I Santi degli Ultimi Giorni


Lontana, in periferia, fra il GRA e i vari Le Roy Merlin, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

 

Tutti con accento americano, tutti efficientissimi e cortesi. Insomma, sembra di essere ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.


La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli. 

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che siano animati tutti da un comune desiderio di comunicarci quanto sono felici.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi imbottiti, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o con scene naturalistiche alla Disney: cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, ma molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

 

Procediamo nella visita guidata fino al centro visitatori, dove ci fanno finalmente togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, appare ai nostri occhi esterrefatti questo.
Uno degli accompagnatori, sempre in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re: un po’ scrostata, spigoli di pietre, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora, tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutto questo miele ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà nella trattoria sotto casa davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati.

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, felici, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

 

 

L'anno del maiale



Giovedì 7 febbraio. Tutti In fila con i nostri accrediti davanti al Museo Borghese al cui ingresso ci riceve questo marmoreo signore in atteggiamento non si sa bene se perplesso o sconsolato. Lo scopriremo.

Dentro si festeggia il capodanno cinese. Del quale siamo sicuri che, da queste parti, non importerebbe un fico secco a nessuno, se non fosse per il fatto che i turisti cinesi sono diventati improvvisamente i migliori clienti delle boutique del lusso di Roma, che sono, per l’appunto, le organizzatrici dell’evento.

Piccola parentesi indotta dalla lettura sul giornale di un trafiletto che annuncia, da parte dell’Emporio Armani, la dedica al maiale della nuova collezione, che si chiama “Chinese New Year”. Al maiale, che è l’animale del nuovo anno nella simbologia astrologica cinese, ci si riferisce come a un esempio di diligenza, compassione e generosità (testuali parole; e pensare che noi occidentali lo consideriamo da sempre solo buono da salsicce; che rozzi che siamo!) ed è “presente nella collezione, declinato in forme stilizzate e colori diversi e reinterpretato attraverso simboli tribali”. Armani dixit. Questo è il risibile linguaggio dei comunicati della moda. Ma risponde di sicuro a esigenze commerciali. Ci chiediamo con quali aspettative di successo Armani presenterà questa sua nuova linea all’altra metà dei suoi clienti ricchi: gli arabi, ai quale l’ animale che piace ai cinesi (e a noi) non risulta essere troppo simpatico. 



Torniamo a noi: dentro il museo c’è questo signor Liu Bolin, cinese; secondo i critici e il mercato un geniale artista contemporaneo; secondo noi un furbacchione che se n’è inventata una bella. Lui va in giro per il mondo, si piazza di fronte a uno sfondo ben riconoscibile: il Colosseo, un giardino, un quadro famoso, si fa dipingere vestiti e faccia con le stesse linee e colori dello sfondo (quindi con gli archi del monumento, la cornice e il soggetto del quadro, le foglie del giardino) fino a che, mimetizzato quasi completamente, diventa praticamente invisibile: un camaleonte.

A questo punto un suo assistente gli scatta la foto finale della performance, e questa è l’opera che poi lui firma e, ne siamo certi, i suoi mercanti vendono a suon di dollari, evocando in noi, e di sicuro in tanti altri, forti dubbi sulla sanità mentale dei collezionisti.

Naturalmente l’artista fornisce una sua spiegazione socio-filosofica: “Sparire non è il fine principale del mio lavoro, è solo un modo per trasmettere il mio senso di ansia per gli esseri umani e per l’ambiente, e la mia silenziosa protesta contro l’oppressione da parte del mio governo.”

 



Così ha fatto anche in questa occasione: si è piazzato nella sala dei Caravaggio, davanti al San Girolamo, e, indossati i vestiti e una mascherina di plastica trasparente, si è fatto dare gli ultimi colpi di pennello e finalmente è apparso, anzi scomparso davanti al quadro.

Indubbiamente una trovata d’effetto.

Noi siamo rimasti un po’ delusi in quanto ci aspettavamo che il molto onolevole maestlo Liu si facesse realmente ricoprire di vernice mani, corpo e faccia, ma poi abbiamo letto che per realizzare tutta la performance ci vogliono almeno dieci ore.

La nostra era pura ingenuità: non c’era abbastanza tempo per l’operazione intera, e ci siamo dovuti accontentare.

Anche perché l’organizzazione doveva trovare qualche minuto, prima della chiusura del museo, per offrirci un piccolo rinfresco a base di pizza e mortadella, quest’ultima di sicuro un modesto omaggio al protagonista della serata (il maiale, non Liu), e di ottimo prosecco.

Buon anno (del maiale, naturalmente) e poi tutti a casa.

Sì, tutti a casa, ma per arrivarci abbiamo dovuto percorrere di buon passo il viale alberato che va dal museo a Porta Pinciana nell’oscurità più profonda e inquietante, visto che i lampioni c’erano sì, ma spenti, e dietro i tronchi dei pini ci è parso di intravvedere qualche ceffo in agguato.

Un’altra manifestazione di efficienza di cui ringraziare l’attuale gestione della città.

 

Catholic Horror Show


Prima vi sottoponiamo questo allegro inventario cattolico apostolico romano…

Chiesa di S. Maria dell’Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici di cui due ghignanti, 2 teschi alati dall’aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti ben grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d’alloro e aria strafottente (foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti, una miseria. Meno male che hanno i Caravaggi.

S. Pietro in Vincoli: due scheletri portabandiera molto austeri e compresi.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a varie reliquie dello stesso, fra cui i mezzi guanti insanguinati dalle stimmate.

S. Giovanni de’ Fiorentini: un teschio, 8 putti e, in una nicchia, il piede della Maddalena.

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria in Monterone: altro scheletro che incombe sull’altar maggiore reggendo il ritratto del trapassato, cioè di sé stesso in vita.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l’ovale con il ritratto, più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio.

Gesù e Maria: uno scheletrone tormentatissimo, in un inestricabile viluppo di ossa.

S. Giacomo alla Lungara: un leggiadro scheletrino che vola sulla parete con cartiglio e nome proprio.

S. Maria della Vittoria: sul pavimento due mezzi scheletri (del Bernini) che danzano un can can.

S. Maria del Popolo, il più bello: un mezzo scheletro velato (una dama peccatrice?) dolente e chiuso dietro l’invalicabile grata di una finestrella.

 E così prosegue, scherzando e ridendo, lo show.




Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Durante un concerto nella chiesa della Maddalena, fra una musica e l’altra, ci leggono qualche pagina di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo quivi esibito con una sistemazione da vetrina di alta boutique.

L’espositore è una scatola a due livelli: quello superiore, in lieve penombra, ospita un presumibilmente somigliantissimo manichino del personaggio in costume d’epoca, molto elegante. Di sotto invece, in piena luce, c’è il suo scheletro, bollito, scarnificato, ricomposto, ripulito e lucidato che sembra di plastica e invece è vero; e questo è senza dubbio uno dei migliori numeri del succitato “Catholic Horror Show”.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo “di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha sui sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di sventurati perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente, in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

 

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, dà il suo nome a parecchi ospedali e finalmente diventa santo. Amen.


Bernini, erotico innocente?


Primordiali pressioni emozionali che premono per essere liberate ce le abbiamo dentro tutti. Se siamo artisti ne caviamo qualcosa di interessante, altrimenti no.

Guerre, trionfi, banchetti, sono sempre stati temi diffusi nell’arte romana. Il successivo padrone li ha poi incamerati, naturalmente modificandoli per il nuovo uso.

Per cui la guerra è diventata la vittoria della fede, il trionfo si è trasformata nell’assunzione in cielo dei martiri, il banchetto si è sublimato in eucaristia.

 

C’è però un‘altra rappresentazione che viene dalla stessa eredità, ma non ha passato l’esame, perché è stata declassata da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa, proprio perché bello, anche se erotico) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che la associava all’idea dell’erotismo colpevole: il nudo.


Pur essendo sempre rimasto l’interesse primo degli artisti, il nudo ha subito, più degli altri temi, censure e persecuzioni (i famosi mutandoni fatti dipingere sulle figure del Giudizio Universale di Michelangelo da papa Paolo III a Daniele da Volterra, da quel momento svillaneggiato come il “Braghettone”, anche se per conto suo era un ottimo pittore).

Questo nuovo padrone era la Chiesa: principale, se non unica istituzione culturale ed economica oltre che religiosa; quindi principale, se non unico committente per gli artisti.

I quali potevano rappresentare Cristi, madonne, angeli e santi, anche nudi, sempre di una nudità non estetica, ma dolorosa o del tutto innocente. Cristo crocefisso, i martiri torturati, invece i cherubini, con quei paffuti culettoni e i pisellini minuscoli. Accettate le madonne col seno di fuori, purché in fase di allattamento.

A un certo punto gli artisti, specialmente quelli barocchi, e soprattutto il loro caposcuola, per soddisfare l’esigenza di raccontare l’erotismo decisero di cercarsi un alibi puntando su una delle manifestazioni di santità più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Ecco due righe dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila dove ne racconta una delle sue: “In un'estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d'oro e portava all'estremità una punta di fuoco. L'angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”

Una delle sculture più famose di Gian Lorenzo Bernini è proprio l’Estasi di Santa Teresa che descrive quell’esperienza. Si trova in Santa Maria della Vittoria, barocchissima chiesa, quasi indigesta per l’eccesso di marmi, stucchi e pitture. L’opera, servita dalla suprema poetica maestria nel trattamento del marmo, dalla collocazione sapiente sull’altare, dalla illuminazione naturale studiata da quel grande scenografo che Bernini era, è proprio la rappresentazione erotica, anche se sacra e sublimata dell’abbandono della donna alla possessione di questo dardo. D’oro, d’accordo; per di più in mano a un angelo, certo. Però decisamente allusivo, ci pare.

