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nell'archivio del Cavalier Serpente. A questo punto puoi sbizzarrirti e andare indietro nel tempo (anche di anni). Gli articoli sono elencati in ordine cronologico al contrario: dal più fresco al più stantio.


N° 456 - Il Non Finito

Esiste, come tutti sanno, il “non finito” di Michelangelo, di cui un esempio è la Pietà Rondanini.

 L’artista sosteneva che l’immagine vive già nel blocco di marmo, basta estrarla eliminando il superfluo; quindi il non finito è solo una pausa in questo scavo, che si può riprendere in qualsiasi momento, tanto l’opera è lì dentro che aspetta.

 

Dopo di lui altri hanno approfittato di questa svolta stilistica e hanno cominciato a celare anche loro sotto una rozza crosta di non definitivi colpi di scalpello intenzioni, idee, forse anche la semplice incapacità, appunto, di andare avanti e finire il lavoro.


 

E poi c’è il “non finito” alla romana che invece non è una tecnica artistica, neanche l’estrinsecazione di un pensiero: è pura e semplice cialtroneria.

Cominciamo da Via degli Acciaioli, quel breve tratto che, scendendo da Ponte Principe Amedeo, collega il Lungotevere con Corso Vittorio. Siamo sull’itinerario dei pellegrini che vanno e vengono da S. Pietro: in pieno Centro Storico insomma, sotto gli occhi di mezzo mondo.

 

Per allargare la strada furono demolite alcune case, di pregio o no non lo sappiamo. Certo che lasciare quei segni di solai tagliati, quelle impronte di finestre e porte accecate, che una mano d’intonaco avrebbe nascosto con modica spesa, come potremmo chiamarlo se non cialtroneria? E non è di ieri, la faccenda, ma risale a una vita fa.


Ora facciamo un balzo all’estrema periferia, che fino a poco fa era ancora Campagna Romana. Tor Fiscale, un meraviglioso manufatto medievale arrampicato sull’incrocio di due acquedotti, il  Claudio e il Marcio.

E qui siamo immersi nell’antichità. Ma non del tutto, perché nell’immediato dopoguerra, lungo gli acquedotti romani, anzi, appoggiate ai loro ruderi, erano nate una serie vergognosa di baracche dove erano finiti a vivere, se quella si poteva chiamare vita, gli sfollati dei bombardamenti.

Bene, un paio di anni fa ci fu una grande festa per celebrare il restauro della torre e degli acquedotti. Le strutture rinforzate, i conci di tufo perfettamente puliti, l’edera e i capperi estirpati, ma, chissà perché, anche qui sono rimaste le pareti imbiancate delle catapecchie abbarbicate ai pilastri. Testimonianza storica di un passato recente? Ne dubitiamo. Storica, poi? Mah! Scommetteremmo invece, anche qui, sulla cialtroneria romana.

Si potrebbe continuare, invece ci fermiamo. Però…

 

 



Però permetteteci questa postilla: oltre al “non finito”, a Roma ricorre spesso il “non innaffiato”.

Si tratta di una assoluta mancanza di empatia (leggi attenzione alla sopravvivenza) verso piante e fiori.

In primis da parte del Comune, che le piante, ahinoi, le compra con i nostri soldi, poi le abbandona; a questo, per quanto stupido sia, ci siamo romanamente abituati.

Ma anche da parte dei privati, che le piante le comprano con i loro, le piazzano davanti ai loro negozi, ai loro ristoranti, ai loro laboratori, e poi le lasciano morire piuttosto di dargli mezzo litro d’acqua ogni tanto. E questo, oltre che stupido, ci sembra masochisticamente incomprensibile ma, lo ripetiamo, romanamente abituale.

Piazza Venezia, un marciapiede percorso da ogni turista che metta piede in città e si fermi a dare un’occhiata al Vittoriano. Dai lati della vetrinetta del bar ci salutano i due impiccati di guardia, non più botanicamente riconoscibili, probabilmente deceduti durante l’emergenza virus, e mai sostituiti (ma neanche eliminati, se non altro per salvare la faccia). 

