Benvenuto, benvenuta

nell'archivio del Cavalier Serpente. A questo punto puoi sbizzarrirti e andare indietro nel tempo (anche di anni). Gli articoli sono elencati in ordine cronologico al contrario: dal più fresco al più stantio.


L'Ombra del Padre


Venerdì 7 giugno ’19, Casa del Jazz, Roma. Premio Lelio Luttazzi: tre pianisti e tre cantautrici in finale. Presentazione spumeggiante di Dario Salvatori (è incredibile, passano gli anni ma la spuma di Dario è sempre lì, come le sue giacche, pantaloni, scarpe e coiffure). Certo che anche il vestito della concorrente…

I pianisti in concorso, tutti bravi, per carità, giovanissimi e talmente vogliosi di dimostrarsi, che i loro brani (durata media sui 10’) ci hanno prostrato con le discese e le risalite e le progressioni ardite. Per il resto bella serata.

 

Un meritato omaggio a papà Lelio. La figlia, Donatella, buona cantante, è un esempio di quando parliamo di ombre dei padri. Basti il titolo del libro che ha recentemente pubblicato: “L’unico papà che ho. Cosa si prova ad avere un padre famoso, appassionato di jazz e assente”.
Una dichiarazione.

Altri padri, altri figli: il problema rimane.

Roma, 16 settembre 2010, Auditorium dei Congressi, piccola orchestra d’archi, bel pubblico. Sale sul podio Andrea che attacca a dirigere. Noi siamo in prima fila e lo vediamo bene. La punta della bacchetta trema, ha le spalle contratte, i movimenti rigidi. Suda. Il primo pezzo, breve e spigoloso, passa, Il secondo è più lirico e dolente e lui sembra rilassarsi, ma la schiena è ancora piena di nodi. Avanti così fino all’applauso finale. Andrea ringrazia, cerca con gli occhi papà in sala, lo trova, lo invita a salire, e papà Ennio sale, dirige una propria composizione, già nel cuore del pubblico, più facile delle precedenti; scroscio di applausi, non di circostanza, papà saluta e scende. I due, si sarà capito, sono i Morricone, padre e figlio.

Essere figlio del musicista più famoso del mondo, e fare lo stesso mestiere! Non importa nemmeno sapere chi è il più bravo. E’ una situazione pesante e senza uscita. O meglio, un’uscita di scena (e intendiamo in senso definitivo) a nostro parere esiste, ed è al centro di una teoria che esporremo fra qualche riga.

Rischiosissima la combinazione di artisti nella stessa famiglia, separati da una generazione e talvolta, anche se non sempre, da un abisso di qualità. Abbiamo avuto fra le nostre amicizie più care quella cinquantennale con Bruno Lauzi, che ci ha lasciati da poco. Abbiamo visto nascere, studiare, stupirci suo figlio Maurizio, pieno di talento, buon autore, ottimo pianista, bravo cantante, e per di più bello e simpatico. Amorevolmente covato all’inizio, poi è rimasto intrappolato nell’ombra di suo padre che, anche se piccola, era molto scura. E quando papà è (per usare il termine di prima) uscito di scena, non era più il momento giusto, a Maurizio il sorpasso è sfuggito e si è perso.

Per concludere, chicca storica. Non tutti sanno che nel cimitero protestante di Roma (un giardino incantato vicino alla piramide, che suggeriamo per un incontro romantico-decadente) c’è la tomba di August Goethe, figlio di quel famosissimo padre. Sulla lapide non c’è neanche il suo nome. C’è scritto solo Goethe Filius. Neanche da morto, padrone di avere un’identità!

 

A volte i genitori sono solo ingombranti, altre volte sono delle vere carogne.

 

 

Un eccellente esemplare di questa categoria pare che fosse la buonanima di Salvatore Quasimodo, poeta sommo e premio Nobel. Certo non un simpaticone, e lo si intuisce dalla foto. La notizia la troviamo a pag. 41 di Repubblica del 30 novembre 2015: qui il figlio Alessandro confessa di aver deciso di mettere all’asta la medaglia Nobel di papà Salvatore e di averlo fatto  “non per soldi, ma per gelosia”.

Per poi fare il pieno con il racconto di una sfilza di carognate paterne, anche queste da Nobel. Quando il piccolo Alessandro, che aveva undici anni, sentì il padre che diceva alla madre: “Devi scegliere, o me o il bambino”, quindi aborto.  Poi le continue minacce a lui, studente, se non lo promuovevano, di mandarlo a fare l’operaio; e per ultima, l’elegante decisione di andare “alla cerimonia di Stoccolma, quella della consegna del Nobel, con la sua amante, lasciando a casa me e mia madre, che invece eravamo stati invitati”.

 

Eccola la teoria che potrà sembrare spietata, ma a nostro parere è assolutamente realistica. A un certo punto della vita, per non ingobbirsi come un germoglio spuntato sotto una pietra si deve rimanere orfani. E se il decesso del genitore ingombrante non avviene spontaneamente, bisogna procurarlo. Non intendiamo dire che il vecchio deve morire davvero; no, naturalmente. Basta che muoia simbolicamente, professionalmente, che si fermi al pit stop, mentre la nuova generazione passa avanti, cambia marcia e se ne va il più lontano possibile.

Per diventare adulti davvero, e perciò protagonisti della propria vita, personale e professionale, bisogna perdere tutti i sostegni, tutte le possibilità di essere consolati da mammà e raccomandati da papà, insomma, rinunciare alle protezioni contro il mondo cattivo (che naturalmente non è cattivo; è, e basta).

 

Bisogna essere orfani. 

Il Lumacactus

Se anche voi, dopo queste settimane di pioggia noiosissima, nel primo giorno di sole vi foste accorti di avere in terrazza questo meraviglioso lumacactus con i suoi fiori-cornini siamo certi che sareste rimasti tutte le ventiquattr’ore a fotografarlo, come abbiamo fatto noi, nelle diverse luci: alba, mezzogiorno, tramonto.

Trascurando indegnamente l’impegno di proporvi ogni settimana un nuovo uovo avvelenato.

Ma siccome non vogliamo farla troppo grossa, riteniamo di cavarcela ripubblicando il primissimo articolo del Cavalier Serpente, corredato da quella che allora era la foto di presentazione: una tosta immagine di corrispondente di guerra in bianco e nero.

Il nostro, riletto dopo tanto tempo, nello scrivere è un po’ troppo stizzoso, un po’ troppo moralista e anche un po’ troppo formalista ma, tutto sommato, ci pare che abbia ancora ragione.

Sono passati nove anni!

 

 

                             IL CAVALIER SERPENTE

                                                   N°1                                                                                     Perfidie di Stefano Torossi

                                           2 settembre 2010                          

 

      JAZZ, VESTITI E BUONA EDUCAZIONE


       

       Che dire? Non c’è dubbio che Gino Paoli sia l’autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo “Un incontro in Jazz” del 25 agosto 2010 nel Festival “Odio l’Estate” a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l’accompagnamento. Un formidabile quartetto: Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.

E’ sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo naturalmente solo come esempio. Vogliamo proprio generalizzare a molti, troppi eventi jazz.

Non ci sembra giustificato che la star della serata (come qualunque comprimario) entri in scena con l’espressione di chi non ha nessuna voglia di lavorare, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltando la schiena alla platea, attacchi la sequenza dei brani senza una parola di presentazione, sempre con un atteggiamento di annoiato disgusto. Forse è timidezza, forse è la sua espressione di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sarebbero, tra cui indossare la faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece smoscia le esibizioni di molti jazzisti è proprio questo tono di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega. Ma perché? Come mai non hanno l’aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati? Perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.

A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Ma ci si può presentare con jeans sformati e consumati, camicie stazzonate, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant’anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza?

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking, anche se ci piacerebbe: ricordiamoci (pur se spesso sottolineata da un filo di noia) l’eleganza suprema del Modern Jazz Quartet. Però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra rotoli e panze; forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure, naturalmente anche una follia di lustrini, ma con dietro un progetto. Sempre per il rispetto dovuto al pubblico, che, lui sì, può essere malvestito, anche se sarebbe meglio di no, ma comunque ha pagato.

 

Insomma, perché non dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso? Proprio così: che il vestito dica al pubblico che l’artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.

Raccapricci storici

Appia Antica. La notizia: Nuovo direttore, nuovi progetti, nuove promesse. Titolone sul giornale: “Per l’Appia soldi e fantasia”. Noi la percorriamo spesso sulle due ruote rischiando la pelle per via del traffico da tangenziale e compiangiamo i temerari turisti che ci si avventurano a  piedi strisciando lungo i muri come malfattori. Non osiamo immaginare cosa possono pensare di una città che ha la più bella strada del mondo, piazzata in quello che potrebbe essere il più bel parco archeologico del mondo e invece l’ha abbandonata e la lascia usare come una pista di scorrimento veloce, malgrado i basoli romani, dai quali noi ci auguriamo malignamente danni alle sospensioni delle auto insensibili alla bellezza del luogo.

C’è un elemento che ancora racconta la vita passata di queste pietre ormai morte. I solchi delle ruote dei carri che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice. Chi è stato a Pompei si sarà reso conto che non c’è niente che faccia pensare alla vita improvvisamente sospesa di questa città più dei solchi che segnano strade e vicoli. Se poi a uno non va di fare il viaggio, bastava, fino a poco tempo fa, affacciarsi sugli ultimi metri sopravvissuti del selciato originale dell’Appia

A questo proposito siamo costretti, nell’ennesima giornata come oggi, di un autunno che non ha ancora capito che è primavera inoltrata, a descriverne una ben diversa dell’estate di qualche anno fa. Appia Antica. Solito sole a piombo, solite cicale, solito profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare i braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, solo che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze sul significato dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma così, come capitava. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma la disposizione casuale aveva fatto perdere completamente il racconto dei solchi. Ci immaginiamo lo sconcerto del turista curioso nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate in mille direzioni.

 

“Non è affatto vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.


Via Alessandrina. La notizia: Ritrovata in un muretto testa marmorea imperiale di ottima fattura. Titolo sul giornale: “E così ho guardato Dioniso negli occhi”.

Alla Centrale Montemartini, un museo di scultura romana molto particolare, c’è una sala di statue, una più bella dell’altra, ritrovate a pezzi, usate nel medio evo (esattamente come questa che è finita sul giornale) come volgare materiale di riempimento per i muretti del giardino di Villa Rivaldi, sulla Velia, accanto al Colosseo.

E’ davvero dolorose pensare che gli animali che abitavano la Roma del medioevo, perché definirli umani è troppo, abbrutiti dall’ignoranza, dalla miseria, dalla violenza (e, lasciatecelo aggiungere, dal fanatismo cristiano che aborriva qualsiasi forma di bellezza classica), non si rendessero neanche conto di cosa stavano facendo.

 

Quindi, evviva se ancora troviamo qualche frammento del passato, ma che dolore per tutto quello che di sicuro abbiamo perso.


Villa Lante al Gianicolo. La notizia: Convegno di studi sulle voci degli evirati cantori nella musica barocca. L’invito: “24 maggio. Mito, storia e sogno di Farinelli”.

Il luogo è uno dei più belli di Roma, con una loggia il cui panorama non ha bisogno di descrizioni. I partecipanti alla tavola rotonda, coordinati da Flavio Colusso, Maestro di Cappella di Santa Maria dell’Anima, sono un gruppo eletto di esperti nel ramo e di interpreti che eseguono oggi (rigorosamente senza interventi chirurgici) il repertorio dei castrati famosi dell’epoca, come, appunto, Carlo Broschi, detto Farinelli.

Si è discusso sull’opportunità per gli interpreti moderni di chiamarsi controtenori o sopranisti o contraltisti (senza poi arrivare a una conclusione), si è raccontato come il Re Sole fosse contrario all’uso dei castrati nell’opera, ma non nella Chapelle Royale, si è appurato che la castrazione dei ragazzi, pratica ipocritamente biasimata, ma sotto sotto tollerata dalla Chiesa, era praticata quasi esclusivamente in Italia, anzi nell’Italia meridionale e anzi, e qui la storia si fa decisamente raccapricciante, soprattutto nella città di Norcia, dove c’era un’ampia scelta di operatori del ramo che davano buone garanzie di successo nell’intervento, avendo fatto solida pratica (da cui la fama dei norcini del posto) sui giovani maiali.

 

Poi c’è stato un delizioso concerto di eleganze barocche che ha riportato nelle alte sfere i nostri spiriti momentaneamente, come dire, abbacchiati.

Frustrazione meteo

Frustrati dalla mancata frequentazione di iniziative mondane o culturali perché ogni volta che uno cerca di mettere il naso fuori: bum! ecco la quotidiana bomba d’acqua, accompagnata dalle temperature polari del maggio più freddo degli ultimi settant’anni (quindi, di  nuovi eventi da raccontare, neanche l’ombra), ci dobbiamo rassegnare a piazzarvi la replica di uno dei nostri articoli del passato.

Ma è una proposta piena di caldo, sole, cicale e (come potrebbero mancare) ruderi. Siamo indecisi se sperare che non l’abbiate letta e quindi possiate restare sorpresi da questa vecchia novità, o sperare che l’abbiate letta ma dimenticata, ottenendo quindi lo stesso gradito risultato per noi (ma ingenerando in voi un lieve sospetto sulla tenuta delle vostre capacità mnemoniche). Fateci sapere.

 

Eccola, la replica:

 

ESTATE SULL’APPIA ANTICA

 

Dalle parti di Cecilia Metella c’è un simpatico archeo-bar. Ombra, buoni panini, birra fresca, il giornale da leggere: un paradiso. Come lo è, lì vicino, uno dei pochi spazi archeologici a ingresso gratuito: la Villa e il Circo di Massenzio.

Una frequentazione che amiamo e che ci affascina per una caratteristica che hanno alcuni luoghi arcaici della Roma del passato: la convivenza di storia, natura spontanea e lavoro dell’uomo.

E’ chiaro che il decrepito albero carico di prugne sullo sfondo delle torri del circo di Massenzio è stato piantato tempo fa in quello che allora era un normale frutteto, non certo un monumento da visitare.

E questo tono campestre e semplice si ripropone spesso, se non al Colosseo, certo in qualche angolo del Palatino, lungo la Via Appia,  sotto gli acquedotti.

 

E’ prima di tutto la soddisfazione di scoprire un rudere dimenticato o un sentiero appena tracciato che zigzaga fra i piloni di un acquedotto. Ma non solo quella. Ce n’è un’altra, di natura meno culturale ma altrettanto sfiziosa: conquistarsi lo spuntino sul posto. Non c’è niente di più bello, a metà di una torrida giornata estiva, che andarsene in giro praticamente soli per i siti archeologici minori, quelli poco frequentati dai turisti tradizionali. 


Come alternativa al panino con birra gelata del baretto, l’archeologo dilettante si fa un punto d’onore di scegliere i posti più assolati in assoluto, di aspettare il momento più ardente della giornata, quello in cui la mentuccia profuma di più, le cicale cantano più forte, l’alloro cede all’aria tutto l’aroma delle sue foglie. E poi buttarsi all’avventura.

Perché sul posto, a saperlo trovare, c’è, appunto, il premio gastronomico dell’archeologo dilettante. 

Abbarbicati ai mattoni del circo di Massenzio, grappoli di gustosissime more di rovo. Lungo l’Acquedotto Felice, melograni. Al Parco di Tor Fiscale, uva bianca. Nel punto in cui l’Acquedotto Claudio emerge da sottoterra come un orgoglioso drago di tufo c’è addirittura un boschetto di fichi neri e bianchi.

Alcune di queste piante sono spontanee, altre sono resti di frutteti che fino a non molto tempo fa erano coltivati con la più naturale indifferenza, fra ninfei imperiali e torri medievali, dai contadini o dai frati di qualche convento proprietario della tenuta.

 

Per poi essere abbandonati al naufragio della campagna romana, affondata dalla malaria e dal latifondo improduttivo, e a loro volta abbandonare i loro frutti sopravvissuti al tempo fra le sgrinfie di visitatori un po’ ecologi e un po’ ladruncoli. Noi, insomma.


E’ davvero un privilegio unico gustare, appoggiati a un rudere caldo di sole, un fico maturo intiepidito dallo stesso sole che ne esalta lo zucchero. Come fauni del secolo ventunesimo illusi di vivere due millenni fa.

Certo, sotto e intorno agli archi oggi passano i treni diretti a sud. Sopra le nostre teste volano gli aerei decollati da Ciampino. Sono rumori moderni che hanno comunque un loro arcaico morbido avvicinarsi e allontanarsi, un loro crescere e calare ampio, pieno di echi: una risacca sonora che non ferisce l’orecchio all’improvviso come un colpo di claxon o una frenata.

 

Un’aggiunta di colore sonoro all’ambiente ancora naturale della periferia archeologica miracolosamente sopravvissuta insieme alle cicale, alle gazze, alle cornacchie. 

Il mecenate

Dalla storia: “Gaio Clinio Mecenate, Arezzo, 68 – 8 avanti Cristo, uomo ricchissimo e potente, amico di Augusto, modesto scrittore per conto proprio ma grande protettore delle arti e degli artisti (Orazio, Virgilio, Properzio, tanto per buttar giù qualche nome)”.

Dal dizionario: “Mecenate - Persona dotata di risorse e potere che sostiene concretamente la produzione creativa delle arti e degli artisti o il suo recupero”.

Giusto qualche giorno fa il MUSIA ha inaugurato a Roma nei suoi bellissimi spazi ricavati fra i ruderi sopravvissuti e bonificati del Teatro di Pompeo una mostra di ritratti di pittori italiani della prima metà del secolo scorso. Ingresso libero, collezione personale del mecenate, l’industriale Ovidio Jacorossi.

Mesi addietro siamo stati all’inaugurazione del Palazzo Merulana, nei pressi di S. Giovanni, in quello che ci ricordavamo come un edificio fatiscente, dove si andava a fare i vaccini prima dei nostri viaggi fricchettoni in India o in Africa, ora di nuovo splendido, con una esposizione di arte dalla collezione dei mecenati Claudio ed Elena Cerasi.
L’anno scorso la scalinata di Piazza di Spagna è stata sistemata, restaurata e ripulita (anche se ventiquattrore dopo l’inaugurazione le orde di turisti italiani e stranieri avevano provveduto a riarredarla di lattine e cartacce unte) dal mecenate, l’industriale del gioiello, Bulgari.

 

Leggiamo che lo stesso mecenate Bulgari sistemerà l’Area Sacra di Largo Argentina, mentre della Rupe Tarpea sarà il mecenate Gucci a occuparsi.

A questo punto c’entra giusta giusta una bella favola. Vera. C’era una volta…

E’ il 1878, Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, compra otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l’idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impianta un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruisce una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invita pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent’anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa Marcelli.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos’era un pennello e diventò presto un’audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato in boheme, poi diventata successo, nello studio del pittore Nino Bertoletti, appunto uno di quelli di Villa Strohl-Fern. 

Dove, in un altro studio, quello del pittore Francesco Trombadori, l’unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, una sera estiva di qualche tempo fa gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice l’Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent’anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che per fortuna non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole.

Milioni, ce n’erano.

La Macchina del Tempo


Ci siamo saliti (la prima volta) facendo un salto indietro di mezzo secolo la sera del 27 aprile all’Auditorium Parco della Musica per “The Beatles Revolution”, un concerto dei Beat Box con la Roma Philarmonic Orchestra diretta (benissimo) da Stefano Trasimeni.

La perfetta Cover Band. Identica agli originali nei suoni, nei cambi di costumi, parrucche, baffi e barbe finte, perfino con il bassista mancino. Hanno intrattenuto i fan in un inglese Liverpoolizzato un po’ avventuroso ma accettabile, a momenti addirittura divertente.

Hanno suonato benissimo, con arrangiamenti fedelissimi, con il filo della storia tenuto ben teso da immagini di repertorio e una voce fuori campo. Con un pubblico di nostalgici settantenni e di ragazzini (fifty/fifty) che hanno urlato nei punti giusti e ballato fra le file. Insomma, una ricostruzione inappuntabile.

Eppure…va bene, noi siamo fra quei fortunati (!) che l’epoca dei Beatles l’hanno vissuta dal vivo, come si suol dire, e quindi questa ricostruzione, per quanto perfetta, sempre una copia ci è sembrata. Certo, per i ragazzi, i quali invece hanno solo visto le foto, sentito i racconti e ascoltato i dischi, è stato riportare in vita un mito. Una specie di museo delle cere. Tutto somigliantissimo. E imbalsamato.

Proprio non sappiamo cosa dire; proviamo a svicolare suggerendovi, così, tanto per distrarvi, il “Manuale del perfetto beatlesiano per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four (prima di venire alle mani)” di Luigi Abramo.

 

Non lo abbiamo letto, quindi niente ne sappiamo, ma dicono che sia istruttivo e divertente.


La seconda volta la macchina del tempo ci aspettava il 5 maggio, parcheggiata davanti all’Hotel Villa Carpegna, dove era in programma una giornata di adorazione e concupiscenza nei confronti di un idolo risalente a un’epoca di poco precedente a quella dei Beatles. La divinità si chiama “Vinile”.

Trattasi di un supporto tecnologico ormai superato dal progresso a cui i fedeli tributano una reverenza cieca e attribuiscono un valore monetario svincolato da qualsiasi considerazione realistica.

L’evento, promosso con garbo ed efficienza da Francesco Pozone è la ventiquattresima Giornata del Collezionismo Musicale, dura dalle 10 alle 19 e si svolge in un clima di entusiasmo, curiosità e nostalgia. Naturalmente nei vinili fino al collo. 

Con proposte al pubblico di ristampe nuovissime, ma sempre a 33 giri, oppure con la presenza fisica di protagonisti nuovi o trapassati appartenenti a quella nicchia discografica.

Ma soprattutto con la vendita (a volte a prezzi stupefacenti) di rare pubblicazioni uscite anni fa in pochi esemplari, oppure di progetti discografici finiti male e ritirati, tranne quelle due copia rimaste in mano al fonico e alla sua fidanzata…
Sotto, oltre alla solita febbre da collezionismo, c’è la vecchia, ripetitiva e probabilmente insolubile questione del suono analogico, che i fedeli dichiarano più caldo o forse più vivo, o magari più umano (non lo capiremo mai) di quello del CD. Ci sarebbe da discutere, ma con la dovuta attenzione al trucco che fa sembrare migliori le cose del passato.

Perché noi ricordiamo bene i vecchi 33 giri, oggi ricercati dai collezionisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in supporti (supporti, appunto, non oggetti belli in sé, ma semplicemente portatori di una tecnologia che quando è andata è andata) inutilizzabili.

Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. C’erano addirittura i multipli ad apertura alare, a destra, a sinistra, a destra e a sinistra, roba di un metro e dieci di larghezza. Dittici e trittici innalzati sull’altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso.

Quello dei vecchi vinile è un tipo di raccolta che non ci entra in testa. Ok le copertine. Come abbiamo detto, superfici ideali per un’arte grafica e pittorica spesso di ottimo livello. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, se ancora c’erano quando li hanno scoperti, tanto vale tenerli. No, forse sono proprio i dischi l’oggetto del desiderio. Però, siccome si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, metterli sul piatto e suonarli può essere decisamente rischioso.

E’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale e lo si tira giù una volta ogni tanto per un minuto, giusto per mostrarlo a qualche amico fidato, o forse a qualche rivale da fare ingelosire. E’ anche possibile che il maniaco non abbia alcuna voglia di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Che stia lì, sullo scaffale, dentro la sua copertina. Niente altro.

Contro la nostra incredulità, forse è ancora buona la vecchia battuta: “E’ il collezionismo, bellezza”.

 

 

Il relatore

Pareti di damasco rosso sangue, soffitto di bruna quercia, le finestre ermeticamente chiuse (pubblico in età: si sa, aria di fessura aria di sepoltura) praticamente una tomba. E abbiamo rischiato che diventasse la nostra, all’Accademia di San Luca l’undici marzo scorso.

Si trattava della presentazione dell’Enciclopedia di Arti Contemporanee, quarto volume, a cura di Achille Bonito Oliva: quattro relatori (che ci asteniamo dal nominare) più lui.

ABO lo conosciamo da un secolo e gli abbiamo sempre visto recitare la parte del discolo. Per nostra fortuna, perché, gli altri quattro! Concettosi, arzigogolati, logorroici, da rischiare per tanta verbosità di perderci nell’implacabile concatenarsi di verbi e subordinate.

Noi, non certo ABO che non ha saltato un’occasione per fare faccette, ammiccamenti e risatine al pubblico, proprio come avrebbe fatto Pierino dietro le spalle del maestro, per poi, alla fine, uscirsene con le sue dichiarazioni invariabilmente pertinenti, impertinenti e intelligenti.

Adesso che abbiamo identificato nel relatore il nostro personaggio base e avendone presentato il primo tipo, cioè il prolisso, passiamo al secondo: il brillante. 

Fiera del libro al Palazzo dei Congressi a Roma, tempo fa. “Sale di Sicilia” di Mariacristina Di Giuseppe è tenuto a battesimo dall’arguto, spiritoso Umberto Broccoli, un signore al quale invidiamo facilità e felicità di parola. Si manifesta qui una delle variazioni più pericolose di questi eventi: il relatore è talmente brillante che rischia di consumare tutto l’ossigeno a disposizione del futuro lettore prima che questi riesca ad affrontare il libro. Una vera minaccia per l’autore, l’editore e anche per il potenziale acquirente. 

Poi ci sono i compagnucci della parrocchietta. Sono più di uno naturalmente, il tono è fintamente rilassato, i relatori fanno mostra di volersi bene e di stimarsi a vicenda, si sorridono complici e si chiamano con nomi di battesimo o diminutivi da accademia. I laici presenti sono sì ammessi all’eventuale dibattito, ma a una certa distanza, che non si prendano troppa confidenza.

E i narcisi? Appollaiati come avvoltoi ai lati del festeggiato non fanno che rubarsi con finto garbo la parola l’un l’altro, parlare di sé a scapito dell’opera presentata (e quando parlano dell’opera è comunque in riferimento alle loro proprie reazioni) e soprattutto cercare di apparire più informati, più puntuali, più spiritosi, insomma, più in gamba dell’autore.

L’elegantone invece lo abbiamo conosciuto a un incontro sulla valorizzazione del patrimonio culturale all’Auditorium dell’Ara Pacis. Si chiama Philippe Daverio e ne sa una più del diavolo: soprattutto la racconta con un’espressione mirabilmente giocosa sopra papillon strabilianti con citazioni che sforna, fra paradossi e iperboli, con perfetta pronuncia in una mezza dozzina di lingue.

E intanto, con un look del tutto lontano da quello dimesso e grigio dell’intellettuale tipo, riesce a trasformare la faccenda, che spesso rischierebbe di risultare altrettanto dimessa e grigia, in uno spettacolo frizzante, proprio come i suoi variegati panciotti.

Chiudiamo con il Criticus Constrictor, uno dei più pericolosi esemplari di intellettuali ipnotizzatori in circolazione.

Museo del Vittoriano: presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, la preda, l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni del fattaccio.

Niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, l’elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo i racconti dello sciamano accanto al fuoco.

Passano 58 minuti, quasi un’ora di ipnoterapia. Strinati, momentaneamente rinsavito, ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo.

Si dichiara pentito.

Subito dopo però, trascinato da sé stesso e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti i tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici, i quali trovavano la sua produzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.

Altri venti minuti filano via. Finalmente le spire del crotalo si sciolgono e la vittima rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono parse stremate e forse anche un po’ risentite.

Ma noi ci siamo molto divertiti.

 

Panze, ceffi e facce per bene

PANZE, CEFFI...
In principio era una discarica. Sono passati duemila anni e sempre discarica è rimasta, ma adesso è storica.

E’ il Mons Testaceus, monte dei cocci, dove venivano ammucchiati i frammenti delle anfore olearie e vinarie destinate ai triclini sontuosi dei ricchi (ma, fuori dal luogo comune sui romani crapuloni, di sicuro anche alle tavole dei poveri) che arrivavano per nave al porto fluviale di Roma. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto. Travasati vino e olio, le anfore inutilizzabili erano rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina.

Da spazzatura a monumento.

 

Lì vicino, dove c’erano i magazzini romani, a inizio novecento è nato un quartiere di case popolari. Nelle cantine di una di queste case, a Via Bianchi, la Fondazione Giuliani ha uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo. 

Dentro l’immenso seminterrato (stiamo per arrivare al punto, dopo questa lunga premessa a forma di matrioska) si è inaugurata, il 15 aprile, la mostra del fotografo Francesco Vezzoli, molto opportunamente intitolata “Party Politics”, la politica da salotto.

Geniali foto di grandi dimensioni, crudeli, impietose, alcune francamente sinistre, che raccontano i personaggi della politica, dello spettacolo e dei quattrini (non sappiamo se per scelta, vistosamente assente è la cultura) del trentennio ’70/’90.

Beccati in pieno fervore sociale, le panze e i ceffi sono bene accompagnati da didascalie che dicono tutto: “Eros e craxismo”, “Rosseggiava il canapè”, “Ciociaria pride”.

Roba da brivido.

 


…E FACCE PER BENE
Da un brivido di sconcerto a uno di serenità: basta un attimo e ci troviamo teletrasportati alla Centrale Montemartini dove è in corso un’altra mostra fotografica.

Nuovo raccontino storico con cambio di destinazione finale? Eccovi serviti.

La centrale in questione non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità per tutta Roma all’inizio del ‘900. Dismessa, abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo e perfino, dopo tutti questi anni, il caratteristico odore di olio lubrificante.

Dunque, alla Montemartini si è inaugurata il 18 la mostra “Luigi Spina - Volti di Roma”: ritratti fotografici di ritratti marmorei di noti o ignoti dell’antica Roma.

Risalenti al periodo in cui gli scultori erano arrivati a fare della ritrattistica un’arte raffinatissima, capace di trasmettere magnificamente il carattere del soggetto non sorvolando (anzi, insistendoci) su crudezze dell’età, imperfezione della pelle e asimmetrie dei volti.

Proprio come, oggi, la fotografia, che non perdona la più piccola ruga, senza photoshop, ovvio.

Però, che belle facce: segnate, espressive, vive.

E soprattutto facce per bene.

Il povero Cla-Cla


All’Ara Pacis si apre la mostra “Claudio, il destino di un imperatore”. Allestimento sontuoso, pareti rosse, fari puntati. Alcuni pregevoli pezzi originali di scultura, molti calchi in gesso, di nessun interesse artistico, naturalmente, ma importanti per capire meglio il periodo. Tutto molto ufficiale.

Tranne questo bronzo che ci ha colpiti per la sua verità. E’ un (presunto) ritratto di Claudio, che evidenzia il primo dei suoi tanti difetti, non sappiamo se veri oppure inventati dai suoi detrattori che erano, chissà perché, molti e molto agguerriti: un paio di esagerate orecchie a sventola.

Povero Claudio, avvelenato figurativamente e si sospetta anche letteralmente, con un bel piatto di funghi da una delle mogli molto particolari che incautamente frequentò: Messalina e Agrippina. (Seneca, il pettegolo, scrive che, proprio in questa occasione, le sue ultime parole prima di andarsene furono: “Vae! Puto concacavi me!” – “Accidenti! Credo di essermela fatta addosso!”)

Scomodamente collocato dal fato tra Caligola, di cui era zio, e Nerone, di cui era patrigno, non deve avere avuto una vita facile.

 

In più era zoppo, ovvero claudicante (dal latino claudus - Claudius), e balbuziente, per questo soprannominato Cla-Cla; e finalmente considerato un mezzo scemo da familiari e amici. 




Eppure a cinquant’anni, una volta fatto fuori Caligola (non da lui, in verità), diventa imperatore, e neanche tanto malvagio. Anzi, per quello che possiamo ancora vedere almeno in architettura, un grande.

Suo è l’Acquedotto Claudio, per duemila anni il più bell’ornamento della Campagna Romana oltre a essere uno dei più grandiosi dell’impero.

Basta alzare gli occhi su per i magnifici massicci pilastri che per chilometri avanzano, arco dopo arco, con una regolarità che, certo anche per la sua funzionalità, coincide con la perfezione assoluta.

Suo è anche il grande porto di Ostia, meno fortunato dell’Acquedotto, perché si insabbiò dopo meno di un secolo. E naturalmente una quantità di altre belle opere e di belle conquiste per Roma, fra cui quella della Britannia.





Ma a noi è particolarmente simpatico per una novità che tentò di introdurre fra le piccole cose quotidiane: niente a che vedere con le sue grandiose imprese di condottiero e imperatore.

A Roma, in Via del Pellegrino, al N. 145, c’è un negozio di casalinghi, il cui proprietario, mentre vende caffettiere e detersivi, ascolta Scarlatti a preferenza di Vivaldi perché trova quest’ultimo un po’ troppo commerciale.

Murata sulla parete vicino all’ingresso di questa bottega particolare c’è una lapide (pur sapendo che ce n’è un’altra simile ai Musei Vaticani, crediamo che sia l’unica di questo genere in giro per la città) che testimonia un’audace innovazione grafica di Claudio, durata solo pochi anni e poi dimenticata (come spesso accade alle audaci innovazioni).

 Una nuova lettera, una F rovesciata, chiamata digamma inversum, introdotta da Cla-Cla nell'alfabeto latino per indicare la V intervocalica che prima era tutt'uno con la U. 

E' nell'ultima riga dell'epigrafe. Un po' di attenzione e la si scopre dove prima ci sarebbe stata una V: POMERIVM (AM)PLIAVIT TERMINAVIT(QUE). 

La U di pomerium non è intervocalica quindi non ha subito modifiche e ha continuato a essere scritta V. 

Poco imperiale magari, ma decisamente carino.


Roma, magnificenza e scemenza


La Galleria Colonna è aperta solo il sabato mattina e c’è la fila. Tutto bene organizzato come ai Musei Vaticani e con prezzi altrettanto salati. Ma vale la pena andarci perché il salone è un insuperabile esempio di magnificenza. Grande, luminosissimo, pieno di belle opere d’arte, e soprattutto concepito con un gusto, certo barocco e quindi carico, ma così armonioso che il sovrappeso neanche si sente.

Quello che invece colpisce il nostro occhio perfido in  mezzo a tanto buon gusto è una vera e propria scemenza messa in opera, non certo molto tempo fa, da qualche curatore forse fiducioso nella disattenzione dei visitatori.

Ecco di che si tratta: sotto tutte le finestre di un lato del salone sono murati, probabilmente fin dal momento della costruzione, magnifici frammenti di scultura romana.

I frammenti sono sempre lì, ma a un certo punto la direzione deve aver deciso di installare il riscaldamento. E dove hanno sistemato i caloriferi? Proprio davanti ai magnifici frammenti. Prima dell’intervento hanno pensato bene di fotografare le opere, poi hanno montato i radiatori e di fronte ci hanno piazzato dei pannelli a colori con le retrostanti sculture fotografate.

Il risultato è un bel panino a tre strati: la scultura vera, il radiatore e la foto della scultura.

 

Ci è sembrato un po’ indigesto.



Da non molto tempo aperta al pubblico e magnifica in una giornata primaverile è la tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica. C’è un bellissimo prato, pini, cipressi e un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente le terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.

All’ingresso, in cima ai resti di una cisterna, hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale di tutti i dintorni, dalle tombe dell’Appia ai Colli Albani, agli aerei che decollano da Ciampino.

Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo su quella magnificenza, poi lo abbiamo abbassato, e… tutto intorno, da ogni lato della terrazza, sporgono, bene fissati alla ringhiera, dei pannelli fotografici che riproducono esattamente quello che nella realtà si vede affacciandosi da quel lato a quella ringhiera.

Anche su altri monumenti in città ci sono richiami simili, chiaro, ma servono a identificare con scritte e numeri quella cupola a sinistra, quel palazzo a destra o quel campanile al centro .

Qui no; qui c’è la foto e basta; niente richiami. Un omaggio al potere dell’immagine: se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo solo un po’ di più, vuol dire che quel panorama è importante e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio di turista: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

 

Un’altra bella scemenza, ci pare.



Il 27 marzo si è inaugurata al Museo di Roma, Palazzo Braschi, “Roma nella camera oscura”, una mostra di dagherrotipi e fotografie di Roma e dei romani, dall’800 a oggi. 
Immagini color seppia di piazzette scomparse, palazzi demoliti e templi recuperati; e di cittadini illustri. Sono foto che magari abbiamo già incontrato in qualche libro ma appese ai muri ci sono piaciute di più.

 In fondo alla prima sala, più grande di tutte le altre, giganteggia questa scema (o furba? - magari non si sono accorti di niente o forse lo hanno fatto apposta, e allora tanto di cappello all’ironia) gigantografia di un elegante sconosciuto che ci riceve con uno sguardo a dir poco inquietante. Si osservi con attenzione la convergenza degli occhi del soggetto.

 

Comunque (e ancora una volta la magia si ripete) salutato lo strabicone in mostra, eccola che ci aspetta all’uscita del palazzo la magnifica magnificenza di Roma.



Roma, la grande efficienza


Tutto comincia con una perentoria lettera spedita al nostro condominio dall‘Italgas in cui si annuncia che nella fascia oraria fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018 il personale della CONUS TECNOLOGY S.p.A, da loro autorizzato, effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo, elettronico e in grado di teletrasmettere la lettura al loro centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione, quindi ci prepariamo alla visita. Alle 13.30 precise (oh sorpresa per noi abituati all’approssimazione romanesca) si presentano due tecnici che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul collegamento fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una qualche operazione, dovrebbe almeno sapere se questa operazione si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera dell’Italgas, altrettanto perentoria e altrettanto precisa che ci da lo stesso appuntamento per la stessa operazione il giorno 26 novembre 2018, stavolta fra le ore 8.00 e le 12.00 e gli incaricati sono della AMI.CA Srl (hanno cambiato operatori: forse non erano soddisfatti di quelli di settembre scorso che si erano fatti scoraggiare dai tubi di piombo?)

Benissimo: ci buttiamo giù dal letto e ci mettiamo ad aspettare. Due tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, nun se po’ fa a sostituzione per via delli tubbi de piombo”, e se ne vanno. Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…

Lo stupore è tale che non riusciamo neanche ad arrabbiarci. L’incapacità della capitale a fare bene anche la cosa più semplice è nota, ma in questo caso ci pare che superi ogni aspettativa.

Intanto i vecchi contatori, per quanto abbiamo potuto verificare, funzionano benissimo, perciò che ce ne importa? Anche la seconda lettera finisce nello stesso cassetto.

 

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera, sempre da Italgas, in cui ci riscrivono che il 20 marzo 2019, fra le otto e l’una, il personale di A.MI.CA CAMBI (un nome abbastanza simile ma non proprio uguale a quello del 26 novembre – chissà cosa è successo nel frattempo) ripasserà per rifare la stessa operazione.

 Ormai in preda al totale disinteresse per la faccenda (sarà quel che sarà: anche il più integro dei cittadini dopo un po’ si stufa) la mattina del 19 usciamo di casa per il giornale e il cappuccino al bar e, colpo di scena! troviamo su tutti i portoni della strada e dintorni questi avvisi che, specificando numero civico per numero civico, annunciano l’intervento per l’indomani.

Stavolta la situazione sembra molto più seria, quasi preoccupante perché, oltre all’orario punitivo, si minaccia anche di sospendere l’erogazione del gas in tutti gli appartamenti della zona. Consultazioni fra i vicini trepidanti: siamo gente poco pratica, quindi non ci rimane che programmare per l’indomani doccia antelucana e messa in standby di fornelletti elettrici e microonde.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe il colpo di scena e la situazione in qualche modo si ribalterebbe svelando il mistero.

E invece? Nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 marzo non si vede nessuno, neanche per dirci che “ce staveno li tubbi de piombo e nun se poteva fa’ gnente”; il giorno dopo, uguale. Se sono andati a qualche altro indirizzo non lo abbiamo saputo. Poco alla  volta il nastro adesivo si è accartocciato e i cartelli sono caduti dai portoni come le foglie d’autunno, e oggi che sono passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ci ha fatto sapere niente e nessuno ne parla più.

Nel frattempo pallide ombre si aggirano per il quartiere e siedono ai tavolini dei bar in un’atmosfera di destabilizzante sfiducia nelle istituzioni, chiedendosi dove hanno sbagliato e quale futuro possano aspettarsi per i loro figli…

 

 

Il ciclista

24 marzo 2019. Domenica ecologica. Uno dei pochi momenti, a Roma, in cui un ciclista può considerarsi quasi al sicuro dai pericoli del traffico a motore che normalmente ignora completamente quello a pedale (per la verità noi abbiamo visto qualche incrocio in cui l’automobilista non ignorava affatto il ciclista, anzi lo puntava proprio come se volesse abbatterlo).

Al di fuori di queste giornate, però, possiamo dire con sicurezza che l’uomo su due ruote, per quanto attento stia, rischia ogni minuto la pelle: in giro per le strade della capitale; furgoni impazziti che investono colonne di velocipedisti su presunte tranquille strade di campagna; poliziotti in assetto antiguerriglia che caricano un raduno di ciclisti in piazza a Torino “Pensavamo che ci fosse un agente in pericolo” (la giustificazione della polizia. Cronaca di Torino, 21 marzo) e così via; ogni giorno c’è una notizia di nera che coinvolge il:

 

Ciclista Martire.