� più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Non contento, ne fece un’altra, di estasi: quella della beata Lodovica Albertoni, a San Francesco a Ripa, sempre a Roma. Un’estasi più sobria, nel senso che manca l’angelo con il dardo, ma la beata, anche lei scolpita nel marmo della solita indescrivibile morbidezza, se ne sta sdraiata contorcendosi, ben poco sobriamente, sul giaciglio.

E’ chiaro che questo tipo di rappresentazione, mimetizzata sotto il velo della mistica dedizione, faceva venire qualche pensierino a chi la guardava.

Perché, chissà come mai, almeno a giudicare dalla documentazione che ci è arrivata, in estasi ci andavano solo le sante (femmine), mentre gli artisti incaricati del racconto erano tutti maschi.

Si trattava certo di un erotismo sacro, purissimo e soprattutto presentato come momento edificante a uso dei seminaristi (e probabilmente di qualche cardinale porcello, magari lo stesso committente). C’è chi dice che Bernini fosse del tutto privo di malizia, solo preso dal suo innocente desiderio di esaltare la fede della santa. Non lo sappiamo e, detto fra noi, ne dubitiamo un poco.

Rimane il fatto che si tratta di arte realizzata da uomini per altri uomini, usando immagini di donne. Che dichiara di rappresentare un’emozione lecita mentre forse in realtà ne racconta un’altra.

 

Insomma, analizzare il ripieno nascosto in certe ricette artistiche richiederebbe  una scienza che non possediamo. Per nostra fortuna il frutto di queste turbe è stato in molti casi una serie di capolavori. Ringraziamo la natura umana e lasciamo ai nostri occhi il piacere di apprezzarli.


La tisana


Domenica 20, un tedioso pomeriggio di pioggia; umidità al massimo, energia al minimo.

Ci trasciniamo (sono pochi passi) fino a Santa Maria dell’Anima, una delle chiese meglio illuminate di Roma, senz’altro la più pulita e con i marmi, molti e bellissimi, scintillanti di cera. Il nostro amico Flavio Colusso, che ne è il kapellmeister, conferma l’esistenza di una squadretta di suore impegnate nella pulizia e lucidatura di tutto l’apparato. Molto efficienti.

Ah, stiamo dimenticando di dire che si tratta della chiesa ufficiale della nazione tedesca a Roma, che le suorine sono tedesche, e tedesco è il rettore, un monsignore torreggiante che ricorda Federico Barbarossa. Questo spiegherebbe i risultati, crediamo.

C’è un concerto del Puijon Kamarikuoro, un gruppo vocale finlandese con un programma di classici noti e meno noti. Sono bravissimi, perfettamente omogeneizzati, tranquillizzanti: proprio la tisana che ci vuole in un pomeriggio schifoso come questo.

E infatti, lo spettatore si rilassa sempre più, si dispone alla contemplazione e, seguendo un vago ma irresistibile richiamo mistico-musicale rivolto al supremo, alza gli occhi al cielo.

Ma c’è un problema: il cielo, anzi il soffitto della chiesa è sbilenco. Che la tisana sia stata manipolata? Come lo erano quei deliziosi infusi a base di erba che sorbivamo negli anni ’70, per sentirci trasportare su soffici nubi, dalle quali, dopo, era maledettamente difficile scendere?

Ripresa la padronanza della visione, la realtà planimetrica non cambia. Urge un’indagine. Finito il concerto, accolto da sobri applausi di stampo scandinavo, eccoci a casa a verificare sui libri. E’ tutto vero: la pianta della chiesa è come uno di quegli scatoloni di cartone che si adoperano nei traslochi. All’inizio hanno tutti gli angoli perfettamente retti, ma dopo due o tre viaggi, cominciano ad allungarsi da una parte e accorciarsi dall’altra, diventando più losanghe che quadrati.

Lo stesso è successo alla chiesa, non si sa perché: probabilmente per adeguarsi al perimetro della proprietà che qualche facoltoso mercante teutonico doveva aver donata alla comunità.

Comunque, visto che la baracca sta in piedi da cinque secoli, sulla sua solidità, rettangolo o losanga che sia, non c’è proprio niente da dire. La foto non è manipolata e l’anomalia diventa ancora più evidente osservando la disposizione dei marmi sul pavimento. Andare a vedere per credere.

 


Il Fogolâr Furlan.
Palazzo Ferrajoli è una di quelle modeste dimore rinascimentali costruite nel centro storico di Roma, di solito con vista su qualche insignificante monumentino del passato imperiale dell’Urbe, come si può constatare dalla foto qui accanto scattata appunto dal salotto di casa.

Qui, giovedì 17, ospite della Regione Friuli, il Fogolâr Furlan, il sodalizio che riunisce i friulani di Roma, ha presentato un interessante libro “Novecento Friulano a Roma”, che è una rassegna, quanto mai accurata e dettagliata fin all’atto di battesimo o alla lista (con annesso menù) dei partecipanti alle cene sociali, di tutti i compaesani di qualche peso scesi in città nell’ultimo secolo.

Il Cav. Serpente, originario di quelle parti, ma ormai lontano da troppi anni, si è trovato continuamente sballottato fra emozioni di riconoscimento di luoghi e tradizioni e attacchi di smarrimento quando qualcuno dei relatori (tutti con nomi tipo Zanìn, Meneghìn, Cottarìn) decideva di sparare un proverbio o raccontare una storia in furlàn, che, come è noto, più che un dialetto è una lingua, e anche quasi impossibile da capire.

Sono state due ore e mezzo piacevoli, anche se spesso sul filo del rasoio. Purtroppo con un finale asciutto.

Nel senso che, dopo tutto quel parlare del Friuli, dei Friulani, delle loro storie e delle loro squisitezze pensavamo di meritare almeno un calice di Ribolla Gialla.

Invece: ciao ciao, e tutti a casa sotto l’acqua di un bel temporale (forse la punizione per le nostre malriposte aspettative alcoliche).

La prossima volta avanzeremo una mozione in favore di una maggiore attenzione verso l’enogastronomia locale.

 

Il fiato dell'organo


13 dicembre 2018, giovedì. S. Giovanni dei Fiorentini, una chiesa di proporzioni nobilissime; per noi la più elegante di Roma. Rinascimento puro, bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi.

Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a queste presenze occasionali, l’eccesso in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri contesti troppo ricchi, colpisce.

Una specie di estetica mitridatizzazione.

In questa chiesa c’è un vasto assortimento di curiosità: dalla tomba del Marchese del Grillo a quella di Francesco Borromini. C’è anche, a sinistra dell’altar maggiore, una nicchia con una reliquia avvolta nell’oro: si tratta del piede di Maria Maddalena, presentato da un cartello che dichiara, in italiano: “Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto”. C’è anche la versione inglese, ma di quella ci occuperemo dopo.

Ton Koopman siede al grande organo di Filippo Testa del 1680, restaurato dal Formentelli nel 1995. Considerato il migliore organo barocco di Roma, apprezzato fin dalla sua costruzione da compositori e solisti, è inerpicato in cima alla controfacciata, con accesso attraverso una scaletta a chiocciola trapanata nel muro.

E’ una serata del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro e Koopman suona magnificamente, come d’altra parte si ha il diritto di aspettarsi da un signore che è fra i grandi solisti del mondo.

Mentre ascoltiamo, senza niente da guardare, perché il virtuoso se ne sta lassù, invisibile, appollaiato davanti alla tastiera, liberati dal vincolo dell’immagine che a un concerto di solito distrae un po’, ci abbandoniamo alla musica e anche ai pensieri in libertà.

Ci siamo ricordati un evento al quale eravamo presenti sei anni fa, il 12/12/12, lo stesso luogo e quasi lo stesso giorno: penultimo concerto di Nuova Consonanza, dedicato all’organo antico nella musica contemporanea. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni e uomo spiritosissimo che ci ha fatto sorridere quando, prima del concerto, lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta.

Un organista suona anche con i piedi, ci ha fatto notare, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini fra loro, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe (parole sue).

A fine concerto, dopo un turbine di applausi, riemerse dalla chiocciola dell’organo e ci venne a salutare tutti. Aveva un’aria un po’ strana, un po’ smarrita, fra le nuvole. La mattina dopo non si svegliò. Che bell’uscita di scena: in gloria; e non è un modo di dire.

 

       A proposito dell’organo abbiamo anche una riflessione che ci gorgoglia in gola da un po’, e la comunichiamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti.

        L’organo è uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Violini e violoni respirano a ogni su e giù dell’archetto, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo lui non ne ha bisogno.

E così, con tutto il carico della sua maestà, dolcezza o potenza, per empatia fisiologica ci mette in affanno.

 

…e per concludere in bellezza, non vogliamo privare i nostri amici anglofoni del sottile godimento che, siamo sicuri, li pervaderà nel leggere la versione tradotta a uso dei turisti della scritta italiana che abbiamo citato prima.

Eccola qui che presenta (in tutto il suo makkeronik english) il piede della Maddalena.

Una bella chicca, eh?

 

 

WeGil, ma che vuol dire?

            

Durante il Ventennio era la sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio, poi, abbandonata e in seguito recuperata, è stata per un breve periodo la Ex Gil, nome burocratico che, nella sua mancanza di fantasia, non richiedeva commenti.

Adesso è diventata WeGil, e a questo punto, siccome il commento lo sentivamo necessario ma non ci veniva in mente niente di intelligente, siamo andati a cercarlo sul sito del Comune.

