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nell'archivio del Cavalier Serpente. A questo punto puoi sbizzarrirti e andare indietro nel tempo (anche di anni). Gli articoli sono elencati in ordine cronologico al contrario: dal più fresco al più stantio.


N° 539 - Roma non ce la fa N° 2

 Bisogna sapere che nel pieno centro di Roma c’è Via Parigi: sul suo lato destro il gigantesco muro esterno delle Terme di Diocleziano, sul sinistro un moderno palazzo che ospita una quantità di importanti uffici e di banche; in fondo il Ministero.

Dietro al mattatoio all’aperto di Dakar, nella discarica di Benares, ai piedi della favela di Rio; nei nostri viaggi, di puzze ne abbiamo sentite e belle forti, ma mai così paralizzanti come quel muro di fetore che ci blocca appena imbocchiamo Via Parigi.

 

Contigua al Grand Hotel, alla chiesa ufficiale dello Stato, Santa Maria degli Angeli, a due importanti musei, al Ministero delle Finanze, alla stazione ferroviaria, a Piazza della Repubblica, all’Aula Ottagona dove ora c’è la mostra “L’Arte Salvata”, organizzata dai Carabinieri della tutela del patrimonio artistico (stiamo insistendo con la lista, e potremmo andare avanti ancora un bel po’, ma ci fermiamo qui per lasciarvi rifiatare), Via Parigi, dicevamo, e precisamente il suo marciapiede sul lato delle Terme, è dove dobbiamo riconoscere che, ancora una volta, Roma non ce la fa.

Ci siamo passati qualche giorno fa verso mezzogiorno. Altro che rifiatare: una latrina, una bomba olfattivo. Anche da guardare, uno spettacolo orribile, se è per questo.

 

Il sole rovente della stagione contribuisce a cuocere a puntino le decine di torte umane che coprono impudicamente il marciapiede. Mescolate a stracci abbandonati, cibo marcio, gabbiani e topi morti, evidente eredità dell’abiezione di quei diseredati che di notte abitano la strada.

Non riusciamo a capire come, nel cuore artistico, turistico, commerciale di una città, possa esistere questo letamaio.

 

La ripetiamo, questa parola, perché se noi siamo scandalizzati, come mai questo scandalo non tocca la Sovrintendenza, i Consigli di Amministrazione delle Società e delle Banche, la Direzione del Grand Hotel, i Carabinieri, la gente; la GENTE, che ci cammina, in mezzo a questo letamaio, che ci parcheggia i motorini e le auto? 

E’ agosto. L’unico ridicolo tentativo di intervento, questo cartello, arrugginisce fra i ruderi delle Terme (le quali, e possiamo fidarci della ricostruzione, dovevano essere più o meno così: certo un po’ meglio di adesso). 

Arrivederci Roma, buone vacanze. Chissà cosa troveremo al ritorno.

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N° 538 - L'epitelioma del Canonico

Come promesso il 25 giugno scorso, ecco la storia del restauro di un quadro culminato nella cancellazione di alcuni sintomi clinici da una faccia.

Nel 1436 il Canonico Van der Paele commissiona al famoso pittore fiammingo Jan van Eyck un ritratto di sé stesso come donatore, inginocchiato accanto alla Madonna e a due santi. Il quadro è offerto in chiesa a Bruges e lì rimane a garantirgli cinque secoli di messe in suffragio della sua anima.

Nel corso degli anni medici e intenditori d’arte analizzano il ritratto, che è fedelissimo, e diagnosticano al povero Canonico una serie di acciacchi, fra cui una polimialgia reumatica, un indurimento delle arterie, problemi di vista e di circolazione, una quantità di lesioni cheratosiche della pelle, e per concludere un grosso epitelioma sul labbro inferiore (foto in bianco e nero).

Quattrocentonovantotto anni dopo, cioè nel 1934 il quadro è restaurato dal fiammingo Jef van der Veken (foto a colori).

Appena il critico-dermatologo belga Jules Desneux vede il restauro, scandalo! Desneux si accorge che il restauratore, non si sa perché, ha fatto scomparire dalla faccia del nostro protagonista tutti i segni dei suoi problemi epidermici: porri, verruche, epiteliomi: tutto cancellato. Adesso il Canonico ha la pelle di un bambino.

Secondo noi non è successo niente di grave, semmai qualcosa di buffo; per il mondo dell’arte invece si tratta di un inammissibile arbitrio del restauratore, che proprio non si doveva permettere…

Ma tanto ormai sono tutti morti e non ci si può fare niente.

 

Questa fantastica storiella ce l’ha raccontata all’Accademia Lancisiana in uno degli incontri che organizza con la sua iniziativa “Dermart” l’amico dermatologo e pittore Massimo Papi. Onore al merito: ogni volta riesce a istruirci e a farci divertire.

E, visto che stiamo sul morboso (in senso medico), vi proponiamo queste immagini ingenuamente raccapriccianti di un altro martirologio, da noi recentemente scoperto, che fa il paio con quello ormai famoso di Santo Stefano Rotondo.

Gustatevi questo cattivone che taglia letteralmente a pezzi il martire (un piede, una mano, un braccio, gomito compreso) con moncherini da cui escono docce di sangue. 

E non è male neanche quell’altro poveraccio a cui, stavolta in due, tolgono la pelle come se fosse una fodera di plastica.

Queste edificanti storie, dipinte, come dicevamo, con un misto di ingenuità dal punto di vista artistico ma di efferato sadismo da quello umano, si trovano nella chiesa dei Santi Nereo e Achilleo a Via delle Terme di Caracalla.

La chiesa, però, apre solo per i matrimoni. Noi ci stavamo passando per caso; la porta era socchiusa con un andirivieni di fioristi.

Ci siamo finti parenti della sposa e siamo entrati.

 

Il ciclo di affreschi è interessante ma non esageriamo: se per vederli bisogna addirittura sposarsi, suggeriamo di lasciar perdere.

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N° 537 - Roma non ce la fa

Giugno. Il sole cala sul Gange e i suoi raggi dorati filtrano fra i rami dei grandi alberi di mango che ornano il giardino in cui insieme al sole si spengono le struggenti note del raga del tramonto eseguito da Rakesh Chaurasia e Sanjay Kansa Banik.

La suggestione del momento è intensa, il morbido tocco dei polpastrelli sui tabla accompagna l’esile voce del flauto. E’ il fascino dell’India che ci trasporta nelle supreme regioni spirituali della musica…

E invece no! Non siamo nel Rajasthan, siamo a Roma. “Ahò!” grida un cameriere spostando rumorosissimamente (sembra che lo faccia apposta) una sedia. “Du’ bire ar sei!” grida un altro, mentre le comitive sedute ai tavoli del bar schiamazzano neanche fossero all’Octoberfest.

E invece siamo a un concerto, non ci dovrebbero essere dubbi, precisamente nello spazio all’aperto della Casa del Cinema di Villa Borghese, che si chiama Teatro Ettore Scola; è la sua platea erbosa che confina con il territorio del bar.

 

Evidentemente sono due mondi che anche se confinano non comunicano.

Ed è qui che Roma non ce la fa. La cultura, che oggi ha provato a lottare sottovoce contro la cialtroneria chiassosa della ristorazione (scarsa qualità e bassa professionalità di gestione), simbolo maximo della festa romana, ha perso e non può fare altro che chinare la testa e andare a nascondersi.

 

La musica ce l’hanno servita, bene, i due artisti indiani; la ristorazione romana la rappresentano, perfino meglio, due discutibili rinsecchite pizzette con patatine che accompagnano un ancor più discutibile spritz da noi incautamente consumato al bar nemico.  

Si cambia lochescion. Andiamo a passeggiare nel letto di un fresco ruscello di montagna, che scorre fra due sponde ornate di alberi e cespugli. Manca solo la cosa principale: l’acqua.

Perché non siamo sulle Dolomiti, siamo sempre a Roma, e precisamente sullo spartitraffico della Via Tuscolana, dove qualche anno fa era nata una geniale trovata paesaggistica per nobilitare i trecento metri della salita del Quadraro, una zona periferica a ridosso di un grande incrocio di antichi acquedotti romani.

Avevano pensato, e pensato benissimo, che quella pendenza del terreno poteva essere sfruttata per crearci la più lunga fontana del mondo.

Quindi, presto fatto: bastava scavare un torrentello nel terreno, piantarci ai lati qualche albero, seminare qua e là alcune belle rocce e il naturale pendio avrebbe fatto da motore per un flusso di acqua cristallina.

 

Una faccenda di limitata spesa e di successo garantito.

Neanche qui Roma ce la fa. L’idea era buona, la collocazione perfetta, il riferimento alle maestose opere idriche del passato imperiale quanto mai azzeccato, opportuno politicamente e socialmente l’abbellimento di un quartiere periferico e piuttosto degradato, e cosa è successo? Subito dopo l’inaugurazione è mancata l’acqua. Che non è mai tornata; e a cosa serve una fontana senz’acqua?

La situazione non la salva certo questa patetica scritta “VII MUNICIPIO” disegnata con una siepetta di bosso, gialla di sete, che ricorda quelle stazioncine ferroviarie di una volta con il nome scritto coi fiori.

 

Per ora ci fermiamo, ma attenzione: l’argomento è quasi inesauribile.

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N° 536 - Sarà il caldo

Nel pieno del solleone stiamo tornando in scooter verso casa sobbalzando, come su una pista da fuoristrada, fra mostruose fosse e avvallamenti profondi ricreatisi con sorprendente rapidità nella pavimentazione in sanpietrini di Piazza Venezia, totalmente rinnovata (la data emerge dal cervello shakerato fra un sobbalzo e una sbandata) con ingentissima spesa esattamente due anni fa.

E proprio due anni fa avevamo espresso la nostra incredulità, che riproponiamo, sulla stupidità della stessa sbagliata soluzione adottata a ripetizione dal Comune per un problema che di per sé ci sembra banalissimo.

 

Vi riproponiamo, senza neanche cambiargli il titolo, l’articolo del Cavalier Serpente. 

DEMENZA SENILE – 11 luglio 2020

 

L’età, si sa, manifesta il suo malvagio potere in molte maniere; una di queste è costringerci a ripetere gli stessi errori senza da essi imparare niente. Chiamasi demenza senile.

Qualche anno fa Roma (si tratta appunto dell’anziana trimillennaria affetta da questa terribile malattia) decise di intervenire sul suo ombelico di maggior traffico, Piazza Venezia, sistemandone la pavimentazione a sanpietrini che era in pessime condizioni.

Pur non essendo in via di estinzione, come ci augureremmo, il sanpietrino (piramide tronca di pietra lavica di misure variabili, ma in media 12 x 12 x 18, in uso nelle strade e piazze romane fin dal tempo di Sisto V) è una specie protetta e perciò non si tocca. E siccome è un manufatto antico, quindi artigianale, il suo uso e la sua messa in opera seguono naturalmente ritmi artigianali e non industriali. Considerazione che dovrebbe bandirlo da strade a intenso traffico, soprattutto di bus urbani o turistici, minimo venti tonnellate ciascuno, per relegarlo a pittoreschi vicoli e piazzette pedonali.     

 

All’epoca l’anziana demente non ci pensò due volte (neanche una, secondo noi) e procedette alla ricollocazione delle maledette piramidine tronche, bloccando tutta la zona per mesi in un lavoro assolutamente inutile e ricavandone, a pochi giorni dalla riapertura al traffico, compresi i veicoli pesanti di cui sopra, un percorso così pieno di gobbe e voragini da vincere il confronto con la famigerata Parigi – Dakar, gara oggi soppressa per ragioni politico-geografiche, che potrebbe benissimo essere ripristinata, proprio qui a Roma, a Piazza Venezia, dividendone il percorso in due infernali tappe: la “via IV Novembre - via Petroselli”, e la “via del Corso – rotatoria per via del Plebiscito”.  

Proprio in quel periodo assistevamo riverenti all’operoso martellare dei selciatori. Sapevamo che era un processo artigianale. Loro tranquilli, seduti per terra a sistemare i sanpietrini a mano, come cent’anni fa, mentre tutto intorno il centro storico impazziva.

Noi crediamo di essere persone normali e non riusciamo a comprendere una scelta tecnica che l’esperienza ha già dimostrato essere molto peggiore del problema a cui dovrebbe rimediare.

Se non dandone la colpa alla demenza senile.

Perché oggi, verso le 16, ci siamo trovati di nuovo di fronte a una manifestazione della stessa patologia.

Siamo sotto il Vittoriano. A disposizione dei lavoratori c’è una distesa di sanpietrini pronti per essere posati (che, ammettiamolo, aggiunge un bel look da invasioni barbariche e crollo dell’Impero Romano ai marmi addormentati sotto il sole). Intorno, ovvio, infuria il traffico contemporaneo.

       Sfidandolo, ci accostiamo alle transenne e sbirciamo il febbrile procedere dei lavori.

 

Eccone una fase alla quale abbiamo assistito entusiasti: un forzuto giovanotto, munito di ergonomici guanti, raccoglie da terra i blocchetti a due a due e li deposita sul cucchiaio di una macchina che, quando sarà pieno, (certo, il suo tempo ci vuole!) li trasporterà per consegnarli a questi altri due forzuti: veri bronzi di Riace (quello di destra un po’ meno) i quali procederanno alla loro messa in opera.

Che consiste, lo ripetiamo, nell’appoggiare, seguendo il filo guida, su un letto di sabbia i singoli sanpietrini, uno per uno, batterli con il mazzuolo in modo che si infilino tutti alla stessa profondità, e poi, quando sono in ordine, versarci sopra del catrame liquido misto a brecciolino che tamponerà gli spazi, spandendolo con un bello scopettone, che, come tecnologia, ci sembra perfettamente adeguato al resto della lavorazione.

Non è difficile prevedere che un tipo di pavimentazione così fragile, nata per i piedi nudi dei popolani, per le babbucce dei cardinali, diciamo anche per gli zoccoli di muli e cavalli e, ci vogliamo rovinare, perfino per le ruote di rare carrozze, sprofondi al passaggio del primo bestione motorizzato da tante tonnellate.

 

E’ successo ogni volta, tante volte. Siamo nel 2020, però il sanpietrino è sacro e non si cambia. 

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N° 535 - Il sarcofago biposto...

Il titolo del nostro articolo avrebbe dovuto essere “L’epitelioma del Canonico”, ma ce le teniamo da parte per una delle prossime puntate. Possiamo anticiparvi che si tratta del caso di un restauro molto azzardato di un famosissimo quadro rinascimentale con correzione dermatologica non autorizzata del ritratto del protagonista, raccontatoci con il suo consueto garbo e sapienza, per la serie di incontri Dermart, dal nostro amico dermatologo-pittore Massimo Papi.

In una sede prestigiosissima: il palazzo dell’Accademia Lancisiana.

Dell’episodio artistico-poliziesco-dermatologico vi parleremo poi, come detto.

Ma non vogliamo farci e farvi sfuggire questa autentica e ghiotta curiosità archeologica, buttata lì a caso (come si usa a Roma anche per le cose più belle) che abbiamo fotografato nel bellissimo cortile rinascimentale dell’Accademia: un sarcofago biposto.

Garantiamo che la transenna non è inserita: è scolpita nel marmo monolitico del cassone del sarcofago. Fra l’altro la divisione è anche asimmetrica.

Non siamo riusciti a capirne il senso: due bambini grassi? Una coppia di nani? Mistero.

Comunque non ne avevamo mai visto un altro simile.

Per controllare: Borgo S. Spirito N° 3. Gradiremmo spiegazioni, purché plausibili.

…E UN MEA CULPA DOVUTO

“Idee di pietra”: in mostra gli alberi di Giuseppe Penone alle Terme di Caracalla.

“Che bisogno c’è - ci siamo chiesti mentre sotto un cielo lattiginoso di caldo entravamo nell’immenso spazio - di andare a piantare quattro stupidi alberi di alluminio e bronzo dentro le mura di questo vecchio maestoso monumento, quando di alberi belli e veri, di legno e foglie, è pieno il giardino?”

Banalità la nostra; spocchia da visitatori snob che tutto credono di sapere e quindi giudicare sulle meraviglie archeologiche di Roma. Ci sbagliamo.

Di alberi veri è effettivamente piena la città, e guardarli fa bene agli occhi, ma poi, quando uno si trova dentro a questi spazi, si mette a pensare…

 

 

Forse è il momento per farci una domanda che è in realtà senza risposta: perché ci piacciono tanto questi mattoni cariati e ormai spogli delle Terme, mentre ci piacciono poco o niente le pareti lucide di marmi del Vittoriano?

Forse perché in queste vediamo solo la pietra, mentre in quelli vediamo anche il tempo che è passato.

Rimane il fatto che questi mozziconi chiaramente artificiali, con i rami carichi di sassi altrettanto pensati, nel grande spazio della natatio delle Terme ci si trovano benissimo, come se ci avessero abitato da sempre.

Contorti, anche loro carichi di tempo, entrano senza sforzo nel racconto del luogo.

 

Non è una sensazione da raccontare a parole, bastano le immagini.

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N° 534 - Il solito al 13

Il solito è: pizza romana farcita di mozzarella, fiori di zucca e alici; birra e caffè.

Il 13 è il numero del nostro tavolo fisso.

Il locale è l’Appia Antica Caffè dove, ogni volta che possiamo ci trasferiamo in motorino (certo la biga sarebbe più in carattere) per un paio d’ore di archeobenessere sotto quell’ulivo che si vede mentre fa ombra ai basoli bimillenari.

Descritta la destinazione, passiamo a raccontare l’andata (il ritorno di solito è più puntato sul pensiero della siesta a casa in poltrona e quindi meno interessante da dire).

 

Si imbocca l’Appia Antica, ancora entro le mura, e la si percorre, cercando di non farsi travolgere dal traffico che non ci dovrebbe essere e invece c’è, intenso, e si esce da porta San Sebastiano. Questo è l’unico punto di Roma in cui, appena fuori dalle Mura Aureliane la città finisce veramente, proprio come venti secoli fa, e ci si trova in campagna. Una campagna speciale, di ville seminascoste, trattorie semirustiche e tombe semidiroccate.

Dopo poche centinaia di metri, al bivio con l’Appia Pignatelli ci si può infilare in un cancello che dà accesso a un grandissimo parco di proprietà della Chiesa, quello delle catacombe di S. Callisto.

 

Uno spazio ricco di qualche sorpresa: la prima che salta fuori da dietro un muro è questo pupazzone bronzeo: San Tarcisio. Sui tre metri d’altezza, non brilla per meriti artistici, ma è accompagnato da una targa che invita alla preghiera e ne narra l’esemplare vita di protettore dei ministranti (non chiedeteci cosa sono).

Si va avanti lungo un bellissimo viale di cipressi e si arriva a una casona, che è la sede del VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, il che sarebbe una notizia di scarso interesse, non fosse che lungo tutta la facciata dell’edificio c’è una delle più belle sfilate di cactus che abbiamo mai visto.

 

Evidentemente la posizione è perfetta: ottima esposizione al sole, riparo dai venti invernali; insomma, uno splendore di vegetazione desertica.

Con questa spinosa meraviglia il parco di San Callisto finisce e lascia il posto ad altre famose catacombe, quelle di San Sebastiano arricchite dalla bella chiesa omonima.

In cui è conservata quella che è considerata l’ultima fatica di Gian Lorenzo Bernini: un Cristo scolpito a 82 anni, che in noi ha sempre risvegliato il sospetto, forse irrispettoso, di essere un rispettabilissimo falso.

Basta (secondo noi) guardare questa faccia piena di virtuosismo e vuota d’anima. Mai, in nessun ritratto di Bernini abbiamo visto degli occhi così inespressivi, una bocca così molle, una stolidità così marcata.

E poi quei ricci troppo ricci, quel marmo che sembra marmo invece di carne; insomma, nessuna emozione. Quindi non è di Gian Lorenzo.

Ma non siamo arrivati; dobbiamo ancora passare davanti ad altre meraviglie: il Circo di Massenzio, la tomba di Cecilia Metella e il Castrum Caetani.

E finalmente la nostra pizzetta con birra e caffè. E il giornale da leggere in archeobeatitudine.

 

Cosa desiderare di più (oltre alla pennichella, già in programma, naturalmente?)

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N° 533 - Radici

In tutto il resto del mondo le radici stanno ben piantate nel profondo della terra per sostenere il vigoroso albero della civiltà e della storia.

A Roma no. Nooo! Da noi gli alberi che prima, sì, erano ben saldi, a un certo punto hanno cominciato a rovesciarsi, ma mica ieri: anni e anni fa, per un temporale, per una sventolata, qualunque la causa; e poi, tagliato il tronco e le fronde, sono rimaste queste evidenti, ingombranti e simboliche radici a cuocersi al sole e ad ammuffire alla pioggia.

Per fortuna questa indistruttibilità è spesso contrastata da una bella dose di gusto dell’arredamento da parte dei cittadini, i quali, non potendo contare su una gestione seria di casa loro, sono obbligati a trasformare la situazione in qualcosa di buffo: non saremo civili, ma almeno si ride.

 

Fra l’altro si tratta quasi solo di relitti di pini marittimi: gli alberi diventati di moda negli anni trenta del novecento, e quindi piantati con dovizia e, bisogna aggiungere con felice scelta perché non c’è chioma che stia meglio accostata con il suo bel verde scuro al colore caldo dei mattoni e del travertino dei ruderi.

Purtroppo però, si tratta di alberi dalla vita relativamente breve (massimo novant’anni, forse cento) e dalle radici poco profonde, per cui, proprio in questo periodo siamo arrivati al gran finale di molte alberature della città che compiono, appunto, quasi un secolo.

Cosa fa in questi casi una non diciamo eccezionale, ma semplicemente normale amministrazione comunale, quando un albero cade per vecchiaia, malattia o incidente? Lo sostituisce.

Evidentemente dalle nostre parti non hanno ancora capito che per piantare un albero nuovo bisogna prima scavare ed eliminare le radici di quello vecchio.

 

E così ecco che ci troviamo i parchi, le aiuole, gli spartitraffico segnati da trincee dalle quali emergono tronconi irsuti di radici, che sporgono dal terreno come cannoni puntati contro mura turrite, come tavolini da pic nic ben bene rosicchiati dalle piogge e dai parassiti ma forniti di regolamentare bottiglia, come caduti in battaglia che si inchinano in omaggio alla bandiera o al semaforo, addirittura come bersagli da tirassegno (e qui dobbiamo tributare ancora un applauso di riconoscimento allo spirito della popolazione che, magari si sarà anche indignata, ma intanto ha reagito inventandosi qualcosa che fa sorridere).

E comunque, quello che viene fuori dalla nostra ricognizione è l’infinito, immortale e sicuramente indispensabile salvagente dei romani per sopravvivere a Roma: l’indifferenza a quello che decidono in alto.

 

Tiriamo a campare.

Per chi non avesse riconosciuto i cimiteri arborei fotografati, siamo passati e ci siamo fermati a Piazzale degli Archivi, a Viale delle Mura Gianicolensi e a Piazza delle Cinque Giornate.

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N° 532 - Zibaldino N° 2

Doh! 

Ritroviamo, in un’edizione del 1964, i “Racconti ed Episodi Morali” di quel finissimo predicatore che fu San Bernardino da Siena. Scorriamo con grande diletto gli istruttivi aneddoti, scritti nella prima metà del quattrocento, e cosa troviamo in testa o in coda alle battute più vivaci? “Doh!” quasi a ogni pagina. “Doh, guarda colui quanta crudeltà…”, “Doh! Io mi ricordo…”, “…non debbo io sapere come m’è lecito? Doh, doh!”

Come è noto, nel quattrocento, ma anche nel ’64, non esisteva ancora Homer Simpson, irresistibile per la genialità e anche per i suoi “Doh!” (rimasti uguali nella traduzione italiana).

Ci si manifesta un’ipotesi: Homer Simpson e San Bernardino da Siena separati dai secoli ma abbinati da una coincidenza linguistica?

 

Mah! Anzi, Doh!

Gambe corte e cuore saldo.

Il nostro spiritoso amico Bruno Lauzi, a proposito degli inni nazionali sosteneva che la statura media dei cittadini, o meglio, la lunghezza delle gambe dei soldati di un paese si può facilmente dedurre dal tempo di metronomo del suo inno nazionale.

Più veloce l’inno, più corte le gambe. Basta confrontare “Fratelli d’Italia” e “God save the Queen” per dargli ragione.

A proposito di metronomo, il tempo della marcia militare è il doppio del battito cardiaco di un uomo giovane e sano. E ancora a proposito di cuori e di battiti (in fondo è musica anche questa) c’è una teoria che un po’ ci affascina, e un po’ ci spaventa.

Sostiene che i cuori di tutti gli esseri viventi sono programmati per battere, in totale, più o meno lo stesso numero di volte prima di fermarsi. E questo determina la durata della vita di ognuno di noi (umani e bestie). Perché se il cuore di un elefante batte 30 volte al minuto, quello di un uomo 60, e quello di un criceto 420, significa che la vita di un uomo dura la metà di quella di un elefante, ma sette volte quella di un criceto.

 

Per fortuna questo non è più vero, unicamente perché noi abbiamo scoperto la penicillina e l’elefante e il criceto no. Solo adesso, però. Poche centinaia di anni fa il rapporto doveva essere proprio quello. 

Il si bemolle dell’alligatore.

C’è uno zoologo americano, che da anni studia gli alligatori della Florida, il quale dopo varie sedute di ascolto dei ribollenti muggiti con cui, nella stagione degli accoppiamenti, i maschi chiamano le femmine ha determinato, diapason alla mano, che si tratta di un si bemolle profondo, uguale per tutti. Naturalmente con qualche piccola variazione di timbro: nessuno rinuncia a fare il solista se può, specialmente in occasione di un fidanzamento.

Come confermare scientificamente? Idea: il giornalista chiama un amico, affermato solista di basso tuba nella locale orchestra, il quale acconsente, lo strumento in spalla, a scendere in palude. Si piazza sull’imbarcadero, piedi a penzoloni e tuba imbracciata, e si mette a sparare, con un certo sforzo perché non è una nota facile, una raffica di si bemolle bassi.

Successo: decine di alligatrici (?) affiorano nello stagno in risposta al richiamo irresistibile. 

Il maschio non lo trovano, ma l’esperimento è riuscito

Peperoncino.

Ripassiamo insieme il piccante argomento: l’Italia non è in grado di soddisfare la richiesta interna, quindi importa il 70% del fabbisogno da Pakistan, India e Messico. Il capsicum annuum è la specie più coltivata da noi. E’ originario del Sud America ed è stato portato in Europa da Colombo.

La piccantezza non è un gusto, ma una sensazione; infatti l’alcaloide che la provoca è incolore e insapore.

Il suo grado di intensità si esprime in punti di una scala vertiginosa: quella di Scoville. Il campione fino al 2006 era l’Habanero Red Savina, messicano, con 577.000 punti. Surclassato l’anno dopo dall’ibrido indiano Naga Jolokia, 1.041.427 punti, e oggi siamo arrivati a un milione e quattrocentomila con il Trinidad Moruga Scorpion. Numeri che sembrano esagerati ma, ci dicono, ufficiali. Ah, dimenticavamo: il peperoncino è ricchissimo di vitamina C; molto più degli agrumi. Per ognuno di noi, una presina dovrebbe bastare per tutta la giornata.

 

A questo punto, tutti in trattoria per un bel piatto di penne all’arrabbiata.

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N° 531 - Zibaldone (anzi, Zibaldino)

Distrazione. Pochissimi se ne accorgono, perché pochi alzano gli occhi. A Piazza Fiume, proprio sopra il parcheggio dei taxi, sulle Mura Aureliane c’è una latrina militare dell’epoca (III secolo d.C.), molto ben conservata.

E’ un casottino montato su due mensole che sporge in alto dalla muraglia, con un semplice buco sul fondo, sotto il quale si allarga sul muro una bella traccia di corrosione, a giudicare dalla quale il rancio della guarnigione doveva essere piuttosto sul pesante

 

Facile immaginare il fetore di questi bugigattoli (ce n’erano parecchie decine lungo tutto il perimetro), mentre ci sorprende sempre la constatazione che fuori delle mura si stendeva evidentemente la terra di nessuno, un luogo dove si buttava tranquillamente di tutto, considerandola (e forse lo era davvero) una discarica

Paura.  Di ritorno da un giro a Gallicano nel Lazio, a Poli, a San Vittorino. Paesi di tufo scuro, castelli minacciosi, mura robuste, porte d’accesso anguste. Quanta paura ci doveva essere nell’aria in quei secoli.

 

Bisognava rinchiudersi la sera, sbarrare le porte dei borghi e tremare al buio fino alla mattina dopo pregando che non arrivassero i saraceni, o i briganti, o magari proprio il barone di zona in vena di razzie. E così tutti i giorni e le notti. Fino all’arrivo dell’elettricità che magari non ci avrà liberati dalla paura della vita, ma da quella del buio, sì. 

Ruderi. Spesso i contorni degli anfiteatri romani sono svelati dalla presenza di alberi, di solito querce, che ci crescono sopra. Come mai proprio lì? E’ che spesso la pianta nasce da una ghianda nascosta da qualche scoiattolo per mangiarsela più tardi, e poi dimenticata. Vengono su bene perché così in alto sono al riparo da capre e pecore.

 

Questo è il bello spirito di sopravvivenza della natura, che ci commuove nei documentari. Il brutto è il disastro che le radici dei nostri alberelli, poi alberoni, riescono a fare. Mattoni sgretolati, marmi divelti. Insomma, bastano poche generazioni dalla ghianda originale per ridurre tutto di nuovo in polvere. 

Il posteriore dell’elefantino. Queste zampotte, queste chiappone, questa coda che sembra una proboscide nel posto sbagliato appartengono all’elefantino di marmo che regge l’obelisco della Minerva, progettato da Gian Lorenzo Bernini che, a quanto si racconta, aveva in viva antipatia i Domenicani.

All’epoca sarebbe stato a dir poco imprudente manifestare simile sentimento verso quel potentissimo ordine (che fra l’altro aveva in appalto l’inquisizione), e allora il nostro che, in quanto artista, poteva permettersi qualche capriccio, osò, puntando il posteriore dell’animale proprio in faccia (il posteriore, in faccia…) al portone d’ingresso del loro palazzo.

 

Probabilmente lo scherzo fu benevolmente ignorato o non compreso: fatto sta che a Gian Lorenzo non accadde nulla.

 Gioventù Italiana del Littorio.  Su Via Parco del Celio, una stradina con vista sul Colosseo, si affaccia un bell’edificio appena restaurato, di cui ci sfugge la destinazione. Fatto sta che sulla facciata risplende, fresca di vernice e così perfettamente leggibile che sembra fatta ieri, la scritta Gioventù Italiana del Littorio. E appena sotto si intravede un’altra scritta che dice Opera Nazionale Balilla.

 

Come luogo siamo a Roma, non ci sono dubbi, ma come data ci dobbiamo essere sbagliati: credevamo di essere nel 2022, e invece è ancora il 1938.

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N° 530 - Anche i Santi giacciono

Anche i Santi e i Beati giacciono; nel senso che spesso li sorprendiamo adagiati su un pagliericcio di fortuna, su un letto di marmo, su un divanetto imbottito.

C’è qualcosa di sorprendente in queste figure che vediamo in giro per le chiese di Roma. In qualche modo sembra che abbiano rinunciato alla loro nobile postura eretta di difensori della fede, di protettori delle umane debolezze, di tramite con il supremo.

 

Ci sono quelli che se ne stanno impettiti nel rigor mortis, quelli belli e sereni a dormicchiare nella pace del Signore, quelli che invece si contorcono su un letto di dolore, e poi ci sono anche quelli (più che altro quelle) le cui contorsioni e i dolori sembrano proprio speciali.

Cominciamo con un Santo di scarsissimo appeal e notorietà: si tratta di San Carlo da Sezze, contadino, ortolano e portinaio del suo convento. Mai sentito, vero? Eccolo là, sul suo sofà, con un modestissimo saio, però con una bella tendina ricamata e una pia espressione di rassegnazione. Chiesa di S. Francesco a Ripa.

Invece questo austero signore in gran tenuta, colorito verdastro ed espressione decisamente grifagna, con le mani più che congiunte in preghiera, contratte in una posa di stizzoso imperio, altri non è che il Beato Angelo Paoli, che riempie con la sua imponente presenza una teca di cristallo a S. Martino ai Monti. Benefattore dei poveri, di lui si dice che nutriva ogni giorno almeno trecento affamati. 

E adesso, con un monumento particolarissimo, veniamo a presentare un Santo specialissimo: San Stanislao Kostka. Questo giovanotto, scolpito in marmo nero e bianco, sdraiato su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro, è un gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

 

La sua stupefacente statua la si può andare a trovare arrampicandosi fino alle soffitte sopra la sacrestia della chiesa di S. Andrea al Quirinale, in una cappellina strapiena di panneggi, dorature e stucchi che più barocca non si può. 

Sull’Appia Antica, invece, dalle parti di Cecilia Metella, lo troviamo trafitto dalle frecce, contorto in uno spasmo di dolore quasi estatico e, (la foto è recentissima) ornato da una allusiva anche se incongrua bandiera ucraina. E’ lui, l’icona gay più nota nella storia dell’arte: San Sebastiano. Naturalmente nell’omonima chiesa alle Catacombe.

 La sua classica posizione di accoglimento mistico del dardo che penetra la carne, non può non portarci per associazione a S. Francesco a Ripa, dalla Beata Albertoni, la quale, anche se non colpita da nessuna visibile arma, cade vittima della stessa estasi.

 

Ci e vi risparmiamo l’ovvio supremo esempio, quella di Santa Teresa, nella chiesa di S. Maria della Vittoria. Contiamo sul fatto che tutti l’abbiano vista. Per la maggior gloria della Santa, ma anche del Bernini.

E finalmente, dopo questo trionfo di cere e di marmi, ecco a voi San Camillo De Lellis, che ci riceve nella sua chiesa, la Maddalena, apparecchiato in un look decisamente e naturalisticamente essenziale.

Con lui il problema di rappresentare il santo giacente è, diremmo, ridotto all’osso

 

 

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N° 529 - Indignazione a Santa Cecilia

Giorgio Carnini è oggi il principe degli organisti italiani. Un principe indignato, e a ragione: la prima sala da concerto di Roma all’Auditorium non ha un organo!

Questo significa che per eseguire alcune composizioni del grande repertorio sinfonico, l’Orchestra di Santa Cecilia è costretta a usare una tastiera elettronica.

Contro questa indecenza il principe Carnini si è inventato una manifestazione che si chiama “Un organo per Roma” e che da un certo numero di anni, per sostenere l’idea che l’organo ci deve essere, porta sul palco una serie di concerti all’inizio dei quali il Maestro racconta al pubblico come, nel progetto di Renzo Piano dell’Auditorium di Roma, lo spazio per il grand’organo era previsto, e c’erano anche i soldi per comprarlo; però il sovrintendente dell’epoca per imperscrutabili capricci personali disse di no, e l’organo non si fece. Vergogna e indignazione.

Domenica otto, primo concerto della stagione, dopo due anni di stop da emergenza sanitaria: quattro organisti, un coro e un quintetto di ottoni. Tutto Bach (più un paio di compositori contemporanei con parafrasi e riferimenti al grande padre).

Carnini ha aperto suonando la famosissima toccata e fuga in re minore con una partecipazione vibrata e uno swing trascinante. Sì, perché anche Bach (mica solo il jazz) si può suonare con swing; anzi, così riesce ancora più bello.

Mentre si arrampicava sulla panca dell’organo, gli abbiamo guardato le scarpe, a Carnini: nere, affusolate e a pianta stretta. E ci è tornato in mente quello che ci aveva raccontato un suo collega, l’organista Luigi Celeghin a un concerto a S. Giovanni dei Fiorentini tempo fa: guai a sbagliare le calzature della serata. Con tutto lo sgambettare che fai alla pedaliera, un paio di scarpe a pianta larga significano incastri di piedi e catastrofe assicurata.

Mica solo alle scarpe abbiamo pensato durante il concerto; ci siamo anche accorti che ci mancava una cosa: l’eco della voce dell’organo quando lo si ascolta in chiesa. Che tecnicamente è un problema, soprattutto per la registrazione con gli altri strumenti; e infatti le sale da concerto come quella del Conservatorio lo hanno neutralizzato. Il che rende il suono degli strumenti pulitissimo e asciutto; ma vuoi mettere il fascino delle note che girano sotto le volte e fra gli archi e si moltiplicano e crescono e rimbalzano….

 

E qui è riemersa nel nostro ricordo (non eravamo distratti, era solo che la nostra mente andava in tante direzioni) la suggestiva teoria, non ci ricordiamo di chi, secondo cui la polifonia è nata proprio in una chiesa. Una nota di un frate cantore che si prolunga nel riverbero fra le navate, seguita da un'altra che si sovrappone alla sua coda e ancora da una terza, ed ecco creato l’accordo. Plausibile, non è vero?

Insieme all’organo era di scena l’ottimo coro “Soli Deo Gloria”, diretto da Giuseppe Galli, un ensemble di inappuntabili professionisti tutti rigorosamente in nero compatto, ma con il gradito, inaspettato strappo alla regola rappresentato dalla generosissima offerta delle gambe di una delle signore (soprano o contralto?)

Ascoltare un coro ci commuove sempre, quando poi cantano Bach l’emozione è garantita; stavolta però inquinata per noi da un certo dispetto esprimibile in una domanda che ci trapana il cervello.

Ma perché nelle chiese italiane, con l’infinito repertorio che abbiamo a disposizione, durante la messa l’unico momento di musica è rappresentato dalle patetiche canzoncine di un paio di suorine con le chitarrine, sostenute, quando va bene, da altrettanti chierichetti con i bonghetti?

 

P.S. Tanto per non lasciare niente in sospeso, il sovrintendente di Santa Cecilia all’epoca del misfatto era Luciano Berio, R.I.P.

 

 

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N° 528 - Quarantuno gradini

Si scendono quarantuno gradini (cercando di sopravvivere ai miasmi urinali che aromatizzano tutte le scalette che dal livello della città portano al fiume) e si è all’altro mondo. Un mondo che vive a una quindicina di metri dalla cima dei muraglioni (brutti ma indispensabili, altrimenti ogni inverno saremmo sott’acqua).

 

Questo mondo è un’isola, che si chiama, non sorprendentemente, Isola Tiberina. Eccola com’era ai tempi dell’antica Roma: una nave di marmo che seguiva con prua, poppa e fiancate scolpite nel travertino la forma di quello che in origine doveva essere un banco di fango, usato dai primi burini che ci abitavano per passare dall’altra parte.