E però (sempre di Roma parliamo), che scoramento, che inciviltà, che schifo le bici del programma bike sharing abbandonate, buttate nel Tevere, cannibalizzate e vandalizzate che negli ultimi tempi si vedono a ogni angolo di strada, dai ponti, nei parchi. Evidentemente dalle nostre parti questo programma non funziona. C’è chi dice che tutto dipende da una cattiva organizzazione del servizio. Noi siamo convinti che dipenda semplicemente dalla cattiva educazione degli utenti.

Per non parlare dei ruderi di biciclette di proprietà, lasciate incatenate a qualche palo sui marciapiedi, che nessuno porta via. Talvolta sdraiate per terra, talvolta accartocciate, rimaste solo telaio, ma con un sacco di pericolose punte sporgenti alle quali prima o poi si rischia di agganciarsi e strapparsi qualcosa: pantaloni, ma anche brandelli di pelle.

Si tratta del Ciclista Maleducato.

 

A questo punto ci infiliamo il giubbotto antiproiettile, perché sappiamo che in molti se la prenderanno con noi. Stiamo per affrontare il Ciclista Prepotente

La prima volta fu ad Amsterdam. Stavamo passeggiando, e fu il panico quando ci trovammo circondati da ciclisti. Prepotenti e senza campanello. Sui marciapiedi, nelle zone pedonali, i padroni erano loro. Un’arma letale. Sbucavano da tutte le parti, veloci, silenziosi e intolleranti, come sa essere la gente del nord quando gode di un diritto acquisito.

Da quel momento ci nacque nel cuore un sentimento che mescolava al rispetto anche l’odio, naturalmente inconfessabile (sarebbe come prendersela con la foca monaca o il colibrì della Guyana, entrambi, come è noto, in via di estinzione). Il ciclista rappresenta la purezza dell’aria e dei sentimenti, si potrebbe quasi dire la natura. Non si può odiarlo. Bisogna solo rispettarlo e amarlo per quello che fa per l’anima ecologista di quelli di noi che ce l’hanno.

Chissà a quanti automobilisti è capitato, di notte in qualche strada buia di periferia di trovarsi a pochi millimetri dalla ruota posteriore di una bicicletta, cavalcata da un essere vestito di scuro, rigorosamente sprovvista di qualsiasi segnalazione luminosa, che procede alla sacrosanta velocità di un velocipede urbano; venti all’ora, se va bene, mentre l’auto, anche con un pilota  prudentissimo, va almeno al doppio. Roba da infarto.

Noi, come probabilmente anche voi, abbiamo molti amici ecologisti o sportivi, o solo radical-chic che vanno in bici. Intendiamoci, andare in bicicletta a Roma è ben diverso che farlo a Bologna o a Rovigo, dove gli automobilisti sono abituati alla convivenza e i dislivelli sono zero. Molti di questi nostri amici usano la bici più come principio, che come mezzo di trasporto, dato che in una città di salite come Roma, si arriva prima a piedi.

Tanto di cappello. Ma poi però, perché vanno senza luci di notte, che è un suicidio? “Perché ci siamo dimenticati di comprare le batterie; perché fa più fico; perché comunque sono gli automobilisti che devono stare attenti”. E di fronte a un timido suggerimento che anche la città più civile è una jungla con i suoi predatori e le sue prede ti seppelliscono di indignazione. Non è il povero animale indifeso (come obiettivamente è un ciclista nel mondo motorizzato) che in natura deve stare attento per salvare la pelle. E’ l’ambiente che deve stare attento a lui. Pura, criminale utopia.

Purtroppo spesso il ciclista per principio (non certo quello per necessità, che ancora esiste, anche se non sono più tanti come negli anni cinquanta) è un integralista fanatico, e come tale non ascolta, rivendica. Piste ciclabili, sacrosante; ma se non ci sono, via! sul marciapiedi a zigzagare in silenzio (il silenzio, questa è l’arma letale del ciclista) fra i pedoni.

 

Naturalmente poi gli incidenti accadono, e ci dispiace. Ma a pensarci bene, la responsabilità non sarà mica sempre solo da una parte, no?

Il viaggiatore

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e sicuro. Oggi.

Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Michel de Montaigne, autore del “Journal de voyage en Italie, 1580 et 1581”, uno dei più gustosi diari di viaggio che ci siano capitati sotto gli occhi, che aveva deciso di spostarsi non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, paesi civili della civile Europa dell’epoca.

I tempi: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, in una portantina sulle spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le vere strade erano poche e malmesse. Il resto, sentieri o mulattiere. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.

A noi piacciono le cenette a lume di candela, ma quello che oggi funziona per i momenti romantici, allora non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che sapevano leggere e lo facevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).

 

In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, con il suo mulattiere, più un cameriere, e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, biancheria e coperte, stoviglie e provviste. 


Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, quasi sempre sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione all’epoca considerata igienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).

Si stupisce, il nostro gentiluomo viaggiante, per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto “per non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito invece, in una infima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile”, “Sì, ma dove? “Dove vuole”.

E’ chiaro che poi i cortili puzzano di urina e feci, le strade di letame e rifiuti, le scale di case e locande di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e pitali non svuotati.

Brevi le tappe percorse ogni giorno; per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: leghe di Guascogna, leghe di Francia, leghe tedesche, miglia italiane, spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi. Su questo argomento non possiamo trattenerci dal citare due righe di mano dello stesso Montaigne che ci hanno fatto sorridere. Scrive, ed è appena all’inizio del viaggio: “Oggi quattro leghe. A cominciare da Bar-le-Duc, le leghe riprendono la misura di Guascogna e vanno allungandosi verso la Germania, fino a raddoppiarsi e perfino a triplicarsi”.

Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), cambiandolo, chissà con quale criterio, con una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro: quindi continuo rischio di rapina.

E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio con il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche i certificati di sanità, se si arriva da dove c’è, o si crede che ci sia, qualche pestilenza.  E nel bagaglio sono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti.

Dopo la testimonianza incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.

Tanto per sapere come regolarsi, conclude dando l nome della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e della peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Magari, essendo passati quattro secoli e mezzo, non sono più indicazioni tanto attendibili. 


Oggi, certo, tutto è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo.

Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualche terrorista che ti spara.

 

Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

Il riformatore


S. Maria dell’Anima è la chiesa cattolica della nazione tedesca a Roma. Ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata di sera. Ci saranno almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che l’effetto è magico, anche perché non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati qualche mattina fa, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre.

Molte le tombe di marmi bianchi e colorati, con una fitta presenza di teschi ghignanti, femori incrociati e clessidre, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

In più, sulle lapidi, fa spesso capolino un timido, quasi mai riuscito, tentativo di latinizzare gli ostici patronimici dei concittadini germanici. Immaginiamo lo smarrimento dello scalpellino, che era certamente italiano e probabilmente analfabeta, di fronte a nomi come quelli che punteggiano, qui accanto, la triste storia del giovane defunto ventitreenne, unica speranza della sua antichissima famiglia (Adriano), pianto dallo zio materno (Teodoro) e dall’esecutore testamentario (Baldovino): perché con gli Adriano, i Theodorus e i Balduinus è ancora facile, ma con i Vryburch, i Quinting e i Breyel la paura di sbagliare doveva essere forte, dato che sul marmo quello che è scritto è scritto, e magari ti facevano anche ripagare la lastra rovinata.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell’elegante sala di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono, polverose e malissimo illuminate come sono, molte chiese romane, magari anche piene di tesori artistici che però, nelle tenebre, è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio. 

 

All’improvviso però, tutto questo splendore è stato oscurato dall’ombra di un ricordo di qualche tempo fa.

Era il 2017, cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio certa) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Evidentemente, quel giorno di mezzo millennio dopo, i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto l’anniversario, ma hanno scelto di celebrarlo a modo loro, con una sfilata di poster zeppi di immagini e didascalie piazzati lungo la navata sinistra.

Non siamo storici né teologi, quindi non vogliamo entrare nella correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così rimbambiti da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero 

evidentemente disegnato per l’occasione e neanche somigliante, perché i ritratti ufficiali non sono così maligni, commentato, dopo aver elencato tutte le malefatte ideologiche del fellone, dalla seguente didascalia, non proprio un esempio di carità cristiana:

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe”.

Un vero diavolaccio.scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero (vedi 

Il castrato

Gli amici gastronomi non ci fraintendano: non è a loro che ci rivolgiamo per rimpiangere le delizie di un gustoso animale che in passato frequentava più spesso di ora le nostre tavole: braciolette, carrè, sella. In umido, in padella o al forno.

No, non a loro parliamo, ma ai musicisti, ai melomani, agli amanti dell’opera; e le delizie a cui ci riferiamo non sono per le papille ma per le orecchie.

 

Un passo indietro. Qualche tempo fa, chiesa di S. Andrea della Valle a Roma (quella della Tosca), magnifico edificio barocco dotato di un grand’organo poderoso. Festa del Te Deum; un concerto con la presenza, fra le altre voci, di eccellenti contraltisti, sopranisti e controtenori.

Immersi nel magico riverbero, dovuto al volume architettonico della chiesa che rimanda e prolunga i suoni, ci è tornata in mente la teoria che attribuisce la scoperta dell’armonia proprio all’uso, nei canti medievali, di intonare una seconda nota, e poi una terza, mentre la prima ancora echeggiava sotto le volte. Di sicuro un monaco si sarà accorto, durante qualche vespro, che in questo modo nasceva un accordo, e da qui il passaggio dalla monodia all’armonia è stato inevitabile. Ci pare possibile.

Ma quelle voci particolari hanno risvegliato anche un grillo che ogni tanto si affaccia nel nostro cervello forse bacato. Si può chiamare rimpianto il dispiacere per la perdita di qualcosa che non si conosce direttamente? Forse è meglio la parola nostalgia.

Eccolo il nome del grillo: nostalgia per il castrato.

 

Si chiamavano Farinelli o Pacchierotti, erano stati evirati da piccoli in modo da bloccargli la muta della voce, ma non la crescita del corpo. Così da grandi sviluppavano un’emissione, forse imitabile con il falsetto, ma certamente ineguagliata come timbro e potenza. Insomma, uno strumento fra la voce bianca e quella femminile, ma servito dal potente mantice dei polmoni di un uomo adulto. Cantavano l’opera. Erano amati, ammirati, applauditi dappertutto, erano in vetta alla piramide. Le rockstar del settecento. Nessun solista ha mai raggiunto la fama e la ricchezza di questi personaggi, che però, per arrivarci, avevano dovuto pagare un prezzo, diciamo così, un po’ salato. E non smettevano di pagarlo, facendo talvolta la triste fine dei fenomeni da baraccone.

Questa impressione ce l’ha confermata un libro che  stiamo leggendo su uno di questi fenomeni: Domenico Bruni. Si intitola “Biografia di un cantante evirato”, pubblicato dal Comune di Umbertide di cui Bruni era cittadino, quando ancora si chiamava Fratta. Questo poveretto, prima di diventare una star era ”nato da poveri e onesti genitori” e “aveva sviluppato una singolare abilità per il canto: Per un’accidentale fisica indisposizione fu consigliato dai medici all’evirazione e così sempre mantenne la sua voce incantevole di soprano”.

 

Si direbbe che il fenomeno dei castrati sia derivato casualmente da cognizioni mediche antiquate che provocavano interventi troppo radicali in casi di infezioni o simili. Ovviamente è vero il contrario: l’intervento era volontario. Intendiamoci, la volontà era quella dei genitori,  dei tutori,  dei nonni; non certo del ragazzo.  Ed è umano che, una volta diventati famosi, tutti cercassero di giustificare, nella vita o nelle autobiografie, una situazione scabrosa come la loro con storie di accidenti fantasiosi se non addirittura inverosimili.

D’altra parte, pensiamo a quelle migliaia di ragazzini che lo stesso prezzo lo avevano pagato per l’avidità di denaro dei genitori ma senza avere in cambio il successo (X Factor, tre secoli fa...). E’ che all’epoca, per molte famiglie povere con un figlio minimamente dotato per la musica, questa era una delle poche speranze di sistemarsi.

Sarebbe come immaginare oggi, per esempio, il tassista, padre di Bruce Springsteen, o i genitori contadini di Al Bano che un bel giorno,
mentre il ragazzo è a scuola, si siedono al tavolino, fanno quattro conti e decidono: “Beh, domani lo facciamo castrare, magari diventa famoso e poi viviamo tutti di rendita...”

 

Col tempo questa pratica incivile è stata abolita. Però, da appassionati, a noi rimane lo scontento di non aver mai potuto ascoltare direttamente quei fenomeni. Pazienza. 

Detto questo, venisse a qualcuno la perniciosa idea di andare a sentire l’unica registrazione esistente (inizio ‘900) di un castrato, su YouTube c’è Alessandro  Moreschi, l’ultimo sopravvissuto della categoria. Ammesso che sia autentica, è orripilante. Sembra un’ostessa di mezza età, ubriaca e anche un po’ stonata. Forse è colpa dell’arcaicità dell’incisione, comunque consigliamo vivamente di soprassedere se volete tenervi l’illusione.

Il puntatore

 Sono anni, anzi decenni che frequentiamo il mondo della musica, leggera e classica, e mai ci era capitato di incontrare questa figura professionale: il puntatore. Ce l’ha fatta conoscere con il suo garbato ma serio tono da conferenziere Luca Della Libera il 20 febbraio al Conservatorio di S. Cecilia durante la presentazione di un suo libro su Alessandro Scarlatti e la musica sacra a Roma.

Siamo a cavallo fra il sei e il settecento e in città fiorisce una quantità di cappelle musicali che oggi neanche ce le sogniamo. Cantare in uno dei cori è ambizione di molti e soprattutto è un’attività che garantisce un salario sicuro in quei tempi difficili, anche perché, non essendo ammesse le donne, c’è posto pure per i ragazzi (e forse per qualche castrato in incognito).

La cappella musicale era composta dai cantori, dai cappellani corali, dall’organista, da un maestro di grammatica che custodiva anche i libri e dal Maestro di Cappella.

Accanto a tutti questi, nominato a turno fra i cantori c’era un personaggio oscuro ma di grande potere: appunto il puntatore. Il suo ruolo era quello di segnalare tutti coloro che trasgredivano le regole e “darne nota al camerlengo, il quale, avanti di pagare il mese”, detraeva l’ammontare della multa dal salario.

E le trasgressioni potevano essere tantissime in un regolamento così rigido e minuzioso. Rileggiamone alcuni articoli nel linguaggio pomposo e un po’ ridicolo del tempo, sempre tenendo presente che “se alcuno per domandar gratia a un prencipe mondano studia di compor se stesso & le sue parole con habito onesto, gesti decenti, parlar moderato, distintamente e con attentione, con tanta maggior diligenza in luogo sacro ciò convien di fare in pregare l’onnipotente Iddio”. Perciò:

“Non cominciar il versetto sin che l’altro non sia finito, et quelli che contrafaranno saranno multati in baiocchi cinque per ciascuna volta”.

“Nessuno dovrà tenere le labbra serrate, ma tutti nei salmi, hinni et cantici con allegrezza spirituale mandar voci di laude al signor Iddio, sotto pena di esser multati come absenti”.

“Quando si dice il Gloria Patri ogn’uno si cavi la beretta et inchini divotamente il capo”.

“Nessuno di essi cantori o cappellani debba partirsi di Choro (mentre durano li divini uffitij) senza espressa licenza, et al puntatore che altrimente concederà tal licenza in giulij due per ciascuna volta”.

“Non vadino né stiano senza cotta et veste longa et habito clericale, etiam che fosse il giorno over la settimana sua vacante, sotto pena di giuli due per ciascuna volta; et stiano con quella gravità che si richiede, non confabulando o parlando insieme, sotto pena d’un giulio per ciascuna volta; et finiti gli uffitij divini ritornino a spogliarsi senza tumulto ne i luoghi loro ordinarij, sotto pena di baiocchi cinque per ciascuna volta”.

Neanche al collegio convitto di Gian Burrasca.

E c’è anche un premio per la delazione:

 

“Per la lor fatica i detti puntatori habbino de i punti, oltre la rata loro, a ragione del cinque per cento”.


Visto che siamo in argomento, e, più o meno, nello stesso periodo, ci piacerebbe avere la spiegazione (che probabilmente non arriverà mai) di un ritardo inspiegabile.

Andiamo a un concerto per sestetto di liuti. Autori noti (Gabrieli, Kapsperger), bei brani, benissimo eseguiti, però sembrano il lavoro di preparazione di qualcosa di molto più grande che verrà, ma non è ancora maturo. Vai a guardare la data delle composizioni: fine ‘500, inizio ‘600, e ti prende un colpo.

Il fatto è inspiegabile, il ritardo esagerato, l’assenza ingiustificata.

Ma come mai la musica è così indietro, in un’epoca in cui tutte le altre arti sono più che mature? Giotto trecento anni prima già faceva la sua famosa “O”; poi sono arrivati giganti come Leonardo, Raffaello, Tiziano. Architettura e scultura: la cupola di Brunelleschi, Palazzo Farnese, San Pietro, la Pietà. Letteratura e poesia con Dante, Petrarca, Tasso.

Colombo era andato e tornato dall’America. E la musica? Strumenti afoni o imprecisi e stonati, comunque primitivi; melodie scarne, accompagnamenti precari. Le voci, sì, ma solo quelle. Altro che colonnati e basiliche!

Il Beethoven dell’architettura e della pittura e il Michelangelo della musica, che dovrebbero essere contemporanei, sono separati da tre secoli. Inspiegabile.

Certo, poi le cose si sono un po’ aggiustate, grazie alla tecnologia che ha riequilibrato il gap con la possibilità, prima inesistente, di fissare la musica, sia scritta che eseguita, come da sempre si fissa la scultura, la scrittura, l’architettura.

Però non si spiega lo stesso, o no?

Forse è inutile insistere.


I Santi degli Ultimi Giorni


Lontana, in periferia, fra il GRA e i vari Le Roy Merlin, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

 

Tutti con accento americano, tutti efficientissimi e cortesi. Insomma, sembra di essere ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.


La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli. 

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che siano animati tutti da un comune desiderio di comunicarci quanto sono felici.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi imbottiti, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o con scene naturalistiche alla Disney: cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, ma molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

 

Procediamo nella visita guidata fino al centro visitatori, dove ci fanno finalmente togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, appare ai nostri occhi esterrefatti questo.
Uno degli accompagnatori, sempre in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re: un po’ scrostata, spigoli di pietre, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora, tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutto questo miele ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà nella trattoria sotto casa davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati.

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, felici, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

 

 

L'anno del maiale



Giovedì 7 febbraio. Tutti In fila con i nostri accrediti davanti al Museo Borghese al cui ingresso ci riceve questo marmoreo signore in atteggiamento non si sa bene se perplesso o sconsolato. Lo scopriremo.

Dentro si festeggia il capodanno cinese. Del quale siamo sicuri che, da queste parti, non importerebbe un fico secco a nessuno, se non fosse per il fatto che i turisti cinesi sono diventati improvvisamente i migliori clienti delle boutique del lusso di Roma, che sono, per l’appunto, le organizzatrici dell’evento.

Piccola parentesi indotta dalla lettura sul giornale di un trafiletto che annuncia, da parte dell’Emporio Armani, la dedica al maiale della nuova collezione, che si chiama “Chinese New Year”. Al maiale, che è l’animale del nuovo anno nella simbologia astrologica cinese, ci si riferisce come a un esempio di diligenza, compassione e generosità (testuali parole; e pensare che noi occidentali lo consideriamo da sempre solo buono da salsicce; che rozzi che siamo!) ed è “presente nella collezione, declinato in forme stilizzate e colori diversi e reinterpretato attraverso simboli tribali”. Armani dixit. Questo è il risibile linguaggio dei comunicati della moda. Ma risponde di sicuro a esigenze commerciali. Ci chiediamo con quali aspettative di successo Armani presenterà questa sua nuova linea all’altra metà dei suoi clienti ricchi: gli arabi, ai quale l’ animale che piace ai cinesi (e a noi) non risulta essere troppo simpatico. 



Torniamo a noi: dentro il museo c’è questo signor Liu Bolin, cinese; secondo i critici e il mercato un geniale artista contemporaneo; secondo noi un furbacchione che se n’è inventata una bella. Lui va in giro per il mondo, si piazza di fronte a uno sfondo ben riconoscibile: il Colosseo, un giardino, un quadro famoso, si fa dipingere vestiti e faccia con le stesse linee e colori dello sfondo (quindi con gli archi del monumento, la cornice e il soggetto del quadro, le foglie del giardino) fino a che, mimetizzato quasi completamente, diventa praticamente invisibile: un camaleonte.

A questo punto un suo assistente gli scatta la foto finale della performance, e questa è l’opera che poi lui firma e, ne siamo certi, i suoi mercanti vendono a suon di dollari, evocando in noi, e di sicuro in tanti altri, forti dubbi sulla sanità mentale dei collezionisti.

Naturalmente l’artista fornisce una sua spiegazione socio-filosofica: “Sparire non è il fine principale del mio lavoro, è solo un modo per trasmettere il mio senso di ansia per gli esseri umani e per l’ambiente, e la mia silenziosa protesta contro l’oppressione da parte del mio governo.”

 



Così ha fatto anche in questa occasione: si è piazzato nella sala dei Caravaggio, davanti al San Girolamo, e, indossati i vestiti e una mascherina di plastica trasparente, si è fatto dare gli ultimi colpi di pennello e finalmente è apparso, anzi scomparso davanti al quadro.

Indubbiamente una trovata d’effetto.

Noi siamo rimasti un po’ delusi in quanto ci aspettavamo che il molto onolevole maestlo Liu si facesse realmente ricoprire di vernice mani, corpo e faccia, ma poi abbiamo letto che per realizzare tutta la performance ci vogliono almeno dieci ore.

La nostra era pura ingenuità: non c’era abbastanza tempo per l’operazione intera, e ci siamo dovuti accontentare.

Anche perché l’organizzazione doveva trovare qualche minuto, prima della chiusura del museo, per offrirci un piccolo rinfresco a base di pizza e mortadella, quest’ultima di sicuro un modesto omaggio al protagonista della serata (il maiale, non Liu), e di ottimo prosecco.

Buon anno (del maiale, naturalmente) e poi tutti a casa.

Sì, tutti a casa, ma per arrivarci abbiamo dovuto percorrere di buon passo il viale alberato che va dal museo a Porta Pinciana nell’oscurità più profonda e inquietante, visto che i lampioni c’erano sì, ma spenti, e dietro i tronchi dei pini ci è parso di intravvedere qualche ceffo in agguato.

Un’altra manifestazione di efficienza di cui ringraziare l’attuale gestione della città.

 

Catholic Horror Show


Prima vi sottoponiamo questo allegro inventario cattolico apostolico romano…

Chiesa di S. Maria dell’Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici di cui due ghignanti, 2 teschi alati dall’aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti ben grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d’alloro e aria strafottente (foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti, una miseria. Meno male che hanno i Caravaggi.

S. Pietro in Vincoli: due scheletri portabandiera molto austeri e compresi.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a varie reliquie dello stesso, fra cui i mezzi guanti insanguinati dalle stimmate.

S. Giovanni de’ Fiorentini: un teschio, 8 putti e, in una nicchia, il piede della Maddalena.

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria in Monterone: altro scheletro che incombe sull’altar maggiore reggendo il ritratto del trapassato, cioè di sé stesso in vita.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l’ovale con il ritratto, più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio.

Gesù e Maria: uno scheletrone tormentatissimo, in un inestricabile viluppo di ossa.

S. Giacomo alla Lungara: un leggiadro scheletrino che vola sulla parete con cartiglio e nome proprio.

S. Maria della Vittoria: sul pavimento due mezzi scheletri (del Bernini) che danzano un can can.

S. Maria del Popolo, il più bello: un mezzo scheletro velato (una dama peccatrice?) dolente e chiuso dietro l’invalicabile grata di una finestrella.

 E così prosegue, scherzando e ridendo, lo show.




Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Durante un concerto nella chiesa della Maddalena, fra una musica e l’altra, ci leggono qualche pagina di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo quivi esibito con una sistemazione da vetrina di alta boutique.

L’espositore è una scatola a due livelli: quello superiore, in lieve penombra, ospita un presumibilmente somigliantissimo manichino del personaggio in costume d’epoca, molto elegante. Di sotto invece, in piena luce, c’è il suo scheletro, bollito, scarnificato, ricomposto, ripulito e lucidato che sembra di plastica e invece è vero; e questo è senza dubbio uno dei migliori numeri del succitato “Catholic Horror Show”.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo “di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha sui sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di sventurati perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente, in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

 

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, dà il suo nome a parecchi ospedali e finalmente diventa santo. Amen.


Bernini, erotico innocente?


Primordiali pressioni emozionali che premono per essere liberate ce le abbiamo dentro tutti. Se siamo artisti ne caviamo qualcosa di interessante, altrimenti no.

Guerre, trionfi, banchetti, sono sempre stati temi diffusi nell’arte romana. Il successivo padrone li ha poi incamerati, naturalmente modificandoli per il nuovo uso.

Per cui la guerra è diventata la vittoria della fede, il trionfo si è trasformata nell’assunzione in cielo dei martiri, il banchetto si è sublimato in eucaristia.

 

C’è però un‘altra rappresentazione che viene dalla stessa eredità, ma non ha passato l’esame, perché è stata declassata da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa, proprio perché bello, anche se erotico) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che la associava all’idea dell’erotismo colpevole: il nudo.


Pur essendo sempre rimasto l’interesse primo degli artisti, il nudo ha subito, più degli altri temi, censure e persecuzioni (i famosi mutandoni fatti dipingere sulle figure del Giudizio Universale di Michelangelo da papa Paolo III a Daniele da Volterra, da quel momento svillaneggiato come il “Braghettone”, anche se per conto suo era un ottimo pittore).

Questo nuovo padrone era la Chiesa: principale, se non unica istituzione culturale ed economica oltre che religiosa; quindi principale, se non unico committente per gli artisti.

I quali potevano rappresentare Cristi, madonne, angeli e santi, anche nudi, sempre di una nudità non estetica, ma dolorosa o del tutto innocente. Cristo crocefisso, i martiri torturati, invece i cherubini, con quei paffuti culettoni e i pisellini minuscoli. Accettate le madonne col seno di fuori, purché in fase di allattamento.

A un certo punto gli artisti, specialmente quelli barocchi, e soprattutto il loro caposcuola, per soddisfare l’esigenza di raccontare l’erotismo decisero di cercarsi un alibi puntando su una delle manifestazioni di santità più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Ecco due righe dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila dove ne racconta una delle sue: “In un'estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d'oro e portava all'estremità una punta di fuoco. L'angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”

Una delle sculture più famose di Gian Lorenzo Bernini è proprio l’Estasi di Santa Teresa che descrive quell’esperienza. Si trova in Santa Maria della Vittoria, barocchissima chiesa, quasi indigesta per l’eccesso di marmi, stucchi e pitture. L’opera, servita dalla suprema poetica maestria nel trattamento del marmo, dalla collocazione sapiente sull’altare, dalla illuminazione naturale studiata da quel grande scenografo che Bernini era, è proprio la rappresentazione erotica, anche se sacra e sublimata dell’abbandono della donna alla possessione di questo dardo. D’oro, d’accordo; per di più in mano a un angelo, certo. Però decisamente allusivo, ci pare.

� più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Non contento, ne fece un’altra, di estasi: quella della beata Lodovica Albertoni, a San Francesco a Ripa, sempre a Roma. Un’estasi più sobria, nel senso che manca l’angelo con il dardo, ma la beata, anche lei scolpita nel marmo della solita indescrivibile morbidezza, se ne sta sdraiata contorcendosi, ben poco sobriamente, sul giaciglio.

E’ chiaro che questo tipo di rappresentazione, mimetizzata sotto il velo della mistica dedizione, faceva venire qualche pensierino a chi la guardava.

Perché, chissà come mai, almeno a giudicare dalla documentazione che ci è arrivata, in estasi ci andavano solo le sante (femmine), mentre gli artisti incaricati del racconto erano tutti maschi.

Si trattava certo di un erotismo sacro, purissimo e soprattutto presentato come momento edificante a uso dei seminaristi (e probabilmente di qualche cardinale porcello, magari lo stesso committente). C’è chi dice che Bernini fosse del tutto privo di malizia, solo preso dal suo innocente desiderio di esaltare la fede della santa. Non lo sappiamo e, detto fra noi, ne dubitiamo un poco.

Rimane il fatto che si tratta di arte realizzata da uomini per altri uomini, usando immagini di donne. Che dichiara di rappresentare un’emozione lecita mentre forse in realtà ne racconta un’altra.

 

Insomma, analizzare il ripieno nascosto in certe ricette artistiche richiederebbe  una scienza che non possediamo. Per nostra fortuna il frutto di queste turbe è stato in molti casi una serie di capolavori. Ringraziamo la natura umana e lasciamo ai nostri occhi il piacere di apprezzarli.


La tisana


Domenica 20, un tedioso pomeriggio di pioggia; umidità al massimo, energia al minimo.

Ci trasciniamo (sono pochi passi) fino a Santa Maria dell’Anima, una delle chiese meglio illuminate di Roma, senz’altro la più pulita e con i marmi, molti e bellissimi, scintillanti di cera. Il nostro amico Flavio Colusso, che ne è il kapellmeister, conferma l’esistenza di una squadretta di suore impegnate nella pulizia e lucidatura di tutto l’apparato. Molto efficienti.

Ah, stiamo dimenticando di dire che si tratta della chiesa ufficiale della nazione tedesca a Roma, che le suorine sono tedesche, e tedesco è il rettore, un monsignore torreggiante che ricorda Federico Barbarossa. Questo spiegherebbe i risultati, crediamo.

C’è un concerto del Puijon Kamarikuoro, un gruppo vocale finlandese con un programma di classici noti e meno noti. Sono bravissimi, perfettamente omogeneizzati, tranquillizzanti: proprio la tisana che ci vuole in un pomeriggio schifoso come questo.

E infatti, lo spettatore si rilassa sempre più, si dispone alla contemplazione e, seguendo un vago ma irresistibile richiamo mistico-musicale rivolto al supremo, alza gli occhi al cielo.

Ma c’è un problema: il cielo, anzi il soffitto della chiesa è sbilenco. Che la tisana sia stata manipolata? Come lo erano quei deliziosi infusi a base di erba che sorbivamo negli anni ’70, per sentirci trasportare su soffici nubi, dalle quali, dopo, era maledettamente difficile scendere?

Ripresa la padronanza della visione, la realtà planimetrica non cambia. Urge un’indagine. Finito il concerto, accolto da sobri applausi di stampo scandinavo, eccoci a casa a verificare sui libri. E’ tutto vero: la pianta della chiesa è come uno di quegli scatoloni di cartone che si adoperano nei traslochi. All’inizio hanno tutti gli angoli perfettamente retti, ma dopo due o tre viaggi, cominciano ad allungarsi da una parte e accorciarsi dall’altra, diventando più losanghe che quadrati.

Lo stesso è successo alla chiesa, non si sa perché: probabilmente per adeguarsi al perimetro della proprietà che qualche facoltoso mercante teutonico doveva aver donata alla comunità.

Comunque, visto che la baracca sta in piedi da cinque secoli, sulla sua solidità, rettangolo o losanga che sia, non c’è proprio niente da dire. La foto non è manipolata e l’anomalia diventa ancora più evidente osservando la disposizione dei marmi sul pavimento. Andare a vedere per credere.

 


Il Fogolâr Furlan.
Palazzo Ferrajoli è una di quelle modeste dimore rinascimentali costruite nel centro storico di Roma, di solito con vista su qualche insignificante monumentino del passato imperiale dell’Urbe, come si può constatare dalla foto qui accanto scattata appunto dal salotto di casa.

Qui, giovedì 17, ospite della Regione Friuli, il Fogolâr Furlan, il sodalizio che riunisce i friulani di Roma, ha presentato un interessante libro “Novecento Friulano a Roma”, che è una rassegna, quanto mai accurata e dettagliata fin all’atto di battesimo o alla lista (con annesso menù) dei partecipanti alle cene sociali, di tutti i compaesani di qualche peso scesi in città nell’ultimo secolo.

Il Cav. Serpente, originario di quelle parti, ma ormai lontano da troppi anni, si è trovato continuamente sballottato fra emozioni di riconoscimento di luoghi e tradizioni e attacchi di smarrimento quando qualcuno dei relatori (tutti con nomi tipo Zanìn, Meneghìn, Cottarìn) decideva di sparare un proverbio o raccontare una storia in furlàn, che, come è noto, più che un dialetto è una lingua, e anche quasi impossibile da capire.

Sono state due ore e mezzo piacevoli, anche se spesso sul filo del rasoio. Purtroppo con un finale asciutto.

Nel senso che, dopo tutto quel parlare del Friuli, dei Friulani, delle loro storie e delle loro squisitezze pensavamo di meritare almeno un calice di Ribolla Gialla.

Invece: ciao ciao, e tutti a casa sotto l’acqua di un bel temporale (forse la punizione per le nostre malriposte aspettative alcoliche).

La prossima volta avanzeremo una mozione in favore di una maggiore attenzione verso l’enogastronomia locale.

 

Il fiato dell'organo


13 dicembre 2018, giovedì. S. Giovanni dei Fiorentini, una chiesa di proporzioni nobilissime; per noi la più elegante di Roma. Rinascimento puro, bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi.

Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a queste presenze occasionali, l’eccesso in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri contesti troppo ricchi, colpisce.

Una specie di estetica mitridatizzazione.

In questa chiesa c’è un vasto assortimento di curiosità: dalla tomba del Marchese del Grillo a quella di Francesco Borromini. C’è anche, a sinistra dell’altar maggiore, una nicchia con una reliquia avvolta nell’oro: si tratta del piede di Maria Maddalena, presentato da un cartello che dichiara, in italiano: “Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto”. C’è anche la versione inglese, ma di quella ci occuperemo dopo.

Ton Koopman siede al grande organo di Filippo Testa del 1680, restaurato dal Formentelli nel 1995. Considerato il migliore organo barocco di Roma, apprezzato fin dalla sua costruzione da compositori e solisti, è inerpicato in cima alla controfacciata, con accesso attraverso una scaletta a chiocciola trapanata nel muro.

E’ una serata del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro e Koopman suona magnificamente, come d’altra parte si ha il diritto di aspettarsi da un signore che è fra i grandi solisti del mondo.

Mentre ascoltiamo, senza niente da guardare, perché il virtuoso se ne sta lassù, invisibile, appollaiato davanti alla tastiera, liberati dal vincolo dell’immagine che a un concerto di solito distrae un po’, ci abbandoniamo alla musica e anche ai pensieri in libertà.

Ci siamo ricordati un evento al quale eravamo presenti sei anni fa, il 12/12/12, lo stesso luogo e quasi lo stesso giorno: penultimo concerto di Nuova Consonanza, dedicato all’organo antico nella musica contemporanea. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni e uomo spiritosissimo che ci ha fatto sorridere quando, prima del concerto, lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta.

Un organista suona anche con i piedi, ci ha fatto notare, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini fra loro, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe (parole sue).

A fine concerto, dopo un turbine di applausi, riemerse dalla chiocciola dell’organo e ci venne a salutare tutti. Aveva un’aria un po’ strana, un po’ smarrita, fra le nuvole. La mattina dopo non si svegliò. Che bell’uscita di scena: in gloria; e non è un modo di dire.

 

       A proposito dell’organo abbiamo anche una riflessione che ci gorgoglia in gola da un po’, e la comunichiamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti.

        L’organo è uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Violini e violoni respirano a ogni su e giù dell’archetto, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo lui non ne ha bisogno.

E così, con tutto il carico della sua maestà, dolcezza o potenza, per empatia fisiologica ci mette in affanno.

 

…e per concludere in bellezza, non vogliamo privare i nostri amici anglofoni del sottile godimento che, siamo sicuri, li pervaderà nel leggere la versione tradotta a uso dei turisti della scritta italiana che abbiamo citato prima.

Eccola qui che presenta (in tutto il suo makkeronik english) il piede della Maddalena.

Una bella chicca, eh?

 

 

WeGil, ma che vuol dire?

            

Durante il Ventennio era la sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio, poi, abbandonata e in seguito recuperata, è stata per un breve periodo la Ex Gil, nome burocratico che, nella sua mancanza di fantasia, non richiedeva commenti.

Adesso è diventata WeGil, e a questo punto, siccome il commento lo sentivamo necessario ma non ci veniva in mente niente di intelligente, siamo andati a cercarlo sul sito del Comune.

Eccolo: “Il nuovo nome di quello che si propone come un hub culturale a disposizione della città è WeGil, dove “We” = “Noi” (chissà perché in inglese – nota del Cav. Serpente) si oppone all’“Io” del soggettivismo imperante e narcisistico dei nostri tempi proponendo invece un contesto di apertura e condivisione”.

Aria fritta, e pure di qualità scadente.

Noi che siamo gente semplice, quando leggiamo WeGil capiamo quanto segue: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”, il che, oltre che fuori epoca di alcune decine di anni, ci pare anche abbastanza di cattivo gusto.

 Oggi alla WeGil c’è “L’aria del tempo”, una mostra fotografica di Massimo Sestini.

Nell’edificio di Luigi Moretti a Trastevere, di essenziale bellezza razionalista e ovviamente fascista (leggere sulla facciata uno dei tanti e tutti geniali slogan del regime), ci siamo lustrati gli occhi sulle affascinanti foto zenitali di Sestini.

Quest’uomo riesce sempre a essere esattamente sulla verticale dei fatti.  

C’è di tutto nelle sue immagini: violenza, sport, fabbriche, città, strade e perfino il bel lavoretto portato a termine a suo tempo dal comandante Schettino.

La più divertente è questa domenica in spiaggia a Ostia: magroline e budellone, tutte spalmate sui lettini a ustionarsi al sole. Chissà come avrà fatto il fotografo a trovarsi proprio lì sopra: elicottero? superleggero? mongolfiera?

Le visioni aeree sono sempre magiche perché con l’obiettivo vola anche l’occhio dello spettatore e uno sguardo, forse immaginabile ma certamente irrealizzabile, diventa possibile.

                                            

  

Associazioni a delinquere

 


Continuano le belle giornate: che facciamo, stiamo chiusi in casa? No di certo. E allora eccoci a vagare per i Fori dove, in varie postazioni e in un formicolio di turisti, si ramifica la nuova mostra  “Roma universalis”, una riflessione sulla famiglia imperiale dei Severi e sull’arte della loro epoca.

In questa occasione abbiamo rivissuto lo stesso dolore di qualche tempo fa alla Centrale Montemartini, quando ci erano capitati sotto gli occhi i meravigliosi corpi feriti di Apolli o Mercuri ritrovati dentro e sotto i muretti del giardino di Villa Rivaldi all’epoca della demolizione della Velia per la creazione di Via dell’Impero.

Uno strazio che continua a dilaniarci anche oggi che, in mostra nel Tempio di Romolo, ci fanno vedere squisiti frammenti di sculture, con didascalie che ci raccontano il loro recupero dalle fondamenta di una stalla, dagli stipiti di una casupola, dai pilastri corrosi di una cappella in cui erano stati usati come inerte materiale riempitivo insieme alla malta.

Capito la terribile sofferenza? L’arte che non era già finita bruciata nelle calcare: ritratti, erme, mani e piedi di marmo, cadeva nell’impasto, neanche fossero vecchi mattoni rotti, tanto per fare massa.

Per attribuire le responsabilità dello scempio (un giudizio astratto perché ormai gli imputati si sono resi irreperibili nel tempo), insieme ai frammenti bisogna fare emergere cosa muoveva i titolari delle associazioni a delinquere di cui stiamo parlando.

Da una parte c’erano i committenti: signorotti dell’epoca buia, ma anche abati o commercianti appena arricchiti a cui interessava solo occupare uno dei tanti spazi liberi in mezzo alle rovine della grandezza classica e farsi il palazzetto, il monastero, la bottega, arraffando e riutilizzando a casaccio tutto quello che trovavano nei dintorni.

Per loro lavoravano i rozzi muratori, in fondo colpevoli solo preterintenzionali (che ne sapevano di arte?), ai quali bastava avere in mano una pietra da mescolare con la malta, e neanche si accorgevano che quel sasso era una pregevole scultura.

Intendiamoci, più tardi arrivarono anche nobiloni e papi che invece di accontentarsi delle discariche storiche non esitarono a demolire i monumenti imperiali ancora in piedi per rapinare questa colonna, o quel ricco cornicione con cui adornare il palazzo di famiglia o la basilica.


Ma i veri criminali, i creatori di tutto quel mirabile, involontario materiale da costruzione, furono i primi fanatici (in questo caso cristiani, ma come abbiamo visto in seguito, la religione non era importante: era il fanatismo che contava) per cui i volti sensuali di ninfe e dee, gli eleganti corpi nudi di atleti o di fanciulli, incarnazioni dell’edonistico paganesimo dovevano essere distrutti a tutti i costi incendiando i templi, radendo al suolo i palazzi, spaccando a colpi di mazza le eleganti e quindi peccaminose fattezze degli idoli belli.

Perché la bellezza, la nudità, la libertà erano, e sono state da allora, il peccato.