Eccolo: “Il nuovo nome di quello che si propone come un hub culturale a disposizione della città è WeGil, dove “We” = “Noi” (chissà perché in inglese – nota del Cav. Serpente) si oppone all’“Io” del soggettivismo imperante e narcisistico dei nostri tempi proponendo invece un contesto di apertura e condivisione”.

Aria fritta, e pure di qualità scadente.

Noi che siamo gente semplice, quando leggiamo WeGil capiamo quanto segue: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”, il che, oltre che fuori epoca di alcune decine di anni, ci pare anche abbastanza di cattivo gusto.

 Oggi alla WeGil c’è “L’aria del tempo”, una mostra fotografica di Massimo Sestini.

Nell’edificio di Luigi Moretti a Trastevere, di essenziale bellezza razionalista e ovviamente fascista (leggere sulla facciata uno dei tanti e tutti geniali slogan del regime), ci siamo lustrati gli occhi sulle affascinanti foto zenitali di Sestini.

Quest’uomo riesce sempre a essere esattamente sulla verticale dei fatti.  

C’è di tutto nelle sue immagini: violenza, sport, fabbriche, città, strade e perfino il bel lavoretto portato a termine a suo tempo dal comandante Schettino.

La più divertente è questa domenica in spiaggia a Ostia: magroline e budellone, tutte spalmate sui lettini a ustionarsi al sole. Chissà come avrà fatto il fotografo a trovarsi proprio lì sopra: elicottero? superleggero? mongolfiera?

Le visioni aeree sono sempre magiche perché con l’obiettivo vola anche l’occhio dello spettatore e uno sguardo, forse immaginabile ma certamente irrealizzabile, diventa possibile.

                                            

  

Associazioni a delinquere

 


Continuano le belle giornate: che facciamo, stiamo chiusi in casa? No di certo. E allora eccoci a vagare per i Fori dove, in varie postazioni e in un formicolio di turisti, si ramifica la nuova mostra  “Roma universalis”, una riflessione sulla famiglia imperiale dei Severi e sull’arte della loro epoca.

In questa occasione abbiamo rivissuto lo stesso dolore di qualche tempo fa alla Centrale Montemartini, quando ci erano capitati sotto gli occhi i meravigliosi corpi feriti di Apolli o Mercuri ritrovati dentro e sotto i muretti del giardino di Villa Rivaldi all’epoca della demolizione della Velia per la creazione di Via dell’Impero.

Uno strazio che continua a dilaniarci anche oggi che, in mostra nel Tempio di Romolo, ci fanno vedere squisiti frammenti di sculture, con didascalie che ci raccontano il loro recupero dalle fondamenta di una stalla, dagli stipiti di una casupola, dai pilastri corrosi di una cappella in cui erano stati usati come inerte materiale riempitivo insieme alla malta.

Capito la terribile sofferenza? L’arte che non era già finita bruciata nelle calcare: ritratti, erme, mani e piedi di marmo, cadeva nell’impasto, neanche fossero vecchi mattoni rotti, tanto per fare massa.

Per attribuire le responsabilità dello scempio (un giudizio astratto perché ormai gli imputati si sono resi irreperibili nel tempo), insieme ai frammenti bisogna fare emergere cosa muoveva i titolari delle associazioni a delinquere di cui stiamo parlando.

Da una parte c’erano i committenti: signorotti dell’epoca buia, ma anche abati o commercianti appena arricchiti a cui interessava solo occupare uno dei tanti spazi liberi in mezzo alle rovine della grandezza classica e farsi il palazzetto, il monastero, la bottega, arraffando e riutilizzando a casaccio tutto quello che trovavano nei dintorni.

Per loro lavoravano i rozzi muratori, in fondo colpevoli solo preterintenzionali (che ne sapevano di arte?), ai quali bastava avere in mano una pietra da mescolare con la malta, e neanche si accorgevano che quel sasso era una pregevole scultura.

Intendiamoci, più tardi arrivarono anche nobiloni e papi che invece di accontentarsi delle discariche storiche non esitarono a demolire i monumenti imperiali ancora in piedi per rapinare questa colonna, o quel ricco cornicione con cui adornare il palazzo di famiglia o la basilica.


Ma i veri criminali, i creatori di tutto quel mirabile, involontario materiale da costruzione, furono i primi fanatici (in questo caso cristiani, ma come abbiamo visto in seguito, la religione non era importante: era il fanatismo che contava) per cui i volti sensuali di ninfe e dee, gli eleganti corpi nudi di atleti o di fanciulli, incarnazioni dell’edonistico paganesimo dovevano essere distrutti a tutti i costi incendiando i templi, radendo al suolo i palazzi, spaccando a colpi di mazza le eleganti e quindi peccaminose fattezze degli idoli belli.

Perché la bellezza, la nudità, la libertà erano, e sono state da allora, il peccato.

Un atteggiamento che ha continuato a ripresentarsi con il passare dei secoli. Con un rimando attuale agli integralisti che negli ultimi anni si sono dedicati con lo stesso gusto e applicazione a distruggere tutto quello di bello che c’era ancora nei dintorni e che non coincideva con la loro mortificante interpretazione della religione.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi sensibile a questo dolore, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, anche se contestato, ci è parso istruttivo sull’argomento: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey.

 

Soffrirà, ma saprà.


P.S. Questo meraviglioso pezzo di preziosissimo porfido, alla cui carnale bellezza non abbiamo saputo resistere, era una delle quattro colonne di guardia all’ingresso della Basilica di Massenzio al Foro. Chissà come ha fatto a salvarsi (forse salvarsi è una parola grossa: diciamo allora a sopravvivere come frammento).

Un bagno di lusso


Mercoledì 19 dicembre. Giornata di sole primaverile. A Caracalla per una bella iniziativa: la visita alle Terme accompagnata dalle musiche di Alvin Curran, diffuse con effetto molto emozionante perché difficile individuarne la fonte, da misteriosi altoparlanti nascosti fra i ruderi.

Sottofondi musicali minimalisti, tappeti sonori prolungati, versi di animali, fra cui, dichiara il compositore, anche l’ululato della lupa di Roma.

Un altro, come spesso ci accade di constatare durante gli eventi all’aperto, è l’ululato che si fonde sempre bene con qualsiasi tipo di musica: la sirena di un’ambulanza, dei pompieri o della polizia, con il suo richiamo un po’ minaccioso, un po’ lugubre, ma sempre di lontananza, quasi un memento della caducità delle cose (e dei suoni).

Ritorniamo sulla terra. Il pensiero che una delle massime esibizioni di generosa magnificenza, di arte e di potere, da parte dell’imperatore di Roma, l’uomo più importante dell’antichità, fosse un bagno pubblico da mettere a disposizione del popolo molto ci stupisce e nello stesso tempo ci racconta quante cose sono cambiate negli ultimi due millenni.

Acqua corrente calda e fredda, latrine efficienti, riscaldamento centralizzato; altro che pitali fetidi e tossici bracieri! Quotidianità per noi scontate e ormai diventate individuali e private, che all’epoca erano il massimo del lusso e quindi della gratitudine che l’imperatore poteva pretendere dalla sua gente regalandogliele. E naturalmente, essendo il massimo del lusso erano abbellite con tutto il meglio che il mondo di allora poteva dare a Roma. Niente anonime piastrelle bianche o rubinetti cromati come oggi. No: i saloni erano pavimentati con marmi rarissimi, ornati di statue stupende, immense colonne monolitiche e sontuose vasche di granito. Ori, argenti, bronzi dappertutto.

Le Terme di Caracalla. Dieci anni per stiparle d’arte e quindici secoli per svuotarle, abbastanza da riempire i musei di mezzo mondo (e chissà poi quanta altra roba è andata distrutta).

 

Certo adesso sono rimasti solo i muri di mattoni; non c’è più neanche un frammento di materiali preziosi. Eppure, anche a confronto con grandi costruzioni posteriori, un palazzo rinascimentale, una chiesa barocca, belli, ricchi, armoniosi quanto vogliamo, qui la suggestione è un’altra, perché questi muri, questi archi cariati, queste volte in bilico hanno un ornamento in più: il tempo.



Stesso giorno, stesso sole.

Impossibile resistere alla notizia: in prestito dall’Hermitage, al Rhinoceros di Fendi è arrivato l’adolescente di Michelangelo.

Il nuovo spazio, di cui abbiamo già parlato, è proprio accanto all’arco di Giano, al Velabro, una zona di grande bellezza archeologica, specialmente con il sole che brilla.

Inservienti gentilissimi, ingresso libero, grandi pannelli con informazioni accuratissime, ricche di cenni storici e biografici. E in più, nel testo, l’aggiunta di un curioso accenno alla mancanza di genitali della statua, il che, prosegue lo scritto, ha creato confusione nel cercare di capire i riferimenti dell’opera (il classico Spinario?) o di interpretarne il messaggio nascosto.

Confessiamo che il nesso fra genitali mancanti e qualunque ipotesi di interpretazione ci sfugge, ma chi siamo noi per giudicare?

L’adolescente è esposto, con fine scelta coreografica, da solo al centro di una saletta scura, appena illuminato da un candelabro e guardato a vista da due Rambi col pistolone.

Superflui ma di grande effetto.

La statua è più piccola di come ce la aspettavamo. E’ bella, non per la sua finitura, che non c’è, ma per l’impostazione del movimento e della tensione muscolare, che invece c’è tutta, e ci convince che è proprio di Michelangelo, un Michelangelo non finito, come in giro ce ne sono tanti altri.

 

La faccenda dei genitali…mah. Comunque, con tutto il suo serioso tono accademico, un po’ fa ridere.

