografate.

Il risultato è un bel panino a tre strati: la scultura vera, il radiatore e la foto della scultura.

 

Ci è sembrato un po’ indigesto.



Da non molto tempo aperta al pubblico e magnifica in una giornata primaverile è la tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica. C’è un bellissimo prato, pini, cipressi e un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente le terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.

All’ingresso, in cima ai resti di una cisterna, hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale di tutti i dintorni, dalle tombe dell’Appia ai Colli Albani, agli aerei che decollano da Ciampino.

Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo su quella magnificenza, poi lo abbiamo abbassato, e… tutto intorno, da ogni lato della terrazza, sporgono, bene fissati alla ringhiera, dei pannelli fotografici che riproducono esattamente quello che nella realtà si vede affacciandosi da quel lato a quella ringhiera.

Anche su altri monumenti in città ci sono richiami simili, chiaro, ma servono a identificare con scritte e numeri quella cupola a sinistra, quel palazzo a destra o quel campanile al centro .

Qui no; qui c’è la foto e basta; niente richiami. Un omaggio al potere dell’immagine: se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo solo un po’ di più, vuol dire che quel panorama è importante e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio di turista: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

 

Un’altra bella scemenza, ci pare.



Il 27 marzo si è inaugurata al Museo di Roma, Palazzo Braschi, “Roma nella camera oscura”, una mostra di dagherrotipi e fotografie di Roma e dei romani, dall’800 a oggi. 
Immagini color seppia di piazzette scomparse, palazzi demoliti e templi recuperati; e di cittadini illustri. Sono foto che magari abbiamo già incontrato in qualche libro ma appese ai muri ci sono piaciute di più.

 In fondo alla prima sala, più grande di tutte le altre, giganteggia questa scema (o furba? - magari non si sono accorti di niente o forse lo hanno fatto apposta, e allora tanto di cappello all’ironia) gigantografia di un elegante sconosciuto che ci riceve con uno sguardo a dir poco inquietante. Si osservi con attenzione la convergenza degli occhi del soggetto.

 

Comunque (e ancora una volta la magia si ripete) salutato lo strabicone in mostra, eccola che ci aspetta all’uscita del palazzo la magnifica magnificenza di Roma.



Roma, la grande efficienza


Tutto comincia con una perentoria lettera spedita al nostro condominio dall‘Italgas in cui si annuncia che nella fascia oraria fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018 il personale della CONUS TECNOLOGY S.p.A, da loro autorizzato, effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo, elettronico e in grado di teletrasmettere la lettura al loro centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione, quindi ci prepariamo alla visita. Alle 13.30 precise (oh sorpresa per noi abituati all’approssimazione romanesca) si presentano due tecnici che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul collegamento fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una qualche operazione, dovrebbe almeno sapere se questa operazione si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera dell’Italgas, altrettanto perentoria e altrettanto precisa che ci da lo stesso appuntamento per la stessa operazione il giorno 26 novembre 2018, stavolta fra le ore 8.00 e le 12.00 e gli incaricati sono della AMI.CA Srl (hanno cambiato operatori: forse non erano soddisfatti di quelli di settembre scorso che si erano fatti scoraggiare dai tubi di piombo?)

Benissimo: ci buttiamo giù dal letto e ci mettiamo ad aspettare. Due tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, nun se po’ fa a sostituzione per via delli tubbi de piombo”, e se ne vanno. Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…

Lo stupore è tale che non riusciamo neanche ad arrabbiarci. L’incapacità della capitale a fare bene anche la cosa più semplice è nota, ma in questo caso ci pare che superi ogni aspettativa.

Intanto i vecchi contatori, per quanto abbiamo potuto verificare, funzionano benissimo, perciò che ce ne importa? Anche la seconda lettera finisce nello stesso cassetto.

 

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera, sempre da Italgas, in cui ci riscrivono che il 20 marzo 2019, fra le otto e l’una, il personale di A.MI.CA CAMBI (un nome abbastanza simile ma non proprio uguale a quello del 26 novembre – chissà cosa è successo nel frattempo) ripasserà per rifare la stessa operazione.

 Ormai in preda al totale disinteresse per la faccenda (sarà quel che sarà: anche il più integro dei cittadini dopo un po’ si stufa) la mattina del 19 usciamo di casa per il giornale e il cappuccino al bar e, colpo di scena! troviamo su tutti i portoni della strada e dintorni questi avvisi che, specificando numero civico per numero civico, annunciano l’intervento per l’indomani.