Un atteggiamento che ha continuato a ripresentarsi con il passare dei secoli. Con un rimando attuale agli integralisti che negli ultimi anni si sono dedicati con lo stesso gusto e applicazione a distruggere tutto quello di bello che c’era ancora nei dintorni e che non coincideva con la loro mortificante interpretazione della religione.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi sensibile a questo dolore, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, anche se contestato, ci è parso istruttivo sull’argomento: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey.

 

Soffrirà, ma saprà.


P.S. Questo meraviglioso pezzo di preziosissimo porfido, alla cui carnale bellezza non abbiamo saputo resistere, era una delle quattro colonne di guardia all’ingresso della Basilica di Massenzio al Foro. Chissà come ha fatto a salvarsi (forse salvarsi è una parola grossa: diciamo allora a sopravvivere come frammento).

Un bagno di lusso


Mercoledì 19 dicembre. Giornata di sole primaverile. A Caracalla per una bella iniziativa: la visita alle Terme accompagnata dalle musiche di Alvin Curran, diffuse con effetto molto emozionante perché difficile individuarne la fonte, da misteriosi altoparlanti nascosti fra i ruderi.

Sottofondi musicali minimalisti, tappeti sonori prolungati, versi di animali, fra cui, dichiara il compositore, anche l’ululato della lupa di Roma.

Un altro, come spesso ci accade di constatare durante gli eventi all’aperto, è l’ululato che si fonde sempre bene con qualsiasi tipo di musica: la sirena di un’ambulanza, dei pompieri o della polizia, con il suo richiamo un po’ minaccioso, un po’ lugubre, ma sempre di lontananza, quasi un memento della caducità delle cose (e dei suoni).

Ritorniamo sulla terra. Il pensiero che una delle massime esibizioni di generosa magnificenza, di arte e di potere, da parte dell’imperatore di Roma, l’uomo più importante dell’antichità, fosse un bagno pubblico da mettere a disposizione del popolo molto ci stupisce e nello stesso tempo ci racconta quante cose sono cambiate negli ultimi due millenni.

Acqua corrente calda e fredda, latrine efficienti, riscaldamento centralizzato; altro che pitali fetidi e tossici bracieri! Quotidianità per noi scontate e ormai diventate individuali e private, che all’epoca erano il massimo del lusso e quindi della gratitudine che l’imperatore poteva pretendere dalla sua gente regalandogliele. E naturalmente, essendo il massimo del lusso erano abbellite con tutto il meglio che il mondo di allora poteva dare a Roma. Niente anonime piastrelle bianche o rubinetti cromati come oggi. No: i saloni erano pavimentati con marmi rarissimi, ornati di statue stupende, immense colonne monolitiche e sontuose vasche di granito. Ori, argenti, bronzi dappertutto.

Le Terme di Caracalla. Dieci anni per stiparle d’arte e quindici secoli per svuotarle, abbastanza da riempire i musei di mezzo mondo (e chissà poi quanta altra roba è andata distrutta).

 

Certo adesso sono rimasti solo i muri di mattoni; non c’è più neanche un frammento di materiali preziosi. Eppure, anche a confronto con grandi costruzioni posteriori, un palazzo rinascimentale, una chiesa barocca, belli, ricchi, armoniosi quanto vogliamo, qui la suggestione è un’altra, perché questi muri, questi archi cariati, queste volte in bilico hanno un ornamento in più: il tempo.



Stesso giorno, stesso sole.

Impossibile resistere alla notizia: in prestito dall’Hermitage, al Rhinoceros di Fendi è arrivato l’adolescente di Michelangelo.

Il nuovo spazio, di cui abbiamo già parlato, è proprio accanto all’arco di Giano, al Velabro, una zona di grande bellezza archeologica, specialmente con il sole che brilla.

Inservienti gentilissimi, ingresso libero, grandi pannelli con informazioni accuratissime, ricche di cenni storici e biografici. E in più, nel testo, l’aggiunta di un curioso accenno alla mancanza di genitali della statua, il che, prosegue lo scritto, ha creato confusione nel cercare di capire i riferimenti dell’opera (il classico Spinario?) o di interpretarne il messaggio nascosto.

Confessiamo che il nesso fra genitali mancanti e qualunque ipotesi di interpretazione ci sfugge, ma chi siamo noi per giudicare?

L’adolescente è esposto, con fine scelta coreografica, da solo al centro di una saletta scura, appena illuminato da un candelabro e guardato a vista da due Rambi col pistolone.

Superflui ma di grande effetto.

La statua è più piccola di come ce la aspettavamo. E’ bella, non per la sua finitura, che non c’è, ma per l’impostazione del movimento e della tensione muscolare, che invece c’è tutta, e ci convince che è proprio di Michelangelo, un Michelangelo non finito, come in giro ce ne sono tanti altri.

 

La faccenda dei genitali…mah. Comunque, con tutto il suo serioso tono accademico, un po’ fa ridere.

Mai 'na gioia

 

 

Al Museo di Roma, il palazzo megalomaniacalmente costruito in dimensioni esagerate a Piazza Navona da Pio VI Braschi, l’ultimo vero papa nepotista (peraltro ben ripagato da una famiglia di cialtroni che riuscirono in pochi anni a spararsi la fortuna del casato) si inaugura il 7 dicembre una mostra intitolata: “Paolo VI, il papa degli artisti”.

“Mamma mia che impressione!” Spontanea ci esce di bocca la vecchia battuta di Alberto Sordi, che magari non tutti ricordano, ma che riflette a puntino il nostro stato d’animo alla prima occhiata in giro.

Incuranti di questo subitaneo empito, abbiamo comunque esaminato con attenzione sincera e critica tutte le opere, una a una.

E, mamma mia, come siamo rimasti impressionati! (sempre nel senso di Sordi).

Sappiamo bene che una volta Roma era piena di grandi mecenati, protettori delle arti e degli artisti, e questi erano, ancor più di tutti gli altri, i principi della Chiesa: priori, vescovi, cardinali e, in cima alla piramide, i papi.

Bisogna anche dire che all’epoca avevano a disposizione un materiale umano e artistico niente male: Raffaello, Michelangelo, Bernini, Borromini…

E’ chiaro che con quelle premesse la faccenda funzionava benone.

Alcuni secoli dopo, ai tempi di Paolo VI, cioè praticamente ieri, si dev’essere inceppato qualcosa perché quel bel fiume mecenatesco che una volta scorreva copioso oggi appare del tutto inaridito. Sarà stata la fine della committenza ecclesiastica, sarà stata la nascita del mercato privato, (sarà che noi siamo un po’ troppo snob) fatto sta che questo triste declino ci si è manifestato in tutta la sua realtà a Palazzo Braschi.

Nella presentazione stampa della collezione papale si citavano Morandi, Casorati, Sironi, Severini, Fontana e Picasso. Noi, appesi al muro, abbiamo visto, oltre a un paio di discutibili abbozzi di Guttuso e Pirandello, le firme di Hector Nava, Trento Longaretti, Aldo Carpi. Di quest’ultimo vi presentiamo qui la “Preghiera nel cenacolo”.

No comment.

Talvolta il silenzio è peggio di un’invettiva. 

E proprio questo, lo confessiamo, è il nostro messaggio.



Il buio oltre l’arco.

In questo momento in cui la carta stampata annaspa pericolosamente sull’orlo della palude c’è un benemerito editore che continua a pubblicare a rotta di collo e a presentare con grande fantasia le sue produzioni presso conventi, ambasciate, istituti di cultura e soprattutto nel bellissimo spazio-libreria con sala incontri che possiede a Via Giulia.

Gangemi, si chiama l’editore.

Eravamo lì martedì quattro dicembre per il battesimo di “Bomarzo: guida al sacro bosco” di Antonio Rocca, padrini gli eminenti studiosi, prof. Ficacci e prof. Strinati, due signori dalla fluida eloquenza, capaci di trasformare un brodino insipido in una piccante creazione culinaria. Insomma, anche senza esagerare con l’entusiasmo, non c’era proprio da addormentarsi.

Il problema era ed è sempre stato un altro, che si ripresenta da quando noi frequentiamo quell’indirizzo. La messa in scena degli eventi.

Tutti i manuali di spettacolo definiscono il palcoscenico come lo spazio verso cui deve convergere l’attenzione del pubblico, il quale, a sua volta, è bene che si trovi in una condizione tale da non essere distratto e da non distrarre.

Come si arriva a questo risultato? Con una oculata regia dell’interazione fra i relatori (e qui ci siamo), con un arredo confortevole (e anche qui ci siamo) e soprattutto con un’illuminazione appropriata (e qui non ci siamo affatto).

Purtroppo da Gangemi latita sempre quest’ultimo importante elemento. Ed è un peccato perché le conversazioni sono spesso avvincenti, gli argomenti trattati interessanti, l’aria che circola stimolante e colta.

Si osservi la foto allegata: forti neon ardono sulle teste spesso pelate e quindi riflettenti (non fraintendeteci: non parliamo dell’elaborazione del pensiero che avviene all’interno, ma del rimbalzo della luce che si manifesta all’esterno dei crani) del pubblico, e questo può essere comodo per chi vuole prendere appunti; però lo spazio riservato ai relatori, il palcoscenico al di là dell’arco in fondo alla sala, dove si intravvede a stento la silhouette del prof. Strinati, è inghiottito dall’ombra, diventa un limbo immateriale e così rimane durante tutta la cerimonia. E’ un peccato.

In fondo basterebbero due faretti bene orientati. Più un interruttore o un semplice dimmer in sala, che magari ci sono, ma non c’è nessuno che li sappia o voglia adoperare.

 

Confermando la nostra ammirazione per la bontà delle iniziative, ci pare opportuno suggerire alla gestione questa semplice ed economica accortezza. Vedete voi.

Pratibus et Maxxi

           

 Pratibus. Per una volta tanto questo geniale nome finto latino non è merito nostro. Se lo sono inventato l’ATAC e la GNAM per battezzare questa magnifica iniziativa. Pratibus è Prati (nel senso del quartiere di Roma al di la del Tevere) più bus (nel senso di veicolo per il trasporto pubblico).

In pratica l’ATAC, che fin’ora non ne aveva fatta una giusta, ha scoperto di avere una immensa area da dismettere nel bel mezzo del quartiere e insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha deciso di riciclare questi infiniti spazi, invece di lasciarli imputridire, e di dedicarli all’arte.

Una trovata che ci ha stupiti per la sua civiltà. Certo, questo dovrebbe risultare naturale per tutti, senza provocare meraviglia. Ma lasciamo perdere…


Ci siamo infilati nel cancello d’ingresso su Viale Angelico 52, salutati da un cortese usciere (lì dentro eravamo soli: l’iniziativa è ancora sconosciuta) e ce ne siamo andati in giro con quella sensazione da ragazzi della Via Paal che si intrufolano dove non dovrebbero.

Invece del bus N. 64 o del 13, c’erano due bufali nel capannone rimessa, un orso nel tunnel di lavaggio e un rinoceronte nell’ingresso: vetroresine e bronzi della serie Animal House di Davide Rivolta, dalla GNAM.

Beh, c’è da restare quasi impietriti a incontrare quegli animalacci a grandezza naturale in uno spazio che di naturale ha ben poco, destinato com’è stato da sempre, anche se ormai non più, a ospedale meccanico.

Naturalmente non sappiamo quale sarà la nostra reazione a ritornarci in qualche futura inaugurazione (già si avverte una cert’aria intellettual-mondana nell’arredo di bambù e piante esotiche che stanno allestendo in cortile).

Per fortuna all’ingresso c’è ancora, avvinghiata alla saracinesca, una decrepita vite gemellata a un esile nespolo: umili piante, giuste per ricordare il passato modesto di un vecchio capannone ormai destinato a diventare un moderno loft con un nuovo nome: Pratibus District. 


 

Maxxi. Già che c’eravamo abbiamo fatto anche una puntatina al Maxxi, che non è lontano.

C’è in mostra una selezione di opere recenti, donate o acquisite: una strenna di giocattoli per adulti. Grandi dimensioni, colori accesissimi, luci accecanti. Se l’arte figurativa producesse anche suoni ascolteremmo un concitato parlottio con qualche schiamazzo qua e là, tanto per farsi notare, e un grande sgomitare per uscire dalla massa.

Per fortuna il perfetto silenzio ci ha dato il tempo per la solita, magari vecchia ma ogni volta rinnovata conclusione: in quel museo l’opera d’arte non è quella in esposizione, è il contenitore stesso con i suoi spazi così avvolgenti e morbidi. Il ripieno conta davvero poco.

Un salto dall’altra parte del cortile, all’Extra Maxxi dove al primo piano (ascensore guasto, of course) varie sale ospitano una completissima mostra di Zerocalcare.

Anche qui una considerazione ci risale in gola, quasi un rigurgito gastrico: che senso ha andare a scrutare, attaccate alle pareti, le tavole di disegni, belli, che possiamo vedere nella loro naturale destinazione, cioè le pagine, di solito di grande formato di un fumetto (pardon: graphic novel), magari comodi in poltrona a casa, o semplicemente seduti al bar davanti a un cappuccino?

Naturalmente nessun valore vogliamo togliere all’argutissima mano dell’autore, che è acuto e attento, come sappiamo tutti. La nostra punzecchiatura è solo per il tipo di scelta, che a nostro parere non funziona proprio perché superflua nel suo sforzo di raggiungere uno scopo che non serve.

E adesso, lasciamo da parte i fumetti e buttiamo un occhio sulla splendida monocroma architettura del Maxxi ravvivata solo dal dorato colore del tramonto riflesso nella vetrata.

 

E’ o non è un capolavoro? 

Cronicizzazioni e predazioni


Quattro anni fa scrivevamo:

“La situazione clinica è grave. Mica la nostra personale, anche se l’anagrafe procede implacabile nel suo cammino. Parliamo di quella di Roma.

Per nostra fortuna abitiamo una città da secoli ricca di storia e arte ma non priva di problemi. Quello di oggi è l’acquitrino nel quale è immerso come un Titanic colpito e affondato ma ancora coronato di orgogliosi cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, il mausoleo di Augusto.

Il misfatto idrico si è verificato il 19 agosto 2014, quando tutto doveva essere pronto, dopo anni di abbandono e di imbarazzante incuria, per il bimillennario della morte dell’Imperatore.             

 

Proprio quel giorno da qualche parte si ruppe un tubo e la zona si allagò. La situazione si cronicizzò subito, come quasi sempre accade nella nostra inefficiente plurisecolare metropoli, e così è rimasta. Impaludata (la situazione e il monumento)”.

 

Dissolvenza e passaggio di tempo. Siamo nel 2018 e a girare da quelle parti, specialmente di sera, il panorama è notevolmente cambiato.

Un’elegantissima, elaborata recinzione avvolge tutta la zona: cipressi illuminati con sapienza, scritte che richiamano i tempi imperiali, foto e ologrammi che cambiano orientamento al ritmo di voci e musiche evocative, a nostro parere non sempre azzeccate (accanto al solito Respighi, che comunque lo metti, a Roma va bene, ci scappa ogni tanto un Rachmaninoff che di antico romano ha pochino).

Insomma, adesso la faccenda è molto migliorata, e ci spinge a immaginare che qualcuno stia lavorando davvero per sistemare le cose.

 

Come dicevamo prima, speriamo che la perfida anagrafe sempre in agguato non ci tolga di mezzo prima di vedere il lavoro finito.


 

Viriamo su a un altro argomento. Qualche giorno fa, passando al Circo Massimo, ci è venuta la curiosità di sapere che fine avesse fatto l’obelisco di Axum, preda di guerra nostrana dopo l’aggressione all’Etiopia negli anni ’30, rimasto dritto lì davanti alla FAO per una settantina di anni e poi scomparso.

Ci siamo informati e abbiamo scoperto che è stato restituito! Beh, è uno dei pochissimi casi in cui il predatore ha dovuto mollare l’osso. Ma è ovvio dedurre che a questo bel gesto l’Italia è stata costretta perché aveva perso la guerra.

Altrimenti…

Il Partenone: 26 settembre 1687. Le truppe veneziane stanno assediando Atene, che in quel momento è turca. Parte una cannonata veneta (una canonada, ciò) che cade sul tetto del Partenone. Lo sfonda, e con un gran botto salta in aria il monumento più bello e famoso del mondo occidentale. Il fatto è che i turchi ci avevano piazzato un deposito di polvere da sparo.

Duecent’anni dopo, il console inglese ad Atene, Lord Elgin si rende conto di cosa c’è sotto i calcinacci, rimasti ammucchiati in una specie di discarica storica, e un po’ compra, un po’ ruba; fatto sta che da allora una parte di quelle straordinarie sculture è andata a cronicizzarsi al sicuro al British Museum, e lì resterà per sempre, speriamo, malgrado le richieste di restituzione.

A pensarci bene è un po’ sempre la stessa storia: Augusto preleva un obelisco in Egitto, lo porta a Roma e lì il pietrone si cronicizza nel Circo; un qualche papa scava un Laocoonte e se lo piazza a palazzo, dove il capolavoro mette radici; Napoleone trova a Brera un quadro di suo gradimento e se lo porta a Parigi e da quella parete del Louvre nessuno lo stacca più.

Noi siamo fieramente favorevoli a che le opere d’arte continuino la loro vita anche lontane da casa, purché protette e visibili a tutti. Ci pare sciocco, per esempio, che due bronzi talmente strepitosi da essere diventati, appena scoperti, delle star archeologiche, li abbiano trasferiti in un museo fuori mano, a Reggio Calabria, solo perché sono spuntati dal mare a Riace, due passi da lì. 

A Roma, dopo il restauro, c’erano chilometri di fila per vederli; a Reggio, e ci siamo passati un paio di volte: il museo che li ospita, carino, e pure antisismico, lo abbiamo trovato quasi sempre vuoto. Cosa è meglio?

 

 

Nomen omen


A Roma, accanto alla chiesa di S. Agostino, c’è la Biblioteca Angelica, uno di quei magnifici saloni stipati fino al soffitto di libri, manoscritti, incunaboli, che sono, per nostra fortuna, piuttosto diffusi in città. Fondata nel 1604 è la più antica libreria pubblica del mondo e ospita fra i suoi centoottantamila volumi la più vecchia Divina Commedia stampata in Italia.

Nell’ambito dell’iniziativa “All routes lead to Rome” ci presentano l’Atlante dell’Appennino, una pubblicazione zeppa di informazioni utili per il tecnico ma anche per il normale turista (normale ma curioso, beninteso).

E fin qui ci siamo limitati alle notizie storiche e istituzionali. Adesso viene il bello.

Si parla, è chiaro, di geologia, di geografia, di territorio, di agricoltura, di insediamenti umani; insomma si parla, anzi si scrive della terra e di tutto quello che c’è sopra e sotto.

Irresistibilmente collegati al tema, ecco sbocciare, man mano che si procede nella presentazione, i nomi dei collaboratori (liberi tutti di sorridere, senza sarcasmo naturalmente, ma con un po’ di ironia, sì).

C’è Domenico PAPPATERRA, presidente del Parco Nazionale del Pollino; c’è Sergio PAGLIALUNGA, direttore del Parco delle Foreste Casentinesi; c’è Domenico STURABOTTI, che purtroppo non è il sovrintendente alla viticultura di zona, come ci piacerebbe per continuare il nostro gioco, ma il direttore di Symbola, che pubblica l’atlante.

E non è finita qui. Anche se con riferimenti meno precisi sui nomi, ci sono Marco AGLIATA, collaboratore di redazione (e non esperto di gustose salse della gastronomia appenninica, come vorremmo), Paolo PIGLIACELLI, anch’egli collaboratore al testo, e non invece storico della caccia ai volatili di passo (con seguito di polenta e osei di buona memoria) e finalmente Maria Laura FABBRI, che non si occupa di artigianato del metallo, ma scrive anche lei sull’atlante.

Verrebbe da ripensare a una di quelle burle sui nomi, magari in versi, che a suo tempo faceva il Corriere dei Piccoli, invece è tutto vero. Volendo controllare, abbiamo l’invito nel cassetto.


 

Sassi antichi e moderni.

Nei cavernosi sotterranei della Crypta Balbi, un teatro costruito solo sedici secoli prima dell’apertura dell’Angelica, c’è una bella umidità (per forza, siamo a sei metri sotto il livello della Roma attuale) e c’è anche qualche frammento di sasso romano, ma davvero niente di importante.

Anche perché tutta l’area dove sorgeva il Teatro di Balbo, nei secoli seguenti al crollo dell’Impero è stata usata prima come cava di materiale, poi come discarica, poi ancora come sede di piccoli laboratori artigianali e infine, pessima degenerazione, come calcara, quelle fornaci dove si cuoceva il marmo (lapidi iscritte, cornicioni scolpiti, addirittura statue) per farci la calce; quindi anche la più piccola scheggia di qualsiasi materiale riutilizzabile ha fatto da tempo una brutta fine.
Bene, in questo sprofondo il Museo Nazionale Romano, padrone di casa, ospita la galleria Gagosian con un’opera di una sua artista, Sarah Sze. Si tratta di un grossissimo sasso moderno (cioè, il sasso è
naturalmente antichissimo; quello che è moderno è il suo uso) spaccato in due, con stampato su ogni superficie l’identico tramonto digitale a vivi colori.

Visto dall’alto e nella penombra dello scavo l’effetto è spettacolare; la gente però pare perplessa, come del resto ci siamo sentiti anche noi, anzi, più che perplessi, fuori sesto.

Finché, risaliti al livello della strada, dove c’è il museo, e con tutto il rispetto per i tentativi di linguaggio contemporanei, siano essi digitali o geologici, abbiamo riacquistato un po’ del nostro equilibrio fermandoci in sobria ammirazione di questo capitello romano, certamente meno audace del sasso spaccato, ma così mirabilmente armonioso nel suo artigianale, artistico, minuzioso, devoto lavoro da risultare irresistibile.

 

E’ chiaro che dopo questa confessione una cosa è certa: siamo dei dannati borghesi. Speriamo solo che Gagosian non lo venga a sapere.


L'acido capronico


Con un pizzico di audace immaginazione ognuno di noi potrebbe buttarsi a indovinare dove sia reperibile l’acido grasso saturo che ci fornisce il titolo per questo articoletto. Ve lo diciamo noi che lo abbiamo appena saputo: nel sudore umano, oltre che nei formaggi, nel burro e nei grassi del latte.

Un passo indietro: questa settimana ricomincia la rassegna organizzata ogni anno da DermArt con un incontro intitolato “Odore della pelle – sudore e profumi”. Queste serate, condotte magistralmente dal dermatologo artista Massimo Papi, sviscerano, talvolta servendoci informazioni e soprattutto immagini raccapriccianti, i problemi, appunto, della pelle, l’organo che rappresenta il tramite e spesso la barriera del contatto fra l’individuo e i suoi simili. E il messaggio che, prima del contatto materiale comincia ad arrivare anche da (relativamente) lontano è l’odore.

Prima di procedere, è d’obbligo citare le poche righe con le quali si apre il libro meritatamente famoso, divertente e istruttivo di Süskind “Il profumo”.

“Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti guasti e i corpi di formaggio vecchio, di latte acido, di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.
Andando indietro ancora di qualche anno, pare che il Re Sole, non abbia mai fatto un bagno in vita sua. E raccontano che Michelangelo, in tutto il periodo in cui lavorava arrampicato sulle impalcature della Cappella Sistina, non si sia mai sfilato gli stivali dai piedi. D’altra parte l’odore doveva essere da sempre un’abitudine accettata se nella cattedrale di Ravenna abbiamo la Madonna del Sudore e a Roma, nel Foro, i resti dell’altare a Venere Cloacina, protettrice delle fogne (e dei loro miasmi, presumiamo).

Per fortuna, da allora le cose sono un po’ cambiate, ma guai ad allentare la guardia, perché, va bene che il sudore è per il 99% acqua, ma il residuo 1% può fare danni irreparabili alla socializzazione. E anche al benessere personale: funghi, batteri, irritazioni, dermatiti e chi più ne ha più ne metta.

E l’odore di santità? Qui siamo al buio: DermArt non affronta l’argomento. Il profumo di rose delle stimmate di Padre Pio (lo testimonia nientemeno che il cantante Povia), quello di incenso di San Policarpo (avvertito dai suoi carnefici mentre lo bruciavano vivo), quello generico di fiori di Santa Teresa d’Avila. A rischio di ripeterci dichiariamo che per noi la materia rimane oscura.  

 

La riunione si conclude in gloria con la presentazione e la descrizione della piramide olfattiva da parte del profumiere Mauro Lorenzi presente in sala con campioni dei suoi prodotti. Si divide in tre zone: la testa (il 10% del tutto) che è la componente del profumo che colpisce appena si attiva il naso; il cuore (20%), quella parte che lascia una scia nell’ambiente e diffonde l’impressione. Il rimanente 70% è il fondo, la memoria del profumo, quella che se senti odore di pane appena sfornato ti fa tornare a quando avevi nove anni e le merende erano molto più buone di adesso. Oppure, con qualche anno di più, a quella tale colonia che ti riporta al cuore il primo amore.



RomaFestivalBarocco

Si sentono le tiorbe! Che sembra una sciocchezza a dirla così, ma per il frequentatore abituale dei concerti di musica barocca discernere a più di tre metri i fiochi suoni di questi antichi strumenti, ora quasi completamente estinti, è un miracolo.

Eravamo nella chiesa di S. Apollinare per la prima serata della rassegna RomaFestivalBarocco, una serie di concerti basati su partiture barocche già note o recuperate in antiche biblioteche, in questo caso i Salmi Vespertini di Virginio Mazzocchi scavati nella biblioteca del convento di S. Martino ai Monti.

Una perfetta esecuzione dell’ensemble Festina Lente diretto da Michele Gasbarro, nella perfetta ambientazione di una bellissima chiesa, con una perfetta acustica (ecco lo stupore sulle tiorbe che, come altri strumenti d’epoca presentano spesso problemi di equilibrio sonoro).

Alla fine scroscio di applausi, urla, fischi, chiamate di bis; concesso. Roba da concerto rock. Era parecchio che non ci capitava in chiesa.

In chiusura una punzecchiatina amara: nella presentazione scritta del programma la direzione del festival si dispiace MOLTO giustamente della vergognosa defezione del Comune di Roma, che nelle dieci edizioni precedenti aveva fatto il suo dovere di sponsor e quest’anno no.

Evidentemente anche i comunali si sono convinti che con la cultura non si mangia, e allora perché tirare fuori i soldi?

 

 


Hypnos


 Alla fine del concerto di canto tradizionale Khayal che ci siamo visti al Teatro Studio Borgna del Parco della Musica martedì 6 per la seconda giornata del Festival Dipavali, due sono i punti dello spettacolo che ci sono rimasti avvitati in testa.

Il primo: il pedale.

Che con il ciclismo non c’entra niente, è una faccenda musicale. E’ la nota base che, soprattutto, ma non solo, nella musica indiana, rimane sempre la stessa durante tutta l’esecuzione, e intorno alla quale gira la melodia, che quindi non ha uno sviluppo narrativo con inizio, variazioni e fine, come in Mozart o Vasco Rossi, ma è un continuo vorticare sullo stesso perno. Ipnotico, intendiamoci, davvero molto, e suggestivo. Ma il rischio, se invece che sulle rive del Gange con uno spinello fra le dita, stai seduto in una comoda poltroncina a teatro, è di essere colpito e affondato da Hypnos. E se il brano dura una mezz’oretta buona, su sottofondo di organetto, tabla, chitarra e flauto, tutti a pedalare intorno alla stessa nota, e in più è cantato con grandi smorfie e gesticolazioni espressive, ma in hindi, per cui non capisci un accidente, è la catastrofe.

Poi c’è il kitsch.

E qui staremo bene attenti a non azzardare neanche vagamente un’analisi del significato di questa parola: molti e molto più bravi di noi lo hanno già fatto. Rimane che in queste feste orientali di musica, danza, religione c’è sempre qualcosa di troppo (per noi occidentali, è chiaro). Stavolta sul palco, oltre ai suonatori c’era addirittura un tempietto (eccolo qua). Tutto troppo colorato, troppo illuminato, troppo affollato, e poi disegni sovraccarichi proiettati sullo schermo, sciarpe, gingilli, collane, braccialetti…

A seguire ci aspettava uno spettacolo di danza Kuchipudi. Confessiamo la nostra viltà: invece di rimanere a documentarci fino in fondo siamo sgattaiolati via e siamo finiti al bar vergognosamente aggrappati a un Negroni.

 

Tipico esempio di rozzezza occidentale, il nostro.


Settimana ’68

Mercoledì 7 novembre 2018. Casa del Cinema. Si celebra il mezzo secolo dal ’68 proiettando “Galileo” della Cavani. Un film noioso, datato, didascalicissimo (tutto spiegato fino all’ultimo concetto: i buoni buonissimi, i cattivi cattivissimi), commentato da una micidiale colonna sonora di Morricone: controfagotti, trombette e pianoforti preparati: un trionfo sessantottino di quella che lui chiama musica assoluta.

Di cui ci è stata fornita un’altra dose massiccia alla radio durante tutte le 24 ore del 10 novembre, novantesimo compleanno dello stesso grande, grandissimo compositore, peraltro con una predilezione per questo tipo di suoni sgraziati, ancorché, specialmente all’epoca, molto sperimentali; per niente condiviso dal pubblico normale. Per intenderci, quello che andava al cinema pagando il biglietto, e poi, allora, comprava anche i dischi



Culturalmente inattivi.

Questo è il panorama da una finestra della Sala del Carroccio in Campidoglio, dove ci trovavamo a mezzogiorno del 9 novembre per la presentazione del progetto di una piattaforma nazionale per la “mobilità dolce” (itinerari, cammini, rotte e ciclovie italiani), un progetto che attraverso una quarantina di eventi vuole promuovere attività basate sull’economia della cultura e della bellezza.  Insomma, si tratta di andare, a piedi o in bici, ma sempre lenti, molto lenti, in giro per i posti più belli d’Italia.

Un’idea eccellente, naturalmente: di bellezze nel nostro paese ce n’è quante ne vogliamo, le intenzioni sono buone e il personale qualificato non manca. E allora dov’è il problema che ci ha fatto drizzare le orecchie?

Eccolo: il 38,8 % degli italiani sono culturalmente inattivi, testuali parole. Parole che fanno paura. Più di un italiano su tre non solo non sa cos’è la cultura ma non è capace, non vuole o magari ha addirittura paura o vergogna di informarsi su come arrivarci.

 

Questa raccapricciante percentuale è emersa nel corso della conferenza stampa, lasciandoci secchi. Ora, magari il dato non sarà proprio preciso, ma anche se fosse un po’ gonfiato ci salirebbe spontanea alle labbra un grido di cui non possiamo purtroppo rivendicare la paternità ma che troviamo assolutamente appropriato alla circostanza: “Capre!”


Rimaniamo in sospeso


Ci siamo arrivati il 31 ottobre, zigzagando come in un videogioco fra auto schiacciate e pini abbattuti nelle recenti tempeste, sguazzando nell’antica indifferenza di Roma per tutto quello che le succede, in bene o in male. Indifferenza che fa sì che non venga mai preso nessun provvedimento veramente serio, per cui a ogni emergenza seguono esattamente e sempre le stesse conseguenze.

L’Aranciera di San Sisto era lì, bella, ariosa, confortevole per la conferenza stampa di presentazione del Festival Dipavali. E’ una grande serra in Via delle Camene, costruita a inizio secolo scorso in quella zona di Roma una volta abitata, poi abbandonata nel medio evo perché troppo periferica (Roma si era ridotta da una metropoli di un milione di abitanti a un pidocchioso villaggio di poche migliaia di persone) e recuperata in epoca fascista per ricavarne uno stradone alberato (splendido, bisogna dirlo, solo che i pini sono ormai quasi centenari e, si sa: come alberi hanno una vita breve) e un grande spazio verde davanti alle Terme di Caracalla.
Dentro, mentre un ventaccio sbatte ancora le fronde contro le vetrate, un gradevolissimo aroma di spezie esotiche proveniente da un tavolo sotto una palma in un angolo ci titilla le narici durante tutta la presentazione del Festival Indù della Luce. A fine cerimonia scopriremo che si tratta di squisite samosa e altre raffinatezze fritte.

Il Festival Dipavali si preannuncia parecchio intenso. Diviso in due giornate: la prima, lunedì, seriosa e di studio, impostata sul messaggio non violento di Gandhi nel centocinquantesimo anniversario della nascita. Qui saremo latitanti non tanto per disinteresse all’argomento quanto per questioni di tempo.

Tempo che invece dedicheremo alla seconda giornata, martedì al Teatro Studio Borgna, più frivola e appetitosa. Un concerto di canto tradizionale Khayal, poi uno spettacolo di danza Kuchipudi, e infine un’esibizione di musica Bollywood e fusion indiana. E per riallacciarci al delizioso profumino della presentazione, al ristorante del Parco della Musica ci sarà una degustazione di specialità della cucina indiana.

 

Con le orecchie dritte e l’acquolina in bocca rimaniamo per ora in sospeso.



Come andrà a finire?

Siamo tutti molto contenti che in Pakistan un giudice coraggioso abbia assolto (pare con conseguente sanguinosa rivolta dei civilissimi e garbati fondamentalisti di quelle parti che invece la vorrebbero impiccata) una povera contadina cristiana, Aasiya Noreen, accusata di blasfemia perché avrà detto chissà cosa durante un bisticcio con alcune sue compaesane islamiche e che per questo presunto reato era già in galera da parecchio.

Pur con la raccapricciante consapevolezza di quello che in alcune zona del mondo una donna rischia, quasi sempre solo per il fatto di essere donna, non possiamo non soffermarci su alcuni particolari tragicomici, anzi, quasi inverosimili della cronaca del fatto.

Insomma, pare che ad accusare la povera contadina siano state due sorelle cattive che si chiamano, leggete bene, Asma e Mafia, e che il litigio da cui è partito tutto sia scoppiato perché le ragazze musulmane avevano rifiutato un sorso d’acqua offerto dalla cristiana (la sua brocca era impura per ragioni di fede, capito?), mentre tutte lavoravano in un campo alla raccolta di “falsa” (un frutto dalla polpa agrodolce popolare da quelle parti – nome scientifico: Grewia Asiatica).

Ripetiamo: se non fosse che per scemenze del genere laggiù si rischia la pelle, ci sarebbe proprio da farci uscire da sotto i baffi una risatina incredula e bisbigliare: ma guarda che razza di nomi vanno a infilare nelle loro poesiole quelli del Corriere dei Piccoli. Tipo: “Asma e Mafia, le malvagie / della falsa alla raccolta / con menzogna disinvolta / fan l’amica condannar…”

Invece la notizia la troviamo a pagina 12 di Repubblica del 1 novembre 2018. E quindi non solo è seria, ma dovrebbe anche essere vera.

PS. Nel frattempo leggiamo che l’avvocato difensore della poveretta è stato costretto a scappare dal paese per evitare che i gentiluomini all’antica di cui sopra lo facciano fuori. Pare che stia cercando una sistemazione sicura anche per la sua famiglia in qualche nazione in Europa dove non ammazzano le persone per le loro idee.

Speriamo bene: il futuro non sembra tanto roseo neanche dalle nostre parti.

 

 

Incrociando le dita e contando su un lieto fine, rimaniamo per ora in sospeso.

Streghe


Yoko, la strega giapponese.

Quanto ci stava antipatica mezzo secolo fa questa giapponese perfida che aveva provocato la catastrofe dei Beatles!

Tutti noi, sessantottini liberati, ma sotto sotto ancora maschietti da branco, a dare addosso a questa donna non bella, e quindi incompatibile con il ruolo di distruttrice di famiglie (chiaro che per noi il quartetto dei Beatles era una famiglia), che non conoscevamo e alla quale credevamo di essere autorizzati ad attribuire il ruolo destabilizzante sull’angelo John, che fino a quel momento ci aveva rappresentati.

Poi è successo quello che sappiamo, è passato del tempo, e martedì 23 siamo andati a trovarla, Yoko Ono, allo studio Miscetti a Trastevere.

O meglio, a vedere qualche suo video, perché lei, ovvio, non c’era. Davvero niente di speciale. Immagini certo ricercate, suoni raffinati, lei spesso canta (e forse non dovrebbe); soprattutto tempi dilatati, pause interminabili, ripetizioni stranianti autorizzate dall’intellettualismo di quei tempi che a quanto pare si trascina fino a oggi. Si sa, lei è un’artista concettuale che ha sempre seguito il suo pensiero con un certo successo, ma niente in confronto alla popolarità cosmica raggiunta attraverso l’intimità con Lennon.

E, come dicevamo prima, la presunta influenza negativa sull’equilibrio di quest’ultimo.

 

Noi siamo per l’idea che della propria vita privata ognuno è padrone, che nessuno può entrare nella testa di un altro, e se John a suo tempo aveva deciso di mollare i Beatles, vuol dire che era maturo per farlo e la colpa non è certo della strega giapponese.



Yuja, la strega cinese.

E’ bellissima, sexissima; suona meravigliosamente, praticamente seminuda, taccododici. Meravigliosamente non solo come tecnica, ma come anima, pancia, cuore. E mani naturalmente.

Le abbiamo sentito eseguire il secondo movimento del concerto in sol di Ravel, quello dove, per due minuti e mezzo dall’inizio, il pianoforte da solo fa un temino in tre quarti che potrebbe essere banalissimo, ma naturalmente è meraviglioso (Ravel banale, scherziamo?), però solo se lo si suona in un certo modo: leggerissimo ma intensissimo, ma leggiadrissimo, ma spiritualissimo. In sogno, insomma. E lei ci riesce.

E poi vai su You Tube e la trovi, Yuja Wang, che smanetta su uno stupido arrangiamento pseudo jazz della marcia turca di Mozart, con inserti ragtime: molta tecnica e naturalmente neanche una briciola di swing. E ancora peggio, ultimamente abbiamo subito una sua versione da autovelox del volo del calabrone: una follia di ridicola velocità, di inutile funambolica bravura e naturalmente bruttissima all’ascolto.

Ci ricorda un po’ quei cretini del Texas o dell’Ohio che fanno le gare a chi mangia più hot dog in meno tempo e probabilmente alla fine si ritrovano tutti insieme a vomitare nei cessi.

Chissà cos’è che spinge questa fata dell’interpretazione a diventare una strega del virtuosismo.

E c’è un suo degno compare: l’abbiamo tutti visto quel bel bagnino, pardon, quel bel violinista, tale David Garrett, che si presenta in TV come campione di velocità perché, sotto gli occhi imbambolati della Clerici, il volo del calabrone lo suona in 26” netti.

 

A pensarci bene (orrore!) anche Paganini probabilmente faceva cose del genere.



La terza strega
è l’incertezza che, non diciamo che ci paralizza, ma certo ci mette in difficoltà quando un artista non ci piace. A questo punto si tratta di capire se è lui che è una schiappa, o se siamo noi che non ci arriviamo.

Bene, un esempio giusto di questo nostro dilemma è lo scultore Leoncillo (1915-68) che abbiamo rivisto in una ricca mostra alla galleria  Apolloni il 26 ottobre.

Ecco una sua ceramica. Com’è, bella? Per noi, no. Colorata? Sì, molto. Significante? Mah. Però è un’opera che non ci lascia indifferenti. E allora vuol dire che qualcosa è.

Un unico suggerimento: studiarla.

E questo naturalmente si può riferire a un’infinità di autori che non ci gratificano l’occhio o l’orecchio, ma che in qualche modo ci mettono in subbuglio l’anima.

 

Certo ignorarli non possiamo proprio, se non altro per evitare i disagi psichici che ci potrebbe scatenare contro, appunto, la terza strega

Brindisi e compleanno


Come reagireste se Gucci vi invitasse per un bicchiere di Ca’ del Bosco, Valentino per una coppa di Marchesi Antinori, Dolce e Gabbana per un calice di Donnafugata, e così via discorrendo, anzi trincando per un totale di 58 boutique del centro storico, tutto intorno a Piazza di Spagna?

Noi abbiamo reagito nell’unico modo saggio: abbiamo accettato l’invito, ci siamo messi in alta tenuta e via per una faccenda chiamata “La Vendemmia di Roma 2018”, con partenza alle 19.30 di giovedì 18 ottobre e arrivo dovunque la resistenza degli invitati lo consentisse.

Il progetto è semplicissimo e geniale: tutte le boutique del gran lusso italiano e internazionale sono aperte e in ognuna viene servito, insieme a squisiti bocconcini, uno (o più, a seconda della faccia tosta del richiedente) bicchieri di vino di ottime annate e di marche superiori.

Tutto di qualità tanto eccellente che, pur avendo, diciamo così, accettato (per cortesia, intendiamoci, mica per tendenza etilica) quasi ogni proposta, l’indomani neanche un filo di mal di testa.

Non c’è che dire: cosa c’è di meglio che ammirare, o anche sbeffeggiare in caso di eccesso, un collier da tre milioni di euro o una borsetta da trentamila, con in mano un bel calice gelato e senza il senso di inadeguatezza inevitabile quando uno di noi comuni mortali decide di entrare in una supergioielleria ben sapendo che non comprerà niente.

Tutti gentili, efficienti, simpatici: una serata davvero splendida, aiutata anche da un clima primaverile e, perché no, dalla magia della scalinata di Piazza di Spagna.