Mai 'na gioia

 

 

Al Museo di Roma, il palazzo megalomaniacalmente costruito in dimensioni esagerate a Piazza Navona da Pio VI Braschi, l’ultimo vero papa nepotista (peraltro ben ripagato da una famiglia di cialtroni che riuscirono in pochi anni a spararsi la fortuna del casato) si inaugura il 7 dicembre una mostra intitolata: “Paolo VI, il papa degli artisti”.

“Mamma mia che impressione!” Spontanea ci esce di bocca la vecchia battuta di Alberto Sordi, che magari non tutti ricordano, ma che riflette a puntino il nostro stato d’animo alla prima occhiata in giro.

Incuranti di questo subitaneo empito, abbiamo comunque esaminato con attenzione sincera e critica tutte le opere, una a una.

E, mamma mia, come siamo rimasti impressionati! (sempre nel senso di Sordi).

Sappiamo bene che una volta Roma era piena di grandi mecenati, protettori delle arti e degli artisti, e questi erano, ancor più di tutti gli altri, i principi della Chiesa: priori, vescovi, cardinali e, in cima alla piramide, i papi.

Bisogna anche dire che all’epoca avevano a disposizione un materiale umano e artistico niente male: Raffaello, Michelangelo, Bernini, Borromini…

E’ chiaro che con quelle premesse la faccenda funzionava benone.

Alcuni secoli dopo, ai tempi di Paolo VI, cioè praticamente ieri, si dev’essere inceppato qualcosa perché quel bel fiume mecenatesco che una volta scorreva copioso oggi appare del tutto inaridito. Sarà stata la fine della committenza ecclesiastica, sarà stata la nascita del mercato privato, (sarà che noi siamo un po’ troppo snob) fatto sta che questo triste declino ci si è manifestato in tutta la sua realtà a Palazzo Braschi.

Nella presentazione stampa della collezione papale si citavano Morandi, Casorati, Sironi, Severini, Fontana e Picasso. Noi, appesi al muro, abbiamo visto, oltre a un paio di discutibili abbozzi di Guttuso e Pirandello, le firme di Hector Nava, Trento Longaretti, Aldo Carpi. Di quest’ultimo vi presentiamo qui la “Preghiera nel cenacolo”.

No comment.

Talvolta il silenzio è peggio di un’invettiva. 

E proprio questo, lo confessiamo, è il nostro messaggio.



Il buio oltre l’arco.

In questo momento in cui la carta stampata annaspa pericolosamente sull’orlo della palude c’è un benemerito editore che continua a pubblicare a rotta di collo e a presentare con grande fantasia le sue produzioni presso conventi, ambasciate, istituti di cultura e soprattutto nel bellissimo spazio-libreria con sala incontri che possiede a Via Giulia.

Gangemi, si chiama l’editore.

Eravamo lì martedì quattro dicembre per il battesimo di “Bomarzo: guida al sacro bosco” di Antonio Rocca, padrini gli eminenti studiosi, prof. Ficacci e prof. Strinati, due signori dalla fluida eloquenza, capaci di trasformare un brodino insipido in una piccante creazione culinaria. Insomma, anche senza esagerare con l’entusiasmo, non c’era proprio da addormentarsi.

Il problema era ed è sempre stato un altro, che si ripresenta da quando noi frequentiamo quell’indirizzo. La messa in scena degli eventi.

Tutti i manuali di spettacolo definiscono il palcoscenico come lo spazio verso cui deve convergere l’attenzione del pubblico, il quale, a sua volta, è bene che si trovi in una condizione tale da non essere distratto e da non distrarre.

Come si arriva a questo risultato? Con una oculata regia dell’interazione fra i relatori (e qui ci siamo), con un arredo confortevole (e anche qui ci siamo) e soprattutto con un’illuminazione appropriata (e qui non ci siamo affatto).

Purtroppo da Gangemi latita sempre quest’ultimo importante elemento. Ed è un peccato perché le conversazioni sono spesso avvincenti, gli argomenti trattati interessanti, l’aria che circola stimolante e colta.

Si osservi la foto allegata: forti neon ardono sulle teste spesso pelate e quindi riflettenti (non fraintendeteci: non parliamo dell’elaborazione del pensiero che avviene all’interno, ma del rimbalzo della luce che si manifesta all’esterno dei crani) del pubblico, e questo può essere comodo per chi vuole prendere appunti; però lo spazio riservato ai relatori, il palcoscenico al di là dell’arco in fondo alla sala, dove si intravvede a stento la silhouette del prof. Strinati, è inghiottito dall’ombra, diventa un limbo immateriale e così rimane durante tutta la cerimonia. E’ un peccato.

In fondo basterebbero due faretti bene orientati. Più un interruttore o un semplice dimmer in sala, che magari ci sono, ma non c’è nessuno che li sappia o voglia adoperare.

 

Confermando la nostra ammirazione per la bontà delle iniziative, ci pare opportuno suggerire alla gestione questa semplice ed economica accortezza. Vedete voi.

Pratibus et Maxxi

           

 Pratibus. Per una volta tanto questo geniale nome finto latino non è merito nostro. Se lo sono inventato l’ATAC e la GNAM per battezzare questa magnifica iniziativa. Pratibus è Prati (nel senso del quartiere di Roma al di la del Tevere) più bus (nel senso di veicolo per il trasporto pubblico).

In pratica l’ATAC, che fin’ora non ne aveva fatta una giusta, ha scoperto di avere una immensa area da dismettere nel bel mezzo del quartiere e insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha deciso di riciclare questi infiniti spazi, invece di lasciarli imputridire, e di dedicarli all’arte.

Una trovata che ci ha stupiti per la sua civiltà. Certo, questo dovrebbe risultare naturale per tutti, senza provocare meraviglia. Ma lasciamo perdere…


Ci siamo infilati nel cancello d’ingresso su Viale Angelico 52, salutati da un cortese usciere (lì dentro eravamo soli: l’iniziativa è ancora sconosciuta) e ce ne siamo andati in giro con quella sensazione da ragazzi della Via Paal che si intrufolano dove non dovrebbero.

Invece del bus N. 64 o del 13, c’erano due bufali nel capannone rimessa, un orso nel tunnel di lavaggio e un rinoceronte nell’ingresso: vetroresine e bronzi della serie Animal House di Davide Rivolta, dalla GNAM.

Beh, c’è da restare quasi impietriti a incontrare quegli animalacci a grandezza naturale in uno spazio che di naturale ha ben poco, destinato com’è stato da sempre, anche se ormai non più, a ospedale meccanico.

Naturalmente non sappiamo quale sarà la nostra reazione a ritornarci in qualche futura inaugurazione (già si avverte una cert’aria intellettual-mondana nell’arredo di bambù e piante esotiche che stanno allestendo in cortile).

Per fortuna all’ingresso c’è ancora, avvinghiata alla saracinesca, una decrepita vite gemellata a un esile nespolo: umili piante, giuste per ricordare il passato modesto di un vecchio capannone ormai destinato a diventare un moderno loft con un nuovo nome: Pratibus District. 


 

Maxxi. Già che c’eravamo abbiamo fatto anche una puntatina al Maxxi, che non è lontano.

C’è in mostra una selezione di opere recenti, donate o acquisite: una strenna di giocattoli per adulti. Grandi dimensioni, colori accesissimi, luci accecanti. Se l’arte figurativa producesse anche suoni ascolteremmo un concitato parlottio con qualche schiamazzo qua e là, tanto per farsi notare, e un grande sgomitare per uscire dalla massa.

Per fortuna il perfetto silenzio ci ha dato il tempo per la solita, magari vecchia ma ogni volta rinnovata conclusione: in quel museo l’opera d’arte non è quella in esposizione, è il contenitore stesso con i suoi spazi così avvolgenti e morbidi. Il ripieno conta davvero poco.

Un salto dall’altra parte del cortile, all’Extra Maxxi dove al primo piano (ascensore guasto, of course) varie sale ospitano una completissima mostra di Zerocalcare.

Anche qui una considerazione ci risale in gola, quasi un rigurgito gastrico: che senso ha andare a scrutare, attaccate alle pareti, le tavole di disegni, belli, che possiamo vedere nella loro naturale destinazione, cioè le pagine, di solito di grande formato di un fumetto (pardon: graphic novel), magari comodi in poltrona a casa, o semplicemente seduti al bar davanti a un cappuccino?

Naturalmente nessun valore vogliamo togliere all’argutissima mano dell’autore, che è acuto e attento, come sappiamo tutti. La nostra punzecchiatura è solo per il tipo di scelta, che a nostro parere non funziona proprio perché superflua nel suo sforzo di raggiungere uno scopo che non serve.

E adesso, lasciamo da parte i fumetti e buttiamo un occhio sulla splendida monocroma architettura del Maxxi ravvivata solo dal dorato colore del tramonto riflesso nella vetrata.

 

E’ o non è un capolavoro? 

Cronicizzazioni e predazioni


Quattro anni fa scrivevamo:

“La situazione clinica è grave. Mica la nostra personale, anche se l’anagrafe procede implacabile nel suo cammino. Parliamo di quella di Roma.

Per nostra fortuna abitiamo una città da secoli ricca di storia e arte ma non priva di problemi. Quello di oggi è l’acquitrino nel quale è immerso come un Titanic colpito e affondato ma ancora coronato di orgogliosi cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, il mausoleo di Augusto.

Il misfatto idrico si è verificato il 19 agosto 2014, quando tutto doveva essere pronto, dopo anni di abbandono e di imbarazzante incuria, per il bimillennario della morte dell’Imperatore.             