Crolli, distruzioni, ricostruzioni; adesso c’è il grande ospedale Fatebenefratelli, la chiesa di San Bartolomeo e, soprattutto, il ristorante della Sora Lella, infilato nella medievale torre Caetani, dalla quale sporge sul greto del fiume uno di quei casottini anticamente chiamati recessi, da cui precipitavano lungo una canna senza sifone gli scarti della digestione dei castellani.

 

In questo caso, dato che ci pare (azzardiamo per amore del brivido, ma non ne siamo affatto sicuri) che detto recesso possa trovarsi sul retro di detta famosa trattoria romanesca non resistiamo alla tentazione di immaginare (sempre sperando che la realtà sia diversa) quale compost di fagioli con le cotiche o di coda alla vaccinara possa, nell’ora della digestione, scorrere lungo il tubo qui fotografato piombando dritto nelle acque del biondo Tevere. 

Intendiamoci, l’isola ha anche il suo fascino botanico che, mescolato con l’altrettanto affascinante richiamo storico delle sue pietre e sonorizzato dal mugghiare potente delle acque le dà un tono da documentario naturalistico-culturale. Roba da BBC.

 

 

Come sappiamo noi che invece di intrupparci su qualche spiaggia rimaniamo in città, d’estate l’Isola Tiberina diventa il centro di tante manifestazioni: concerti, cinema, friggitorie; insomma una quantità di faccende divertenti e istruttive, le quali, a fine ciclo si lasciano dietro strutture che, se noi che rimaniamo in città fossimo persone civili, durerebbero fino alla stagione successiva.

Invece, siccome civili proprio non lo siamo, tutto quello che è pubblico viene vandalizzato e rimane, rotto e scrostato, ad arrugginire durante l’inverno.

Ma per fortuna c’è qualcuno, nel nostro caso un ignoto pittore, che a inizio primavera è stato sorpreso a tentare (e a riuscirci) di recuperare una serie di pannelli scassati con l’uso paziente di pennelli e vernice.

 

Ne è uscita una serie di quadretti floreali che noi abbiamo ammirato come meritavano. 

Però sul retro di uno di questi il nostro artista, probabilmente stremato dalla sua missione di civiltà non è riuscito a trattenersi e ha lasciato questa breve ma sentita dichiarazione.

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N° 527 - Momenti di stupore

Oggi, ultimo giorno di aprile, dopo aver ben mangiato e ben bevuto in terrazza da amici, decidiamo di perfezionare la giornata con qualcosa di culturale.

Le cinque del pomeriggio: l’ora giusta per il primo stupore, che è di tipo magico. Il sole è già abbastanza basso dietro l’abside di S. Maria in Campitelli: siamo pronti per il miracolo barocco. Entriamo in una grande navata tutta bianca e grigia, con sul fondo il trionfo d’oro dell’Altare Maggiore.

 

E’ così ricco che sbalordisce; questo è sempre il fine della scenografia barocca: sbalordire. Ma noi stiamo parlando di stupore: vogliamo di più. E allora avviciniamoci all’altare, e quando siamo a pochi passi alziamo lo sguardo: in alto, proprio sopra l’arco dell’abside c’è una finestra ovale che, se uno non sa, neanche la nota.

Invece il miracolo sta proprio lì. L’abside è orientata verso il tramonto. In quella finestra c’è un’apertura nella quale sono murati, in croce, due frammenti di una colonnina tortile romana. Il sole che cala penetra l’alabastro di cui sono fatti; poi, mentre scivola lungo le scanalature, aggiunge fiamma e oro al translucore del marmo e provoca questa che davvero è magia, perfino per noi che sappiamo tutto sull’illuminazione elettrica.

 

Figurarsi l’impressione su un ingenuo fedele di quattrocento anni fa abituato al massimo a un mozzicone di candela. 

Rimaniamo pure a Piazza Campitelli, entriamo alla Galleria Mattia De Luca dove si inaugura la mostra: “Il tempo sospeso”, ed ecco, dopo il precedente ribollire di splendore barocco, arriva il secondo stupore, che è di tipo moscio.

Le bottigliette monocrome e monotone di Morandi!

Siamo consapevoli del baratro nel quale stiamo per essere precipitati da tutti coloro che considerano quello di Giorgio Morandi un “nome gigantesco dell’arte italiana tanto noto quanto amato…che porta a quelle al tempo stesso rarefatte e solide, delicate e forti composizioni di oggetti tra i più banali e umili della quotidianità” (parole della presentazione).

Da sempre per noi (ecco di cosa ci stupiamo, sentendo in ogni caso il bisogno di ribadire il nostro rispetto per la scelta dell’artista, per la reazione della critica e per l’universale amore del pubblico) guardare una natura morta di Morandi provoca l’appiattirsi di qualsiasi emozione, sostituita dalla noia di osservare (non vitalizzati da subbuglio artistico) la rappresentazione, a nostro parere “banale e umile”, di quegli “oggetti tra i più banali e umili della quotidianità” come li descrive il testo.

Probabilmente abbiamo torto a non capire l’artista e a non condividerne l’universale successo, e, ripetiamo, ci stupiamo della nostra incapacità; ma forse potremmo anche avere ragione.

 

Per fortuna, “De gustibus…”

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N° 526 - Sciocchezzuole ai Fori

La settimana scorsa, due piccole mostre ai Musei Capitolini, oggi altre due ai Mercati Traianei Evidentemente la coincidenza con l’inaugurazione della Biennale d’Arte di Venezia, dove, a quanto ci raccontano si tratta quasi solo di giochi e giochetti da ragazzi, ha fatto un po’ perdere l’equilibrio agli organizzatori di “Synesthesia”.

In un casottino di legno è sistemata una grande sfera di garza con un buco. Se ci si guarda dentro un obiettivo cattura l’occhio e lo riproietta all’interno della sfera con un sottofondo musicale di scarso impatto.

Tutto qui. La didascalia di accompagnamento naturalmente dice molto di più: ”Synesthesia è una collezione coreografata di organi umani proiettati, stratificati e sovrapposti in una maglia unificante” eccetera, eccetera. Boh!

 

Uno dei custodi ci ha confermato il nostro “boh!” e ha aggiunto: “Semo troppo vecchi pe’ capì ste cose!”

L’altra mostricina è più divertente: “1932 – l’elefante e il colle perduto” e racconta per immagini il ritrovamento, durante i lavori mussoliniani di costruzione della Via dell’Impero, fra i nobili resti di monumenti romani, di un cranio di elephas antiquus, completo di una bella zanna di un paio di metri, esposta per la meraviglia dei visitatori.

Anche qui le didascalie, meno pompose, descrivono (il colle perduto è la Velia, un’altura di pochi metri che bloccava il passaggio verso il Colosseo, eliminata durante gli scavi) la scoperta.

E fra i reperti esposti c’è addirittura il baule dove sono state conservate fino a oggi, in fondo a qualche magazzino comunale, queste ossa antiche

Non vogliamo fare i bacchettoni e lamentarci che in nobili istituzioni come i Musei Capitolini o i Fori Imperiali non si debbano ospitare eventi minimali, se non addirittura giocosi.

 

Anche perché a impedirci questo pensiero reazionario ci si affaccia in fondo al cervello la considerazione che in luoghi ben più lussuosi dei musei testé citati, edifici brulicanti di marmi colorati, bronzi dorati, capolavori d’arte, colonne colossali e cascate di acqua calda e fredda, cioè le Terme del periodo di massimo lusso dell’Impero, in mezzo a tutte queste meraviglie, dicevamo, si aggirava, venti secoli fa, una bella ammucchiata di romani in mutande. Quindi…

Quindi, stiamo calmi, anche perché, volendosi consolare con qualcosa di più maestoso, costruito con una materia più nobile della garza, frutto di talenti a noi sconosciuti, ma di evidente livello, basta girare l’occhio verso un angolo qualsiasi di questi saloni.

 Dovunque la storia recuperata ci fornisce anche solo con il frammento di un architrave della Basilica Ulpia, caduto a terra durante qualche terremoto dell’oscuro medio evo, la testimonianza di un passato glorioso di gusto e ricchezza.

 

 

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N° 525 - Attoniti e increduli

Martedì 12 aprile; ci sono da vedere ai Musei Capitolini un paio di quelle piccole mostre che servono a ricordare al pubblico che la grande vecchia casa che le ospita esiste e respira ancora: “I co-lori dell’antico” e “Cursus honorum”.

E’ una bella giornata e lungo la cordonata che sale al Campidoglio (alla quale siamo arrivati rischiando la pelle) ci accolgono la statua di Cola di Rienzo, la facciata dell’Aracoeli, il palazzo dei Conservatori, sede del museo, un rigoglioso glicine in fiore e un ombù, che è l’albero nazionale argentino, di cui non riusciamo a spiegarci la presenza sul primo colle di Roma. E non è l’unico fatto che non riusciamo a spiegarci, ma ci ritorneremo.

Piazza Venezia, centro della città, imbuto e sfiatatoio di importanti percorsi turistici e commerciali, come tale sede di un infernale carosello di traffico che si avvita in un flusso terrificante, è molto grande e isola come il fossato di un castello i principali monumenti della Roma antica, medievale e moderna.

Il fatto è che per arrivare alla chiesa dell’Aracoeli, per arrivare al Campidoglio, dove c’è il Comune di Roma, per arrivare ai Musei Capitolini, per arrivare all’Altare della Patria, per arrivare al Museo del Risorgimento, per arrivare al Foro Traiano bisogna attraversare questa violenta slavina di traffico, oltretutto male illuminata di sera.

 

E non c’è un solo semaforo che rallenti i veicoli e dia una minima sicurezza ai pedoni. E ci sono pochissimi attraversamenti su strisce che definire scolorite è poco. Il resto è terra di nessuno.

E allora si assiste allo smarrito raggrupparsi di turisti (e anche di cittadini altrettanto impauriti) i quali, usciti dai musei o dalla chiesa o semplicemente a spasso per affari loro, con gli occhi pieni di arte e magari, come è loro diritto, con la testa fra le nuvole, ai piedi della scalinata e della cordonata si serrano come gruppi di antilopi terrorizzate dalla carica del bus-rinoceronte che rischia di travolgerli.

 

L’unica possibilità è un atto di supremo sprezzo del pericolo e buttarsi, sperando che il mondo su ruote abbia un po’ d’attenzione per te.

Certo, sopravvivendo, quello che si trova nei saloni in cima al colle merita il rischio: da quanta roba bella c’è, esposta a volte con quella mancanza di solennità ufficiale che rende la visita un’avventura personale, intima, emozionante.

Ma questo perché deve succedere?

Ci troviamo in un luogo che concentra tutto il capitale di bellezza, di arte, di storia di Roma. Una miniera d’oro, letteralmente, il cui sfruttamento non richiederebbe particolari capacità, o grandi investimenti economici, o lampi di genio, perché è tutto lì a disposizione di tutti, sotto il sole e il famigerato ponentino.

Basterebbe solo renderlo meno pericoloso, ovvero più civile.

E siccome nessuno lo fa, ci nascono in testa due pensieri opposti, e sono quelli che ci rendono attoniti e increduli.

Il primo, di tipo complottistico-mafioso, ci dice che ci dev’essere sotto una qualche manovra che serve a portare in tasca a qualcuno qualcosa, frutto di questa perseverante immobile cialtroneria. Sconsolante e francamente quasi inaccettabile, ma almeno dà spazio a un, anche se perverso, ragionamento.

Il secondo, che annulla il primo, è più tragico perché non offre salvezza. Eccolo condensato in una sconsolante citazione, non ricordiamo da chi, ma terribilmente aderente alla nostra situazione e a chi ne deve essere responsabile.

 

Mai attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità.

 

 

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N° 524 - Figli dei Fiori in Villa

E’ finito l’inverno; sole tiepido, piante in boccio e uccellini cip cip. Ci sentiamo figli dei fiori, un bel po’ di anni in ritardo, ma agguerriti.

E cosa fa un figlio dei fiori? Tutto quello che non farebbe un borghese. Malgrado ci abbiano detto che non c’è quasi niente da vedere (siamo furbi, a noi non ci imbrogliano!) decidiamo di andare lo stesso al museo di Villa Farnesina.

Lì ci sarebbero tre cose importanti. La sala delle prospettive di Peruzzi: quasi inaccessibile. La sala di Galatea di Raffaello: decisamente proibita, in quanto, insieme all’altra, ma di più, è sotto restauro (chissà se con il Superbonus 110%.)

 E, al piano terra, la loggia di Psiche che, invece è nostra. Ce la guardiamo ben bene e, naturalmente, rimaniamo debitamente colpiti dalla magnificenza degli affreschi, dipinti dalla mano dei suoi allievi ma su disegni del grande maestro Raffaello.

Poi facciamo quello che qualunque figlio dei fiori farebbe in un museo come questo: usciamo all’esterno, dove la natura sostituisce le opere d’arte.

 

Il giardino è in realtà un bellissimo agrumeto, di cui ecco un campione che non siamo in grado di identificare: un mandarino? Un pompelmo? Un arancio? In ogni caso bello, colorato e succoso. 

Rientriamo ma continuiamo a guardare dalle finestre. Stavolta la nostra attenzione è tutta per il magnifico cedro che ci stupisce attraverso la massiccia inferriata del pianterreno.

Nell’itinerario di visita (quello borghese, non quello alternativo) è prevista la salita al piano di sopra, dove sappiamo che ci aspetterebbe la magica sala di Galatea, capolavoro assoluto del rinascimento.

 

Ma, come già detto, la Galatea è in restauro e non ci riceve: è colpa sua e allora siamo a posto con la coscienza: possiamo continuare a svolazzare da bravi farfalloni primaverili.

Ed è quasi del tutto inavvicinabile, perché impacchettata per il restauro, anche la Sala delle Prospettive. Stesso sgravio di responsabilità per noi. I tendoni ci permettono solo di sbirciare i graffiti lasciati da qualche insolente Lanzichenecco durante il sacco di Roma proprio sul cielo di uno dei panorami romani dipinti sul muro. 

Li hanno decifrati, questi blasfemi scarabocchi, e c’è scritto: “1528 – perché io che scrivo non dovrei ridere? I Lanzichenecchi hanno fatto scappare il Papa”.

Come vandalismi non andavano per il sottile neanche allora.

Però, perché stupirci? In fondo erano, appunto, dei Lanzichenecchi.

 

P.S. Ci sentiamo obbligati a riferire che la invisibilità dei due saloni era doverosamente segnalata all’ingresso; ma allora, se c’è così poco da vedere, non sarebbe più carino chiudere addirittura il museo fino a conclusione dei lavori?

 

 

 

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N° 523 - Mezzo secolo fa

“Jesus Christ Superstar”. Una meravigliosa avventura di mezzo secolo fa che ci è tornata in mente leggendo il Trovaroma di questa settimana, dove si annuncia il ritorno del Musical al Sistina, messo in scena da Massimo Piparo.

Colpiti da subitanea nostalgia, ci siamo chiusi in casa a rivedere il film, a riascoltare le canzoni, e ci è franato addosso il mezzo secolo passato.

Noi c’eravamo, allora, e non è che non ci fossimo accorti di vedere e ascoltare qualcosa di nuovo, di bello. Eccome se ce n’eravamo accorti, anche perché gli attori erano come noi, magri, capelloni, giovani. Il macigno che ci schiaccia è sapere, adesso, che stava accadendo la storia, e noi invece, allora, credevamo che fosse solo la vita.

Non ci si accorge di viverla, la storia, mentre succede. Ci vuole del tempo e qualcuno che poi te lo dica. Solo a quel punto te ne rendi conto. E naturalmente è troppo tardi per dare ai giorni passati la stessa emozione che provi adesso a ripensarli. Tu qui, come uno scemo, perché solo ora ti accorgi del momento fantastico che hai vissuto; e guardi il te stesso di allora, sempre lo stesso scemo, perché lo stavi vivendo, quel momento, e non te ne accorgevi. E allora magari viene fuori il solito: “Ah, se potessi rinascere...” che è la cosa più stupida che si possa dire.

 

 

Invece ci sarebbe da dire qualcosa sulla musica. “Jesus Christ Superstar”, “Evita”, “My Fair Lady” sono sempre lì, collocate dalla critica colta un gradino più giù nella scala della rispettabilità musicale. La vera Opera che conta, finisce più o meno con Puccini. Seguono cosette, tipo “Il telefono” di Menotti o “Il cappello di paglia” di Rota, comunque considerate opere a pieno titolo. Un paio di cosone che invece si chiamano “Porgy and Bess” o “West Side Story”, non siamo mica sicuri in quale categoria le piazzino i professori.

Se ci sediamo un momento ad ascoltare “Don’t cry for me Argentina” e poi passiamo a “Un bel dì vedremo”, vorremmo sapere che differenza c’è. Sono tutte e due bellissime canzoni operistiche, con la stessa identica dignità musicale. Per noi l’opera continua a vivere, ormai con lo pseudonimo di musical, anche dopo essere emigrata in America; ma è sempre opera, cioè uno spettacolo popolare pieno di (belle) canzoni.

Stiamo ancora pagando le conseguenze di quella fasulla separazione, nata chissà quando e perché, fra musica seria e musica leggera che ha permesso ai parrucconi di guardare dall’alto in basso i musicisti pop (che c’erano, c’erano anche allora.)

 

I quali, appena capito come funzionava il mercato, si sono abbondantemente rifatti del disprezzo degli accademici rastrellando, alla faccia loro, soldi, successo e ragazze.

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N° 522 - Jurassic Garden

Su Via della Lungara si affaccia il sontuoso Palazzo Corsini. Sul retro dello stesso c’è un grande bellissimo giardino d’onore che una volta si allargava in un immenso parco arrampicato fino alla cima del Gianicolo. Al centro del parco la fontana dei tritoni, commissionata al povero scultore Poddi dal prepotente Cardinal Corsini, al quale non piacque e gliela pagò un decimo del compenso pattuito. All’epoca non c’era da protestare: era chiaro chi avrebbe avuto la meglio fra un Principe della Chiesa e un artista.

Era un po’ che non riprendevamo (anche per il freddo) il piacere delle nostre passeggiate in questa parte dell’ex giardino, ora promosso a Orto Botanico di Roma.

Fatti i primi due passi, l’altro giorno, ci è preso un colpo: un Neovenator Salorii ringhiava alla nostra destra, a sinistra una Tarchia Gigantea preparava un agguato, laggiù in fondo ci sbirciava un Parasaurolophus Walkeri.

Eravamo finiti nel Jurassic Garden de Trastevere.

Poi, dagli strilli di terrorizzato entusiasmo di un gruppo di bambini piccolissimi abbiamo capito che si trattava di una adunata di animali preistorici, riprodotti con grande fedeltà e piazzati in mezzo alla vegetazione con perfetta sapienza naturalistica. Titolo dell’evento: “L’Impero dei Dinosauri”, Associazione Paleontologica e Università La Sapienza. 

 

Ammettiamo, per quel che è durato, di esserci sentiti bambini anche noi.

Ma, a parte i rettili giurassici, l’Orto Botanico esiste davvero ed è pieno di sequoie gigantesche, di palme vertiginose, di piante acquatiche o carnivore, di serre in cui si contorcono cactus di ogni taglia e bizzarria. 

E soprattutto dotati di carattere: da quelli arrabbiatissimi con il loro groviglio infernale di spine, a quelli decisamente docili; così ben disposti da trasformare le minacciose armi in morbidi batuffoli di ovatta.

Proprio in fondo a una di queste serre non possiamo fare a meno di fermarci folgorati da una magnifica vasca di marmo bigio in cui cresce, senza evidentemente rendersi conto di dove ha messo le radici, un plotoncino di cactus a colonna.

Un bel cartello lì accanto ci informa che in quella stessa vasca (incredibili risvolti della storia, che solo a Roma…) faceva il bagno verso la fine del secolo diciassettesimo la regina Cristina di Svezia, all’epoca residente a Palazzo Corsini.

Date le abitudini igieniche del periodo non crediamo che la bagnarola sia stata molto utilizzata, quindi non c’è da temere nessun eccessivo logorio in questo antico manufatto artistico e funzionale.

Rimane la notizia, comunque curiosa, di un recupero storico-botanico davvero fuori del comune.

 

 

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N° 521 - Prospettive di solitudine

Si entra in un magnifico salone dalle prospettive immense; poi, cammina cammina si arriva ai piedi di una grandiosa interminabile scalinata; poi, cammina cammina si sale a uno sterminato chiostro con al centro il vuoto dello scalone. E tutto senza incontrare un essere vivente. Questo è l’ingresso al sistema di Musei dell’EUR, che comprende il Museo Etnografico Pigorini, il Museo dell’Alto Medioevo, il Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari e il Museo della Civiltà Romana.

Il tutto inserito in quei mirabili esempi di sontuose proporzioni razionaliste dell’ex E42, mantenuto in perfetto ordine da un personale di squisita cortesia, con un’organizzazione espositiva inappuntabile, un contenuto di raro interesse e a un prezzo assolutamente trascurabile.

 

Raramente ci avete letto così entusiasti, senza riserve. Beh, la festa finisce qui.

Tanto per cominciare recitiamo le esequie del Museo che, se fosse ancora in vita, sarebbe il più interessante dei quattro: quello della Civiltà Romana. Oltre ai richiami alla storia dell’Urbe, offriva alla vista, in diretta e dall’alto, un documento strabiliante: il grandissimo plastico di Roma al momento del suo splendore. L’unico elemento a nostra conoscenza (e ne conosciamo, come sanno i nostri lettori) dal quale si capisse senza bisogno di spiegazioni com’era fatta la città e dov’erano i monumenti. Niente. Tutto chiuso per ipotetici restauri, da anni.

Gli altri tre sono ancora in vita, ma sospesa.

Come abbiamo già raccontato: in ambienti che sembrano, nella loro perfezione, presi da un manuale di architettura, godibili per la loro pulizia perfetta, l’illuminazione pensata bene, il materiale di forte impatto.

Abbiamo girato per le sale senza mascherina perché sapevamo di potercelo permettere, unici visitatori in tutto l’edificio, oltre a una famigliola di mamma, papà e bambino, con i quali ci si salutava a ogni incontro davanti alle bacheche.

Ora, per noi appassionati di ogni curiosità museale, il privilegio di poter visitare da soli un’intera collezione non è cosa da poco: eravamo più che soddisfatti. Ma per una istituzione pubblica dover contare per il proprio sostentamento su un’unica coppia di visitatori in una mattinata (il Cavaliere e il bambino entrambi usufruenti di ingresso gratuito) ci è sembrata una sciagura culturale.

Di chi o di cosa è la colpa? I turisti normali, è ovvio, rimangono a Piazza di Spagna o a Fontana di Trevi a farsi il loro giretto canonico e non arrivano quaggiù (e chi potrebbe dargli torto?)

Quindi, senza interventi, questa dei quattro musei è destinata a rimanere un’iniziativa locale: di quel paesello che si chiama EUR. Certo, se continua a nascondere tutto in un’ombra colpevole, come sembra voler fare, il Comune, senza pubblicità, senza iniziative promozionali, neanche scolastiche, dove si aspetta di arrivare?

 

 

P.S. Tanto per chiarire. Quella solitaria sagoma che nelle foto si vede là in fondo, contro la vetrata, non è un visitatore: è il busto bronzeo del Sig. Pigorini, fondatore del museo.

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N° 520 - Lapidi

La lapide: uno per prima cosa pensa al cimitero, poi pensa a qualche avvenimento storico da commemorare, poi a Garibaldi, il quale avrebbe dovuto campare più di un secolo per riuscire a dormire in tutti i letti che, secondo le lapidi che lo citano, lo hanno accolto in giro per l’Italia.

No, basta passeggiare per Roma col naso all’in su (o all’in giù, secondo i casi) e ci si può sbizzarrire a indovinare l’epoca della creazione, le inclinazioni e le debolezze dell’autore o del destinata-rio dei messaggi incisi nel marmo.

 

Questo primo, per esempio, che orna il pavimento della chiesa di S. Pietro in Carcere, è così smaccatamente umile nel suo messaggio: “QUI GIACE QUEL MASSIMO PECCATORE, CHE FU CANONICO DI QUESTA CHIESA…” da risultare ridicolmente presuntuoso. “Era talmente importante da non ritenere necessario scrivere il suo nome!?”

Qui invece si chiarisce la destinazione d’uso dell’istituto (il carcere femminile di San Michele a Ripa Grande). Che è ben chiara sulla lapide: “PER REPRIMERE LA SFRENATEZZA DELLE DONNE…” Probabilmente povere ragazze costrette alla prostituzione dalla miseria, che quel morali-sta ambivalente di Clemente XII considerava meritevoli solo del carcere e non della scuola.

Ambivalente, il nostro, perché, mentre da una parte reprimeva, dall’altra aveva rimesso in fun-zione il gioco del lotto con la scusa che gli introiti di questo immorale sfruttamento del popolo gli servivano per fare opere morali.

Morali o no, fra i suoi meriti ci fu quello di iniziare la costruzione della Fontana di Trevi.

 

Mica poco.

Ecco, rimanendo sulla stessa riva del fiume, una onesta e franca dichiarazione di orgoglio professionale.

A Santa Maria dell’Orto i pizzicaroli di Trastevere comprano una bella cripta per seppellirci i soci della confraternita. L’avranno certamente pagata una rispettabile cifra e, giustamente, si fanno pubblicità con una scritta sul marmo a grandi caratteri.

 

Niente di male, anche perché nella stessa chiesa molte sono le lapidi simili, dedicate ognuna a una associazione di onesti e umili lavoratori: i fruttaroli, i vignaioli, i vermicellai, i pollaroli, eccetera eccetera

Siamo al Borgo medievale di Ostia antica. Vicino alla chiesa di Sant’Aurea, appoggiata a un muro c’è questa fronte di sarcofago che ricorda la defunta Tutilia, il di lei padre, la di lei madre e poi, qui deve esserci sotto una tragedia a fosche tinte, perché il nome, o i nomi che seguivano nell’originale sono stati violentemente scalpellati (è la damnatio memoriae di epoca romana) per can-cellarli dal ricordo dei vivi. Cosa mai sarà successo?

Con quest’ultima sprofondiamo nella pomposità postbarocca dell’epoca. Certamente far scolpire ogni lettera di ogni parola costava qualcosa, eppure, anche solo per regolamentare l’immondezza in città, quale esagerazione di parole; quanti illustrissimi e reverendissimi sprecati, e quante ripetizioni dello stesso concetto, quando sarebbero bastate due righe: “Vietato gettare immondezza. Multa di 10 bajocchi”!

 

 

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N° 519 - Riscatto

“La miseria privata è riscattata dalla ricchezza pubblica”.

Sono anni che giriamo per insediamenti arcaici, per siti romani e greci, per borghi medievali, per città barocche e settecentesche. Dovunque ci si trova di fronte allo stesso fenomeno che si ripete nella storia dei secoli, espresso dalla piccola frase piena di enorme significato che appare qui sopra.

Prima di arrivare all’appartamento con acqua corrente, servizi igienici e riscaldamento di oggi la gente ha abitato in capanne di fango e paglia, poi in sgangherate catapecchie di legno col tetto che faceva acqua, poi magari in case di mattoni, ma senza vetri alle finestre e con la latrina in cortile.

 

Eppure già tremila anni fa, al centro delle capanne c’era il nuraghe, costruito con macigni che ancora oggi stanno in piedi a rappresentare l’orgoglio del popolo e del re. Le capanne sono scomparse e il nuraghe è ancora lì.

Poi sono venute le case costruite con materiali scadenti, senza servizi, che spesso si sbriciolavano in incendi disastrosi provocati dai tossici bracieri, l’unica forma di riscaldamento.

 

Ma in mezzo a loro c’era il tempio, innalzato su immani colonne monolitiche: anni di lavoro per centinaia di uomini che si sacrificavano per estrarle dalle cave, trasportarle per mare e per terra e tirarle su per l’orgoglio del popolo e del re.

E poi, nell’oscuro Medio Evo, di nuovo tutti nelle capanne, ma di nuovo il simbolo del potere era presente: il castello, per costruire il quale i contadini lavoravano a turno senza compenso se non quello rappresentato dall’orgoglio (e la sicurezza) di tutti.

Ma non solo il castello era l’orgoglio del popolo; anche la cattedrale, spesso eretta accanto ad esso per fornire rassicurazione allo spirito: un altro simbolo maestoso, possente, a contrasto con la precarietà del quotidiano, appunto limitato a un rozzo giaciglio, un tetto sconnesso, un focolare fumoso e la solita, antiigienica latrina, covo di parassiti e infezioni.

Insomma, peggio stava il popolo, più sontuosi e lussuosi e ricchi e imponenti erano i simboli del potere pubblico: quello del principe, quello del sacerdote, quello del Dio onnipotente e quello del Re, altrettanto onnipotente, spesso proprio appoggiandosi al suo nome. E, in fondo, anche quello del popolo.

Poi per fortuna è cambiato tutto, almeno per una porzione privilegiata dell’umanità. E riuscendo finalmente a dormire comodi e caldi a casa nostra, a lavarci nel nostro bagno, a mangiare abbastanza e a curarci, non abbiamo più avuto bisogno di gratificarci con i monumentali salvaspirito grazie ai quali, prima, ce la facevamo a non affondare nel fango quotidiano.

Certo, se non fosse stato per questo fango da combattere a suon di edilizia simbolica (e quindi: grazie allo scomodo passato dei nostri antenati) oggi non avremmo niente di bello con cui riempirci gli occhi.

 

E invece…

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N° 518 - La musica fa miracoli

Anche il più calmo di noi si può sentire stuzzicato a superare i propri limiti. Vi presentiamo un argomento che di sicuro può fare da miccia. Basta un’occhiatina a questa pagina del supplemento Medicina di Repubblica di qualche giorno fa per capire di cosa stiamo parlando.

 

L’articolista racconta dell’abituale presenza del pianista (nonché biologo cellulare) Emiliano Toso e del suo strumento in una sala operatoria di Roma durante gli interventi di procreazione assistita con l’innesto di embrioni fecondati. Benissimo: che un po’ di musica possa mettere a suo agio il chirurgo è un fatto, ma quello che si accenna, anche se con molta prudenza, nell’articolo è che la musica stessa, e precisiamo, con il la del pianoforte accordato a 432 Hz (come all’epoca di Mozart), potrebbe convincere l’embrione ad attaccarsi meglio all’utero. Ecco, questo ci avvicina ai limiti di cui sopra.

In passato abbiamo letto di mucche che producevano più latte e di qualità migliore se nella stalla era diffuso, diciamo, Beethoven invece che Wagner.

Abbiamo sentito raccontare di una certa lattuga che cresceva più rigogliosa in una serra sonorizzata, anche se i giardinieri non avevano ancora scoperto se era meglio la classica o il rock.

Stupefacente. Ma la musica è un fatto di cultura, di studio, di consapevolezza; perfino l’uomo primitivo quando sbatteva insieme due pietre ricavandone un ritmo, non lo faceva a caso. Ci metteva dentro cervello, cuore e anche un pizzico di tecnica.

Quindi la prima domanda, ovvia, che viene in mente è: dove ha studiato la mucca per capire e soprattutto apprezzare la differenza fra Beethoven e Wagner; e come fa la lattuga a sentire la musica se le orecchie non le ha. E, se è per questo, non ha neanche l’elaboratore centrale, altrimenti noto come cervello. E non ce l’ha neanche l’embrione: anche se magari da grande diventerà un famoso critico musicale, per ora è solo un grumo di cellule.

 

Galline, pecore, cavolfiori e vongole, come riescono a distinguere fra una serie di vibrazioni organizzate, che sono musica, e un Black and Decker che produce anche lui vibrazioni, che però musica non sono?

Se invece le balzane teorie che abbiamo appena esplorato avessero un fondamento, sta a vedere che il bum bum dei bassi nella disco music, che in genere marciano sui 60 battiti di metronomo (più o meno sincroni al ritmo cardiaco di una persona media) e che ci tormentano dai locali sotto casa nelle più accese notti di movida, potrebbero rivelarsi un valido sostituto del pacemaker.

Bisognerebbe appurare se i ventricoli e le coronarie riescono a sentirli e soprattutto capirli, questi bum bum.

Sarebbe una bella svolta nella cardiologia.

 

 

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N° 517 - Politically correct

“Di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha già sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di giocatore perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e con le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni dei malati che raramente si salvavano, più spesso morivano, proprio a causa del ricovero.

Si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona; diventa perfino santo nonché patrono dei malati, degli infermieri e degli ospedali, tanto è vero che ce n’è uno dedicato a lui, proprio a Roma. Fine della storia.

Questo bel tomo è Camillo De Lellis e questa bella coppia (scheletro + manichino) è proprio lui in (come si usa dire) carne e ossa. La carne è naturalmente finta, le ossa pare che invece siano proprio le sue. 

A tutti visibile nella chiesa di S. Maria Maddalena. Fino a poco tempo fa in una teca a due livelli, sapientemente progettata, con, al ripiano di sopra, in penombra, la sua perfetta figura in cera. La testa appoggiata su due candidi cuscini, il corpo avvolto in un sontuoso mantello, i piedi calzati in scarpe dall’aspetto forse un po’ troppo moderno (sembrano mocassini inglesi).

A quello di sotto, la sorpresa: brillantemente illuminato, ecco lo scheletro completo, ben composto e lucido, del suddetto. Come avranno fatto a ritrovarselo in così buone condizioni?

 

Seguendo, ci scommettiamo, la ricetta in uso a quei tempi per ricavare preziose, incorruttibili reliquie di santi o imperatori. Non esitavano a buttarli (da morti, si spera) in un pentolone e a farli bollire finché tutta la carne si staccava lasciando l’osso spolpato, presentabile e venerabile. Un pollo da brodo.

Siamo ripassati recentemente da quelle parti: tutto cambiato. Anche in chiesa regna il politically correct. Niente scheletro, che potrebbe fare impressione a qualcuno; solo il pupazzo perché tutti devono stare tranquilli.

C’è da chiedersi in quale armadio di quale sacrestia finiranno tutti quei bei teschi di marmo, quei bei femori incrociati di bronzo, quegli scheletri affrescati, quelle clessidre in evidenza che la Chiesa ha finora distribuito con grande generosità dovunque era possibile piazzarli come memento per i fedeli che “tempus fugit” e non si scappa: prima o poi ci tocca a tutti.

 

 

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N° 516 - Riassegnazione storica

La torre del fiscale appena fuori città in direzione sud est è un bell’esempio di riassegnazione storica accompagnata da una ripida, anche se non rapida, discesa del livello di destinazione.

Si parte dal nobilissimo acquedotto Claudio, simbolo di una grandiosa missione, apportatore di acqua salubre per la città, sospeso su decine di maestosi archi in tufo, in seguito diroccati perché l’Urbe era stata fatta morire (anche di sete) dai barbari che la assediavano, proprio con il taglio degli acquedotti.

Qualche secolo dopo, ormai persa la sua funzione sanitaria e sociale, ma non la superba robustezza architettonica, la struttura, da apportatrice di salute, viene riassegnata alla funzione di controllore della paura che nel medio evo si sostituisce alla tranquilla e civile pace romana.

 

E prende la forma di una torre di vedetta, costruita sugli archi del Claudio che più tardi verranno incrociati con quelli del Felice, per sorvegliare le mosse dei briganti che all’epoca infestavano la campagna romana, pronti a uccidere per rubare ai contadini, più poveri di loro, una pecora, un sacco di castagne, mezzo barilotto di pessimo vino.

Altri anni di buio e paura e la terra intorno a Roma diventa sempre più una landa desolata piena di malaria e priva di vita. Nelle vecchie fotografie in bianco e nero dell’agro romano, fino all’inizio del ‘900, non si vede un albero, al massimo qualche filare di carciofi: tutto tagliato per alimentare i focolari dei pochi, poverissimi abitanti. Una miseria estrema, uno squallore senza fine, reso più malinconico dal confronto con le rovine della passata grandezza. 

Ancora anni e la storia continua ad accanirsi su quella landa malarica e pelata. Dopo l’ennesima tragedia, la seconda guerra mondiale, parte l’ultima grande migrazione che porta a una nuova riassegnazione di ruolo della torre e soprattutto dell’acquedotto. Ce la raccontano quelle tristi pareti imbiancate a calce alla sua base: sono i muri delle catapecchie in cui si sono ammassate per anni, fino a non molto tempo fa, le famiglie degli sfollati, reduci dai bombardamenti e dalla carestia che ogni guerra si porta dietro.

Questi poveri padri di famiglia, arrivati dalle campagne con grappoli di figli famelici, si fermavano ai margini dell’abitato e, dove trovavano un muro a cui appoggiare le altre tre pareti e il tetto, ci si costruivano la baracca.

 

In mezzo alla campagna gli unici muri ancora solidi a disposizione erano quelli dei pilastri degli acquedotti, e i soffitti erano gli archi.  E, come vediamo in questo avanzo di abitazione per fortuna ormai abbandonato, quei poveri straccioni riuscivano perfino, scavando nelle pareti, a ricavarci delle dispense: misere nicchie cariate dove ammucchiare su scaffali inventati le quattro stoviglie e le scarse provviste della loro precaria cucina. 

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N° 515 - Buona condotta

Dove ci eravamo lasciati? Ah sì, il 18 dicembre con la conclusione del processo e la condanna di Roma per il reato di leso cittadino.

Beh, è passato un mese e con l’anno nuovo ci siamo messi alla caccia di qualche testimonianza di buona condotta da parte della Rea Roma.

Arriva l’occasione con la mostra “Giacomo Boni – L’alba della modernità” al Foro Romano e al Palatino.

 

Ci ricevono all’entrata i simboli riconosciuti dell’antichità romana: il marmo e l’acanto. Sole quasi primaverile e foglie di un bel verde tenero. La mostra è in onore dell’archeologo che, pur fra molte contestazioni, tirò fuori da sotto terra una buona parte della storia di Roma. Vari sono i luoghi dove è ricordato: il Tempio di Romolo, quello di Venere e Roma, mai visto finora, e il convento di S. Francesca Romana, convertito in museo con una ricca esposizione di pezzi trovati negli scavi, più la proiezione di un interessante ma discutibile documentario di immagini, didascalie e suoni sul lavoro di Boni (secondo una sua dichiarazione, giudicato demenziale dai contemporanei).

Insieme all’ammirazione dobbiamo confessare di essere caduti vittima di un bieco sentimento di invidia nei confronti del Professore, il quale, nei molti anni in cui scavò fra le rovine, non solo trovò conferme alle sue ardite teorie, che è una bella soddisfazione, ma riuscì anche a farsi allestire uno sciccosissimo studio dentro l’Uccelliera Farnese (ricostruito nella mostra, con belle opere di Cambellotti e Sartorio) e a impiantare un magnifico roseto, in mezzo al quale c’è la sua sobria tomba.