Se non che…

 

Se non che, in ogni salone, davanti a ogni vetrina, ci è venuto di dire, e abbiamo sentito uscire dalla bocca di molti dei nostri compagni di mondanità questa frase, che è una vera e propria condanna per la nostra stupida, sudicia e suicida città: “Che bello, sembra di stare a Milano!”


 

“Preludio dei siciliani al di sopra di ogni sospetto”.

Questo è l’arguto titolo (evidente il riferimento alle colonne sonore di “Il clan dei siciliani” e “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) di un brano che l’organista Angelo Bruzzese ha regalato a Ennio Morricone, di cui, come ormai sanno tutti, nel 2018 è scattato il novantesimo compleanno.
A festeggiarlo nella Sala Accademica di S. Cecilia, sabato 20, in una serata dal titolo: “Morricone e l’organo, un rapporto quasi sacrale” organizzata da Giorgio Carnini, organista anche lui, e dei migliori, c’era una quantità impressionante di collaboratori storici: Bruno Battisti D’Amario, Carlo Romano, Gilda Buttà, Luca Pincini e altri presenti ormai solo nel ricordo: Franco Tamponi, Dino Asciolla, con i quali (quelli vivi) il maestro ha cominciato a tirare fuori aneddoti da sala d’incisione, magari vecchi di mezzo secolo, ma raccontati con grinta e memoria infallibili.

E in più, noi che eravamo seduti proprio dietro di lui abbiamo controllato: non ha una ruga (vedere foto).

Finalmente, fra una battuta e l’altra, è venuto fuori ciò che sappiamo essere, magari non un cruccio, ma certo un pensiero sempre presente nella sua opera: il sormontabile abisso, forse solo un fosso, fra la musica di servizio (quella per il cinema, per intenderci) e la musica assoluta che per Morricone è quella da concerto.

Parlando di alcuni suoi film (La battaglia di Algeri, per esempio) il maestro ha svelato che nei temi musicali che sottolineano le scene lui spesso nasconde riferimenti colti a Bach, a Frescobaldi: “Tanto il regista manco se ne accorge, e io, con queste citazioni dalla grande musica classica riscatto me stesso e gli altri compositori per il cinema da quello che ci può essere di commerciale, anzi, di minore (proprio questa la parola usata) in quella musica”.

 

Un punto di vista interessante.

Rhinoceros & Ecstasy


Rinoceronte.

Venerdì 12, tarda mattina. Una normale foto turistica: l’arco di Giano con dietro l’arco degli Argentari e la chiesa del Velabro. Un cipresso e un muraglione. Nessuna traccia di edifici moderni. E lì a sinistra, incongruo, un animalaccio che bruca fra i sanpietrini. Di che si tratta?

E’ un Fendi original. Rappresenta Roma: non quella di oggi, quella imperiale, che vedeva nel rhinoceros il simbolo di una forza suprema. Ed è anche il nome del progetto di salvataggio e restauro di un blocco di edifici popolari, molto sgarrupati, anzi addirittura abbandonati, rimasti al livello medievale, di parecchi metri superiore a quello romano, e risparmiati dagli scavi mussoliniani di apertura della Via del Mare.

Fendi li ha recuperati con un restauro (non ci è sembrato sensazionale) che lascia intatte ma cristallizzate le tracce del degrado delle murature esterne, mentre all’interno modernizza tutto con acciaio e vetro. Sensazionale invece è la vista dal terrazzo (il miracolo che in questa nostra città salva sempre le situazioni) che arriva dappertutto: Fori, Cupoloni, Templi, Colli e perfino i Castelli.

 

Meritano una passeggiata sia la vista che il rinoceronte.


 

Swing.

Dall’Enciclopedia della Musica Garzanti: “Swing: elemento fondamentale del jazz che definisce il gioco degli accenti, degli anticipi e dei ritardi e che non può essere assolutamente fissato sulla carta”.

Per la serata di apertura della stagione di Santa Cecilia, con la grande orchestra, il coro in camicie a quadretti, i percussionisti aggiunti, i cantanti e le ragazze vestite con abitini americani anni cinquanta, siamo stati testimoni di una impeccabile esecuzione di West Side Story di Bernstein diretta impeccabilmente da Antonio Pappano.

Impeccabile, come possono leggerla un’orchestra sinfonica e un coro classico guidati da un direttore impeccabile. E’ comunque fuori dubbio che, per nostro maggior piacere, in questo musical tutto è bellissimo: i temi, la trama (Giulietta e Romeo), i testi, l’orchestrazione e le parti solistiche.

Mancava quella sciocchezza in più, secondo noi indispensabile per questo tipo di musica; la quale sciocchezza, appunto perché non può essere assolutamente scritta (come dice la Garzantina) altrettanto assolutamente non può essere letta da un gruppone di centoventi orchestrali e coristi classici, per quanto ben diretti: lo swing.

Niente di male, intendiamoci: intanto perché la maggior parte degli spettatori (abbondanza di bastoni, teste bianche e sedie a rotelle fra il pubblico) non se n’è neanche accorta, e poi perché se il Cav. Serpente vuole proprio lo swing, invece che a Santa Cecilia dovrebbe andare in un locale che si chiama Alexanderplatz, fucina del jazz romano, e che, incidentalmente, ha appena riaperto. Ne riparleremo.

 



Ecstasy.

Ma non del tipo illecito che qualcuno, malizioso, potrebbe immaginare.

Chiude questa interessante settimana “Teresa, l’ultima estasi”, un monologo di e con Rosa Di Brigida, visto domenica 14 per la regia di Francesco D’Ascenzo nella piccola, intima, antica chiesa di Santa Maria in Monterone.

Teresa d’Avila è una donna che, in un periodo in cui quelle come lei non contavano niente, dice: “Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi, da far paura agli stessi uomini”.

Di Brigida, sola in scena con musiche e suoni audaci, con costumi e scenografie di sua pura invenzione, muore e rinasce in un’estasi umana e ultraterrena, ancor più allucinata di quanto potrebbe essere se fosse travolta dalla sostanza psicotropa del titolo.

E noi del pubblico siamo usciti da questa partecipata esperienza stupefatti anche noi, anche noi estasiati, ma per niente storditi; anzi, più ricchi.

 

 

Spicchi autunnali di cultura


Due porte in faccia (ma siamo contentissimi), un parziale recupero (che però non ci porta a niente), un momento di insofferenza (attenzione, qui si rischia grosso!) e finalmente un concerto stupefacente per numeri e per divertimento. Queste sono le due settimane passate.

Cominciamo con le porte in faccia. Venerdì 28 settembre, al Chiostro del Bramante si inaugura la mostra “Dream”. Siccome il chiostro ce lo abbiamo sotto casa, ce la prendiamo comoda e passin passetto arriviamo all’angolo di Via della Pace: bam! una fila di mezzo chilometro a intasare i vicoli dei dintorni. Non si passa. Dopo un tentativo di attesa virtuosa, optiamo per un peccaminoso cappuccino al bar. Bene, vuol dire che la cultura, contrariamente a quello che dicono alcuni nostri ministri, tira.


E tira parecchio anche domenica 30 al MACRO, dove si inaugura l’Asilo, una proposta di museo aperto e gratuito per tutti. Non un tempio serioso da visitare sussurrando, ma uno spazio dove ogni giorno succede qualcosa di comunitario: mostre, concerti, lezioni. Senza dubbio anche questa idea piace perché la fila, come si vede, è anche più lunga, ma tutti sembrano contenti di aspettare per acchiapparne un po’, di cultura. Noi ce ne andiamo prontamente, anche perché sappiamo che torneremo per un parziale recupero.


Eccoci qui qualche giorno dopo, per l’Atelier Riace. Va in scena “Una liturgia patafisica per i matrimoni migranti”, come leggiamo sul foglietto di accompagnamento alla cerimonia, che comincia con una monotona (voluta, ci auguriamo, ma non ne siamo tanto sicuri) accoppiata di canto e organetto indiano, per proseguire con una farsesca cerimonia nuziale, officiata da un barbuto in velo di tulle, fra coppie eterogenee autodichiaratesi, che dopo la benedizione fanno una miniprocessione nuziale nell’immenso salone del MACRO.

L’intenzione che filtra dalle paginette della presentazione e serpeggia nell’azione ci pare sia attirare l’attenzione su Riace, il suo sindaco, i migranti e il razzismo rampante.

 

Lodevole; peccato che la faccenda ricordi molto di più una cerimonia goliardica, di quelle che si facevano una volta ai danni delle matricole. Insomma, certo, anche il tema più serio può essere messo in burletta, però forse non così.


Sull’argomento successivo, massima cautela. Si tratta della magnifica mostra organizzata al teatro Valle in omaggio e in memoria di Paolo Poli. L’allestimento è di gran gusto, lo spazio, con quei velluti e dorature del teatro che ha ancora tutta la sua patina ottocentesca (ma non era cadente, anzi, praticamente caduto?) è quanto di meglio si possa immaginare come ambiente dove esporre i magnifici costumi, le bellissime fotografie, i geniali bozzetti delle scenografie.

E in più, in sala e dai palchetti, numerosi schermi trasmettono in loop i videini, le canzoncine, i monologhini, le poesiole che hanno riempito i sessant’anni della carriera teatrale di Poli. A un certo punto della visita, però, succede qualcosa. Non sappiamo perché (o forse lo sappiamo benissimo: troppa glassa rovina anche il pandispagna migliore) dopo aver ascoltato “Vieni, pesciolino mio diletto, vieni…” o “La vispa Teresa avea fra l’erbetta…” e altri innumerevoli numeri tutti recitati (benissimo) con quel birignao suo così personale, cantati (benissimo) con quella sua vocina da zanzarone smanceroso, accompagnati (benissimo) da gesticolamenti di mani ben bene affettati, ci viene un po’ di nausea.

 

Troppo Poli. E’ normale?



Sabato 6 ottobre, colpo di scena. Nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, per la rassegna “Un organo per Roma”, abbiamo l’Orchestra di Flauti del Conservatorio raccolta a singolar (anzi, plural) tenzone con l’organo.

Nel corridoio che affianca la sala trillano come esercizi di riscaldamento la marcetta dei sette nani e quella dei tre porcellini mentre una folla di pifferai magici, in realtà quasi tutti graziose ragazze, aspettano di andare in scena, dove ci serviranno, in un repertorio contemporaneo, sonorità piuttosto inconsuete.

Si tratta di una sessantina fra ottavini, flauti in do, in sol, e perfino un minaccioso (e soprattutto inutile, come sono spesso gli strumenti ai due estremi della famiglia) flauto contrabbasso, dal quale, per provare a farci capire qualcosa, è riuscito a estrarre qualche doloroso muggito il pifferaio capo, Franz Albanese (che dirigeva anche l’orchestra).

 

Sessanta flauti tutti insieme non sono uno scherzo Se però sono suonati così bene diventano uno scherzo ben riuscito.


Il fascino dell'ulcera


A Roma, a Trastevere, c’è un luminoso esempio dell’architettura di regime: la sede della Gioventù Italiana del Littorio - GIL (ora naturalmente Ex). E’ un edificio vestito di quella essenziale bellezza lineare che avevano raggiunto i palazzi pubblici nella prima metà degli anni trenta, soprattutto quando la loro progettazione era messa in mano a gente in gamba, come in questo caso Luigi Moretti.

Poi, certo, il fascio, tanto bravo a scegliere i propri architetti, cadeva nell’eccessivo quando si impuntava a voler piazzare a tutti i costi i sui messaggi politici su ogni superficie possibile, come questo pannello marmoreo che copre un’intera parete del salone di ingresso. Trionfali “Noi tireremo diritto” e recriminatorie “Sanzioni”, inique o no, con l’inevitabile “M” a incorniciare la carta dell’Africa e le colonie appena conquistate

Noi eravamo lì non per ragioni nostalgiche, ma per festeggiare la decima edizione della rassegna “DermArt”, la geniale invenzione con la quale Massimo Papi, dermatologo, ogni anno ci racconta le malattie della pelle attraverso il confronto con l’arte visuale.

E’ un appuntamento al quale, come speriamo non abbiano dimenticato i nostri lettori, noi non manchiamo mai perché la sua formula, ripetiamo, geniale, ci porta a vedere con occhio di terapeuta, e quindi per la maggior parte di noi nuovo, i capolavori della pittura mondiale (unghie deformi, pelli macchiate, verruche, nei e molteplici altre imperfezioni), mentre con l’analisi clinica ci accompagna, viziandoci quasi, nella morbosa attrazione che quasi tutti noi proviamo a vedere con occhio di uomo qualunque, stavolta autorizzato dall’impostazione estetico culturale della faccenda, quella che potremmo senz’altro chiamare la putrefazione in vita del corpo, o meglio del suo involucro esterno, la pelle, che è il primo spazio su cui il profano vede e identifica la malattia.

In altre parole, un intervento su un rene o sui polmoni ci fa entrare nell’interno del corpo, cioè in un terreno che nessuna persona normale riconosce (brandelli di muscoli, vasi, nervi e budelli, sanguinolenti o no, ma non familiari e quindi non emozionanti) mentre tutto quello che riguarda la pelle è immediatamente percepito perché a noi familiare, e perciò anche lo spettatore non competente ci si può tuffare con tutti i brividi del caso: ribrezzo, paura, orrore, ma comunque sempre con partecipazione.

 

Appunto: il fascino dell’ulcera.


 

Una coincidenza a dir poco sorprendente.

 

Oggi 20 settembre 2018 è festa grande con messa solenne, ostensione delle reliquie e processione con banda presso la chiesa di San Salvatore in Lauro, il cui parroco è da sempre uno sfegatato ammiratore di Padre Pio.

 Sono cent’anni esatti dal giorno in cui al Santo da Pietrelcina furono imposte le Stimmate.

Su questo argomento, malgrado il seguito sempre crescente che lui ha raccolto nel gregge dei fedeli, negli anni si sono susseguite furiose polemiche: queste famose stimmate sono frutto di uno stato di isteria morbosa e quindi autoimposte e magari mantenute o aggravate con la somministrazione di pozioni, come hanno testimoniato fior di medici? Oppure sono l’imperscrutabile frutto della volontà divina che ha scelto come portatore del suo verbo il frate, come ha testimoniato nientemeno che il penultimo Papa facendolo santo?

Naturalmente queste considerazioni sono decisamente un po’ troppo elevate per noi, che sull’argomento siamo impreparati e non sapremmo come gestirle. Ci colpisce invece la coincidenza a dir poco sorprendente delle date.

Perché il 20 settembre è, sì la prima apparizione delle stimmate su mani e piedi di Padre Pio, strepitosa e incomprensibile manifestazione di potere sovrannaturale di Dio e della sua chiesa, ma è anche la data della presa di Porta Pia, cioè della fine del potere per niente sovrannaturale, ma naturalissimo, anzi temporale della chiesa stessa. Espiazione?

 

O una coincidenza voluta dal supremo? O dallo stesso Padre Pio? O solo dal caso? Mah!

Accidenti, è di nuovo lunedì


Proprio così: la settimana è passata, ed eccoci qui: storditi per tutte le cose utili o inutili che abbiamo visto e fatto, nessuna delle quali meritevole della perfida attenzione del Cavalier Serpente.

Ci sentiamo come questa incredibile bottega, così bulimicamente gremita di libri che c’entra, a stento, solo il proprietario (un signore che non deve avere tutte le rotelle a
posto) e gli acquisti si fanno dall’esterno.

E quindi nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa.

di nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa


Siamo molto molto arrabbiati; e chiaramente si vede da questo nostro profilo. E’ evidente che ci siamo lasciati sfuggire la situazione di mano, scontentando in questo modo  noi stessi e i lettori, che, nella nostra ingenua, ma anche perversa mania di grandezza, immaginiamo spasmodicamente attaccati al loro computer ogni lunedì in attesa di essere stimolati dalle nostre esternazioni


E’ spiacevole trovarsi così a mal partito, praticamente handicappati da questa mancanza di notizie da riferire, proprio come un poveretto che si trovi privato dell’uso di una gamba e debba ricorrere a una stampella per trascinarsi faticosamente in giro, finché non capita al Santuario, e il titolare gli fa il miracolo di restituirgli l’arto sano, in cambio del quale lui lascerà come testimonianza il sussidio ortopedico.

 

Ci siamo stati anche noi, da storpi in cerca del prodigio, ma non è successo niente: la stampella ce la siamo riportata a casa.


…e allora che fare?

Perché una cosa è sicura: il Cav. Serpente non vuole fare la figura del macaco, sempre rispettando la suscettibilità di questa degna bestiola che ci dicono essere sull’orlo dell’estinzione e che probabilmente non gradirebbe, se lo sapesse, essere usata come termine di paragone nel giudicare l’umana scempiaggine.

 

(Nota per gli amici zoologi: non siamo affatto sicuri che il signore ritratto qui a sinistra sia un macaco. Speriamo che ci scuserete il più che probabile scambio di identità: ci serviva per il nostro discorsetto).

 

Ci rimane solo una cosa per salvare, se non la serietà dell’impresa, almeno il rapporto con gli amici lettori: prostrarci in ginocchio e invocare la loro benevolenza.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…

 

 

 

 

Tanto per non lasciarvi a brancolare nel buio, le foto sono:

 l. La libreria S. Agostino, di fronte all’omonima chiesa, una bottega deve non entra un foglio di più di quelli che già ci sono stipati.

2. Il monumento di Goethe a Villa Borghese (il profilo è quello di Mefistofele).

3. Il Santuario del Divino Amore, reparto storpi miracolati.

4. Una scimmia in via di estinzione, dalla mostra Photo Ark al Parco della Musica.

5. Un bassorilievo nel battistero di S. Giovanni in Laterano.

 

 

Figli dei Flowers


Mercoledì 5 settembre ci siamo trovati con un bel gruppo di ex a salutare Lindsay Kemp nel cimitero acattolico a Porta San Paolo. Ex sessantottini, ex fricchettoni, ex figli dei fiori, anzi, dei Flowers.

Il cimitero è un giardino di grande suggestione, dietro la Piramide Cestia, uno dei pochi spazi campestri rimasti entro le Mura Aureliane. Nato tempo fa come concessione benevola, ma anche politica, del Papa che non voleva dare alloggio nei suoi cimiteri istituzionali a stranieri senza dio, ma d’altra parte non poteva scontentare principi e re non cattolici che avevano ambasciate a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

 

Fra le altre c’è la tomba di un personaggio oscuro, August, figlio di uno invece molto più famoso, Wolfgang. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome di battesimo: è segnalato semplicemente come
Goethe Filius.

Una festa di saluti nella angusta cappella che occupa un angolo dello spazio verde. Ricordi, rimpianti e le canzoni di Edith Piaf, che non mancano mai in questo genere di cerimonie. E un ignoto amico in bianco costume da guru, qui ripreso mentre svanisce fra le fronde.

Certo, ogni volta che partecipiamo a queste riunioni laiche ci delude la mancanza dell’arte bella, dell’antica sapienza cerimoniale e dell’aura spirituale di una chiesa cattolica. Siamo tutto tranne che osservanti, ma la morte nessuno la sa celebrare meglio di loro.

All’uscita, affacciati sulla parte più antica del cimitero, ci è caduto l’occhio su questo ineffabile cartello; lo abbiamo letto, abbiamo immaginato qualche parente inconsolabile sorpreso dai guardiani in flagrante dispersione di ceneri e abbiamo sorriso; ma poi non abbiamo resistito alla tentazione e, click!

E, a proposito di cerimonie…

 



…non basta saper suonare.

“Jammin’”, rassegna del St Louis College of Music, Teatro Studio Borgna, giovedì 6 settembre.

Un concerto molto interessante: tre gruppi di giovani musicisti, uno più bravo dell’altro (vogliamo segnalare in particolare i Conversessions), che hanno suonato temi di straordinaria complessità melodica e armonica, con continui ed eleganti cambi di ritmo e di atmosfera, intrecciati a soli lirici e funambolici.

Insomma, uno spettacolo assolutamente meritevole. Musicalmente.


Quando si registra in studio l’unica cosa che conta è la musica. Con un bravo fonico tutto finisce su un supporto e lì rimane immutabile e, si spera, per sempre.

Ma quando si sale sul palco la faccenda cambia. Non c’è più solo la musica, ci sono altri fatti che in studio non contano: le parole e i nomi con cui ci si presenta (che spesso, forse per timidezza, escono biascicati e incomprensibili), i movimenti che si fanno (invariabilmente maldestri e senza traccia di regia) e infine i panni che si indossano.

Elementi che, per qualche imperscrutabile alchimia, questi gruppi sembrano ignorare, non considerando che il solo fatto di stare su un palcoscenico significa partecipare a una cerimonia che ha, per l’appunto, le sue regole.

Va bene non indossare smoking o giacchette a righe tutte uguali che fanno tanto complessino da night anni ’60, però sfugge alla nostra comprensione perché mai un giovane musicista, bravo, di bella presenza e in più investito, che se ne renda conto o no, della missione di trasmettere arte al pubblico, per andare a suonare debba buttarsi addosso stracci che neanche uno spazzino delle favelas di Nairobi o un bagnino di Ostia Lido…

Che sia una sfida a noi bacucchi tradizionalisti?

 

 

Un pollaio a Palazzo Madama


Il turista con un minimo di sensibilità estetica che ha appena fatto un giro intorno alle mirabili fontane di Piazza Navona è probabilmente sull’orlo della famosa sindrome di Stendhal e avrebbe bisogno di un’oretta per riprendersi, magari seduto al bar Tre Scalini davanti a un bel tartufo gelato.

Se invece decide di rischiare il tutto per tutto e proseguire in direzione del Panteon, dovrà per forza prendere la Corsia Agonale, che dalla piazza porta davanti all’ingresso di Palazzo Madama.

Il quale, malgrado il nome apparentemente frivolo (in origine era destinato non a Madama Italia, che ancora non esisteva, ma a Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, detta appunto “La Madama”) oggi è sede del Senato della Repubblica: come dire, il luogo più rappresentativo della nazione.


Per la sicurezza dei senatori un’auto dei carabinieri è sempre parcheggiata lì di fronte. In più esiste una barriera di prezioso ferro satinato montata lungo il marciapiede e, per ulteriore garanzia, proprio allo  sbocco della Corsia Agonale di fronte al palazzo, c’è un cancello dello stesso materiale pregiato, con SPQR impresso sui piccoli stemmi all’incrocio delle transenne.

 

In caso di sommosse popolari, questo bel manufatto può essere chiuso dalle forze dell’ordine in modo da bloccare eventuali cortei di facinorosi diretti, appunto, al Senato.

Ma in un normale pomeriggio d’estate, con tutti i romani al mare e pochi turisti a spasso, l’artistico sbarramento metallico ovviamente non serve. Allora, tenendo bene in mente il decoro dovuto al luogo istituzionale e l’immagine da offrire agli stranieri in visita, come si regolano gli addetti alla sicurezza, (qualche fantasioso factotum del Senato, immaginiamo; o magari un poliziotto di servizio) per tenere aperto il cancello?

Ecco: legando alla bell’e meglio le nobili bronzee ante con un pezzo di cavetto elettrico. Neanche in un pollaio.

 

Un perfetto monumento all’attuale (o forse eterna?) cialtroneria della nostra città.



…e una jungla in cortile

Tranquilli, non ci siamo spostati in Amazzonia. Stiamo sempre nel Lazio, sulla Via Tiberina, a una trentina di chilometri da Roma, fra le rovine della Colonia Julia Felix Lucus Feroniae. Un sito archeologico modesto, certo nulla in confronto al Foro Romano, ma benedetto da un’arcaica solitudine, anche se è a un passo dall’Autostrada del Sole, e da un bucolico profumo di mentuccia.

 

Quello che manca all’esterno lo troviamo all’interno del piccolo ma perfetto museo che accoglie il visitatore (letteralmente “il” e non “i”: eravamo gli unici esseri umani oltre la gentile custode, sia fuori, sui prati seminati di pochi marmi, sia dentro le sale). Ingresso libero, confortevole aria condizionata, un ragionato itinerario di visita, vetrine bene illuminate e illuminanti didascalie, e soprattutto pezzi di scultura strepitosi, fra cui questo magnifico bassorilievo recuperato dalla sontuosa Tomba del Gladiatore recentemente scoperta lì vicino e sottratta ai tombaroli.


E allora, se tutto è così perfetto, qual è il nesso con il cavetto del Senato? C’è, non dubitate, perché basta, dall’interno impeccabile delle sale (e senza responsabilità, ci teniamo a dirlo, del personale) affacciarsi al cortile, ed eccoci sprofondati nella foresta vergine, come nei libri di avventura per ragazzi.

Anche sforzando l’occhio, s’intravvedono appena, celati dalla vegetazione esuberante, un bel po’ di rocchi di colonna, capitelli, cornicioni: frammenti di un certo interesse; ma sono irraggiungibili.

Esattamente quello che succede a chiunque, in questo sfortunato incivile momento storico, si avventuri in un parco di Roma, o addirittura osi salire su una normalissima aiuola spartitraffico; va a finire che si smarrisce inghiottito dall’erba che arriva al petto.

Basterebbe un umile giardiniere con un umile decespugliatore e tutto sarebbe, in un attimo, di nuovo umilmente civile.

Quello che manca non è l’uomo o l’attrezzo. Né, nel caso del Senato, una decorosa catenella assortita al resto.

E’ il pensiero che manca.

 

 

Il diavolo e le sottane

 

(Replica da “L’ostia fritta” del 3 settembre 2012)                            
C’è a Roma, ai piedi del Palatino, la chiesa di S. Anastasia. Qui, appoggiate alle pareti, stanno otto stupende colonne romane di scavo: sette di un bel marmo color miele con screziature bruno violette. L’ottava è di un elegantissimo grigio striato di bianco, magnifica.

Ma, invece di sdilinquirci come facciamo di solito dietro a marmi e sassi assortiti, oggi, 3 settembre 2012, il vero oggetto a cui dedicare la nostra attenzione lo troviamo nella navata di destra: una gran bacheca che espone, raccontati in ordine cronologico, i più clamorosi miracoli transustanziali del passato.

Per la Chiesa il miracolo eucaristico della transustanziazione, che si ripete a ogni celebrazione, è la certezza che nell’ostia e nel vino ci siano la carne e il sangue di Cristo. Ovviamente è un fatto che non si può, anzi, che non ci si deve sforzare di dimostrare. Crederci e basta, bisogna.

 

Solo che quando ci si affaccia all’indimostrabile si rischia di scivolare nel baraccone dell’ingenuo o, peggio, del grottesco. Qui ci stiamo dentro in pieno. Dalla bacheca abbiamo scelto i casi più pittoreschi, forse meno noti del miracolo di Bolsena, illustrato da Raffaello nelle Stanze Vaticane, ma molto più divertenti. 

Primo. Anno Domini 595. Miracolo di San Gregorio Magno. A messa, una donna di fede poco salda scoppia a ridere sonoramente (sottolineato nel testo) mentre si comunica. Scandalo in chiesa. Il papa blocca la funzione. A questo punto il pane dell’ostia diventa carne e comincia a sanguinare. La donna, spaventata, si pente, il papa si tranquillizza, e tutti tornano a casa felici e contenti.


Secondo. Miracolo dell’ostia fritta (non è un titolo nostro, sarebbe troppo facile. Sta scritto proprio così nella bacheca). Siamo nel nono secolo dopo Cristo. Una (attenzione) ebrea s’intrufola in chiesa, ruba un’ostia, se la porta a casa, e per sfregio, dopo aver fatto scaldare sul fuoco una bella padellata di olio, ce la butta dentro per cucinarla. Colpo di scena: l’ostia non solo non frigge, ma si mette a sanguinare inondando in poco tempo tutta la casa. Emozione al paesello. Viene convocato il vescovo, si organizza in quattro e quattr’otto una processione per espiare il sacrilegio, e il luogo del peccato è trasformato in chiesa. Della donna non si sa più niente: che ci sia da preoccuparsi un po’ per lei?


Terzo. Miracolo di San Pier Damiani; è il 1050, località sconosciuta. Una donna, cedendo a pulsioni abominevoli, per fare un maleficio a casa sua, ruba un’ostia e la porta via nascosta sotto le sottane. Qui bisogna stare attenti perché in quella zona corporea, specialmente in un’epoca in cui le mutande erano poco usate, ci possono essere dei punti molto rischiosi per un’ostia innocente. Un prete furbo se ne accorge, l’insegue, l’acchiappa e recupera l’ostia, la quale, questa volta chissà per quale misteriosa ragione, si divide in due parti, una rimane di farina, l’altra si trasforma come previsto, ma in cronaca non si parla di sanguinamento.

 

E quarto. Anno 1228, miracolo di Alatri. Una giovane suggestionata dal cattivo consiglio (continuiamo a riportare fedelmente le parole dei testi) di una malefica femmina, dopo aver ricevuto dal sacerdote il corpo sacratissimo di Cristo, lo trattiene in bocca fino al momento in cui lo può sputare fuori per nasconderlo in un panno.

Qui ci tornano in mente le minacce del nostro insegnante di catechismo che ci preparava alla prima comunione e ci aveva proibito di toccare l’ostia coi denti per non rischiare di far male a Gesù. E ricordiamo anche la sensazione di angoscioso soffocamento quando questo tondino si appiccicava al palato, perché neanche con un dito ci era permesso di scrostarlo.

 

Dopo tre giorni la giovane suggestionata va ad aprire il panno e trova, ancora una volta, la carne, e per di più freschissima. Immediata confessione e pentimento. Minaccia di punizioni efferate soprattutto per la malefica femmina a cui viene attribuito il ruolo di mandante diabolica. Però stavolta c’è il lieto fine. Dopo averle spaventate a morte, le autorità ecclesiastiche rimandano a casa le due con una ramanzina e basta.


Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbe altro. Tutto verificabile. S. Anastasia al Circo Massimo. (La chiesa è sempre lì, la bacheca purtroppo no, sono passati sei anni, ma i resoconti dei miracoli si trovano facilmente anche in rete).

Noi non vogliamo esagerare e cadere a nostra volta nel ridicolo. Ma ci teniamo a sottolineare due punti.

Primo: quasi tutti i miracoli cessano di verificarsi appena appaiono tecniche e apparecchi capaci di registrarne una testimonianza.

Secondo, e qui stiamo messi molto peggio: le peccatrici, le dubbiose, le eretiche, le ladre sono tutte donne.

La Chiesa non si smentisce.

 

Il diavolo, c’è poco da fare, sta sempre sotto le sottane.


Una conchiglia

(Replica dall’8 agosto 2016)

 

Esattamente due anni fa. Sentite che lirismo…

 

Un castello medievale è un po’ come la conchiglia di un mollusco marino. Parliamo naturalmente del castello militare, non di quello residenziale del Rinascimento, luogo di arte, delizie e ozio. 

Mura spesse circondano tutto lo spazio, a volte anche con un doppio giro, a difesa formidabile di quello che c’è dentro: praticamente niente (e tutto). Nell’animale si tratta di un flaccido corpo indifeso che pesa pochi grammi in confronto alla pietra del guscio. Nel castello, fra mura, torri, porte e saracinesche rimane sì e no lo spazio per un cortile e una casupola di poche stanze in cui si ammassano il signore e la sua famiglia, gli unici a dormire in un letto; gli altri tutti insieme sulla paglia: soldati e cavalli, servi e porci.

 

Così è il castello dell’Abbazia di Vulci, un guscio di pietra nera con sei torri, da una parte un fossato, e dall’altra la gola del fiume Fiora superata dal magnifico ponte etrusco-romano. 


Ci arriva voce di una nuova sistemazione del museo etrusco dell’Abbazia, e del ripristino del ponte danneggiato da una inondazione. Si parte.

Dopo una galoppata per strade e stradine fiancheggiate ormai non più dalle dorate messi che uno si aspetterebbe di vedere in una campagna che è ancora fra le meno popolate d’Italia, ma da grandi distese di pannelli solari (il contadino, che avrà anche le scarpe grosse, ma ha il cervello fino, ha capito presto da che parte arrivano i soldi), scorgiamo, come in un’inquadratura di Brancaleone, emergere, unico segno umano nella campagna deserta, le torri del castello.

Emozione. E in più, appena dentro il portone è un tuffo nel passato. L’ingresso cavernoso è segnato da nidi di rondine con i pulcini che si affacciano sul bordo in attesa dell’imbeccata; roba che non vedevamo più dalla nostra infanzia. E anche il cortile è tutto un volare e un garrire.

Il museo è come tutti i musei etruschi: vasi e vasetti: frammenti magari rarissimi, che noi non avremo mai la  pazienza, o la competenza, di esaminare uno a uno con l’attenzione che meritano. E allora non ci rimane che andare un po’ a zonzo per le stanze della rocca, stupirci per la ristrettezza dello spazio abitabile di quello che era l’unico edificio per miglia e miglia intorno e finalmente infilarci nella locanda vicina per un robusto piatto di strozzapreti alla maremmana.

 

Poi via sotto il sole, in giro per una distesa ancor più desolata rispetto alla campagna circostante e abitata solo da spettri millenari: la città, prima etrusca poi romana, di Vulci.


L’abitato antico è, anzi era, grande, ma non ne è rimasto davvero molto. Marmi, pietre, qualunque frammento riutilizzabile è stato portato via, magari per costruirci una porcilaia o un recinto per le pecore.

E, come spesso succedeva nei miserabili anni bui dopo la fine della civiltà romana, gli spazi urbani occupati da un tempio, dal foro, da una villa, o comunque segnati da una presenza umana, e grazie a essa impregnati di un vago senso di sicurezza, erano scelti per deporvi, sotto una spanna di terra, i resti di un parente, di un amico, di un semplice viandante.

Sempre meglio dell’ostile campagna infestata da animali feroci e da diavoli maligni.

Con un raro spirito di rispetto per la storia, o forse semplicemente per testimoniare il passato (o magari per una condivisibile ironia sulla pochezza della vita umana), gli archeologi che hanno esplorato l’area hanno deciso di lasciare alcune di queste sepolture là dove le avevano trovate, semplicemente grattando via quel palmo di terra che le ricopriva e proteggendole con una teca trasparente.

Così ci sono apparse.

Un sole torrido, la terra arsa e polverosa, un volo di corvi, pochi stentati fili d’erba e questi scheletri perfettamente disseccati, distesi in un sonno assolutamente naturale e tutt’altro che macabro.

Una bella lezione di eternità relativa e di insignificanza delle cose terrene.

 

 

I sederoni di Caravaggio...e il gregge di Padre Pio

Poco rispondenti alle esigenze del soggetto sacro, secondo i committenti ecclesiastici, e questo appare evidente; inopportuni, secondo i committenti nobili,  in quanto espongono la miseria della povera gente, e anche questo colpisce l’occhio; irrispettosi, secondo i teologi perché con il loro messaggio troppo umano relegano in secondo piano quello religioso. Amen.

A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti di cosa stiamo parlando: dei sederoni di Caravaggio.

 

Basta un’occhiata alla Crocefissione di S. Pietro: eccolo là, in mezzo a tutto quel dolore, il carnefice indaffarato con chiodi e corde e con il sederone per aria e i piedi luridi. E nella meno drammatica ma sempre altamente spirituale Madonna dei pellegrini, ancora piedi sudici e ancora in PP il didietro del miserabile viandante inginocchiato  in adorazione di Maria.


Beh, anche a noi è capitata la fortuna di scattare (di nascosto, come di nascosto sembrano dipinti i quadri di Caravaggio) una immagine caravaggesca. Eccola: anche qui c’è un voluminoso fondoschiena in primo piano, quello del sacrestano che pulisce il pavimento mentre la perpetua si occupa dei lumini. E sullo sfondo, il vero fulcro religioso della composizione: Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

Si tratta di una scultura iperrealista, sulla cui qualità ci sembra opportuno sorvolare, che si trova  in una cappella di San Salvatore in Lauro, a Roma, e ci aiuta a entrare in argomento: il santo di Pietrelcina e il centenario, che cade proprio quest’anno, delle sue stimmate.

Il parroco della chiesa è un appassionato ammiratore di Padre Pio, tanto è vero che ha riempito ogni angolo di statue e reliquie del Santo.

       Che in realtà sono davvero poca cosa: i mezzi guanti macchiati di sangue, una stola, qualche oggetto di devozione quotidiana, un breviario, due attrezzi liturgici.

Sono ormai fuori moda le vere reliquie corporali, reperti anatomici che un tempo valevano oro. Quando avere in sacristia il femore di un beato, sull’altare il teschio di una vergine martire o nel tabernacolo il prepuzio essiccato di Gesù Bambino, conservato dopo la circoncisione (richiestissimo, e rivendicato da una dozzina di chiese nel mondo), era sicura garanzia di pellegrini in città, e quindi di business.

E, a proposito di santi del passato e della loro rappresentazione, c’è un fatto che emerge nelle testimonianze artistiche che ornano le chiese: fino a ieri, certo complice la mancante, incontrovertibile testimonianza della fotografia, si usava stravolgere e adeguare al mito, migliorandola, l’immagine del venerabile.


Gesù, che era un palestinese povero di duemila anni fa, non poteva che essere come lo ha rappresentato Pasolini nel Vangelo: un piccoletto esile, e scuro di pelo. Non certo quel ragazzone biondo, alto, con gli occhi azzurri e i capelli al vento in cui si è trasformato nel corso dei secoli, come testimonia proprio la scultura di S. Salvatore in Lauro.

 

Come di sicuro sono stati photoshoppati la maggior parte dei santi medievali. San Francesco pare che fosse poco più di uno e quaranta, senza denti e butterato dal vaiolo. Non è così che ce lo dipingono. Né, di sicuro, potevano essere tutte belle e giovani come le vediamo nei ritratti le sante, le beate, le martiri della fede.

E invece Padre Pio continuano a presentarcelo senza queste fantasiose migliorie. Forse non è passato abbastanza tempo, forse le sue foto da vivo sono troppo fresche per essere smentite (forse neanche servirebbe di fronte alla fama della sua santità). Certo è che nulla si è fatto per ingentilire quella sua bocca amara, quella fronte aggrottata, quelle sopracciglia minacciose, quella barbetta non proprio divina, quello sguardo così poco sereno.

 

Eppure, e forse proprio questo è il miracolo, anche se il suo pastore non ha una faccia simpatica, il gregge di Padre Pio aumenta e aumenta e aumenta…


Cocci e coccetti


Cocci e coccetti.

Museo etrusco di Villa Giulia: sale ricolme di frammenti di ceramica, bucchero, terracotta; anche di vasi interi, ovvio, a figure geometriche e non su fondo scuro e chiaro, nere su fondo argilla, e rosse su fondo nero. Alcuni pezzi sono belli, altri bellissimi, la maggior parte sono, naturalmente, cocci da specialisti.

Sappiamo che con questa dichiarazione ci giochiamo l’amicizia degli etruscofili. E per masochisticamente rovinarci ancora di più, aggiungeremo che anche quelle figure reclinate di sposi o di guerrieri o principesse modellate nella terracotta e piazzate sui coperchi dei sarcofagi, o per meglio dire di quelle grandi urne cinerarie che all’epoca li anticipavano (vogliamo essere precisi nella nomenclatura degli oggetti, visto che stiamo mettendo la testa proprio sotto la mannaia degli appassionati) ci lasciano piuttosto indifferenti.

Ma, altolà! Prima di catalogarci fra gli zotici totali, lasciateci esprimere lo stupore, la meraviglia, quasi il tremito reverente che ci prende quando nell’ultima sala del museo, ci troviamo di fronte la magnetica figura, il movimento trattenuto dei muscoli, il sorriso astratto e nello stesso tempo ferino dell’Apollo. Ecco, qui ogni nostra insofferenza, ammettiamolo, un poco qualunquista per i cocci e i coccetti scompare perché con questa statua
emozionante entriamo nel travolgente mondo della grande arte, quello in cui non c’è bisogno di essere studiosi del ramo per essere colpiti al cuore.

Perché eravamo a Villa Giulia il 19 luglio? Per un convegno omaggio a Winkelmann, archeologo, studioso e filosofo. Il titolo del progetto, ideato da Flavio Colusso: “I naviganti del tempo”.

Verso il tramonto, alla fine dei lavori, un bel concerto dell’Ensemble Seicentonovecento. Musiche di Palestrina, Carissimi e Colusso stesso. Voci alternantisi in varie formazioni più clavicembalo, nella sorprendente acustica e altrettanto sorprendente struttura rinascimentale del ninfeo.

 

Un godimento per noi: indice (speriamo ce lo riconosciate) di una sensibilità più raffinata di quello che si poteva dedurre dalle prime righe di questa esternazione.



 

 

 

 …e incongruenze

Così, tanto per rimanere nell’antico, dopo la visita a Villa Giulia, ce ne siamo andati per l’Appia fino a quel frammento di agro romano salvato dalle costruzioni moderne che è il parco delle tombe della Via Latina.

Uno spazio senza tempo, nel senso che, passato il cancello, si entra in una fetta di romantica antichità: tombe ben conservate, ma anche ruderi di calcestruzzo che segnano il percorso della vecchia Via Latina, ancora lastricata con gli originali basoli neri, tortore tubanti sui marmi cariati e pini alla Respighi che riempiono l’aria di profumo di resina.

Tutto coerente a formare uno di quei quadri di genere che tanto piacevano ai nobili giovanetti inglesi e tedeschi quando, accompagnati da uno chaperon (un abate amico di famiglia, di solito) attraversavano le Alpi e scendevano in Italia per completare la loro signorile educazione con il grand tour.