Stavolta la situazione sembra molto più seria, quasi preoccupante perché, oltre all’orario punitivo, si minaccia anche di sospendere l’erogazione del gas in tutti gli appartamenti della zona. Consultazioni fra i vicini trepidanti: siamo gente poco pratica, quindi non ci rimane che programmare per l’indomani doccia antelucana e messa in standby di fornelletti elettrici e microonde.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe il colpo di scena e la situazione in qualche modo si ribalterebbe svelando il mistero.

E invece? Nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 marzo non si vede nessuno, neanche per dirci che “ce staveno li tubbi de piombo e nun se poteva fa’ gnente”; il giorno dopo, uguale. Se sono andati a qualche altro indirizzo non lo abbiamo saputo. Poco alla  volta il nastro adesivo si è accartocciato e i cartelli sono caduti dai portoni come le foglie d’autunno, e oggi che sono passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ci ha fatto sapere niente e nessuno ne parla più.

Nel frattempo pallide ombre si aggirano per il quartiere e siedono ai tavolini dei bar in un’atmosfera di destabilizzante sfiducia nelle istituzioni, chiedendosi dove hanno sbagliato e quale futuro possano aspettarsi per i loro figli…

 

 

Il ciclista

24 marzo 2019. Domenica ecologica. Uno dei pochi momenti, a Roma, in cui un ciclista può considerarsi quasi al sicuro dai pericoli del traffico a motore che normalmente ignora completamente quello a pedale (per la verità noi abbiamo visto qualche incrocio in cui l’automobilista non ignorava affatto il ciclista, anzi lo puntava proprio come se volesse abbatterlo).

Al di fuori di queste giornate, però, possiamo dire con sicurezza che l’uomo su due ruote, per quanto attento stia, rischia ogni minuto la pelle: in giro per le strade della capitale; furgoni impazziti che investono colonne di velocipedisti su presunte tranquille strade di campagna; poliziotti in assetto antiguerriglia che caricano un raduno di ciclisti in piazza a Torino “Pensavamo che ci fosse un agente in pericolo” (la giustificazione della polizia. Cronaca di Torino, 21 marzo) e così via; ogni giorno c’è una notizia di nera che coinvolge il:

 

Ciclista Martire.

E però (sempre di Roma parliamo), che scoramento, che inciviltà, che schifo le bici del programma bike sharing abbandonate, buttate nel Tevere, cannibalizzate e vandalizzate che negli ultimi tempi si vedono a ogni angolo di strada, dai ponti, nei parchi. Evidentemente dalle nostre parti questo programma non funziona. C’è chi dice che tutto dipende da una cattiva organizzazione del servizio. Noi siamo convinti che dipenda semplicemente dalla cattiva educazione degli utenti.

Per non parlare dei ruderi di biciclette di proprietà, lasciate incatenate a qualche palo sui marciapiedi, che nessuno porta via. Talvolta sdraiate per terra, talvolta accartocciate, rimaste solo telaio, ma con un sacco di pericolose punte sporgenti alle quali prima o poi si rischia di agganciarsi e strapparsi qualcosa: pantaloni, ma anche brandelli di pelle.

Si tratta del Ciclista Maleducato.

 

A questo punto ci infiliamo il giubbotto antiproiettile, perché sappiamo che in molti se la prenderanno con noi. Stiamo per affrontare il Ciclista Prepotente

La prima volta fu ad Amsterdam. Stavamo passeggiando, e fu il panico quando ci trovammo circondati da ciclisti. Prepotenti e senza campanello. Sui marciapiedi, nelle zone pedonali, i padroni erano loro. Un’arma letale. Sbucavano da tutte le parti, veloci, silenziosi e intolleranti, come sa essere la gente del nord quando gode di un diritto acquisito.

Da quel momento ci nacque nel cuore un sentimento che mescolava al rispetto anche l’odio, naturalmente inconfessabile (sarebbe come prendersela con la foca monaca o il colibrì della Guyana, entrambi, come è noto, in via di estinzione). Il ciclista rappresenta la purezza dell’aria e dei sentimenti, si potrebbe quasi dire la natura. Non si può odiarlo. Bisogna solo rispettarlo e amarlo per quello che fa per l’anima ecologista di quelli di noi che ce l’hanno.

Chissà a quanti automobilisti è capitato, di notte in qualche strada buia di periferia di trovarsi a pochi millimetri dalla ruota posteriore di una bicicletta, cavalcata da un essere vestito di scuro, rigorosamente sprovvista di qualsiasi segnalazione luminosa, che procede alla sacrosanta velocità di un velocipede urbano; venti all’ora, se va bene, mentre l’auto, anche con un pilota  prudentissimo, va almeno al doppio. Roba da infarto.