 

Insomma, a fine visita dobbiamo ammettere che dall’ultima volta, neanche troppo tempo fa, abbiamo trovato tutto molto più curato, pulito e bene organizzato. Nuovi spazi aperti, lavori in corso che fanno ben sperare per il futuro e ampi settori dei giardini Farnese ben curati, erba rasata, fiori freschi e perfino una grande fontana funzionante, con musica di Beethoven in sottofondo. 

Tutto bene? Certo, ma che Serpente sarebbe il Cavaliere se non avesse tenuto da parte alcune osservazioni leggermente avvelenate per concludere la sua relazione? Eccole.

 

Proviamo a entrare. Gli accessi all’area sono quattro (teoricamente). In realtà da due si esce soltanto: Salara Vecchia e San Gregorio, da un altro, Colonna Traiana, si entra, sì, ma guai a volere tornare indietro, non si può, neanche morti, perché il percorso è a senso unico e il ritorno al mondo contemporaneo avviene solo attraverso un cancelletto a metà di Via dei Fori Imperiali. Nel quarto, Arco di Tito, l’unico funzionante a doppio senso, c’è naturalmente una coda chilometrica. Tutto questo, ci hanno spiegato, è a causa dell’emergenza virus. Malgrado la giustificazione il nesso ci sfugge.

Comunque siamo dentro e qui ecco un altro problema: la musica di sottofondo del video, che, montato con bei filmati d’epoca alternati a didascalie in stile, avrebbe potuto rimanere muto; invece è appestato dal primo all’ultimo fotogramma da quel tipo di musica genericamente definita arcaica (che ne sappiamo noi nel duemila di com’era la musica degli antichi romani?): pifferi, arpe, archi senza vibrato, tamburelli e crotali. Insopportabile, anche perché il video passa in loop e non è possibile sfuggire al tormentone acustico.

E concludiamo in bellezza con questo campioncino di inglese maccheronico, condimento che non manca quasi mai nei piatti, spesso appetitosi come questo di oggi, che ci offre la Sovrintendenza. (Possibile che negli uffici non riescano a trovare qualcuno che sappia le lingue, disponibile a buttare un occhio sui cartelli prima di esporli?) 

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N° 514 - Buon Natale

Il Cavalier Serpente augura BUON NATALE 2021 E BUON ANNO 2022

 

Ci sentiamo fra un po’.

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N° 513 - Cold Case - Sentenza: Roma è colpevole

La corte ha emesso il verdetto. La città di Roma è riconosciuta colpevole di leso cittadino. Lesioni gravi ma per fortuna non si tratta di omicidio. Da quasi trenta secoli si ripete il miracolo: la par-te lesa non soccombe. Nessuno è mai riuscito a capire come, ma il cives romanus sopravvive sempre a tutti gli attentati che la sua città organizza contro di lui.

Avremmo un’ipotesi per definire la strategia che permette questa sopravvivenza ad oltranza del romano: la rinuncia. A cosa? A reagire alle provocazioni.

E allora, emesso il verdetto, vediamo, a costo di ripeterci, di elencare qualcuna di queste provocazioni. Ne esce una lista imprevedibile, fantasiosa, fatalistica.

 

Pochissime parole. Bastano le immagini.

Lungotevere Aventino. Dietro una esile cancellata, esposto alla pioggia e, come si vede, all’attacco di muschi e licheni, giace un deposito di marmi antichi con il quale si riempirebbe facilmente un museo.

Fra questi, imponenti i frammenti di una vasca di granito egiziano larga un buon cinque metri. Più cornicioni, lapidi, stemmi e come si diceva una volta, anticaglie varie.

 

 

Palazzo Madama, Senato della Repubblica. Oltre a una camionetta dei carabinieri, a tutela della sicurezza dell’edificio contro eventuali assalti del popolo infuriato c’è una bellissima elegante cancellata di acciaio brunito, che può essere chiusa in ogni momento dagli stessi carabinieri, ma che normalmente rimane aperta.

 

E in che modo viene mantenuta aperta questa brunita cancellata, costantemente sotto gli occhi dei turisti che affollano la contigua Piazza Navona? Con un’elegante catena di acciaio altrettanto brunito? Macché: all’uopo basta un pezzo di cavetto da antenna TV annodato alla bell’e meglio che quando serve si scioglie in un attimo, altro che catena!

Fontana di Piazza Monte Grappa. Un originalissimo mascherone in travertino rappresentante la Dea Roma, opera di Igor Mitoraj, con l’acqua discendente a cortina dalla fronte lungo il volto, offerto anni fa dalla Confindustria alla città di Roma.

 

Il travertino è poroso e, bene innaffiato, ci ha messo solo qualche settimana a ricoprirsi di muschio, dopodiché si è rotto il tubo e l’acqua ha smesso di scendere. Il muschio è rimasto, si è annerito e intanto è morta, non innaffiata, la siepe piantata intorno al bacino, che è diventato presto un immondezzaio, pieno di cartoni vuoti di Tavernello. La Dea Roma ringrazia per il trattamento, i barboni brindano e la Confindustria stupisce in silenzio.

Terme di Traiano, Parco del Colle Oppio. Qui prima c’era la Domus Aurea di Nerone, poi Traiano ci ha costruito le sue terme, poi c’è stato un bell’intervallo di più di un millennio e finalmente è arrivata Roma Capitale con l’urbanizzazione, seguita dal Ventennio durante il quale si è creato il parco.

E poi, altro che i secoli bui, c’è stato il vero abbandono e adesso tutta la zona è un parcheggio di poveri extracomunitari che ci vivono come bestie e ci seminano i loro rifiuti.

Osservare questa bella fossa riempitasi nel tempo di: marmi pregiati, vestiti stesi ad asciugare, stracci abbandonati, sacchi da immondizia, immondizia sciolta sparsa con cura sull’area e, questo non si vede ma si sente sul posto, una gran puzza.

 

E si potrebbe continuare…

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N° 512 - Cold Case - Negligenza: Quinta Udienza

C’è un elemento che racconta meglio di tutti la storia di una strada romana: i solchi delle ruote che sono passate per secoli sulle stesse pietre lasciando le loro cicatrici.

Appia Antica. Qualche anno fa. Sole a piombo: solite cicale, solito profumo di pini e mentuccia. Verso il quarto miglio, una squadra di operai e un piccolo escavatore meccanico. Cosa fanno? Un cartello ce lo dice: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Bell’idea. Ci fermiamo a guardare i braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, solo che parlano tutti rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è portato a sottigliezze sul significato dei solchi nel basolato, di sicuro nessun sovrintendente ha pensato a dare le opportune istruzioni, fatto sta che i basoli sono estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, però così come capita. Nel tratto già lavorato le pietre ci sono tutte, ma il mancato recupero del loro ordine fa perdere completamente il racconto dei solchi che non seguono più il disegno originale. Forse non proprio criminali, ma negli-genti di sicuro. Immaginiamo il turista informato e curioso nel vedere su quei massi questi solchi puntati in ogni direzione: “Come si fa a dire che tutte le strade portano a Roma?”

 

 

Dai giornali: “Santa Bibiana ha perso un dito!” A proposito di Santa Bibiana, ci eravamo sor-presi tempo fa di trovarla fuori di casa sua, e precisamente nella grande mostra di Bernini alla Galle-ria Borghese: “…abbiamo visto per la prima volta un non finito berniniano (convinti fino a oggi che questa tecnica fosse un’esclusiva di Michelangelo), e precisamente la statua di Santa Bibiana, prove-niente dall’omonima, oscura chiesa dalle parti di Piazza Vittorio, dove stava infilata in una nicchia, quindi senza bisogno di mostrare il didietro, rimasto grezzo”. 

Durante il viaggio di ritorno dev’essere successo qualcosa perché adesso la mano alzata della santa si ritrova senza un dito. Del quale, sempre secondo la stampa, non si sa chi ce l’ha, magari a pezzi, e se sarà possibile riattaccarlo. Insomma, c’è trepidazione in proposito.

 

Ma si può perdere un dito firmato da Bernini?

Una volta a queste eventualità ci pensavano prima: c’era una precisa procedura, una vera e pro-pria assicurazione contro i danni da viaggio.

Erano quegli antiestetici rinforzi, lasciati intatti nel marmo originale, che imbruttivano le statue ma ne proteggevano le parti delicate durante i trasporti.

Poi, una volta arrivati a destinazione, i sostegni erano eliminati e scomparivano. Diciamo che magari la responsabilità di scalpellarli senza fare danni era grossa, tanto è vero che fra le dita di questo papa ce li hanno lasciati, come in moltissime altre statue, anche del periodo romano, forse perché altri viaggi erano in previsione, o forse semplicemente per mantenere attiva l’assicurazione contro eventuali negligenze successive.

La cosa curiosa è che, anche se   corpi estranei alla scultura, questi tronchetti di marmo ci sono ormai entrati nell’occhio e bisogna ammettere che non danno neanche troppo fastidio. Potere dell’abitudine. Comunque è sicuro che se Santa Bibiana avesse avuto questi antiurto non le sarebbe successo niente di brutto.

 

 

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N° 511 - Cold Case - Scandali: Quarta Udienza

Siamo arrivati a oggi e non è cambiato niente.

Primo scandalo: I Marmi Torlonia.

Come sempre Roma non si smentisce e ci stupisce. L’ingresso alla mostra, quella appunto dei Marmi Torlonia, è nel meraviglioso giardino di Villa Caffarelli al Campidoglio, chiuso da anni, finalmente riaperto, ripulito e riordinato. C’è un bel solicello di ottobre con un’aria tersa e una vista da cartolina su tutta la città.

Una bulimia di imperatori, ninfe, satiri, uno più bello dell’altro, con il pregio aggiunto di un accurato restauro e fresca pulizia, quindi niente veli di polvere, ragnatele e ombre sui ritratti, che tra-smettono, candidi, la loro capacità di raccontare le persone. Come non rimanere colpiti di fronte al realismo di questo busto di vecchio, anche se nemmeno sappiamo chi è?

Ecco come i ricchissimi capostipiti Torlonia, neanche due secoli fa, avevano trovato il modo di diventare i maggiori collezionisti di Roma: finanziavano con grandi somme i discendenti (bisognosi e di solito del tutto incapaci di amministrarsi) delle altre nobili e più antiche famiglie, e nel momento in cui questi si trovavano in difficoltà per la restituzione, si facevano saldare in palazzi, terreni e raccolte d’arte. Prestito finalizzato all’accumulo artistico compulsivo.

Non molto corretto, ma non arriveremmo a definirlo uno scandalo: in fondo si trattava solo di finanza disinvolta. E soprattutto nessuno finiva realmente sul lastrico.

Il vero scandalo è il furto di bellezza che abbiamo subito tutti noi nei troppi decenni in cui questi capolavori che vediamo oggi sono rimasti sepolti vivi insieme al resto della collezione Torlonia (di cui sono una piccola parte) nei sotterranei di uno dei palazzi di famiglia.

Quello di Via della Lungara, destinato dagli antenati a museo per ospitare i marmi, che i furbi discendenti hanno invece rinchiusi in cantina, perché il palazzo lo hanno ristrutturato, ricavandone una moltitudine di civettuoli appartamentini, inopportuni ma certo di ottimo reddito.

 

E noi lo sappiamo bene perché anni fa, prima che si trasferisse a Trieste, proprio lì andavamo a trovare l’amico Lelio Luttazzi, che ci abitava e ci diceva: “Ascolta gli uccellini in giardino, senti che tranquillità”. Certo che era tranquillo, con tutti quei cadaveri in cantina.

Secondo scandalo: Porta Maggiore.

Ad Spem Veterem, era il nome della zona di Roma imperiale dove arrivavano, si mescolavano, si scavalcavano, si intrecciavano la maggior parte degli acquedotti che portavano in città una quantità esagerata di acqua dai colli a sud est, correndo sotto terra, su ponti, su arcate, con un insieme, ancora in parte visibile, di affascinanti strutture architettoniche.

 

Bene, questa stazione di arrivo e di incrocio delle acque antiche è oggi Piazza di Porta Maggiore, un clamoroso insieme di archi trionfali, pilastri di tufo, mura Aureliane, spechi visibili fra i mattoni, basolato antico. Insomma, quello che potrebbe essere un parco archeologico assolutamente unico. 

Solo che, ecco lo scandalo, si è permesso che il monumentale incrocio degli acquedotti si facesse ingarbugliare in un gomitolo di auto, moto, bus, tram e trenini, alcuni dei quali vetusti quasi quanto le mura sotto cui passano, fischiando ancora come le vaporiere dell’ottocento.

Poteva anche uscirne una esemplare convivenza di antico e (quasi) moderno. Invece la piazza è diventata una specie di anticamera urbana per extracomunitari indigenti e sottoproletari nostrani, un limbo male frequentato, e ridotto più o meno a una discarica.

 

Gli archi della porta sono, per fortuna, ancora in piedi ma svettano in una prateria selvaggia, da film western, attualizzato dai soliti, ubiqui cartoni di vinaccio.

Tutto intorno un infernale carosello di traffico puzzolente che a sua volta isola angoli altrettanto puzzolenti, albergo di luride cucce dove dormono, mangiano, evacuano in totale libertà esemplari di quell’umanità dolente che sempre si ammucchia ai margini della città, di una città che una volta era imperiale e adesso, da quelle parti, è solo banale.

 

(Ci sentiamo però in obbligo di aggiungere che è possibile che davanti a quei marmi ci si faccia abbagliare dal mito di venti secoli fa. Forse anche allora era come adesso: traffico intenso - di carri e buoi, se non di auto - straccioni e miseria diffusa. Ma noi non c’eravamo e le puzze non le sentivamo).

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N° 510 - Cold Case - Crimini: Terza Udienza

Imputata oggi è la Chiesa.

Si comincia con gli acquedotti, e in particolare il Claudio, che è di sicuro il più maestoso e bello di tutti: una perfetta opera d’arte ingegneristica messa insieme con massicci conci di tufo tagliati tanto bene che ancora adesso quelli che rimangono sembrano saldati e non ci si infila una formica, figuriamoci uno scalpello.

Passa un secolo, ne passa un altro; gli archi, per quanto ben costruiti, cominciano a vacillare ed ecco rendersi indispensabili i muri di rinforzo in mattoni e malta che ne rovinano l’estetica ma li tengono in piedi.

Man mano che il mondo imbarbarito diventa sempre più miserabile, quei massi tagliati così bene si trasformano in un ghiotto bottino per tutti. E allora, vostro onore, il reo, la Camera Apostolica che ne è diventata proprietaria, prende la brutta abitudine di vendersi un arco di qua, due di là, al migliore offerente, che naturalmente li smantella da cima a fondo.

I rinforzi di mattoni, inutilizzabili, rimangono ma i bei tufi cominciano a scomparire con destinazioni varie, più o meno nobili.

Ed ecco la prova definitiva della grande rapina: un tratto della struttura, dove gli archi originali sono scomparsi lasciando la loro impronta in negativo sui muri di emergenza costruiti per sostenerli, su cui si vede ancora il disegno dei tufi così ben tagliati e poi strappati via.

 

Un lavoro di giganti sbriciolato da insolenti implacabili formiche. 

E adesso riparliamo di colonne, perché anche loro non hanno finito di soffrire. Diventate stipiti d’ingresso alle chiese, la loro meravigliosa superficie lucidata da pazienti carezze di passati marmisti (anche loro poveri schiavi, probabilmente) è stata nei secoli trapanata senza la pietà cristiana che avrebbe meritato per infilarci i sostegni di cancelli e portoni. Chiusure che naturalmente nel tempo cambiavano forma e misura, per cui giù nuove perforazioni senza neanche pensare di otturare le vecchie (qui siamo a S. Vitale a Roma).

 

Altre colonne finivano affettate per lungo e interrate a segnare il limite sacro. Certo che marcare l’ingresso nella casa del Signore è un nobile compito, ma poteva anche essere affidato a pietre comuni. Il fatto è che siccome bastava scavare nei dintorni per trovare una colonna bell’e pronta, allora, evidentemente, la tentazione diventava troppo forte…

E poi, specialmente dopo la furia moralizzatrice scatenata dal Concilio di Trento, sono partite le spedizioni punitive contro qualsiasi accenno a nudità e, Dio ne scampi, esibizioni di attributi genitali, perfino del genere dichiaratamente inoffensivo proprio a putti e angioletti.

 

E qui, sfiorando il ridicolo con l’obliterazione materiale dei succitati attributi tramite pennello e scalpello, la smania iconoclastica della chiesa ha fatto non pochi danni a pitture e statue (pensate alle braghe imposte al Giudizio Universale di Michelangelo e date un’occhiata a questo povero putto mutilato e rattoppato di Santa Maria dell’Anima) senza salvare, ci scommettiamo, dal fuoco dell’inferno neanche l’ultimo dei peccatori.

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N° 509 - Cold Case - Crimini: Seconda Udienza

Quasi mai gli riusciva a quei poveri inconsapevoli delinquenti del Medio Evo di concludere bene le loro imprese ignoranti; e alla fine, per sgraffignare un pezzo di marmo, distruggevano tutta una facciata.

Eh già: visto che non avevano la tecnologia per recuperare una colonna sana per poi riutilizzarla magari in una chiesa, l’alternativa era buttarla giù e se si rompeva tanto peggio.

 

Qui, al Tempio di Antonino e Faustina al Foro, c’è mancato poco. Appena sotto i capitelli delle magnifiche colonne monolitiche di cipollino, di sicuro costate il sudore e magari la vita di chissà quanti schiavi, avevano già scalpellato i solchi per farci passare le corde, così che non scivolassero, per poi aggiogarci un paio di buoi e tirare giù tutto.  Dev’essere successo un imprevisto se non ci sono riusciti. Chissà quante altre volte è finita diversamente, almeno a giudicare dai mille frammenti che riempiono Roma.

E non è che alle statue andasse meglio. Il museo Centrale Montemartini è pieno dei dolenti cadaveri di Bacchi, Apolli, Mercuri di squisita fattura ed eleganza suprema ritrovati in pezzi e poi ricomposti.

E dove li hanno trovati? Nel parco rinascimentale di Villa Rivaldi, di fronte alla Basilica di Massenzio, quando l’hanno eliminato per fare Via dell’Impero.

Proprio così: spaccati a colpi di mazza per servire, come materiale inerte, da riempimento ai muretti delle aiuole. Insomma l’arte che non era già finita bruciata nelle calcare la buttavano nel pietrame, tanto per fare massa.

Per giudicare un delitto ormai prescritto bisognerebbe identificare i rei. Vediamo. Da una parte c’erano i committenti: signorotti dell’epoca buia, ma anche abati o commercianti arricchiti a cui interessava solo occupare uno dei tanti spazi liberi in mezzo alle rovine della grandezza classica e farsi il palazzetto, il monastero, la bottega, arraffando e riutilizzando a casaccio tutto quello che trovavano nei dintorni.

Dall’altra i muratori, in fondo colpevoli solo preterintenzionali (che ne sapevano di arte?), ai quali bastava avere una pietra da mescolare con la malta, e neanche si accorgevano che quel sasso era un braccio, un piede, una mano.

 

Intendiamoci, più tardi arrivarono anche nobilastri o cardinali che invece di accontentarsi delle discariche storiche non esitarono a demolire i monumenti imperiali ancora in piedi per rapinare qui una colonna, là un ricco cornicione con cui adornare il palazzo di famiglia o la basilica.

E già che c’erano, queste brave persone ci provavano anche a recuperare i magnifici dischi di marmo che coprivano i pavimenti, per esempio del Foro della Pace, naturalmente spaccando tutto. Perché, come si può immaginare di estrarre un fragile tondo di due metri a colpi di martelli e scalpelli senza mandarlo in briciole?

 Per fortuna che con i relitti di questa catastrofe, parecchi secoli dopo degli abili artigiani trovarono il modo di comporre infinite serie di geometrie giocando con i colori e le forme. Erano nati i pavimenti cosmateschi.

Rimane il doloroso pensiero di quanto ha perso l’arte nel barattare un intero perfetto disco di pavonazzetto con un mucchio, anche se abbondante, di sassolini colorati, ma che ci possiamo fare?

 

 

Continua alla terza udienza.

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N° 508 Cold Case - Crimini: Prima Udienza

Immaginiamo i resti di Sherlock Holmes e Watson intenti a scambiare due chiacchiere seduti in poltrona (in realtà sono due scheletri di canguri preparati in un modo che ci è sembrato molto simpatico e utile per il nostro discorso nel Museo di Zoologia di Roma),

Di cosa potrebbero discutere i due criminologi ridotti all’osso se non di crimini? Antichi, naturalmente, e contro l’arte.

Si tratta purtroppo di delitti ormai caduti in prescrizione perché è passato troppo tempo. Ma le prove sono ancora in giro, dappertutto, a farci rabbrividire. E dobbiamo anche aggiungere che i casi da esaminare sono talmente tanti che probabilmente ci serviranno più di due udienze.

 

Degli investigatori non ci dobbiamo preoccupare: possono aspettare senza alcun bisogno di riposo o di generi di conforto. E allora cominciamo.

A piazza del Popolo c’è un bellissimo obelisco, in un primo tempo scippato agli egiziani, portato a Roma e piazzato nel Circo Massimo da Augusto, e fin qui, nessun danno. Ma poi, nel 546 dopo Cristo. Totila entra con i suoi cattivissimi Goti a Roma, la sottopone a uno dei tanti sacchi che ha subito prima e subirà dopo, ma in più rispetto a quello che hanno fatto gli altri stupratori, si prende cura di far buttare giù tutti gli obelischi della città, tranne quello vaticano, che stavano ancora in piedi nelle spine dei circhi o davanti ai mausolei.

Ordina anche di fare in modo che nella caduta si spezzino in frammenti e finalmente, e qui sta la perfidia vera, si assicura che gli spigoli dei pezzi vengano accuratamente spizzati dai suoi scalpellini in modo da arrotondarli e rendere diabolicamente difficile rimetterli in piedi.

Mille anni dopo Sisto V lo rialza, con gli angoli molto mal restaurati soprattutto per l’uso di un granito diverso, per la pessima lucidatura e per la rozzezza delle figure e dei geroglifici imitati molto male dagli artigiani di Domenico Fontana. Ma almeno sono di nuovo in piedi.

A testimonianza dei fatti criminosi, ecco un brano da “Gli obelischi di Roma”, una cronaca scritta da Monsignor Michele Mercati, protonotaro apostolico, nel 1589: “…nel guardare gli obelischi mentre si cavano dalle ruine di Roma, si conosce chiaramente essere stata particolare industria e pratica nel guastarli: si vede che gli obelischi sono stati rotti in almeno tre pezzi, tra i quali quello più grosso, mediante gli scantonamenti, è stato fatto tondo al fine che non si potessero più drizzare.”

 

Questi barbari!

 

Un altro bello scherzetto lo hanno combinato gli straccioni del Medio Evo, alla disperata ricerca di metallo.

Non c’era più la tecnologia per scavarlo, non c’erano strade né navi per trasportarlo, e allora: idea! Trapanare forsennatamente tutti i monumenti romani, che come si sapeva erano innalzati senza malta, pietra su pietra, arco su arco, il tutto tenuto su dalla gravità e da staffe di metallo inserite dentro il muro.

E allora via di scalpello. La mano d’opera costava pochissimo, il tempo non contava, quindi era economicamente conveniente ricavare il metallo scavando un buco in ogni giuntura, un buco che distruggeva tutto all’intorno, ma tanto l’idea di risparmiare un sasso solo perché era bello non era neanche concepibile in quell’epoca di desolata miseria.

Così hanno bucherellato tutto il Colosseo da cima a fondo, e tantissimi altri edifici antichi. I quali comunque, per il solo fatto di non essere crollati, vuol dire che erano costruiti molto bene.

 

Come abbiamo detto all’inizio, il reato è prescritto, gli imputati sono irrintracciabili, ma noi seguitiamo a presentare le prove.

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N° 507 - Hanno cominciato loro (Replica dal passato)

Roma G 20, fine ottobre 2021. Un presente nerissimo. Tutti a colpevolizzarsi: io produco più fumi, tu distruggi le foreste, lui stermina gli animali. Siamo sull’orlo del baratro. Anzi siamo all’ultimo minuto prima di mezzanotte, poi l’inferno. Tutta colpa nostra. Perdono, perdono… Intanto, nelle pause, i Grandi se ne vanno a fare i turisti alle Terme, al Colosseo.

Beh, duemila anni fa, quanto a danni per l’ambiente, Roma era peggio della Cina.

Le Terme. Girare fra le costole di questo fossile storico è un’esperienza totalmente opposta a come doveva essere entrarci nel terzo secolo.

Il turista si nutre, oggi, di quel silenzio pieno di storia e suggestione, di mattoni corrosi dal tempo e fioriti di capperi, del canto di cicale al sole che danno un senso pieno di nostalgico raccoglimento alla visita.

Invece ci dobbiamo immaginare le millecinquecento persone che riempivano, allora, gli enormi saloni facendo tutti insieme il bagno, la depilazione, i massaggi, la ginnastica, litigando di politica e di sport, vendendo e comprando di tutto: insomma, per citare Seneca, attendibile cronista dell’epoca, nelle terme c’era un “chiasso infernale”.

Le Terme di Caracalla: uno fra gli stabilimenti pubblici più grandi di Roma, sono anche un monumento allo spreco e al disprezzo, o forse solo all’inconsapevolezza ecologica, specchio, insieme agli anfiteatri, del periodo più orribilmente splendido dell’Impero Romano.

 

Certo: statue magnifiche riempivano ogni angolo, marmi colorati incrostavano le pareti (spaccati a mazzate mille anni dopo per farci i pavimenti cosmateschi delle chiese medievali), colonne immani sostenevano le volte altissime, poi crollate liberandole dal loro peso e permettendone il trasporto in piazze rinascimentali per servire di base a madonne o granduchi.

Tutto questo è vero, ma è anche vero che giù, nell’infernale labirinto sotterraneo lavoravano e morivano migliaia di schiavi per fornire l’acqua calda ad altrettante migliaia di fannulloni romani che passavano le giornate a divertirsi al piano di sopra in uno dei posti più formidabili di tutta l’antichità.

I tanti forni che mandavano avanti le terme bruciavano decine di tonnellate di legna ogni giorno e sappiamo che in città di stabilimenti simili, anche se non tutti così grandi, ce n’erano parecchi.

Ovvio che questa follia ustoria finisse con il pelare delle loro foreste prima le pianure intorno a Roma, poi i colli del Lazio, poi praticamente tutta l’Italia. Desertificata per far sguazzare al caldo una folla di lazzaroni.

E gli spettacoli circensi? Una calamità quasi biblica.

Ok i duelli dei gladiatori: il genere umano si riproduce abbastanza velocemente. Un po’ peggio le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, perché presentare lo sbudellamento di persone in forma di sadico spettacolo davanti al pubblico non sembra davvero una cosa carina né corretta. Comunque il cives romanus non si è estinto.

Quello che invece le caccie figurate e i combattimenti fra animali selvaggi finirono col provocare fu l’estinzione degli ippopotami in Nubia, dei leoni in Asia, delle giraffe in Libia e così via per un gran numero di altri animali. Massacrati per far divertire altre moltitudini degli stessi lazzaroni sulle gradinate del Colosseo.

Certo, poi uno si incanta davanti alla potenza di queste strutture, rimaste nude dei marmi ma non della loro maestà, e dimentica tutto il resto perché quello che vede è sempre l’immagine grandiosa di Roma.

 

Ma non venite a dirci che prima era meglio, perché non è proprio vero.

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N° 506 - La fettina di marmo (Replica dal passato)

Quelli di noi che erano bambini durante la guerra, si ricorderanno di quando il cibo era sempre più scarso e la fettina di salame da mettere nel panino si faceva ogni giorno più sottile fino a diventare una velina, grazie al virtuosismo delle mamme che riuscivano a dare la merenda a quattro fratelli con quello che prima bastava sì e no per uno.

Lo stesso è accaduto nei secoli bui fino al rinascimento e al barocco, solo che non si trattava di salame, ma di marmo.

Il marmo colorato, bello, raro, che durante l’impero affluiva a Roma in quantità strabilianti: pilastri potenti, colonne monolitiche, architravi massicci, e poi, un po’ sepolto, un po’ bruciato per fare calce, un po’ usato come riempitivo per le fondamenta di palazzi e catapecchie o semplicemente vandalizzato, era diventato sempre più difficile da trovare, proprio come il salame degli anni di guerra.

E così successe che, perduti gli indirizzi delle cave d’origine, scomparsi i mezzi di trasporto per mare e per terra, abolita la schiavitù che metteva a disposizione una forza lavoro illimitata, si cominciò a fare, come si usa dire, di necessità virtù, cioè a riutilizzare quello che ci si trovava sottomano, anzi, di solito sotto i piedi.

Nel riuso, le prime a fare le spese di questa nuova economia obbligata furono le colonne: bei cilindri compatti che bastava affettare come il salame di cui sopra per avere i più variati tondi di infinite misure e colori con cui assemblare tombe principesche, ornare troni papali o geometrizzare sontuosi pavimenti, come questo in S. Agostino (dove è appena finito un radicale, bellissimo restauro. Fortemente consigliata una visita).

 

 

Siamo certi che le fette di marmo, cipollino nel caso di S. Agostino, fossero ancora abbastanza spesse (a quell’epoca le colonne si trovavano abbondanti); ma poi, aumentata la richiesta e diventata più scarsa la disponibilità, cominciò la frenetica corsa al taglio sempre più sottile e virtuosistico, perché ogni sbaglio era irreparabile per l’impossibilità di sostituire il materiale.

Così, se oggi uno entra in una qualsiasi chiesa barocca, le cui pareti, gli altari, gli stipiti sembrano di marmo massiccio e, senza farsi vedere dal sagrestano, si azzarda a picchiettarci sopra con le nocche, si accorge dal suono che le lastre colorate saranno sì e no dello spessore di un cartoncino.

Insomma, con un unico pilastro antico romano ben segato e lucidato si riusciva a rivestire praticamente tutto l’edificio.

Con l’eccessivo uso, molto mal digerito dagli appassionati competenti perché considerato di grande volgarità, del cosiddetto taglio a macchia aperta: la pratica di segare e risegare una lastra di marmo seguendone le venature, per poi montare le sezioni in modo da ottenere un naturalistico-fantastico disegno romboidale (in pratica una macchia di Rorschach minerale).

Ulteriore imbarazzante abiezione nel setteottocento: la scagliola, di cui ci sono esempi sulle colonne di S. Maria sopra Minerva. Si trattava di tritare frammenti non altrimenti utilizzabili di marmo colorato, farne una pasta e poi spalmarla sulla muratura e lucidarla a imitazione del vero materiale: roba da poveracci.

 

E poi, ma forse non meriterebbe neanche una menzione, l’intonaco dipinto a finto marmo di San Carlo al Corso. Le nozze coi fichi secchi.

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N° 505 - Caro Dio

 “Caro Dio, spero tanto che tu possa proteggere me e la mia famiglia…”

Meravigliosa questa richiesta nel suo indirizzarsi familiarmente al Supremo sul foglio di un qua-derno che sta a disposizione dei fedeli presso la tomba del gesuita padre Felice Cappello, insigne professore di diritto canonico ma soprattutto confessore affettuoso di fedeli, nella chiesa di S. Ignazio.

 

“Apparteneva così poco a sé stesso, anzi niente, ed era istrumento degli altri e per gli altri, da vivere con la pratica persuasione che tutti avessero diritto di ricorrere a lui, di spremere quanto volevano e finché volevano da lui”. Alate parole per ricordare questo sacerdote così umile in una delle più sontuose e colorate chiese di Roma, sotto quel soffitto affrescato in una prospettiva strabiliante dal pittore gesuita Andrea Pozzo, chiaramente concepito per stupire il fedele.

Questo contrasto di povera semplicità e sfarzo lo troviamo non solo nelle chiese di Roma, ma in tutta la città, in cui si affiancano palazzi stupendi e miserabili stamberghe. Basta affacciarsi su Piazza Navona venendo da Corso Vittorio. Il sontuosissimo Palazzo Braschi a sinistra, il più modesto ma sempre raffinatissimo Palazzo Torres a destra, e poi a metà strada ecco il Vicolo della Cuccagna, un vero diverticolo del ventre rognoso della citta, degnamente ornato dalla Locanda della Cuccagna, una catapecchia che sembra uscita dal più cupo Medioevo. Ma piace tanto ai turisti.

 “Cara Sovrintendenza”, (questo non è più un ingenuo fedele che scrive, ma il Cav. Serpente in persona) “spero tanto che tu mi possa spiegare perché ieri mattina alle undici ho trovato il museo di Palazzo Altemps chiuso; e non era lunedì”.

Ho fatto il giro del palazzo in cerca di una spiegazione: niente; l’unico annuncio ai fedeli (dell’arte) che ho visto è stato questo ineffabile cartello appiccicato sul portone sbarrato che dà una serie di stupidi, ovvii, superflui suggerimenti: “state attenti alle scale e alle soglie, non portate scarpe con tacchi troppo alti e neanche infradito” ma dimentica l’informazione più necessaria: l’orario di apertura e chiusura del museo.

Ma niente paura: quello che non arriva dalle istituzioni lo forniscono i dipendenti, talvolta perplessi ma sempre gentili.

 

Appurato da un guardiano che si entra alle due, torniamo nel pomeriggio e ci facciamo un giro in quello che a nostro parere è uno dei meglio concepiti musei di Roma. Palazzo magnifico, bene il-luminato, con bellissime, selezionate e poche, soprattutto poche opere, in modo da non cadere vitti-ma di bulimia d’arte (come succede ai Musei Vaticani).

Ma se ci salviamo dall’indigestione, una coltellata al cuore ci stende ogni volta che capitiamo nella sala dove è esposta questa meravigliosa Lucilla (la figlia di Marco Aurelio), di sicuro scambiata per una dea pagana e quindi debitamente sfregiata a colpi di mazza da qualche fanatico cristiano, di quelli che, appena diventata abbastanza forte la loro religione, si erano scatenati a distruggere tutto ciò che ricordava il passato, o che era semplicemente bello (da leggere il molto istruttivo e molto or-ripilante “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey). 

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N° 504 - Cose che voi umani...

Oggi è sabato, finché dura il bel tempo si passeggia e mentre si passeggia capita di vedere, ma anche di pensare, ricordare, e decidere di recuperare cose che voi umani…

 

Umorismo dell’ATAC, di sicuro involontario.

A Roma esistono tre grandi cimiteri, Verano, Prima Porta e Laurentino, visitati nel fine settima-na da parenti e amici che vanno a fare il loro dovere.

Bene: l’azienda trasporti cittadina, con lodevole rispetto per le esigenze degli utenti, ha istituito questa linea speciale che, solo il sabato e la domenica, collega i tre cimiteri.

I bus di questo servizio portano sul display la sigla C3 che ovviamente si riferisce ai tre C(imiteri) collegati.

 

Però, forse non fidandosi troppo delle capacità mentali degli utenti, il titolista ci ha tenuto a chiarire bene la natura del trasporto. Capiranno proprio tutti?

Paternalismo cattolico. Nella chiesa di S. Agostino c’è una scultura che esce dalla sua cornice. E’ il barocco al massimo della sua spettacolarità. Transetto sinistro, cappella di S. Tommaso da Villanova. Il gruppo marmoreo, di Ercole Ferrata, si affaccia sull’altare. Il Santo, mollemente avvolto nella sontuosa veste, con la mitra in testa, si sporge illanguidendosi in una posa un po’ effeminata mentre lascia cadere una moneta nella mano tesa di una mendicante, bellissima e ben vestita, in piedi più in basso e fuori della nicchia, con un bambino attaccato a un seno perfetto, anzi, appunto, marmoreo. In realtà sappiamo bene che all’epoca i poveri erano tutti una crosta e ricoperti di stracci e in quanto a seni marmorei…

 

Trasuda da questa opera un paternalismo offensivo da parte del committente, Santa Madre Chiesa, che si fa bella della propria benevolenza. Il risultato estetico è sublime; il resto non ci dovrebbe interessare?

Batticuori. A proposito di cuori e batticuori c’è una teoria che affascina e un po’ spaventa. Sostiene che i cuori di tutti gli esseri viventi sono programmati per battere, in totale, più o meno lo stesso numero di volte prima di fermarsi. E questo determina la durata della vita di ognuno.

Quindi se il cuore di un elefante batte 30 volte al minuto, quello di un uomo 60, e quello di un criceto 420, significa che la vita di un uomo dura la metà di quella di un elefante, ma sette volte quella di un criceto. Naturalmente, e per fortuna, questo non è più vero, perché noi abbiamo scoperto la penicillina, e l’elefante e il criceto no. Solo adesso, però. Qualche secolo fa il rapporto doveva essere proprio quello.

 

                   

Antichissime cazzate. Incontriamo un bel gruppo di Hare Krishna e prepotente ci emerge dalle viscere un richiamo al “Dizionario della Stupidità” di Piergiorgio Odifreddi, recentemente regalato-ci. E’ un alfabetico, completo, trionfale compendio di definizioni che ci trovano pienamente d’accordo, fra le quali siamo stati indotti dal nostro sprezzo del pericolo (abbiamo conoscenti che a queste cose ci credono, e probabilmente perderemo qualche amicizia) a scegliere la seguente.

“NEW AGE - La new age non è altro che la riesumazione di antichissime cazzate dissotterrate in seguito al revival di una superstizione: quella che gli antichi, soprattutto orientali, avessero già capito tutto”.

 

Amen.

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N° 503 - Problemi ricorrenti (Replica dal passato)

Ci rifacciamo a un nostro articolo di dieci anni fa, il 2011. Dieci anni dopo o dieci secoli prima i problemi si ripresentano uguali, evento dopo evento; magari cambia la tecnologia, ma loro (i problemi) sono sempre lì che ricorrono.

 

12 maggio alla Domus Talenti, una bella idea per una rassegna organizzata dal pianista Sebastiano Brusco; si chiama Musica e Arte e abbina l’esecuzione di un brano classico alla pittura di un quadro, partendo dalla tela bianca; a disposizione del pittore non un minuto di più del tempo di esecuzione del brano stesso. I protagonisti: l’eccellente Brusco al piano, Natàlia Benedetti al clarinetto (di lei abbiamo apprezzato particolarmente, oltre alla padronanza delle chiavi, anche il muoversi disinibito del corpo, da jazzista. Raro fra i musicisti classici che di solito sono imbalsamati) e Giancarlino Benedetti, pittore e omonimo ma non parente. Una serata molto piacevole per la bontà dell’esecuzione, il pennello divertente e divertito del pittore, più la squisitezza della torta e dei vini offertici nel giardino.

E il problema? Eccolo: l’amico pianista dilettante.