Anche noi ci siamo sentiti dei piccoli lord fino a che, finita la nostra rievocativa contemplazione, siamo usciti da quello stesso cancello, abbiamo attraversato la strada e ci siamo trovati davanti il Chattanooga Saloon: hamburger, patatine e Coca Cola.

Questo intendiamo come incongruenza.

 

 

Pantegana Jones


La lussureggiante vegetazione, da cui si alzano misteriosi fruscii, ricopre di un manto impenetrabile le sponde del fiume, incombe un caldo afoso, la corrente è trafitta dai cormorani a pesca di piranha. Ma… un momento! Lontane si intravvedono le arcate di Ponte Milvio. Va bene, allora giù la maschera: non siamo ai tropici, i piranha sono le anguille del Tevere (altrimenti dette ciriole), i fruscii sono quelli delle pantegane; e soprattutto noi, che non siamo Salgari, rinunciamo subito a spararci un fake, come invece pare facesse spesso l’amato scrittore della nostra infanzia.

In realtà ci eravamo avventurati sulla riva destra, all’altezza del Foro Italico, dove, fra il Lungotevere e il fiume, a mezza costa, corre Via Capoprati, un viottolo con annessa pista ciclabile, perché ci era giunta notizia del ritrovamento assolutamente casuale, durante gli scavi dell’Enel, di una villa romana del primo secolo dotata di ricchi pavimenti marmorei.

Ci siamo fermati a curiosare sul bordo dello scavo, fra lo sfrecciare di ciclisti frementi di impeto sportivo e dell’orgoglio di appartenere alla minoranza virtuosa della popolazione.

E’ un fatto: da qualche tempo il ciclista urbano (da non confondersi con i pochi esemplari sopravvissuti di quello rurale, di solito raccoglitori extracomunitari) si distingue per la quantità di accessori costosissimi con cui si addobba e per la esagerata considerazione di sé stesso, spesso degenerante in protervia, che gli deriva dal fatto di vedersi come un animale ecologico e non inquinante.

 

Niente di artistico da scoprire in trincea; solo mozziconi di muri cariati e polvere. I marmi forse ricoperti o già trasferiti. Naturalmente non ha importanza: quello che conta è accorgerci che nella nostra imprevedibile città non passa giorno senza che da sottoterra spunti una traccia del passato, magari, proprio come in questo caso, nel mezzo di un set da Tarzan (de noantri). 



BRIC à brac, The jumble of growth
(che vuol dire “il guazzabuglio della crescita”). 17 luglio alla GNAM.

Il pomeriggio è ancora bello (poi pioverà), la scalinata della GNAM è quasi un teatro: accogliente e amichevole, con, di tanto in tanto, dagli altoparlanti, un’esplosioni di ottimo bebop. Confusi su come affrontare la situazione, decidiamo di attaccare prudenzialmente con le citazioni dal materiale stampa fornitoci, da cui si ricava che “la mostra esplora la complessità dell’espressione artistica nel processo delle trasformazioni economiche, sociali e culturali globali innescato dal boom delle economie di mercato emergenti.” Che poi sono: Brasile, Russia, India, Cina. Ecco perché il BRIC del titolo è tutto maiuscolo. E’ un acronimo!
Allora trattasi di una mostra d’avanguardia. A noi sembra piuttosto una faccenda retrò (e qui ci permettiamo un gioco di parole un po’ becero, ma visto che loro giocano sul BRIC, allora noi giochiamo sul brac, pardon, sul retrò e ve lo sosteniamo con le immagini qui riprodotte).

Ci riceve sul sagrato della GNAM un imponente leone di bronzo, parte del branco che staziona da un bel po’ di tempo sui gradini; anche se la bestia è lì da prima della mostra, è retrò o no?

 

Nei saloni ci viene incontro, o dovremmo dire ci indietreggia addosso questo elefante tigrato, con zanne e proboscide regolamentari sul davanti (osservare l’immagine con attenzione), ma sul didietro, quello che ci troviamo di fronte è una ringhiante testa di tigre che gli spunta dal sedere. Anche questo è retrò, diremmo (sempre per rimanere sul becero).


Invece, colpo di scena! Un altro animaluccio in mostra, stavolta una bella pantegana, la fuoruscita ce l’ha sul muso: una trombetta da cui si sprigiona un fascio di luce.

 

E’ possibile che la nostra sia una ormai irreversibile fase senile di distacco dalla realtà: fatto sta che non ci abbiamo capito niente.

Quindi è giocoforza ritornare a citare, stavolta la pagina di Cristiana Collu, direttrice del museo: “L’arte si prende il rischio di situarsi tra bellezza e terrore, come diceva Albert Camus. E’ vero, anche se poi lui si è suicidato, ma non è questo il destino che ci attende se continuiamo a pensare di essere altro da questo pianeta?” Mah.

 


Tutto presenti tranne i morti (col resto di uno)

 

Accademia Filarmonica Romana, Rassegna Opus, Sala Casella, 11 luglio. Un programma di nove pezzi brevi. Cinque compositori presenti (nel programma e in sala, in quanto vivi): Fausto Sebastiani, Stefano Cucci (anche eccellente direttore delle varie formazioni avvicendatesi sul palcoscenico), Ada Gentile, Nicola Piovani, Albino Taggeo. Tre assenti per causa di forza maggiore: Igor Stravinskij, Astor Piazzolla, George Gershwin. L’uno che avanza: Ennio Morricone, il quale, raggiunti i novant’anni, è ormai entrato nel limbo dei monumenti superumani. Ci hanno comunicato che avrebbe voluto venire, ma non ha potuto perché doveva dirigere un concerto delle sue musiche da film a Praga, o a Singapore, o a Los Angeles. Ci si confondono le destinazioni: il Maestro è uno che viaggia parecchio.


Un ventaglio musicale impostato, oltre che sulla qualità, anche sulla brevità dei pezzi. Specialmente nella musica contemporanea la ridotta durata delle composizioni è essenziale: spesso prime esecuzioni assolute, se sono brutte passano presto; se sono belle lasciano nelle orecchie il desiderio di riascoltarle.


Ci ha anche colpiti la cura posta sull’equilibrato loro avvicendarsi lungo il programma e sulla leggiadria non solo delle esecuzioni, ma anche delle esecutrici. Non si erano mai viste prima tante soliste così attraenti (e anche brave, garantiamo).

Però abbiamo una riserva da fare, una riserva piuttosto ruspante, su Piazzolla. Ci è stata riproposta (in un arrangiamento garbato, bisogna riconoscerlo) la solita tripletta dei suoi tanghi ormai fritti e rifritti e serviti in tutte le salse nelle apericene con danza, nell’happy hour, nelle serate etniche: “Libertango”, “Oblivion”, “Adios nonino”. Un po’ come il tris di paste che ti impongono nelle trattorie per turisti: carbonara, amatriciana e penne alla vodka. Che palle, ‘sto Piazzolla!

 

Invece, per contrasto, vogliamo dire quanto ci è piaciuta la “Polvere di suono” di Ada Gentile, la quale non solo riesce a dare dei bellissimi titoli ai suoi pezzi, ma anche a riempirci le orecchie di sonorità saporite, bene assortite, avvincenti. I suoi piatti sono ricchi ma sempre così equilibrati da farcene apprezzare tutti gli ingredienti.



Caliamoci adesso dalle supreme vette della musica alle profonde viscere della terra: alla Stazione Metro di S. Giovanni.

Il quartiere era parecchi anni che soffriva dei lavori per gli scavi, delle enormi gru in strada e dello stress dei cantieri. Ma finalmente è tutto finito: in superficie non è rimasto niente, mentre sotto fiorisce l’orgoglio cittadino per un lavoro ben fatto. Effettivamente…

Avendo letto sui giornali dell’inaugurazione trionfale, dei ritrovamenti archeologici e della creazione di un museo di arte romana a uso del viaggiatore, non poteva mancare una nostra curiosata.


Si scende di 3 piani e 30 metri giù nel sottosuolo. Sulle pareti, dei grafici scandiscono metro dopo metro la storia di Roma dai tempi dell’uomo (già romano?) delle caverne agli sventramenti fascisti. Una serie di vetrine bene illuminate con un bel po’ di reperti, magari di non straordinario valore artistico, ma storico, sì. Che raccontano qualcosa.

E in più, qua e là, sorveglianti davvero sorveglianti e non fumanti o chiacchieranti al cellulare; scale mobili davvero salenti o scendenti, tutte; scopini davvero scopanti; utenti davvero intimiditi da tanto nitore: in terra non una cicca o una cartaccia; buona illuminazione e indicazioni chiare. Pare di stare in Svizzera.

 

A questo punto: d’accordo, sopra ci saranno le buche nell’asfalto, ci saranno i mucchi di immondezza sui marciapiedi, ci sarà l’erba incolta nei parchi, ma, almeno qua sotto, a Roma i nostri complimenti non glieli possiamo proprio negare.


Tirolesizzarsi


Oggi, 7 luglio 2018, dopo anni di oblio, il castello di Giulio II al borgo di Ostia Antica, finalmente restaurato, riapre al pubblico. Naturalmente ci siamo precipitati. E abbiamo fatto bene perché in una sola gita ci siamo chiariti ben tre temi che ci ronzano in testa in questi giorni: l’irresistibile tendenza verso la tirolesizzazione dei siti turistici, la damnatio memoriae spiegata con un esempio semplice e massiccio, e l’apparizione della pinsa nell’Agro Pontino.

 

Il castello è bello e ben tenuto. La visita guidata ci è piaciuta per quello che abbiamo visto, ma anche perché ci ha permesso di mescolarci con un gruppo di vacanzieri il cui divertimento principale ci è sembrato non fosse ammirare i massici torrioni o le profonde segrete, ma fotografarsi l’un l’altro con i caschetti gialli obbligatori in testa. 


Poi siamo usciti in giro per il borgo. Certo nell’epoca in cui fu fondato, gli abitanti mica se la passavano tanto bene: dal mare gli arrivavano piuttosto spesso i pirati saraceni, per cui tutti chiusi dentro le mura di difesa a tremare per la paura; dalle paludi sotto casa gli arrivava ogni estate la malaria, per cui bambini scheletrici e adulti gialli e febbricitanti; da dentro casa gli arrivavano le corvèe di lavoro obbligatorie imposte dal papa o da qualche vescovo suo rappresentante, per cui, giù a lavorare per i padroni, portando a casa solo le briciole.

C’era poco da stare allegri. Adesso che il borgo è diventato un’attrazione turistica, le catapecchie di una volta, di cui, sotto il nuovo vestito, si intravvede comunque la laziale miseria di fondo, si sono tirolesizzate (ultimamente, a noi, come terminologia immaginifica la Crusca ci fa un baffo) ed esibiscono biciclette, fiorellini e spalliere di rampicanti che neanche in alta Val Gardena


Invece la questione della condanna della memoria (la damnatio memoriae) non ci si era mai presentata così evidente e massiccia come su questa lapide esposta proprio davanti all’episcopio del borgo. Anche senza saper troppo il latino si capisce che questa Tutilia Rufa dichiara sul marmo (che doveva essere collocato in bella vista di fronte a un monumento importante: una tomba? un portico? un mausoleo?) che vuole dedicare l’opera a sé, a suo padre Tutilio, a sua madre Seia, e…

…e poi una manaccia sacrilega ha scalpellato via altre parole, certo un altro nome, il nome di qualcuno che doveva averla fatta grossa, molto grossa. Chiaro, la mano che ha cancellato era dello scalpellino, ma la decisione doveva essere arrivata da molto in alto. Rovinare così una lastra di marmo di Carrara, di quella bellezza e di quello spessore, che aveva viaggiato fino a quaggiù con una bella spesa, e poi era stato così ben lavorata e incisa, spendendoci un altro bel po’ di sesterzi… quel tizio doveva averla fatta grossa davvero.

Ecco, un giallo di venti secoli fa che ci piacerebbe risolvere, ma come?

 

Al bar di fronte all’ingresso del borgo ci hanno servito la pinsa romana (proprio così, con la “s”), entità gastronomica a noi finora del tutto sconosciuta: una schiacciata croccante ben coperta di varie verdure cotte. Ottima davvero. Ottimo anche il bar, che al nostro arrivo vibrava fin dall’esterno di un’orribile musica tecno. Bene, a una semplice richiesta: miracolo! La musica è stata spenta e così siamo riusciti a gustare la pinsa, accompagnati (solo!) dalle chiacchiere degli altri avventori e dalle cicale.

 

Cosa desiderare di più?

Roma ha l'Alzheimer


Non ci sono più dubbi. E’ sulla sua cartella clinica: a quasi tremila anni di età Roma ha l’Alzheimer e non sa più chi è. Perché se lo sapesse si comporterebbe in modo molto diverso. Non si farebbe sorprendere in mutande in mezzo all’immondezza o con il trucco disfatto dopo una festa in piazza.

Non si metterebbe addosso cianfrusaglie ridicole e provinciali e arriverebbe puntuale agli appuntamenti.

Parliamo naturalmente degli ubiqui cumuli d’immondezza, della inesistente manutenzione dei luoghi pubblici, del patetico albero di natale (Spelacchio) e della ridicola lupa capitolina di verzura sull’aiuola davanti all’Altare della Patria, e infine dell’infernale maledizione del traffico sulle infernali trincee degli infernali sanpietrini, grazie ai quali i tempi di qualunque percorso (e le sospensioni, sia motoristiche che umane) risultano a rischio grave.

Insomma, Roma è una di quelle belle ma inconsapevoli vecchie che in un salotto appaiono molto decorative, ma poi non sono capaci di tornare a casa da sole. Ce lo ha fatto scoprire, con il suo concerto di compleanno il 25, l’amico Edoardo Vianello, 80 anni e in gamba, con una voce che è ancora una spada. Roma, che ne ha solo 3.000, è a pezzi. Come mai?

 

La serata, in Piazza del Campidoglio, è partita come una bomba, ha proseguito come un missile e si è conclusa dopo due ore di sapiente intrattenimento con le canzoni che conosciamo tutti. Ricordate? Negli anni ‘60 dicevano: sì, sono solo canzonette balneari simpatiche. Nel periodo dei cantautori impegnati dicevano: sì sono solo canzonette balneari sceme e non impegnate. Adesso, mezzo secolo dopo, tutti se le ricordano, le cantano, e nessuno si fa problemi. Vuol dire che erano indovinate fin dall’inizio. Niente foto del festeggiato: sono su tutti i giornali. Invece ecco il panorama della bella vecchia inconsapevole che abbiamo gustato dalla Terrazza Caffarelli, sul Campidoglio, dove, dopo lo spettacolo, c’è stata una cena squisita e bene accompagnata da ottimi vini.

 

 

Come continuiamo a ripetere, Roma è affascinante, vista da una terrazza. Caspita se lo è! Ma appena scendi e cerchi di tornare a casa, ecco i sintomi dell’Alzheimer. Rischio di morte ad attraversare la tenebrosa Piazza Venezia. Strisce pedonali svanite nel tempo. Trappole scavate nell’asfalto. Collinette di spazzatura contese fra toponi ed enormi gabbiani. Il bus arriverà? e quando? E così via, in un crescendo da inferno dantesco.


Invece la bella vecchia ne ha ancora da raccontare; a suo modo, certo…

Hanno aperto da poco un nuovo itinerario che viola, finalmente, la zona finora irraggiungibile fra i palazzi imperiali e il Circo Massimo: una passeggiata di un chilometro che ci permette di guardare dal basso in alto i formidabili piedi di quello che era il più imponente, ricco, splendido insieme architettonico di tutta l’antichità.

Devastato, derubato, spogliato per secoli, fornendo marmi e bronzi a chiese e palazzi, ma anche mattoni triturati e calce ottenuta bruciando nelle calcare capolavori di scultura, per costruire le catapecchie dei poveri bovari medievali.
Eppure, quello che rimane (in realtà niente altro che le strutture di sostegno di terrazze e terrapieni), forse proprio perché è senza il rivestimento di marmi preziosi o intonaci dipinti, sfoggia la sua potente energia e trasmette a noi che lo vediamo venti secoli dopo la incrollabile maestà di Roma.

 

Sì, però, a un certo punto l’occhio ci cade sugli sciagurati abbellimenti contemporanei del percorso. E qui si sprofonda nel gusto provinciale di cui parlavamo prima, che tende a neutralizzare, addomesticandolo, l’impatto emozionante dei giganteschi ruderi.

Insomma è come se avessero chiamato il capostazione di Vattelapesca e gli avessero affidato la decorazione del sito. Ed ecco che spuntano, con la scusa di recuperare essenze del passato: timo, lavanda, cornioli e acanti, le aiuolette con le piantine in fila e la pacciamatura di schegge di corteccia.

E’ il gusto da stazioncina decentrata che, implacabile, disneyzza, anzi, gardalandizza tutti i nostri parchi giochi, anche se destinati agli adulti.

Per fortuna non sono arrivati a tanto, ma non ci avrebbe stupito vedere, scritto a lettere di vegetazione (una siepina di bosso), magari con accanto un orologio floreale, il nome del parco: “Palatinoland”.

 

 

Sorprese nelle chiese


Anche se non una per ogni giorno dell’anno, come dice la leggenda, le chiese di Roma sono comunque parecchie. E sono anche piene di belle cose, e di cose strane. L‘idea di andarle a cercare, queste cose belle e strane, ha cominciato a provocarci un certo pizzicorino qualche giorno fa a San Paolo fuori le Mura, una cattedrale che è un immenso bosco di colonne di tutte le dimensioni e gradi di lucidatura.

Era in corso un concerto del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, con un programma di quelli che ti inzuppano di emozioni: il Requiem di Faurè, un’opera che accompagna la morte con malinconia e rimpianto, mai con ira. E poi l’Alleluia di Haendel, che è invece un trionfo fatto apposta per concludere un concerto corale in una chiesa; un po’ come, diciamo, una serata di Vasco Rossi che per forza va sigillata con la sua “Vita spericolata”.

Ma non è stata la musica a farci venire l’idea. Ci è bastato alzare gli occhi al magnifico mosaico che riempie il catino dell’abside per farci affacciare alla memoria il geniale etologo Desmond Morris, quando ci spiega che “…le manifestazioni religiose consistono nella riunione di gruppi numerosi di individui che compiono ripetute e prolungate esibizioni di sottomissione intese a placare un individuo dominatore il quale assume forme variate che hanno sempre in comune tra loro l’elemento di un’immensa potenza”. (La scimmia nuda, pag. 191).

E infatti eccolo lì, Papa Onorio III, in rappresentanza di sé e del gregge dei suoi fedeli, ridotto alla dimensione di una tartarughina (però con il manto papale sul guscio) inginocchiato accanto al piede di un enorme Cristo, al quale è dedicata quest’opera maestosa; piccolo, insignificante, sottomesso appunto, di fronte alla potenza del dominatore.

 

Bisogna dire però che il racconto della divinità e del suo rapporto con il gregge non è sempre coerente con lo stesso schema ideologico ed estetico e cambia con il passar del tempo e con l’artista (e, chiaro, anche con il suo committente).


Per esempio, a S. Agostino ci imbattiamo in un Cristo che è il contrario del precedente: bruno, bruttino, rachitichello e per niente maestoso, ma dolente, proprio come ce lo ha raccontato anni fa Pasolini nel suo Vangelo.

C’è da chiedersi come mai i committenti si siano accontentati di un’opera quasi blasfema come questa, davvero fuori dell’iconografia del periodo, secondo cui Gesù doveva essere un giovanottone nordico, biondo e muscoloso.

E anche glabro, mentre questo ha ascelle, torace e perfino addome ben pelosi.

 

 

Ma le stranezze continuano. Ecco, nella profonda cripta di S. Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia, una confraternita che si occupava di recuperare e dare sepoltura ai cadaveri degli annegati e dei morti ammazzati, all’epoca abbondanti, a quanto pare, per le strade di Roma, un documento un po’ inconsueto.

 

Si tratta di un certificato di decesso stilato non su una vecchia pergamena o su un polveroso registro parrocchiale, ma direttamente sul defunto, anzi, più precisamente inciso sul suo cranio.

E, per concludere, a S. Maria della Vittoria, sul pavimento della Cappella Cornaro e sotto gli occhi estatici della Santa Teresa del Bernini, un mezzo morto (letteralmente) che se la balla con stile.

 

O forse prega? L’incertezza è d’obbligo con uno come il Cavaliere Gian Lorenzo che si faceva beffe degli interdetti del Concilio di Trento e ritraeva i suoi soggetti come gli pareva: sante in un rapimento potenzialmente equivoco e scheletri tagliati a metà ma lo stesso scatenati in mosse di danza.

Contaminazioni utili

 

Utili perché mettono insieme l’antico e il moderno. Non è detto che funzioni sempre, ma almeno c’è una possibilità in più di trovarsi qualcosa di bello sotto gli occhi.

Dall’acquedotto della settimana scorsa alle terme di questa; eccoci a Caracalla (dove “I romani giocavano a palla, dopo il bagno verso le tre, tira tira a me, che la tiro a te, e poi gridavan: Olé!”, canzoncina di Clara Jaione, anni ’50, a dimostrazione che i testi cretini c’erano allora come ci sono adesso). Clara era anche famosa per altri due capolavori dello stesso genere: “Arrivano i nostri (a cavallo di un caval)” e “I pompieri di Viggiù”.

Qui alle Terme di Caracalla ci sono due eventi in corso. Il primo: la preparazione dei tre grandi concerti di Morricone in programma nei prossimi giorni. Gli operai formicolano con i loro caschetti gialli a tirar su il palcoscenico e i sedili dell’enorme platea (già tutta sold out).

E poi c’è la mostra retrospettiva delle sculture di Mauro Staccioli.

Caldo e uniforme è il colore dei mattoni, che prendono così bene la luce del sole. In realtà noi vediamo quello che gli antichi neanche immaginavano, perché all’epoca tutto era rivestito di marmo, bianco o colorato, di intonaco affrescato, intarsiato di mosaici; e quello che rimane oggi è come lo scheletro delle costruzioni moderne, solo che il materiale è molto più bello, più nobile, e il suo disintegrarsi lo rende più affascinante (vedi i mattoni di Venezia che più muffa e salnitro hanno addosso, più odorano di storia) e non è inesorabilmente misero come il cemento moderno dei pilastri sgranocchiati dal tempo.

Che dire delle opere di Staccioli? Che potrebbero anche non esserci per quanto poco ci cambiano la vista dei giganteschi scheletri murari. Ma bisogna anche dire che, dato che ci sono, ci stanno bene. La loro essenzialità (si tratta di basilari forme geometriche tridimensionali: cubi, parallelepipedi, cerchi), la loro materia, il metallo, tanto diverso dal mattone, e la loro dimensione, perché sono  grandissimi, dà loro la forza per reggere il confronto con l’ambiente dove sono capitati.

 

Quindi: benvenuta l’iniziativa. Oltre a farci conoscere Muro Staccioli, ci ha riportati, in un pomeriggio con il tramonto giusto, a rivedere questa testimonianza di antica grandezza che rimane lì ferma da soli venti secoli e sembra intenzionata a durarne altrettanti (sempre che la grettezza degli umani non riprovi, come già fatto in passato, a tirarne fuori ancora qualcosa di riutilizzabile). 


…e a questo punto, eccoci all’argomento che siamo riusciti a evitare finora, ma che ormai ci sta addosso; e non si sfugge.

Ma, se ci piacciono tanto le grandi rovine romane, anche se ridotte al solo scheletro di mattoni, o a qualche colossale colonna, perché invece non riusciamo a farci piacere il Vittoriano (altrimenti detto Altare della Patria, Tomba del Milite Ignoto, Macchina da Scrivere, Torta Nuziale, Vespasiano e così via oltraggiando)?

Che è un edificio maestoso, ingombrante, marmoreo e retorico, come sicuramente erano tutti i templi e i palazzi della Roma Imperiale. Alcuni dicono: è troppo bianco; le pietre antiche erano dipinte. Possibile, ma non ci crediamo del tutto. Se fosse stato così, perché fare le colonne con un tipo di marmo e i capitelli con un altro? Certo, qualche spennellata di colore qua e là ci sarà stata, ma, dato che gli antichi non erano stupidi, perché avrebbero dovuto coprire con la vernice dei marmi che sono bellissimi per come sono: taglio, venature, sfumature, colori.

Insomma, secondo noi il Vittoriano è la fedele rappresentazione di un equivalente SPQR di due millenni fa.

E allora ci frulla per la testa un altro pensiero: non sarà il tempo che fa la differenza?

Quello che devasta le nostre facce umane con la sua semina di rughe, borse, nei, bargigli e orride verruche, fa così tanto bene a un pezzo di travertino, a una scheggia di marmo, a un frammento di bronzo da dargli con il suo rosichìo implacabile una nobiltà che magari prima non avevano?

 

E siccome non abbiamo la risposta, vi salutiamo. A lunedì prossimo.

Audace colpo della Caritas

           

 

Edizione straordinaria. Da fonte attendibile apprendiamo quanto segue: la Caritas, nota organizzazione benefica sarebbe riuscita dove neanche la fantasia del più scatenato Camilleri si è mai avventurata. Infiltrandosi fra le maglie dell’organizzazione di un importante evento e con la sicura complicità di una non meglio identificata ditta svizzera di gestione dati informatici, sarebbe arrivata a sabotare  l’evento in questione inficiandone lo svolgimento e finalmente mettendo le mani sul ricchissimo buffet allestito per i partecipanti, per varie ragioni impossibilitati a consumarlo, destinandolo ai poveri e agli affamati di cui la Caritas stessa si occupa a tempo pieno.

Ecco i fatti.


Roma, 13 giugno 2018. Alla Nuvola di Fuksas, è convocato il congresso della Società Italiana degli Autori ed Editori, la prima riunione nazionale dopo cinque anni, in cui si fa il punto della situazione e, ancora più importante, si voteranno i nuovi organi.

L’indirizzo è prestigioso e ambito, le hostess graziose ed efficienti, i controlli all’ingresso sempre cortesi.

Per noi che abitiamo in città, è facile recarci sul luogo del delitto, rispettando il discutibile obbligo di registrarci come votanti la mattina presto, mentre le urne si apriranno alle 13.30. Va bene, ci alziamo dal letto un po’ prima, ritiriamo il badge e in attesa dei discorsi, approfittiamo delle montagnole di squisiti cornetti che ci tentano, insieme al caffè, da vari tavoli dell’ingresso. Ci dicono che per gli associati fuori città ci sono obblighi di contatto telematico lungo tutta la giornata elettorale, senza interruzione, mentre per le deleghe servono certificazioni notarili e altri adempimenti (complicare le cose semplici è sempre stato uno sfizio nazionale).

E’ chiaro che oltre agli obblighi istituzionali, queste occasioni servono per salutarci e riconoscerci fra noi, talvolta a fatica per gli anni, talvolta mentendo calorosamente: “Non sei cambiata.” “Sembri più giovane!”

Ci accomodiamo nel salone del centro congressi. Prima degli interventi degli associati ascoltiamo il sentito e ben documentato discorso del presidente uscente Filippo Sugar, che con parole semplici e piglio giovanilmente amichevole ci illustra come e qualmente la SIAE, fra gli istituti omologhi di riscossione diritti d’autore, sia la più efficiente, la meglio organizzata, quella che trattiene gli aggi più bassi e così via. Insomma, rispetto dell’artista e trionfo della tecnologia dal volto umano.

E poi si va al voto. Di nuovo le cortesi ragazze aiutano molti di noi, gente d’altri tempi, a scegliere, usando tablet modernissimi su cui sono riportati gli elenchi delle liste elettorali, quella che ognuno vuole sostenere. Ah, che meraviglia, com’è semplice questo nuovo sistema: una volta capito come funziona, ci se la cava in un attimo.

S’è fatta l’ora di pranzo e quelli di noi che hanno compiuto il proprio dovere di elettore, si avviano scherzando e ridendo verso la sala, la cui parete di fondo è occupata da un tavolo di mezzo chilometro coperto da ogni bendidio gastronomico.

Con una mano protesa verso il tramezzino ci colpisce all’improvviso, attraverso gli altoparlanti, una voce che ci richiama nella sala congressi. E qui, ecco il vero colpo di scena, il presidente annuncia che, scherzando e ridendo, dall’elenco delle liste presentate per essere sottoposte (ufficialmente, non dimentichiamolo) al nostro voto ne manca una: la tecnologica società svizzera di cui sopra ha dimenticato di inserirla.

Costernazione: molti che hanno già votato se ne sono andati. Richiamarli? Ma come? E noi presenti? Bisogna rifare tutto dall’inizio? Impossibile. Allora l’unica strada da seguire è annullare la riunione e indirne un’altra al più presto. Anche se c’è l’estate che incalza.

E i tramezzini che rischiano di andare a male, perché nessuno ha più fame.

Il presidente Sugar appare sempre più dispiaciuto man mano che la situazione precipita nella infelice conclusione all’italiana (ma stavolta con il forte contributo elvetico).

Alla fine non c’è altro da fare: si chiude la baracca e tutti a casa.

Purtroppo, a questo punto, la fantascientifica notizia con cui avevamo aperto la nostra fantascientifica cronaca comincia a non sembrarci più così fantascientifica.

 

 

Ruderi e serpenti


C’era una volta l’Acquedotto Claudio, il più bello, che insieme a tanti altri attraversava il territorio a sud est di Roma su archi di tufo altissimi e maestosi.

Suggestivi i quadri della paesaggistica romantica del sette-ottocento, e poi le fotografie seppia del primo novecento con le immagini della campagna romana, e sullo sfondo quelle serie di archi barbuti di felci, estesi fino all’orizzonte. Cosa ci può essere di più profondamente intrecciato con la natura di questi ruderi, di più spirituale ed evocativo della grandezza imperiale? Invece di rispondere a questa domanda vorremmo azzardare una ricostruzione.


Ecco cosa probabilmente succedeva venti secoli fa di fronte a queste romantiche rovine (viste oggi), in realtà fastidiosi manufatti industriali (visti allora). Li sentiamo protestare, i signorotti latifondisti, contro quelle barriere moderne ingombranti e volgari che gli riempivano il panorama e gli facevano calare il valore degli iugeri; e i loro fattori imprecare contro quegli archi che gli spaventavano i maiali e facevano seccare il latte alle capre, che impedivano la vista dei colli vicini e con la loro altezza bloccavano il ponentino rinfrescante del pomeriggio favorendo le pestilenze. Naturalmente senza un pensiero sul progetto che dava alla città le terme, le fontane, l’igiene e il benessere di tutti.

Bene, nel dugento, sull’incrocio fra il nostro Acquedotto Claudio e l’altro, il Marcio, poi diventato Felice, ridotti entrambi a ruderi dai barbari e dal tempo, fu costruita una bella torre, che sta ancora in piedi, a testimoniare della solidità dei manufatti antichi: Tor Fiscale.

Restaurata e ripulita ci è stata restituita con una gran festa campestre il primo giugno. Banda musicale, merenda di bambini ed emozione a rivedere nei muri le tracce dei grandi archi imperiali, ben chiari nella struttura.

Ma non solo. I restauratori hanno deciso (e hanno fatto bene) di lasciare in vista anche altre tracce, molto più recenti e molto più miserabili: quelle dell’occupazione dei profughi che nell’immediato dopoguerra arrivavano dalle campagne e dalle cittadine laziali distrutte dai bombardamenti, e per avvicinarsi alla metropoli dove speravano in una nuova vita, occupavano qualunque spazio che potesse funzionare da casa provvisoria, da baracca in cui sopravvivere: una manna i tanti archi degli acquedotti, che in quella zona erano numerosi e pronti all’uso.

Ecco perché alla base di Tor Fiscale rimangono, impudiche, le pareti ancora imbiancate di calce delle baracche che le si appoggiavano contro, o sopravvive questo armadio a muro, rozzo e improvvisato, che si apre nel pilastro di un arco dell’Acquedotto Felice, intonacato e ridotto a promiscua abitazione in cui certamente si ammassava una famiglia numerosa e miserabile di quegli anni.

 

 



Tre secoli fa le guide del grand tour mettevano in guardia i viaggiatori che arrivavano dal nord: attenzione, i ruderi sono pieni di serpenti. Magari innocui biscioni, ma c’erano ed erano tanti.

Non certo del genere che siamo andati ad ammirare qualche giorno dopo al New Curiosity Shop di Bulgari. A Via Condotti, accanto al negozio storico c’è questo nuovo spazio dedicato per l’occasione a una notevole mostra di quadri e sculture imperniate sulla tradizionale icona della Maison: il serpente.

Opere di Fornasetti, Vasconcelos, Niki de Saint Phalle, Starr, contemporanee pitture cinesi insieme a copertine di moda del passato e oggettistica quotidiana: tutto serpentiforme.

E poi, ovvio, i gioielli veri a forma di colubro: braccialetti, cinturini, orologi, collari, anelli, uno più inquieto e scintillante dell’altro.

 

Naturalmente, anche se il contrasto fra il prezioso lavoro di microscopica chirurgia dell’orafo per unire oro, argento e pietre preziose e farne un gioiello, e il rozzo sforzo da parte di incolti muratori del medioevo per recuperare tufi e mattoni spezzati di un’epoca lontana per costruirci una torre militare sembra incolmabile, in realtà si tratta della stessa azione: fare qualcosa di bello (e anche, ma non necessariamente, di utile).

Povera Roma, stupida e suicida


Fine maggio. C’è un evento interessante nella chiesa di S. Lorenzo in Miranda. Non la conosciamo, e allora decidiamo: si va.

Premessa storico-artistica: la chiesa è ora, dopo vari rifacimenti nei secoli, una costruzione barocca di proprietà del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico. Bella e uguale a tante altre dello stesso periodo: piena di belle cappelle e begli altari, con bei quadri e belle sculture, solo più pulita e meglio illuminata di tante altre.

Ma non è questo il punto. Il punto è che S. Lorenzo è costruito dentro un tempio del Foro Romano, quello di Antonino e Faustina. E l’unicità del monumento è la presenza, davanti alla facciata in mattoni della chiesa, di tutte le colonne del tempio. Tutte ancora in piedi.

Anche se marcate dalle criminali tracce incise dagli straccioni medievali per farci scorrere le corde che, attaccate a un traino di buoi sarebbero servite a buttare giù questi meravigliosi monoliti di marmo, la cui estrazione era sicuramente costata la vita a più d’uno schiavo, solo per ricavarne mozziconi da bruciare in qualche forno per fare calce.
Mancano un paio di giorni alla sfilata del due giugno; perciò squadrette e squadroni di soldati sono lì a tirare su le tribune, e questo blocca quasi tutti i varchi per i pedoni.

 

L’unico accesso da Via dei Fori Imperiali è Via della Salara Vecchia, dove c’è anche la biglietteria d’ingresso al Foro, e, al solito, mandrie di turisti in attesa. 

E qui comincia la nostra avventura di romani (non antichi; contemporanei, purtroppo). Il primo saluto ce lo dà questa deliziosa bestiola che passeggia tranquilla a filo di marciapiede proprio lì davanti. L’immagine è mossa non perché il topone sia in fuga: è al fotografo che, per la fifa, trema un po’ la mano.

I turisti ridacchiano, come facevamo noi hippy negli anni ’60 quando, girando per le stradine di Dakar o lungo le rive del Gange a Benares, incontravamo, accompagnati da blatte grosse come panini, i ben pasciuti ratti tropicali. Molto pittoreschi; tanto poi, noi hippy allora, come i turisti oggi, ce ne tornavamo tranquilli a casa nostra.
Ma qui e oggi, a casa nostra noi ci stiamo già, perciò, avanti con l’itinerario. 

Per salire a Via in Miranda, dov’è l’ingresso laterale della chiesa è indispensabile prendere una breve rampa di scale. Bene (e non dimentichiamo che ci si trova a meno di dieci metri dall’ingresso del Foro, luogo simbolo di due millenni della nostra storia e, particolare non trascurabile, fonte di una buona parte del nostro reddito turistico), affrontare questa sgangherata scaletta ci riporta ai nostri ricordi da globetrotter, quando, per mancanza di fondi o per pauperistica scelta ideologica, alloggiavamo in locande fornite di latrine che oggi farebbero inorridire anche un mendicante lebbroso di quelle zone.

Sulla scala, una puzza di urina che toglie il fiato, e i gradini cosparsi di feci decisamente umane (vedi foto) fra le quali bisogna districarsi con uno slalom ad alto rischio. Ma da qui si deve passare per forza.

Beh, certo, poi si arriva, e ci mancherebbe altro, alla solita grande bellezza. Perché, una volta in chiesa (siamo al tramonto e ormai al sicuro da escrementi e roditori giganti) e prima che cominci il programma, spalancano per noi il portone principale, ed ecco il quadro che ci si presenta.

Da rimanere senza fiato, chi potrebbe negarlo?

Adesso senza fiato per la struggente meraviglia di quel panorama al di là delle colonne; poco prima senza fiato per il rischio di asfissia da ammoniaca.

Certo che anche i Nobili Farmacisti, in occasione dell’incontro, una passata di varechina gliela potevano far dare a quella scaletta…

Ma perché succede questo?

E’ il proverbiale cane (in questo caso potremmo dire topo) che si morde la coda. Il comune non pulisce, lo stato è assente e allora non lo faccio neanche io, anche se succede sulla porta di casa mia.

E così finiamo tutti nella merda.

Intanto una lontana fisarmonica suona lo stesso tormentoso arrangiamento di “Le foglie morte” ininterrottamente, insopportabilmente, da quando siamo arrivati a quando ci allontaniamo, a sera inoltrata, dopo lo spettacolo.

Siamo addolorati.

Per la musica, per i topi, per la puzza, per le feci. Per lo spreco.

Povera Roma, stupida e suicida.

 

 

Wonderful Roma!


Wonderful Roma!

Al centro di Roma, nel rione Campo Marzio, particolarmente ferito dagli sventramenti degli anni ‘30, c’è una stradina, Via della Frezza, precisamente al limite fra la fila di case sette-ottocentesche rimaste intatte durante lo scempio, a sinistra; e a destra il retro degli incombenti palazzoni razionalisti progettati dall’architetto Ballio Morpurgo e costruiti come una tenaglia intorno al recuperato Mausoleo di Augusto.

Bene, questa stradina, ridotta negli anni a insignificante parcheggio, con negozietti di scarso interesse, l’anno scorso è stata finalmente promossa a salotto urbano: più pedoni a passeggio (ancora non molti; ci vogliono mesi per far capire ai romani che qualcosa è cambiato, soprattutto se in meglio), via le auto,  marciapiedi allargati, raddrizzati e muniti di panchine e alberelli, qualche baretto, qualche negozio carino, e fra questi (veniamo a noi) la “Vinyl Room”, una bottega di dischi, ovviamente vintage, gestita dai due figli di Francesco De Gregori.

Lì, giovedì 17 maggio, De Gregori padre e l’amico Barbarossa hanno presentato l’ultima produzione di Luca, “Roma è de tutti”. Un incontro quasi in famiglia.  E’ stato soprendente vedere, arrivando, un muro di folla che bloccava interamente la strada; uno spettacolo assolutamente nuovo per la zona. L’evento è andata avanti molto informale e amichevole, con qualche cantatina e qualche chiacchierata al microfono; dopo di che è arrivato il rinfresco: vino eccellente  (rarità in queste occasioni) e squisitezze alimentari.

 

E, spettacolo nello spettacolo, una coppia di turisti americani, transitante di lì per caso, proprio mentre un cameriere si aggirava con un vassoio. Acchiappato il primo bicchiere, i due non se ne sono più andati, hanno cominciato a spizzicare panini e pizzette, a fare il bis, il tris, il quadris dei calici e alla fine, quando tutti ci stavamo salutando, i due erano ancora lì a festeggiare, adagiati su una delle provvidenziali panchine fornite dall’associazione di zona, ultrafelici e completamente sbronzi, berciando a due voci: “Wonderful Roma!!!”


       

Una memoria da elefante

E’ quella della pelle; perché la pelle non dimentica e accumula, come fa un avaro con le sue monete, i danni subiti dal sole per tutta la vita. Che paura! Il rischio immediato è la scottatura, la comparsa di malattie cutanee e il danno acuto sui nei. Ma a lungo termine abbiamo anche macchie, invecchiamento precoce e sviluppo di cheratosi attiniche e tumori cutanei. Una catastrofe. Un bilancio disastroso. E tutto questo per la tintarella.

Roba da matti, anzi, roba da dermatologi. L’11 maggio, nell’ultimo incontro della serie “Questioni di pelle” organizzata dall’Associazione DermArt, Massimo Papi, il patron e abile conduttore della manifestazione, ci ha terrorizzati con la descrizione, accompagnata da raccapriccianti immagini fotografiche, di tutti i danni che riesce a fare il sole, nemico dichiarato per chi lo sa, e subdolo per gli sprovveduti, che sono la maggior parte di noi, della pelle.

Nella letteratura di fantascienza molti sono i racconti in cui gli eroi si trovano a sopravvivere in una terra morente o già morta solo perché, per una minima variazione dell’orbita, il nostro pianeta ormai passa troppo vicino alla sua stella, e il calore eccessivo disidrata animali e piante e di tutto fa (mai espressione è stata più adatta) terra bruciata.

Nella realtà succede proprio questo alla nostra pelle. Ma (e a questo punto dobbiamo segnalare una possibilità di riscatto per l’assassino astrale) alla distanza giusta e con l’esposizione giusta, il sole riesce a farci del bene migliorandoci l’umore, favorendo la produzione di vitamina D, indispensabile per le ossa, e liberandoci di alcune malattie cutanee.