 

 

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N° 455 - Coronavirus - A Che Fase Siamo?


Riaprono i musei. Dai molti e confusi decreti: prenotazione obbligatoria, cioè, veramente, non proprio obbligatoria, diciamo preferibile. Riapertura lunedì, però il lunedì è il giorno di chiusura settimanale, quindi riaprono il martedì, ma non tutti. Sono rimandate a giugno le aree archeologiche, proprio quelle dove non servirebbe la mascherina e soprattutto sarebbero improbabili gli assembramenti (sull’Appia Antica o alla Villa dei Quintili! Quando mai si è vista grande partecipazione di popolo in queste lochescion?)

Noi comunque ci portiamo avanti (ancora da casa) ritornando a sguazzare nei nostri argomenti preferiti.

“Carthago, il mito immortale” al Colosseo. Praticamente il giorno prima della chiusura totale ci siamo trovati a godere (e siamo certi che non succederà più) dell’Anfiteatro a nostra totale disposizione. E’ che l’allarme si era già diffuso, i turisti non arrivavano più e gli indigeni stavano a casa terrorizzati. Noi eroi della cultura (o incoscienti della medicina) eravamo lì a chiederci, come di solito facciamo, perché una cosa è così e un’altra è cosà. Sotto investigazione, stavolta, gli attrezzi che avevano permesso a Roma di vincere la battaglia delle Egadi contro Cartagine nel 241 a. C.

La battaglia era stata cruciale e aveva concluso la prima guerra punica avviando Roma e diventare padrona del Mediterraneo.

Francamente lo stupore ci ha bloccati davanti all’arma finale, recuperata dal mare ed esposta in una vetrina: il rostro. Che era una punta di bronzo, montata sulla prua, sotto il pelo dell’acqua, con la quale si speronava la nave nemica sfondandone la chiglia e facendola affondare. Niente da dire sul livello tecnologico della trovata. E’ sulla sua dimensione che ci siamo fatti spiazzare. Una robetta alta poco più di un metro e lunga altrettante, che evidentemente si staccava dalla sua trave e rimaneva infilzata nel legno avversario, affondando con lui. Una battaglia epica che aveva cambiato la storia combattuta con questi apriscatole da mezzo metro!

 

Ovvio che la punta fosse proporzionata alla nave su cui era montata. Dovevano essere piccole le imbarcazioni a remi, massimo una ventina di metri, con le quali Roma aveva conquistato il mondo. In pratica il doppio di una gondola. A parte la ovvia differenza di destinazione e di eleganza, rimane il fatto che mentre le gondole sono più grandi (undici metri) di come le immaginiamo, le biremi romane, invece, erano evidentemente molto più piccole.


A proposito di gondole e di misure, basta trovarsi a Venezia in un giorno qualsiasi, con il Bacino di San Marco violentato dal passaggio di una delle cosiddette Grandi Navi per rendersi conto di quanto siano cambiate le proporzioni oggi.

 

Le gondole sono rimaste le stesse, Venezia anche, le navi romane sono un ricordo del passato ma quelle di oggi sono diventate mostri immensi, paurosi, pesantissimi, pericolosissimi e francamente neanche tanto belli.



Tanto per non farci sfuggire niente, siamo anche andati a controllare i lavori di sistemazione della pavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina, su cui avevamo fatto una piccola indagine preventiva a inizio anno, rimanendo anche qui un po’ basiti.

Sembra che il tutto si sia ridotto a ricollocare su una probabilmente costosissima piattaforma di metallo poggiata su pilastrini regolabili, le lastre di travertino che giacevano da anni sul prato, senza però seguire né un disegno razionale, né un filo artistico. E’ una vera e propria romanella (che dalle nostre parti significa una ripassata superficiale per nascondere le magagne senza risolvere i problemi): i travertini sembrano accostati a caso, e a un certo punto devono anche essere finiti, così ci hanno lasciato un bel buco in mezzo.

 

Malignità, da parte nostra, incompetenza o mancanza di fantasia? Aspettiamo giudizi. 