A fine concerto l’atmosfera molto familiare dell’occasione suggerisce a uno sconsiderato seduto in prima fila (un amico, ci dicono, ma di quelli di cui è meglio non fidarsi, aggiungiamo noi) di impadronirsi, mentre brindiamo, della tastiera, sulla quale si mette a pestare i soliti temi di colonne sonore. E’ stato lì a imperversare per un quarto d’ora adulato da un gruppo di sciocchi che lo acclamavano: “bravo professore!” invece di cacciare a pedate un dilettante così maleducato da sporcare con gli scarponi il tappeto elegante tessuto precedentemente dai tre professionisti sulle trame di Saint Saens, Poulenc, Bernstein.

 

Ecco perché noi siamo in favore della formalità dell’esecuzione classica. Così si evitano siffatte scivolate. 

15 maggio. Chiesa di S. Ignazio. Una delle più grandi e sontuose chiese di Roma, il soffitto magnificamente affrescato da Andrea Pozzo con almeno mille metri quadrati di prospettive folli. C’è perfino una finta cupola, dipinta magistralmente per sostituire la cupola vera mai realizzata per esaurimento dei bajocchi (siamo nel ‘600). Naturalmente, e qui ci tocca ripeterci, ma chissà che non serva a qualcosa, lungo tutti i cornicioni ci sono proiettori elettrici puntati direttamente verso il basso, sui fedeli, i quali, alzando gli occhi restano abbagliati e vedono poco di quello che invece meriterebbe. Dirette verso l’alto, al contrario, queste luci creerebbe la suggestione del cielo luminoso e della terra in penombra. Questo semplicissimo trucco (puntare in su invece che in giù, non costa un cent) temiamo che i parroci non lo capiranno mai.

La musica. Una cosa grandiosa, come dimensioni: la Passione di Domenico Bartolucci. Coro gigante, grande orchestra diretta da Michele Manganelli, entrambi ottimi, più due solisti vocali. Questi ultimi al microfono.

E il problema? Eccolo: l’acustica e l’elettricità

Ed è un problema di distanze. Il suono viaggia lentino, l’elettricità invece va velocissima, quindi le voci dei solisti che corrono sul filo, uscendo da altoparlanti proprio accanto a noi che stiamo seduti in fondo ci arrivano una frazione (ma avvertibile) di secondo prima dell’orchestra che invece viaggia nell’aria per conto suo lungo gli oltre ottanta metri della navata. Spiacevole effetto di sfasamento. Peccato perché l’acustica della chiesa, come si sa, anche se penalizza gli strumenti percussivi, ingrandisce l’orchestra e soprattutto il coro rendendone magnifica l’eco. Una piccola pecca, ma avvertibile. Il resto: perfetto.

 

16 maggio: Lo spettacolo musicale “Briganti emigranti”.  In scena una formazione robusta: quattro coriste-soliste, quattro coristi-solisti, una ritmica, anche questa fatta di solisti, di tutto rispetto, e di tanto in tanto le apparizioni di quella cometa luminosa che è Pietra Montecorvino. Una voce, un carattere, una presenza strabilianti. Padrone di casa Eugenio Bennato, gentleman napoletano, autore e interprete egregio di taranta.

E il problema? Eccolo: il folklore.

 

Duecent’anni fa Rossini diceva di Wagner: Wagner ha dei minuti addirittura sublimi, però ha dei quarti d’ora terribili. Ecco, così è la taranta. Appena la senti ti fa battere le mani e saltare le gambe dall’entusiasmo. Al primo pezzo. Al secondo un po’ meno. Al quinto è già ossessione. Tutto uguale, di grande povertà armonica. Due accordi e basta. Un tempo in quattro pesantissimo con accenti sempre uguali e, naturalmente senza un briciolo di swing. D’altra parte è un ballo popolare, di una tradizione povera, quindi va bene così. Ma certo, una serata intera di taranta...Per fortuna c’era anche la Montecorvino che ha cantato qualche canzone napoletana di inizio secolo, e con lei, sì, viene fuori tutta la grande intensità di una produzione apparentemente leggera, ma invece di altissimo melodramma.

 

 

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N° 502 - Rotondità

Il seno di Paolina. Bonaparte, naturalmente; coniugata Borghese. Il pannello illustrativo dice che la ragazza, durante il suo breve soggiorno romano, con la sua “condotta disinvolta” scandalizzò tutti e fece franare il matrimonio con il principe Camillo.

Il Museo Napoleonico, uno dei pochi gratuiti della città, è benissimo organizzato, pulito ed elegante, con l’unica pecca, comune a molte simili istituzioni italiane, di un’idea di base punitiva: puoi starci quanto vuoi, girare e fotografare tutto, ma guai a pensare di riposarti un attimo. Una poltroncina, un divanetto: niente. In piedi, ché la cultura è fatica. 

Molti i ritrattini, le chincaglierie, i costumi fine sette/inizio ottocento. Niente di artisticamente rilevante. Curiosità sì, parecchie. Fra cui un calco del seno destro di Paolina fatto da quel vecchio marpione di Antonio Canova in preparazione della famosissima statua che ora sta al Museo Borghese.  

Grande scultore il nostro, di sicuro; ma nulla ci toglie dalla mente che, con la scusa dell’arte, con le sue modelle un po’ ci marciasse. E che Paolina un po’ ci stesse.        

 

 

Il seno della Madonna. Passiamo a un argomento altrettanto intimo, ma di sicuro privo di con-notazioni peccaminose: l’allattamento.

E che seno, che allattamento! Parliamo della Madonna, del Bambinello, di anatomia e, già che ci siamo, dello stupore che ci prende all’osservare le Madonne allattanti della pittura prerinascimentale.

Sì perché i Bambinelli (spesso dipinti come adolescenti ben oltre l’età dello svezzamento, ma sempre miniaturizzati alla taglia di un poppante), stanno attaccati a sacre mammelle che, fra drappi e manti, fanno capolino da una spalla, da un’ascella, da una clavicola, in ogni caso da punti del corpo dove normalmente c’è qualcosa di ben diverso.

Forse questa indifferenza verso la realtà serviva a rendere innocua per il fedele maschio la visione di un organo che, papi o non papi, continuava a mantenere il suo richiamo più terreno che spirituale.

 

Tanto è vero che, qualche anno più tardi, questa codificazione del pudore che all’epoca non era ancora chiara né agli artisti né agli ecclesiastici committenti, fu imposta dal concilio di Trento, lo stesso che fece mettere i mutandoni ai nudi di Michelangelo nel Giudizio Universale. E da allora, nell’arte sacra, addio sensualità, se non contrabbandata da qualche artista malizioso e furbacchione (vedi Bernini, e altri) come estasi mistica.

Rotondità sono anche questi glutei antichi romani, ancorché maschili. Sono quelli del Meleagro del Museo Altemps.

 

Roba, appunto, di prima del Concilio di Trento, con il quale questo genere di rappresentazione appartenente all’eredità classica fu declassato da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa proprio perché bello) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che associava il nudo all’idea di colpevole erotismo. 

Che classe! Soprattutto se paragonati alla miserabile Spigolatrice, recente reginetta dei social proprio per merito delle sue natiche. Le quali, insieme con lei, anzi, con il suo autore, dall’arte sono uscite per entrare prepotentemente nel cattivo gusto.

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N° 501 - Sederoni in chiesa (Replica dal passato)

San Salvatore in Lauro è una bella (ma non straordinaria) chiesa inserita nel centro barocco di Roma. La sua straordinarietà non è architettonica, ma celebrativa, dovuta al suo parroco che è un ar-rabbiato, fanatico e organizzatissimo devoto di Padre Pio.

Ci siamo capitati giovedì 23, giorno di celebrazione solenne con il cardinale, la banda in piazza e sciami di fedeli altrettanto arrabbiati del loro parroco, in fila per inginocchiarsi davanti alle nume-rose reliquie in mostra nella chiesa e per accarezzare con mani tremanti l’effige del loro santo, ritratto mentre aiuta Gesù a portare la croce, in un gruppo in vetroresina (secondo noi molto discutibile sul piano artistico, non evidentemente su quello della fede) che occupa la prima cappella a destra.

 

Niente di stupefacente: le manifestazioni di devozione popolare sono infinite e si ripetono in ogni occasione e in ogni angolo della nostra città e del mondo. E non c’è indagine scientifica che basti a smentirne la veridicità. D’altra parte la fede chiede di credere, non di capire.

Solo qualche giorno prima avevamo scattato di nascosto questa foto nello stesso punto della chiesa; in corso la preparazione dell’evento.

Una foto che ci richiama immagini caravaggesche: rubata, come rubati dalla realtà sembrano i quadri di Caravaggio, e ci permette di rifarci al titolo del nostro articoletto.

Eccola: anche qui c’è un voluminoso fondoschiena in primo piano, quello del sacrestano che la-va il pavimento mentre la perpetua si occupa dei lumini. E sullo sfondo, il gruppo in vetroresina, sul quale ripetiamo il nostro giudizio, che qui, dove l’opera si vede meglio, ci piacerebbe fosse confermato dal vostro.

E passiamo dal sederone del sagrestano a quelli di Caravaggio. 

Troppi se ne vedono nei suoi dipinti, e non solo umani ma anche di cavalli (la conversione di S. Paolo). Ci colpiscono questi, da Santa Maria del Popolo e da Sant’Agostino.

Poco rispondenti alle esigenze del soggetto sacro, secondo i committenti ecclesiastici, e questo appare comprensibile; inopportuni, secondo i committenti nobili, in quanto espongono la miseria del-la povera gente, e anche questo colpisce l’occhio; irrispettosi, secondo i teologi perché con il loro messaggio troppo umano relegano in secondo piano quello religioso. Amen.

Non c’è da meravigliarsi dei continui rifiuti che il nostro artista riceveva ogni volta che consegnava un’opera.

 

Basta un’occhiata alla Crocefissione di S. Pietro: eccolo là, in mezzo a tutto quel dolore, il carnefice indaffarato con chiodi e corde e con i piedi luridi in bella vista e il sederone per aria. 

E nella meno drammatica ma sempre altamente umana Madonna dei pellegrini, ancora i piedi sudici, in questo caso anche quelli della Madonna, e ancora in primo piano il didietro dell’umile, miserabile viandante inginocchiato in adorazione di Maria. Sederoni in chiesa.

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N° 500 - Ogni chiesa una sorpresa (Replica dal passato)

Anche se non una per ogni giorno dell’anno, come dice la leggenda, le chiese di Roma sono comunque parecchie. E sono anche piene di belle cose, e di cose strane. L‘idea di andarle a cercare, queste cose belle e strane, ci stuzzica da un po’, e allora via. Prima tappa S. Agostino.

In una cappellina dimessa ci imbattiamo in un Cristo molto particolare: scuro, bruttino, rachitichello e per niente maestoso, ma dolente, proprio come ce lo ha raccontato anni fa Pasolini nel suo Vangelo.

C’è da chiedersi come mai i committenti si siano accontentati di un’opera quasi blasfema come questa, davvero fuori dell’iconografia tradizionale, secondo cui Gesù doveva essere un giovanottone biondo e muscoloso.

E anche glabro, mentre questo ha ascelle, torace e perfino addome parecchio pelosi.

 

 

Adesso scendiamo nella profonda cripta di S. Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia, una chiesa interamente pervasa di immagini (e anche di pezzi reali) di ossa, scheletri e oggettistica simbolica varia collegata, ovviamente, al suo steso nome.

Era sede di una confraternita che si occupava di recuperare e dare sepoltura ai cadaveri degli annegati e dei morti ammazzati, all’epoca abbondanti a quanto pare per le strade di Roma; e qui troviamo un documento un po’ inconsueto, se non altro per la modulistica utilizzata.

 

Si tratta di un certificato di decesso stilato non su una vecchia pergamena o su un polveroso registro parrocchiale, ma direttamente sul defunto, anzi, più precisamente proprio sulla sua capoccia.

E che dire del mezzo morto (letteralmente) che se la balla allegramente sul pavimento della Cappella Cornaro sotto gli occhi estatici della Santa Teresa del Bernini a S. Maria della Vittoria.

O forse prega? L’incertezza è d’obbligo con uno come il Cavaliere Gian Lorenzo che si faceva beffe degli interdetti del Concilio di Trento e ritraeva i suoi soggetti come gli pareva: sante al di sopra di ogni sospetto in un rapimento potenzialmente equivoco e scheletri tagliati a metà ma lo stesso scatenati in mosse di danza.

 

 

Ultimo stop a S. Andrea al Quirinale, dove bisogna arrampicarsi fino alle soffitte per vedere questo serenissimo monumento. 

E’, anzi era Stanislao Kostka, gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

Lui è di marmo nero e bianco di Carrara, lo hanno adagiato su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro, e barocchissimamente recluso per sempre in una stanzetta piena di stucchi, cornici e dorature.

 

Si potrebbe continuare…

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N° 499 - Un'astronave in periferia (Replica dal passato)

18 febbraio 2019. Lontana, in periferia, fra il GRA, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

Tutti con accento americano, efficientissimi e cortesi. Ci si sente ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.

La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli.

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che ognuno di loro sia animato da un irresistibile desiderio di comunicarci quanto è felice.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi trapuntati, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o naturalistico alla Disney: profeti, peccatori pentiti, cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

La visita guidata termina e finalmente ci fanno togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, ecco un’inverosimile costruzione che colpisce i nostri occhi esterrefatti.

Uno degli accompagnatori, anche lui in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re (con una spruzzata di Tirolo): un po’ scrostata, spigoli in pietra, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora: tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutta questa melassa ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati, anche loro esemplari ma, diremmo, in un senso tipicamente diverso.

 

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

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N° 498 - Dicesi romanista

Dicesi Romanista non solo il tifoso sfegatato della Maggica, ma anche colui che si appassiona delle cose di Roma (arte, storia, aneddotica).            

Ore 18 di martedì 31 agosto; a spasso nelle vicinanze del Ghetto, ci spunta la tentazione di passare a S. Maria in Campitelli. E’ l’ora perfetta per sbirciare una cosetta che molti, ne siamo sicuri, neanche sospettano che esista.

Dunque, dev’essere un pomeriggio senza nuvole altrimenti il prodigio non avviene; si entra in chiesa, si fa qualche passo nella penombra che sta calando, poi si alza lo sguardo il più possibile e in un finestrone ovale, in alto sopra l’altar maggiore, appare questa croce che sembra un neon fiammeggiante e invece non lo è (anche perché nel seicento il neon, fiammeggiante o no, era ancora un po’ lontano).

Niente di artificiale. E’ una delle tante invenzioni coreografiche della magica, eccessiva epoca barocca.

Ecco il trucco: l’abside è orientata verso il tramonto. In un finestrone, proprio sopra l’altare maggiore, c’è un’apertura nella quale sono murati, in croce, due frammenti di una colonnina tortile romana.

Il sole che cala illumina l’alabastro di cui sono fatti; poi, mentre scivola lungo le scanalature, aggiunge fiamma e oro alla trasparenza del marmo e provoca questo che davvero si manifesta come un miracolo. Perfino per noi che conosciamo l’elettricità.

Figurarsi l’impressione su un ingenuo fedele di quattrocento anni fa abituato al massimo a un mozzicone di candela.

 

In questo caso il romanista è felice e orgoglioso.

Ma c’è anche il romanista addolorato. Stesso giorno, di mattina, eccoci alla Centrale Montemartini, che non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità di Roma all’inizio del ‘900. Abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

 

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo, e perfino, dopo un secolo, l’odore caratteristico dell’olio lubrificante. 

Da tempo hanno inaugurato “Colori dei Romani”, una di quelle meritorie occasioni con cui un museo cerca (e spesso ne ha davvero bisogno) di ravvivare il proprio sex appeal per richiamare nuovi corteggiatori paganti.

Si tratta di tirar fuori dai magazzini, spolverare e riesporre con nuova sistemazione qualche gioiello di famiglia, oppure uno o due pezzi prestati da qualcuno del vicinato artistico. Niente di male, intendiamoci; anzi, se serve a smuovere il pubblico…

Così, dopo aver fatto un saluto ai due stuzzicanti lampioni di Duilio Cambellotti all’ingresso, entriamo e troviamo una serie di magnifici mosaici mai visti prima (tempo fa, nello stesso spazio, eravamo stati deliziati dall’invece vistissimo sarcofago di Crepereia Tryphaena con gli anellini, le collanine, la bambolina e lo sdolcinato patetismo della piccola morta alla vigilia delle nozze - una sposa bambina di due millenni fa?)

 

Ogni volta che entriamo alla Centrale noi, invece che inteneriti da Crepereia, ci troviamo fulminati da orrore, pena, smarrimento, quando rileggiamo i cartellini che documentano la provenienza delle altre mirabilissime opere di casa. 

Quasi tutte ritrovate dove non avrebbero dovuto stare.

Un Apollo fatto a pezzi a colpi di mazza, e le schegge finite in un muretto a secco nel giardino di villa Rivaldi. Un busto imperiale recuperato insieme ai frammenti di altre magnifiche statue, tutte ugualmente violentate dalla mano di selvaggi umani ignari della bellezza. E dobbiamo rallegrarci che invece di finire in una fornace per diventare calce siano stati sepolti nelle fondamenta di una catapecchia medievale o nel muro di un convento. Almeno così qualcosa ci è arrivato.

 

Intendiamoci, lo stesso è successo nel civilissimo ‘800 di Roma Capitale: tutti a scavare per costruire il nuovo, spesso scadente, nessuno a fermarsi un attimo per conservare, o almeno catalogare il vecchio, spesso splendido.

Per fortuna, finito il tristissimo inventario dell’arte distrutta, appena si esce dal museo, nel cortile c’è il sorriso garantito dalla da noi tante volte citata scaletta verso il nulla. Guardare per credere. Quello in cima ai gradini è solido muro.

 

 

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N° 497 - Un mito rianimato (Replica dal passato)

San Pietro in Vincoli non è il San Pietro vero, quello in Vaticano; ed è qui che è andata a finire (un ripiego) la tomba di Papa Giulio II commissionata parecchi decenni prima a Michelangelo, costata liti e discussioni fra l’artista, il papa e i suoi eredi, e, rispetto al progetto originale, terminata con una sistemazione di fortuna, anche piuttosto disordinata.

Nel senso che le due statue al pianterreno, Rachele e Lia sono un po’ sghembe: la seconda ha un piedistallo in più nella sua nicchia, e quindi risulta più alta della compagna. Poi, al piano di sopra, a sinistra abbiamo una sibillona molto più voluminosa del profeta sulla destra, e in mezzo c’è il papa sdraiato che sembra un pupo a cui hanno tagliato i fili.

Intendiamoci, questa è una provocazione. Perché poi, in basso, c’è quella meraviglia assoluta che è il Mosè. Sul quale non c’è mai stato niente da dire se non ammettere il proprio sbalordimento.

Oggi invece qualcosa di nuovo da dire c’è. Eccola, la novità: un restauro con pulizia e una nuova illuminazione.

A proposito del restauro, leggiamo in un articolo su Repubblica che il Prof Antonio Forcellini ha “recuperato i colori del marmo di Carrara lasciando però la patina del tempo”, il che ci appare quanto meno vago, dato che, propriamente, la patina del tempo su un marmo come il bianco statuario di Carrara è solo uno strato di sporco. E poi, quali colori, o cronista impreciso?

Sull’illuminazione invece, pare che il tecnico Mario Nanni sia riuscito a ricreare con l’elettricità l’effetto del trascorrere del giorno riproponendo i cambiamenti della luce che una volta rendeva viva la tomba entrando da una finestra in alto a destra dell’opera. Murata un paio di secoli fa, la finestra, spegnendosi, aveva spento anche la tomba.

 

Appena entrati in chiesa, il primo colpo per l’occhio è la doppia fila delle venti meravigliosissime colonne, le più belle di Roma, monoliti di marmo imezio, perforati alla base e in cima da sacrileghi ganci usati quando “in occasione delle festività più importanti i canonici le coprono con teli rossi da pochi soldi al metro per far apparire la loro chiesa la più bella possibile, così nascondendo quella che invece è proprio la parte più preziosa dell’edificio” (indignata citazione, nel suo trattato ottocentesco, di Mr Henry William Pullen, il massimo studioso inglese di marmi antichi romani; protestante e offeso delle tradizioni cattoliche papaline, primitive e irrispettose della classicità).

Passato lo sbalordimento colonnare, che ci annichila ogni volta che entriamo qui dentro, ci facciamo strada verso il fondo. La chiesa è in penombra e su tutto è disteso un noiosissimo grigio.

Eccoci al Mosè. Solita folla che viene qui solo per vedere la star e non ha occhi per il resto, che, come abbiamo detto, meriterebbe.

Pochi efficienti riflettori montati in alto ai due lati dell’arco. Il ciclo dell’illuminazione è appena cominciato. Tutto è grigio anche qui, poi un lucore rosato fa emergere il marmo che appare davvero più pulito e lucido. Il vuoto dietro la tomba, si illumina anch’esso, creando un senso di profondità.

In pochi secondi e con grande morbidezza passiamo dall’alba al mattino che avanza, e finalmente al mezzogiorno in cui il marmo brilla di un purissimo bianco; poi l’intensità degrada fino al caldo arancio del tramonto, per scomparire di nuovo nel grigio azzurrino del crepuscolo.

Il tutto in poco più di un minuto. Un po’ hollywoodiano (che male c’è?) ma di sicuro effetto emozionale il gioco delle luci, e rassicurante la meraviglia di rendersi conto di quanto bella sia la pietra pulita e di quanto raffinata la lavorazione del maestro che gioca sui vari gradi di lucidatura del marmo per consentirgli di sfruttare in modo diverso la luce ritrovata.

Davvero un buon risultato. Rianimazione riuscita.

 

Peccato che mentre i nostri occhi si nutrono del nuovo spettacolo i turisti continuino come un sol uomo a fotografare e a fotografarsi con il flash, riuscendo con questa sciocca scelta ad appiattire, insieme alle loro facce (e questo non sarebbe un gran danno), un’opera piena di movimento; e a nullificare un bellissimo e appena recuperato effetto.

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N° 496 - Cicale (Replica dal passato)

Colonia Julia Felix Lucus Feroniae

Venti secoli fa era una cittadina da niente sulla via Tiberina, oggi è a un passo dalla barriera Roma Nord dell’autostrada del sole, con un piccolo museo e una brezza che soffia costante da ponente. Non più di qualche centinaio di abitanti, ma aveva il foro, le terme, il tempio, nonché cardo e decumano lastricati dei soliti pietroni, questa volta non di selce nera, ma chiari di calcare locale.

Profumo di mentuccia e cicale. Solitudine (in questi posti poco glamour ci accorgiamo di essere quasi sempre beatamente dimenticati dai turisti) e cicale. Mentre gironzoliamo per il prato da cui ogni tanto spunta una colonna, un muro smangiato, una soglia, ci chiediamo come doveva essere viaggiare sui carri del tempo o marciare con sandali scomodissimi su queste pietre.

A questo proposito, tempo fa, dopo una passeggiata sull’Appia Antica, ci è spuntata in testa una domanda che abbiamo girato ad amici architetti e ingegneri: un’antica strada romana è una fascia di massi di pietra adagiati uno accanto all’altro su un letto di sabbia e pietrisco. Questi massi non sono mai regolari, quando sarebbe tanto più razionale tagliarli, non sul posto ma in cava, tutti uguali: quadrati, rettangolari, non importa, ma con lati e angoli coincidenti (vedere le pavimentazioni ottocentesche delle città), così da poterli installare rapidamente, in modo industriale. Le migliaia di miglia di strade costruite dai Romani erano un’industria, quindi…

Invece, uno diverso dall’altro come sono, la loro messa in opera dev’essere stata un complicato lavoro di mosaico artigianale per far combaciare sporgenze capricciose con incavi accoglienti. Insomma un lungo e lento processo da reinventare a ogni colpo di scalpello. Perché?

Nessuna risposta dagli amici professionisti, dimostratisi incompetenti. Poi, a forza di cercare, ecco la spiegazione, forse buona. Quel sistema un po’ particolare non è altro che un metodo antisismico. La tecnica romana nasce in una zona dove la gente ha imparato presto a riconoscere i capricci della terra ballerina.

 

Non vogliamo spacciarci per scopritori della soluzione; l’abbiamo trovata su una monografia di “Archeo”, dove si fa un parallelo con le mura megalitiche costruite con lo stesso sistema a incastro di pietroni, apparentemente casuale, in realtà sapiente. I massi, proprio perché sono incatenati fra loro da sporgenze e incavi, durante un terremoto non scorrono lato liscio contro lato liscio, andando fuori posto. E sulle strade, il passaggio di ruote ferrate poteva certo paragonarsi a una serie continua di mini terremoti. Ci è parso convincente.

Il Porto di Roma.                                                                    

Pochi giorni prima, in piena calura, stavamo in giro per l’antico Porto di Claudio, poi ampliato da Traiano; oggi completamente interrato. Anche qui: solitudine e cicale.

Nell’ottocento tutta la zona apparteneva ai Torlonia, un altro dei tanti accaparramenti intesi a sollevare lo status di questa famiglia straricca e straingorda. Fra gli archeologi ancora oggi si mormora che il principe Torlonia, con la sua smania di scavare in cerca di statue per la collezione di casa, abbia fatto più danni di un’orda di tombaroli.

A guardarsi in giro affiora il senso di una grandezza, forse un po’ esagerata dal tempo, delle cui proporzioni fatichiamo a renderci conto. Se si pensa che era il porto commerciale della più grande città dell’antichità si sbalordisce alla piccolezza degli spazi, evidentemente proporzionati alle dimensioni delle navi da carico, in fondo, a misurarle, poco più lunghe di una gondola.

Le operazioni portuali, allora, dovevano essere una inarrestabile frenesia, che uno può solo immaginare: formiche umane al lavoro con il loro sacco o la loro anfora in spalla, mentre ora, nei nostri timpani, non c’è che il verso delle inoperose cicale.

Suggestivo è il serpentino intrico dell’edera sui muri dei magazzini. Certo, a guardare meglio si scopre che sono state proprio le sue radici, romantiche forse, ma mortali, che hanno sgretolato le volte e fatto precipitare gli archi.

Qualcosa d’altro, fra il frinire delle cicale, ci distrae dal viaggio grandioso e funereo nel passato in cui siamo immersi: il vivifico rombo dei jet in atterraggio e in decollo dal vicino aeroporto; suggestione di altri viaggi, altri porti (aerei e non), altre genti.

 

 

Tornati a casa e ripresa la solita dimensione domestica, ci balza all’orecchio (è il caso di dirlo) una considerazione di carattere più medico che artistico. In queste nostre passeggiate archeologiche noi ci troviamo sempre in mezzo alle cicale. Niente di più naturale in estate e sotto il sole. Però, una volta seduti alla tastiera a scrivere le nostre sciocchezze, il frinire perdura. Ecco la domanda: in centro città, senza un albero nei dintorni, quello che noi continuiamo a sentire non è che, invece del verso dei simpatici insetti, è solo un molesto umanissimo acufene?

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N° 495 - Noi fra le vecchie pietre (Replica dal passato)

In un'intervista di qualche giorno fa Renzo Piano, bello, bravo e simpatico personaggio della nostra epoca, fra le altre cose parla della sua passione per la barca a vela sulla quale dichiara di rifugiarsi ogni volta che ha mezz’ora a disposizione (e mezz’ora di Piano varrà di certo qualche dollaro) per andare a cercare la solitudine in mare.

Le nostre strade sono lontane. In comune con il bell’architetto noi abbiamo l’età, non certo i gusti. Anche noi ogni tanto andiamo in cerca di solitudine. Ma in terra. Precisamente in terra vecchia. Insomma, alla possente maestà della natura selvaggia con tutta la sua prevedibile violenza preferiamo quella addomesticata dalle tracce, possibilmente secolari, degli uomini. Ecco perché invece di andarcene per mare, venti gelidi e spruzzi salati, con la garanzia di un subbuglio gastrico che rende ogni istante spiacevole, e con niente da vedere se non acqua in movimento (e qui già prevediamo la virtuosa deprecazione dei nostri amici lupi di mare) ce ne andiamo per terra.

 

Sapeste la magia del vuoto di Veio, Gabii, Lucus Feroniae, perfino Ostia Antica. Nessuno in giro, il sole che picchia, la vegetazione rada e bruciata e le pietre di duemila anni fa che spuntano nella polvere. Rivedere le colonne ancora in piedi, i cornicioni scolpiti in quel marmo bianco che nella luce incandescente diventa osso spolpato. Profumo di mentuccia, e un filo di brezza calda. L’immaginazione che viaggia come non riesce a fare sul mare. Niente manovre con gomene e sartie. Il terreno che non balla sotto i piedi, e un muretto solido su cui sedersi a riflettere.

 

A Vulci c’è un decimo di quello che si vede al Foro Romano, ma lì uno è da solo e anche se i quattro massi rimasti dicono meno che le colonne di Antonino e Faustina, almeno parlano solo a te, in una campagna dove non si vede una casa o un fienile e per arrivarci si costeggiano sterminati campi di biondo grano, ma altrettanti di pannelli solari. (Si capisce che il contadino che come è noto ha le scarpe grosse, ma il cervello fino, ha scoperto che la coltivazione dell’elettricità rende di più di quella del mais).

Uno dei nostri ricordi più squisiti è ancora oggi quello delle ore che ci prendevamo nei pomeriggi infuocati della Calabria quando, durante il Jazz Festival di Roccella Jonica, mentre musicisti e critici sonnecchiavano, noi andavamo a vagare fra le rovine di Locri Epizefiri, una città magnogreca, a pochi chilometri. Biglietteria in stile Cassa del Mezzogiorno anni ‘50, naturalmente circondata da cumuli di quella speciale e indistruttibile immondezza del sud, quasi archeologica essa stessa. Stagione dopo stagione abbiamo salutato le identiche bottiglie di birra, in identiche immutate posizioni, solo con le etichette ogni anno più scolorite, nelle cunette ai lati della strada.

Però, appena dentro: la magia. Spezzoni cariati di mura trimillennarie, fondamenta di templi e santuari, e in mezzo ai massi, trionfanti come solo loro riescono a essere, immensi alberi di fico carichi di frutti maturi da raccogliere e rimpinzarsi come bambini in vacanza, noi unici vivi in tutta quella arcaicità. Poi è chiaro che andare a farsi stuzzicare da tre ore di jazz risultava piacevole, contemporaneo e umanamente rinfrescante.

 

Chissà se potrebbe succedere anche oggi che una civiltà sia spazzata via per tanti secoli come è successo a quella romana. Probabilmente no. Troppi sono i documenti in circolazione per eliminarli tutti. Ci vorrebbe una catastrofe globale e la totale sparizione dell’umanità. In questo caso di che preoccuparsi?

 

39° all’ombra. Nascono certi pensieri…

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N° 494 - Metti, un pomeriggio avanzato

Metti, un pomeriggio avanzato. Sono ore che cammini e già fa buio. Sei stanco, scocciato, e anche un po’ confuso dalla gente, dai negozi, dalla città, e ti vuoi riposare. Magari anche riflettere in un posto tranquillo e, perché no, perfino dire una preghiera.

Che fai? Entri in una chiesa. A Roma ce ne sono tante, e belle. Diciamo che spingi la porta di San Lorenzo in Damaso, a Piazza della Cancelleria. Per essere tranquilla, la chiesa è tranquilla, e silenziosa, e soprattutto vuota. E che succede? Perché ti prende quello smarrimento infinito? Semplice, perché la chiesa è così desolatamente buia che sembra un’orrida caverna. C’è da immaginare grappoli di pipistrelli appesi là in alto, dove l’oscurità nasconde ogni cosa.

 

E allora via di qua. Andiamocene alla Chiesa Nuova, S. Maria in Vallicella: grande, barocca e piena di quadri, statue e due magnifici organi d’oro. Qui l’antro è più ampio e più sontuoso, ma sempre disperatamente buio. Si sa che ha anche un soffitto splendidamente affrescato: saperlo è un conto, vederlo un altro. C’è qualche lampada accesa, ma è stupidamente puntata verso il basso, contro gli occhi dei fedeli, che ne restano smarriti e abbagliati.

La soluzione ci sarebbe, semplice ed economica. Dov’è Dio? In alto. E dove sta il fedele in preghiera, o anche il semplice curioso di arte? In basso. E allora, invece di puntare fari da terzo grado negli occhi dei poveri visitatori, basterebbe illuminare i soffitti e le volte con luci diffuse (e nelle chiese i cornicioni per nasconderle non mancano davvero) e lasciare nella penombra banchi e confessionali. Non è che la bellezza impedisca la preghiera, anzi. Una bella casa suggerisce che il padrone ci ospiterà con stile. Non serve altro. Tranne, come sempre, un briciolo di buon gusto.

Invece no. Perché il cristiano mica è lì per divertirsi. Può, sì, provare qualche fremito artistico, che però gli deve ricordare sempre la polvere da cui viene e a cui ritornerà.

 

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N° 493 - Le Vie del Comune sono infinite (specialmente l'Appia)

Il complesso archeologico di Capo di Bove si trova in Via Appia Antica 222, un po’ più in là di Cecilia Metella. Il posto è di straordinaria bellezza, circondato da un grande giardino. Terme private in epoca romana, casale dal medio evo fino al 1945, poi moderna villa di lusso; finalmente sede dell’Archivio Cederna e museo dell’Appia Antica. I ruderi del piccolo stabilimento termale, abbandonati nei secoli, coperti di terra e poi scavati la dicono lunga sul cambiamento di alcuni fondamentali costumi dall’epoca classica in poi: prima ci si lavava spesso e con piacere, poi, avanzando nei secoli bui e con il repressivo contributo della chiesa, l’igiene diventò un’abitudine molto sospetta, addirittura peccaminosa. Alla fine su questa sana pratica cadde l’oblio, con trionfo di pulci, cimici, e pestilenze. 

Non lontano da qui c’è l’Appia Antica Caffè, un delizioso locale rallegrato da un ulivo secolare sul davanti e da una dozzina di pini sul retro. Saporiti spuntini, birra gelata e venti secoli di storia sotto gli occhi. Noi ci andiamo spesso a leggere il giornale, bere un boccale e mangiarci una pizzetta con alici e fiori di zucca.

Nn lontano da qui c’è l’Appia Antica Caffè, un delizioso locale rallegrato da un ulivo secolare sul davanti e da una dozzina di pini sul retro. Saporiti spuntini, birra gelata e venti secoli di storia sotto gli occhi. Noi ci andiamo spesso a leggere il giornale, bere un boccale e mangiarci una pizzetta con alici e fiori di zucca.

Da pochi giorni a Capo di Bove si è inaugurata la mostra: “Un atlante di arte nuova – Emilio Villa e l’Appia Antica”. E’ chiaro che, dopo la pizzetta e la birretta ci sta bene la bottarella di cultura, quindi in marcia per l’esposizione.

All’ingresso del giardino, seduta sotto una tendina, una signorina gentilissima (a Roma, la grande inefficienza si accompagna spesso alla grande gentilezza – recentemente, poi, il colpevole di ogni cosa è diventato il Covid, quindi siamo tutti innocenti) ci esorta a sanitarci le mani, ma dichiara di non essere autorizzata a prenderci la temperatura.

Per quello bisogna entrare nel giardino e arrivare alla postazione deputata. Procediamo: trentasei e cinque. Autorizzati al terzo step: la biglietteria. Che naturalmente si trova all’ingresso del museo.

Il tutto fra tubare di tortore, frinire di cicale e un gran benessere, forse effetto birra, comunque meravigliosamente archeobucolico.  La villa è rimasta (giustamente) nel suo stile archeo-cafoncello-nuovo ricco anni 50/60, con inserti forzati di capitelli, cornicioni e frammenti vari, autentici o forse no. Nel giardino i sentieri sono marcati da basoli di sicuro presi dalla pavimentazione originale dell’Appia ma ricollocati a caso e quindi, senza la sequenza dei solchi dei carri che li segnavano non hanno nessuna storia da raccontare.

“Ma lei non ha il biglietto!”

 

“No, certo. E’ per questo che sono qui in biglietteria”.

“Ma noi non siamo autorizzati a emettere il biglietto.  

Deve andare alla tomba di Cecilia Metella. Lì c’è la biglietteria; lo compra, torna qui e noi glielo controlliamo”.

Ci facciamo due calcoli: dal caffè al museo saranno trecento metri (già percorsi); dal museo a Cecilia Metella un chilometro e mezzo fra andata e ritorno, sui basoli romani che non sono il massimo della comodità; e poi comunque bisogna tornare al caffè dov’è parcheggiato lo scooter: altri trecento metri.

Ci assolviamo per la pigrizia (fa pure caldo) e decidiamo di saltare la mostra, tornare alla base e magari farci un’altra birretta sotto l’ulivo secolare.

“Il biglietto lo vendiamo anche noi” ci fa Roberto, l’amico proprietario del Caffè.

“Grazie, troppo tardi”. Ovviamente lui non ci aveva detto niente perché non conosceva le nostre intenzioni, e noi non avevamo pensato di chiedere perché la possibilità di questo tipo di dis-organizzazione bizantina non ci era neanche venuta in mente, avendo noi due un cervello rispettivamente da normale gestore e da normale turista. Solo quello di un burocrate comunale poteva partorirla. Saranno anche regole sacrosante, ma avvertire il visitatore prima, no, eh!?

 

Morale della favola: la birra supplementare ce la siamo bevuta e poi via a casa, ondeggiando un po’ sulle ruote, ma comunque felici; e siamo qui a raccontarla.

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N° 492 - Colonne

Roma, centro storico, domenica. Appena usciti dal portoncino, ecco la grande colonna di granito grigio che sostiene l’angolo di casa nostra, sprofondata nel terreno fino alle cantine. Un salto dal giornalaio e contiamo una decina di spezzoni di colonnine usati come paracarri. Un cappuccino al bar che ha al centro della sala (per la cronaca è il Bar della Pace) una colonna di meraviglioso marmo lisciato, quasi ammorbidito da secoli di carezze; e finalmente una capatina in chiesa, dove c’è il meglio del meglio.

Questo, in una normalissima passeggiata di pochi metri. Colonnone e colonnine riutilizzate, magari dopo essere state sepolte per qualche secolo sotto la sabbia del fiume. Perché è così che sono spariti e si sono salvati, un’inondazione dopo l’altra, i resti della magnifica architettura, e soprattutto dei magnifici materiali usati da Roma (un pezzo di cemento vecchio di venti anni è sbriciolato, scrostato, brutto; un pezzo di marmo vecchio di venti secoli è solo impolverato. Una sciacquatina e ridiventa splendido).

 

Bene, le colonne grandi, belle e in buono stato si sono trasferite nelle chiese, e sono centinaia; quelle rotte sono diventate paracarri e guardaportoni, e sono migliaia. Di tante altre siamo riusciti, con una piccola indagine, a ritrovare la destinazione.