E allora, che fare? Proteggerci, naturalmente. Cappelli, maniche lunghe, vezzosi guantini e creme.

Non ci si venga a dire che un bel colorito bronzeo dell’epidermide vale il prezzo che si paga dopo. Belle ragazze bionde che a un certo punto diventano terrificanti carampane o aitanti marinai mediterranei che si trasformano in cotiche rinsecchite.

Forse si tratta di terrorismo di stagione, comunque DermArt ci dice: meglio stare attenti.

E ci rivediamo a settembre (con loro; noi continuiamo).

 

 

Lars von Trier ci fa un baffo

  

Pare che il film presentato fuori concorso da Lars von Trier a Cannes, “The house that Jack built” abbia scandalizzato, inorridito e probabilmente spaventato pubblico e critici per la esagerata quantità di sangue, torture, eviscerazioni, amputazioni e smembramenti che contiene, tanto che a fine proiezione la sala era mezza vuota (anche per la noia e la scarsa qualità del prodotto; parola di alcuni giornalisti maligni).  

Come annunciato nel titolo, a noi Lars von Trier ci fa un baffo. A noi cattolici, intendiamo. Perché a noi cattolici la materia del contendere ci è rappresentata, raccontata, imposta in tutti i suoi particolari splatter da secoli. Anzi, noi di Roma abbiamo a disposizione addirittura un museo privilegiato, una specie di catalogo monumentale di questo tipo di terrorismo immaginifico.

E’ in una delle più vecchie chiese della città, Santo Stefano Rotondo.

Essendo Rotondo, Santo Stefano ha ovviamente una circonferenza, marcata da una quarantina di colonne collegate da un muro. E su questo muro c’è il meglio del sadomaso (a scopo educativo intendiamoci) che la chiesa sia riuscita a farsi venire in mente: il Martirologio.

Si tratta di una serie di grandi affreschi attribuiti al Pomarancio che, sugli intonaci fra una colonna e l’altra, raccontano con viva attenzione al dettaglio macabro, morboso e sanguinolento le più fantasiose torture che quei cattivoni dei romani infliggevano, secondo la tradizione, ai martiri cristiani.

E’ un catalogo completo di tutte le nefandezze realmente commesse dai persecutori, e di quelle immaginarie, partorite dalla mente malata di coloro a cui era affidato il compito di spaventare la brava gente (o gli sciocchi, come si vuole).

Ogni quadro è accompagnato da didascalie, piuttosto sgrammaticate per la verità (vedi foto), dove, per il fedele che non avesse capito bene il senso del messaggio visivo, sono spiegati a parole i tormenti. Con, belli chiari, i nomi degli imperatori crudeli: Diocleziano, Massenzio, Nerone, Domiziano.

 

Ecco la lista di alcune delle più pittoresche torture, dipinte e spiegate sulle pareti di S. Stefano, un vero trionfo dell’immaginazione.

        I poveri martiri sono:

1.  Appesi per i polsi, stirati da un macigno legato ai piedi e trafitti dalle lance di molti soldati.

2. Soffocati con il piombo fuso versato in bocca da un crogiolo.

3.      Dati in pasto a un branco di leoni con buffe facce da gatto.

4.      Decapitati; ma anche dopo che la testa è rotolata per terra e il sangue zampilla dal collo, loro rimangono in ginocchio, le mani giunte in devota preghiera.

5.      Legati a tori ferocissimi per essere smembrati.

6.      Lapidati con bei sassi artistici della misura giusta.

7.      Crocifissi a testa in giù sopra un fuocherello acceso.

8. Bolliti nell’olio o nell’acqua (la didascalia spiega i differenti tempi di cottura).

9.      Bruciati (vivi, naturalmente).

10.  Sepolti (vivi, naturalmente).

11.  Bambini sgozzati a mucchi.

12.  Mani, lingue, nasi tagliati.

13.  Schiacciati fra due enormi lastre di pietra. In primo piano nell’affresco, quelli che aspettano la tortura sdraiati per terra sembrano tranquillamente appisolati sull’erba. A metà della composizione pittorica c’è la vittima di turno a sandwich fra i due pietroni. Sullo sfondo, la fila di quelli già pressati, piatti come cotolette.

14.  Tagliati a tranci come un tonno al mercato del pesce (vedi foto).

15.  Cavati gli occhi, bruciate le mani, trafitta la gola, rosolati in graticola, ecc. (tutto diligentemente annotato nei testi).

16.  L’ultimo e il migliore: un nutrito gruppo di martiri tutti insieme a mollo in un pentolone di pece bollente con la regolamentare faccia beata degli eletti dal Signore, mentre un satanasso di carnefice in piedi sul bordo della vasca li rigira con un mestolone.

Come detto all’inizio: a noi cattolici Lars von Trier ci fa un baffo, un bel baffo a tortiglione.

 

 

P.S. Per chi ha la memoria lunga; ebbene sì, lo confessiamo: una parte di questo articolo è ripresa da un numero del Cavalier Serpente di un paio d’anni fa, ma il collegamento con il Festival di Cannes era troppo ghiotto per farcelo sfuggire. Abbiamo ceduto.

Roma, la grande bell...


Fondazione Cerasi

Questa goffa trippellona, opera di Antonietta Raphael e da lei battezzata “Fuga da Sodoma”, ci riceve al pianterreno di Palazzo Merulana dove ci viene offerta in questi giorni, in una specie di museo che è in realtà un salotto artistico, la collezione Cerasi, una raccolta di opere italiane, principalmente del primo novecento, fino ad ora privata, adesso messa a disposizione dei romani.


Nella raccolta, benissimo organizzata da Fabio Benzi, fra i tanti presenti, Cambellotti, De Chirico, Casorati, Donghi, Severini e altri, ci sono anche alcuni artisti con opere di prima della metamorfosi; uno per tutti Capogrossi, che qui figura con un paio di quadri figurativi molto belli (come si sa poi perse la brocca e si fissò sui suoi famosi pettini, senza più cambiare soggetto).

Al quarto piano c’è una grande sala riunioni con le finestre sfiorate dai platani di Via Merulana, e in cima a tutto si stende sotto il sole la solita gloria dei palazzi romani: una immensa terrazza che si affaccia sugli alberi, sul cielo e sulla lontana facciata, con obelisco aggiunto, di San Giovanni in Laterano.

Ci pare anche carino sottolineare che questo bel posto non ci è costato un euro (a noi cittadini) perché è il risultato di una botta di mecenatismo della famiglia Cerasi, che ha restaurato quella che era una baracca cadente e l’ha riempita dei begli oggetti che prima si teneva in casa.

 

Se non fosse per l’infernale difficoltà di parcheggio (lo sappiamo che si manifesta in tutta Roma, ma questa zona appare particolarmente colpita dal morbo) ce la sentiremmo di consigliare una visita agli amici. Oltretutto, appena entrati, c’è un simpatico baretto con un paio di tavolini all’aperto. Merita.



Omaggio alla resistenza
.
Degli esecutori, ma anche di noi del pubblico. Ecco la spiegazione. L’evento fa parte del Festival Lituano Flux di cui abbiamo scritto la settimana scorsa. Ci pare di avere espresso allora qualche perplessità sul genere di piatti che ci sarebbero stati serviti. Avevamo ragione da vendere.

Lo spettacolo si svolge come segue: Cortile di Palazzo Braschi; la giornata è tiepida, la location splendida, niente da dire. Però poi c’è l’esecuzione: dodici minuti, durante i quali il clarinettista, sfruttando la respirazione circolare (chissà come fanno, un’invidia!) emette sempre la stessa nota, un Mib basso, senza fermarsi mai, mentre la povera ballerina, per la stessa durata rimane sulle punte girando lentamente su sé stessa come una figurina da carillon (amiche che hanno studiato danza ci parlano di una vera tortura). Niente altro. La performance ovviamente si intitola “Pirouette”.

Come abbiamo ribadito più volte, la benedizione di tutto quello che succede a Roma è che, anche se lo spettacolo fa schifo, la città, no. Cioè, sì, ma in qualche modo si salva lo stesso. E allora non importa quanto hai provato o cosa vuoi raccontare, e come. Il che è nello stesso tempo anche una maledizione perché, allora, a che serve studiare per fare meglio?

Capite? Basta uscire dal cortile di cui sopra, imboccare un passaggio, sbucare da un portone per trovarsi davanti uno spettacolo come questo. Si chiama Piazza Navona.

E’ chiaro che allora va bene tutto.

 

 

Rìcolaaa...


Il giuramento delle Guardie Svizzere.

Rìcolaaa… è il richiamo (spot pubblicitario delle caramelle) che ci è salito alla gola vedendo a un certo punto della cerimonia tre magnifici giovanotti in elmo, corazza e pennacchio presentarsi imbracciando tre spropositati alpenhorn che hanno appoggiato non sui verdi prati dell’alta val Pusteria, ma sui grigi sanpietrini del Cortile di San Damaso in Vaticano e poi ci hanno dato dentro emettendo un bel coro di muggiti di approssimativa intonazione ma di sicura suggestione, anche se vagamente fuori contesto.

6 maggio 2018, giuramento delle Guardie Svizzere. Nel 1527, durante il Sacco di Roma, 147 di loro ci rimisero la vita per difendere il papa dai lanzichenecchi. In loro memoria si tiene questa cerimonia, la quale, pur avendo luogo a Roma, comincia, come da programma, alle cinque in punto e finisce, come da programma, mentre l’orologio del cortile batte le sei. Siamo a Roma, dicevamo, ma loro sono svizzeri: questo spiega la anormale puntualità.

Una gran festa davvero. I luoghi, non c’è bisogno di dirlo, sono bellissimi; le divise (a quanto pare, ma non è certo, disegnate da Michelangelo) sono eleganti, colorate e stano a pennello addosso a quegli stangoni; le mamme e i papà svizzeri dei cadetti, presenti in gran numero, sono composti e si guardano bene dall’applaudire o mandare baci ai loro giuggioloni, come probabilmente avrebbe fatto qualche mamma nostrana; le marce, i dietrofront, gli omaggi alla bandiera durante il giuramento filano in una simmetria e in un ordine perfetti. Insomma, il quadro si presenta inappuntabile.

Noi qualche gustosa incongruenza l’abbiamo rilevata, ma, e davvero vogliamo sottolinearlo, senza neanche vagamente sminuire l’emozione della cerimonia.

La banda è una normalissima banda di ottoni, ma, non c’è niente da fare, un sax tenore in bocca a un maestro in brache e ghette a strisce gialle e viola, corazza scintillante e gorgiera bianca fa un certo effetto anacronistico. Come il programma musicale che, accanto all’inno pontificio di Gounod e ad altri decorosi classici ottocenteschi ci presenta un gospel ben poco vaticano: “Oh happy day”.

Sono sciocchezze, lo sappiamo, ma ci fanno sorridere. Come ci ha fatto sorridere, ma con un brivido, l’apprendere in questa occasione che il rappresentante della segreteria di stato pontificia è Monsignor Paolo Borgia.

 

Un nome che, soprattutto da quelle parti, ha una fama non proprio specchiata.



       Flux
. Si inaugura in questi giorni Flux, il Festival Lituano delle arti, organizzato a Roma, nel primo centenario della Repubblica Lituana, un paese fresco e piccolo: pare che in tutto abbia meno abitanti di Roma.

C’è in programma una serie di mostre, proiezioni, spettacoli teatrali e concerti che durerà una decina di giorni. Non ne abbiamo ancora visto nessuno, ma eravamo alla conferenza stampa di presentazione e ci siamo letti con attenzione la copiosa letteratura che accompagna l’iniziativa.

Come ciliegina in cima a una torta dal gusto ignoto (la lingua lituana è totalmente incomprensibile), ci hanno colpito i cognomi di alcuni degli artisti presenti, evocativi, per un lettore italiano un po’ malizioso, di una squadra di supereroi cattivi. C’è il video maker Deimantas Narkevicius (chi non penserebbe a un rocker del passato, tale Sid Vicious dei Sex Pistols: sex ‘n drugs ‘n rock ‘n roll). E c’è il jazzista Eugenijus Kanevicius (riferimento obbligato alla malavita e ai combattimenti di doberman e rottweiler). E poi il più famoso di tutti, il regista teatrale Eimuntas Nekrosius (per lui basta una parola: Allegria!).

 

Promettiamo osservazioni un po’ meno sceme di queste sui prossimi spettacoli del Festival.


 

"Billions”: Las Vegas all’amatriciana

Sul Grande Raccordo Anulare c’è un luogo che di giorno è un capannone qualsiasi, ma di sera si mette a rutilare e, a quanto abbiamo visto, attrae schiere di massaie assatanate, coppie un po’ ambigue e uomini  soli: tutti inchiodati davanti ai pulsanti a sfidare la sorte e, immaginiamo, a spararsi i pochi euri risparmiati sulla spesa, o i tanti accumulati in modo probabilmente discutibile.

Si tratta, è ovvio, di una sala giochi, il Billions, che, fornita anche di un palcoscenico per concerti, sorge nel nulla della campagna di fianco all’autostrada: uno non ci si ferma per caso, di sicuro. Chi ci va, ci va di proposito per passare un’ora o mezza giornata in un isolamento alienato con un unico contatto: la macchinetta.

Noi eravamo lì per ascoltare un gruppo musicale che festeggiava l’uscita del suo primo vinile, e ci è venuta in mente una serata di parecchi anni fa trascorsa a Las Vegas, in un salone dieci volte più grande, con dieci volte tante macchinette mangiasoldi, ma con gli stessi neon colorati e un palcoscenico, naturalmente ben più sontuoso e soprattutto con sopra Frank Sinatra.

Ma, a parte questo dovuto ridimensionamento delle proporzioni, gli abiti dimessi delle massaie, quelli sgargianti dei mezzi malavitosi, le facce e infine l’abbandono smarrito dei giocatori erano esattamente gli stessi.

Globalizzazione delle dipendenze?

 

Santa Bibiana ha perso un dito!

Santa Bibiana ha perso un dito!

Questa è la notizia che leggiamo sulla stampa di oggi.

Di Santa Bibiana avevamo già raccontato un paio di mesi fa la meraviglia che ci aveva colpiti ritrovandola fuori di casa sua, e precisamente alla grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese: “…abbiamo visto per la prima volta un non finito beniniano (convinti fino a oggi che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo), e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa dalle parti di Piazza Vittorio, dove stava infilata in una nicchia, quindi senza bisogno di mostrare un didietro ben rifinito.

E invece adesso, issata su un piedistallo intorno al quale si gira senza problemi, ci presenta tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.

Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese e che soprattutto, come sempre per i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne”.

Solo che, a quanto pare, durante il viaggio di ritorno a casa dev’essere successo qualcosa per cui adesso la mano rivolta al cielo della santa si ritrova senza il dito anulare. Del quale, sempre secondo la stampa, non si sa se si è perso, se ce l’hanno in sacrestia, magari in frammenti, se sarà possibile riattaccarlo. Insomma, c’è trepidazione in proposito.

 

E giustamente, perché a nessuno come a Bernini riesce a perfezione la riproduzione del reale, e ancora meglio presentare un pezzo di sasso rigido e freddo come il marmo mutato miracolosamente dalle sue mani in una seta morbida e calda.


Noi non siamo del mestiere e forse per questo ci ha sempre affascinato la capacità di un artista, che è anche un po’, anzi molto, artigiano, di controllare con infinita pazienza, talento e continua sostituzione di utensili l’intervento su qualcosa di imprevedibile come il marmo e, un colpetto di scalpello qua, una levigatina garbata là, farlo diventare un profilo, un fiore, un dito.

E, appunto, non essendo del mestiere siamo rimasti come folgorati quando ci è apparso pietrificato, è il caso di dirlo, un momento di questo processo (non sapremmo dire quale, ma certo abbastanza avanzato da farci intuire cosa c’era prima e cosa ci sarebbe stato poi).

Eccolo. E’ la mano non ancora finita, ma riconoscibilissima nella sua struttura, addirittura nel movimento, di una madonna di autore ignoto che si trova nella sala capitolare del palazzo dei Domenicani alla Minerva.

 

A questo punto, anche se è una citazione rifritta, ci pare che corrisponda al nostro caso, e quindi vogliamo dichiararci totalmente d’accordo con Michelangelo Buonarroti quando diceva che scolpire è facilissimo: basta togliere da un blocco tutto il superfluo ed ecco che appare la figura che nel marmo c’era già. Da sempre.

Gaetano dei Cactus

Gaetano dei Cactus.

La settimana scorsa eravamo arrivati a Porta S. Sebastiano. Oggi proseguiamo sull’Appia Antica, ma solo pochi passi; infatti, quasi al bivio con l’Appia Pignatelli, davanti alla Cartiera Latina, ci fermiamo a uno sciccosissimo vivaio.

Ma è un falso allarme, perché lì non ci entriamo per niente; proprio a sinistra dello sciccosissimo ingresso dello sciccosissimo vivaio, segnalato da uno sgangherato cartello “Piante grasse da collezione”, parte un viottolo altrettanto sgangherato che dopo qualche curva ci porta a un cancello. Ci infiliamo in una jungla di erbacce alte due metri, capannoni di bandone e serre coperte da stracci, e ci viene incontro, scortato da un bastardino, Gaetano dei Cactus, piccolo, con la scoppola e uno stuzzicadenti che gli sta piantato in bocca come se proprio lì fosse germogliato dalle radici dei denti di latte.
Vendere, sì, venderebbe anche; ma in realtà gl’interessa di più parlare delle sue succulente, dei danni dell’ultima gelata, di un cereo che gli è cresciuto tanto da costringerlo a fare un buco nel tetto della serra, come se quel piccolo squarcio rovinasse la linea purissima della costruzione, sgangherata come il resto. Ci accompagna in giro per la sua proprietà, affascinante guazzabuglio di materiali vari (orgoglio di raccoglitore), vegetazione di ogni genere (orgoglio di coltivatore), perfino una vasca con carpe ornamentali, la più grossa e vecchia delle quali sale a galla per rubargli dalla mano dei granelli di cibo (orgoglio di allevatore).

Insomma, abbiamo di fronte un raro esemplare di vivaista sulla cui peculiarità non ci sono dubbi. Come non ce ne sono sul fatto che potrebbe avere la stessa veneranda età dei basoli dell’Appia. Merita una visita archeobotanica.

 

 

Tanto per rimanere in argomento, e in carreggiata, facciamo ancora qualche metro, sempre sull’Appia, ed eccoci al piazzale dell’Istituto Salesiano alle Catacombe di S. Callisto, al cospetto di una strabiliante esposizione di strabilianti cactacee che qualche appassionato custode (non siamo riusciti a sapere chi) coltiva in grandi vasi esposti in fila lungo la facciata. Vedere per credere (ingresso libero).



National Geographic.

Questa mirabile balena fatta di bottiglie di plastica usate è la mascotte del National Geographic Science Festival al Parco della Musica.

Come in tutti gli eventi ambientalisti, anche qui si respira una sottile, pungente aria di rimprovero per quanto poco noi umani facciamo per il nostro pianeta. Sensi di colpa aleggiano nell’aere e inviti a rimediare trasudano imperiosi da ogni parola e da ogni immagine. Tutto giusto, naturalmente, ma comunque inquietante. 

Ebbene, forse perché siamo anche noi peccatori, ci arriva la punizione la sera di martedì 17, con la visione e l’ascolto di un concerto dal vivo di musica di Philip Glass a commento della proiezione di foto naturalistiche di Frans Lanting.

L’invito appariva appetitoso; si rivela indigesto. Sala Sinopoli. Prima del concerto, una lunga e a nostro parere superflua introduzione del fotografo, che espone il percorso delle immagini: la storia della creazione e dello sviluppo della vita sulla Terra fino all’uomo, usando un tono narrativo tra il biblico e il new age, in inglese; per fortuna notevolmente alleggerito da un’interprete brava e spiritosa che provvede agli accenti e all’enfasi, dove servono.

Poi comincia lo spettacolo: le foto, anche loro bibliche e new age, di cieli, mari e bestie, purtroppo proiettate su uno schermo di dimensioni infelici (2 metri per 8), spesso raddoppiate, moltiplicate e comunque, forse per via del formato, davvero poco emozionanti (sarà anche perché siamo viziati da quelle bellissime, macro o micro, che ormai si vedono dovunque su riviste e documentari naturalistici). Con accompagnamento musicale.

A questo proposito, prima vogliamo ringraziare gli esecutori del Parco della Musica Contemporanea Ensemble: ottimi, diretti dall’ottimissimo Tonino Battista. Malgrado loro, però, ci corre l’obbligo di parlare dell’ora (senza pause, che sarebbero servite, eccome) di musica di Glass: un affanno di note piuttosto vecchieggianti, e, ci è parso, scarse d’ispirazione; un poema sinfonico con parecchi richiami a “Fantasia”, o addirittura a “La Mer”, anche quest’ultimo segnato, come sappiamo, da momenti di stanchezza abissale (a proposito di mare…), con la differenza che Debussy, tutto sommato, ci pare un po’ meglio.

Insomma, alla fine ci siamo trovati in una condizione che non ci è piaciuta per niente: pieni di suoni ma vuoti di musica. Eppure non possiamo dire che Glass ci abbia fatto sempre questo effetto. Che sia successo qualcosa? A lui, o a noi?

In aggiunta alla serata, tanto per non farci mancare niente, ci siamo ripassati due mostre, anche loro ben centrate sulla umana responsabilità verso la nostra unica e pericolante casa nello spazio.

La prima, “Photo Ark”: meravigliose foto di animali in via di estinzione.

La seconda, “Sulle tracce dei ghiacciai”: meravigliose foto di ghiacciai in via di scioglimento.

Meno male che a inizio serata ci eravamo fatti il nostro solito, meraviglioso Negroni, altrimenti non si sa se saremmo riusciti ad arrivare alla fine.

Il Gelosetto

Una lacrima.

Sfidiamo chiunque abbia la nostra età a trattenere una lacrima alla vista di questo attrezzo, che oggi è archeologia industriale, ma che ai tempi della nostra gioventù rappresentava il fiore della nuova tecnologia: il Gelosetto! Il primo registratore a nastro, scadente ma alla portata di tutti.

 

Lo abbiamo ritrovato l’otto aprile allo Spazio Risonanze del Parco della Musica in una mostra con un titolo più lungo del tempo che ci abbiamo messo a visitarla: “Frammenti di storia: L’Italia attraverso le impronte, le immagini e i sopralluoghi della Polizia Scientifica”. Una mostra fatta soprattutto di pannelli fotografici di tipo scolastico, quindi scarsi come appeal, però con qualche oggetto di interesse più che altro archeologico, tra cui l’emozionante reperto qui accanto fotografato.


Nessuna emozione.

E’ la sorprendente autodiagnosi che siamo stati costretti a formulare alla fine del giro nei saloni di Palazzo Braschi il pomeriggio del 10 alla inaugurazione della mostra “Canaletto 1697 – 1768”.

Naturalmente non era la prima volta che vedevamo le sue carinissime Venezie, con tutte le finestrine giuste sulle facciate, i campanili puntuti e le figurine dei passanti in mantella e bautta in Piazza S. Marco.

E malgrado sapienti accorgimenti dell’allestimento, tipo le pareti di alcune sale tinteggiate nello stesso identico azzurro dei cieli sulla laguna, e altri meno saggi, come far suonare dal vivo l’ovvio Vivaldi a un quartetto d’archi non proprio eccellente, non abbiamo cambiato opinione.

Però una cosa ci ha colpiti: una veduta (che non conoscevamo) della cordonata del Campidoglio con la scala dell’Aracoeli, piuttosto inquietante.

 

Ci siamo sentiti obbligati ad andare a controllare appena usciti. Effettivamente, a parte il contrasto fra l’idilliaca quiete del quadro coi panni stesi e le casette e la selvaggia realtà della foto, qualcosa di incongruo c’è: l’altimetria forse? Non capiamo.


Sospendiamo il giudizio.

13 aprile, all’interno di Porta S. Sebastiano, nelle Mura Aureliane, a cavallo della Via Appia Antica, si inaugura una mostra di opere degli allievi del Liceo Artistico Caravaggio. Mostra sulla quale, come direbbe, per cavarsi d’impaccio un critico d’arte professionista, sospendiamo il giudizio.

Comunque, come abbiamo notato spesso, a Roma più interessante dell’evento è lo spazio in cui questo ha luogo.

Il tratto delle mura che collega Porta S. Sebastiano con Porta Ardeatina è per l’occasione aperto al pubblico, e noi lo abbiamo percorso immaginando ciò che quelle rovine dovevano aver visto e vissuto in due millenni di storia, e soprattutto prendendo nota di uno straordinario capovolgimento di luoghi e significati.

L’esterno delle mura, visibile attraverso le feritoie per gli arcieri, che in passato doveva essere aperta e probabilmente spopolata campagna è ora tutto un gran traffico di automobili e motorini e scorci di periferie. Mentre l’interno, che ovviamente prima era la città popolata di case, botteghe, e magari ville, è ora una selvaggia foresta primordiale, liane e rampicanti, che si intravede attraverso gli archi del camminamento di ronda.

Una stravolta stupefazione di destini e storie. .


Ma, a proposito di storie, forse non tutti sanno che una novantina di anni fa gli austeri, anche se angusti spazi militari delle torri e delle postazioni per le catapulte di difesa della porta, erano stati restaurati, riarredati e messi a disposizione di uno dei più famigerati bellimbusti del regime, Ettore Muti, per un certo periodo segretario del Fascio, perché ne facesse uso come garçonniere, anzi, per adoperare un termine più adatto all’epoca, scannatoio, per portarci le ragazze che seduceva con il fascino della camicia nera.

Poi è finito come tutti sappiamo (particolarmente male per Muti), ma noi siamo riusciti a trovare una foto d’epoca, in cui i pavimenti spogli appaiono nobilitati (!) da pelli d’orso e i muri di mattoni grezzi impreziositi da tendaggi dannunziani; aggiungiamo al tutto un lettone peccaminoso e, hoplà, eccoci a un livello di cattivo gusto di sublime intensità, del tutto coerente con l’ideologia machista del tempo.

 

Aggiornamenti e confronti

Nell’attualità, la settimana corrente non ci ha offerto niente di interessante. Ma il passato sì; anzi, dopo qualche scavo negli archivi, ci sentiamo fortemente invogliati a fare dei confronti con il presente. Ne abbiano trovati di sorprendenti. Eccoli:

29 marzo 2015, stampa sportiva. GP di Motociclismo del Qatar. Valentino Rossi vince nel suo solito modo entusiasmante e sale sul podio insieme ad altri due italiani: festa grande, inno nazionale. Baci e abbracci e la regolamentare doccia di champagne.

Poi leggiamo che lo champagne (siamo in zona islamica) è analcolico. 

Qui c’e qualcosa di leggermente ridicolo, pur con tutto il rispetto delle tradizioni locali. Quelli vanno a 300 all’ora, si prendono a spallate sulla pista, rischiano la pelle e qualcuno ce la lascia; però lo champagne è analcolico. Mah!


6 aprile 2018. Con una notizia decisamente di colore locale il ridicolo esce dalla pista ed entra in cucina. Pare che il Rabbino Generale di Gerusalemme abbia dichiarato non kosher (siamo in zona ebraica), sulla base di potenziali intromissioni di insetti e vermetti nel cuore del delizioso alimento, il carciofo alla giudìa. 

Costernazione nei ristoranti del ghetto di Roma e di altre città d’Italia e del mondo. E stupefazione da parte nostra nel constatare che pur trovandoci nell’anno tecnologico 2018, nelle dispense di tanta gente continuano a vigere norme che (anche se avremmo la tentazione di definirle altrimenti) ci sentiamo comunque autorizzati a chiamare anacronistiche.

Da Facebook, 10 aprile 2015. “Nelle ultime ore i settori nordoccidentali dell’Italia sono sotto un massiccio attacco chimico. Dalle immagini satellitari della NASA si evidenziano chilometriche scie chimiche persistenti che si estendono dal Ponente Ligure a Piemonte e Lombardia. Se nelle prossime ore avvertite difficoltà a respirare, dolori ossei, febbre, rossore agli occhi, non è la primavera; basta alzare gli occhi al cielo per capire…” La fanfaluca sui poteri occulti e sulle loro trame ai nostri danni continua a inquinare i cervelli dei nostri simili, esponendo in magnifica evidenza l’umana stupidità. Mah!


Anno 2018 e probabilmente seguenti, la faccenda è di quelle a lunga durata. Una esigua, ma comunque pericolosa (per i propri e per gli altrui infanti) percentuale di genitori rifiuta di immunizzare i figli contro una quantità di malattie anche mortali che in passato facevano strage, convinti che le vaccinazioni possano provocare l’autismo. Si tratta del movimento NoVax, la più recente, ma di sicuro non l’ultima manifestazione dell’umana stupidità. Arimah!

Ottobre 1889. Dal diario di un alunno: “Provoca i più deboli di lui, ruba quando può, ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito. Odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate ed egli fa peggio. Sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo”. Non faremo ai nostri lettori l’oltraggio di svelare il nome di questo tipaccio, però per aiutarne il riconoscimento aggiungiamo che, più spesso che no: “l’infame rise”.

 

7 aprile 2018. Dalla cronaca (nera): “Prof. picchiati dai padri degli allievi: due aggressioni in un giorno”. A Palermo e a Torino, pugni e calci con conseguenti emorragie interne ed ecchimosi varie. Poi è venuto fuori che i ragazzi avevano riferito con qualche aggiunta di fantasia le presunte angherie subite dai professori. Gli adolescenti, si sa, si comportano spesso da lupi in veste d’agnello. Ma il vero aggiornamento è che i genitori una volta se ne andavano piangendo (vedi sopra) oggi menano. Mah!

1781. Mozart è cacciato a calci in culo dal conte Arco, camerlengo dell’arcivescovo Colloredo, presso il quale il nostro era a servizio, perché lui (Mozart) dopo il concerto pretendeva di cenare al piano di sopra con gli ospiti, pensando di averne il diritto, (primo passo verso l’ottenimento, da parte del padrone, del rispetto per l’artista: in pratica gli albori del diritto d’autore che avrebbe reso indipendenti questi ultimi) mentre l’altro (Colloredo), che lo considerava un servitore qualsiasi, voleva che mangiasse giù in cucina. 

Come si conclude l’aneddoto? Male: Mozart sbatte la porta, se ne va rinunciando ad avere un protettore nobile e, malgrado tutto il suo talento, finisce nella fossa comune del cimitero. Perché non c’era ancora il diritto d’autore.


8 aprile 2018. Sky, una delle piattaforme TV più importanti, di proprietà di Murdoch, decide di non pagare più i diritti d’autore su tutto quello che trasmette: musica, testi, filmati. Arriva addirittura alla faccia di bronzo di chiedere indietro quello che ha già pagato in passato alla SIAE, e quindi agli autori.

Due secoli di battaglie affondati dalla corazzata di un pirata dell’etere? Pare proprio di sì. Mah!

 

 

Approssimazione Romanesca

 

Manca l’acqua…

 

Noi, invece, non potevamo mancare alla molto attesa apertura al pubblico, pochissimi giorni fa, dell’appena restaurata Uccelliera Farnese al Palatino.

La giornata è bella, la folla molta, e, davvero inutile ripeterlo, lo spazio che fu il centro monumentale della Roma imperiale di due millenni fa, sempre unico.

Malgrado quindici secoli di rapina, spoliazioni e criminale distruzione a colpi di mazza di statue, colonne e cornicioni marmorei scolpiti da artisti sublimi, solo per farne calce con cui mettere insieme stalle e catapecchie, il luogo mantiene la sua maestà.

Intendiamoci, quando gli antichi reperti capitavano in mano a qualcuno un po’ più acculturato dei poveri contadini del medioevo, allora finivano sugli altari di qualche chiesa o nei saloni di qualche palazzo patrizio, sempre scriteriatamente rubati dalla loro collocazione originale, ma almeno non sbriciolati in una  fornace.

Torniamo al punto: il restauro dei due padiglioni rina-scimentali degli Orti Farnesiani è molto carino, i colori dei nuovi intonaci vivaci e all’interno ci sono delle belle statue ben restaurate e ben ripulite, però…


Però, già qualche giorno dopo l’apertura, il ninfeo che dovrebbe accogliere i visitatori ai piedi delle scale con fresche cascatelle in mezzo al capelvenere è senza acqua corrente, ma comunque ornato dal quasi obbligatorio aeroplanino di carta. Che sarà anche il risultato della maleducazione di qualche bambino, o genitore, ma, certo, l’intervento di un guardiano… (e ce n’erano tre, a un passo, ma troppo occupati a parlottare fitto fitto di turni e pause sindacali).

La vegetazione sulle finte rocce è ben brunita dal tempo e dall’arsura (sembra autentico cuoio antico), e sulle balaustre le piante di aloe, che dovrebbero essere succulente, carnose e vitali, in vasi ovviamente nuovissimi ma già imbrattati, o forse semplicemente non ripuliti dalla calce, tanto chi se ne accorge? sono in uno stato preoccupante.

 

Che dire? Dopo tanti anni di sperimentazione dobbiamo ammetterlo: è un fenomeno naturale, quindi incontrollabile. Si chiama: Approssimazione Romanesca.


 

…ma non manca la melassa

 

Ecco, di quella ce n’era in abbondanza a una presentazione a cui stiamo stati invitati in uno spazio bellissimo nella ex zona industriale del quartiere Ostiense.

Fondazione Exclusiva, si chiama questo spazio, ed è ricavato da un loft in disarmo, magnificamente recuperato, dotato di un’elegante illuminazione e, indispensabile antidoto alla zuccherosità della cerimonia, rifornito di ottimo vino secco e squisitezze gastronomiche salate.

Presentazione, dicevamo, di un libro di Alberto Simone intitolato “La felicità sul comodino - piccoli segreti per vivere meglio”.

Dichiarazione d’intenti impressa sul segnalibri di accompagnamento all’opera: “Se io provo fiducia in me stesso e negli altri, io sono la fiducia. Se provo amore per qualcosa o qualcuno, io sono l’amore”.

Un Libro Cuore riproposto oggi ai nipotini di De Amicis.

Un gruppo di attori giovani ne hanno implacabilmente letto molte, decisamente troppe pagine; dopodiché è arrivato il momento delle interviste buoniste condotte dalla signora D’Eusanio che non ha mai smesso di cinguettare complimenti agli intervistati (maschi) per i traguardi raggiunti, ma soprattutto per la loro bella presenza: il bell’autore, il bell’avvocato titolare della fondazione, il bel disegnatore impegnato con fogli e carboncino durante tutta la cerimonia, il bello ed eroico sportivo riuscito a diventare nazionale paraolimpico malgrado l’amputazione di una gamba, il bello e buon clown di sostegno ai bambini malati.

Gli altri, di cui non si poteva ragionevolmente sottolineare il lato estetico, comunque tutti “belle persone”.

Insomma, una faccenda davvero a rischio per un diabetico.

Per fortuna, come accennato in precedenza, la parte alimentare è risultata decisamente orientata sul salato: ricottine eccellenti, notevoli tortini di formaggi, gamberetti ben freschi e vini pregiati.

Si è in questo modo, e per fortuna, ritrovato l’equilibrio insulinico.

 

 


Trionfi e miserie

Trionfi…


Invitati, venerdì  23 marzo, alla Cappella Sistina per i Vespri Solenni della quinta settimana di Quaresima.

Primo: non c’è che dire, occasione unica. Intanto si entra senza subire l’interminabile coda d’ingresso ai Musei Vaticani, unica possibilità per un comune mortale di accedere alla Sistina.

Secondo: i presenti non sono numerosi come i visitatori normali del museo e questo dà un certo qual respiro.

Terzo: contrariamente a ciò che succede ai turisti che hanno pochi minuti per guardarsi in giro prima di essere cacciati, finita la funzione siamo stati liberi di gironzolare avanti e indietro e di rimirare non solo gli affreschi che, per quanto siano riprodotti ovunque, visti con i propri occhi continuano a essere strabilianti, ma anche di scrutare la meraviglia del pavimento cosmatesco della cappella.

Rombi, quadrati, triangoli composti di miriadi di pezzetti di marmi colorati e pregiatissimi, recuperati nei secoli bui fra le rovine dei monumenti romani.

In quei tempi tutto era ridotto in frammenti dai crolli e dagli incendi, e ciò ha evidentemente suggerito questo stile geometrico e pittoresco, e soprattutto basato sul recupero, in un’epoca poverissima, di materiale ricchissimo, ma a pezzi.

Riflessioni accompagnate e arricchite dalla suggestiva esecuzione di salmi, inni, antifone della liturgia da parte di un magnifico coro sostenuto e indirizzato da un organo molto partecipe.

Un godimento oltre ogni considerazione di fede, anzi capace di sostituirla a un livello altrettanto elevato per noi, religiosamente scettici ma artisticamente devoti.

 

 



...e miserie

 

E allora oggi, Domenica delle Palme, abbiamo sentito il bisogno di controbilanciare tutto quel trionfo di sensazioni con cui ci aveva viziati il miracolo michelangiolesco della Cappella Sistina.

Così, aiutati da una bella giornata di sole dopo tutta la pioggia passata, ce ne siamo andati a cercare qualcosa di più terra terra, di meno simbolico insomma, ma sempre nella storia. E abbiamo trovato un paio di cosette niente male.

Questa, affacciata su Piazza Fiume dalle Mura Aureliane,
eccola qua: una bella latrina pensile per i soldati di guardia. Non sappiamo se risalga all’epoca romana, o se sia un’aggiunta medievale. Fatto sta che non è difficile immaginarne il funzionamento in un’epoca in cui l’igiene era approssimativa e non c’erano di sicuro né acqua né scarichi. Ci si accucciava su un buco, magari sbirciando dalla feritoia, e via.

Probabilmente c’era una protezione interna (due tondi sfalsati di legno o di pietra ruotanti su un perno?) per evitare che l’armigero rimanesse infilzato da una freccia nemica scoccata dal basso proprio nel momento del bisogno, ma per consentire, una volta espletata la funzione, lo scarico del materiale.

Facile immaginare il fetore di questi bugigattoli (ce n’erano parecchie decine lungo tutto il perimetro), mentre ci sorprende sempre la constatazione che fuori delle mura si stendeva evidentemente la terra di nessuno, un luogo dove tutti buttavano tranquillamente di tutto, considerandola (e forse lo era davvero) una discarica.

Quest’altra si vede dall’alto di una torre del museo di Porta San Paolo. Quasi di sicuro si trattava dell’abitazione del comandante del corpo di guardia in epoca post romana: una catapecchia inequivocabilmente medievale appollaiata sugli archi della controporta.

Medievale come rozzezza di costruzione, ma oggi sicuramente adattata a confortevole e anche civettuolo alloggio di un contemporaneo, probabilmente il custode del museo, come si deduce dalla presenza di una moderna cappa di caldaia, di un condizionatore, di alcune piante in vaso e di un’antenna parabolica.

A questo punto ci pare proprio di essere tornati più vicini alla terra. Siamo a posto.

   

Sense of humour


Il nostro amico compositore Fabrizio De Rossi Re ha uno spiccato sense of humour. E non è facile, non crediate. Sono pochi i musicisti (anzi, gli artisti in generale) dotati di questa caratteristica preziosa.

Bene, ne ha profuso in abbondanza per mettere in scena una piccola perla di soli trenta minuti alla Biblioteca Vallicelliana venerdì 16. Trenta minuti, per assistere ai quali abbiamo dovuto aspettare un’ora, metà in Piazza della Chiesa Nuova, al freddo e al gelo, l’altra metà nel salone, peraltro magnifico, al secondo piano dell’Oratorio dei Filippini; e per questa ora in più siamo stati noi a dovere mettere in scena il nostro sense of humour.

“Les Diables Amoureux”, nell’ambito della IX Settimana Francese a Roma, si chiama il collage di testi di Apollinaire e Pasolini, letti benissimo da Simona Marchini e commentati dal magnifico chitarrista Palamidesi, dalla suggestiva vocalista Pellegrini, coordinati dall’ironico pianista, compositore e concertatore, appunto l’amico De Rossi Re.
Spettacolo e finale: ottimi. Il problema, senza nessuna responsabilità degli artisti, è nato prima, quando ci siamo trovati con un bel gruppo di persone, alle 19, ora annunciata nell’invito via e-mail, davanti al portoncino del luogo incriminato, con un cerbero a impedire il passaggio ai non prenotati. (Si noti che, oltre all’orario sbagliato sull’e-mail, che nella brochure in sala era diventato le 19.30, nell’invito non era neanche specificato l’obbligo di prenotazione).

Battibecchi, proteste, minacce, urla all’italiana di: “Io la denuncio!” “E io la querelo!”, e poi, comunque, si finisce sempre col sottostare al solito malvezzo romanesco, per cui, per quanto il pubblico si sforzi di essere educato e puntuale, finisce comunque sbeffeggiato dalla cialtroneria delle istituzioni e dalla inefficienza della loro organizzazione.

Ma, come abbiamo detto, per fortuna c’è sempre il salvagente del sense of humour.

E in più, aggravante o attenuante? la solita irresistibile bellezza dei luoghi dove i misfatti vengono perpetrati.