 

Proprio quel giorno da qualche parte si ruppe un tubo e la zona si allagò. La situazione si cronicizzò subito, come quasi sempre accade nella nostra inefficiente plurisecolare metropoli, e così è rimasta. Impaludata (la situazione e il monumento)”.

 

Dissolvenza e passaggio di tempo. Siamo nel 2018 e a girare da quelle parti, specialmente di sera, il panorama è notevolmente cambiato.

Un’elegantissima, elaborata recinzione avvolge tutta la zona: cipressi illuminati con sapienza, scritte che richiamano i tempi imperiali, foto e ologrammi che cambiano orientamento al ritmo di voci e musiche evocative, a nostro parere non sempre azzeccate (accanto al solito Respighi, che comunque lo metti, a Roma va bene, ci scappa ogni tanto un Rachmaninoff che di antico romano ha pochino).

Insomma, adesso la faccenda è molto migliorata, e ci spinge a immaginare che qualcuno stia lavorando davvero per sistemare le cose.

 

Come dicevamo prima, speriamo che la perfida anagrafe sempre in agguato non ci tolga di mezzo prima di vedere il lavoro finito.


 

Viriamo su a un altro argomento. Qualche giorno fa, passando al Circo Massimo, ci è venuta la curiosità di sapere che fine avesse fatto l’obelisco di Axum, preda di guerra nostrana dopo l’aggressione all’Etiopia negli anni ’30, rimasto dritto lì davanti alla FAO per una settantina di anni e poi scomparso.

Ci siamo informati e abbiamo scoperto che è stato restituito! Beh, è uno dei pochissimi casi in cui il predatore ha dovuto mollare l’osso. Ma è ovvio dedurre che a questo bel gesto l’Italia è stata costretta perché aveva perso la guerra.

Altrimenti…

Il Partenone: 26 settembre 1687. Le truppe veneziane stanno assediando Atene, che in quel momento è turca. Parte una cannonata veneta (una canonada, ciò) che cade sul tetto del Partenone. Lo sfonda, e con un gran botto salta in aria il monumento più bello e famoso del mondo occidentale. Il fatto è che i turchi ci avevano piazzato un deposito di polvere da sparo.

Duecent’anni dopo, il console inglese ad Atene, Lord Elgin si rende conto di cosa c’è sotto i calcinacci, rimasti ammucchiati in una specie di discarica storica, e un po’ compra, un po’ ruba; fatto sta che da allora una parte di quelle straordinarie sculture è andata a cronicizzarsi al sicuro al British Museum, e lì resterà per sempre, speriamo, malgrado le richieste di restituzione.

A pensarci bene è un po’ sempre la stessa storia: Augusto preleva un obelisco in Egitto, lo porta a Roma e lì il pietrone si cronicizza nel Circo; un qualche papa scava un Laocoonte e se lo piazza a palazzo, dove il capolavoro mette radici; Napoleone trova a Brera un quadro di suo gradimento e se lo porta a Parigi e da quella parete del Louvre nessuno lo stacca più.

Noi siamo fieramente favorevoli a che le opere d’arte continuino la loro vita anche lontane da casa, purché protette e visibili a tutti. Ci pare sciocco, per esempio, che due bronzi talmente strepitosi da essere diventati, appena scoperti, delle star archeologiche, li abbiano trasferiti in un museo fuori mano, a Reggio Calabria, solo perché sono spuntati dal mare a Riace, due passi da lì. 

A Roma, dopo il restauro, c’erano chilometri di fila per vederli; a Reggio, e ci siamo passati un paio di volte: il museo che li ospita, carino, e pure antisismico, lo abbiamo trovato quasi sempre vuoto. Cosa è meglio?

 

 

Nomen omen


A Roma, accanto alla chiesa di S. Agostino, c’è la Biblioteca Angelica, uno di quei magnifici saloni stipati fino al soffitto di libri, manoscritti, incunaboli, che sono, per nostra fortuna, piuttosto diffusi in città. Fondata nel 1604 è la più antica libreria pubblica del mondo e ospita fra i suoi centoottantamila volumi la più vecchia Divina Commedia stampata in Italia.

Nell’ambito dell’iniziativa “All routes lead to Rome” ci presentano l’Atlante dell’Appennino, una pubblicazione zeppa di informazioni utili per il tecnico ma anche per il normale turista (normale ma curioso, beninteso).

E fin qui ci siamo limitati alle notizie storiche e istituzionali. Adesso viene il bello.

Si parla, è chiaro, di geologia, di geografia, di territorio, di agricoltura, di insediamenti umani; insomma si parla, anzi si scrive della terra e di tutto quello che c’è sopra e sotto.

Irresistibilmente collegati al tema, ecco sbocciare, man mano che si procede nella presentazione, i nomi dei collaboratori (liberi tutti di sorridere, senza sarcasmo naturalmente, ma con un po’ di ironia, sì).

C’è Domenico PAPPATERRA, presidente del Parco Nazionale del Pollino; c’è Sergio PAGLIALUNGA, direttore del Parco delle Foreste Casentinesi; c’è Domenico STURABOTTI, che purtroppo non è il sovrintendente alla viticultura di zona, come ci piacerebbe per continuare il nostro gioco, ma il direttore di Symbola, che pubblica l’atlante.

E non è finita qui. Anche se con riferimenti meno precisi sui nomi, ci sono Marco AGLIATA, collaboratore di redazione (e non esperto di gustose salse della gastronomia appenninica, come vorremmo), Paolo PIGLIACELLI, anch’egli collaboratore al testo, e non invece storico della caccia ai volatili di passo (con seguito di polenta e osei di buona memoria) e finalmente Maria Laura FABBRI, che non si occupa di artigianato del metallo, ma scrive anche lei sull’atlante.

Verrebbe da ripensare a una di quelle burle sui nomi, magari in versi, che a suo tempo faceva il Corriere dei Piccoli, invece è tutto vero. Volendo controllare, abbiamo l’invito nel cassetto.


 

Sassi antichi e moderni.

Nei cavernosi sotterranei della Crypta Balbi, un teatro costruito solo sedici secoli prima dell’apertura dell’Angelica, c’è una bella umidità (per forza, siamo a sei metri sotto il livello della Roma attuale) e c’è anche qualche frammento di sasso romano, ma davvero niente di importante.

Anche perché tutta l’area dove sorgeva il Teatro di Balbo, nei secoli seguenti al crollo dell’Impero è stata usata prima come cava di materiale, poi come discarica, poi ancora come sede di piccoli laboratori artigianali e infine, pessima degenerazione, come calcara, quelle fornaci dove si cuoceva il marmo (lapidi iscritte, cornicioni scolpiti, addirittura statue) per farci la calce; quindi anche la più piccola scheggia di qualsiasi materiale riutilizzabile ha fatto da tempo una brutta fine.
Bene, in questo sprofondo il Museo Nazionale Romano, padrone di casa, ospita la galleria Gagosian con un’opera di una sua artista, Sarah Sze. Si tratta di un grossissimo sasso moderno (cioè, il sasso è
naturalmente antichissimo; quello che è moderno è il suo uso) spaccato in due, con stampato su ogni superficie l’identico tramonto digitale a vivi colori.

Visto dall’alto e nella penombra dello scavo l’effetto è spettacolare; la gente però pare perplessa, come del resto ci siamo sentiti anche noi, anzi, più che perplessi, fuori sesto.

Finché, risaliti al livello della strada, dove c’è il museo, e con tutto il rispetto per i tentativi di linguaggio contemporanei, siano essi digitali o geologici, abbiamo riacquistato un po’ del nostro equilibrio fermandoci in sobria ammirazione di questo capitello romano, certamente meno audace del sasso spaccato, ma così mirabilmente armonioso nel suo artigianale, artistico, minuzioso, devoto lavoro da risultare irresistibile.

 

E’ chiaro che dopo questa confessione una cosa è certa: siamo dei dannati borghesi. Speriamo solo che Gagosian non lo venga a sapere.


L'acido capronico


Con un pizzico di audace immaginazione ognuno di noi potrebbe buttarsi a indovinare dove sia reperibile l’acido grasso saturo che ci fornisce il titolo per questo articoletto. Ve lo diciamo noi che lo abbiamo appena saputo: nel sudore umano, oltre che nei formaggi, nel burro e nei grassi del latte.

Un passo indietro: questa settimana ricomincia la rassegna organizzata ogni anno da DermArt con un incontro intitolato “Odore della pelle – sudore e profumi”. Queste serate, condotte magistralmente dal dermatologo artista Massimo Papi, sviscerano, talvolta servendoci informazioni e soprattutto immagini raccapriccianti, i problemi, appunto, della pelle, l’organo che rappresenta il tramite e spesso la barriera del contatto fra l’individuo e i suoi simili. E il messaggio che, prima del contatto materiale comincia ad arrivare anche da (relativamente) lontano è l’odore.

Prima di procedere, è d’obbligo citare le poche righe con le quali si apre il libro meritatamente famoso, divertente e istruttivo di Süskind “Il profumo”.

“Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti guasti e i corpi di formaggio vecchio, di latte acido, di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.
Andando indietro ancora di qualche anno, pare che il Re Sole, non abbia mai fatto un bagno in vita sua. E raccontano che Michelangelo, in tutto il periodo in cui lavorava arrampicato sulle impalcature della Cappella Sistina, non si sia mai sfilato gli stivali dai piedi. D’altra parte l’odore doveva essere da sempre un’abitudine accettata se nella cattedrale di Ravenna abbiamo la Madonna del Sudore e a Roma, nel Foro, i resti dell’altare a Venere Cloacina, protettrice delle fogne (e dei loro miasmi, presumiamo).