Noi, come probabilmente anche voi, abbiamo molti amici ecologisti o sportivi, o solo radical-chic che vanno in bici. Intendiamoci, andare in bicicletta a Roma è ben diverso che farlo a Bologna o a Rovigo, dove gli automobilisti sono abituati alla convivenza e i dislivelli sono zero. Molti di questi nostri amici usano la bici più come principio, che come mezzo di trasporto, dato che in una città di salite come Roma, si arriva prima a piedi.

Tanto di cappello. Ma poi però, perché vanno senza luci di notte, che è un suicidio? “Perché ci siamo dimenticati di comprare le batterie; perché fa più fico; perché comunque sono gli automobilisti che devono stare attenti”. E di fronte a un timido suggerimento che anche la città più civile è una jungla con i suoi predatori e le sue prede ti seppelliscono di indignazione. Non è il povero animale indifeso (come obiettivamente è un ciclista nel mondo motorizzato) che in natura deve stare attento per salvare la pelle. E’ l’ambiente che deve stare attento a lui. Pura, criminale utopia.

Purtroppo spesso il ciclista per principio (non certo quello per necessità, che ancora esiste, anche se non sono più tanti come negli anni cinquanta) è un integralista fanatico, e come tale non ascolta, rivendica. Piste ciclabili, sacrosante; ma se non ci sono, via! sul marciapiedi a zigzagare in silenzio (il silenzio, questa è l’arma letale del ciclista) fra i pedoni.

 

Naturalmente poi gli incidenti accadono, e ci dispiace. Ma a pensarci bene, la responsabilità non sarà mica sempre solo da una parte, no?

Il viaggiatore

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e sicuro. Oggi.

Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Michel de Montaigne, autore del “Journal de voyage en Italie, 1580 et 1581”, uno dei più gustosi diari di viaggio che ci siano capitati sotto gli occhi, che aveva deciso di spostarsi non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, paesi civili della civile Europa dell’epoca.

I tempi: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, in una portantina sulle spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le vere strade erano poche e malmesse. Il resto, sentieri o mulattiere. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.

A noi piacciono le cenette a lume di candela, ma quello che oggi funziona per i momenti romantici, allora non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che sapevano leggere e lo facevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).

 

In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, con il suo mulattiere, più un cameriere, e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, biancheria e coperte, stoviglie e provviste. 


Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, quasi sempre sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione all’epoca considerata igienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).

Si stupisce, il nostro gentiluomo viaggiante, per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto “per non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito invece, in una infima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile”, “Sì, ma dove? “Dove vuole”.

E’ chiaro che poi i cortili puzzano di urina e feci, le strade di letame e rifiuti, le scale di case e locande di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e pitali non svuotati.

Brevi le tappe percorse ogni giorno; per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: leghe di Guascogna, leghe di Francia, leghe tedesche, miglia italiane, spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi. Su questo argomento non possiamo trattenerci dal citare due righe di mano dello stesso Montaigne che ci hanno fatto sorridere. Scrive, ed è appena all’inizio del viaggio: “Oggi quattro leghe. A cominciare da Bar-le-Duc, le leghe riprendono la misura di Guascogna e vanno allungandosi verso la Germania, fino a raddoppiarsi e perfino a triplicarsi”.

Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), cambiandolo, chissà con quale criterio, con una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro: quindi continuo rischio di rapina.

E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio con il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche i certificati di sanità, se si arriva da dove c’è, o si crede che ci sia, qualche pestilenza.  E nel bagaglio sono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti.

Dopo la testimonianza incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.

Tanto per sapere come regolarsi, conclude dando l nome della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e della peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Magari, essendo passati quattro secoli e mezzo, non sono più indicazioni tanto attendibili. 


Oggi, certo, tutto è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo.

Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualche terrorista che ti spara.

 

Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

Il riformatore


S. Maria dell’Anima è la chiesa cattolica della nazione tedesca a Roma. Ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata di sera. Ci saranno almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che l’effetto è magico, anche perché non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati qualche mattina fa, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre.