Per esempio il pavimento di S. Agostino. Bellissimo, variopinto, lussuoso, ornato di losanghe, rombi e quadrati al centro dei quali ci sono perfette circonferenze di splendido marmo. Che non sono altro che fette di colonne tagliate come fossero salami e inserite nelle geometrie su cui si cammina.

E poi ci sono i portoni dei grandi palazzi nobiliari, papali, cardinalizi, che naturalmente hanno una soglia in cui sono scavati i solchi per le carrozze che entrando nel cortile dovevano seguire quelle guide per non andare a raschiare gli stipiti con i mozzi delle ruote.

 

Bene, quei monoliti su cui noi poggiamo i piedi meravigliandoci del bellissimo granito rosa o grigio di cui sono fatti, sono anche loro colonne (di qualche tempio, salone o peristilio), solo che invece di essere tagliate a fette, sono tagliate per il lungo, in modo che la parte arrotondata vada adagiata sul terreno, mentre quella dritta rimanga a vista, con, scalpellati nel fusto originale, i piccoli solchi antiscivolo per le pantofole dei cardinali e quelli grandi per le ruote delle carrozze.

E il meccanismo di questo recupero si capisce andando a vedere questo bellissimo frammento rilavorato di granito grigio, in cui si vede bene la curva della colonna nella parte di sotto e la lavorazione per la nuova destinazione in quella di sopra.

Lo trovate buttato a terra insieme ad altri marmi lungo il sentiero che porta alla Casina delle Civette di Villa Torlonia.

 

Merita: è bello e istruttivo.

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N° 491 - Roma Divoratrice (Replica dal passato)

Eccola, riproposta pari pari la cronaca di una visita traumatica del Cav. Serpente di dieci anni fa.

 

Agosto 2011. Dopo secoli di abbandono è stato finalmente aperto al pubblico il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli.  Sole a picco, pietre e rovi; così a noi piace visitare i ruderi. E qui il nostro cuore ha ricominciato a sanguinare come ogni volta che ci perdiamo in mezzo ai vecchi marmi. Per il dolore, il dolore che ci strizza lo stomaco quando vediamo lo strazio che il tempo e gli uomini hanno fatto dell’arte romana. In fondo solo pochi secoli dalla fine dell’impero sono stati sufficienti per distruggere, coprire, dimenticare quella immensa massa di opere e di materiali accumulati nei mille anni di vita di Roma.

Certo, il fascino del frammento è irresistibile. Basta un troncone di colonna per immaginare (e l’immaginazione, si sa, non ha limiti) una reggia sontuosa. Mentre una costruzione integra e imponente come l’Altare della Patria a Piazza Venezia, che è la perfetta imitazione di un edificio imperiale Romano, ci lascia indifferenti, per non dire un po’ offesi dalla sua boria.

E’ perché qui l’immaginazione non può lavorare: tutto lo spazio è occupato dalla realtà.

 

Da un testo di Rodolfo Lanciani, massimo archeologo di fine ottocento: “Me ne stavo seduto all’estremità meridionale del Palatino e guardavo il palazzo di Settimio Severo, una costruzione lunga 150 metri, Larga 118 e alta 50. Completamente scomparso. E il Circo Massimo? Centocinquantamila spettatori. Immaginiamo tutta questa gente seduta sui gradini. Calcolando per ogni persona uno spazio medio di 50 centimetri, otteniamo un totale di 75 chilometri di marmo, di cui non ci è pervenuto nemmeno un frammento.”

E ancora: “Ogni volta che gli amministratori dell’Ospedale di S. Giovanni (proprietari per concessione del papa dell’acquedotto Claudio) si trovavano a corto di denaro, mettevano all’asta un certo numero di archi, che venivano poi demoliti dall’acquirente”

Siamo alla fine del Cinquecento. Eccoli i veri distruttori di Roma, i papi, i nobili, gli architetti al loro servizio, e naturalmente gli intrallazzatori. Altro che barbari o terremoti.

 

Quasi dappertutto questo massacro è finito con il settecento. A Tivoli no. La cittadina è stata la prima in Italia ad avere un’illuminazione elettrica, inaugurata dalla Società per le Forze Idrauliche il 26 agosto 1886. Ma a che prezzo!

Come Roma, era una città ricca di ville, templi, santuari. Tutto sacrificato alla nuova divinità: l’industria.

Negli edifici non ancora ridotti a ruderi, con il pretesto dell’Aniene, usato come fonte di energia, si installarono fonderie, cartiere e, appunto, centrali idroelettriche. Per arrivare allo scempio del 1925, quando, per costruire due vasche di cemento, quello che rimaneva del tempio di Ercole è stato cancellato.

Sul posto si vedono ancora le tracce di una calcara. Il pensiero che in quel forno abbiano bruciato statue, cornicioni, colonne per farci la calce con cui costruire qualcosa forse di utile, non necessariamente di bello, fa male. Certo, per la storia il processo di riutilizzazione è interessante, ma per l’arte è orribilmente luttuoso. A ogni passaggio, un pezzo dell’originale si perde.

Eppure, che meraviglia quei fantastici marmi che arrivavano a Roma da tutte le province del mondo. E che ancora adesso, riutilizzati, fanno splendere chiese e palazzi. Ma senza dimenticare che ogni blocco estratto, tagliato, lucidato significava sofferenza e morte per uomini condannati a quel vero inferno che erano le cave. Il fatto è che il ricordo degli uomini passa, il marmo dura.

 

Roma divoratrice, grande ventre che tutto inghiottiva. Solo per nutrire i forni delle terme si sono distrutti i boschi che coprivano il Lazio, poi le zone vicine, poi tutta la penisola. E gli animali per gli spettacoli? Intere regioni completamente scarnificate. E le tante vite spente nel circo in modo barbaro (proprio a Roma!) ma spettacolare, solo per far divertire la plebe lazzarona!?

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N° 490 - E' meglio adesso (Replica dal passato)

Gita fuori porta. Appena scavalcato il crinale scendiamo nella valle, verde di vigneti così perfetti da formare un tappeto; là in fondo, con le braccia spalancate in movimento, un altissimo stelo bianco ci seduce di colpo con la sua bellezza essenziale: è la grande pala eolica.

E’ stato come la prima volta che abbiamo visto il Redentore in cima alla montagna, a Rio. Lo conosciamo tutti, no? Così grande, così bianco con le braccia spalancate, ferme. Non proprio un’opera d’arte, ma di sicuro un’immagine forte. Qui, nella valle dei vigneti ci è apparso un altro Redentore, anche lui benedicente. Benedicente cosa? Ma l’oggi, naturalmente.

Le nuove tecnologie, i nuovi materiali che permettono lo sviluppo di una nuova estetica. Un massiccio ponte romano di pietra è una grande opera, bella e solida, certo. Ma un moderno viadotto autostradale, trecento metri sospesi fra le bocche di due gallerie, un nastro di cemento chiaro appoggiato su piloni sottili è uno spettacolo (impossibile settant’anni fa) meraviglioso. E per niente offensivo per la natura. Se una cosa è bella si armonizza all’istante.

Certo uno deve saper guardare con occhi puliti.

 

L’albero degli zoccoli, la cascina, le mucche, i braccianti chini sulla terra avara; il fascino di tutto questo non è che immaginazione camuffata da ricordi d’infanzia di intellettuali vecchi e smemorati: non ha niente a che fare con la vita vera. Va’ a chiederlo al contadino, che oggi ha finalmente un trattore, una casa con doccia e riscaldamento e non deve accontentarsi più di polenta e salame, e vedrai se non è soddisfatto. L’artigianato nasce dai bisogni della sua epoca; appena inventata la macchina per fare il mestolo di stagno, quello di legno finisce nella pattumiera (o nei mercatini del modernariato).

 

 

Leggiamo sul Corriere della Sera del 18 agosto 2011 di alcune tribù dell’Amazzonia a cui il governo brasiliano non permette contatti con nessuno. Per tutelarle, dicono, dai rischi della civiltà. Noi siamo convinti che ogni singolo indio di quelle tribù sarebbe arcicontento di farsi un bel bagno in una vasca senza piranha, di avere a disposizione un vermifugo per i suoi bambini e qualcosa di decente da masticare per la famiglia. Rinunciando in cambio a tutte quelle cose pittoresche, artigianali ma soprattutto primitive che piacciono tanto agli etnologi da poltrona, mentre lui non vede l’ora di liberarsene e civilizzarsi, come d’altra parte abbiamo fatto tutti noi neanche troppo tempo fa. 

Sempre a proposito delle presunte meraviglie del passato, ci fa ridere la lettera di un lettore nella posta di Augias (La Repubblica, 4 marzo 2012) sui compensi degli artisti. Per cosa si indigna il nostro babbeo? Ecco: “Sono convinto che le alte remunerazioni per un artista siano il frutto di un fenomeno perverso. Beethoven, Mozart e altri di vero talento hanno prodotto capolavori pur essendo in difficoltà economiche, ma ciò non li ha fatti desistere dall’offrire sé stessi alla passione del proprio lavoro”.

Che scoperta. Non è che fossero indifferenti alla mercede, è che non gli riusciva di averla. Mozart e i suoi contemporanei erano poco più che camerieri al servizio di un nobile. Beethoven provò a emanciparsi, senza gran successo; Chaikowski ci riuscì un po’ meglio; Puccini o Morricone hanno definitivamente perfezionato il meccanismo. Anche perché per fortuna sono cambiati i tempi.

 

Ma non è che la tutela del diritto d’autore abbia abbassato il livello della creatività. Il talento, se c’era, è rimasto. Quello che è migliorato è la qualità della vita. Gli artisti ringraziano. I cretini invece pensano ancora che senza miseria non c’è arte.

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N° 489 - In fondo il Narciso fa tenerezza (Replica dal passato)

 Anche questa settimana il Cavalier Serpente continua a sognare, immerso nei suoi ricordi.

13 novembre 2010, “Che tempo che fa”, intervista a Riccardo Muti. Fazio, ingenuo col trucco, lo stuzzica, e il Maestro, una parola dopo l’altra, si abbandona all’inconsapevole (ne siamo certi) adorazione del proprio personaggio. Spara battute blandamente audaci, con finto scandalo del diavoletto Fazio e risate complici del pubblico, di quella complicità deferente e obbligata dalla fama dell’interlocutore: il Maestro non è un comico, è un musicista, perciò, anche se le battute sono scarse, noi ridiamo lo stesso di gusto, anzi, ancora di più proprio per questo.

Naturalmente parla anche di musica. Intendiamoci, si tratta di qualcuno a cui l’umanità non può che essere grata di esistere. Eppure, intento a civettare sul suo ruolo nel mondo, appare così innocente, nel senso che da parte sua tutto è spontaneo, senza nessuna programmata malizia, che fa, appunto, tenerezza.

Ancora più teneramente ci ha colpito una sua intervista pubblicata con grande risalto recentissimamente, in cui rimpiange il tempo della sua giovinezza (quando naturalmente tutto, compresi gli studi, era più serio), si lamenta di come vanno le cose oggi (quando naturalmente tutto è solo superficialità e apparenza) e manifesta il desiderio di scomparire dal mondo. Esternazione che ha provocato il veemente sdegno di alcuni frequentatori di FB che ci hanno visto soprattutto una botta di snobismo, accompagnata da un’ulteriore ricerca di gratificazione e non semplicemente la stanchezza di un ottantenne triturato dal successo.

Un altro narciso tenerone è il Mughini, con le sue giacche di moquette, i suoi occhiali vistosi, le smorfie e il birignao da cicisbeo del tardo settecento, così sempre affannosamente in cerca di attenzione. Lui sì ci sembra più apparenza e meno sostanza del maestro Muti: diremmo decisamente che il dono che ci fa di sé non ha proprio lo stesso peso.

Naturalmente c’è anche il padre nobile, l’Albertazzi da palcoscenico, che parla da lungi, come se fosse già sulla nuvola dei grandi, e ai mortali regala perle della propria saggezza.

 

E il narciso letterario? I trafiletti iperproteici di Arbasino. Venti righe in cui si affacciano i nomi di tutte le ugole liriche che cantano, di tutti i direttori d’orchestra che contano, dei salotti che lo divertono, degli spettacoli che lo colpiscono, dei camerini che si socchiudono per lui, in una bulimia di informazioni, tutte coltissime, esattissime, documentatissime. 

Ma il re dei re è Eugenio Scalfari. Eravamo presenti al suo novantesimo compleanno lunedì 7 aprile 2014 al Teatro Argentina. Tre quarti d’ora di baci e abbracci da Veltroni, da Sorrentino, da Paola Fracci, da Benigni, insomma, da chi conta; poi inizia la cerimonia.

Brani della prosa del festeggiato sono letti da Silvio Orlando, il cui microfono, tanto per non smentire la reputazione nazionale, gracchia e sputazza un bel po’ prima di stabilizzarsi (siamo al Teatro Argentina, il primo teatro di Roma, ma siamo comunque in Italia; mica vogliamo che funzioni tutto, no?) Amici e collaboratori, dopo aver offerto pretestuose garanzie di antiretorica, leggono solenni, perdendo del tutto la spontaneità della festa in famiglia, aneddoti gustosi, ricordi inobliabili, omaggi deferenti.

Non ci aspettavamo la torta con dentro la ballerina, è chiaro, ma tempi un po’ più teatrali sì, visto dove siamo. Per fortuna appena il protagonista prende la parola possiamo nuovamente apprezzarne lo spirito, la proprietà di linguaggio, la chiarezza di idee e, di nuovo, la civetteria con cui riferisce le telefonate di auguri del Primo Ministro, del Papa, del Presidente della Repubblica che avrebbero tanto voluto passare a salutarlo, ma lui ha preferito di no per evitare troppe emozioni.

Instancabile, come sono spesso i vegliardi quando si raccontano ai nipoti, pilota con timone saldo la nave dei festeggiamenti.

Ahinoi, a un certo punto della rotta il magnifico vascello di capitan Scalfari incontra un pericolosissimo scoglio e finisce col naufragare come se al comando ci fosse uno Schettino qualsiasi. Succede che il distaccato, cinico giornalista a un certo punto annuncia che leggerà alcune sue poesie, perché, sì, in tarda età ha scoperto di essere anche poeta.  

Di colpo, al posto del pilastro di saggezza e ironia che credevamo di conoscere, abbiamo visto un nonno un po’ andato che a un certo punto ha smarrito fra i fogli che teneva con mano tremante l’ultima composizione. E quando l’ha trovata ha voluto leggerla. Peccato.

 

Trilla la sveglia e il sogno finisce. E fuori del sogno, certo, qualcosa è cambiato: alcuni dei personaggi citati se ne sono andati, ma la maggior parte è ancora qui, anche se in età avanzatissima, e con loro è rimasto, più saldo che mai l’eterno simbolo d’immaturità: il Narciso. Quello che non cambia è il Cavaliere, sveglio, vivo (per ora) e sempre pronto a mordere con i suoi denti avvelenati. Un po’ narciso anche lui

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N° 488 - Magic Moments (Replica dal passato)

El Caballero Serpiente duerme y sueña el pasado, en español.

 Concierto en el claustro de la Real Academia de Espana (Olè!), 16 giugno 2011, con il Krater Ensemble: brani di musica contemporanea composti dai borsisti in residenza.

Posto strabiliante, naturalmente, come sono tutte le Accademie straniere a Roma: i francesi a Villa Medici, i tedeschi a Villa Massimo, gli americani a Villa Aurelia, i finlandesi a Villa Lante, gli spagnoli sul fianco del Gianicolo, proprio sotto il Fontanone. Il pendio è ripido e dal basso la costruzione appare altissima: tre piani monumentali arrampicati su per un giardino scosceso.

E poi, accidenti, che invidia per quei fortunati studenti che ci abitano per qualche mese o qualche anno, e fanno merenda davanti alle finestre, anzi ai finestroni, anzi ancora meglio, davanti a questi paesaggi barocchi di Roma illuminata miracolosamente dal sole che tramonta alle spalle del Gianicolo.

A questo punto (e Dio ci perdoni, come speriamo che ci perdonino i nostri amici di Nuova Consonanza) ci sorge un interrogativo: La Musica Contemporanea è brutta? Certo che no.

Lo diventa: brutta, noiosa e soprattutto inutile quando ripete formule e audacie che erano sperimentali e trasgressive cinquant’anni fa e adesso sono semolino stracotto. E quello che la rende anche antipatica è il sussiego con cui ogni tanto viene presentata.

E’ che qualche volta la Musica Contemporanea diventa una setta, composta da sacerdoti che celebrano le loro funzioni principalmente per sé e per pochi fedeli; e come non si ride durante una messa, così non si può non solo ridere, ma neanche osare divertirsi a un concerto di MC.

Torniamo all’evento español, di cui non si può dire se era bello o brutto, ma si può certamente dichiarare che era superato, anche perché ormai le gomitate sul pianoforte o il frinire degli archi stonati li abbiamo stradigeriti; quel tipo di contestazione è diventato istituzione, e il contemporaneo è trapassato.

E allora perché parlarne? Per un magic moment del quale, malgrado la nullità del resto, siamo stati per fortuna, testimoni. Durante l’esecuzione di un brano fracassone, “Punto rosso sull’oceano” di Aurelio Edler-Copes, borsista sotto esame, al riverbero di un fragoroso cluster di note sul pianoforte si è sovrapposto, esattamente intonato, ammesso che un cluster possa essere intonato, il rombo forte di un grosso aereo che volava basso sulla città. E’ stato affascinante (e gli stessi esecutori hanno smesso di suonare per un momento) ascoltare i motori che rubavano il suono al pianoforte e lo portavano via nella propria scia. Sono stati secondi di magia pura.

Poi, purtroppo, è ricominciata la musica.

 

 

Bene, i concerti li possiamo dimenticare, i luoghi invece rimangono meravigliosi, e così il Caballero Serpiente risvegliato può continuare a dire le sue perfidie, ma con gli occhi pieni di bellezza.

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N° 487 - Venezia e l'Harry's Bar

Sempre immerso nei suoi ricordi, il Cavalier Serpente sogna. Sogna una Biennale d’Arte di dieci anni fa: luglio 2011. Venezia: un argomento inesauribile!            

 

Se vi parlano di Piazza San Marco, se vi indicano il Ponte di Rialto, se vi nominano il Canal Grande, non date retta; il monumento più importante di Venezia è l’Harry’s Bar.  Una porticina a molla, durissima, nella quale d’inverno si ingolfano correnti gelate, una saletta che sarà al massimo cinquanta metri quadrati, un bancone vecchio stile con davanti alcuni ambitissimi sgabelli, qualche tavolino e poche sedie. 

Il barman, faccia da Casablanca, che quando entri ti saluta, complice, come se foste commilitoni della legione straniera in licenza premio. Uno sfarfallio di camerieri con giacche bianche su cui, e so-no anni che ci passiamo, non abbiamo mai visto una macchia. Una macchia? Un’ombra! Clienti da tutto il mondo e, a parte i vari bellini e prosecchini, il miglior cocktail Martini dell’universo. Potrebbe bastare, ma ci sono anche quelle polpette croccanti che ti offrono (solo ai più simpatici, ci illudiamo). Però, alle venti e trenta il bar diventa ristorante, e allora, se uno vuole restare a cena passa un attimo in banca e accende un mutuo oppure se ne va. Ma contento.

A Venezia di bello c’è che senza automobili, niente ingorghi. Di auto. Ma ci sono quelli di pe-doni. Ogni tanto  i vigili sono costretti a fare i sensi unici alternati pedonali. Severi, uno all’inizio della calle, uno alla fine, bloccano la gente in una direzione finché il passaggio non si è liberato nell’altra. E con la pioggia gli ombrelli diventano armi da duello.

Comunque, in marcia! Dopo un paio di sere di Martini dell’Harry’s bisogna pur rispondere al richiamo della cultura. E allora via verso i due poli della Biennale: l’Arsenale, cuore guerresco della Serenissima ormai addomesticato a spazio mostre, che comprende le corderie (un immenso stanzone stretto e lungo trecento metri, dove si torcevano le gomene dei galeoni veneziani) e i Giardini, una zona proprio in coda a Venezia (guardare la pianta: la città ha forma di pesce, curiosa coincidenza, no?) dove sono i padiglioni stranieri

Qui si trotta per chilometri, di solito sotto il solleone. Migliaia di persone. Fino all’edizione scorsa c’erano in tutto due gabinetti, ci si può immaginare l’assedio, e le condizioni. Quest’anno è stata aggiunta una fila di otto di quei casotti chimici, più camere a gas che rifugi di confort. E’ vero che ci sarebbe la laguna a due passi, ma farla in acqua, via, non va, soprattutto di giorno, perché poi ti vedono e magari ti prendono per un’istallazione.

Questo è uno dei misteri dei luoghi d’arte, e non solo a Venezia: è una caratteristica nazionale. Mai servizi adeguati. Evidentemente gli organizzatori pensano che gli intellettuali non abbiano bassi bisogni da soddisfare.

Neanche appetiti da placare, però. Perché se uno decide di spostare l’attenzione al livello gastronomico, è anche peggio. File sovietiche davanti a patetici baracchini che forniscono un’alimentazione triste, naturalmente a prezzi allegri. Chissà come mai il concetto che con un buon servizio e dei buoni ingredienti si guadagnerebbe di più, neanche sfiora i gestori. Forse si tratta di una visione cattolica vecchio stampo: tutto quello che è meritorio, la cultura, lo studio, la conoscenza deve essere un sacrificio, e non un piacere. Quindi guai ammettere che dopo una visita alla toilette si possa essere in una condizione migliore per apprezzare un quadro. Così come azzardare che appoggiare le chiappe su sedili confortevoli con davanti qualcosa di buono da mangiare o da bere predi-sponga alla degustazione anche dell’arte.

Per fortuna, alla fine della giornata, chissà come mai, il pensiero volge al desio di quel tale bar dove fanno quel certo cocktail così buono di cui abbiamo parlato prima. E’ giusto, dopo un impegno intellettuale così arduo, e nello stesso tempo vacuo, consolarsi con un bicchiere? Anche due.

 

 

Trilla la sveglia e il sogno finisce. E fuori del sogno stavolta non è cambiato niente: le grandi navi hanno ricominciato a passare davanti a San Marco (avevano minacciato sfracelli!), dopo la pausa Covid, le transumanze dei turisti anche (avevano minacciato il biglietto d’ingresso in città!), ma-gari un po’ più smilze di prima, ma cresceranno e la disneyland in Laguna è sempre lì. E non è cambiato neanche il Cavaliere: un paio di Martini ed è di nuovo pronto a mordere con i suoi denti avvelenati.

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N° 486 - Viva la Modernità

Il Cavalier Serpente sogna, immerso nei suoi ricordi.

Associazione Architasto. Roma, concerto per clavicembalo; alla tastiera il vecchio Gustav Leonhardt, massimo solista al mondo. Un nordeuropeo fisicamente sobrio al limite del funereo. All’applauso, immancabile perché lui è perfetto, il maestro china il capo di un quarto di pollice, e su uno zigomo gli si intravede un guizzo che potrebbe passare per un sorriso dal Polo Nord. Un amico, andato a prenderlo alla stazione, aveva preparato come sottofondo per il tragitto in macchina un CD di Beethoven. Appena l’ha messo su, il maestro gli ha fatto una faccia strana e poi ha chiesto di spegnere quella roba troppo moderna.

Quando suona, con le mani coperte da mezzi guanti di lana nera, dalla tastiera promana un torpore sublime. Ma non per la musica o per come la suona: è solo perché il clavicembalo è uno strumento che parla senza mai cambiare umore. Il piano e il forte verranno dopo; noi ora lo sappiamo, ma loro, all’epoca, no. Il clavicembalo è una pacata conferenza, il pianoforte è una recita appassionata. Mozart aveva cominciato a scrivere i suoi concerti per cembalo, poi è passato al fortepiano (che in realtà è un pianoforte finto), ma quando finalmente gli hanno consegnato il primo pianoforte vero, ci si è buttato sopra e non l’ha più mollato: aveva trovato l’attrezzo giusto.

 

La stessa associazione ci ha regalato il giorno dopo un ottimo concerto per quartetto di flauti dolci. Qui nessun torpore sublime, ma una sublime leggerezza. Certo che pure i pifferi, definiti dallo stesso presentatore strumenti imperfetti, lasciano a desiderare come intonazione. Non c’è niente da fare: se un utensile diventa obsoleto, vuol dire che è stato sostituito da qualcosa di migliore.

 

Da qualche altra parte abbiamo sentito suonare (bene) una ghironda medievale. Anche qui: arnese suggestivo, ma attenti a non lasciarla al sole, sennò le corde di budello si allentano e calano. Ma neanche troppo all’ombra, perché, si sa, l’umidità... Certo, l’acciaio armonico sarà meno                          corretto, ma al meteo regge molto meglio.

 

 

Tuttavia noi non siamo contrari a queste operazioni di ripresa di strumenti e modi dell’antico: le esecuzioni con il la abbassato a 432 Herz, le corde di budello, gli arciliuti, le tiorbe e i cornetti, il recupero di tecniche dimenticate. L’importante è che la precisione filologica non diventi una mania. Sarebbe come rifiutarsi di vedere la cappella Sistina con la luce elettrica perché Michelangelo l’ha dipinta a lume di candela. Fissarsi sul passato è, secondo noi, pericolosissimo. Con una magia che funziona sempre, il tempo sfuma tutto, cancella i difetti, esalta i pregi. E ti frega.

A proposito di passato, ci siamo trovati domenica, sotto il leggero sole del primo pomeriggio a Villa Borghese, testimoni di uno spettacolino messo su in omaggio a San Francesco. A vedere quegli attori vestiti da frati che saltellando sull’erba cantavano le lodi di fratello sole e sorella luna ci siamo chiesti come mai tanto teatro e tanta tradizione popolare sentano il bisogno di rappresentare i seguaci del Poverello d’Assisi come degli infantili, ridanciani dementi.

Perché in un’epoca in cui anche loro, come tutti, erano pieni di pulci e di cimici, mangiavano si e no mezza pagnotta alla settimana, e avevano un’aspettativa di vita di ventitré anni, non si capisce proprio cosa ci fosse da stare allegri e “laudare lo mi’ signore”.

Ci sarà pure stato qualcuno arrabbiato, no? Macché! Tutti felici a zompettare, a gettare le braccia in aria e a parlare coi lupi e con gli uccelli. Mah!?

 

 

Trilla la sveglia e il sogno finisce. E fuori del sogno, certo, qualcosa è cambiato: il maestro Leonhardt ci ha lasciati, le ghironde sono in via di estinzione e temiamo che la fede francescana sia meno saltellante di prima. Quello che non cambia è il Cavaliere, sveglio, vivo (per ora) e sempre pronto a mordere con i suoi denti avvelenati.

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N° 485 - Il Bello della Pandemia

Presto presto che sta per finire!

Non credevamo, quando tutto è cominciato, di arrivare al punto di trovare non uno, ma parecchi elementi positivi nel flagello biblico che ci ha colpiti. Lasciamo perdere il resto dell’umanità; ci basta qualche cenno su quello di buono che il Covid 19 ha portato a noi da queste parti.

Grazie alla pandemia Roma è diventata un paesino di vacanze. Certo, parcheggiare è ancora più difficile di prima, ma vuoi mettere i baretti i ristorantini, i caffeucci a cui sono spuntate le pedane, le piattaforme, i giardinetti con tavolini, seggioline, fioriere e alberelli. C’è da credere che basti un passo per trovare lì, proprio sotto i gradini, la risacca del Mediterraneo.

Grazie alla pandemia finalmente non ci si bacia più. Vuoi mettere quanto si sono snelliti i cerimoniali degli incontri che prima erano funestati da appiccicosi e non sempre graditi giri di contatti orali sulle gote di tutti. Ora colpetti coi gomiti o con i pugnetti chiusi e via.

Grazie alla pandemia non è più obbligatorio farsi la barba (o mettersi il rossetto) tutti i giorni. Una bella mascherina sulla faccia e il look trasandato, così evidente e invadente certe mattine, diventato invisibile, non ti tradisce più.

E la settentrionalizzazione degli orari della cena, grazie al coprifuoco (purtroppo in via di abolizione) che ci obbliga a rivedere i tempi meridionali delle nostre gastronomie serali? Finalmente a letto senza quelle micidiali combinazioni di salse e guazzetti sullo stomaco.

Questa momentanea età dell’innocenza è in via di conclusione. Dobbiamo prepararci ad affrontare con cuore saldo l’imminente ritorno alla vita responsabile, senza più nessun buon papà (commissario all’emergenza) che ci dice cosa fare, e se farlo. E che ci mette in castigo quando serve.

 

 Siamo adulti e sono di nuovo affari nostri.

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N° 484 - L'Orlo del Baratro

Chissà come mai ogni volta che il mondo si trova in una situazione minacciosa o drammatica, prima di trovare un rimedio bisogna arrivare sull’orlo del baratro, a un passo dalla rovina totale.

Infiniti sono gli esempi a portata di mano, ma ce n’è uno che capita a fagiolo perché unisce la cronaca attuale, anzi attualissima di questi giorni, con un uovo avvelenato scritto dal Cav. Serpente più di un anno fa librandosi in voli pindarici naturalistici e nello stesso tempo avventurosi come si capirà leggendone il titolo.

La cronaca: “Lago Snia, dopo le ruspe si contano i danni”, “Ex Snia, ok ad ampliare il parco”. Insomma è successo che lo spazio intorno a un laghetto spontaneo di acqua bullicante nato per caso da un cantiere (di sicuro contro la volontà del costruttore) e diventato patrimonio della popolazione di quel settore estremo di Roma è stato violato dalle ruspe del perfido fellone ancora proprietario di una parte del terreno che voleva ricuperarlo per farne i comodi propri.

Ribellione della popolazione, naturalmente quando il danno era già fatto, ma, ormai sull’orlo del baratro, sono prevalsi i nobili sentimenti e si dovrebbe riuscire a salvare capra e cavoli.

 

Di seguito l’articoletto del Serpente.

N° 444 - 24 febbraio 2020

INDIANA JONES ALL’AMATRICIANA

 

 

Eccoci qua, cappellaccio in testa, frusta di cuoio intrecciato e via al galoppo per la Prenestina, fuori Porta Maggiore, periferia degradata di Roma, alla ricerca del misterioso Lago Bullicante. Acqua sorgiva, vegetazione rigogliosa: Salix alba, Phragmites australis, Populus alba; ricca fauna stanziale: Germano reale, Martin pescatore, insieme con specie di passaggio come il Falco pellegrino e la Beccaccia.

E’ un relitto della recentissima era industriale, anni ’50–’60. Lì c’era uno stabilimento della SNIA che produceva seta artificiale; poi è finita la richiesta, è sfumato il lavoro, è defunta anche la fabbrica.

 

Ma non è svanito il sottobosco dei furbetti malandrini, fra cui un costruttore che all’inizio dei ’90 rileva l’area, progetta di farci un grandissimo centro commerciale e mentre scava la buca per il garage sotterraneo, involontariamente intercetta la vena dell’Acqua Bullicante.

Disastro: inondazione e blocco del cantiere. Il furbetto prova a non rimetterci i quattrini captando l’acqua con le idrovore e pompandola nel grande collettore fognario. Esplosione dello stesso e allagamento della Via Prenestina. E fine della furbata.

Ora è un bellissimo laghetto selvatico, organizzato e curato da un gruppo di volontari della zona. L’acqua non solo è pulita, ma anche minerale e continua a zampillare dal sottosuolo mantenendo il bacino ben pieno e facendo la guardia allo scheletro, ormai nobilitato dai muschi, del mancato supermercato. Il palazzinaro si starà ancora mordendo le unghie, la gente del quartiere invece è molto contenta.

A questo punto, per evitare di essere presi per mitomani, vi confessiamo che in testa non indossavamo il cappellaccio ma il casco obbligatorio e la frusta non ce l’avevamo perché su un motorino (che non è un cavallo) a che serve una frusta? Però l’avventura all’amatriciana l’abbiamo vissuta davvero e vi invitiamo a ripeterla per conto vostro perché merita.

 

Via di Portonaccio, angolo con Via Prenestina. Dal cancello si vede il cartello e si entra senza problemi.

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N° 483 - Cosa mangi te lo dico Io (che sono il tuo Dio)

 E’ da un paio di giorni che la trattoria sotto casa ha finalmente riacceso i fuochi e piazzato sui sampietrini i tavoli ai quali noi, forzati finora a osservare quella orrida pratica nota come asporto, o per i più chic take-away, ci siamo finalmente potuti sedere e gustare (in pasti separati) una bella impepata di cozze e un sontuoso piatto di porchetta.

Beh, non tutti, e siamo nel ventunesimo secolo, oserebbero fare lo stesso. E noi non ci capacitiamo.

C’è chi trova che dal punto di vista alimentare oggi la vita sia complicata. Lo era ancora di più secoli o millenni fa. Anche e soprattutto perché ogni giorno allora si rischiava di morire di fame. Destino comune a tutti gli animali, ma che l’uomo poco alla volta avrebbe dovuto imparare a evitare.

Invece no. Per soddisfare le sue esigenze spirituali e cancellare la paura della morte ecco che lo sconsiderato pitecantropo si inventa una religione e un dio che, attraverso i suoi rappresentanti che tutto ci sembrano tranne esperti di cucina, gli dice cosa può mangiare e cosa no.

E da allora tutto si complica: no all’immondo maiale, anatema sui gustosi frutti di mare, Il pesce va bene, ma solo quello con le squame e le pinne e solo in certi giorni; il lievito: per carità! Agnelli e capretti sì, ma macellati in un modo e non nell’altro, mucche e vitelli: benissimo da una parte del mondo, assolutamente no dall’altra. E niente vino o birra, eh!

Però l’essere umano si evolve e ci si augura che poco alla volta queste regole alimentari, (probabilmente, ma non ne siamo così certi, dettate da necessità igieniche di millenni fa) tendano a stemperarsi in una semplicità meno rigida e soprattutto più comoda per tutti, cuochi e clienti.

Macché! Evidentemente la regola, che più è rigida meglio è, rimane una necessità per l’uomo, il quale, se è troppo libero, anche solo di scegliere cosa mettere sotto i denti, non è contento. E allora, oggi che ci sarebbe a disposizione di tutto e anche bene igienizzato, un nuovo dio terribile è emerso dalle profondità dell’anima, che come è noto è ubicata nei pressi del diaframma.

Si chiama nutrizionista. E il suo diavolo è la caloria. E ricomincia il terrorismo. Non più basato sullo zoccolo fesso o sulla conchiglia, ma sul radicale libero e sul grasso saturo. E ti capita di sentire nell’amico che ti snocciola la dieta prescritta, lo stesso fiducioso abbandono che avverti nelle ispirate parole del fedele che ti rifiuta l’offerta di qualcosa di squisito perché il suo dio glielo ha proibito.

 

Vai a capire l’essere umano: se la gabbia non c’è, se la costruisce da solo.

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N° 482 - Il Bello del Funerale

15 aprile. Piazza del Popolo ci riceve con questo cielo minacciosissimo, che fra poco si scioglierà in un acquazzone da inzuppo. Entriamo nella Chiesa degli Artisti per l’ultimo pubblico evento di un caro amico, il musicista Amedeo Tommasi.

Eccolo lo spettacolo al quale sempre più spesso, per intuibili ragioni anagrafiche, siamo invitati ad assistere, con sempre meno numerosi vicini di banco: il funerale.

Naturalmente la circostanza è triste, non si discute, ma quanti elementi di recupero umano si porta dietro questa cerimonia. Il primo è la stima per la stupefacente grinta con cui spesso il titolare del lutto: vedova/o, figlia/o, compagna/o, mentre noi ci sciogliamo in lacrime, recita il suo ruolo di primattore con piglio da protagonista e spesso a occhio asciutto. Ha avuto il tempo di entrare nella parte; noi no. La rappresentazione assorbe tutta la sua energia: non gliene rimane altra per commuoversi.

Poi la meravigliosa libertà che ci permettiamo nell’esporre, affettuosamente intendiamoci, i difettacci del defunto perché, tanto, ora non si può più offendere; e comunque è inteso che abbiamo in mente quella fantastica espressione popolare “parlandone da vivo” che tutto autorizza.

E finalmente: l’eccezionalità della circostanza (non si muore mica tutti i giorni) è un passaporto per ristabilire i contatti con i vivi, gente che non si vedeva da anni, chissà perché, altri con cui una vecchia ruggine aveva immobilizzato i cardini e non si riusciva a sbloccarli, o conoscenti che semplicemente non capitava di incontrare. Ecco che adesso, sospesi in questo appuntamento coagulante con il lutto, ci si parla, ci si aggiorna sul passato e sul quotidiano e, senza dirselo, ci si congratula reciprocamente e tacitamente per essere ancora qui, oggi, a raccontarla.

 

Insomma, “parlandone da vivo”, tante grazie all’amico morto che stiamo salutando, il quale ci lancia questo salvagente per continuare a galleggiare. Senza, saremmo già tutti affondati.

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N° 481 - Colosseo - Programma del Giorno

Il mondo dello spettacolo è in agonia: tutto chiuso.  Oggi il fondo dell’aria è fresco, come dicevano i nonni, ma il sole è caldo, e allora decidiamo di farci un giro al Colosseo, per dare una occhiata all’ipotetica locandina di una giornata tipica quando, venti secoli prima della pandemia, la location era ancora in funzione.

Al mattino combattimenti di animali selvaggi, uno contro l’altro o a gruppi e battute di caccia in grandiose scenografie. La contabilità delle povere bestie sterminate per divertire il pubblico: per l’inaugurazione ufficiale, novemila fra leoni, ippopotami, leopardi, elefanti, giraffe. Undicimila con Traiano. Stragi simili o più efferate con qualsiasi altro imperatore in vena di festa. Molte specie asiatiche e africane si sono estinte negli anfiteatri dell’Impero.

A questo punto l’arena traboccava di bestie sbudellate in mezzo a un gran fetore di sangue e interiora. Presto tutto doveva essere ripulito per la seconda parte del programma: le esecuzioni dei condannati a morte. Che erano spettacolari per dare l’esempio ma soprattutto per soddisfare il gusto sadico della folla, che intanto sgranocchiava il suo spuntino di mezzogiorno.

Uomini costretti a duellare e uccidersi fra loro; crocefissi, cosparsi di pece e bruciati vivi, fatti squartare dalle belve, addirittura costretti a rappresentare i miti della tradizione (quelli senza lieto fine, naturalmente), indossando il costume del personaggio per concludere la recita ammazzati in modi molto pittoreschi e molto graditi al pubblico. Dopo di che un simpatico tizio con la maschera di Caronte andava in giro per l’arena menando gran colpi di mazza in testa ai caduti per accertarsi che fossero morti per davvero, e solo allora il suo compare uncinava i corpi e li trascinava fuori. A questo punto, di nuovo l’anfiteatro era pieno di sangue, viscere e cervelli, ma umani.