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N° 454 - Coronavirus - Fase Due


E’ tornato lo smog, finalmente! Tutto quell’ossigeno rischiava di farci funzionare la testa troppo bene. Adesso siamo di nuovo a norma.

Quindi, come prima, i cormorani pescano nel Tevere (l’acqua del “Biondo” che sembra inquinata è solo carica di argilla sospesa, non per colpa umana, e in più adesso ci dev’essere pesce in abbondanza), le mascherine calmierate non si trovano, le multe fioccano e noi abbiamo sempre più voglia di farla in barba a questo nostro padre/professore, severo da una parte e incapace dall’altra, che ci tiene in castigo da due mesi e intanto manda a fare la ricreazione quelli che in castigo ci dovrebbero stare per tutto l’anno scolastico.

 

In tasca ricette tutt’altro che urgenti e finte prenotazioni per il take-away di qualche lontanissimo ristorante, ce ne andiamo girando per la città.

E’ ancora bella ma si capisce che fra poco si guasterà, cioè si normalizzerà; e ci troveremo di nuovo davanti a una delle tante nostre contraddizioni.

Si ha voglia di tranquillità e silenzio. Ma appena arrivano, si comincia a smaniare perché non sarà che tutta questa quiete assomiglia a quella eterna? Oppure, costretti a guardarci dentro, ci prende quella inquietudine da cui cerchiamo di fuggire  facendo rumore e agitandoci anche quando non serve.

Noi abbiamo amici che, arrivati alla vecchiaia ci annunciano, saggi, di avere acquistato “sai quel rudere in Umbria in mezzo al verde e lontano dalle macchine? Adesso lo metto a posto e poi ci passerò giorni felici svegliandomi al canto degli uccellini e passeggiando nel bosco. Tanto se voglio venire in città, al massimo mezz’ora da casello a casello…”

E dopo un po’ cominciano a implorare una visita, ci telefonano con qualche trasparentissimo pretesto, ma noi sappiamo che (lì, come qui, ma lì è peggio) è un pomeriggio piovoso e buio di novembre e di passeggiare nei boschi non se ne parla e gli uccellini, che sono meno scemi di loro, se ne sono andati al caldo e al sole. E la mezz’ora da casello a casello sarà anche vera, ma ai caselli bisogna arrivarci. 

Ecco. Almeno la città ti costringe a reagire alla sua stessa nevrosi, e con questo ti obbliga a vivere e a non adagiarti nel lento, dolce fluire delle stagioni, nel ritmo rassicurante delle foglie e dei fiori, perché, rendiamocene conto, il tempo a nostra disposizione non è quello delle natura: è molto ma molto meno e sprecarlo e proprio da stupidi.


Oh, e poi, in tutti questi giorni a nostra forzata disposizione, abbiamo finalmente avuto il tempo di portare a termine un’impresa che ha dell’eroico, e che tenevamo in serbo come un virtuoso programma da realizzare chissà quando.

Mano alla rubrica telefonica, cominciando rigorosamente dalla A, abbiamo chiamato al numero fisso, che, detto fra noi, funziona sempre meglio di quella diavoleria moderna che si chiama telefono cellulare, tutti i nomi che risvegliavano nella nostra memoria echi di antiche amicizie o comunque di simpatie, magari sepolte da mesi o anni di trascuratezza (idraulici e prestatori d’opera vari esclusi, naturalmente).

 

Prima cosa, siamo stati costretti a prendere nota in un colpo solo dei tanti spazi che ci ammiccavano come vuote orbite dalle pagine a causa della dipartita dei loro titolari. Per fortuna negli anni le perdite si erano verificate abbastanza lontane fra loro da permetterci di riprendere fiato e di sopravvivere al memento mori.

E allora, tra mezze ore  di ricordi e informazioni, pettegolezzi lasciati in sospeso, spiegazioni o giustificazioni è stata un’occasione per fare pulizia. Benedetto virus.