Molte le tombe di marmi bianchi e colorati, con una fitta presenza di teschi ghignanti, femori incrociati e clessidre, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

In più, sulle lapidi, fa spesso capolino un timido, quasi mai riuscito, tentativo di latinizzare gli ostici patronimici dei concittadini germanici. Immaginiamo lo smarrimento dello scalpellino, che era certamente italiano e probabilmente analfabeta, di fronte a nomi come quelli che punteggiano, qui accanto, la triste storia del giovane defunto ventitreenne, unica speranza della sua antichissima famiglia (Adriano), pianto dallo zio materno (Teodoro) e dall’esecutore testamentario (Baldovino): perché con gli Adriano, i Theodorus e i Balduinus è ancora facile, ma con i Vryburch, i Quinting e i Breyel la paura di sbagliare doveva essere forte, dato che sul marmo quello che è scritto è scritto, e magari ti facevano anche ripagare la lastra rovinata.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell’elegante sala di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono, polverose e malissimo illuminate come sono, molte chiese romane, magari anche piene di tesori artistici che però, nelle tenebre, è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio. 

 

All’improvviso però, tutto questo splendore è stato oscurato dall’ombra di un ricordo di qualche tempo fa.

Era il 2017, cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio certa) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Evidentemente, quel giorno di mezzo millennio dopo, i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto l’anniversario, ma hanno scelto di celebrarlo a modo loro, con una sfilata di poster zeppi di immagini e didascalie piazzati lungo la navata sinistra.

Non siamo storici né teologi, quindi non vogliamo entrare nella correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così rimbambiti da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero 

evidentemente disegnato per l’occasione e neanche somigliante, perché i ritratti ufficiali non sono così maligni, commentato, dopo aver elencato tutte le malefatte ideologiche del fellone, dalla seguente didascalia, non proprio un esempio di carità cristiana:

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe”.

Un vero diavolaccio.scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero (vedi 

Il castrato

Gli amici gastronomi non ci fraintendano: non è a loro che ci rivolgiamo per rimpiangere le delizie di un gustoso animale che in passato frequentava più spesso di ora le nostre tavole: braciolette, carrè, sella. In umido, in padella o al forno.

No, non a loro parliamo, ma ai musicisti, ai melomani, agli amanti dell’opera; e le delizie a cui ci riferiamo non sono per le papille ma per le orecchie.

 

Un passo indietro. Qualche tempo fa, chiesa di S. Andrea della Valle a Roma (quella della Tosca), magnifico edificio barocco dotato di un grand’organo poderoso. Festa del Te Deum; un concerto con la presenza, fra le altre voci, di eccellenti contraltisti, sopranisti e controtenori.

Immersi nel magico riverbero, dovuto al volume architettonico della chiesa che rimanda e prolunga i suoni, ci è tornata in mente la teoria che attribuisce la scoperta dell’armonia proprio all’uso, nei canti medievali, di intonare una seconda nota, e poi una terza, mentre la prima ancora echeggiava sotto le volte. Di sicuro un monaco si sarà accorto, durante qualche vespro, che in questo modo nasceva un accordo, e da qui il passaggio dalla monodia all’armonia è stato inevitabile. Ci pare possibile.

Ma quelle voci particolari hanno risvegliato anche un grillo che ogni tanto si affaccia nel nostro cervello forse bacato. Si può chiamare rimpianto il dispiacere per la perdita di qualcosa che non si conosce direttamente? Forse è meglio la parola nostalgia.

Eccolo il nome del grillo: nostalgia per il castrato.

 

Si chiamavano Farinelli o Pacchierotti, erano stati evirati da piccoli in modo da bloccargli la muta della voce, ma non la crescita del corpo. Così da grandi sviluppavano un’emissione, forse imitabile con il falsetto, ma certamente ineguagliata come timbro e potenza. Insomma, uno strumento fra la voce bianca e quella femminile, ma servito dal potente mantice dei polmoni di un uomo adulto. Cantavano l’opera. Erano amati, ammirati, applauditi dappertutto, erano in vetta alla piramide. Le rockstar del settecento. Nessun solista ha mai raggiunto la fama e la ricchezza di questi personaggi, che però, per arrivarci, avevano dovuto pagare un prezzo, diciamo così, un po’ salato. E non smettevano di pagarlo, facendo talvolta la triste fine dei fenomeni da baraccone.

Questa impressione ce l’ha confermata un libro che  stiamo leggendo su uno di questi fenomeni: Domenico Bruni. Si intitola “Biografia di un cantante evirato”, pubblicato dal Comune di Umbertide di cui Bruni era cittadino, quando ancora si chiamava Fratta. Questo poveretto, prima di diventare una star era ”nato da poveri e onesti genitori” e “aveva sviluppato una singolare abilità per il canto: Per un’accidentale fisica indisposizione fu consigliato dai medici all’evirazione e così sempre mantenne la sua voce incantevole di soprano”.