Ancora una veloce pulizia, ché era ormai pomeriggio e dovevano cominciare i duelli dei gladiatori. Pezzo forte della giornata, che andava avanti fino al tramonto. Inutile insistere con i numeri della carneficina. Si sa che per gli spettacoli importanti erano parecchie centinaia, se non migliaia le coppie che combattevano, e molto, ma molto pochi quelli che riuscivano a salvare la pelle. Quindi altri innumerevoli morti.

 

In pratica i bravi cittadini romani andavano allo stadio per vedere ammazzare. Difficile accettare che questa barbarie fiorisse insieme ai marmi squisiti, alle leggi sapienti, alle architetture sontuose. Ma era così. Covid o non covid, diremmo che adesso va un po’ meglio.

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N° 480 - Bisogna accontentarsi

L’altro giorno siamo capitati a S. Martino ai Monti, una chiesa vecchissima e nobilissima, deserta come lo sono tutte in questo periodo, e ce la siamo girata in santa pace, ma con un paio di soprassalti che vi andiamo a illustrare.

Navata di destra, un grifagno pupazzo dipinto e severamente abbigliato impersonante il Beato Angelo Paoli, Carmelitano, disteso nella pace eterna in una teca a vetri a forte illuminazione.

Navata di sinistra, altra teca con un altro pupazzo dipinto: Sant’Alberto, anche lui Carmelitano, più rilassato, in veste ufficiale e accessoriato di aureola.

Sono chiaramente gli intermediari del titolare, a cui rivolgersi per richieste di favori o miracoli. (Comunque in un angolo c’è una terza teca molto più piccola con un anonimo Cristo seminudo, probabilmente lì per obbligo contrattuale).

 

E’ chiaro che queste personificazioni popolari di santi e beati all’epoca avevano per i fedeli una loro funzione comunicativa, proprio perché si presentavano nei colori e con i vestiti di persone reali a cui era più facile parlare.

Magari poi capitava, per puro caso, di trovare su un altare qualcosa di diverso, come la Santa Teresa del Bernini nella chiesa di S. Maria della Vittoria. Forse questo non provocava sussulti immediati nel poco sensibile popolo dei parrocchiani, ma a qualche anima nobile qualche brivido di estasi artistica lo scatenava di sicuro e un segno certo lo lasciava.

Un’emozione di questo tipo poteva essere utile per un miglior funzionamento della ditta? Non lo sappiamo, comunque noi posteri siamo contenti: ci siamo trovati, senza meritarlo, qualcosa di bell’e pronto da godere.

 

 

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N° 479 - Vaccino

E’ il 24 marzo, una mattinata radiosa quasi primaverile. Eccoci qui all’Auditorium Parco della Musica, istituzione da noi frequentatissima in passato, ma mai, come stavolta, in veste di paziente “a rischio in quanto ultraottantenne” pronto ad affrontare l’ultramoderna somministrazione del vaccino anti-Covid.

Come detto, la giornata è splendida, quindi non costa niente fare una minima fila davanti a quel baracchino che si vede a sinistra della foto, presentare i documenti elettronici e aspettare la chiamata. Che avviene dopo brevissimo tempo. Ma a gran voce; niente di tecnologico, anzi qualcosa di molto folkloristico (e la famosa privacy?) da parte di un simpatico signore che si affaccia al finestrino e strilla il nostro nome. Bene, entriamo; infermiere ci ricevono e ci accompagnano sollecite agli stalli di accoglienza attrezzati di schermi e tastiere: eccola la tecnologia all’opera.

Magari! Ci sediamo e in quell’istante il computer generale va in tilt, stato in cui rimarrà per una mezz’ora buona. Ma siccome siamo in Italia, anche se il cervellone è bloccato, entro pochi minuti uno sciame di ragazze si sparge nei saloni svolgendo artigianalmente con matite e foglietti il lavoro della macchina traditrice.

 

L’ago e la siringa per fortuna sono supporti ancora analogici e non digitali, quindi il siero ci viene iniettato a mano e in un attimo siamo fuori. L’impressione è di una festa di simpatia e, tutto sommato, di efficienza, sempre artigianale, intendiamoci.

Ma ci manca ancora di dire la nostra. Oggi qui, tutti ultraottantenni, siamo un campione statisticamente significativo. Nessuno si aspetta di avere il look di un nobile rinascimentale, ma una domanda ce la facciamo: perché i vecchi presenti sono vestiti tutti così male? Non intendiamo poveramente, che sarebbe una spiegazione. No, vogliamo proprio dire male: colori mal scelti che avviliscono l’incarnato già spento per l’età, casacche mortificanti per la taglia, berretti marroncini, sciarpe grigie. Eppure una stoffa di un bel colore non costa di più di una color fango. Dev’esserci in chi compra per lui: mogli, figlie, badanti, una inconscia volontà di avvilire il povero vecchio

 

Non sappiamo a chi dare la colpa; certo il risultato è terribile.

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N° 478 - Perché noi no?

19 marzo, sera, Santa Maria dell’Anima, cerimonia solenne nella chiesa della comunità cattolica tedesca a Roma; ripetiamo è la chiesa dei tedeschi in città. E qui siamo obbligati a ricominciare con il solito “Perché loro sì e noi no?”

 

Fuori è buio, dentro tutto è illuminato con cura e gusto, i marmi, lucidi di cera, risplendono e nessun faretto male orientato ferisce l’occhio. Provate a entrare di sera in qualcun’altra delle tante nostre magnifiche chiese di Roma: buie, spopolate e polverose spelonche. In cui, anche nelle occasioni più solenni, il massimo che ci possiamo aspettare come musica è un paio di suorine con le chitarrine, sostenute da altrettanti chierichetti coi bonghetti che strimpellano stupide canzoncine (e non è a dire che manchi il repertorio classico a disposizione).

Qui invece, la parrocchia, oltre ai rappresentanti in costume, ha una sua cappella musicale, diretta da Flavio Colusso, che in questa occasione ci ha scaldato i cuori con una magnifica esecuzione vocale e strumentale di composizioni di Palestrina e sue. Così, con gli occhi ravvivati e le orecchie rallegrate, la cerimonia ha riacquistato il suo significato di conforto personale e lode al Signore.

 

Noi non crediamo che si tratti solo di denaro; siamo convinti che c’entrino soprattutto lavoro, idee e attenzione.

E poi vuoi mettere la totale disinvoltura delle mamme e dei papà germanici (che non è certo quella delle chiocce nostrane). Ecco come sguinzagliano le loro creature, libere di gattonare, sempre in lode al Signore, sul pavimento della chiesa.

Perché loro sì e noi no?

  

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N° 477 - Lavorare in alto

L’appassionato o anche il semplice curioso che ammira un’opera d’arte piazzata in alto su un edificio, la guarda da terra, giusto? E allora ci chiediamo perché, o meglio ancora, per chi lavorano i pittori, gli scultori, i decoratori che creano opere che lo spettatore normale non vedrà mai neanche col binocolo (che comunque non esisteva fino all’altro ieri).

La domanda ci è germogliata in testa qualche giorno fa che eravamo ai Mercati Traianei per la mostra “Napoleone e Roma”, che non ha catturato la nostra attenzione, andata invece alla collezione di meravigliosi frammenti di scultura romana presenti nelle sale dei Mercati.

Come questo fotografato: un fregio del tempio di Venere, dal Foro di Cesare, che in origine era issato su un cornicione a una decina di metri in verticale sulla testa del visitatore, come mostra il poster illustrativo del museo. Per cui i paffuti piedini di questi putti, così affettuosamente modellati, erano in ogni caso coperti alla vista di chi guardava da giù a causa della sporgenza su cui poggiavano. Che senso poteva avere allora farli così carini se non si vedevano neanche (a meno di arrampicarsi su per la facciata)?

L’unica irrazionale ma poetica spiegazione è che venti secoli fa, come nel dugento, o ieri, gli scultori, i pittori, i decoratori dei templi o delle chiese lavoravano perché la loro opera fosse sotto gli occhi del Signore più che sotto quelli dei loro simili.

Un pensiero elevato, certo, che però a noi osservatori laici di oggi appare irraggiungibile, proprio come la vista delle opere.

 

 

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N° 476 - Pubi Innocenti

Qui non si tratta di pudore, qui si piomba nel ridicolo più spinto; colpa dei bacchettoni che a quell’epoca brulicavano nella chiesa cattolica, per i quali tutto era peccato, perfino gli innocentissimi pubi di questi otto angioletti.

Siamo ancora nella chiesa di San Pietro in Montoro. Le cappelle principali ai lati dell’abside sono precedute da magnifiche balaustre di marmo, ornate ognuna da due coppie di putti di squisita fattura, devastati da ambigue ferite che risalgono non sappiamo bene a quando, ma che hanno lasciato immonde cicatrici.

Guardate questi poveri bambini: chi violato da osceni impacchi di gesso, chi con macchie di ruggine colate da perizomi di metallo, chi con tamponature scure di ignoto materiale, chi addirittura con i pisellini raschiati via e ridotti a foruncoli arrossati.

       Una violenza compiuta ai danni di una nudità che più innocente di così non poteva essere, ma che evidentemente offendeva i malpensanti.

 

Certo, poi, in un autunno di buon senso, le ipocrite foglie di fico sono cadute, ma ormai, sotto, a colpi di lima e di scalpello era stato raschiato via tutto. Che vergogna.

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N° 475 - La Morte fa Cucù

  Chiesa di S. Pietro in Montoro al Gianicolo, cappella De Raymondi, progetto (forse) di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Baratta. Alle due pareti le decorose e apparentemente normali tombe dei monsignori di famiglia: Don Gerolamo e Don Francesco, opera del Baratta e di Andrea Bolgi. Fin qui tutto secondo le regole.

Quello che è delizioso, e parlando di sepolture, di scheletri e di satanassi l’aggettivo potrebbe sembrare fuori posto, è come viene rappresentato sul fronte della tomba di sinistra questo gruppo di defunti, ormai ridotti a mucchi di ossa che fanno cucù affacciandosi a una botola (dall’aldilà? dall’inferno? dal purgatorio in attesa di redenzione?) mentre il succitato satanasso, di schiena, sembra occupato ad ammucchiare altri morti che scheletri ancora non sono diventati.

In nessuna altra sepoltura (e le chiese, specialmente dopo la controriforma, sono specializzate in rappresentazioni minacciose, terrificanti e sadicamente educative della morte) la corruzione dei corpi l’abbiamo vista trattata con così deliziosa leggerezza e senso dell’umorismo.

 Chissà a chi attribuirne il merito: ai defunti spiritosi, ai committenti distratti o agli scultori burloni? O magari siamo noi che ridacchiamo senza captare qualche sotterraneo messaggio simbolico?

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N° 474 - Guerre di Poveri

Nella scala della fauna urbana i pedoni vengono all’ultimo posto; penultimi sono i ciclisti. E, non ci si crede, da parte di questi c’è in corso una guerra fratricida contro quelli.

La segnaletica ufficiale è chiara: in città, da una parte ci sono le piste ciclabili, dall’altra ci sarebbero le aree pedonali, come Piazza Farnese con le sue magnifiche vasche di granito recuperate dalle Terme di Caracalla, circondate da una civile ringhiera, ideale per appoggiarci le chiappe e leggere beatamente il giornale al sole.   

 

Seh! Trovarlo un piccolo spazio fra queste incivili biciclette incatenate al ferro! Che se ti avvicini, prima ti strappano i calzoni coi parafanghi e poi coi pedali ti graffiano gli stinchi. Roba da tetano. Fra l’altro, a giudicare dai rifiuti fossili accumulati nei cestini, si tratta di parcheggi a lunga durata.

Riservati ai pedoni, avremmo anche altri spazi, che si chiamano opportunamente marciapiedi e non marciaruote. Pochi sono i vicoli del Centro Storico che ne sono dotati: lembi di salvezza dal traffico, e non ci pare proprio che la truppa nemica li rispetti. Pali, fioriere, velocipedi; non si passa.

Va bene: rispettiamo la figura ecologica del ciclista non inquinante, sorvoliamo sul soprassalto che ci provoca uno di loro quando, silenzioso e letale, ci arriva addosso da dietro nel vicolo e si insinua fra noi e la mamma con carrozzina, facciamo finta di niente quando dal nulla, di sera, col buio appare il pedalante rigorosamente vestito di nero e senza luci. Va bene.

 

Il rischio è che alla fine, politicamente scorretti ma umanamente esasperati, ci si trovi a invocare quella selezione naturale di cui si prende cura il traffico sfoltendone (a caso) il numero. 

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N° 473 - Monocamera con Vista

Non c’è mai stato nel mondo antico niente di più bello, sontuoso, ricco, splendido del Foro di Traiano. Poi anch’esso, naturalmente, è stato depredato e sepolto sotto metri di terra. Riscoperto demolendo quello che ci avevano costruito sopra, anche senza quasi più niente dell’antica ricchezza è tornato a essere una testimonianza stravolgente per la sua maestà.

Uno dei pochi edifici moderni non distrutti è l’ottocentesco Palazzo del Gallo, al cui pianterreno c’era, o ancora c’è il ristorante Taverna Ulpia (di questi tempi è difficile capire se un locale è aperto o no), con una veranda, dicono abusiva, affacciata su questa specie di balcone-vicolo e sulla magnifica vista del Foro.

 

L’hanno eliminata; e questo spazio, davvero unico, sarebbe ora a disposizione di cittadini e turisti, se non che è diventato la residenza di un barbone che quando noi siamo passati doveva essere a spasso ma aveva lasciato lenzuola e coperte ad asciugare.

Curiosi, anche se cauti, ci siamo infilati nella sua monocamera con vista e siamo arrivati alla toilette, anche questa con trionfale esposizione storico-archeologica, in cui, alla base del comodo, rotondo sedile marmoreo e sullo sfondo della nobile Loggia dei Cavalieri di Rodi, si arrostiva puzzando al sole questo notevole cumulo di deiezioni del barbone stesso.

Eccola, stavolta non poteva sfuggirci l’immagine simbolo della nostra ingrata città, la quale, ci avrà anche messo duemila anni ma, con gli aiuti giusti, finalmente c’è riuscita.

 

A passare dalla gloria alla merda.

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N° 472 - Santi Imballati, Piedi Beati

Rimaniamo a S. Giovanni dei Fiorentini (la settimana scorsa non ci è bastato il tempo) e continuiamo con la triste storia del nostro Maestro Francesco Mochi.

Appena entrati in chiesa, a fare la guardia all’ingresso, ci sono altre due opere sue: un S. Pietro e un S. Paolo. Commissionati dai frati di S. Paolo fuori le mura, ebbero lo stesso risultato del Battesimo: non piacquero e si dice che non gli furono neanche pagati. Vagabondi, finirono ai due lati di Porta del Popolo, e poi anche loro al Museo di Roma.

Finalmente nel 2016 sono tornati a casa. Adesso siamo nel ’21 e non li hanno ancora sballati. Evidentemente continuano a non piacere proprio a nessuno.

 

 

In chiesa c’è ancora un paio di cose che meritano: sull’altar maggiore un altro Battesimo di Cristo, stavolta di Antonio Raggi, simile ma a nostro parere molto meno emozionante del Mochi originario, ma che dev’essere piaciuto ai committenti di più di quello, e infatti lo ha sostituito.

 

E poi, in una cappellina defilata, c’è, dentro un contenitore dorato, il piede di Maria Maddalena, con, in un quadretto contiguo, una didascalia illustrativa non solo in italiano ma anche in una lingua che il buon rettore della chiesa deve avere scambiato per inglese. Leggere per credere.

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N° 471 - Anagrafe Infausta

 

Eccolo, il capolavoro irresistibile di Francesco Mochi: il Battesimo di Cristo a San Giovanni dei Fiorentini.

Guardare lo slancio delle figure, constatarne l’equilibrio prodigioso, stupirsi dell’audacia della loro magrezza e ammirarne la modernità dei muscoli. E poi rendersi conto che se non ci fosse stato quell’altro tizio (suo contemporaneo) questo poteva diventare il primo capolavoro del barocco romano e Mochi essere il faro dell’arte in città.

Invece…Ordinato per la cappella di famiglia, non deve essere piaciuto granché ai Falconieri perché finì presto al palazzo di Via Giulia, poi addirittura su due basi separate a Ponte Milvio, e poi ancora al Museo di Roma.

Finalmente, dopo questo interminabile vagabondaggio è tornato e ha trovato pace nella terza cappella a sinistra, in quella che era da sempre la sua casa e la sua chiesa.

Ma ci sono voluti quattro secoli e malgrado l’indiscutibile, commovente bellezza dell’opera, chi è che oggi ricorda Francesco Mochi? Quasi nessuno, perché (e qui salta fuori l’anagrafe infausta) contemporaneamente a lui lavorava, creava, splendeva, trionfava a Roma quell’altro tizio, Gian Lorenzo Bernini, e beh, bisogna ammetterlo, nessuno mai è riuscito a essere più bravo di lui.

C’è chi ci si è ammazzato dalla rabbia e dalla depressione: Borromini. E chi, come il nostro artista, è sopravvissuto, ma a patto di rimanere nell’ombra.

 

La storia dell’arte è piena di questi fatti; che spreco di talento.

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N° 469 - Il Senso del Tempo

Si sa, a Roma il tempo non esiste. Certo, se andiamo in cerca di vecchi orologi, quelli ci sono: tutti bellissimi e fermi. Come questo dei Filippini, che oltretutto ha un magnifico carillon di campane, anche lui pietrificato da secoli di disinteresse.

E quelli contemporanei sparsi per le strade seguono tutti la stessa linea: quella di una cauta, quasi democristiana paziente attesa, tanto si sa che, anche se fermo, il congegno un paio di volte al giorno l’ora esatta la dà.

Non solo, ma ogni sei mesi ti dice con sicurezza (che non è detto che corrisponda alla realtà) anche se l’ora è quella solare o quella legale.

 

Ma, attenzione! Non tutto è perduto. Basta attraversare il Tevere, e da quella parte sì che sono seri. Ecco l’orologio di sinistra di S. Pietro che segna un impeccabile mezzogiorno (che è l’ora in cui siamo andati in giro per la città a confrontare anche tutti gli altri orologi).

“Vedi – ci siamo detti – siamo alle solite: basta andare all’estero (che sarebbe la Città del Vaticano) e tutto funziona, altro che da noi.”

 

E invece? Butti l’occhio all’orologio di destra, sempre a S. Pietro, ed eccoci ritornati a Roma: ore 6.02 precise (a mezzogiorno). Sarebbe proprio il caso di dire: “Non c’è più religione”.

Qui finiva il nostro articoletto.

E invece no! Colpo di scena: il Cavalier Serpente ha preso, e qui lo confessa, una delle peggiori cantonate della sua carriera.

Fretta, ignoranza e voglia di scoop (che vergogna) gli hanno impedito di accorgersi che l’orologio di destra di San Pietro non era fermo, tutt’altro.

Mentre quello di sinistra segna l’ora civile convenzionale e ha due lancette, quello di destra ne ha una sola e segna l’ora canonica, quella che scandisce i momenti della preghiera durante la giornata,

Le sei del mattino a sinistra corrispondono all’Ora Prima a destra, le nove alla Terza, il mezzogiorno all’Ora Sesta, quella che ci ha tratto in inganno. Poi ci sono la Nona, i Vespri e la Compieta.

Per cui a destra la lancetta, unica, segnava giustamente le sei (l’Ora Sesta, corrispondente al convenzionale mezzogiorno) mentre noi (forse dovremmo anche fare un salto dall’oculista) ne avevamo viste due, di lancette, perfettamente sovrapposte, le quali, nella nostra affrettata e presuntuosa interpretazione segnavano sempre le sei, ma nel senso delle diciotto.

Insomma, andato per beffare, l’orgoglioso cavalier serpente (e stavolta lo scriviamo minuscolo) è tornato abbondantemente beffato e scornato.

 

Chiediamo perdono.

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N° 470 - Ranocchie e Tartarughe

Ranocchie e tartarughe. A Piazza Mincio, la Fontana delle Ranocchie finalmente ripulita e liberata dal mantello di calcare (da qualche parte abbiamo letto addirittura 17 cm di spessore!), dal muschio, dai licheni e altre porcherie che la nascondeva da sempre, è lì, bella bianca, con tutte le bocchette che buttano regolarmente e neanche una cicca nel bacino. Ottimo lavoro, era ora.

 

Però forse sarebbe stato meglio lasciarglielo quel mantello perché le sculture (su disegno di Gino Coppedè, ma non sappiamo da chi eseguite) che si sono manifestate ci hanno un po’ deluso per la loro approssimazione. Quelle mani accennate, quei lineamenti abbozzati. Tutto sembra buttato giù in fretta e poi lasciato a metà come se nessuno avesse avuto più voglia o tempo di andare avanti con le rifiniture. 

Ovvio che il richiamo, è alla fontana delle tartarughe di Piazza Mattei; però che differenza di livello. Certo quello è bronzo e questa è una pietra porosa che poco si presta alle raffinatezze dello scalpello. Quella vanta la mano di Tommaso Landini (e si dice anche di Bernini) e questa invece non vanta che quella, ignota, dello scalpellino che ci ha lavorato.

 

Detto tutto ciò, la vasca e le sue ranocchie sono carinissime, come carinissime sono le villette, le scalette, gli arconi, le torricelle, i balconcini, i lampadari di ferro battuto che, tutti insieme, creano quel villaggio un po’ tirolese, un po’ disneyano dai romani affettuosamente chiamato (e mostrato con orgoglio agli amici venuti da fuori) Quartiere Coppedè.

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N° 468 - Burle Urbane

C’è la piena del Tevere, niente in confronto alle inondazioni storiche che distruggevano mezza città annegando un bel po’ di romani, ma, certo, qualche preoccupazione...

A chi, passeggiando sul Lungotevere Tor di Nona, bersaglio delle cacche espulse dei milioni di simpatici storni appollaiati sui platani, si affaccia sul fiume appare questa agghiacciante immagine di un povero pescatore bloccato dalle acque mugghianti sul pontile semiaffondato davanti a Castel Santangelo.

Apprensione per il poveretto; come mai non ci sono i pompieri a salvarlo? Poi a guardare meglio, ci si accorge che è un manichino. Visto dal muraglione l’effetto è convincente e la burla urbana la diremmo proprio ben riuscita.

 

 

A Largo Febo c’è il graziosissimo Hotel Raphael, la facciata coperta di rampicanti, e, piantata fra i sanpietrini accanto all’ingresso dell’albergo, ora chiuso per panico da pestilenza, c’è una di quelle eleganti paline che in giro per la città illustrano le bellezze del monumento e forniscono tutte le competenti (!) informazioni storico artistiche sul medesimo.

Non volendo passare per noiosi professorini ed essere costretti a dare un brutto voto al Comune di Roma (il presunto responsabile del testo) abbiamo deciso di includere fra le burle urbane di cui ci rallegriamo anche queste poche, incompetenti righe fotografate sulla palina stessa.

Il fatto è che, parlando di cupole, la chiesa di S. Maria dell’Anima la cupola non solo non ce l’ha manierista, ma non ce l’ha proprio per niente. Ecco, così la burla ci sembra meno riuscita

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N° 467 - Stazione Termini

 La storia è lunga e comincia con le Terme di Diocleziano; poi c’è il Medio Evo e il silenzio.

Mille anni dopo, Villa Montalto, quella di Sisto V, una delle più belle di Roma, riempie la zona con il fiotto delle sue fontane e il cinguettio degli uccelli sui suoi alberi.

 

Un paradiso, parte di quella cintura di verde che, pur rimanendo dentro le mura Aureliane, circonda il minuscolo nucleo allora abitato. 

Ma a metà ottocento anche il Papa, come gli altri re, vuole la sua ferrovia, perciò via gli alberi e le fontane e nasce la piccola, ancora casereccia, Stazione Termini, che cambia faccia varie volte e finalmente, su un progetto di epoca fascista, ma completato dopo la guerra, ecco che appare il Dinosauro, la immensa pensilina ancora oggi rampante su Piazza dei Cinquecento.

Il problema è che insieme alla nuova stazione, punto di arrivo, nel dopoguerra, di una emigrazione urbana, dignitosamente povera o disperatamente miserabile, nasce il degrado.

 

E così, negli ultimi cinquant’anni ci siamo abituati a pensare a Termini come a uno dei diverticoli intestinali del ventre putrido della città: un orribile pericoloso inferno di miseria, alcolismo e delinquenza.

Poi, neanche tanto tempo fa: il riscatto! In un’ala dell’enorme edificio, una vera perla dello stile razionalista, progettata alla fine degli anni trenta da Angiolo Mazzoni, si apre il Mercato Centrale Roma, una di quelle iniziative civili e moderne (vendita e consumo di prodotti alimentari di alto livello) che non eravamo abituati a vedere da queste parti.

E infatti non regge: con la prima ondata della pestilenza il mercato chiude e non riaprirà mai più. La maledizione di quella zona riesce ad averla vinta anche su questa illuminata iniziativa.

 

Ma intanto il primo passo è fatto. Termini non è più quell’inferno metropolitano che ci era diventato familiare negli anni.

 L’altro ieri, dopo tanto che mancavamo, decidiamo di dare un’occhiata alle antiche Mura Serviane, proprio lì davanti.

E’ una giornata di quel sole romano che riesce a dare un bell’oro ai pietroni arrampicati in alto per una dozzina di metri.

Grande la nostra sorpresa nel vedere lo squallido palazzone degli uffici FFSS che fino a poco prima faceva da sfondo al rudere, trasformato in un moderno albergo di lusso.

Ma non basta: quello che era un lurido ritrovo di barboni di fronte ai vecchi uffici si è improvvisamente evoluto in un piccolo parco archeologico: erba curata, vialetti inghiaiati, tufi millenari e sullo sfondo il dinosauro!

 

Roma, non basta una pandemia.

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N° 466 - Suicidio Assistito

Contemporaneo. Al Gianicolo, vicino al faro, in quello che un giorno era certamente un verde prato e ora è una landa desolata, si erge orgogliosa e inutile questa targa che ricorda il dono dell’Argentina a Roma, nel 2011, di ciò che immaginiamo fosse un esemplare vivo e vitale di seibo, la pianta simbolo di quella nazione.

 

Quanto è bella. O meglio, quanto avrebbe potuto essere bella se fosse riuscita a crescere.

Ma noi sappiamo che è politica immutabile del servizio giardini della nostra città di piantare, sì, alberi e cespugli, anche regalati, ma innaffiarli, giammai!

 

 

Barocco. Piazza S. Pietro. Questa proprio non ce la spieghiamo (dal punto di vista chimico-fisico): le ringhiere metalliche e perfino i pilastrini di marmo che circondano la fontana di destra della piazza, solo in zona sottovento però, sono corrosi come se gli cadesse addosso una continua pioggia di acido muriatico.

E invece dalla fontana arriva solo acqua. D’accordo, è l’acqua di Roma, notoriamente molto calcarea ma non al punto di rosicchiare delle robuste sbarre di ferro e perfino i cippi di marmo, come si vede nella foto.

 

Ancora di più non ci riesce di capire come mai, (e questa volta non dal punto di vista della scienza, ma da quello dell’organizzazione) nella piazza più frequentata del mondo non abbiano ancora pensato di sostituirli, questi rugginosi rottami; eppure non crediamo che sia un’operazione particolarmente costosa. Oltretutto si tratterebbe di salvare la faccia, anzi, la facciata della sede del Pontefice Massimo.

Medievale. Andando, idealmente, indietro nel tempo e scendendo, materialmente, un bel numero di gradini da Via Nazionale, ai piedi del Palazzo delle Esposizioni ormai passato dal ruolo di museo a quello di mausoleo della fu Quadriennale, defunta di Covid, si incontra il portico di San Vitale, una bella chiesa del IV secolo, ricostruita nell’VIII in cui troviamo una delle tante dimostrazioni della noncuranza con cui a Roma si sono sempre trattate le testimonianze della civiltà precedente.

Certo, il Medio Evo era un periodo di povertà, di sicuro mancava il materiale, sappiamo che se costruivi qualcosa nel nome della nuova religione tutto quello che veniva dal passato poteva essere liberamente stuprato in quanto frutto di un’epoca blasfema.

 

Ecco perché una bella colonna romana di finissimo granito la piazzavano lì come stipite e non ci pensavano su due volte a scalpellarla per infilarci i cardini dei cancelli, cambiandogli continuamente la posizione. E ogni volta, giù buchi, senza minimamente preoccuparsi di distruggere l’opera di qualcuno che prima di loro aveva con cura e competenza arrotondato e lucidato un masso di pietra il quale senza quel lavoro non sarebbe stato niente.

Quando poi c’era la speranza di trovare le grappe metalliche interne di raccordo e rinforzo fra le lastre di un edificio, allora sì che il marmo diventava gruviera.

 

Per i sorci affamati di quell’epoca miserabile.

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N° 465 - Il Maiale di Quartiere

WEGIL. Questo è il nome, che a noi fa un po’ ridere per il suo provincialismo anglo-fascista, di una bella struttura a Trastevere che il Comune di Roma usa per mostre e manifestazioni. Non tanto tempo fa GIL stava per Gioventù Italiana del Littorio, poi è diventato EX GIL, e questo è comprensibile; adesso si chiama WE (“noi” in inglese) GIL, cioè: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”, e questo comprensibile lo è un po’ meno.

Comunque sabato 31ottobre ci inauguravano la mostra “Robotizzati”, abiti visionari di grande sartoria indossati da manichini futuribili, presentata con un pieghevole pieno di techno-glam, fashion-tech, cyber-style e simili parole-specchietto (per allodole techno-fashion-cyber-snob).

 

Ce la siamo sbrigata in dieci minuti, poi...

…poi, a un passo da WEGIL c’è S. Francesco a Ripa, una chiesa che non sarebbe un gran che, se non contenesse la meravigliosa Beata Albertoni di Bernini e potesse vantare la curiosa presenza della tomba di Giorgio De Chirico.

Davanti ha la sua regolamentare piazza, ornata da un monumentino a Pio IX.

Ai piedi di questo cippo, a mezzogiorno di quel sabato di sole e prevedibile serenità urbana, cosa ti vediamo, passando, se non un imprevedibile materasso abbandonato proprio lì, non crediamo da qualcuno venuto apposta dalle lontane periferie, molto più probabilmente da un maiale di quartiere.

 

Come ci si può aspettare che una povera crista di sindaca riesca a governare una città così stupida e incivile da buttare la propria immondezza davanti alla porta di casa? “Tanto, che ‘cce frega? Fuori da’a porta mica è casa nostra!” Ci meritiamo tutto. Compresa la povera crista.

Vergogna. Fine del restauro dei Giardini di Piazza Vittorio, annunciata da un paginone su La Repubblica a firma di Elena Stancanelli, che apre con una prima riga la quale, anche se (ne siamo certi) ironica, ci ha fatto srotolare giù per la schiena un bel brivido di vergogna: “Sembra di stare in una città europea.”

Cioè, non, pur esagerando, in un paradiso extraterrestre, ma semplicemente in un luogo, neanche tanto lontano, di pulita e urbana convivenza fra i suoi abitanti.

Neanche tanto lontano, ma comunque neanche tanto vicino.

Così grande è in tutti noi la incredulità sul potenziale civile di Roma che un comportamento normale per qualunque altra “città europea”, qui da noi diventa pura magia.

Naturalmente, come andrà a finire ce lo dirà il tempo. Mica decenni o secoli. Secondo noi ba-sta fare un giro da quelle parti fra un mesetto e vediamo quante panchine saranno ancora intere, quanti muri ancora puliti, e quanti alberelli ancora in piedi.

 

 

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N° 464 - Vuoto Culturale

Maxxi. Era il 4 novembre 2020, il giorno prima della demenziale chiusura di tutti i musei della Repubblica, e noi abbiamo voluto fare un omaggio, magari un po’ masochistico a uno di quelli che abbiamo più cari e che spesso chiamiamo capolavoro, nel senso che l’edificio è talmente bello che non conta cosa ci metti dentro perché l’opera d’arte è lui.

Vuoto! Il senso di smarrimento che ci colpiva da ragazzi, quando nei libri di avventure sul mare l’autore descriveva la fuga dei topi dalla nave che sapevano (i roditori) essere sul punto di affondare è lo stesso che ci ha presi al Maxxi; ma non era solo il museo che naufragava, era tutta la cultura, quel bene effimero (e concreto) che proprio quelli che dovrebbero difenderlo, svalutano come fosse immondezza.

 

Stesso identico impatto più tardi al Panteon, di solito gremito. Nessuno. Con i solerti custodi che ti misurano la temperatura e poi liberi di gironzolare quanto si vuole. E’ un peccato per la cultura, come dicevamo, ma che lusso inusitato avere tutto lo spazio e il tempo per sé. Masochisti ed egoisti insieme: un chiaro caso da clinica psichiatrica.

Because. A proposito di vuoto culturale, vogliamo insistere nel masochismo e aggiungere all’album un altro caso di inglese maccheronico in cui ci siamo imbattuti al parco del Colle Oppio.

 

Qualche turista, come si intravede, ha tentato di sostituire al nostrano “because” un corretto “why”. Invano: il materiale su cui è stampato questo cartellone non accetta intrusioni. Quindi il “because” è rimasto a testimoniare il grado di incompetenza di chi l’ha scritto, di chi l’ha letto e di chi l’ha appeso: la Sovrintendenza? Il Comune? Il Mibact? Chissà. Comunque, complimenti!

Insieme. “Una passeggiata lungo le mura sotto il segno del contemporaneo a Via di Porta Labicana”, ottobre e novembre 2020. Così il giornale titola uno fra gli ultimi eventi culturali rimasti accessibili.

Ovviamente curiosi, siamo andati sul posto, uno dei tratti più infelici della cinta delle Mura Aureliane, dove le brutte case popolari di inizio ‘900 sono state costruite, come spesso si faceva in quel periodo (e anche dopo, per la verità) senza gusto, senza criterio e soprattutto senza rispetto, addosso a quel monumento unico, lasciandogli in elemosina appena la larghezza della strada.

       L’articolo continua esponendo le promesse del progetto “Insieme”: “La sfida è lasciare le opere in balia delle intemperie e dei passanti che potranno alterarle e anche danneggiarle. E restituire al monumento il suo ruolo funzionale, quello di muro”.

 

Abbiamo visto tele e pannelli appesi così in alto da essere appena visibili e comunque irraggiungibili (forse alla fine l’idea di farli danneggiare dai passanti, se non dalle intemperie, non è sembrata troppo buona). Sulla strada c’era anche parcheggiato un furgone coperto di scritte in inglese, incomprensibili non perché in inglese, ma proprio perché non se ne capiva il senso: “The message in a brick” – “My wall is going cheap”, eccetera.

Malgrado tutto siamo riusciti a mantenere la calma. Che ci ha aiutati a trovare più stimolante questa iniziativa parallela (foto): una installazione visibile qualche metro più in basso sullo stesso muro. Forse meno nobile, certo più spontanea. E anche (non resistiamo alla tentazione della battuta) più spiritosa.

 

 

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N° 463 - Viva le Dighe!

“Viva le dighe!” Davvero non ci aspettavamo di vedere il più serioso giornale italiano, il Corriere della Sera, mettere in prima pagina un titolo così ammiccante. Eppure c’è. Il giorno è domenica 4 ottobre e le dighe in questione sono il MOSE (meno male che ce n’è più di una, altri-menti avrebbero usato la parola al singolare). Venezia è salva. Il buon gusto un po’ meno. Anche perché sulla stessa prima pagina il titolista si è ulteriormente sbizzarrito con un “Accademici, ma al limite della docenza” (Burioni, Boldrin e via coronavirusdiscutendo). Che il Corsera sia diventato un giornale umoristico?

“Cruor”. In latino è il sangue che sgorga da una ferita, non quello che circola nel corpo; quindi morte, non vita. C’è una bella mostra con questo titolo, di Renata Rampazzi, piena del dolore delle donne e benissimo allestita al Museo Bilotti, che lascia lo spettatore straziato.

Se non che, appena uno si riprende dall’emozione e magari si fa venire lo sghiribizzo di comprare il catalogo, ecco la covidite 19 in agguato. 

A causa dei regolamenti sul morbo, il visitatore il catalogo può comprarlo solo all'entrata al pianterreno, dove c'è il custode che lo vende. Se, come normalmente accade, lo volesse fare dopo aver visitato la mostra, che è al piano superiore, deve riscendere in basso, pagarlo senza poterlo prima consultare altrimenti lo infetta, e poi risalire

di sopra dove c'è l'unica uscita. Una faticaccia.

Però c'è anche la possibilità di chiederlo al custode all'uscita, il quale chiamerà il collega dell'ingresso, che salirà con una copia per il visitatore il quale potrà acquistarlo dopo aver firmato una ricevuta. Semplicissimo, no?

 

 

Red Head Sicily. Per concludere, e lasciamo da parte per un momento il Covid, sul Venerdì di Repubblica del 25 settembre, leggiamo la notizia, certo di scarso interesse culturale, ma che possiamo senz’altro definire di colore, che a Favignana si è tenuto un convegno di rossi (capelli, non politica) con degustazione di vini (rossi, non bianchi), assaggi di tonno (rosso, non pinnagial-la) e puntualizzazioni mediche a uso e consumo dei rutiliani (i rossi).

Eccole:

1. Il gene dei capelli rossi è apparso circa ventimila anni fa, che è un batter di ciglia nella nostra evoluzione, e si prevede che verrà riassorbito estinguendosi entro pochi secoli.

 2. I rossi non sono più del tre per cento della razza umana.

 3. Pare che siano più reattivi al dolore e quindi abbiano bisogno di anestesie più forti.

4. Per ultimo, oltre al fatto di essere da sempre considerati diversi e quindi sottoposti a sberleffi da piccoli e a persecuzioni da grandi (compreso il rogo sotto l’inquisizione, soprattutto le donne, per sospetta stregoneria), i rutiliani si trovano al giorno d’oggi, e questo naturalmente riguarda solo gli uomini, a non essere neanche considerati come donatori dalle banche del seme, perché tanto il loro non lo vuole nessuno.

 

 

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N° 462 - Un Altro Mondo

E’ parecchio che il Cavalier Serpente si è messo a riposo. Un riposo provvisorio: uno o al massimo due mesetti d’estate. Che invece si è prolungato, rischiando di diventare eterno, un po’ per la pigrizia di stagione e molto per la mancanza di argomenti, dato che da qualche tempo la città ci dà davvero poco da raccontare.

 

Abbiamo deciso comunque di risalire in sella. Ed eccoci qua.

Moira. Avevamo sbirciato la notizia scritta in piccolo sui giornali e allora siamo andati a verificare.

Palazzo del Monte; nella matassa di vicoli che riempiono lo spazio intorno a Campo de’ Fiori, che venti secoli fa era il Teatro di Pompeo (incredibile pensare che un intero quartiere medie-vale entri nel perimetro di un teatro romano: mania di grandezza prima, forse; scarsità di mezzi dopo, certo).