E, a proposito di virus, quello che ci ha stupiti, piacevolmente s’intende, è stato constatare che non uno dei nostri amici o conoscenti era malato, o lo era stato, o sospettava di esserlo, o aveva a sua volta parenti e amici malati.

Rapida riflessione: le nostre telefonate sono state un’ottantina; calcolando che ognuno dei nostri ottanta corrispondenti abbia un uguale numero di conoscenze o parentele, si arriva a (ottanta per ottanta) seimilaquattrocento persone che sono una piccola ma non insignificante cittadina italiana.

Nessuno malato. Ma allora, con tutto questo allarme, questa mortificazione della normalità, questa masochistica distruzione del sistema a cui siamo stati e ancora siamo sottoposti, ma non staranno per caso esagerando un poco? 

Complotto?


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N° 453 - Coronavirus - Fine Fase Uno


Ore 6, il sole comincia a fare capolino, una coppia di enormi gabbiani si mette a battere col becco sui vetri della finestra e ci sveglia. Abbiamo trascorso l’infanzia in campagna e non è facile che un animale ci spaventi, ma quei due uccellacci con l’occhio allucinato e il becco grifagno fanno paura. Il primo pensiero è Hitchcock; il secondo: aiuto! la natura ha ripreso il controllo della città. Poi un caffè ci schiarisce il cervello, ci accertiamo di non essere stati divorati e decidiamo di andare a farci una passeggiata.

 

Sappiamo che la tregua mortifera sta per finire e che bisogna approfittarne perché un’occasione così: la città umana vuota e noi soli ad assistere al suo irreale coma, quando ci si ripresenta? Quello che vogliamo vivere ancora per un po’ è Roma senza i romani.


E così ci avviamo. Destinazione il quartiere umbertino intorno alla Stazione. Poi vi diremo perché. Intanto, siccome è di strada, passiamo a salutare il Panteon. Caspita! E’ la prima volta che lo troviamo sbarrato di giorno. Ma non è morto: da quella fessura illuminata in basso fra i battenti capiamo che il famoso puntamento del sole attraverso l’occhio della cupola continua, anche se noi abbiamo chiuso baracca. Il 21 aprile, Natale di Roma il proiettore solare centra perfettamente il portone, ma per parecchi giorni prima e dopo continua a illuminare di sbieco l’ingresso del tempio.

In piazza ci siamo solo noi e un ometto che di solito dorme sotto il colonnato e ora pranza leggendo qualcosa appoggiato al muretto sulla sinistra. Non ha la mascherina, naturalmente, e neanche i guanti ma pare che ai poliziotti di guardia non interessi un gran che.

E’ una cosa che abbiamo notato anche nei momenti di maggior rigore della crisi sanitaria: il barbone (o chiunque fuori dagli schemi) non è tenuto alle regole, e allora nessuno gli dice niente.

 

 

Eccoci a destinazione, in quella brutta scacchiera costruita dai piemontesi dopo Porta Pia (per intenderci: Stazione Termini, Piazza Vittorio, Piazza Dante e strade parallele e ortogonali), che eccezionalmente oggi è piena di cinguettii e brezze leggere e niente traffico puzzolente. Siamo lì perché  abbiamo appena finito di leggere un libro, che vi consigliamo “Il papa e l’architetto” di Roberto Dragosei, che ci ha spinti (e mai troveremo momento migliore per questa visita) a girare da queste parti. Il papa è Sisto V, l’architetto Domenico Fontana e l’epoca fine ‘500. Sisto (Felice Peretti, Cardinal Montalto) ha messo insieme con acquisti pazienti quella che, una volta sistemata, appunto da Domenico, si chiamerà Villa Montalto. E non è neanche lontana: a quel tempo la città era talmente piccola da lasciare entro le mura Aureliane abbastanza spazio per parchi e ville, diventate una meravigliosa cintura verde intorno al minuscolo abitato, limitato al Tridente, Trastevere e Vaticano. E la villa di Sisto è la più bella di tutte.