 

Si direbbe che il fenomeno dei castrati sia derivato casualmente da cognizioni mediche antiquate che provocavano interventi troppo radicali in casi di infezioni o simili. Ovviamente è vero il contrario: l’intervento era volontario. Intendiamoci, la volontà era quella dei genitori,  dei tutori,  dei nonni; non certo del ragazzo.  Ed è umano che, una volta diventati famosi, tutti cercassero di giustificare, nella vita o nelle autobiografie, una situazione scabrosa come la loro con storie di accidenti fantasiosi se non addirittura inverosimili.

D’altra parte, pensiamo a quelle migliaia di ragazzini che lo stesso prezzo lo avevano pagato per l’avidità di denaro dei genitori ma senza avere in cambio il successo (X Factor, tre secoli fa...). E’ che all’epoca, per molte famiglie povere con un figlio minimamente dotato per la musica, questa era una delle poche speranze di sistemarsi.

Sarebbe come immaginare oggi, per esempio, il tassista, padre di Bruce Springsteen, o i genitori contadini di Al Bano che un bel giorno,
mentre il ragazzo è a scuola, si siedono al tavolino, fanno quattro conti e decidono: “Beh, domani lo facciamo castrare, magari diventa famoso e poi viviamo tutti di rendita...”

 

Col tempo questa pratica incivile è stata abolita. Però, da appassionati, a noi rimane lo scontento di non aver mai potuto ascoltare direttamente quei fenomeni. Pazienza. 

Detto questo, venisse a qualcuno la perniciosa idea di andare a sentire l’unica registrazione esistente (inizio ‘900) di un castrato, su YouTube c’è Alessandro  Moreschi, l’ultimo sopravvissuto della categoria. Ammesso che sia autentica, è orripilante. Sembra un’ostessa di mezza età, ubriaca e anche un po’ stonata. Forse è colpa dell’arcaicità dell’incisione, comunque consigliamo vivamente di soprassedere se volete tenervi l’illusione.

Il puntatore

 Sono anni, anzi decenni che frequentiamo il mondo della musica, leggera e classica, e mai ci era capitato di incontrare questa figura professionale: il puntatore. Ce l’ha fatta conoscere con il suo garbato ma serio tono da conferenziere Luca Della Libera il 20 febbraio al Conservatorio di S. Cecilia durante la presentazione di un suo libro su Alessandro Scarlatti e la musica sacra a Roma.

Siamo a cavallo fra il sei e il settecento e in città fiorisce una quantità di cappelle musicali che oggi neanche ce le sogniamo. Cantare in uno dei cori è ambizione di molti e soprattutto è un’attività che garantisce un salario sicuro in quei tempi difficili, anche perché, non essendo ammesse le donne, c’è posto pure per i ragazzi (e forse per qualche castrato in incognito).

La cappella musicale era composta dai cantori, dai cappellani corali, dall’organista, da un maestro di grammatica che custodiva anche i libri e dal Maestro di Cappella.

Accanto a tutti questi, nominato a turno fra i cantori c’era un personaggio oscuro ma di grande potere: appunto il puntatore. Il suo ruolo era quello di segnalare tutti coloro che trasgredivano le regole e “darne nota al camerlengo, il quale, avanti di pagare il mese”, detraeva l’ammontare della multa dal salario.

E le trasgressioni potevano essere tantissime in un regolamento così rigido e minuzioso. Rileggiamone alcuni articoli nel linguaggio pomposo e un po’ ridicolo del tempo, sempre tenendo presente che “se alcuno per domandar gratia a un prencipe mondano studia di compor se stesso & le sue parole con habito onesto, gesti decenti, parlar moderato, distintamente e con attentione, con tanta maggior diligenza in luogo sacro ciò convien di fare in pregare l’onnipotente Iddio”. Perciò:

“Non cominciar il versetto sin che l’altro non sia finito, et quelli che contrafaranno saranno multati in baiocchi cinque per ciascuna volta”.

“Nessuno dovrà tenere le labbra serrate, ma tutti nei salmi, hinni et cantici con allegrezza spirituale mandar voci di laude al signor Iddio, sotto pena di esser multati come absenti”.

“Quando si dice il Gloria Patri ogn’uno si cavi la beretta et inchini divotamente il capo”.

“Nessuno di essi cantori o cappellani debba partirsi di Choro (mentre durano li divini uffitij) senza espressa licenza, et al puntatore che altrimente concederà tal licenza in giulij due per ciascuna volta”.

“Non vadino né stiano senza cotta et veste longa et habito clericale, etiam che fosse il giorno over la settimana sua vacante, sotto pena di giuli due per ciascuna volta; et stiano con quella gravità che si richiede, non confabulando o parlando insieme, sotto pena d’un giulio per ciascuna volta; et finiti gli uffitij divini ritornino a spogliarsi senza tumulto ne i luoghi loro ordinarij, sotto pena di baiocchi cinque per ciascuna volta”.