Per fortuna, da allora le cose sono un po’ cambiate, ma guai ad allentare la guardia, perché, va bene che il sudore è per il 99% acqua, ma il residuo 1% può fare danni irreparabili alla socializzazione. E anche al benessere personale: funghi, batteri, irritazioni, dermatiti e chi più ne ha più ne metta.

E l’odore di santità? Qui siamo al buio: DermArt non affronta l’argomento. Il profumo di rose delle stimmate di Padre Pio (lo testimonia nientemeno che il cantante Povia), quello di incenso di San Policarpo (avvertito dai suoi carnefici mentre lo bruciavano vivo), quello generico di fiori di Santa Teresa d’Avila. A rischio di ripeterci dichiariamo che per noi la materia rimane oscura.  

 

La riunione si conclude in gloria con la presentazione e la descrizione della piramide olfattiva da parte del profumiere Mauro Lorenzi presente in sala con campioni dei suoi prodotti. Si divide in tre zone: la testa (il 10% del tutto) che è la componente del profumo che colpisce appena si attiva il naso; il cuore (20%), quella parte che lascia una scia nell’ambiente e diffonde l’impressione. Il rimanente 70% è il fondo, la memoria del profumo, quella che se senti odore di pane appena sfornato ti fa tornare a quando avevi nove anni e le merende erano molto più buone di adesso. Oppure, con qualche anno di più, a quella tale colonia che ti riporta al cuore il primo amore.



RomaFestivalBarocco

Si sentono le tiorbe! Che sembra una sciocchezza a dirla così, ma per il frequentatore abituale dei concerti di musica barocca discernere a più di tre metri i fiochi suoni di questi antichi strumenti, ora quasi completamente estinti, è un miracolo.

Eravamo nella chiesa di S. Apollinare per la prima serata della rassegna RomaFestivalBarocco, una serie di concerti basati su partiture barocche già note o recuperate in antiche biblioteche, in questo caso i Salmi Vespertini di Virginio Mazzocchi scavati nella biblioteca del convento di S. Martino ai Monti.

Una perfetta esecuzione dell’ensemble Festina Lente diretto da Michele Gasbarro, nella perfetta ambientazione di una bellissima chiesa, con una perfetta acustica (ecco lo stupore sulle tiorbe che, come altri strumenti d’epoca presentano spesso problemi di equilibrio sonoro).

Alla fine scroscio di applausi, urla, fischi, chiamate di bis; concesso. Roba da concerto rock. Era parecchio che non ci capitava in chiesa.

In chiusura una punzecchiatina amara: nella presentazione scritta del programma la direzione del festival si dispiace MOLTO giustamente della vergognosa defezione del Comune di Roma, che nelle dieci edizioni precedenti aveva fatto il suo dovere di sponsor e quest’anno no.

Evidentemente anche i comunali si sono convinti che con la cultura non si mangia, e allora perché tirare fuori i soldi?

 

 


Hypnos


 Alla fine del concerto di canto tradizionale Khayal che ci siamo visti al Teatro Studio Borgna del Parco della Musica martedì 6 per la seconda giornata del Festival Dipavali, due sono i punti dello spettacolo che ci sono rimasti avvitati in testa.

Il primo: il pedale.

Che con il ciclismo non c’entra niente, è una faccenda musicale. E’ la nota base che, soprattutto, ma non solo, nella musica indiana, rimane sempre la stessa durante tutta l’esecuzione, e intorno alla quale gira la melodia, che quindi non ha uno sviluppo narrativo con inizio, variazioni e fine, come in Mozart o Vasco Rossi, ma è un continuo vorticare sullo stesso perno. Ipnotico, intendiamoci, davvero molto, e suggestivo. Ma il rischio, se invece che sulle rive del Gange con uno spinello fra le dita, stai seduto in una comoda poltroncina a teatro, è di essere colpito e affondato da Hypnos. E se il brano dura una mezz’oretta buona, su sottofondo di organetto, tabla, chitarra e flauto, tutti a pedalare intorno alla stessa nota, e in più è cantato con grandi smorfie e gesticolazioni espressive, ma in hindi, per cui non capisci un accidente, è la catastrofe.

Poi c’è il kitsch.

E qui staremo bene attenti a non azzardare neanche vagamente un’analisi del significato di questa parola: molti e molto più bravi di noi lo hanno già fatto. Rimane che in queste feste orientali di musica, danza, religione c’è sempre qualcosa di troppo (per noi occidentali, è chiaro). Stavolta sul palco, oltre ai suonatori c’era addirittura un tempietto (eccolo qua). Tutto troppo colorato, troppo illuminato, troppo affollato, e poi disegni sovraccarichi proiettati sullo schermo, sciarpe, gingilli, collane, braccialetti…

A seguire ci aspettava uno spettacolo di danza Kuchipudi. Confessiamo la nostra viltà: invece di rimanere a documentarci fino in fondo siamo sgattaiolati via e siamo finiti al bar vergognosamente aggrappati a un Negroni.

 

Tipico esempio di rozzezza occidentale, il nostro.


Settimana ’68

Mercoledì 7 novembre 2018. Casa del Cinema. Si celebra il mezzo secolo dal ’68 proiettando “Galileo” della Cavani. Un film noioso, datato, didascalicissimo (tutto spiegato fino all’ultimo concetto: i buoni buonissimi, i cattivi cattivissimi), commentato da una micidiale colonna sonora di Morricone: controfagotti, trombette e pianoforti preparati: un trionfo sessantottino di quella che lui chiama musica assoluta.

Di cui ci è stata fornita un’altra dose massiccia alla radio durante tutte le 24 ore del 10 novembre, novantesimo compleanno dello stesso grande, grandissimo compositore, peraltro con una predilezione per questo tipo di suoni sgraziati, ancorché, specialmente all’epoca, molto sperimentali; per niente condiviso dal pubblico normale. Per intenderci, quello che andava al cinema pagando il biglietto, e poi, allora, comprava anche i dischi



Culturalmente inattivi.

Questo è il panorama da una finestra della Sala del Carroccio in Campidoglio, dove ci trovavamo a mezzogiorno del 9 novembre per la presentazione del progetto di una piattaforma nazionale per la “mobilità dolce” (itinerari, cammini, rotte e ciclovie italiani), un progetto che attraverso una quarantina di eventi vuole promuovere attività basate sull’economia della cultura e della bellezza.  Insomma, si tratta di andare, a piedi o in bici, ma sempre lenti, molto lenti, in giro per i posti più belli d’Italia.

Un’idea eccellente, naturalmente: di bellezze nel nostro paese ce n’è quante ne vogliamo, le intenzioni sono buone e il personale qualificato non manca. E allora dov’è il problema che ci ha fatto drizzare le orecchie?

Eccolo: il 38,8 % degli italiani sono culturalmente inattivi, testuali parole. Parole che fanno paura. Più di un italiano su tre non solo non sa cos’è la cultura ma non è capace, non vuole o magari ha addirittura paura o vergogna di informarsi su come arrivarci.

 

Questa raccapricciante percentuale è emersa nel corso della conferenza stampa, lasciandoci secchi. Ora, magari il dato non sarà proprio preciso, ma anche se fosse un po’ gonfiato ci salirebbe spontanea alle labbra un grido di cui non possiamo purtroppo rivendicare la paternità ma che troviamo assolutamente appropriato alla circostanza: “Capre!”


Rimaniamo in sospeso


Ci siamo arrivati il 31 ottobre, zigzagando come in un videogioco fra auto schiacciate e pini abbattuti nelle recenti tempeste, sguazzando nell’antica indifferenza di Roma per tutto quello che le succede, in bene o in male. Indifferenza che fa sì che non venga mai preso nessun provvedimento veramente serio, per cui a ogni emergenza seguono esattamente e sempre le stesse conseguenze.

L’Aranciera di San Sisto era lì, bella, ariosa, confortevole per la conferenza stampa di presentazione del Festival Dipavali. E’ una grande serra in Via delle Camene, costruita a inizio secolo scorso in quella zona di Roma una volta abitata, poi abbandonata nel medio evo perché troppo periferica (Roma si era ridotta da una metropoli di un milione di abitanti a un pidocchioso villaggio di poche migliaia di persone) e recuperata in epoca fascista per ricavarne uno stradone alberato (splendido, bisogna dirlo, solo che i pini sono ormai quasi centenari e, si sa: come alberi hanno una vita breve) e un grande spazio verde davanti alle Terme di Caracalla.
Dentro, mentre un ventaccio sbatte ancora le fronde contro le vetrate, un gradevolissimo aroma di spezie esotiche proveniente da un tavolo sotto una palma in un angolo ci titilla le narici durante tutta la presentazione del Festival Indù della Luce. A fine cerimonia scopriremo che si tratta di squisite samosa e altre raffinatezze fritte.

Il Festival Dipavali si preannuncia parecchio intenso. Diviso in due giornate: la prima, lunedì, seriosa e di studio, impostata sul messaggio non violento di Gandhi nel centocinquantesimo anniversario della nascita. Qui saremo latitanti non tanto per disinteresse all’argomento quanto per questioni di tempo.

Tempo che invece dedicheremo alla seconda giornata, martedì al Teatro Studio Borgna, più frivola e appetitosa. Un concerto di canto tradizionale Khayal, poi uno spettacolo di danza Kuchipudi, e infine un’esibizione di musica Bollywood e fusion indiana. E per riallacciarci al delizioso profumino della presentazione, al ristorante del Parco della Musica ci sarà una degustazione di specialità della cucina indiana.

 

Con le orecchie dritte e l’acquolina in bocca rimaniamo per ora in sospeso.



Come andrà a finire?