Poi, dopo tre secoli, Roma diventa capitale, agli eredi dei nobili che avevano costruito quelle meraviglie viene un improvviso formidabile appetito e tutto è venduto e distrutto. E’ un dolore forte. Pensare che se ci fosse stato qualcuno capace e onesto, almeno una parte di questo unico patrimonio si sarebbe potuta salvare. Invece niente: giù gli alberi (che erano diventati patriarchi centenari), e su i condomini, uno più brutto dell’altro.

 

Ecco una testimonianza su cui possiamo piangere insieme. E’ la pianta di Roma di G. B. Nolli, 1748. Villa Montalto è un trapezio con in alto le Terme di Diocleziano e in basso a sinistra S. Maria Maggiore. Lo stradone che dal centro punta verso l’angolo in basso a destra diventerà via Marsala, metà villa sarà invasa da binari e Stazione; e il resto si chiamerà via del Viminale, via Giolitti, Turati, Principe  Amedeo… Un disastro irrecuperabile


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N° 452 - Il Negroni, Conforto Universale


C’è un elisir che ci accompagna da sempre nei nostri vagabondaggi e che, negli ultimi tempi, si è rivelato un formidabile alleato anche nella resistenza contro il virus. Proprio per propagandare il valore terapeutico di questa mistura alcolica siamo andati indietro di un bel po’ di anni nel nostro archivio e abbiamo trovato queste annotazioni che vi ripubblichiamo fidando nel già citato potere euforizzante del cocktail, e anche, ci si perdoni la malignità, nel fatto che la gran parte dei nostri lettori sono, diciamo così, avanti con gli anni (e/o gagliardi consumatori di Negroni), e quindi è possibile che non ricordino di avere già letto quanto segue.

                

12 aprile 2014. Sufi Ensemble al Parco della Musica.

Pejman Tadayon, un simpatico musicista persiano, furbissimo conduttore della serata, ci ha fatto ascoltare la musica di casa sua, ci ha fatto cantare insieme a lui “la ilaha illa allah”, ci ha fatto guardare un gruppo di volenterose ma non proprio provette ballerine che facevano le dervisce ruotanti, e avrebbe voluto farci applaudire anche il coro Naghshbandi se non che quest’ultimo ha dato buca al concerto.

Ecco una circostanza in cui il Negroni è indispensabile per il suo garantito effetto rasserenante. Dopo (o anche durante) un bicchiere, va bene tutto. Non che la faccenda non fosse gradevole, ma certo ben poco di più. Pejman, con il suo pittoresco accento ha declamato per noi alcuni dei testi cantati, che, forse per colpa della traduzione in italiano, risultavano banalissimamente pieni di cuori, amori e occhi assassini: un Sanremo etnico, insomma, mentre i ghirigori decorativi proiettati per fare da sfondo all’esecuzione ricordavano molto, troppo, i centrini della nonna.

Non mettiamo in discussione l’importanza della preghiera che si fa musica e della musica che si fa preghiera, o la capacità di raggiungere stati estatici durante queste pratiche; tanto meno il potere ipnotico di un insieme di suoni che gira intorno a un pedale fisso (in questo caso tristemente prodotto da una tastierina) senza limiti di durata né promesse di sviluppo. Il fatto è che noi poveri spettatori normali, anche se ce la mettiamo tutta per essere politically and artistically correct, una serata come questa, davvero, se non ci fosse stato il Negroni…

 

23 aprile 2015. “In my life” un concerto informale al Parco della Musica

Un evento di Musica Contemporanea è normalmente considerato un’occasione molto seriosa (e spesso molto noiosa). Noi invece, stavolta, ci siamo fatti un sacco di risate.

In primo luogo perché siamo arrivati alla biglietteria già dotati del propedeutico Negroni che al bar dell’Auditorium preparano così bene. Poi perché l’atmosfera che ci ha accolto era davvero informale: l’amico Enrico Marocchini, compositore in forza a Nuova Consonanza, anche senza Negroni era al meglio delle sue caratteristiche di sublime cazzeggiatore. Fausto Sebastiani, uno degli autori in programma, inappuntabile e garbato maestro di cerimonie, è stato capace, durante la performance del suo bel pezzo per chitarra ed elettronica, di buttarsi sul pavimento per manovrare le manopole del cassone tecnologico.