Neanche al collegio convitto di Gian Burrasca.

E c’è anche un premio per la delazione:

 

“Per la lor fatica i detti puntatori habbino de i punti, oltre la rata loro, a ragione del cinque per cento”.


Visto che siamo in argomento, e, più o meno, nello stesso periodo, ci piacerebbe avere la spiegazione (che probabilmente non arriverà mai) di un ritardo inspiegabile.

Andiamo a un concerto per sestetto di liuti. Autori noti (Gabrieli, Kapsperger), bei brani, benissimo eseguiti, però sembrano il lavoro di preparazione di qualcosa di molto più grande che verrà, ma non è ancora maturo. Vai a guardare la data delle composizioni: fine ‘500, inizio ‘600, e ti prende un colpo.

Il fatto è inspiegabile, il ritardo esagerato, l’assenza ingiustificata.

Ma come mai la musica è così indietro, in un’epoca in cui tutte le altre arti sono più che mature? Giotto trecento anni prima già faceva la sua famosa “O”; poi sono arrivati giganti come Leonardo, Raffaello, Tiziano. Architettura e scultura: la cupola di Brunelleschi, Palazzo Farnese, San Pietro, la Pietà. Letteratura e poesia con Dante, Petrarca, Tasso.

Colombo era andato e tornato dall’America. E la musica? Strumenti afoni o imprecisi e stonati, comunque primitivi; melodie scarne, accompagnamenti precari. Le voci, sì, ma solo quelle. Altro che colonnati e basiliche!

Il Beethoven dell’architettura e della pittura e il Michelangelo della musica, che dovrebbero essere contemporanei, sono separati da tre secoli. Inspiegabile.

Certo, poi le cose si sono un po’ aggiustate, grazie alla tecnologia che ha riequilibrato il gap con la possibilità, prima inesistente, di fissare la musica, sia scritta che eseguita, come da sempre si fissa la scultura, la scrittura, l’architettura.

Però non si spiega lo stesso, o no?

Forse è inutile insistere.


I Santi degli Ultimi Giorni


Lontana, in periferia, fra il GRA e i vari Le Roy Merlin, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

 

Tutti con accento americano, tutti efficientissimi e cortesi. Insomma, sembra di essere ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.


La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli. 

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che siano animati tutti da un comune desiderio di comunicarci quanto sono felici.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi imbottiti, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o con scene naturalistiche alla Disney: cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, ma molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

 

Procediamo nella visita guidata fino al centro visitatori, dove ci fanno finalmente togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, appare ai nostri occhi esterrefatti questo.
Uno degli accompagnatori, sempre in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re: un po’ scrostata, spigoli di pietre, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora, tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutto questo miele ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà nella trattoria sotto casa davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati.

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, felici, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

 

 

L'anno del maiale



Giovedì 7 febbraio. Tutti In fila con i nostri accrediti davanti al Museo Borghese al cui ingresso ci riceve questo marmoreo signore in atteggiamento non si sa bene se perplesso o sconsolato. Lo scopriremo.

Dentro si festeggia il capodanno cinese. Del quale siamo sicuri che, da queste parti, non importerebbe un fico secco a nessuno, se non fosse per il fatto che i turisti cinesi sono diventati improvvisamente i migliori clienti delle boutique del lusso di Roma, che sono, per l’appunto, le organizzatrici dell’evento.

Piccola parentesi indotta dalla lettura sul giornale di un trafiletto che annuncia, da parte dell’Emporio Armani, la dedica al maiale della nuova collezione, che si chiama “Chinese New Year”. Al maiale, che è l’animale del nuovo anno nella simbologia astrologica cinese, ci si riferisce come a un esempio di diligenza, compassione e generosità (testuali parole; e pensare che noi occidentali lo consideriamo da sempre solo buono da salsicce; che rozzi che siamo!) ed è “presente nella collezione, declinato in forme stilizzate e colori diversi e reinterpretato attraverso simboli tribali”. Armani dixit. Questo è il risibile linguaggio dei comunicati della moda. Ma risponde di sicuro a esigenze commerciali. Ci chiediamo con quali aspettative di successo Armani presenterà questa sua nuova linea all’altra metà dei suoi clienti ricchi: gli arabi, ai quale l’ animale che piace ai cinesi (e a noi) non risulta essere troppo simpatico. 