Siamo tutti molto contenti che in Pakistan un giudice coraggioso abbia assolto (pare con conseguente sanguinosa rivolta dei civilissimi e garbati fondamentalisti di quelle parti che invece la vorrebbero impiccata) una povera contadina cristiana, Aasiya Noreen, accusata di blasfemia perché avrà detto chissà cosa durante un bisticcio con alcune sue compaesane islamiche e che per questo presunto reato era già in galera da parecchio.

Pur con la raccapricciante consapevolezza di quello che in alcune zona del mondo una donna rischia, quasi sempre solo per il fatto di essere donna, non possiamo non soffermarci su alcuni particolari tragicomici, anzi, quasi inverosimili della cronaca del fatto.

Insomma, pare che ad accusare la povera contadina siano state due sorelle cattive che si chiamano, leggete bene, Asma e Mafia, e che il litigio da cui è partito tutto sia scoppiato perché le ragazze musulmane avevano rifiutato un sorso d’acqua offerto dalla cristiana (la sua brocca era impura per ragioni di fede, capito?), mentre tutte lavoravano in un campo alla raccolta di “falsa” (un frutto dalla polpa agrodolce popolare da quelle parti – nome scientifico: Grewia Asiatica).

Ripetiamo: se non fosse che per scemenze del genere laggiù si rischia la pelle, ci sarebbe proprio da farci uscire da sotto i baffi una risatina incredula e bisbigliare: ma guarda che razza di nomi vanno a infilare nelle loro poesiole quelli del Corriere dei Piccoli. Tipo: “Asma e Mafia, le malvagie / della falsa alla raccolta / con menzogna disinvolta / fan l’amica condannar…”

Invece la notizia la troviamo a pagina 12 di Repubblica del 1 novembre 2018. E quindi non solo è seria, ma dovrebbe anche essere vera.

PS. Nel frattempo leggiamo che l’avvocato difensore della poveretta è stato costretto a scappare dal paese per evitare che i gentiluomini all’antica di cui sopra lo facciano fuori. Pare che stia cercando una sistemazione sicura anche per la sua famiglia in qualche nazione in Europa dove non ammazzano le persone per le loro idee.

Speriamo bene: il futuro non sembra tanto roseo neanche dalle nostre parti.

 

 

Incrociando le dita e contando su un lieto fine, rimaniamo per ora in sospeso.

Streghe


Yoko, la strega giapponese.

Quanto ci stava antipatica mezzo secolo fa questa giapponese perfida che aveva provocato la catastrofe dei Beatles!

Tutti noi, sessantottini liberati, ma sotto sotto ancora maschietti da branco, a dare addosso a questa donna non bella, e quindi incompatibile con il ruolo di distruttrice di famiglie (chiaro che per noi il quartetto dei Beatles era una famiglia), che non conoscevamo e alla quale credevamo di essere autorizzati ad attribuire il ruolo destabilizzante sull’angelo John, che fino a quel momento ci aveva rappresentati.

Poi è successo quello che sappiamo, è passato del tempo, e martedì 23 siamo andati a trovarla, Yoko Ono, allo studio Miscetti a Trastevere.

O meglio, a vedere qualche suo video, perché lei, ovvio, non c’era. Davvero niente di speciale. Immagini certo ricercate, suoni raffinati, lei spesso canta (e forse non dovrebbe); soprattutto tempi dilatati, pause interminabili, ripetizioni stranianti autorizzate dall’intellettualismo di quei tempi che a quanto pare si trascina fino a oggi. Si sa, lei è un’artista concettuale che ha sempre seguito il suo pensiero con un certo successo, ma niente in confronto alla popolarità cosmica raggiunta attraverso l’intimità con Lennon.

E, come dicevamo prima, la presunta influenza negativa sull’equilibrio di quest’ultimo.

 

Noi siamo per l’idea che della propria vita privata ognuno è padrone, che nessuno può entrare nella testa di un altro, e se John a suo tempo aveva deciso di mollare i Beatles, vuol dire che era maturo per farlo e la colpa non è certo della strega giapponese.



Yuja, la strega cinese.

E’ bellissima, sexissima; suona meravigliosamente, praticamente seminuda, taccododici. Meravigliosamente non solo come tecnica, ma come anima, pancia, cuore. E mani naturalmente.

Le abbiamo sentito eseguire il secondo movimento del concerto in sol di Ravel, quello dove, per due minuti e mezzo dall’inizio, il pianoforte da solo fa un temino in tre quarti che potrebbe essere banalissimo, ma naturalmente è meraviglioso (Ravel banale, scherziamo?), però solo se lo si suona in un certo modo: leggerissimo ma intensissimo, ma leggiadrissimo, ma spiritualissimo. In sogno, insomma. E lei ci riesce.

E poi vai su You Tube e la trovi, Yuja Wang, che smanetta su uno stupido arrangiamento pseudo jazz della marcia turca di Mozart, con inserti ragtime: molta tecnica e naturalmente neanche una briciola di swing. E ancora peggio, ultimamente abbiamo subito una sua versione da autovelox del volo del calabrone: una follia di ridicola velocità, di inutile funambolica bravura e naturalmente bruttissima all’ascolto.

Ci ricorda un po’ quei cretini del Texas o dell’Ohio che fanno le gare a chi mangia più hot dog in meno tempo e probabilmente alla fine si ritrovano tutti insieme a vomitare nei cessi.

Chissà cos’è che spinge questa fata dell’interpretazione a diventare una strega del virtuosismo.

E c’è un suo degno compare: l’abbiamo tutti visto quel bel bagnino, pardon, quel bel violinista, tale David Garrett, che si presenta in TV come campione di velocità perché, sotto gli occhi imbambolati della Clerici, il volo del calabrone lo suona in 26” netti.

 

A pensarci bene (orrore!) anche Paganini probabilmente faceva cose del genere.



La terza strega
è l’incertezza che, non diciamo che ci paralizza, ma certo ci mette in difficoltà quando un artista non ci piace. A questo punto si tratta di capire se è lui che è una schiappa, o se siamo noi che non ci arriviamo.

Bene, un esempio giusto di questo nostro dilemma è lo scultore Leoncillo (1915-68) che abbiamo rivisto in una ricca mostra alla galleria  Apolloni il 26 ottobre.

Ecco una sua ceramica. Com’è, bella? Per noi, no. Colorata? Sì, molto. Significante? Mah. Però è un’opera che non ci lascia indifferenti. E allora vuol dire che qualcosa è.

Un unico suggerimento: studiarla.

E questo naturalmente si può riferire a un’infinità di autori che non ci gratificano l’occhio o l’orecchio, ma che in qualche modo ci mettono in subbuglio l’anima.

 

Certo ignorarli non possiamo proprio, se non altro per evitare i disagi psichici che ci potrebbe scatenare contro, appunto, la terza strega

Brindisi e compleanno


Come reagireste se Gucci vi invitasse per un bicchiere di Ca’ del Bosco, Valentino per una coppa di Marchesi Antinori, Dolce e Gabbana per un calice di Donnafugata, e così via discorrendo, anzi trincando per un totale di 58 boutique del centro storico, tutto intorno a Piazza di Spagna?

Noi abbiamo reagito nell’unico modo saggio: abbiamo accettato l’invito, ci siamo messi in alta tenuta e via per una faccenda chiamata “La Vendemmia di Roma 2018”, con partenza alle 19.30 di giovedì 18 ottobre e arrivo dovunque la resistenza degli invitati lo consentisse.

Il progetto è semplicissimo e geniale: tutte le boutique del gran lusso italiano e internazionale sono aperte e in ognuna viene servito, insieme a squisiti bocconcini, uno (o più, a seconda della faccia tosta del richiedente) bicchieri di vino di ottime annate e di marche superiori.

Tutto di qualità tanto eccellente che, pur avendo, diciamo così, accettato (per cortesia, intendiamoci, mica per tendenza etilica) quasi ogni proposta, l’indomani neanche un filo di mal di testa.

Non c’è che dire: cosa c’è di meglio che ammirare, o anche sbeffeggiare in caso di eccesso, un collier da tre milioni di euro o una borsetta da trentamila, con in mano un bel calice gelato e senza il senso di inadeguatezza inevitabile quando uno di noi comuni mortali decide di entrare in una supergioielleria ben sapendo che non comprerà niente.

Tutti gentili, efficienti, simpatici: una serata davvero splendida, aiutata anche da un clima primaverile e, perché no, dalla magia della scalinata di Piazza di Spagna.

Se non che…

 

Se non che, in ogni salone, davanti a ogni vetrina, ci è venuto di dire, e abbiamo sentito uscire dalla bocca di molti dei nostri compagni di mondanità questa frase, che è una vera e propria condanna per la nostra stupida, sudicia e suicida città: “Che bello, sembra di stare a Milano!”


 

“Preludio dei siciliani al di sopra di ogni sospetto”.

Questo è l’arguto titolo (evidente il riferimento alle colonne sonore di “Il clan dei siciliani” e “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) di un brano che l’organista Angelo Bruzzese ha regalato a Ennio Morricone, di cui, come ormai sanno tutti, nel 2018 è scattato il novantesimo compleanno.
A festeggiarlo nella Sala Accademica di S. Cecilia, sabato 20, in una serata dal titolo: “Morricone e l’organo, un rapporto quasi sacrale” organizzata da Giorgio Carnini, organista anche lui, e dei migliori, c’era una quantità impressionante di collaboratori storici: Bruno Battisti D’Amario, Carlo Romano, Gilda Buttà, Luca Pincini e altri presenti ormai solo nel ricordo: Franco Tamponi, Dino Asciolla, con i quali (quelli vivi) il maestro ha cominciato a tirare fuori aneddoti da sala d’incisione, magari vecchi di mezzo secolo, ma raccontati con grinta e memoria infallibili.