 

 



“Caduta in un gorgo di torbide passioni”

Per saltare al secondo evento della settimana, il 17 marzo, ci torna utile citare di nuovo il nome di Simona Marchini che insieme a Pino Strabioli presenta l’autobiografia (dal melodrammatico titolo citato qui sopra) di Miranda Martino.

Siamo al Parco della Musica, nel secondo giorno della rassegna “Libri Come”, e quello che ci troviamo fra le mani è un divertentissimo diario, in cui non vengono risparmiati nomi e cognomi di buoni e cattivi, che ripercorre la lunga carriera artistica della cantante, attrice, soubrette, la quale, pur avendo abbondantemente superato l’ottantina risulta perfettamente in grado di tenere testa con supremo sense of humour a domande e battute di pubblico e relatori.

Sono pagine da cui emerge una narratrice arguta di grandi fatti, e nello stesso tempo si svela una pungente investigatrice delle bassezze d’animo di finti amici, imbroglioni del sottobosco dello spettacolo, di furbacchioni che approfittano del fatto che la star è una donna (non dimentichiamo l’epoca dei fatti) per insidiarla e poi ricattarla. Ma Miranda ha sempre “galleggiato sulla vita”, per ripetere una brillante definizione della Marchini, senza mai rischiare di andare a fondo.

A un certo punto si mette perfino a cantare, a cappella naturalmente, un testo di Santa Teresa D’Avila, in spagnolo e sull’aria della famosa canzone napoletana “Santa Lucia”, tratto dalla lettura “L’Ultima Estasi” recentemente attuata da Rosa Di Brigida, con Francesco D’Ascenzo e Miranda, nella chiesa di S. Maria in Monterone.
Ci ha sorpreso vedere, oltre a noi di lei quasi coetanei, un bel gruppo di ragazzotti venti-trentenni che facevano il tifo e sapevano tutto di colei che avrebbe potuto essere abbondantemente la loro nonna. Una constatazione confortante per una vecchia artista che in questo modo si assicura una polizza contro l’oblio.

 

Appena usciti dall’Auditorium, ci siamo trovati circondati da una turba di corpulenti anglosassoni in gonnellino e chiaramente sotto l’influenza di abbondanti bevande alcoliche, fuorusciti dalla stadio dove la Scozia aveva appena battuto l’Italia a rugby.

Timorosi per la nostra incolumità, siamo saltati al volo sul bus della linea C 3, di cui si può ammirare sul display il nome completo (in effetti fa servizio fra il cimitero Flaminio e il centro città, ma una denominazione più neutra magari la potevano trovare).

Ci è sembrata una quanto mai opportuna chiusura della giornata, sempre all’insegna del sense of humour, ma stavolta, giureremmo, del tutto involontario da parte di un’azienda comunale, notoriamente con un piede, se non tutta la gamba, nella fossa.

 

 


L'immortalità

Nei giorni scorsi, oltre al decesso della sinistra, abbiamo dovuto registrare anche quello di Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore, scrittore e parecchio altro ancora. Essendo nato nel 1910, ne ha avuto di tempo per fare un bel po’ di cose.

Naturalmente, come era successo con la Levi Montalcini, quando muore un ultracentenario, e non uno di quei vecchietti rimbambiti che si vedono ogni tanto nei Tg regionali, ma un premio Nobel o un intellettuale famoso, ci rispunta questa speranza di immortalità che in fondo è il mito di tutti gli uomini.

Tanto forte è il nostro desiderio di arrivarci che da sempre e con grande successo, leggende, studi scientifici di dubbia serietà, ricerche geografiche viranti al new age e adesso anche la nostra grande mamma informatica, la rete, ci forniscono storie di popoli che hanno scoperto la formula della vita infinita.

Abbiamo i centenari del paesello sardo, quelli del villaggio del Caucaso e gli altri del pueblo sulle Ande. Ma i più in gamba di tutti sono gli Hunza. Gli Hunza vivono in un’inaccessibile vallata dell’Himalaya. Secondo i testi in rete, un’abbondante percentuale di questa brava gente campa come minimo un secolo. Alcuni arrivano ai centotrenta, e c’è chi ha raggiunto i centoquarantacinque anni. Per non parlare delle loro indomabili capacita di generare fino a tarda età.

La formula? Naturalmente andare sempre a piedi, mangiare poco e sano, frutta e verdura non trattata, niente carne, fumo o alcool. Niente stress. Fare per tutta la vita un lavoro per il quale non serve il cervello: zappare, seminare, raccogliere. Tranne questa trovata del cervello in pausa, tutto sacrosanto. Forse un tantino noioso, ma di sicuro sano.

Noi che il cervello cerchiamo di farlo andare, magari non sempre con successo, abbiamo un’altra teoria per spiegare tutti questi miracolati. Si sarà notato che, contrariamente a Dorfles che era di Trieste, perciò documentato, i vecchietti secolari abitano sempre in angoli sperduti del mondo, su vette irraggiungibili, o in fondo a vallate sconosciute.

Bene, la spiegazione del fenomeno è una sola, secondo noi: l’anagrafe. Nel senso che da quelle parti non ce n’è, e non ce n’è mai stata una.

Come si fa a certificare l’età di un anziano che dichiara di avere centoquarantacinque anni, quindi è nato, diciamo, nel 1873, in una sperduta valle del Karakorum? Facile inventarsele, le date, anche in buona fede. Il tempo, si sa, se è un concetto relativo per noi, figurarsi per quei signori che ne avranno di sicuro un’idea piuttosto fluida.

Però, siccome del mito tutti abbiamo bisogno, allora ce lo teniamo così: razionale o no.

 

Per ora. Poi, i futuri progressi della medicina, chissà…


Cinquanta sfumature di rosso: sulla pelle e nei quadri.

 

Il rosso è il primo colore riconosciuto come fondamentale dall’umanità. Ed è facile capire il perché: il sangue, il fuoco, la passione, la guerra. Poi, saranno anche passati secoli o millenni, ma noi continuiamo a confermargli il suo valore primario: sugli abiti dei re, dei papi e dei cardinali, sul red carpet delle attrici, sulla carrozzeria della Ferrari, sul logo della Coca Cola.

Appuntamento mensile, con questo titolo un po’ malizioso, presso DermArt (i nostri lettori ormai sanno che si tratta di incontri con dermatologi che si dilettano del confronto fra esperienze mediche e parallele osservazioni artistiche; e avranno anche capito che andandoli a trovare si impara sempre qualcosa).

Stavolta si è parlato del valore diagnostico, per un dermatologo, del colore rosso, che quando è normale, essendo la tinta dell’emoglobina, annuncia una pelle sana. Ma quando la pelle sana non è, con le sue variazioni permette di scoprire a colpo d’occhio dov’è il problema.

E a questo punto, sullo schermo della sala, accanto ai ritratti di Raffaello e alle plastiche bruciate di Burri ci sono stati serviti lembi di epidermide coperti di ogni genere di schifezze, dalla pityriasis rubra pilaris alla porpora senile.

Roba da non credere, un’esperienza davvero particolare: non solo per la straordinaria varietà cromatica in grado di denunciare i problemi all’occhio esperto del medico, o a quello del paziente un po’ curioso: dall’arancione, giù giù fino al bruno cupo o addirittura al bluastro, ma anche per quel subdolo impulso che ci spingeva, durante la chiacchierata, a grattarci dappertutto (con circospezione, intendiamoci) di fronte all’esibizione di eczemi, eritemi e psoriasi.

Alla fine dell’evento, mentre brindavamo con un bicchiere di vino (rosso, naturalmente) ci siamo ricordati di un appuntamento di circa un anno fa, sempre con DermArt, in cui si era già parlato di rosso; non della pelle, però, ma dei capelli.

E anche in quell’occasione avevamo acchiappato qualche notiziola curiosa: 1. Il gene dei capelli rossi è apparso circa ventimila anni fa, che è un battito di ciglia nella storia dell’evoluzione umana, e si prevede che verrà riassorbito, estinguendosi, entro pochi secoli. 2. I rossi non sono più del tre per cento dell’umanità. 3. Pare che più degli altri siano reattivi al dolore e quindi in sala operatoria abbiano bisogno di anestesie più forti. 4. Per ultimo, oltre al fatto di essere da sempre considerati diversi e quindi sottoposti a sberleffi da piccoli e a persecuzioni da grandi, compresi i roghi dell’Inquisizione, soprattutto le donne per sospetta stregoneria, si ritrovano, e questo naturalmente riguarda solo i maschi, a non essere neanche considerati come donatori, perché, a quanto pare, del seme dei rutiliani (definizione ufficiale degli individui con i capelli rossi) le banche del seme non ne vogliono neanche sentir parlare.

 

Il colmo.

Problemi digestivi

Cibi  pesanti e digestivi scadenti


Un po’ fragile l’argomento dopo mezzo secolo; abbastanza scontati gli interventi a base di “io c’ero”; scomodissimi gli sgabelli; pessime l’amplificazione e l’acustica nel salone delle colonne della GNAM, dove, il 15 febbraio, ha luogo la presentazione della mostra “Beat Generation: Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia”.

Per non sprecare quel che ci resta da vivere nel tentativo di decifrare l’uscita degli altoparlanti mal regolati, ce ne andiamo a zonzo per la Galleria, senza aver afferrato un gran che delle chiacchiere ufficiali.

E ci imbattiamo nella similcarcassa di un similcavallo appesa alla parete di una sala dedicata a Berlinde de Bruyckere e intitolata “We are all flesh”.

Siamo tutti carne. Nell’arte gli animali squartati o appesi ai ganci non sono certo una novità (Rembrandt, Guttuso, Hirst), come non lo è la voglia di scuotere il pubblico con crude rappresentazioni di efferatezze umane e bestiali.
D’accordo allora: siamo a disposizione. Che ci si scuota, che ci si sbatta in faccia l’orrore, che ci si tiri fuori con violenza dalla bambagia borghese! Anche a questo serve l’arte.

Ma bisogna farlo davvero, senza presentare un ridicolo cartellino di scuse come questo, incollato al muro accanto all’opera.

La violenza e l’orrore sono sofferenza. Giusto. Brava Berlinde. L’imbarazzo (nostro) sta in quel paio di frasette buoniste, all’americana, che seguono: un digestivo politicamente corretto che neutralizza il piatto troppo forte, che ci rassicura e ci rimette a posto lo stomaco. “Nessun animale è stato ucciso…”

Ma c’era bisogno di ricordarcelo? E allora la provocazione, dove va a finire?

 

A meno che in queste frasette non ci sia del sarcasmo,  ma ci sembra mooolto improbabile.


Otto marzo, a proposito di donne

 

Ci stiamo avvicinando a questa data, ultimamente un po’ appannata, e andiamo a ripescare una vecchia intervista che ci sembra particolarmente adatta alla circostanza (nel bene e, soprattutto, nel male).

Tieri - Lojodice erano non solo una ditta teatrale molto famosa all’epoca, ma anche un matrimonio di quelli che a tutti sembrano semplicemente granitici.

Il 21 gennaio 2017, a pagina 45 di Repubblica appare un articolo intitolato: “Caro Aroldo, forse un giorno ci perdoneremo”, in cui Giuliana Lojodice riferisce alcune spiacevolezze, camuffate o magari anche sinceramente vissute come grande amore (questo non lo sapremo mai), della sua vita con Aroldo Tieri.
Dunque (citiamo rigorosamente le parole dell’intervistata), tanto per cominciare, quello che legava i due era “…un sentimento totalizzante che auguro a tutte le donne”, però… però lui era “…calabrese, maschilista e femminaro: prima di me aveva avuto donne importanti”. “Era attaccato al suo passato e sapeva bene che i suoi racconti non facevano che acuire la mia gelosia”. “Non mi ha mai detto: ti amo. Al massimo: Giuliana, provo una leggera inquietudine”. In più lui si ergeva a premuroso sostegno professionale per lei: “Quando mi facevano i complimenti in camerino, lui con la manina esortava a contenere l’entusiasmo, perché se no, poi a casa…”

“I figli ne hanno risentito. Per questo non posso dire di essere stata davvero felice”. “Lui non amava i bambini e voleva un possesso totale su di me”. “A ottant’anni decise di smettere, e fu un dramma perché voleva che anche io lasciassi il teatro. E quando scelsi di continuare a lavorare scese fra noi una grande freddezza”. Negli ultimi anni Giuliana dovette ricoverarlo in clinica, e lui “…talvolta fingeva di non riconoscermi, oppure mi insultava”. E alla fine, saporita ciliegina sulla torta, nel suo testamento “…si è vendicato di me lasciando tutti i suoi averi a un nipote”.

Impossibile entrare nell’anima delle persone, lo sappiamo, e forse dovremmo fermarci qui.

Però, questo grande amore continuamente tirato in ballo sarà anche un sentimento totalizzante, ma di augurarlo a tutte le donne, a meno che non siano inguaribilmente masochiste, proprio non ci sembra il caso.

 

Più che un nobile sentimento, ci pare un piatto pesante e difficile da digerire.


La bella gioventù

 

LA BELLA GIOVENTU’

 

 La nostra amica Dobrina Gospodinoff, flautista e primo ottavino dell’Orquesta Filarmònica de Gran Canaria ha scritto un libriccino di fulminanti miniracconti. Eccone uno: “Ci eravamo dati appuntamento in questo bar con gli antichi compagni di liceo, ma a quanto pare non è venuto nessuno: c’è solo una tavolata di vecchietti là, in fondo alla  sala.”

Noi invece, consapevolissimi, anche se non troppo preoccupati del passare del tempo, organizziamo pranzi con gli antichi compagni di un’altra scuola: la mitica casa editrice musicale ed etichetta discografica RCA. E ci riuniamo in questo ospitale e ottimo ristorante di pesce a Viale Mazzini, vicino alla Rai, il “7 Gradi Nord”, dove, martedì 20 alle 13, in cinque facevamo 412 anni.

Certo, insieme al gran numero dei secoli, c’è anche quello degli acciacchi, con relative protesi. Due set di apparecchi acustici, quattro coppie di cataratte fatte e una in programma, un bastone, una stampella e una Molla di Codevilla (!), qualche testa di femore incrinata, qualche anca da rinforzare e naturalmente, sulla tovaglia, una batteria di portapillole. Di prostata non si è parlato per pudore.

Davanti a un gran piatto di cozze e forniti dei bavaglini di ordinanza (perché talvolta la mano trema e la cravatta s’impatacca), la vecchia e purtroppo ormai defunta RCA è presente con il suo direttore artistico, con il capo delle Edizioni Musicali, con il responsabile dell’Ufficio Internazionale, con quello dell’etichetta Tamla Motown e con un suo musicista compositore e strumentista.

Forse non è inutile ricordare che la RCA, negli anni ’60, quando nessuno di noi ancora immaginava di diventare decrepito così presto, rappresentava il centro magico della produzione di musica, della scoperta di talenti, del lancio di artisti in Italia. C’era la più grande sala di registrazione d’Europa, una delle principali presse per la stampa dei vinili nel mondo, e soprattutto c’era il bar, dove capitava di prendere un cappuccino con Sinatra o mangiare un supplì con Rubinstein. O semplicemente di accordarsi fra ragazzi sconosciuti, magari per partire insieme su qualche progetto.

E noi tutti eravamo là, chi a dirigere, chi a realizzare e chi a proporre, divertendoci e convinti di fare un bel gioco e poco più. E pensavamo, come spesso si fa quando la vita scorre, che fosse solo piccola cronaca locale, per poi accorgerci, dopo qualche anno, che invece era La Storia.

Questa consapevolezza arriva spesso tardi, ma se uno è ancora in circolazione, allora gli è anche permesso di pavoneggiarsi un po’ e magari raccontarsi, senza troppo recitare la parte del saggio testimone dell’età dorata, a qualcuno dei giovani che ancora credono al mito


Naturalmente, una giornata cominciata così non può che continuare sullo stesso pentagramma. Perciò, dopo una sobria cena per bilanciare la strage di molluschi del pranzo, tutti al Fonclea, quarantennale cantina di jazz del quartiere Prati, dove in molti hanno debuttato e in molti continuano a suonare.

Sul palchetto, davvero risicato, da cui si rischia di precipitare a ogni assolo particolarmente sentito, ci sono naturalmente amici, coetanei e anche più giovani, i quali salgono e scendono alternandosi finché…

Finché dal pubblico emerge, accompagnato da un mormorio di meravigliata approvazione, nientepopodimeno che il VERO decano dei musicisti romani.

Nato il 4 aprile 1924, quindi fra pochissimo novantaquattrenne, già swingante durante la seconda guerra mondiale e trionfante all’arrivo degli americani, e poi mai più senza pizzicare una corda, il nostro monumento: Carlo Loffredo!

Si è fatto cedere lo strumento, lo ha abbrancato da padrone e si è buttato in uno swing ricco di soli arditi, tosto, energico e soprattutto con le note giuste, impresa nella quale non tutti i contrabbassisti riescono, né a vent’anni né dopo.

Poi è balzato giù dal periglioso pulpito e si è avviato verso casa, sornione.

L’una passata e nessun segno di stanchezza.

 

Appunto, come dicevamo all’inizio: la bella gioventù.

Bernini di qua, Bernini di là

La grande mostra di Bernini alla Galleria Borghese

 

Prenotazione obbligatoria non facile da avere, prezzo sostenuto, ingresso in truppa e solo due ore a disposizione prima di essere cacciati. Ma, certo, vale la pena.

Non tanto per i soliti fantastici gruppi del Ratto di Proserpina, di Apollo e Dafne, del David, che tutti conosciamo benissimo, anche se rivederli non fa di sicuro male, quanto per la sfilata di busti in bianco e nero di papi e cardinali, marmo e bronzo, in cui Bernini dà la misura della sua strabiliante capacità di catturare il carattere dei suoi soggetti e sbattercelo in faccia meglio di quanto riesca a fare una foto a colori oggi, quattrocento anni dopo.

E poi, una sorpresa: la serie di olii. Non solo il suo celebre autoritratto, ma altre facce di sconosciuti, di prelati e di papi, che probabilmente servivano come studi per futuri busti o statue.

 

E’ il solito discorso: all’epoca sembra che tutti sapessero fare tutto e bene. I geni, naturalmente, sapevano fare tutto anche loro come gli altri, ma meglio.

E, a proposito di statue, abbiamo visto per la prima volta un non finito beniniano (convinti che il non finito fosse un’esclusiva di Michelangelo) e precisamente la statua di Santa Bibiana, proveniente dall’omonima, oscura chiesa.

Eccola in tutto il suo levigato splendore anteriore, e la sua rozza approssimazione posteriore.

Ci pare che si stagli benissimo contro il policromo cielo del salone principale del Casino Borghese, e che soprattutto, come sempre fanno i marmi di Gian Lorenzo, riesca a prendere la luce, anche sbieca, e a metabolizzarla per trasformare la pietra in carne.

PS. C’erano anche parecchie opere di papà Pietro: gran virtuosismo e poca anima. Chiaro che il suo merito principale è stato fare quel figlio più bravo di lui.

 

 


Fiat lux a tariffa 


Nuova sontuosa illuminazione interna a Santa  Maria Maggiore. Inaugurata il 19 gennaio alla presenza dell’ex re Juan Carlos di Spagna y señora, e realizzata dall’Enel insieme alla Fundaciòn Endesa, sponsor.

Non lo sapevamo ma in questa occasione è venuto fuori che tra S. Maria Maggiore e la monarchia spagnola c’è, fin dai secoli passati, un fortissimo vincolo, tanto è vero che per tradizione il Re di Spagna ne è protocanonico onorario.

Tutto è cominciato a suo tempo con l’alto patronato accordato alla basilica da re Filippo IV, di cui, sotto il portico, c’è una bellissima statua su bozzetto di Bernini, ma realizzata da un suo allievo.

E questo è il primo nesso con Bernini.

Un altro, ancora più forte lo si trova sulla destra dell’altar maggiore: la tomba di Gian Lorenzo e famiglia.

 

Ci hanno detto che il lavoro con le luci è riuscito benissimo e allora, via di corsa a verificare.

Fuori affrontiamo una fila umiliante con metal detector e controlli da aeroporto, sotto la minaccia di fuciloni decisamente tecnologici imbracciati spensieratamente da soldatini decisamente artigianali (con quale potenziale rischio è facile intuire) di guardia sotto una ridicola tendina da spiaggia con su scritto “Esercito - Operazione Strade Sicure”.

Finalmente riusciamo a entrare nella magnifica basilica: marmi, ori e mosaici dappertutto. Due cappelle mirabili, la Paolina e la Sistina, che più barocche non si può; in sottofondo, dagli altoparlanti, un coro gregoriano decisamente fuori epoca.

Sorpresa: si paga per vedere la luce!

Il fedele ha ben tre opzioni: Soffitto, un euro. Mosaici e affreschi della navata, un altro euro. Arco trionfale e abside, ancora un altro euro. Totale: euro tre.

Ma allora lo sponsor a che serve? Così siamo capaci tutti. Abbiamo girato i tacchi e ce ne siamo andati stizziti, forse anche un po’ ridicoli nella nostra virtuosa indignazione.

Il fatto è che ogni tanto ci capita di comportarci come vecchie zitelle; lo abbiamo fatto davanti ai Caravaggio di S. Luigi dei Francesi (un euro per pochi secondi di luce), e a quelli di S. Maria del Popolo (stesso ricatto).

 

Non chiediamo di arrivare all’esproprio proletario dell’arte, ma insomma, reverendi arcipreti, un po’ di misura!

Quattro centimetri al secondo

Quattro centimetri al secondo

 

Non uno di più né uno di meno. E’ la velocità giusta perché una carezza risulti gradita a chi la riceve e trasmetta il suo messaggio di conforto, affetto, rassicurazione, protezione.

A controllare questa inaspettata corsa a cronometro abbiamo sotto la pelle una quantità di ricettori: dal corpuscolo di Meissner a quelli di Pacini, di Krause e di Ruffini (caldo, freddo, pressione, ruvidezza, ecc.). E così, a seconda del momento, del partner e del bisogno, una carezza può passare dall’erotismo più sfrenato alla tenera consolazione madre-figlio, al rapporto vincolante cane-padrone.
E poi abbiamo imparato come nei secoli, anche nel campo medico, si sia sempre riusciti a dare la colpa agli altri. Di cosa? Ma di quello che oggi fa sorridere, ma una volta era una delle peggiori piaghe dell’umanità: la sifilide.

Il quale malanno, importato per la prima volta in Europa dai marinai di Colombo diventò mal francese o morbo gallico per gli italiani, mal napoletano per i francesi, mal dei tedeschi per i polacchi, mal dei cristiani per i turchi, dimostrando soprattutto una cosa: che i portatori erano quelli che all’epoca viaggiavano di più e soprattutto ne facevano di tutti i colori: i soldati mercenari.

Che, naturalmente, dopo ogni scorribanda tornavano a casa e contribuivano a un’efficace distribuzione di germi e bacilli.

 

Tutte queste belle informazioni le abbiamo piacevolmente apprese il 9 febbraio in un appuntamento intitolato: “Eros e pelle: dalle malattie sessuali alle icone dell’arte”. Uno degli incontri mensili (dei quali siamo ormai diventati appassionati) organizzati per la rassegna “Questioni di pelle”, da DermArt, associazione di dermatologi interessati all’arte, che in queste occasioni intrattiene il pubblico, anche di non professionisti del ramo, in modo istruttivo sempre, e spesso divertente, grazie al suo brillante conduttore Massimo Papi, dermatologo lui stesso, pittore e, anche se siamo certi che non faccia parte del normale curriculum di un medico, intrattenitore.


PS. Piccola nota per gli appassionati di Roma


Chiunque, per caso o per studio, sia a conoscenza del perché, da molto tempo ormai, i gruppi scultorei in cima alla facciata della Galleria Sordi ci salutano incappucciati di tela, è pregato di farcelo sapere con la massima urgenza.

 

Non prendeteci per pazzi: queste foto di pochi giorni fa testimoniano un fatto davvero curioso. Sono anni che queste sculture si affacciano su Piazza Colonna avvolte nei loro sudari. All’interno della Galleria nessuno ne sa niente, all’esterno, figuriamoci. Restauri programmati e soldi finiti? Sbriciolamento della pietra e pericolose cadute di materiale? A chi chiederlo? Il mistero continua. Fateci sapere.


PS. Nota ancora più piccola (semibiscroma) per gli addetti ai lavori (musica).

 

Ci siamo affacciati alla sala prove dell’orchestra dei bambini al Parco della Musica, e siamo anche riusciti a rubare una foto (da lontano e con molta circospezione; non vorremmo essere denunciati per molestie) e ci siamo accorti che, su tre, due contrabbassi dell’organico, naturalmente piuttosto eterogeneo, erano suonati da bambine (il terzo non si vede bene, quindi non possiamo dire).

Questa è una bella novità. Come i colleghi strumentisti sanno, tranne Esperanza Spalding e poche altre, le contrabbassiste, specie nelle orchestre classiche, sono davvero una minoranza estrema.

 

Forza, ragazze!

Un diamante è per sempre

 

Bulgari

 

A sentire le ragazze, pare che sia davvero una sensazione paradisiaca che, anche se solo per un momento, ti rende più bella la vita. Non sappiamo se rende più bella la vita, la faccia, di sicuro sì. Basta guardare queste foto: dallo stupore all’estasi.

Ogni mese la Maison Bulgari invita alcuni amici nel suo museo, due sale al primo piano di Via Condotti, sopra il negozio.

Ci sono gioielli di straordinario splendore, da sempre di proprietà della ditta o magari ricomprati in aste intorno al mondo, oppure dati in prestito da collezionisti o clienti (Elizabeth Taylor, tanto per fare un esempio), e naturalmente non in vendita. 

Caterina Riccardi, curatrice del museo, racconta la storia straordinaria della famiglia Bulgari, che sembra uscita da un libro di favole per bambini (o anche per adulti affascinati).

Poi la fiaba diventa realtà perché, alla fine del racconto e prima di passare alle tartine con champagne, le collane escono per qualche minuto dalle bacheche blindate e vanno a posarsi, per un emozionante giro di prova, al collo di alcune delle signore presenti: quelle che riescono a vincere l’inevitabile soggezione che gioielli di quella portata provocano. 

E che sono, come dicevamo, pronte a vivere questo sorprendente momento di estasi.



Il Signor Millepiedi (Monsieur Millepied)

 

2 febbraio, ore 11.30. L’Ambasciata di Francia a Palazzo Farnese si apre a noi comuni mortali per la presentazione di Equilibrio Festival 2018. Controlli elettronici ed esibizione di documenti all’ingresso, poi si entra in questo pomposo ma bellissimo edificio, monumento alla megalomania familiare di Papa Paolo III Farnese (quello che indisse il Concilio di Trento, fonte di molte importanti restrizioni nella storia della Chiesa, fra cui l’obbligo di mutandoni sui nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina).

In uno dei magnifici saloni ci viene esposto il programma del Festival dal señor Josè Dosal, AD del Parco della Musica, di cui abbiamo spesso sottolineato l’eloquio spagnoleggiante, a volte sgrammaticato ma sempre divertente, anzi magniloquente, seguito da Roger Salas, direttore artistico del festival, anche lui spagnolo, anche lui sgrammaticato, ma molto meno divertente, anzi, diremmo proprio noioso, con tutti i suoi mmm, mah, eh… che certo non contribuiscono alla leggerezza del parlare.

Un sorriso malignetto serpeggia fra il pubblico quando el señor Salas, dopo aver farfugliato qualcosa nella lingua dei padroni di casa, si scusa per la sua cattiva “pronunciazione fransesa”.

Il programma è interessante, gli artisti di livello, i nomi sono quelli giusti: bisogna proprio andare agli spettacoli. A questo punto ci sentiamo obbligati a segnalare, pescandola nella lista degli eventi, una produzione presentata dal Ballet de l’Opera de Lyon.

Si intitola “Sarabande”. Autore ne è il coreografo francese oggi più quotato sulla scena internazionale, Benjamin Millepied.

E adesso eccola che ci scappa, spontanea e inevitabile anche se forse irrispettosa, la domanda: è possibile rimanere seri di fronte a un ballerino con un nome come questo?

Pensiamo proprio di no. 

 

Palazzoni e Palazzacci

Maxxi

 

L’edificio è straordinariamente ben riuscito dentro e fuori: volumi immensi, linee curve, passerelle sospese, grandi vetrate, pavimenti inclinati. E’ lui l’opera d’arte. perché tutto quello che ci abbiamo visto dentro non ci è sembrato mai all’altezza del contenitore.

Eravamo lì martedì 23 per dare un’occhiata, appunto, a qualche contenuto, e non possiamo certo dire di aver cambiato idea sul rapporto fra opere in mostra e spazio espositivo. Pronti per  andarcene, per fortuna il percorso chilometrico ha richiesto più del previsto.

Tempismo perfetto per la nostra uscita dal ventre del Maxxi. Con un tepore da primavera avanzata, ci ha accolti il giardino: una specie di campus universitario americano, sparso di studenti appollaiati sulle sedie del bar, di bambini non urlanti e di mamme non sgridanti: una rarità per casa nostra.

E in più, in quel preciso momento andava in scena uno spettacolo unico: il tramonto romano. E già questo… ma poi, alzando gli occhi su quella specie di pulpito a cannocchiale che sporge dalla facciata del museo, chiuso da una parete di vetro ormai in ombra, siamo rimasti fulminati dallo stupore di quelle case gialle di sole morente specchiate nei normalmente neutri cristalli.

Una visione di bellezza urbana che neanche le Dolomiti a Cortina.

Ci siamo chiesti quanto ci fosse di casuale in questa magnificenza.

Ma poi, l’ammirazione che abbiamo per Zaha Hadid ci ha convinti che la grande architetta aveva sicuramente previsto che a quell’ora di quel pomeriggio di gennaio il sole avrebbe incendiato precisamente con quella sfumatura d’oro riflesso l’altrimenti banale condominio umbertino di Via Masaccio.

 

 

La Usl al Palazzaccio

 

Il Palazzo di Giustizia di Roma (il Palazzaccio) è tutto un leone ruggente, uno scudo guerresco, un cornicione retorico, una colonna imperiale. La prosopopea di inizio secolo scorso fatta pietra dal criticatissimo (all’epoca e anche dopo) architetto Calderini.

Insomma, si tratta di una costruzione malata di gigantismo, nata cent’anni fa per  l’amministrazione della giustizia, ma destinata a scivolare nel Tevere per il troppo peso del troppo travertino con il quale si era ricoperto tutto il ricopribile. Poi salvata miracolosamente, ma non definitivamente, con ripetute iniezioni di ricostituente.

 

Bello non è; imponente, di sicuro sì. Ma c’è un problema: nelle viscere di questo cigno marmoreo che rappresenterà nei secoli futuri (ammesso che i rappezzi continuamente richiesti riescano a mantenerlo in vita) le manie di grandezza della nazione nata da poco, si nasconde un brutto anatroccolo che mai avremmo immaginato potesse esistere, se il nostro medico di base non ci avesse mandato proprio lì per un controllo: un ambulatorio della Usl. 

Apri la porta, entri nelle anguste stanzette del presidio sanitario ed è subito naufragio dell’architettonico trionfo. Ma questo potevamo immaginarlo. Il bello viene dopo. Fatta la visita, il paziente, che per entrare nell’edificio ha dovuto lasciare un documento all’ingresso, è totalmente libero di andarsene in giro per i sacri luoghi della giustizia: gli immensi corridoi, le passatoie rosse, i faraonici scaloni, su fino alle terrazze
che invece, sotto la protezione della quadriga bronzea di Ettore Ximenes, hanno una dimensione, e una trasandatezza, molto più domestica.

Non si incontra un’anima…

Dovremmo preoccuparci per la sicurezza delle istituzioni?

 

 


Snob & Chic

Circolo degli Scacchi

 

L’invito ci arriva via e-mail, con giorno e ora della presentazione, ma senza indirizzo. Alla nostra richiesta di più precise informazioni ci si risponde che chi è invitato al Circolo degli Scacchi si presume che sappia dove deve andare. Appunto: Snob & Chic.

Specchi incorniciati da stucchi in cui si specchiano altri stucchi riflessi in altri specchi, e oro e pennacchi e stendardi...è la decorazione superbaroccoccò di Palazzo Rondinini (1750) nei cui saloni si adagia il Circolo.

Il valore storico è fuori discussione: è uno dei pochissimi palazzi nobili della città che è rimasto sempre uguale, come architettura, decorazione e riutilizzo dei marmi antichi. E in più è curato, bene illuminato, perfino nell’ingresso ornato da un bacino verde di capelvenere e colorato di orchidee, che non ha  quell’aria catacombale da magazzino abbandonato tipica degli altri antichi androni nobiliari, dovuta ad abbondanza di polvere e scarsità di watt.

Naturalmente, obbligo di abito formale, quindi tutti impinguinati in cravatte, giacche e pantaloni blu d’ordinanza.

L’indigestione estetica provocata da quel sovraccarico di ornamenti è forte, anche perché ulteriormente insaporita  dall’abbondante spolverata di muffa dell’elemento umano.

Ma, colpo di bacchetta magica, il libro presentato è invece verde e fresco.

Si tratta di “Andante fra le mura”, preceduto l’anno scorso da “Adagio per giardini” e che sarà seguito, a quanto pare, da un “Allegro con spirito”. Evidente l’impostazione da suite musicale di questi volumi, che trattano, con abbondanti foto, di giardini storici e privati e, per quanto riguarda il terzo tomo, ci aspettiamo un accurato resoconto di locali all’aperto in cui oltre ai fiori, girino robusti bicchieri di Gin Tonic o di Negroni. Siamo a Roma, naturalmente: entro le mura per il primo volume, fuori per il secondo, e per il terzo si vedrà, ma prevediamo di salire anche su qualche terrazza.

Le autrici sono Marta Salimei e Ida Tonini, due signore il cui garbo, eguale all’eleganza delle piante da loro descritte, ci ha riempito i polmoni di clorofilla. Gliene siamo grati.

 

 


Basta un niente…

 

per precipitare dalle sublimi altezze del Palazzo al basso livello dei piedi sporchi e delle unghie malandate di una donna, in questo caso di una Madonna. Quella dei Pellegrini dipinta da Caravaggio nella chiesa di S. Agostino.

Eh sì. Siamo passati a un altro argomento. Si  tratta del mensile incontro della DermArt, una rassegna condotta da Massimo Papi e che, come dice il nome molto ben scelto (potrebbe essere quello di un prodotto di successo per la pelle) va a fare le pulci (!) al rapporto fra arte e dermatologia.

Stavolta eravamo lì per farci raccontare le “Patologie delle unghie nell’arte”.

E quindi giù con micosi, striature, pallori, unghie a cucchiaio, fungine, rosicchiate, tutti particolari che caratterizzano spesso i modelli popolari di quadri di qualche secolo fa, quando i poveri in cornice erano davvero quasi tutti malati o denutriti o malnutriti.

Ci si è chiesti se Caravaggio, nel dipingere le mani o i piedi della sua Madonna, come quelli di tanti altri personaggi dei suoi quadri, piedi o mani sempre sporchi e spesso con unghie evidentemente patologiche, facesse un ritratto accurato, senza rendersene conto, anche delle patologie che all’epoca erano diffuse fra quasi tutti i suoi soggetti presi dal popolo.

Oppure se invece ne fosse consapevole e le attribuisse ai suoi personaggi, magari forzando la realtà, per descriverne più pesantemente ma accuratamente il carattere di endemica povertà.

Povertà come quella dei contadini (specie quelli del nord Europa) che si ingozzavano di pane fatto di farina di segale, spesso infestata da un fungo produttore di micidiali alcaloidi (e in quel caso si chiamava segale cornuta) che provocavano ogni sorta di malanni, come, dato il loro effetto di vasocostrittori, necrosi delle dita e delle unghie. O addirittura il fuoco di S. Antonio.

Ma il diabolico claviceps purpurea aveva anche pesanti effetti sul sistema nervoso: pieno di acido lisergico com’era. Ci immaginiamo i poveri contadini che lo buttavano giù con il pane, rapiti all’improvviso da allucinazioni psichedeliche, che di sicuro scambiavano per incantesimi mandati dal diavolo.

Si ritrovavano dannati al fuoco dell’inferno (e a quello di S. Antonio) invece di farsi un bel viaggio, come sarebbe diventato di moda qualche secolo dopo: Lucy in the Sky with Diamonds.

Il Sergente a sonagli

Il Sergente a Sonagli

 

4 gennaio. La Sala dei Papi nel Palazzo dei Domenicani alla Minerva è un grande ambiente rinascimentale munito, ringraziando gli architetti dell’epoca,  di un’acustica terrificante e di una temperatura artica, ma pieno di belle statue, compresa questa incompiuta Madonna, la cui mano palmata, che non  ha mai visto l’ultima rifinitura, ci ha stregati.

Qui ogni mese si tiene il Salotto Romano: un’agape per appassionati organizzata da Sandro Bari, colui al quale spetta di diritto il grado riportato nel titolo.

Perché Sergente a Sonagli, qualifica che lo apparenta al Cavalier Serpente? Perché, come perfidia, l’amico Sandro, ne è degno rivale.

Dopo il tradizionale intervento di Romolo Augusto Staccioli, illustre romanista, che a ogni appuntamento regala aneddoti sull’Urbe e curiosità latine, si è passati al pezzo forte del pomeriggio: la presentazione di un libro (di Sandro Bari, appunto) che racconta la storia del mitico Folkstudio, un locale di Roma che negli anni ’60 fu il terreno su cui sbocciarono (alcuni ci provarono, ma senza riuscirci) moltissimi talenti della musica italiana, e anche parecchi di quella straniera.

Spontanea, a questo punto, è fiorita la deliziosa, perfida aneddotica di Sandro al suo ricordare: “C’erano quei due, Arbore e Boncompagni che si piazzavano al bar in attesa del momento per entrare gratis”…”e quell’antipatico, presuntuoso e stonato, come è rimasto ancora adesso, anche dopo il Nobel; un certo Bob Dylan” (non potremmo essere più d’accordo)…”e quell’altro, stonato anche lui, che però col tempo ha imparato a  cantare, e comunque era molto più simpatico: Paolo Conte”… e per chiudere ci ha presentato due esemplari di modernariato dell’epoca: Luisa De Santis e Anna Casalino che ci hanno regalato un paio di canzoni popolari, con voci, dobbiamo dire, ancora robuste e spirito indomito.

Inutile sottolineare che l’età media era ben oltre quella della pensione. D’altra parte, essendo quasi tutti i presenti frequentatori del Folkstudio in quegli anni, il calcolo è presto fatto. Tanto è vero che, malgrado l’imbacuccamento generale in cappellacci e pastrani, cavernosi colpi di tosse rimbombavano frequenti sotto le volte quattrocentesche.

 

Ma, per quanto ci risulta, nessuno è deceduto (sul posto).


“Il Principe Felice”

 

7 gennaio. Golfone, sciarpone, ponchone a quattro strati. Così Elio Pandolfi ci ha ricevuti alla Sala Casella della Filarmonica Romana, sistemata come il salotto della zia che aspetta i nipotini per raccontargli le favole. Il palcoscenico ignorato e le sedie disposte in platea tutto intorno al caminetto, pardon, al pianoforte, pilotato dall’eccellente giovane Marco Scolastra, suo collaboratore da anni: questa sera nella parte del nipotino delegato a sottolineare alla tastiera i  momenti importanti nel racconto di nonno Elio, con brani di Britten, Nielsen, Elgar.

Adagiato sul suo tronetto, Pandolfi ha fatto mirabilmente sé stesso leggendo il racconto di Oscar Wilde, con tutti gli sbuffi, le risatine, le tossette del grande attore, meglio ancora, del grande lettore e doppiatore, abile a coprire una parola saltata o una smemoratezza, appunto con quei sapienti gorgoglii e borbottii che vorrebbero servire a far dimenticare i piccoli inciampi di percorso, e invece li rendono ancora più gustosi. Un maestro.

 

Brindisi e panettone a fine spettacolo, con lui a civettare sui suoi 92, (novantadue!) anni e su quanto pochi gliene restano ancora da vivere. Chiaro che quando uno arriva quasi al secolo mantenendo testa e polmoni intatti, si può, anzi, si deve permettere di sorridere, o perfino di sghignazzare in faccia alla Nera Signora. 


PS. Evviva!


Un avvenimento che aspettavamo da anni.

Come tutti, in passato abbiamo ridacchiato delle antologie di svarioni linguistici da noi sempre creduti completamente inventati per far ridere i lettori sempliciotti. E invece…

La Repubblica, 13 gennaio 2018, pagina 15. Nell’articolo si parla della appena inaugurata (malgrado la contestazione da Trump) ambasciata degli USA a Londra. Si raccontano con parole alate le caratteristiche architettoniche e decorative del futuribile edificio in riva al Tamigi che la ospita, e proprio a questo punto, alla nona riga della quarta colonna chi ci troviamo? I “giardini PRENSILI che riflettono varie regioni degli USA: uno sul tema dei canyon in Arizona, con cactus; un altro con le sequoie rosse sul Pacifico”…

Abbiamo il ritaglio nel cassetto.

 

 

Ci chiediamo perché

Baroccoccò
 

Conferenza stampa di presentazione del Festival  della danza spagnola e del flamenco. Ambasciata di Spagna, Sala Rossa a Palazzo Borghese.