Torniamo a noi: dentro il museo c’è questo signor Liu Bolin, cinese; secondo i critici e il mercato un geniale artista contemporaneo; secondo noi un furbacchione che se n’è inventata una bella. Lui va in giro per il mondo, si piazza di fronte a uno sfondo ben riconoscibile: il Colosseo, un giardino, un quadro famoso, si fa dipingere vestiti e faccia con le stesse linee e colori dello sfondo (quindi con gli archi del monumento, la cornice e il soggetto del quadro, le foglie del giardino) fino a che, mimetizzato quasi completamente, diventa praticamente invisibile: un camaleonte.

A questo punto un suo assistente gli scatta la foto finale della performance, e questa è l’opera che poi lui firma e, ne siamo certi, i suoi mercanti vendono a suon di dollari, evocando in noi, e di sicuro in tanti altri, forti dubbi sulla sanità mentale dei collezionisti.

Naturalmente l’artista fornisce una sua spiegazione socio-filosofica: “Sparire non è il fine principale del mio lavoro, è solo un modo per trasmettere il mio senso di ansia per gli esseri umani e per l’ambiente, e la mia silenziosa protesta contro l’oppressione da parte del mio governo.”

 



Così ha fatto anche in questa occasione: si è piazzato nella sala dei Caravaggio, davanti al San Girolamo, e, indossati i vestiti e una mascherina di plastica trasparente, si è fatto dare gli ultimi colpi di pennello e finalmente è apparso, anzi scomparso davanti al quadro.

Indubbiamente una trovata d’effetto.

Noi siamo rimasti un po’ delusi in quanto ci aspettavamo che il molto onolevole maestlo Liu si facesse realmente ricoprire di vernice mani, corpo e faccia, ma poi abbiamo letto che per realizzare tutta la performance ci vogliono almeno dieci ore.

La nostra era pura ingenuità: non c’era abbastanza tempo per l’operazione intera, e ci siamo dovuti accontentare.

Anche perché l’organizzazione doveva trovare qualche minuto, prima della chiusura del museo, per offrirci un piccolo rinfresco a base di pizza e mortadella, quest’ultima di sicuro un modesto omaggio al protagonista della serata (il maiale, non Liu), e di ottimo prosecco.

Buon anno (del maiale, naturalmente) e poi tutti a casa.

Sì, tutti a casa, ma per arrivarci abbiamo dovuto percorrere di buon passo il viale alberato che va dal museo a Porta Pinciana nell’oscurità più profonda e inquietante, visto che i lampioni c’erano sì, ma spenti, e dietro i tronchi dei pini ci è parso di intravvedere qualche ceffo in agguato.

Un’altra manifestazione di efficienza di cui ringraziare l’attuale gestione della città.

 

Catholic Horror Show


Prima vi sottoponiamo questo allegro inventario cattolico apostolico romano…

Chiesa di S. Maria dell’Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici di cui due ghignanti, 2 teschi alati dall’aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti ben grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d’alloro e aria strafottente (foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti, una miseria. Meno male che hanno i Caravaggi.

S. Pietro in Vincoli: due scheletri portabandiera molto austeri e compresi.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a varie reliquie dello stesso, fra cui i mezzi guanti insanguinati dalle stimmate.

S. Giovanni de’ Fiorentini: un teschio, 8 putti e, in una nicchia, il piede della Maddalena.

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria in Monterone: altro scheletro che incombe sull’altar maggiore reggendo il ritratto del trapassato, cioè di sé stesso in vita.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l’ovale con il ritratto, più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio.

Gesù e Maria: uno scheletrone tormentatissimo, in un inestricabile viluppo di ossa.

S. Giacomo alla Lungara: un leggiadro scheletrino che vola sulla parete con cartiglio e nome proprio.

S. Maria della Vittoria: sul pavimento due mezzi scheletri (del Bernini) che danzano un can can.

S. Maria del Popolo, il più bello: un mezzo scheletro velato (una dama peccatrice?) dolente e chiuso dietro l’invalicabile grata di una finestrella.

 E così prosegue, scherzando e ridendo, lo show.




Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Durante un concerto nella chiesa della Maddalena, fra una musica e l’altra, ci leggono qualche pagina di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo quivi esibito con una sistemazione da vetrina di alta boutique.

L’espositore è una scatola a due livelli: quello superiore, in lieve penombra, ospita un presumibilmente somigliantissimo manichino del personaggio in costume d’epoca, molto elegante. Di sotto invece, in piena luce, c’è il suo scheletro, bollito, scarnificato, ricomposto, ripulito e lucidato che sembra di plastica e invece è vero; e questo è senza dubbio uno dei migliori numeri del succitato “Catholic Horror Show”.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo “di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha sui sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di sventurati perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente, in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

 

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, dà il suo nome a parecchi ospedali e finalmente diventa santo. Amen.