E in più, noi che eravamo seduti proprio dietro di lui abbiamo controllato: non ha una ruga (vedere foto).

Finalmente, fra una battuta e l’altra, è venuto fuori ciò che sappiamo essere, magari non un cruccio, ma certo un pensiero sempre presente nella sua opera: il sormontabile abisso, forse solo un fosso, fra la musica di servizio (quella per il cinema, per intenderci) e la musica assoluta che per Morricone è quella da concerto.

Parlando di alcuni suoi film (La battaglia di Algeri, per esempio) il maestro ha svelato che nei temi musicali che sottolineano le scene lui spesso nasconde riferimenti colti a Bach, a Frescobaldi: “Tanto il regista manco se ne accorge, e io, con queste citazioni dalla grande musica classica riscatto me stesso e gli altri compositori per il cinema da quello che ci può essere di commerciale, anzi, di minore (proprio questa la parola usata) in quella musica”.

 

Un punto di vista interessante.

Rhinoceros & Ecstasy


Rinoceronte.

Venerdì 12, tarda mattina. Una normale foto turistica: l’arco di Giano con dietro l’arco degli Argentari e la chiesa del Velabro. Un cipresso e un muraglione. Nessuna traccia di edifici moderni. E lì a sinistra, incongruo, un animalaccio che bruca fra i sanpietrini. Di che si tratta?

E’ un Fendi original. Rappresenta Roma: non quella di oggi, quella imperiale, che vedeva nel rhinoceros il simbolo di una forza suprema. Ed è anche il nome del progetto di salvataggio e restauro di un blocco di edifici popolari, molto sgarrupati, anzi addirittura abbandonati, rimasti al livello medievale, di parecchi metri superiore a quello romano, e risparmiati dagli scavi mussoliniani di apertura della Via del Mare.

Fendi li ha recuperati con un restauro (non ci è sembrato sensazionale) che lascia intatte ma cristallizzate le tracce del degrado delle murature esterne, mentre all’interno modernizza tutto con acciaio e vetro. Sensazionale invece è la vista dal terrazzo (il miracolo che in questa nostra città salva sempre le situazioni) che arriva dappertutto: Fori, Cupoloni, Templi, Colli e perfino i Castelli.

 

Meritano una passeggiata sia la vista che il rinoceronte.


 

Swing.

Dall’Enciclopedia della Musica Garzanti: “Swing: elemento fondamentale del jazz che definisce il gioco degli accenti, degli anticipi e dei ritardi e che non può essere assolutamente fissato sulla carta”.

Per la serata di apertura della stagione di Santa Cecilia, con la grande orchestra, il coro in camicie a quadretti, i percussionisti aggiunti, i cantanti e le ragazze vestite con abitini americani anni cinquanta, siamo stati testimoni di una impeccabile esecuzione di West Side Story di Bernstein diretta impeccabilmente da Antonio Pappano.

Impeccabile, come possono leggerla un’orchestra sinfonica e un coro classico guidati da un direttore impeccabile. E’ comunque fuori dubbio che, per nostro maggior piacere, in questo musical tutto è bellissimo: i temi, la trama (Giulietta e Romeo), i testi, l’orchestrazione e le parti solistiche.

Mancava quella sciocchezza in più, secondo noi indispensabile per questo tipo di musica; la quale sciocchezza, appunto perché non può essere assolutamente scritta (come dice la Garzantina) altrettanto assolutamente non può essere letta da un gruppone di centoventi orchestrali e coristi classici, per quanto ben diretti: lo swing.

Niente di male, intendiamoci: intanto perché la maggior parte degli spettatori (abbondanza di bastoni, teste bianche e sedie a rotelle fra il pubblico) non se n’è neanche accorta, e poi perché se il Cav. Serpente vuole proprio lo swing, invece che a Santa Cecilia dovrebbe andare in un locale che si chiama Alexanderplatz, fucina del jazz romano, e che, incidentalmente, ha appena riaperto. Ne riparleremo.

 



Ecstasy.

Ma non del tipo illecito che qualcuno, malizioso, potrebbe immaginare.

Chiude questa interessante settimana “Teresa, l’ultima estasi”, un monologo di e con Rosa Di Brigida, visto domenica 14 per la regia di Francesco D’Ascenzo nella piccola, intima, antica chiesa di Santa Maria in Monterone.

Teresa d’Avila è una donna che, in un periodo in cui quelle come lei non contavano niente, dice: “Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi, da far paura agli stessi uomini”.

Di Brigida, sola in scena con musiche e suoni audaci, con costumi e scenografie di sua pura invenzione, muore e rinasce in un’estasi umana e ultraterrena, ancor più allucinata di quanto potrebbe essere se fosse travolta dalla sostanza psicotropa del titolo.

E noi del pubblico siamo usciti da questa partecipata esperienza stupefatti anche noi, anche noi estasiati, ma per niente storditi; anzi, più ricchi.

 

 

Spicchi autunnali di cultura


Due porte in faccia (ma siamo contentissimi), un parziale recupero (che però non ci porta a niente), un momento di insofferenza (attenzione, qui si rischia grosso!) e finalmente un concerto stupefacente per numeri e per divertimento. Queste sono le due settimane passate.

Cominciamo con le porte in faccia. Venerdì 28 settembre, al Chiostro del Bramante si inaugura la mostra “Dream”. Siccome il chiostro ce lo abbiamo sotto casa, ce la prendiamo comoda e passin passetto arriviamo all’angolo di Via della Pace: bam! una fila di mezzo chilometro a intasare i vicoli dei dintorni. Non si passa. Dopo un tentativo di attesa virtuosa, optiamo per un peccaminoso cappuccino al bar. Bene, vuol dire che la cultura, contrariamente a quello che dicono alcuni nostri ministri, tira.


E tira parecchio anche domenica 30 al MACRO, dove si inaugura l’Asilo, una proposta di museo aperto e gratuito per tutti. Non un tempio serioso da visitare sussurrando, ma uno spazio dove ogni giorno succede qualcosa di comunitario: mostre, concerti, lezioni. Senza dubbio anche questa idea piace perché la fila, come si vede, è anche più lunga, ma tutti sembrano contenti di aspettare per acchiapparne un po’, di cultura. Noi ce ne andiamo prontamente, anche perché sappiamo che torneremo per un parziale recupero.


Eccoci qui qualche giorno dopo, per l’Atelier Riace. Va in scena “Una liturgia patafisica per i matrimoni migranti”, come leggiamo sul foglietto di accompagnamento alla cerimonia, che comincia con una monotona (voluta, ci auguriamo, ma non ne siamo tanto sicuri) accoppiata di canto e organetto indiano, per proseguire con una farsesca cerimonia nuziale, officiata da un barbuto in velo di tulle, fra coppie eterogenee autodichiaratesi, che dopo la benedizione fanno una miniprocessione nuziale nell’immenso salone del MACRO.

L’intenzione che filtra dalle paginette della presentazione e serpeggia nell’azione ci pare sia attirare l’attenzione su Riace, il suo sindaco, i migranti e il razzismo rampante.

 

Lodevole; peccato che la faccenda ricordi molto di più una cerimonia goliardica, di quelle che si facevano una volta ai danni delle matricole. Insomma, certo, anche il tema più serio può essere messo in burletta, però forse non così.


Sull’argomento successivo, massima cautela. Si tratta della magnifica mostra organizzata al teatro Valle in omaggio e in memoria di Paolo Poli. L’allestimento è di gran gusto, lo spazio, con quei velluti e dorature del teatro che ha ancora tutta la sua patina ottocentesca (ma non era cadente, anzi, praticamente caduto?) è quanto di meglio si possa immaginare come ambiente dove esporre i magnifici costumi, le bellissime fotografie, i geniali bozzetti delle scenografie.

E in più, in sala e dai palchetti, numerosi schermi trasmettono in loop i videini, le canzoncine, i monologhini, le poesiole che hanno riempito i sessant’anni della carriera teatrale di Poli. A un certo punto della visita, però, succede qualcosa. Non sappiamo perché (o forse lo sappiamo benissimo: troppa glassa rovina anche il pandispagna migliore) dopo aver ascoltato “Vieni, pesciolino mio diletto, vieni…” o “La vispa Teresa avea fra l’erbetta…” e altri innumerevoli numeri tutti recitati (benissimo) con quel birignao suo così personale, cantati (benissimo) con quella sua vocina da zanzarone smanceroso, accompagnati (benissimo) da gesticolamenti di mani ben bene affettati, ci viene un po’ di nausea.

 

Troppo Poli. E’ normale?



Sabato 6 ottobre, colpo di scena. Nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, per la rassegna “Un organo per Roma”, abbiamo l’Orchestra di Flauti del Conservatorio raccolta a singolar (anzi, plural) tenzone con l’organo.

Nel corridoio che affianca la sala trillano come esercizi di riscaldamento la marcetta dei sette nani e quella dei tre porcellini mentre una folla di pifferai magici, in realtà quasi tutti graziose ragazze, aspettano di andare in scena, dove ci serviranno, in un repertorio contemporaneo, sonorità piuttosto inconsuete.

Si tratta di una sessantina fra ottavini, flauti in do, in sol, e perfino un minaccioso (e soprattutto inutile, come sono spesso gli strumenti ai due estremi della famiglia) flauto contrabbasso, dal quale, per provare a farci capire qualcosa, è riuscito a estrarre qualche doloroso muggito il pifferaio capo, Franz Albanese (che dirigeva anche l’orchestra).

 

Sessanta flauti tutti insieme non sono uno scherzo Se però sono suonati così bene diventano uno scherzo ben riuscito.