Nella sala espositiva del Monte di Pietà ci sono in mostra i gioielli di Moira Orfei.  

E qui ci si è aperto un mondo.

 

Il nome di questa istituzione da sempre si associa nel nostro immaginario a sordide stamberghe, infima miseria, conati di sopravvivenza. I quali avranno colpito, magari con impeto ridotto, anche gli eredi (oggi il circo non va più, nessuno vuole vedere gli animali esibirsi per gli umani, eccetera) che espongono tutta la mirabolante paccottiglia di mamma, o zia, o nonna Moira, prima di metterla all’asta il 29 ottobre. Oggetti che è fin troppo facile immaginare vistosi, appariscenti e di sicuro meno preziosi di quello che vorrebbero sembrare.

Eccone un sobrio esempio qui sopra.

E invece che sorpresa il Monte!

 

L’edificio fuori è dignitosamente barocco e immenso (XVII secolo, Mascherino, Maderno e Borromini); dentro modernissimo ed efficiente, con saloni di esposizione, vetrine e vetrinette, tavoli e salottini, uffici per la valutazione dei preziosi e per le aste, alle quali può partecipare chiunque. E dovunque si aggira una curiosa umanità dall’aria un po’ astuta, un po’ famelica, un po’ smarrita, ma tutti con uno sguardo complice da membri di un’associazione segreta. 

I marmi Torlonia. Ohibò! A questo punto decidiamo di buttarci sulla cultura, quella vera. Prenotazione obbligatoria? Non ce l’abbiamo. Non ci faranno entrare? Proviamoci lo stesso. Come sempre Roma non si smentisce e ci stupisce. Primo pomeriggio di un mercoledì qualsiasi. Biglietteria inaspettatamente libera. L’ingresso alla mostra è il meraviglioso giardino di Villa Caffarelli al Campidoglio, chiuso da decenni, finalmente riaperto, ripulito e riordinato. Deserto! Siamo entrati da padroni di casa, sotto il solicello di ottobre con un’aria tersa e una vista da cartolina su tutta la città.

 

La mostra? Una bulimia di imperatori, ninfe, apolli, uno più bello dell’altro, con il pregio ag-giunto di un impeccabile restauro e fresca pulizia, quindi niente veli di polvere, ragnatele e ombre sui ritratti, che esprimono, candidi, la loro capacità di raccontare i personaggi. Come non rimanere colpiti di fronte al realismo di questo Vitellio? Più che un imperatore, un semplice umano, anziano e grasso.

Ecco, questa mostra è un risarcimento a tutti noi per il furto che abbiamo subito lungo i troppi decenni in cui questi capolavori, una piccola percentuale dell’intera collezione Torlonia, sono rimasti sepolti vivi nelle cantine di uno dei palazzi di famiglia, quello di Via della Lungara, desti-nato dai nobili antenati a nobile sede espositiva dei marmi che i loro furbi discendenti, invece di esporli, hanno rinchiuso in cantina, perché il palazzo lo hanno ristrutturato, ricavandone una moltitudine di appartamentini, probabilmente irregolari ma ottima fonte di reddito.

 

E noi lo sappiamo bene perché anni fa, prima che si trasferisse a Trieste, proprio lì andavamo spesso a trovare l’amico Lelio Luttazzi che ci abitava e ogni volta ci diceva: “Senti che tranquillità, ascolta gli uccellini”. Certo che era tranquillo, con tutti quei cadaveri in cantina.

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N° 461 - Demenza Senile

L’età, si sa, manifesta il suo malvagio potere in molte maniere; una di queste è costringerci a ripetere gli stessi errori senza da essi imparare niente. Chiamasi demenza senile.

Qualche anno fa Roma (si tratta appunto dell’anziana trimillennaria affetta da questa terribile malattia) decise di intervenire sul suo ombelico di maggior traffico, Piazza Venezia, sistemandone la pavimentazione a sanpietrini che era in pessime condizioni.

Pur non essendo in via di estinzione, come ci augureremmo, il sanpietrino (piramide tronca di pietra lavica di misure variabili, ma in media 12 x 12 x 18, in uso nelle strade e piazze romane fin dal tempo di Sisto V) è una specie protetta e perciò non si tocca. E siccome è un manufatto antico, quindi artigianale, il suo uso e la sua messa in opera seguono naturalmente ritmi artigianali e non industriali. Considerazione che dovrebbe escluderlo da strade sottoposte a intenso traffico, soprattutto di bus urbani o turistici, minimo 15 tonnellate ciascuno, per limitarlo a pittoreschi vicoli e piazzette pedonali.      

All’epoca l’anziana demente non ci pensò due volte (neanche una, secondo noi) e procedette alla ricollocazione delle maledette piramidine tronche, bloccando tutta la zona per mesi in un lavoro assolutamente inutile e costoso, e ricavandone, a pochi giorni dalla riapertura al traffico, compresi i veicoli pesanti di cui sopra, un percorso così pieno di mostruose gobbe e voragini da vincere il confronto con la famigerata Parigi – Dakar, gara oggi a rischio per ragioni politico-geografiche, che potrebbe benissimo essere ripristinata, proprio qui a Roma, a Piazza Venezia, dividendone il percorso in due infernali tappe: la “via IV Novembre - via Petroselli”, e la “via del Corso – rotatoria per via del Plebiscito”. Proprio in quel periodo assistevamo riverenti ma anche irridenti all’operoso martellare dei selciatori. Sapevamo già che era un processo artigianale. Loro tranquilli, seduti per terra a sistemare i sanpietrini a mano, come cent’anni fa, mentre tutto intorno il centro storico impazziva.

Noi crediamo di essere persone normali e non riusciamo a comprendere una scelta tecnica che l’esperienza ha già dimostrato essere molto peggiore del problema a cui dovrebbe rimediare.

 

Se non dandone la colpa alla demenza senile.

Perché oggi, 8 luglio 2020, verso le 16, ci siamo trovati di nuovo davanti a una manifestazione della stessa patologia.

 

Siamo sotto il Vittoriano. A disposizione dei lavoratori c’è una distesa di sanpietrini pronti per essere posati (che, ammettiamolo, aggiunge un bel look da invasioni barbariche e crollo dell’Impero Romano ai marmi addormentati sotto il sole). Intorno, ovvio, infuria il traffico contemporaneo. 

Sfidandolo, ci accostiamo alle transenne e sbirciamo il febbrile procedere dei lavori.

 

Eccone una fase alla quale abbiamo assistito entusiasti: un forzuto giovanotto, munito di ergonomici guanti, raccoglie da terra i blocchetti a due a due e li deposita sul cucchiaio di una macchina che, quando sarà pieno, (certo, il suo tempo ci vuole!) li trasporterà per consegnarli a questi altri due forzuti: veri bronzi di Riace (quello di destra meno bronzeo; l’altro più scultoreo) i quali procederanno alla loro messa in opera.

Che consiste, lo ripetiamo, nell’appoggiare, seguendo il filo guida, su un letto di sabbia i singoli sanpietrini, uno per uno, batterli con il mazzuolo in modo che si infilino tutti alla stessa profondità, e poi, quando sono in ordine, versarci sopra del catrame liquido misto a brecciolino che riempirà gli spazi, spandendolo con un bello scopettone, che, come tecnologia, ci sembra perfettamente adeguato al resto della lavorazione.

 Non è difficile prevedere che un tipo di pavimentazione così fragile, nata per i piedi nudi dei popolani, per le babbucce dei cardinali, diciamo anche per gli zoccoli di muli e cavalli e, ci vogliamo rovinare, perfino per le ruote di rare carrozze, sprofondi al passaggio del primo bestione motorizzato da 20 tonnellate.

E’ successo ogni volta, tante volte. Siamo nel 2020, però il sanpietrino è sacro e non si cambia.

 

Mai!

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N° 460 - ll Museo al Tempo della Peste


A Palazzo Altemps si inaugura una mostra di Filippo De Pisis, pittore della prima metà del ‘900, ormai quasi dimenticato. Da sempre curiosi degli artisti minori, e ricordandoci quanto ci piacevano le sue Venezie e le sue scarne nature morte, decidiamo di andare a ficcare il naso per capire a che punto stanno le cose.

Un custode del museo a cui ci eravamo rivolti per informazioni il giorno prima ci aveva avvertiti: “Servirebbe la prenotazione, ma siccome c’è poca affluenza, non si preoccupi”.

 

Non ci siamo preoccupati: infatti c’è il deserto, ma la prenotazione serviva lo stesso. Cioè: arriviamo all’ingresso, mascherina indossata, fatta l’abluzione antibatterica delle mani e presa la temperatura (36,4°), il cassiere (gentilissimo, come sono quasi tutti in emergenza virus): “Lei dovrebbe prenotarsi collegandosi con il suo cellulare sul sito del ministero, ma non le basterebbe mezz’ora. Facciamone a meno, ma mi deve due Euro lo stesso, per la prenotazione”. Mano in tasca e fuori la moneta. Eh no! Non si può pagare in contanti. Solo col bancomat. Fatto. Finalmente si entra. Come già detto, deserto, qui e in tutto il museo. Per fortuna siamo in Italia e meglio ancora a Roma, dove se manca l’efficienza funziona la tolleranza. Certo, come promozione delle arti in tempo di pestilenza non ci siamo proprio.

In mostra ci sono dei begli olii: un bel Ponte di Rialto e bei fiori e verdure, che ci confermano nel nostro buon ricordo.

 

In coda, una serie di disegni rappresentanti languidi giovanotti, per la maggior parte gondolieri, di cui, come tutti a Venezia in quel periodo sapevano, il maestro andava ghiotto.

Tutto molto garbato, tutto di buon gusto, però (come eravamo stati costretti ad annotare in occasione di una mostra di Medardo Rosso che visitammo nelle stesse sale l’anno scorso a ottobre) il percorso si conclude, oggi come allora, con l’uscita impreparata e devastante in una sala, che in realtà fa parte del museo di scultura romana, dove, in agguato, ci aspettano due pezzi così potenti da sbriciolare qualsiasi altra opera e trasformare, al confronto, in pittore della domenica un artista altrimenti di buon livello e universalmente stimato.

Un errore di prospettiva organizzativa? E’ giusto così? E’ prudente? Certo il visitatore dovrebbe riuscire a concludere il discorso cominciato e poi aprirne un altro senza creare confronti, o magari gli si dovrebbe evitare il rischio di incontri così chiaramente pericolosi.

O forse non preoccuparsi di chi guarda e lasciare che l’arte parli per sé, senza bisogno di balie, traduttori, organizzatori?

domenica un artista altrimenti di buon livello e universalmente stimato.

 

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N° 459 - Comunicare con le Immagini

Fin dall’inizio dei tempi e per i nove decimi della sua storia l’uomo è vissuto da analfabeta. Tutto quello che c’era da sapere se lo raccontavano a voce. Poi, ma molto poi, sono arrivate le immagini. E praticamente cinque minuti fa è arrivata la scrittura.

Comunque l’immagine rimane, soprattutto adesso che la tecnologia l’ha resa mobile, riproducibile e onnipresente, ancora il mezzo più potente per comunicare.

Solo che, proprio perché è così facile da usare e alla portata di tutti, ci può indurre a svelare più di quello che si vorrebbe, e talvolta a lasciare una traccia che poi è impossibile cancellare.

A Roma c’è un nodo di archeologia industriale, bellica, monumentale che chiunque al mondo ci invidierebbe e che perfino i romani invidierebbero a se stessi se solo riuscissero a individuarlo. E’ unico: punto d’arrivo e smistamento di tutti i principali acquedotti della città, con relativi impressionanti incroci di archi e pilastri; la più monumentale doppia porta nelle Mura Aureliane, che sovrasta le vie Prenestina e Casilina; una misteriosa basilica neopitagorica nascosta nella massicciata dei binari ferroviari, i resti delle Terme Eleniane, e altri sassi, vari ma non secondari.

 

Da valorizzare, no? E invece ecco tre immagini proprio giuste per raccontare la triste, cialtronesca realtà della nostra impresentabile città. 

Archi romani nella prateria? No, si tratta della ben curata aiuola che circonda il monumento.

L’antico e l’arcaico assieme? Sì, è’ il capolinea del decrepito trenino Roma – Giardinetti.

  Arte concettuale? In un certo senso. E’ la cuccia di uno dei tanti sbandati che la notte bivaccano nei giardini lasciandoli poi in questo stato.

Siamo a Porta Maggiore. Non c’è altro da aggiungere.

Dal degrado al lusso sfrenato “Guardate tutti quanto è ricca la nostra famiglia!” - grida l’immagine di questo tavolo superbarocco della Galleria Colonna.   “Non solo mi hanno caricato di tutti i possibili simboli del potere e della nobiltà, ma per dimostrare che loro non hanno nessun bisogno di un umile pezzo di mobilio come me, con tutti questi ornamenti mi hanno reso praticamente inutilizzabile”.

 

 

 

E che dire dell’ingenua efferatezza di questa immagine, ripresa dal raccapricciante martirologio dipinto dal Pomarancio sulle pareti della chiesa di S. Stefano Rotondo?

Una quantità di pannelli dove le presunte (o anche reali, certo gli antichi romani ne avevano di fantasia sull’argomento) torture subite dai martiri cristiani sono rappresentate per l’edificazione dei fedeli contemporanei.

 

Da scettici del terzo millennio ci viene da ridere ma soprattutto da chiederci come facessero i succitati fedeli a non trasecolare di fronte a queste rappresentazioni orribili e ingenue, nelle quali da una parte c’è il dettaglio cruento di tenaglia e coltellaccio del crudele carnefice che sta per infliggere, o lo ha già fatto, la mutilazione al martire, ma dall’altra c’è la faccia beata del poveruomo che sta per perdere la lingua, o quella della signora accanto a lui che sorride mentre un rivolo di sangue le cola dalla bocca dalla quale evidentemente la lingua è già stata strappata…

E poi, per chiudere, eccoci all’immagine della morte.

Due modi di vederla, ma due modi che più opposti non si potrebbe proprio.

San Giovanni in Laterano: il defunto, un prelato o comunque un uomo di studio, rispettabile e rispettato, si è addormentato nel sonno eterno accompagnato dalla fede e di certo da una coscienza tranquilla.

E infatti eccolo lì, bello rilassato nella sua poltrona e ce lo possiamo immaginare circondato, come si usa dire, anche nel supremo momento, dall’affetto dei suoi cari. Insomma, qui la morte non fa paura.

E invece in questa tomba dalla chiesa di Gesù e Maria, che orrore! Che dolore queste contorsioni dello scheletro in preda a qualche insopportabile angoscia!

E’ impossibile immaginare quale condanna si nasconda dietro questa rappresentazione mostruosa. Chi avrà commissionato la scultura, forse il defunto stesso pentito di qualcosa? Forse qualcuno che lo giudicava troppo severamente?

Non lo sapremo mai. Certo qui di pietà neanche una briciola.

 

 

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N° 458 - Il Tempio in Gabbia


C’era una volta…no, rimaniamo con i piedi per terra, anzi, sotto un tavolo. E più precisamente sotto un tavolino dell’Appia Antica Caffè. Si tratta di un locale con un indirizzo favoloso: Via Appia Antica N. 175, con la  possibilità di sedersi al bordo del basolato antico, sotto un olivo forse millenario oppure, nel giardino sul retro, di godere di fragrante brezzolina e ombra fresca al riparo di pini, anche se non millenari, di certo secolari. Un paradiso dove si può andare a mangiare un ottimo panino, bere una birra o un caffè e leggere il giornale in santa pace.

Ma dopo, per giustificare la (ancorché sobria) crapula, torniamo al “c’era una volta”, ovvero al Parco della Caffarella, un immenso spazio a un passo da lì, che ingloba anche la villa suburbana con azienda agricola due millenni fa nota come Pago Triopio, di proprietà di Erode Attico, che l’aveva avuta in dote dalla moglie Annia Regilla (morta in circostanze così dubbie che il marito fu prima accusato di uxoricidio, poi assolto in maniera altrettanto dubbia, ma, si sa, era molto ricco e molto bene ammanicato).

 


Insomma, per farla breve, fra i tanti monumenti che ornavano questa sontuosa proprietà (ce la immaginiamo come doveva essere: punteggiata di ninfei, cascate, ruscelli e boschetti) ha resistito egregiamente ai secoli questo tempio originariamente dedicato a Cerere e Faustina, che poi negli anni più bui del medio evo, persa la sua originaria consacrazione pagana, diventò la chiesa di Sant’Urbano e continuò a vivere precariamente come avamposto religioso in un’area che, malgrado fosse a sole tre miglia dalle mura urbane era preda delle incursioni dei pirati che sbarcavano a Ostia e razziavano a intervalli frequenti l’agro romano (doveva essere un mondo, quello intorno all’anno mille, che noi neanche riusciamo a immaginare nella sua primitiva ferinità). 

Poi, ormai ridotto un rudere, ebbe vari rattoppi e finalmente lo spazio fra le colonne del pronao fu riempito da un robusto muro di mattoni e questo servì a evitare il crollo definitivo.

Ancora un particolare che ci sembra importante per chiarire meglio la figura del nostro protagonista (Erode, non il tempio): le quattro magnifiche colonne che ancora si vedono sulla facciata, più i capitelli e l’architrave sono di pentelico, un marmo molto pregiato proveniente dalla Grecia e più precisamente da cave di proprietà, guarda caso, proprio del medesimo Erode Attico. 

Bene, prendiamo Vicolo S. Urbano, una traversina dell’Appia Pignatelli e dopo un centinaio di metri, non di più, il sentiero finisce davanti a questo portone, ermetico e senza indicazioni.

La dietro c’è, ben custodito e inaccessibile, il tempio-chiesa di S. Urbano. Per riuscire a sbirciarlo e a fotografarlo attraverso una minacciosa rete metallica ci siamo dovuti inerpicare aggrappandoci alla vegetazione selvaggia lungo la scarpata della collinetta, mentre sul sentiero sottostante, sul quale rischiavamo di precipitare a ogni passo, arrancavano gitanti in bicicletta, mamme con bambini in carrozzina e anziani stremati e sudati, maniacalmente presi dal rito suicida dello jogging, celebrato possibilmente sotto un sole bollente e accompagnato da manifestazioni di sofferenza e agonia.

Va bene, ognuno decide come torturarsi. Affari loro.

 

Quello che per l’ennesima volta abbiamo dovuto constatare, oltre all’irraggiungibilità, è stata l’assoluta indifferenza, la mancanza di curiosità degli sportivi (in sofferenza o non) e delle mamme verso quel raro oggetto di potenziale interesse nascosto dietro i cespugli e isolato dalla rete a cui stavamo invece perigliosamente aggrappati noi, tutti presi a rubare occhiate illecite e scattare foto proibite.

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N° 457 - Perle ai Porci


Il cimitero acattolico! Un luogo di romantica quiete che si appoggia alla Piramide Cestia. Uno spazio ancora campestre entro le Mura Aureliane. Una gentile concessione del Papa che non voleva avere niente a che fare, nei suoi cimiteri ufficiali, con stranieri senza dio; ma d’altra parte non poteva scontentare i re non cattolici che avevano rappresentanze a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano pur seppellirlo.

 

Un giardino che ospita le tombe di Keats, di Gramsci, di Camilleri. Beh, esci da quel mistico raccoglimento, tenti di seguire la linea severa delle Mura verso il Tevere, e dopo pochi passi ecco che, preavvertito da una bella puzza, ti trovi il cammino sbarrato da un grande centro dell’AMA, la Municipale che svolge l’utile compito dello smaltimento dei rifiuti urbani usando come appoggio l’ultimo tratto di quel muscolare bastione che tanto ci aveva colpito con la sua austera presenza solo qualche metro prima. Certo, l’immondezza va raccolta, però, magari in qualche altro angolo…



Rimaniamo sulle Mura Aureliane. Costruite in fretta alla fine del terzo secolo quando a Roma cominciava la paura dei barbari, girano intorno all’Urbe per una ventina di chilometri, con quasi quattrocento torri.

Nel tratto fra Porta S. Sebastiano e Porta Latina, quello rimasto libero da costruzione moderne e quindi più pittoresco, una di queste torri ha cominciato a barcollare e a minacciare di accasciarsi. Evento più che giustificato data la decrepitezza della struttura.

Ciò che ci stupisce è il tipo di imballaggio con cui è stato avviluppato il nobile bimillennario manufatto: sottili stecche verticali di legno tenute insieme da fettucce di qualche materiale metallico di un bel colore blu brillante.

 

Magari l’operazione sarà tecnicamente ineccepibile, ma  il look è decisamente da scaffaletto Ikea. Crediamo che si sarebbe potuto fare meglio.



Sul Lungotevere Aventino si affaccia il panoramicissimo Giardino degli Aranci, da cui ogni sera si può ammirare, stagliato contro il cielo al tramonto, er Cuppolone.
Proprio lì sotto, ignoto ai più (ne siamo certi) giace abbandonato alla pioggia e al vento e, se non fosse per il peso dei materiali, anche al capriccio dei passanti, un deposito di marmi antichi, fra cui, accostata a una lapide di Papa Innocenzo XII, si intravede, coperta di muschio, una gigantesca vasca di granito. Simile a quella recuperata dalle Terme di Nerone, restaurata e rimessa a sgocciolare a Via degli Staderari, dietro al Senato, ma più grande. Ecco, anche qui, a parte lo stupore che provoca il pensare a come avranno fatto a trasportare, scavare, levigare e issare, tutto a mano, queste gigantesche e pesantissime pietre, ci si chiede come mai roba simile rimanga abbandonata senza recupero, senza restauro, per anni. E’ che, appunto, c’è troppa roba bella in giro.



A questo punto ci torna in mente Christo, il grande artista morto da pochi giorni, che ha passato la vita a impacchettare monumenti in giro per il mondo. Cosa c’entra? C’entra perché ci è venuto il dubbio che Roma, senza sospettarlo, sia proprietaria di una sua opera, e precisamente quella che vi mostriamo qui accanto, dopo averla citata tante volte senza sapercene spiegare l’aspetto.

E’ uno di due gruppi scultorei simmetrici, ben bene incappucciati e issati sulla facciata della Galleria Alberto Sordi, che da tempo immemorabile ci appaiono così. Secondo noi si tratta proprio di un Christo originale. Attendiamo conferme.

 

 

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N° 456 - Il Non Finito

Esiste, come tutti sanno, il “non finito” di Michelangelo, di cui un esempio è la Pietà Rondanini.

 L’artista sosteneva che l’immagine vive già nel blocco di marmo, basta estrarla eliminando il superfluo; quindi il non finito è solo una pausa in questo scavo, che si può riprendere in qualsiasi momento, tanto l’opera è lì dentro che aspetta.

 

Dopo di lui altri hanno approfittato di questa svolta stilistica e hanno cominciato a celare anche loro sotto una rozza crosta di non definitivi colpi di scalpello intenzioni, idee, forse anche la semplice incapacità, appunto, di andare avanti e finire il lavoro.


 

E poi c’è il “non finito” alla romana che invece non è una tecnica artistica, neanche l’estrinsecazione di un pensiero: è pura e semplice cialtroneria.

Cominciamo da Via degli Acciaioli, quel breve tratto che, scendendo da Ponte Principe Amedeo, collega il Lungotevere con Corso Vittorio. Siamo sull’itinerario dei pellegrini che vanno e vengono da S. Pietro: in pieno Centro Storico insomma, sotto gli occhi di mezzo mondo.

 

Per allargare la strada furono demolite alcune case, di pregio o no non lo sappiamo. Certo che lasciare quei segni di solai tagliati, quelle impronte di finestre e porte accecate, che una mano d’intonaco avrebbe nascosto con modica spesa, come potremmo chiamarlo se non cialtroneria? E non è di ieri, la faccenda, ma risale a una vita fa.


Ora facciamo un balzo all’estrema periferia, che fino a poco fa era ancora Campagna Romana. Tor Fiscale, un meraviglioso manufatto medievale arrampicato sull’incrocio di due acquedotti, il  Claudio e il Marcio.

E qui siamo immersi nell’antichità. Ma non del tutto, perché nell’immediato dopoguerra, lungo gli acquedotti romani, anzi, appoggiate ai loro ruderi, erano nate una serie vergognosa di baracche dove erano finiti a vivere, se quella si poteva chiamare vita, gli sfollati dei bombardamenti.

Bene, un paio di anni fa ci fu una grande festa per celebrare il restauro della torre e degli acquedotti. Le strutture rinforzate, i conci di tufo perfettamente puliti, l’edera e i capperi estirpati, ma, chissà perché, anche qui sono rimaste le pareti imbiancate delle catapecchie abbarbicate ai pilastri. Testimonianza storica di un passato recente? Ne dubitiamo. Storica, poi? Mah! Scommetteremmo invece, anche qui, sulla cialtroneria romana.

Si potrebbe continuare, invece ci fermiamo. Però…

 

 



Però permetteteci questa postilla: oltre al “non finito”, a Roma ricorre spesso il “non innaffiato”.

Si tratta di una assoluta mancanza di empatia (leggi attenzione alla sopravvivenza) verso piante e fiori.

In primis da parte del Comune, che le piante, ahinoi, le compra con i nostri soldi, poi le abbandona; a questo, per quanto stupido sia, ci siamo romanamente abituati.

Ma anche da parte dei privati, che le piante le comprano con i loro, le piazzano davanti ai loro negozi, ai loro ristoranti, ai loro laboratori, e poi le lasciano morire piuttosto di dargli mezzo litro d’acqua ogni tanto. E questo, oltre che stupido, ci sembra masochisticamente incomprensibile ma, lo ripetiamo, romanamente abituale.

Piazza Venezia, un marciapiede percorso da ogni turista che metta piede in città e si fermi a dare un’occhiata al Vittoriano. Dai lati della vetrinetta del bar ci salutano i due impiccati di guardia, non più botanicamente riconoscibili, probabilmente deceduti durante l’emergenza virus, e mai sostituiti (ma neanche eliminati, se non altro per salvare la faccia). 

 

 

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N° 455 - Coronavirus - A Che Fase Siamo?


Riaprono i musei. Dai molti e confusi decreti: prenotazione obbligatoria, cioè, veramente, non proprio obbligatoria, diciamo preferibile. Riapertura lunedì, però il lunedì è il giorno di chiusura settimanale, quindi riaprono il martedì, ma non tutti. Sono rimandate a giugno le aree archeologiche, proprio quelle dove non servirebbe la mascherina e soprattutto sarebbero improbabili gli assembramenti (sull’Appia Antica o alla Villa dei Quintili! Quando mai si è vista grande partecipazione di popolo in queste lochescion?)

Noi comunque ci portiamo avanti (ancora da casa) ritornando a sguazzare nei nostri argomenti preferiti.

“Carthago, il mito immortale” al Colosseo. Praticamente il giorno prima della chiusura totale ci siamo trovati a godere (e siamo certi che non succederà più) dell’Anfiteatro a nostra totale disposizione. E’ che l’allarme si era già diffuso, i turisti non arrivavano più e gli indigeni stavano a casa terrorizzati. Noi eroi della cultura (o incoscienti della medicina) eravamo lì a chiederci, come di solito facciamo, perché una cosa è così e un’altra è cosà. Sotto investigazione, stavolta, gli attrezzi che avevano permesso a Roma di vincere la battaglia delle Egadi contro Cartagine nel 241 a. C.

La battaglia era stata cruciale e aveva concluso la prima guerra punica avviando Roma e diventare padrona del Mediterraneo.

Francamente lo stupore ci ha bloccati davanti all’arma finale, recuperata dal mare ed esposta in una vetrina: il rostro. Che era una punta di bronzo, montata sulla prua, sotto il pelo dell’acqua, con la quale si speronava la nave nemica sfondandone la chiglia e facendola affondare. Niente da dire sul livello tecnologico della trovata. E’ sulla sua dimensione che ci siamo fatti spiazzare. Una robetta alta poco più di un metro e lunga altrettante, che evidentemente si staccava dalla sua trave e rimaneva infilzata nel legno avversario, affondando con lui. Una battaglia epica che aveva cambiato la storia combattuta con questi apriscatole da mezzo metro!

 

Ovvio che la punta fosse proporzionata alla nave su cui era montata. Dovevano essere piccole le imbarcazioni a remi, massimo una ventina di metri, con le quali Roma aveva conquistato il mondo. In pratica il doppio di una gondola. A parte la ovvia differenza di destinazione e di eleganza, rimane il fatto che mentre le gondole sono più grandi (undici metri) di come le immaginiamo, le biremi romane, invece, erano evidentemente molto più piccole.


A proposito di gondole e di misure, basta trovarsi a Venezia in un giorno qualsiasi, con il Bacino di San Marco violentato dal passaggio di una delle cosiddette Grandi Navi per rendersi conto di quanto siano cambiate le proporzioni oggi.

 

Le gondole sono rimaste le stesse, Venezia anche, le navi romane sono un ricordo del passato ma quelle di oggi sono diventate mostri immensi, paurosi, pesantissimi, pericolosissimi e francamente neanche tanto belli.



Tanto per non farci sfuggire niente, siamo anche andati a controllare i lavori di sistemazione della pavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina, su cui avevamo fatto una piccola indagine preventiva a inizio anno, rimanendo anche qui un po’ basiti.

Sembra che il tutto si sia ridotto a ricollocare su una probabilmente costosissima piattaforma di metallo poggiata su pilastrini regolabili, le lastre di travertino che giacevano da anni sul prato, senza però seguire né un disegno razionale, né un filo artistico. E’ una vera e propria romanella (che dalle nostre parti significa una ripassata superficiale per nascondere le magagne senza risolvere i problemi): i travertini sembrano accostati a caso, e a un certo punto devono anche essere finiti, così ci hanno lasciato un bel buco in mezzo.

 

Malignità, da parte nostra, incompetenza o mancanza di fantasia? Aspettiamo giudizi. 


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N° 454 - Coronavirus - Fase Due


E’ tornato lo smog, finalmente! Tutto quell’ossigeno rischiava di farci funzionare la testa troppo bene. Adesso siamo di nuovo a norma.

Quindi, come prima, i cormorani pescano nel Tevere (l’acqua del “Biondo” che sembra inquinata è solo carica di argilla sospesa, non per colpa umana, e in più adesso ci dev’essere pesce in abbondanza), le mascherine calmierate non si trovano, le multe fioccano e noi abbiamo sempre più voglia di farla in barba a questo nostro padre/professore, severo da una parte e incapace dall’altra, che ci tiene in castigo da due mesi e intanto manda a fare la ricreazione quelli che in castigo ci dovrebbero stare per tutto l’anno scolastico.

 

In tasca ricette tutt’altro che urgenti e finte prenotazioni per il take-away di qualche lontanissimo ristorante, ce ne andiamo girando per la città.

E’ ancora bella ma si capisce che fra poco si guasterà, cioè si normalizzerà; e ci troveremo di nuovo davanti a una delle tante nostre contraddizioni.

Si ha voglia di tranquillità e silenzio. Ma appena arrivano, si comincia a smaniare perché non sarà che tutta questa quiete assomiglia a quella eterna? Oppure, costretti a guardarci dentro, ci prende quella inquietudine da cui cerchiamo di fuggire  facendo rumore e agitandoci anche quando non serve.

Noi abbiamo amici che, arrivati alla vecchiaia ci annunciano, saggi, di avere acquistato “sai quel rudere in Umbria in mezzo al verde e lontano dalle macchine? Adesso lo metto a posto e poi ci passerò giorni felici svegliandomi al canto degli uccellini e passeggiando nel bosco. Tanto se voglio venire in città, al massimo mezz’ora da casello a casello…”

E dopo un po’ cominciano a implorare una visita, ci telefonano con qualche trasparentissimo pretesto, ma noi sappiamo che (lì, come qui, ma lì è peggio) è un pomeriggio piovoso e buio di novembre e di passeggiare nei boschi non se ne parla e gli uccellini, che sono meno scemi di loro, se ne sono andati al caldo e al sole. E la mezz’ora da casello a casello sarà anche vera, ma ai caselli bisogna arrivarci. 

Ecco. Almeno la città ti costringe a reagire alla sua stessa nevrosi, e con questo ti obbliga a vivere e a non adagiarti nel lento, dolce fluire delle stagioni, nel ritmo rassicurante delle foglie e dei fiori, perché, rendiamocene conto, il tempo a nostra disposizione non è quello delle natura: è molto ma molto meno e sprecarlo e proprio da stupidi.


Oh, e poi, in tutti questi giorni a nostra forzata disposizione, abbiamo finalmente avuto il tempo di portare a termine un’impresa che ha dell’eroico, e che tenevamo in serbo come un virtuoso programma da realizzare chissà quando.

Mano alla rubrica telefonica, cominciando rigorosamente dalla A, abbiamo chiamato al numero fisso, che, detto fra noi, funziona sempre meglio di quella diavoleria moderna che si chiama telefono cellulare, tutti i nomi che risvegliavano nella nostra memoria echi di antiche amicizie o comunque di simpatie, magari sepolte da mesi o anni di trascuratezza (idraulici e prestatori d’opera vari esclusi, naturalmente).

 

Prima cosa, siamo stati costretti a prendere nota in un colpo solo dei tanti spazi che ci ammiccavano come vuote orbite dalle pagine a causa della dipartita dei loro titolari. Per fortuna negli anni le perdite si erano verificate abbastanza lontane fra loro da permetterci di riprendere fiato e di sopravvivere al memento mori.

E allora, tra mezze ore  di ricordi e informazioni, pettegolezzi lasciati in sospeso, spiegazioni o giustificazioni è stata un’occasione per fare pulizia. Benedetto virus.

E, a proposito di virus, quello che ci ha stupiti, piacevolmente s’intende, è stato constatare che non uno dei nostri amici o conoscenti era malato, o lo era stato, o sospettava di esserlo, o aveva a sua volta parenti e amici malati.

Rapida riflessione: le nostre telefonate sono state un’ottantina; calcolando che ognuno dei nostri ottanta corrispondenti abbia un uguale numero di conoscenze o parentele, si arriva a (ottanta per ottanta) seimilaquattrocento persone che sono una piccola ma non insignificante cittadina italiana.

Nessuno malato. Ma allora, con tutto questo allarme, questa mortificazione della normalità, questa masochistica distruzione del sistema a cui siamo stati e ancora siamo sottoposti, ma non staranno per caso esagerando un poco? 

Complotto?


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N° 453 - Coronavirus - Fine Fase Uno


Ore 6, il sole comincia a fare capolino, una coppia di enormi gabbiani si mette a battere col becco sui vetri della finestra e ci sveglia. Abbiamo trascorso l’infanzia in campagna e non è facile che un animale ci spaventi, ma quei due uccellacci con l’occhio allucinato e il becco grifagno fanno paura. Il primo pensiero è Hitchcock; il secondo: aiuto! la natura ha ripreso il controllo della città. Poi un caffè ci schiarisce il cervello, ci accertiamo di non essere stati divorati e decidiamo di andare a farci una passeggiata.

 

Sappiamo che la tregua mortifera sta per finire e che bisogna approfittarne perché un’occasione così: la città umana vuota e noi soli ad assistere al suo irreale coma, quando ci si ripresenta? Quello che vogliamo vivere ancora per un po’ è Roma senza i romani.


E così ci avviamo. Destinazione il quartiere umbertino intorno alla Stazione. Poi vi diremo perché. Intanto, siccome è di strada, passiamo a salutare il Panteon. Caspita! E’ la prima volta che lo troviamo sbarrato di giorno. Ma non è morto: da quella fessura illuminata in basso fra i battenti capiamo che il famoso puntamento del sole attraverso l’occhio della cupola continua, anche se noi abbiamo chiuso baracca. Il 21 aprile, Natale di Roma il proiettore solare centra perfettamente il portone, ma per parecchi giorni prima e dopo continua a illuminare di sbieco l’ingresso del tempio.

In piazza ci siamo solo noi e un ometto che di solito dorme sotto il colonnato e ora pranza leggendo qualcosa appoggiato al muretto sulla sinistra. Non ha la mascherina, naturalmente, e neanche i guanti ma pare che ai poliziotti di guardia non interessi un gran che.

E’ una cosa che abbiamo notato anche nei momenti di maggior rigore della crisi sanitaria: il barbone (o chiunque fuori dagli schemi) non è tenuto alle regole, e allora nessuno gli dice niente.

 

 

Eccoci a destinazione, in quella brutta scacchiera costruita dai piemontesi dopo Porta Pia (per intenderci: Stazione Termini, Piazza Vittorio, Piazza Dante e strade parallele e ortogonali), che eccezionalmente oggi è piena di cinguettii e brezze leggere e niente traffico puzzolente. Siamo lì perché  abbiamo appena finito di leggere un libro, che vi consigliamo “Il papa e l’architetto” di Roberto Dragosei, che ci ha spinti (e mai troveremo momento migliore per questa visita) a girare da queste parti. Il papa è Sisto V, l’architetto Domenico Fontana e l’epoca fine ‘500. Sisto (Felice Peretti, Cardinal Montalto) ha messo insieme con acquisti pazienti quella che, una volta sistemata, appunto da Domenico, si chiamerà Villa Montalto. E non è neanche lontana: a quel tempo la città era talmente piccola da lasciare entro le mura Aureliane abbastanza spazio per parchi e ville, diventate una meravigliosa cintura verde intorno al minuscolo abitato, limitato al Tridente, Trastevere e Vaticano. E la villa di Sisto è la più bella di tutte.


Poi, dopo tre secoli, Roma diventa capitale, agli eredi dei nobili che avevano costruito quelle meraviglie viene un improvviso formidabile appetito e tutto è venduto e distrutto. E’ un dolore forte. Pensare che se ci fosse stato qualcuno capace e onesto, almeno una parte di questo unico patrimonio si sarebbe potuta salvare. Invece niente: giù gli alberi (che erano diventati patriarchi centenari), e su i condomini, uno più brutto dell’altro.

 

Ecco una testimonianza su cui possiamo piangere insieme. E’ la pianta di Roma di G. B. Nolli, 1748. Villa Montalto è un trapezio con in alto le Terme di Diocleziano e in basso a sinistra S. Maria Maggiore. Lo stradone che dal centro punta verso l’angolo in basso a destra diventerà via Marsala, metà villa sarà invasa da binari e Stazione; e il resto si chiamerà via del Viminale, via Giolitti, Turati, Principe  Amedeo… Un disastro irrecuperabile


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N° 452 - Il Negroni, Conforto Universale


C’è un elisir che ci accompagna da sempre nei nostri vagabondaggi e che, negli ultimi tempi, si è rivelato un formidabile alleato anche nella resistenza contro il virus. Proprio per propagandare il valore terapeutico di questa mistura alcolica siamo andati indietro di un bel po’ di anni nel nostro archivio e abbiamo trovato queste annotazioni che vi ripubblichiamo fidando nel già citato potere euforizzante del cocktail, e anche, ci si perdoni la malignità, nel fatto che la gran parte dei nostri lettori sono, diciamo così, avanti con gli anni (e/o gagliardi consumatori di Negroni), e quindi è possibile che non ricordino di avere già letto quanto segue.