Bernini, erotico innocente?


Primordiali pressioni emozionali che premono per essere liberate ce le abbiamo dentro tutti. Se siamo artisti ne caviamo qualcosa di interessante, altrimenti no.

Guerre, trionfi, banchetti, sono sempre stati temi diffusi nell’arte romana. Il successivo padrone li ha poi incamerati, naturalmente modificandoli per il nuovo uso.

Per cui la guerra è diventata la vittoria della fede, il trionfo si è trasformata nell’assunzione in cielo dei martiri, il banchetto si è sublimato in eucaristia.

 

C’è però un‘altra rappresentazione che viene dalla stessa eredità, ma non ha passato l’esame, perché è stata declassata da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa, proprio perché bello, anche se erotico) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che la associava all’idea dell’erotismo colpevole: il nudo.


Pur essendo sempre rimasto l’interesse primo degli artisti, il nudo ha subito, più degli altri temi, censure e persecuzioni (i famosi mutandoni fatti dipingere sulle figure del Giudizio Universale di Michelangelo da papa Paolo III a Daniele da Volterra, da quel momento svillaneggiato come il “Braghettone”, anche se per conto suo era un ottimo pittore).

Questo nuovo padrone era la Chiesa: principale, se non unica istituzione culturale ed economica oltre che religiosa; quindi principale, se non unico committente per gli artisti.

I quali potevano rappresentare Cristi, madonne, angeli e santi, anche nudi, sempre di una nudità non estetica, ma dolorosa o del tutto innocente. Cristo crocefisso, i martiri torturati, invece i cherubini, con quei paffuti culettoni e i pisellini minuscoli. Accettate le madonne col seno di fuori, purché in fase di allattamento.

A un certo punto gli artisti, specialmente quelli barocchi, e soprattutto il loro caposcuola, per soddisfare l’esigenza di raccontare l’erotismo decisero di cercarsi un alibi puntando su una delle manifestazioni di santità più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Ecco due righe dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila dove ne racconta una delle sue: “In un'estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d'oro e portava all'estremità una punta di fuoco. L'angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”

Una delle sculture più famose di Gian Lorenzo Bernini è proprio l’Estasi di Santa Teresa che descrive quell’esperienza. Si trova in Santa Maria della Vittoria, barocchissima chiesa, quasi indigesta per l’eccesso di marmi, stucchi e pitture. L’opera, servita dalla suprema poetica maestria nel trattamento del marmo, dalla collocazione sapiente sull’altare, dalla illuminazione naturale studiata da quel grande scenografo che Bernini era, è proprio la rappresentazione erotica, anche se sacra e sublimata dell’abbandono della donna alla possessione di questo dardo. D’oro, d’accordo; per di più in mano a un angelo, certo. Però decisamente allusivo, ci pare.

� più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Non contento, ne fece un’altra, di estasi: quella della beata Lodovica Albertoni, a San Francesco a Ripa, sempre a Roma. Un’estasi più sobria, nel senso che manca l’angelo con il dardo, ma la beata, anche lei scolpita nel marmo della solita indescrivibile morbidezza, se ne sta sdraiata contorcendosi, ben poco sobriamente, sul giaciglio.

E’ chiaro che questo tipo di rappresentazione, mimetizzata sotto il velo della mistica dedizione, faceva venire qualche pensierino a chi la guardava.

Perché, chissà come mai, almeno a giudicare dalla documentazione che ci è arrivata, in estasi ci andavano solo le sante (femmine), mentre gli artisti incaricati del racconto erano tutti maschi.

Si trattava certo di un erotismo sacro, purissimo e soprattutto presentato come momento edificante a uso dei seminaristi (e probabilmente di qualche cardinale porcello, magari lo stesso committente). C’è chi dice che Bernini fosse del tutto privo di malizia, solo preso dal suo innocente desiderio di esaltare la fede della santa. Non lo sappiamo e, detto fra noi, ne dubitiamo un poco.

Rimane il fatto che si tratta di arte realizzata da uomini per altri uomini, usando immagini di donne. Che dichiara di rappresentare un’emozione lecita mentre forse in realtà ne racconta un’altra.

 

Insomma, analizzare il ripieno nascosto in certe ricette artistiche richiederebbe  una scienza che non possediamo. Per nostra fortuna il frutto di queste turbe è stato in molti casi una serie di capolavori. Ringraziamo la natura umana e lasciamo ai nostri occhi il piacere di apprezzarli.