Un cortile sontuoso, uno scalone a chiocciolone e questa sala sovraccarica di stucchi, lampadari, specchi, tappezzerie e vecchi mobili scricchiolanti e malfermi, tanto è vero che uno dei giornalisti ha rischiato di precipitare da una poltroncina a cui è crollato lo schienale.

Apre la Ministra Plenipotenziaria scusandosi perché parla male l’italiano; e la fa breve. Seguono gli altri, fra cui el señor Dosal, spagnolo, direttore del Parco della Musica che, con il suo brillante eloquio italo-iberico illustra (come sempre pittorescamente) l’interessante progetto.

 

Prima di tornarcene a casa storditi da tutto il baroccoccò dell’arredamento e della cerimonia, ci chiediamo perché un ministro destinato a rappresentare il proprio paese presso un’altra nazione, non debba, come requisito assolutamente prioritario, essere padrone fino all’estrema virgola della lingua di quest’ultima.

S. Luigi dei Francesi 

 

Ultimo concerto del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro, con uno di quei programmi che fanno temere il sonnellino: “La musica sacra romana nei primi anni del ‘700”. Composizioni di Cannicciari, Bencini, Pasquini, Giorgi, Casali, Zamboni, Costanzi, Colombiani; nomi a noi, e ci è parso anche al resto del pubblico, sconosciuti.

Invece niente pennichella! Il Concerto Romano, il coro Emelthee e il direttore Alessandro Quarta ci hanno strappati fin dal primo brano all’immanente torpore, e non ci hanno più mollati trasportandoci al finale grondante di applausi.

Davvero bravi a dare vita a questo genere di musica sempre a rischio di un filologico accanimento terapeutico.

Aiutati nell’impresa anche dalla buona circolazione delle onde sonore fra gli angiolotti arcibarocchi arrampicati su per gli altari e aggrappati ai pennacchi della cupola.

 

Una volta in strada ci chiediamo perché Santa Madre Chiesa che è tanto astuta nel dribblare l’IMU sui suoi tesori immobiliari, non lo è per niente nello sfruttamento di un altro tesoro a sua disposizione e a costo zero: l’immenso repertorio della musica sacra; visto che lo esclude sistematicamente (e stupidamente) dalle sue funzioni, sostituendolo con quelle orribili canzonette, per di più  male eseguite da suorine con le chitarrine e chierichetti coi bonghetti. 

Basilica dei Santi Cosma e Damiano

 

Concerto straordinario “Un Natale con Bach e Palestrina” organizzato da Giorgio Carnini. Musica ed esecutori di alto livello, come da aspettativa. Chiesa antichissima spruzzata anche lei di barocco (vedi altare).

Nel dopo concerto si brinda nella sacristia, ricavata secoli fa dentro i possenti tufi del Foro della Pace, mentre il vicerettore, croato, ci diverte con i suoi racconti sulla guerra quotidiana che la comunità multietnica dei suoi frati combatte contro ratti e gabbiani nel deserto urbano del Foro Romano.

Anche in questo caso ci prende la solita curiosità e ci chiediamo perché ormai non ci siano praticamente più italiani nelle alte o basse gerarchie delle parrocchie. Evidentemente quella che era la più vecchia ed efficiente istituzione del mondo non riesce più a rendere socialmente desiderabile, qui in casa nostra, una carriera fra le sue braccia. 

 

E poi, dopo queste serate culturali, magari seguite da uno spaghetto e qualche buon bicchiere, naturalmente si torna verso casa, e si finisce col passare sempre da lì, davanti a questa cosa che è talmente bella da risultare addirittura insolente.

Uno che ammira un’opera d’arte forse non dovrebbe porsi dei problemi di statica o di ingegneria; eppure ogni volta noi ci chiediamo perché quel pesantissimo plurimillenario obelisco riesce da quattro secoli a stare in piedi senza cadere, sospeso sul vuoto del suo basamento.

 

 

Si può vivere senza il salterio?

Certo; come si  riusciva a vivere senza il giradischi  prima che lo inventassero. Però domenica 10, nella sala dell’Immacolata a Santi Apostoli, l’ultimo raffinato concerto del festival dell’Architasto ci ha fatto capire che se invece il salterio c’è, si vive un po’ meglio.

Questa fatina, Franziska Fleischanderl, è una delle poche salteriste in circolazione e ha oltretutto il merito di essere andata a cercarsi i rari manoscritti settecenteschi di composizioni per lo strumento nel convento delle monache benedettine di San Severo di Puglia, che, ai loro tempi, si dilettavano a cantare i salmi accompagnate proprio dal salterio.

Il quale, come si vede, è una specie di cetra a corde libere da pizzicare con le dita o battere con i martelletti.
Al concerto i solisti erano lei, Francesco Tomasi alla tiorba (non serve spiegare, tutti sappiamo cos’è, no?), Chiara Tiboni al clavicembalo e il sopranista Francesco Di Vito, il quale (citiamo alla lettera il programma) “per uno straordinario caso della natura non ha subito la muta vocale; tale caratteristica gli ha permesso di fare rivivere il repertorio trascendentale dei cantanti castrati del barocco nel modo più filologico possibile, ovvero con un’emissione vocale non di falsetto ma naturale”.

 

E, aggiungiamo noi, si può dire che l’ha scampata bella. Possiamo inoltre testimoniare che, oltre a essere bravo, il maestro è munito di fior di barba e baffi e parla con voce da normale giovanotto.


 

Photo Ark – Meraviglie del mondo animale

E’ una mostra fotografica che abbiamo visto inaugurata l’otto dicembre al Parco della Musica.

Tutto come da copione ambientalista: il desiderio del fotografo Joel Sartore è fermare la perdita di biodiversità dovuta alle attività umane, al bracconaggio, ai cambiamenti climatici. Le specie animali si stanno estinguendo con un ritmo mille volte superiore a quello che sarebbe naturale. L’uomo deve intervenire per riparare il male fatto finora, e impedire che se ne faccia altro.

Sacrosanto, intendiamoci: foto meravigliose, situazioni catturate con abilità e, certo, anche con un pizzico di fortuna, sfondi che danno risalto ai colori delle penne o alla morbidezza delle pellicce, e, giustamente, il nobile scopo è informare per mettere in grado di intervenire prima che sia troppo tardi.

Quello che ci pare davvero sciocco è il tono dei giornali che presentano l’iniziativa: “L’estinzione vista attraverso gli occhi impauriti degli animali”, “Sguardi che parlano e trasmettono il pericolo di un mondo che sta soffocando la biodiversità” e altri siffatti sentimentalismi.

 

Ci sembra altamente improbabile che l’occhio naturalmente inespressivo (in termini umani, s’intende) di un uccellaccio dal lungo becco, di cui ci sfugge il nome, o il muso forse semplicemente  attento, ma apparentemente perplesso (sempre in termini umani) di una scimmia possano trasmettere un’inquietudine consapevole a proposito di un problema che certamente questi simpatici animali non sono in grado di porsi.

Forse si tratta solo del latente desiderio di umanizzare tutti gli esseri che ci circondano per avvicinarli alla nostra sensibilità.

In quanto a noi, dato per scontato il valore delle intenzioni, non ci rimane che divertirci a riconoscere nelle espressioni di queste creature forti rassomiglianze con quelle di alcuni nostri amici i cui lineamenti ci pare di identificare, caricaturati, proprio in quel becco lungo e quella testa pelata (lo Scarpantibus di arboriana-bracardiana memoria?) o in tutto quel pelame biondo-rossiccio.

Forse ci sbagliamo, ma forse anche no.

 

 

Dopo queste belle pensate, per dare a noi stessi, ma soprattutto a voi, un meritato riposo, ci pare opportuno prenderci una pausa di un paio di settimane. Ci rendiamo conto che per contrastare il troppo zucchero delle feste, una punta di veleno del Cavalier Serpente sarebbe quanto mai indicata, ma confidiamo che riuscirete a sopravvivere lo stesso.

Però attenti al diabete!

 

 

Sorpresa quasi di famiglia


La Sala Cadorin

A Via Veneto, fra i tanti grandi alberghi, c’è il Grand Hotel Palace (ex Ambasciatori), costruito da Piacentini nel 1926. Come in tutti gli altri, anche in questo c’è il salone bar, che però non è un salone qualunque: è la “Sala Cadorin”.

Guido Cadorin, pittore veneziano della prima metà del ‘900 è stato probabilmente uno degli ultimi artisti del nostro tempo a ricevere una committenza privata: appunto la decorazione pittorica del salone bar del Palace.

E’ una delizia girare gli occhi sulle pareti (magari con in mano un buon Negroni), e trovarsi nel centro di un ciclo di affreschi che ripropongono l’atmosfera di una festa in villa, alla maniera cinquecentesca di Paolo Veronese (balconate, colonne e paesaggi), solo che i dipinti sono in stile decò e i personaggi in abito moderno.

La cosa divertente è riconoscere nelle figure i famosi dell’epoca: c’è lo stesso Cadorin autoritrattosi di spalle in frak, c’è la signora Piacentini, c’è Margherita Sarfatti, c’è una danzatrice nuda e una donna moderna (per l’epoca), non identificata ma vestita, che con aria insolente fuma una sigaretta, ci sono Giò Ponti, Emilio Cecchi, e abbiamo perfino riconosciuto nostro nonno, il pittore Felice Carena, intimo amico di Cadorin, in elegantissimo papillon bianco.

E, per aggiungere mistero alla vicenda, c’è anche un piccolo giallo: neanche un anno dopo l’inaugurazione gli affreschi vennero coperti da drappi con la scusa che la loro eccessiva audacia offendeva i clienti. In realtà la ragione di questa censura pare che andasse cercata nell’irritazione di un tizio seccato di non riconoscersi fra i personaggi dell’alta società riuniti negli affreschi.

 

Quel tizio era un certo Benito Mussolini.


La pericolosa deriva del collezionista

Voglia d’Italia. E’ il titolo di una mostra che apre il 6 a Palazzo Venezia. Inconsuetissima inaugurazione a suon di musica. Nella Sala Regia concerto “Omaggio a Duke Ellington” della Mario Corvini New Talents Jazz Band. Ottimi fiati, begli arrangiamenti; una sola pecca che non ci sentiamo di ignorare: come si può pensare di riprodurre lo swing di Ellington con un basso elettrico invece di un vero contrabbasso nella sezione ritmica?

Superato questo piccolo dispiacere musicale, procediamo a visitare la mostra che si srotola, per i magnifici saloni dell’appartamento Barbo riempiendo vetrinette e  scaffali. Ma con cosa?

Qui viene fuori la discussa faccenda del collezionismo, che delle volte è una sacrosanta ispirazione a mettere insieme oggetti rari e  preziosi. Ma altre volte a noi sembra solo una frenesia patologica di accumulare cose (belle qualche volta, certo, ma anche brutte, spesso) pur di fare numero.

 

Non abbiamo lo spazio per mostrare tutta la paccottiglia in esposizione, ma potrebbero bastare questi pupazzetti e questo boccale da birra intagliato in una zanna di elefante per capirci.
 E’ chiaro che questo più che un giudizio artistico è una freddura. Infatti sottocchio ci è caduta anche della roba molto bella e molto seria. E’ che la nostra esternazione nasce da quel certo brulichio esagerato che frullava intorno ai troppi oggetti e oggettini delle sale.

I responsabili sono una coppia di americani vissuti a Roma, a Villa Sciarra, fino agli anni trenta: lui, George Wurts, funzionario dell’ambasciata USA, presumibilmente la mente maniacale dell’operazione, lei Henriette Tower Wurts, ereditiera, con certezza il braccio economico  della stessa.

Fatto sta che questi due, fissati, ma tutto sommato anche benefattori, finirono, dopo averla accumulata, col donare  a Palazzo Venezia la loro collezione di oltre quattromila manufatti, che è quella che vediamo esposta. E poi, al Comune di Roma, anche la loro residenza di Villa Sciarra, che purtroppo, da quando è passata alla proprietà pubblica è andata sempre più degradando fino alla miseria di oggi.

La mostra proseguirebbe nei locali interni del Vittoriano, ma, francamente, è tardi, fa freddo, e soprattutto l’idea di attraversare Piazza Venezia: buia, senza un semaforo, con le strisce pedonali mezze cancellate e stravolta da un infernale carosello di traffico è una di quelle che farebbero venire i brividi anche a un veterano della Parigi-Dakar.

 

Noi che quella grinta non ce l’abbiamo, rinunciamo all’impresa e buona notte. 

Romani antichi e moderni

“Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa”. Martedì 28 novembre, pomeriggio avanzato, quasi sera. Si inaugura la mostra ai Mercati Traianei di Roma.

Difficile immaginare un argomento più interessante e una location più speciale. Oltretutto è una di quelle serate limpidissime di luna quasi piena, che, insieme alla nuova illuminazione dei fori imperiali sui quali si affacciano i finestroni di quel centro congressi, supermercato, grande magazzino di venti secoli fa che costeggia il Foro Traiano, contribuisce a trasformare un evento da mondano a qualcosa di più: una magia di cultura e bellezza.

 

Quella di Traiano fu l’epoca migliore. Le sponde del Mediterraneo erano tutte romane; in città arrivavano insieme ai più bei marmi del mondo i migliori architetti, scultori e scalpellini, e tutto quello che si faceva era straordinario. 


Robaccia probabilmente la sfornavano anche allora, solo che, per fortuna, se c’era, non ha resistito ai millenni. D’altra parte, chissà quante cose anche più belle di quelle sopravvissute sono scomparse e noi non ne sapremo mai niente.

Come non sapremo mai niente di opere d’arte realizzate con materiali deperibili: quadri (tele e cornici non durano due millenni), vestiti, mobili e sculture in legno (idem), gioielli (idem, non per le ingiurie del tempo, ma per l’avidità dei posteri), per non parlare delle statue di bronzo che nei secoli hanno quasi tutte preso la strada della fonderia per trasformarsi in cannoni.

Rimane il marmo, anche questo a rischio di essere bruciato nelle calcare; solo che ce ne doveva essere talmente tanto in giro, che qualche briciola è arrivata fino a noi.

E qui sono in mostra alcune di queste briciole  così squisite da non credere: una mano: viva; il primissimo piano di una bocca con le sue rughe di espressione più vere della carne. 

Ci è toccato aspettare parecchi secoli per ritrovare qualcosa di simile con Michelangelo e Bernini.

 

Ci sono anche frammenti di capitelli, di cornicioni, di architravi; elementi architettonici che stavano lassù a dieci, dodici, quindici metri. E da terra, a quell’altezza, è matematico che i finissimi ornamenti ricavati con lo scalpello nel marmo non fossero assolutamente visibili. Eppure ci sono, tutti incisi accuratamente e poi levigati con attenzione. Se gli uomini non potevano distinguerli, per chi erano scolpiti? Per gli Dei, per l’Imperatore, per il semplice amore di fare bene il proprio lavoro?

Per fortuna abbiamo visto anche qualche peccatuccio, qualche furbizia, scoperto degli altarini, che ci hanno permesso di non soccombere del tutto davanti a tanta perfezione. Non tutte le palmette, gli ovuli, i dadi, le decorazioni minori insomma, sono ben rifiniti; alcuni sono appena sbozzati, altri quasi solo fantasmi del disegno originale.

 

Tanto c’era la vernice colorata a coprire tutto: il ben fatto e il mal fatto. E di sicuro, lassù nessuno avrebbe potuto vedere la differenza. Se non, forse, gli Dei.

 

A proposito di perfezione e di difettucci, non possiamo non citare il quintetto di ottoni che, per allietare il pubblico e spostandosi di sala in sala, suona (bene) fanfare e brani trionfali di Bach e altri.

E fin qui, di sicuro, niente da obiettare. Però a un certo punto i cinque sciagurati si avventurano incautamente in una compilation di Gershwin in stile charleston.

 

Da brivido, ma di raccapriccio.

 

Oh, e poi ci è apparsa questa scritta, evidentemente destinata al pubblico di turisti.

Gli antichi romani erano riusciti a costruire l’impero più grande del mondo.

 

Quelli moderni, neanche capaci di scrivere un cartello in inglese. 

Due sorprese


Ci siamo capitati per un fortunato caso (altrimenti che sorpresa sarebbe stata?) che ci ha indotti a fare qualcosa di imprevisto: mollare quello per cui eravamo usciti da casa. Eravamo su, nella saletta al secondo piano del Mercato Centrale Roma di Via Giolitti, dove ci aveva dato appuntamento Arteindiretta per partecipare a un racconto accompagnato da proiezioni, su come pesci, crostacei e frutti di mare arricchivano le tavole imbandite nelle nature  morte, soprattutto fiamminghe, del ‘600.

Buona la ricetta ma troppo allungato il brodo delle chiacchiere, poco speziato il piatto forte delle proiezioni, e soprattutto distraente l’arrivo di paradisiaci effluvi di cibo e tintinnio di posate provenienti dai ristoranti di sotto.

Non abbiamo resistito e siamo scesi. Sorpresa!

Fino a ieri, Via Giolitti, lato destro della Stazione Termini, era uno dei diverticoli intestinali del ventre degradato della città. Stanzoni abbandonati e bui, dentro. Fuori: ambulanti, ubriachi, sporcizia, traffico impossibile e niente parcheggio.

Ma noi sapevamo che quell’ala dell’enorme edificio della stazione era stata progettata e messa in cantiere alla fine degli anni trenta da uno dei tanti geni che avevano reso magnifica l’architettura del regime, Angiolo Mazzoni; finché la caduta del fascismo aveva bloccato tutto. Solo che, come molti altri esempi di quel periodo, tutto era stato abbandonato e pochi anni erano bastati a far dimenticare il capolavoro.

Finché (e qui emerge il pericoloso genio italico: quello che ci fa sopravvivere alle catastrofi, ma non ci insegnerà mai a prevenirle) per salvare capra e cavoli un astuto imprenditore ha avuto l’idea di aggrapparsi all’unico salvagente funzionante in questo periodo.

La cultura? Ma no, la gastronomia!

E sotto quelle volte di purissimo stile razionalista ha impiantato il Mercato Centrale Roma. 

E così ci ha restituito, recuperandola, la baracca.


Seconda sorpresa:

Questioni di Pelle. Che è il titolo di una rassegna mensile organizzata dalla DermArt, un’associazione, come dice il nome, di dermatologi con inclinazioni artistiche.

Oggi, 24 novembre, si è parlato di stimmate, un tema che, specialmente con Padre Pio, ha provocato infinite inquietudini sulla reale origine (e sulle tante possibilità di frode ad essa abbinate) di queste patologie cutanee.

Abbiamo saputo che dal punto di vista medico si tratta di ulcere croniche o lesioni necrotizzanti; che spesso si manifestano sul piede diabetico; che non è vero che profumano, anzi mandano un puzzo terribile; che non sono mai state osservate in pazienti non cattolici; che San Francesco è il primo e l’unico stigmatizzato ufficiale della Chiesa, e che queste piaghe appaiono, ovviamente, sempre sugli stessi punti geografici del corpo di Cristo crocefisso: mani, piedi, costato e testa (la corona di spine).

 

Abbiamo visto riproduzioni delle tante Deposizioni della storia dell’arte, e quella che non conoscevamo e ci ha colpiti di più è il Cristo sostenuto dagli angeli di Manet, criticatissimo a suo tempo per la sua presunta crudezza e per il realismo giudicato blasfemo, ma dal nostro dermatologo relatore Massimo Papi definito scientificamente preciso, perché rappresenta con amorosa accuratezza il gonfiore di piedi e caviglie, che sopravviene durante il crudele supplizio della crocefissione.

Alla fine, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, ci hanno servito (in modo virtuale) i biscotti di pastafrolla con le stimmate di marmellata che si pretende siano nati come omaggio a Padre Pio, ma nello stesso tempo si teme siano una bufala e in realtà li abbia inventati anni fa una massaia fantasiosa ma all’oscuro dell’esistenza del santo di Pietralcina.

Poi la rete…

Al prossimo incontro si parlerà di unghie.

La dermatologia, chi l’avrebbe mai immaginata così divertente?

 

 

 

Momenti di intimità


Al primo piano del Museo Andersen c’è questo quadro che, oltre a essere ben dipinto, ritrae con grande delicatezza, bisogna proprio dirlo, un momento di intimità: la fine di un incontro omosessuale, scena forse non tanto comune ma certamente accettata all’epoca fra artisti del nord, e magari giovani locali.

Il Museo Andersen è una grande villa Art Nouveau appena fuori Porta del Popolo, in una traversa della Via Flaminia. Sconosciuta ai più, è stata l’abitazione e lo studio di Hendrik Christian Andersen, scultore norvegese della prima metà del novecento (niente a che fare con Hans Christian, quello delle favole), il quale, una volta scoperta Roma, come succedeva a molti viaggiatori europei, preferibilmente ricchi, ci aveva messo su casa e non se n’era più andato.

Tanto è vero che qui è morto ed è stato sepolto nel cimitero acattolico, giardino di grande suggestione a Porta San Paolo, dietro la piramide Cestia, uno degli spazi ancora campestre entro le Mura Aureliane. Una gentile concessione del Papa che non voleva avere niente a che fare, nei suoi cimiteri ufficiali, con questi stranieri senza dio; ma d’altra parte non poteva scontentare i re non cattolici che avevano rappresentanze a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

Vicino a lui c’è la tomba di un personaggio oscuro, figlio di uno invece famoso, Wolfgang Goethe. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome: è segnalato semplicemente come Goethe Filius.

Hendrik fu legato per anni da un affettuoso, anzi, a giudicare dalla corrispondenza, affettuosissimo rapporto con lo scrittore americano Henry James. Il quale faceva parte, appunto, di quella schiera di “eccentrici” (così venivano garbatamente chiamati gli intellettuali omosessuali che scendevano in Italia per vivere la loro condizione in una terra dalla libertà leggendaria, lontani dalla morale stretta del resto d’Europa e degli Stati Uniti). Erano Wilde, Maugham, Munthe, Forster, Douglas e tanti altri, per finire con il ricchissimo industriale dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp, il quale, evidentemente non trasgressivo come gli altri, nel 1902, travolto dallo scandalo, si suicidò.

 

Altri scandali e altri tempi, per fortuna andati.


Passiamo a un argomento altrettanto intimo, ma di sicuro privo di qualsiasi connotazione peccaminosa: il divino allattamento al seno.

E che seno, che allattamento! Parliamo della Madonna, del Bambinello e, già che ci siamo, di anatomia.

Questa nostra non è un’analisi artistica; è solo uno stupore che ci prende all’osservare le Madonne allattanti della pittura prerinascimentale.

Rappresentazioni in cui l’anatomia, addirittura la semplice osservazione dal vero, se ne vanno per conto loro.

Sì perché i Bambinelli (spesso dipinti come adolescenti ben oltre l’età dell’allattamento, ma sempre miniaturizzati alla taglia di un poppante), stanno attaccati a sacre mammelle che, fra drappi e manti, fanno capolino da una spalla, da un’ascella, da una clavicola, in ogni caso da punti del corpo dove nella realtà c’è impiantato qualcosa di ben diverso.

Forse questa indifferenza verso la verità rendeva irreale, e quindi non pericolosa per il fedele maschio la visione di un organo che, papi o non papi, continuava a mantenere il suo richiamo più terreno che spirituale.

Tanto è vero che, qualche anno più tardi, questo concetto che all’epoca non era ancora chiaro né agli artisti né agli ecclesiastici committenti, fu codificato dal concilio di Trento, lo stesso che poi decise di far mettere le mutande alle figure di Michelangelo nel Giudizio Universale.

 

E da allora, nell’arte sacra, addio nudità, se non contrabbandata da qualche artista malizioso e furbacchione (vedi Bernini e altri) come estasi mistica.

Irriverenze

Presentazione Stagioni delle Arti.

Parco della Musica, mercoledì 8, conferenza stampa di presentazione delle Stagioni delle Arti 2017-18. Un tripudio di notizie positive: numero di concerti, lezioni e incontri con il pubblico, spettatori in continua crescita, come gli incassi; e non è poco, trattandosi di un’istituzione pubblica, che contrariamente alle altre non è in passivo cronico.

E crediamo che sia  tutto vero perché ogni volta che ci mettiamo piede, c’è sempre un sacco di gente con le facce contente, anche famiglie, perché molte sono le iniziative per i bambini; la libreria è affollata, al caffè c’è la fila e i Negroni che preparano al Red Bar continuano a essere ottimi.

Intanto il manifesto della stagione, che a noi irresistibilmente ricorda la copertina di uno dei primi LP di Dalla, essendo la cupola che appare sotto il titolo identica al basco dell’amico Lucio.

Poi, al Presidente Regina, nell’entusiasmo di elencare i grandi artisti che da tutto il mondo arriveranno sulle scene dell’auditorium, è scappato il nome di Dario Fo (da tutto il mondo, è certo possibile, dall’altro mondo ci sembra un po’ più difficile).

L’AD Josè Dosal, esprimendosi nel suo pittoresco italiano españoleggiante ci ha anticipato i concerti di giàss, con i solisti di giàss e il pubblico de apasionados di giàss. E poi si è lanciato in un ringraziamento corale a tutto il personale che lavora nell’istituzione, comprese le donne delle pulizie, ma dimenticando il benemerito barman a cui abbiamo accennato due righe fa.

Divertenti filmati con le facce di tanti artisti a fare gli auguri all’auditorium per il suo quindicesimo compleanno funzionavano da stacco fra una chiacchierata e l’altra; il tutto concluso con una canzone dal vivo della spagnola Antonia Molina, presentata con molti besos y abrazos dal concittadino señor Dosal.

E finalmente Luca Bergamo, Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale (prima parentesi: fino a qualche tempo fa, dove serviva c’era scritto solo Roma. Adesso, e forse si può ipotizzare qualche amico con una tipografia o una fabbrica di vernici, a tutte le “Roma” è stato aggiunto “Capitale”: sulle auto dei vigili, sulla carta intestata, sui furgoni; ma era proprio necessario ricordarcelo che Roma è la capitale?), (seconda parentesi: che un assessore di Roma si chiami Bergamo, è buffo, no?) ci ha liberati da un dubbio di tipo grammaticale e anche etico, che da un po’ ci tormentava, quando, riferendosi alla sua e nostra prima cittadina l’ha chiamata “la sindaca”.

 

        Meno male! Se l’ha detto lui che sta in giunta, possiamo stare tranquilli.



Champagne
!

4 novembre sera. Insieme ad altre novantanove persone, siamo a cena a Villa Medici in onore di David Lynch e in chiusura della Festa del Cinema.

Pleonastico descrivere la magnificenza del parco, la fantasmagoria, in questa serata limpida e tiepida, del panorama dalla balaustra accanto a Trinità dei Monti, la grandiosità del salone e lo sbrilluccichio della sontuosa apparecchiatura. Cinque calici: acqua più le quattro differenti etichette di champagne che hanno accompagnato i piatti.

Nella foto i bastardini imbucati, pieni di un liquido arancio sono due Negroni preparati magistralmente dal barman all’ingresso (i migliori assaggiati negli ultimi tempo) e offertici prima di sedere a tavola.

Grande spolvero di attori, ovvio, e atmosfera guardingamente rilassata, forse anche grazie ai succitati Negroni.

Ben gelati e copiosi il Moёt Imperial, il Moёt & Chandon Grand Vintage 2009, il Moёt & Chandon Grand Vintage Rosè 2009 e il Moёt Nectar Imperial, con cui abbiamo pasteggiato.

Eravamo in semplice giacca e cravatta, anche se di Gucci, ma un po’ a disagio perché per questi fluidi blasonati ci saremmo sentiti più a posto in frac.

E allora, dove sono le perfidie? Nel menu, presentatoci dallo chef responsabile a inizio pasto. Non siamo gastronomi stellati, ma ci è sembrato, come spesso in queste occasioni, che tutto sapesse vagamente di panna: il tiramisù di patate e baccalà con lardo di cinta senese; le mezzelune di burrata, acciughe e datterini; le capesante scottate con millefoglie di patate e speck…

Irresistibile, andandocene, ci è tornato in mente uno degli eroi delle nostre letture infantili: Bertoldo, il contadino dal cervello fino, il quale, proprio per merito della sua astuzia, fu invitato a corte dal re. Qui, fra un frizzo e un lazzo cominciò a frequentare la tavola dei nobili, dove si mangiavano cose raffinatissime, alle quali lui non era naturalmente abituato, e tante ne mangiò che alla fine si ammalò e se ne andò al creature.

Il re, che apprezzava lo spirito del villano, fece incidere sulla sua tomba un epitaffio i cui tre ultimi versi dicevano:

“Mentr’egli visse fu Bertoldo detto,

fu grato al re, morì con aspri duoli

per non poter mangiar rape e fagioli”.

 

Prosit.

Mezzo millennio

 

 

 E’ il tempo che ci separa dal botto provocato da Martin Lutero con la sua riforma.

C’è a Roma una chiesa cattolica apostolica romana officiata dei preti tedeschi: S. Maria dell’Anima. E’ una chiesa che ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata. Quando entri il soffitto sembra un cielo, i pilastri brillano di cera, i quadri splendono di colori, e non si vede una lampada. Luce diffusa. Devono aver piazzato almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati la mattina del 30 ottobre, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre. Molte le tombe di marmi bianchi e colorati e con una fitta presenza di clessidre e teschi ghignanti, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell'elegante salone di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono (polverose e malissimo illuminate come sono) molte chiese romane, forse piene di tesori artistici, che però, nelle tenebre è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.

All'improvviso però, tutto questo splendore ci è sembrato oscurato da un’ombra. Perché?

Sono esattamente cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio sicura) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa. Evidentemente i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto la scadenza, ma hanno scelto di celebrarla a modo loro, con una mostra di poster montati in fila lungo tutta la navata. Non siamo storici, quindi non possiamo contestare la correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così scemi da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco cristiana delle immagini, fra le quali presentiamo (perché merita) l’ultima della serie: il faccione perfido di Lutero, commentato dalla seguente didascalia.

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe o presunte tali”.

 

Un vero diavolaccio.


MEZZO SECOLO, o poco più,
è invece bastato per quest’altro evento altrettanto storico, se non addirittura magico per Roma.

Parliamo del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR, nato in epoca fascista con il nome di Palazzo della Civiltà del Lavoro, che adesso si è sposato e di cognome fa Fendi (pare che il suo sia un matrimonio di interesse), però per gli amici del bar rimane er Colosseo Quadrato.

La notizia è che, appunto dopo mezzo secolo, l’edificio, prima abbandonato al degrado, poi considerato da abbattere in quanto monumentale simbolo dell’odiato regime, poi accusato di pompa e cattivo gusto, e così proseguendo con insensate considerazioni, mentre era, fin dal suo progetto, e ancora lo è, solo un’opera bella, è salvo.

Grazie a Fendi che l’ha in affitto, è finalmente a disposizione dei romani, gratis, in questi giorni, per una piccola, ben fatta manifestazione che collega la Maison al mondo dello spettacolo (siamo in coincidenza con la Festa del Cinema) con ricostruzioni di set pieni di riflettori, macchine da presa e costumi di scena di film famosi, disegno Fendi, of course; con una Giulietta spider su cui possono salire per farsi riprendere grandi e piccini, e in più, a disposizione di tutti, vari trucchetti elettronici di moltiplicazione immagini e selfie in movimento.

Ottima organizzazione, personale cortese, marmi e vetri lustri. E con il bonus (e questo non è merito Fendi) di una di quelle giornate da ottobrata romana che non si dimenticano.

E aggiungiamo anche questo: finalmente si è recuperato un vero capolavoro del periodo più felice per l’architettura italiana di tutto il ventesimo secolo (e, per l’amor del cielo, non diamo retta alle baggianate ventilate da un noto personaggio della politica, secondo cui qualche partigiano potrebbe sentirsi offeso a passeggiare sotto una facciata di architettura fascista).

 

 

Missione suicida

Questa settimana abbiamo deciso di buttarci fra le braccia di tutti quelli che aspettano un pretesto per darci un buffetto, o magari uno sganassone. Ecco, glieli forniamo noi: più di uno.

Primo: non ci piacciono gli strumenti giapponesi (quelli tradizionali, naturalmente; su eventuali usi rock o jazz nulla ci è pervenuto dalle fonti deputate).

Roma, martedì 24 ottobre, Istituto Giapponese di Cultura: “Danze e Canti di Osaka”. Tutti gentili, ci fanno accomodare in prima fila, posizione rischiosa che rende impossibile la fuga strategica, ma permette di udire meglio i flebili e pochissimo espressivi suoni emessi dagli strumenti.

Eh già, perché, per quanto riguarda la parte musicale, abbiamo uno shamisen, una chitarrella a tre corde tese su una scatola quadrata coperta di pelle di serpente, pizzicate con un grande plettro di legno; ne escono suoni sordi che, in mancanza di una cassa di risonanza decente, non vanno lontano e non emozionano (a noi).

 

A seguire un assolo di kokyu un altro di quegli strumentini a scatoletta, stavolta coperto di pelle di gatto e suonato con l’arco. Il problema è anche qui la piccolezza della cassa e la sottigliezza delle corde, per cui dall’archetto escono solo quelli che ci sono sembrati i lamenti del povero animale sacrificato per ottenere un risultato così scarso.

Sul canto ammutoliamo: melodie non percepibili e parole incomprensibili, e questo è ovvio, ma tanto gutturali che più che note sembrano conati. Nel mondo l’ugola è la stessa per tutti. Chiaro che da quelle parti ne fanno un uso diverso che da noi: e su questo non si discute e non c’è base per criticare.

Certo: altre tradizioni, altre culture, altre civiltà. Anche qui in passato c’erano strumenti sordi, fessi, stonati, miagolanti. Ma poi ci risulta che si sia verificata una bella evoluzione, e siamo arrivati a Stradivari, a Mozart, a Strawinski.

In questo concerto c’è anche, proprio davanti alla nostra poltroncina, una graziosa danzatrice che muove il corpo pochi centimetri alla volta, senza permettere al volto, ingessato di biacca di esprimere emozioni; rari guizzi di vita si manifestano solo nei movimenti del ventaglio. Ipnotici, forse, ma anche soporiferi.

 

 

PS. A scanso di equivoci, le notizie sugli animali titolari delle pelli usate negli strumenti sono interamente imputabili a Wikipedia


La biacca che imbianca la danzatrice ci porta al secondo tema: non ci piacciono gli stucchi.

Questo pensiero ci si è manifestato venerdì 27 nella galleria del Primaticcio a Palazzo Firenze mentre ascoltavamo una interessante conversazione sulla traduzione in generale (dei libri) e sulla traduzione, proprio nel senso del trasporto fisico, di un testo dal piano letterario a quello musicale, dove talvolta le parole perdono del tutto il loro significato.

Presente un bel gruppo di studiosi, fra cui l’amico organista Giorgio Carnini, che a questo proposito ci ha letto due righe in cui Schoenberg confessa di avere amato follemente i lieder di Schubert per poi accorgersi, dopo anni che li ascoltava, di non avere la minima idea di cosa dicesse il testo. 

Bene, durante la dissertazione, guardando in alto ci siamo accorti che anche qui gli stucchi della volta avevano quella stessa aria porosa, polverosa, sporchiccia che hanno dappertutto; insomma, per quanto di eccelso disegno, viene sempre fuori il triste invecchiamento della materia con cui sono fatti.

 

Vuoi mettere il marmo? Duemila anni sotto terra, e una spolveratina basta a ridargli la sua scintillante giovanile nobiltà.


Terzo (e qui ci aspettiamo una vera e propria flagellazione): non ci piace Gaudì.

Questa sensazione ci è tornata in gola come un rigurgito a leggere un recente articolo che annuncia il restauro di Casa Vicens a Barcellona. Abbiamo rivisto le foto dell’ennesima torta guarnita di piastrelle, colonnine, camini, loggette, balconcini, torrette e tutte le altre spezie del neogotico in salsa catalana con le quali il nostro architetto ha farcito la città.

E arrivati a questo punto ci balena in testa un’altra raccapricciante consapevolezza, potenziale portatrice di ulteriori complicazioni con i nostri lettori: se non ci piace Gaudì, non ci può piacere neanche Coppedè.

 

Siamo fritti!

Un miliardo di creduloni

Creduloni, per essere buoni e non chiamarli criminali. Avranno anche una delle più antiche civiltà del mondo, ma su certi argomenti sono proprio indietro.

 

Parliamo dei cinesi e delle loro fissazioni mediche e alimentari. Che mettono a rischio un numero esagerato di povere bestie le quali, proprio per colpa loro, hanno ormai una zampa nella fossa.

 

E sono i poveri rinoceronti, quasi sterminati, il cui corno tritato i creduloni criminali credono che faccia passare la febbre e le convulsioni. E che sia afrodisiaco. In realtà è solo normale cheratina: come dire che mangiarsi le unghie farebbe bene alla salute (pardon, alla virilità).

 

E sono i poveri orsi, tenuti per anni in gabbie dove non possono neanche alzarsi in piedi, con infilata nella pancia una cannula aperta in permanenza per raccogliere la bile, che i criminali creduloni credono faccia passare la congiuntivite e l’epatite. E in più, alla fine, gli tagliano i piedi e se li mangiano in guazzetto contro l’artrite e l’impotenza.

 

E sono i poveri pescicani, a cui i pescatori tagliano le pinne e poi li ributtano in acqua dove affogano dato che non possono più nuotare dritti, perché ai superstiziosi gastronomi creduloni piace la zuppa con cui credono di curare il cancro e recuperare la virilità.

 

E sono le povere tigri, le cui ossa tritate servono contro le infiammazioni e l’osteoporosi, e il cui pene seccato, fritto e sgranocchiato i creduloni cretini credono che aumenti la virilità.

 

E giù con scorpacciate di testicoli di capra, peni di alce, scroti di non si sa chi altro. Insomma la tradizionale superstizione per cui se mangi qualcosa o qualcuno, incorpori le sue qualità.

 

Una teoria davvero moderna, non c’è che dire.

 

Insomma, la infiacchita virilità dei cinesi maschi è da sempre un pericolo letteralmente mortale per un sacco di animaletti e animaloni che, senza le smanie di questi incivili, se ne starebbero tranquilli per conto loro e non darebbero fastidio a nessuno.

 

Ultime notizie: La Repubblica, lunedì 16. Un articolo allarmatissimo denuncia che al mondo rimangono solo 30 focene della California. E per colpa di chi? Dei creduloni di cui sopra.

 

Non perché gli piacciano i filetti di focena. No, la faccenda è un po’ più complicata. Ai cinesi piace la vescica natatoria essiccata dei totoaba, pesci che vivono nello stesso mare delle focene, per loro sfortuna (delle focene).

 

Li pescano con reti di profondità in cui, oltre a loro, anche le focene rimangono impigliate e affogano: mammiferi della famiglia dei delfini, ogni tanto devono risalire per respirare.

 

Questa famosa vescica natatoria dei totoaba, indovinate perche sul mercato clandestino vale più dell’avorio e del corno di rinoceronte?

 

Ma naturalmente perché è afrodisiaca.

 

Per fortuna (sempre delle focene) qui siamo in America dove spesso c’è qualcuno che apre il portafoglio e le imprese umanitarie vanno a buon fine. Stavolta perfino Leonardo Di Caprio ci si è messo e ha tirato fuori un bel po’ di dollari.

 

Hanno organizzato una grande battuta (con la collaborazione di quattro delfini addestrati), per radunare le poverette in via di estinzione e portarle in una zona sicura. Con tutti i dubbi sulla riuscita del raduno e sulla capacità di questi poveri animali di sopravvivere a una prigione, anche se dorata, in cui li rinchiuderanno per salvarli.  

 

Però almeno ci provano. E agli altri che ancora sguazzano nel loro medioevo di cucina e medicina mescolate con magia e superstizione, che possiamo dire?

 

Niente, sono un miliardo: è meglio stare attenti a come si parla.

 

Un ecomostro d'annata

 

 

 

 

Ci rendiamo conto del rischio di un titolo come questo, ma è una tentazione a cui non sappiamo resistere.

 

Certo il mattone invecchia meglio del cemento, i millenni danno dignità a qualunque struttura, vedere queste rovine rosseggiare nel sole del pomeriggio al di là della fossa del Circo Massimo riempie gli occhi di chi passa con la maestà della grande architettura imperiale; eppure quella fila di doppi archi che si stagliano belli impettiti sulla destra, sono ciò che resta di una vera a propria violenza fatta al paesaggio da Alessandro Severo.

 

Il quale, essendosi fatto venire la voglia di ampliare il complesso dei palazzi di abitazione e rappresentanza degli imperatori, che già coprivano diversi ettari, evidentemente non abbastanza per lui, ed essendo ormai esaurito il settimo colle, il Palatino, pensò bene di prolungarlo, il colle, e sostituire il terreno mancante con questa pesante quinta di mattoni: una piattaforma sulla quale poi edificò effettivamente la sua nuova ala.

 

Tutto il marmo, i bronzi e gli altri materiali preziosi se ne sono andati, rapinati dagli straccioni  del medio evo, ma anche da illuminati papi del Rinascimento, come Sisto Quinto, che non si fece scrupolo di scippare le ultime colonne rimaste in piedi sulla facciata sud, per riutilizzarle, bene, certo, ma senza rispetto per la loro storia.

 

Oggi di quel gran corpo solenne rimane lo scheletro, in origine destinato a starsene nascosto, che ancora ci affascina con la sua (molto restaurata) imponenza. Ma sempre un ecomostro è.