                

12 aprile 2014. Sufi Ensemble al Parco della Musica.

Pejman Tadayon, un simpatico musicista persiano, furbissimo conduttore della serata, ci ha fatto ascoltare la musica di casa sua, ci ha fatto cantare insieme a lui “la ilaha illa allah”, ci ha fatto guardare un gruppo di volenterose ma non proprio provette ballerine che facevano le dervisce ruotanti, e avrebbe voluto farci applaudire anche il coro Naghshbandi se non che quest’ultimo ha dato buca al concerto.

Ecco una circostanza in cui il Negroni è indispensabile per il suo garantito effetto rasserenante. Dopo (o anche durante) un bicchiere, va bene tutto. Non che la faccenda non fosse gradevole, ma certo ben poco di più. Pejman, con il suo pittoresco accento ha declamato per noi alcuni dei testi cantati, che, forse per colpa della traduzione in italiano, risultavano banalissimamente pieni di cuori, amori e occhi assassini: un Sanremo etnico, insomma, mentre i ghirigori decorativi proiettati per fare da sfondo all’esecuzione ricordavano molto, troppo, i centrini della nonna.

Non mettiamo in discussione l’importanza della preghiera che si fa musica e della musica che si fa preghiera, o la capacità di raggiungere stati estatici durante queste pratiche; tanto meno il potere ipnotico di un insieme di suoni che gira intorno a un pedale fisso (in questo caso tristemente prodotto da una tastierina) senza limiti di durata né promesse di sviluppo. Il fatto è che noi poveri spettatori normali, anche se ce la mettiamo tutta per essere politically and artistically correct, una serata come questa, davvero, se non ci fosse stato il Negroni…

 

23 aprile 2015. “In my life” un concerto informale al Parco della Musica

Un evento di Musica Contemporanea è normalmente considerato un’occasione molto seriosa (e spesso molto noiosa). Noi invece, stavolta, ci siamo fatti un sacco di risate.

In primo luogo perché siamo arrivati alla biglietteria già dotati del propedeutico Negroni che al bar dell’Auditorium preparano così bene. Poi perché l’atmosfera che ci ha accolto era davvero informale: l’amico Enrico Marocchini, compositore in forza a Nuova Consonanza, anche senza Negroni era al meglio delle sue caratteristiche di sublime cazzeggiatore. Fausto Sebastiani, uno degli autori in programma, inappuntabile e garbato maestro di cerimonie, è stato capace, durante la performance del suo bel pezzo per chitarra ed elettronica, di buttarsi sul pavimento per manovrare le manopole del cassone tecnologico.

Il decano Marcello Panni presentando il suo brano che chiudeva la manifestazione, scritto, come usava negli anni Sessanta in forma di gioco colorato ad arbitraria disposizione degli esecutori (omaggio alla Settimana Enigmistica) ne ha dette tante, e divertenti, fra cui una che facciamo nostra per la sua indiscutibile, sorprendente verità. “La musica aleatoria è l’unica veramente fedele al pensiero del suo compositore. Perché, se un mezzoforte, scritto da Beethoven in partitura, sarà inevitabilmente interpretato dall’esecutore in un modo forse giusto per lui stesso ma non necessariamente corrispondente all’intenzione dell’autore, l’esecuzione, appunto aleatoria, proprio perché ogni volta diversa, coincide esattamente con quanto indicato dal compositore con l’uso di questo termine“.

A noi è sembrato ineccepibile. Forse il Negroni?

 

 


Stesso giorno. Per concludere, dopo tutti questi aperitivi, un bel risotto al barrito. Abbiamo assaggiato questo insolito piatto all’Associazione dei Veneti a Roma, verso il tramonto.

Eravamo lì per la presentazione di un libro e, assai più stimolante, una degustazione di cucina veronese.

L’argomento im­pegnativo e la temperatura tropicale in sala (finestre ermeticamente chiuse: si sa, pubblico in età) a un certo punto ci hanno spinto a rifugiarci nella adiacente ter­razza con affaccio sulla jungla (vedi foto).

Dal folto della quale hanno cominciato a salire terrificanti  barriti, ruggiti paurosi e altri inquietanti richiami non identificabili, ma di sicuro esotici e primordiali.

Finita la conferenza (noi sempre in esterno e protervamente assenti agli applausi), è apparso il rinfresco promesso: pentoloni fumanti di risotto. Mentre i selvaggi ululati aumentavano, uno dei cuochi ci ha rassicurati: “Nol se preocupi, siòr: xe l’ora del pasto e i animali del zoo i ga fame come noialtri, e i fa un gran bacàn”.

Niente Salgari: siamo a Roma, a Via Al­drovandi: in strada ci passa il tram e, di fronte, la foresta pluviale altro non è che la rigogliosa vegetazione di Villa Borghese.

E le bestie feroci ci sono, sì, ma nelle gabbie del sottostante Giardino Zoologico.

 

 

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N° 451 - Omaggio al Genio (della Promozione)

Siamo in castigo ormai da abbastanza tempo per farci venire la voglia di esplorare le profondità dell’umana psiche; e allora è arrivato il momento di rendere omaggio al genio, una rara caratteristica umana di cui tempo fa avevamo segnalato le evidenti manifestazioni nella persona di un pianista da noi recensito in un concerto alla cavea del Parco della Musica.

Ci citiamo: “Per prima cosa, e per onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che il personaggio è simpatico. Entra dalle quinte con una corsetta adolescenziale (anche se ci dicono sia vicino ai cinquanta), maglietta, jeans, scarpe da ginnastica e immensa parrucca di ricci. Si ferma accanto al pianoforte, afferra con manine esitanti il microfono e mormora qualche parola sul brano che eseguirà, spesso farcita di amorose ovvietà new age, di sicuro effetto per il pubblico che applaude amorosamente.

Che avete capito? Non stiamo mica parlando della sua musica. Però, siccome il successo non nasce dal niente, dobbiamo sbarazzarci di snobismi e supponenze e riconoscere che Giovanni Allevi (di lui si tratta, si era intuito?) è un genio. Un genio della promozione.

Non c’è un tema, un pensiero, un colore di voce, un arpeggio sulla tastiera che non sia (pensato da lui o dalla sua squadra) perfettamente calibrato per colpire al cuore lo spettatore sprovveduto e convincerlo che anche lui, ascoltandolo, diventa un albatros in volo, alto fra le nubi”.

 


Bene, la stessa impressione ci ha provocato un fenomeno minore, più recente, frutto del Coronavirus. E’ il giovane Jacopo. Che ha due fortune: la prima di avere a disposizione una meravigliosa terrazza su Piazza Navona (eccolo: maglietta blu e chitarra, fotografato attraverso l’apertura della fontana del Bernini); la seconda di essere come Allevi, nel senso della (sua o di qualcuno vicino a lui) genialità nella promozione.

Anche nel suo caso è meglio non parlare di musica (è molto giovane e, speriamo, imparerà), ma la sua scelta di affacciarsi al tramonto su quella straordinaria piazza deserta e suonare per tutti i romani brani molto popolari (gli abbiamo sentito fare un “Deborah’s theme” e un “O mio babbino caro” e poi un ovvio “Fratelli d’Italia”) è geniale. Ripetiamo, come lo fa non importa. Importa che lo faccia lì e in questi giorni.

 

Tanto che la nostra sindaca lo ha invitato a Pasqua a suonare al Campidoglio, con affaccio sul Foro. Lo si può vedere nel filmato in rete “Jacopo incanta Roma”, un prodotto di raro dilettantismo e inefficacia (ah la mancanza di professionalità della nostra città!). 

E’ in arrivo una data che non possiamo farci sfuggire. Visto che non ci saremo di persona, ecco un nostro ricordo del 2014.

 21 aprile, Natale di Roma. E’ l’equinozio di primavera. Attraverso l’occhio al centro della incredibile cupola del Panteon, ogni anno, a mezzogiorno preciso di questo fatidico giorno, il sole scende a colpire il portone d’ingresso, illuminando come un riflettore da un milione di watt l’imperatore che entra nel suo tempio, e con questo gesto diventa Dio.

Oggi la descrizione dell’evento va leggermente ridimensionata: c’è l’ora legale, quindi mezzogiorno diventa l’una. Il pronao del Panteon formicola di turisti chiassosi; logico. Ci mettiamo pazienti in fila per entrare a vedere il famoso raggio. Dopo un po’ ci riusciamo. C’è un fastidioso brusio da stadio. Non siamo senatori SPQR, ma turisti come gli altri, quindi dobbiamo accontentarci.

Proprio nel momento in cui l’evento vorrebbe un rispettoso silenzio, dagli altoparlanti rimbomba una voce imperiosa: “La chiesa chiude. Si prega di uscire”. A stento riusciamo a
rimanere fino a quando il sole centra l’ingresso con magica astrale precisione. Ed è molto più emozionante di quanto ci aspettavamo.

 

Però, non siamo mica qui per divertirci! Il minuto successivo, tutti fuori come pecore e il portone sbarrato in un baleno. Non male per una città a vocazione turistica. E sembra che questa sia una simpatica abitudine del locale, che si ripete a ogni occasione. 


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N° 450 - Pensieri Oziosi


Fare, ormai in questo periodo non si riesce più a fare niente. Niente di interessante, almeno: andare per ruderi, per musei, per teatri, per concerti, in compagnia o no. Le altre attività come cucinare, saltellare intorno all’isolato, magari con la bestiola al guinzaglio, rivedere vecchi film non ci interessano. L’unica cosa che rimane è pensare. E siccome siamo in ozio forzato (che non è l’otium romano al quale ci si dedicava per scelta e in un tempo specifico), i pensieri che ci escono sono pensieri oziosi, ingenui, stizziti o risentiti.

Rombo impressionante dal cielo, Corriamo ad affacciarci in terrazza e, a pochi metri, fra le foglie del ligustro, invece del solito calabrone, eccolo là, minaccioso e ronzante un elicottero giallo a quota molto bassa. Tensione e disagio. Non essendoci un’offensiva militare in corso, è chiaro che il rumore opprimente di questo enorme insetto sospeso in aria ha solo la funzione di ricordare che siamo sotto controllo e nulla sfugge al grande fratello.

 

Pensiero risentito: è proprio necessario spaventarci così?


Nelle nostre passeggiatine virali ci spingiamo spesso fino a S Giovanni dei Fiorentini (meno di 200 metri da casa, chiaro?) dove in un altarino riservato è esposto il piede di Maria Maddalena inguainato in un contenitore d’argento made by Cellini. Scelta magari macabra come molte reliquie, 

comunque suggestiva. Ma quello che ci colpisce non è il piede, è la attigua didascalia di spiegazione esposta per il fedele sprovveduto, in italiano e, ahinoi, in quel bell’inglese casereccio che si può leggere qui accanto.

Pensiero stizzito: invece di rivolgersi alla cugina del sagrestano che passa le vacanze a Londra, non era meglio interpellare qualcuno di madrelingua, magari uno dei tanti preti irlandesi che bazzicano Roma ed evitare questa figura da peracottari?  

Sempre entro 200 metri, ma nell’altra direzione c’è uno dei tanti esempi di un’abitudine architettonica dei tempi andati: palazzo padronale (siamo a Via del Governo Vecchio) partito con pretese di grandiosità. Poi evidentemente sono finiti i soldi, l’edificio è rimasto a metà, mentre lo spazio rimanente è stato occupato da una modesta casetta costruita in seguito con intenzioni più sobrie.

E fin qui niente da scervellarsi: succede. Ma quello che non capiamo (e abbiamo interpellato tutti gli amici architetti, senza risultato) è perché la parete portante della facciata sia rimasta così rozza e incompleta per due, tre, quattro secoli.

Gli esempi sono dappertutto, basta alzare gli occhi in giro per la città.

 

Pensiero ozioso: come mai nei secoli trascorsi nessuno ha provveduto a rasare i mattoni sporgenti e a intonacare per dargli almeno una parvenza di concluso lo spigolo del muro maestro così sgarbatamente interrotto?

Forse qualcosina di più del raggio permesso l’abbiamo percorsa (ma i vigili non ci hanno beccati). Basilica dei Santi Apostoli: all’ingresso i due feroci leoni di marmo messi lì per tenere lontani i nemici della fede. Guardare le espressioni: altro che feroci! Fanno tenerezza con quelle facce perplesse, attonite, quasi smarrite. 

Pensiero ingenuo: come mai affidare la realizzazione di simboli di così determinante importanza a scultori che evidentemente un leone non lo avevano mai visto?

 


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N° 449 - I Piaceri della Terrazza

 
Secondo una leggenda, che nella nostra infanzia avevamo trovato sulla gloriosa Enciclopedia dei Ragazzi (che temiamo sia stata smentita da successivi studi più accurati, e ce n’è stato tutto il tempo, data l’arcaicità del riferimento temporale), i lemming, una specie di criceti scandinavi, quando si accorgono che ci sono più bocche da sfamare che lattuga a disposizione, formano un gruppone che si mette agli ordini di un capo (un lemming alto commissario per la sanità) il quale li porta sull’orlo di una scogliera e da lì si butta di sotto seguito da tutti i presenti, in un suicidio globale che risolve l’emergenza.

L’impressione che ci faceva questa accettazione ubbidiente del sacrificio per il bene della comunità!

Allora eravamo assolutamente all’oscuro dei meccanismi di sopravvivenza della specie, come lo siamo ora su quelli di controllo di una pandemia, eppure la sera quando ci affacciamo alla finestra di casa e non un motore, non una musica, non una voce rompe lo spettrale silenzio di quella che eravamo abituati a considerare (e adesso ci par di ricordarla con una certa nostalgia) una zona di movida fracassona e tiratardi, ci viene naturale stabilire un rapporto con la strategia salvaspecie dei lemming. Come loro, gli esseri umani sembrano rassegnati a seguire gli ordini senza farsi domande: anzi, quasi contenti di essere stati messi in castigo.

Dovremmo saperlo che questa morte civile alla quale tutti i romani si sottopongono con un inaspettato senso del dovere, è l’unico modo per sconfiggere il male, eppure la sensazione del suicidio globale comandato continua a fare capolino nelle inevitabili riflessioni che ci risveglia questa situazione del tutto inaspettata non solo per noi, ma anche per i sette miliardi (troppi) che siamo.

E, al di là del gesto terapeutico, ipotesi fantascientifica che come tale è un fatto astratto, basta rifletterci un po’ e subito emerge qualcosa di molto più concreto: il pensiero della morte non del gruppo a cui apparteniamo, ma nostra personale.

Questo la sera, e ancora di più la notte, i momenti in cui non si è distratti da niente e gli incubi fanno carosello nel nostro cranio in totale sfrenatezza.

Di giorno, invece, c’è il sole, ci sono le prime brezze profumate, c’è la passeggiata da fare, da quei bravi bambini che siamo diventati, con mascherina e autocertificazione pronta, fino al giornalaio perché la lettura del quotidiano davanti a un cappuccino deve essere mantenuta come una delle poche abitudini adulte di civiltà; c’è il ritorno a casa facendo il giro largo, stavolta da bravi malatini immaginari, con una ricetta in tasca come giustificazione in caso di controlli. E, risalite le scale a piedi (utile esercizio), ci si lava per bene le mani, si prepara la bevanda di conforto e finalmente...

Si va in terrazza! Il paradiso dei reclusi del ventunesimo secolo.

Per evitare gli insulti che già ci sentiamo piombare addosso, vogliamo dichiararci umilmente consapevoli della fortuna che ci sfiora, di avercela una terrazza, in questa drammatica circostanza, che per pura coincidenza si verifica nella stagione più giusta per stare all’aperto.

Mai avevamo dedicato tanta attenzione ai nostri vasi, dove, come ogni primavera, anche in questo periodo spunta, seguendo il suo indifferente calendario, quello che abbiamo distrattamente seminato a suo tempo.

Solo in queste lunghe ore solitarie capiamo i minuscoli germogli dei peperoncini che si affacciano dalla terra, le rose che inalberano improbabili rigonfiamenti verdi che diventeranno fiori. C’è perfino questo meraviglioso bombolone di cactus che evidentemente sta faticando da qualche mese per diventare così bello, e noi neanche ce n’eravamo accorti.

Ecco, verso mezzogiorno, tutto quello che di notte era spettrale diventa sereno. Non passa un’auto, le voci sono diradate e così l’abbaiare dei cani che sembrano compresi della situazione e neanche litigano. E poi si sente la brezza! Il mormorio delle fronde (abbiamo degli alberelli sempreverdi), neanche fossimo sul promontorio della Maga Circe a farci stordire dal profumo del rosmarino (c’è anche quello: una bella pianta annosa e contorta).

 

Diciamolo sottovoce per non tradirci: una situazione veramente idilliaca.

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N° 448 - Teskio Story

Fra i demoni dipinti da Luca Signorelli nel suo Giudizio Universale, c’è questo diavolaccio al quale ci pare di somigliare. Vista la presente pandemia (che affligge i nostri corpi) e operando un ardito quanto arbitrario collegamento con il conseguente pandemonio (che scombussola le nostre menti), abbiamo pensato di sostituire la sua faccia alla nostra, quindi…

“Ner guardà quelli schertri io me so’ accorto

D’una gran cosa, e sta gran cosa è questa:

Che ll’omo vivo come ll’omo morto

Ha ‘na testa de morto in de la testa”. 

E allora, sullo spunto dei versi di Belli, mentre stiamo ai domiciliari, in questo momento in cui nella vita di tutti è presente il pensiero della morte, vogliamo farvi partecipi della nostra personale “Teskio Story”, di sole immagini (come un affresco medievale, quando i fedeli non sapevano leggere), per raccontarvi un nostro pellegrinaggio di qualche tempo fa alla ricerca del simbolo che spesso orna le antiche tombe nelle antiche chiese. Un messaggio che serve per non farci dimenticare come stanno le cose. Siamo appesi a un filo, dobbiamo sempre ricordare la nostra fragilità e non sappiamo quando la Nera Signora ci visiterà. 

Ci rendiamo conto del rischio di passare per iettatori, specie in questi giorni. Noi lo vogliamo correre questo rischio, sottolineando il fatto che, va bene, ricordiamoci sempre che siamo mortali, ma queste sono opere d’arte e noi non ci facciamo impressionare dai loro rimandi anatomici. Perché si sa: l’arte, anche se parla di morte, è sempre vita.

Sappiamo in quali chiese, tutte a Roma, stanno queste tombe, ma non di chi sono (non ce lo siamo annotato a suo tempo e ormai chi ci va più a controllare?)

1.      S. Agostino; 2. S. Alessio; 3. S. Marco;

4.      S. Maria del Popolo; 5. S. Maria dell’Anima;

6.      di nuovo S. Agostino.

 

Sono carini o no?

 

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N° 447 - Stiamo per raggiungere Milano

“E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl’infermi, per lo comunicare insieme, s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare con gli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi tocca o adoperata pareva nel toccatore trasportare quella infermità”.

 

Altri tempi, stessa virulenza. Solo che allora non c’erano le medicine e la famosa peste del 1348 fece fuori un terzo dell’Europa: oggi sarebbero più di cento milioni di persone. Che non sono certo le cifre che leggiamo (e che leggeremo a fine pandemia), ma a quanto pare la paura è la stessa. Il mondo si è fermato oggi come allora.



Non essendo in grado di scrivere un nuovo Decamerone, permetteteci di proporre qualche autonoma sciocchezza, tanto per alleggerire l’aria. Per esempio, visto che il virus, dando a Milano una bella spinta in partenza l’ha messa in testa rispetto a Roma, vorremmo dimostrare che invece proprio Roma (sempre per limitarci alla vecchia ruggine fra le due capitali e non al virus) può provarci a non rimanere indietro, almeno nella sfida di esibire gli stessi monumenti.

Il Duomo. Ce l’abbiamo anche noi; sta a Lungotevere Prati, con un nome un po’ diverso: Chiesa del Sacro Nome del Suffragio, ma a parte questo è identico. Anzi ha qualcosa in più: in sacrestia c’è il Museo delle Anime del Purgatorio. Una faccenda, bisogna ammetterlo, un po’ sospetta: si tratta di una raccolta di libri con impronte bruciacchiate di mani, di macchie di fumo sull’intonaco che rassomigliano a volti, di tracce di polpastrelli infuocati su fazzoletti, e così via procedendo nel soprannaturale. Insomma, sarebbe un tentativo delle anime parcheggiate in Purgatorio di sollecitare col fumo e le fiamme ultraterrene le preghiere dei fedeli, indispensabili per sbloccare la situazione e sdoganarle verso il Paradiso.

 

Per discrezione e anche per buon senso ci asteniamo da qualsiasi commento. Certo, leggende come il Purgatorio nel nostro tempo abituato alle prove scientifiche non hanno più molto spazio. Eppure, basta un contagio e, anche nel 2020, la fantasia è pronta a scatenarsi di nuovo.



Il bosco verticale.
Che ci vuole? Basta passare per Via Quattro Fontane, proprio di fronte a Palazzo Barberini, ed eccolo lì. Certo, non sarà alto venti piani, ma sempre di  piante arrampicate in aria si tratta. E bisogna vedere con quanta amorosa attenzione gli inservienti (di un albergo infatti si tratta) vanno a innaffiarlo e a togliere le foglioline secche. Tale e quale a Milano, dove, sui due grattacieli di cui parliamo, ci hanno detto che gli inquilini non possono azzardarsi a toccare neanche un filo d’erba. La manutenzione è rigorosamente riservata ai botanici ufficiali del condominio.


La galleria. La nostra è dedicata ad Alberto Sordi. E’ bella, grande e nello stesso stile dell’altra. Ma anche lei si porta dietro un qualcosa in più: un mistero. Noi non sappiamo il perché, né siamo riusciti a trovare spiegazioni
soddisfacenti, ma da tempo immemorabile i due grandi gruppi scultorei  che dovrebbero ornarla e darle dignità se ne stanno lì in cima avvolti in un sudario di tela. Noi non li abbiamo mai visti nudi. Vale lo stesso?.


Per quanto riguarda il nostro quotidiano, certo che ci siamo meravigliati nel vedere Roma vuota, silenziosa e pulita, nel poter godere di Via di Tor Millina finalmente non intasata delle tante trattorie turistiche funestate da pizze surgelate e buttadentro vocianti, nel riuscire a dormire beati senza il sottofondo dell’infernale movida di Piazza del Fico.

Queste sono le ovvietà del nuovo ordine, poi ci sono i piccoli riscontri personali. Quel continuo ronzio che ultimamente ci sentivamo nelle orecchie e che ci ostinavamo a spiegare con il traffico (o con la movida), è in realtà un inizio di acufene; il filo d’acqua col quale ci trovavamo costretti a farci la doccia non era colpa della Raggi, ma del vorace consumo della trattoria sotto casa. Ora che è chiusa, dalla cipolla esce un torrente che neanche al Grand Hotel…

 

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N° 446 - Roma al Tempo del Contagio


Non ce lo aspettavamo questo momento: invece è arrivato. Prima ci hanno fatto intravvedere il lupo cattivo, poi, una volta spaventati a puntino, hanno cominciato a dirci tutto quello che non dobbiamo fare. Non toccare questo, stai lontano un metro da quello, lavati le mani e soprattutto non prendere impegni, tanto te li annulliamo subito dopo. Bene, se qualunque attività seria è pericolosa, tanto vale spegnere l’interruttore e giocare.

Nella speranza di vedere qualcosa di più bello delle nostre facce spaventate nello specchio del bagno, invece di stare a casa decidiamo di andarcene per musei e siti archeo, finché siamo in tempo. Si gira e parcheggia che è una bellezza e rischio di contatti non ce n’è: intorno il deserto.

 

Cappuccino e giornale al bar sotto casa (unico problema, la proibizione di girare le pagine con la punta del dito inumidita sulla lingua, il che non è un rallentamento da poco), e poi si parte.



Il primo passaggio è al Pio Sodalizio dei Piceni che in questi giorni espone alcune delle pitture salvate e restaurate dopo il terremoto del 2016 nelle Marche. Siamo soli nel Museo di San Salvatore in Lauro, dal Sodalizio ospitato in una fuga di chiostri e chiostrini di inaspettata bellezza; qui ci permettiamo di indulgere in una personale ricerca che portiamo avanti da anni nei giri per chiese e musei che riempiono le nostre giornate di oziosi esteti: la ricerca del “putto orrendo”.  Eccone un bell’esemplare dipinto su un’anta di organo: un signore scamiciato, per di più in età e in carne, perso in una sua estasi di cui nulla mai sapremo. 



Poi via, per il Colosseo e i Fori.

 

Niente solita fila chilometrica, pochissimi turisti, profumo di erba fresca. E’ tutto fermo, tranne l’incessante strimpellare di chitarre, gemere di violini o sfiatare di fisarmoniche, che, puntando su un repertorio eternamente ripetitivo, impesta sonoramente senza pause (e tutti noi sappiamo quanto sia importante una pausa nell’ascolto della musica) questa zona archeo-idilliaca di Roma, benedetta dalla mirabile combinazione di natura e cultura: il fiore che spunta dal marmo antico.



Terzo appuntamento: Centrale Montemartini, che poi non è una centrale, ma un museo. Anzi, una centrale lo era: dove si produceva l’elettricità di Roma all’inizio del ‘900. Abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana. In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo, e perfino, dopo più di mezzo secolo, l’odore dell’olio lubrificante.

Sulla parete di un sarcofago, ecco che ritroviamo un altro esempio del nostro “putto orrendo”. Elemento ricorrente nell’iconografia sacra, chissà perché questi piccoli personaggi che dovrebbero rappresentare la serenità dei luoghi di eterno riposo riescono spesso così antipatici.

che. Siamo soli nel Museo di San Salvatore in Lauro, dal Sodalizio ospitato in una fuga di chiostri e chiostrini di inaspettata bellezza; qui ci permettiamo di indulgere in una personale ricerca che portiamo avanti da anni nei giri per chiese e musei che riempiono le nostre giornate di oziosi esteti: la ricerca del “putto orrendo”.  Eccone un bell’esemplare dipinto su un’anta di organo: un signore scamiciato, per di più in età e in carne, perso in una sua estasi di cui nulla mai sapremo. 

 



Finito il giro in solitaria, usciamo non solo dalla Centrale Montemartini, ma anche dal nostro mondo razionale per entrare nel fantastico: davanti a noi, nel giardino del museo, puntata verso il nulla, c’è la scala perfetta, la scala ideale, la scala fine a se stessa.

Angosciati da questo momentaneo (speriamo), medievale clima da secoli bui: peste bubbonica, punizione divina, fine del mondo, ci verrebbe la tentazione di salirla, quella scala, e perderci anche noi come lei, nel nulla.

 

P.S. Avete notato con quanta cautela si esprime questa settimana il Cavalier Serpente? E’ che si è reso conto che in periodi come questo, oltre alle difese immunitarie, cala fortemente anche il senso dell’umorismo, e allora è meglio andarci cauti.

 

 

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Brivido a Santa Cecilia


Domenica 23 febbraio, ore 18, concerto di apertura del festival “Percorsi Jazz – L’Improvvisazione Attuale”, organizzato da Paolo Damiani, eminente contrabbassista, compositore, fondatore e docente del dipartimento jazz di Santa Cecilia. Prima parte: Alvin Curran solo; seconda parte: trio Paolo Damiani, Roberto Ottaviano, Marco Lodoli.

La bianca e nobile Sala Accademica del Conservatorio non è proprio piena e fuori, lungo Via del Corso, malgrado i negozi aperti, anche la clientela deambulante è scarsa. Sarà il virus.

Bene, ci sistemiamo; Curran sale sul palco e si siede a un piano gran coda affiancato da una tastiera arricchita di aggeggi per la produzione di suoni sintetici.

Plin! Parte la prima nota sul pianoforte, pedale premuto, trenta secondi. Plan! Seconda nota, una quinta sopra, sempre pedale, quarantacinque secondi. Plon! Terza nota, contemplazione sonora di un minuto e mezzo. Poi, improvvisati e imprevedibili ma sempre con un sovrano sprezzo del tempo (quello cronometrico, la durata, insomma), partono qualche bicordo, qualche cluster e poi, mischiati a ripetizione, effetti dalla realtà e sintetici: colpi, sibili, rombi, martelli, macchine, squittii e ferraglia varia. Ci sentiamo ritornati agli anni ’60, quando lo scopo della musica contemporanea sembrava fosse irritare l’ascoltatore borghese con suoni sgradevoli e durate estenuanti.

Ma era sperimentale e noi che l’ascoltavamo e qualche volta la facevamo anche, eravamo convinti di essere eroi votati a scardinare il sistema per portare una parola nuova nella storia. E in più c’era il fatto molto artigianale e stimolante di produrre combinazioni di suoni inediti con l’aiuto al massimo di un paio di registratori e se andava bene di un oscillatore, e non come oggi, avendo a disposizione innumerevoli schede e una tecnologia onnipotente e di facilissimo uso.

Intanto il maestro Curran prosegue, immerso sempre più profondamente nelle sue atmosfere, passando da eterne dilatazioni dei tempi a fracassi subliminali.

10 minuti, 20 minuti. Il nostro vicino di destra sonnecchia, quello di sinistra giocherella con il telefono. Parti sempre più consistenti del pubblico sgusciano verso l’uscita. Il maestro Curran imperterrito va avanti, perso nel suo pernicioso sogno. 30 minuti, 40 minuti. Con la coda dell’occhio captiamo all’altra estremità della sala, il nervosismo di Paolo Damiani, responsabile della serata, chiaramente sulle spine, mentre il maestro Curran, imperterrito, procede.

Allo scadere dei 50 minuti, repentino ecco il cambio di atmosfera, quello che precede il dramma; non sul palcoscenico ma nella plancia di comando, dove evidentemente è stata presa una decisione (ci rendiamo conto di quanto quello che segue sarà stato difficile per Damiani; quanto imbarazzante, perfino quanto doloroso).

Una ragazza, forse un’allieva, molto giovane viene mandata sul palco e si china a bisbigliare all’orecchio del maestro Curran, il quale, inconsapevole di tutto, sta continuando imperterrito a produrre i suoi suoni.

Colpo di scena! Il maestro, stupefatto e certamente inconsapevole, alza gli occhi dalla tastiera, scruta il pubblico, “I’ve been asked to stop playing (mi hanno chiesto di smettere di suonare)” e smette di suonare. Aggiunge ancora: “Questo non mi era mai successo prima”, poi scende la scaletta del palco allontanandosi non più perplesso, ma ormai sdegnato. Effettivamente, neanche a noi era mai capitato di vedere un esecutore mandato via dal palco in questo modo.

E’ chiaro che ci dispiace che un artista ultraottantenne sia cacciato come un ragazzino importuno, ma, mentre non riusciamo a eliminare la sensazione che se la sia voluta, dobbiamo comunque eterna gratitudine a Paolo Damiani, il quale, con questa decisione, dura e sicuramente sofferta, ha salvato noi e il resto del pubblico da una orrenda fine per soffocamento da eccesso di suoni e insufficienza di pause.

 

Doverosa e diplomatica la giustificazione offerta al pubblico: “Ci dispiace, ma il conservatorio chiude alle otto, avevamo concordato una durata, che non è stata rispettata, e c’è ancora la seconda parte del concerto”. In più Damiani chiede generosamente un applauso per il maestro castigato. Applauso che arriva ma, dobbiamo dirlo, risulta tiepidino. Evidentemente anche la pazienza di un pubblico dedicato come quello di stasera ha un limite. 



E poi via con la splendida seconda parte, anch’essa di improvvisazione, ma ascoltabile, digeribile e soprattutto godibile, di un eccellente quanto inconsueto trio: Ottaviano, sax soprano; Damiani, contrabbasso e  Lodoli, poeta e giornalista che legge dei versi in memoria dell’amico Gianni Lenoci. Un ardito ricamo di note e parole.

Certo, mica facile neanche quello che ascoltiamo adesso, ma stimolante, comprensibile e soprattutto rispettoso, sia come contenuti che come durate, del pubblico il quale, in fin dei conti è il destinatario finale di tutto.

 

Alle prossime.


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Indiana Jones all'Amatriciana


Eccoci qua, cappellaccio in testa, frusta di cuoio intrecciato e via al galoppo per la Prenestina, fuori Porta Maggiore, periferia degradata di Roma, alla ricerca del misterioso Lago Bullicante.

Acqua sorgiva, vegetazione rigogliosa: Salix alba, Phragmites australis, Populus alba; ricca fauna stanziale: Germano reale, Martin pescatore, insieme con specie di passaggio come il Falco pellegrino e la Beccaccia.

E’ un relitto della recentissima era industriale, anni ’50–’60. Lì c’era uno stabilimento della SNIA che produceva seta artificiale; poi è finita la richiesta, è sfumato il lavoro, è defunta anche la SNIA.
Ma non è svanito il sottobosco dei furbetti malandrini, fra cui un costruttore che all’inizio dei ’90 rileva l’area, progetta di farci un grandissimo centro commerciale e mentre scava la buca per il garage sotterraneo, involontariamente intercetta la vena del Fosso della Maranella. 

Disastro: inondazione e blocco del cantiere. Il furbetto prova a non rimetterci i quattrini captando l’acqua con le idrovore e pompandola nel grande collettore fognario. Esplosione e allagamento della Via Prenestina. E fine della furbata.



Ora è un bellissimo laghetto selvatico, organizzato e curato da un gruppo di volontari della zona. L’acqua non solo è pulita, ma anche minerale e continua a zampillare dal sottosuolo mantenendo il bacino ben pieno e facendo la guardia allo scheletro, ormai nobilitato dai muschi, del mancato supermercato. Il palazzinaro si starà ancora mordendo le unghie, la gente del quartiere invece è molto contenta.

A questo punto, per evitare di essere presi per mitomani, vi confessiamo che in testa non indossavamo il cappellaccio ma il casco obbligatorio e la frusta non ce l’avevamo perché su un motorino (che non è un cavallo) a che serve una frusta? Però l’avventura all’amatriciana l’abbiamo vissuta davvero e vi invitiamo a ripeterla per conto vostro perché merita. 

Via di Portonaccio, angolo con Via Prenestina. Dal cancello si vede il cartello e si entra senza problemi.



Cambio ambientazione: lasciamo la recentissima era industriale e spostiamoci a quella, molto più remota, della fede.

Ai piedi del Gianicolo c’è il chiostro di Sant’Onofrio, un luogo che trasuda serenità e pace da ogni colonnina. Fra l’altro è dove Torquato Tasso si ritirò a consumare i suoi ultimi giorni prima che la pazzia se lo portasse via.

Con quello che all’epoca succedeva crediamo che fosse più che comprensibile desiderare di rinchiudersi. Lasciando fuori un mondo dove si moriva di fame, di freddo o di coltello; o anche di peste o di un’altra delle terribili malattie che circolavano. 

Sui muri del chiostro è narrata la vita di Onofrio con didascalie sgrammaticate e ingenui affreschi attribuiti al Pomarancio, che a noi ricordano molto le vignette del Corriere dei Piccoli. 


Eccola, la storia. Nasce figlio di un re persiano. Quando è ancora bambino un demonio lo dichiara frutto di tradimento coniugale. Il padre, credulone e crudele, come niente fosse lo sottopone alla prova del fuoco dalla quale il pupo esce fresco come una rosa.

Più tardi, insofferente del mondo, si fa anacoreta e va a vivere nel deserto, dove per tre anni una capra bianca lo allatta.

A un certo punto di questa vita, di sicuro non molto igienica, si ricopre tutto di barba, capelli e peli vari, e da quel momento va avanti per altri trent’anni mangiando il pane che un angelo gli porta ogni giorno e i datteri che gli fornisce una palma delle vicinanze.

Attirato dalla sua fama di santità, il monaco egiziano Pafnuzio lo va a trovare e si trattiene a convivere con lui, immaginiamo in qualche puzzolente spelonca.

Finalmente Onofrio muore e, mentre Pafnuzio si dispera perché non sa come seppellirlo, dal deserto spuntano due leoni i quali a unghiate scavano la fossa dove finalmente, con immaginabile sollievo di Pafnuzio stesso, il santo anacoreta troverà il suo riposo.

Oggi a credere a simili leggende si passa da ingenui o da scemi. A meno di ammettere che la realtà esterna, come dicevamo, fosse allora così spaventosa da costringere tutti a rifugiarsi nella favola.

Due cose ci sembra obbligatorio regalarvi prima di chiudere: un’icona bizantina che ci mostra come i contemporanei vedevano Onofrio, mutandoni d’edera e barba fino ai piedi; e una filastrocca siciliana con cui i fedeli lo invocavano perché, grazie ai suoi poteri, era accreditato come infallibile aiuto a ritrovare le cose perdute.

“Santu Nofriu pilusu-pilusu / Tuttu amabili e amurusu

 Pi li vostri santi pili / Facitimi truvari chiddu ca pirdivi”. 

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Contenuti e Contenitori




Il contenuto è la mostra di Gio Ponti: disegni, plastici, modellini e foto di edifici. E cartelli attaccati al muro con sue esternazioni. Fra l’altro constata che “l’umanità avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile”. Vero, aggiungiamo noi, grazie ai nuovi materiali che rendono realizzabile qualsiasi progetto anche mai affrontato prima.

Accompagnati, come sembra obbligatorio per molte mostre contemporanee, da un sottofondo di suoni similperistaltici: profondi borborigmi, rombi al limite dell’udibile, sgocciolii di fluidi e sibili di gas, ci dilettiamo ancora una volta nell’esplorazione di questo magnifico contenitore che è il Maxxi.

 

Di cui vogliamo mostrare (a destra, sopra e sotto) il magico riflesso dei circostanti condomini fine ottocento che abbiamo colto rimandato dal finestrone. E nello stesso tempo la assoluta banalità degli stessi condomini visti dall’interno dello stesso finestrone. Potenza dei materiali. L’ora è la stessa, le case anche, ma che differenza di emozione! E tutto per un vetro. 


E questo puro capolavoro, in un finto bianco e nero di cemento e metallo è l’interno del museo visto dal ballatoio dell’ultimo piano. Geometrica per-fezione. Non serve neanche il colore.      

Il contenitore capolavoro: un mostro che divora tutto quello che ha dentro.

 

 



Come sapevano benissimo i Romani che del marmo avevano fatto una fissazione, le colonne sono mirabili se tutte di un pezzo, di marmo massiccio naturalmente, e pregiato se possibile. Già quelle a rocchi denunciano la incapacità del committente di reperire il meglio sul mercato. Quelle ricoperte, magari addirittura di scagliola, sono da mezze cal