Il decano Marcello Panni presentando il suo brano che chiudeva la manifestazione, scritto, come usava negli anni Sessanta in forma di gioco colorato ad arbitraria disposizione degli esecutori (omaggio alla Settimana Enigmistica) ne ha dette tante, e divertenti, fra cui una che facciamo nostra per la sua indiscutibile, sorprendente verità. “La musica aleatoria è l’unica veramente fedele al pensiero del suo compositore. Perché, se un mezzoforte, scritto da Beethoven in partitura, sarà inevitabilmente interpretato dall’esecutore in un modo forse giusto per lui stesso ma non necessariamente corrispondente all’intenzione dell’autore, l’esecuzione, appunto aleatoria, proprio perché ogni volta diversa, coincide esattamente con quanto indicato dal compositore con l’uso di questo termine“.

A noi è sembrato ineccepibile. Forse il Negroni?

 

 


Stesso giorno. Per concludere, dopo tutti questi aperitivi, un bel risotto al barrito. Abbiamo assaggiato questo insolito piatto all’Associazione dei Veneti a Roma, verso il tramonto.

Eravamo lì per la presentazione di un libro e, assai più stimolante, una degustazione di cucina veronese.

L’argomento im­pegnativo e la temperatura tropicale in sala (finestre ermeticamente chiuse: si sa, pubblico in età) a un certo punto ci hanno spinto a rifugiarci nella adiacente ter­razza con affaccio sulla jungla (vedi foto).

Dal folto della quale hanno cominciato a salire terrificanti  barriti, ruggiti paurosi e altri inquietanti richiami non identificabili, ma di sicuro esotici e primordiali.

Finita la conferenza (noi sempre in esterno e protervamente assenti agli applausi), è apparso il rinfresco promesso: pentoloni fumanti di risotto. Mentre i selvaggi ululati aumentavano, uno dei cuochi ci ha rassicurati: “Nol se preocupi, siòr: xe l’ora del pasto e i animali del zoo i ga fame come noialtri, e i fa un gran bacàn”.

Niente Salgari: siamo a Roma, a Via Al­drovandi: in strada ci passa il tram e, di fronte, la foresta pluviale altro non è che la rigogliosa vegetazione di Villa Borghese.

E le bestie feroci ci sono, sì, ma nelle gabbie del sottostante Giardino Zoologico.

 

 

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N° 451 - Omaggio al Genio (della Promozione)

Siamo in castigo ormai da abbastanza tempo per farci venire la voglia di esplorare le profondità dell’umana psiche; e allora è arrivato il momento di rendere omaggio al genio, una rara caratteristica umana di cui tempo fa avevamo segnalato le evidenti manifestazioni nella persona di un pianista da noi recensito in un concerto alla cavea del Parco della Musica.

Ci citiamo: “Per prima cosa, e per onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che il personaggio è simpatico. Entra dalle quinte con una corsetta adolescenziale (anche se ci dicono sia vicino ai cinquanta), maglietta, jeans, scarpe da ginnastica e immensa parrucca di ricci. Si ferma accanto al pianoforte, afferra con manine esitanti il microfono e mormora qualche parola sul brano che eseguirà, spesso farcita di amorose ovvietà new age, di sicuro effetto per il pubblico che applaude amorosamente.

Che avete capito? Non stiamo mica parlando della sua musica. Però, siccome il successo non nasce dal niente, dobbiamo sbarazzarci di snobismi e supponenze e riconoscere che Giovanni Allevi (di lui si tratta, si era intuito?) è un genio. Un genio della promozione.

Non c’è un tema, un pensiero, un colore di voce, un arpeggio sulla tastiera che non sia (pensato da lui o dalla sua squadra) perfettamente calibrato per colpire al cuore lo spettatore sprovveduto e convincerlo che anche lui, ascoltandolo, diventa un albatros in volo, alto fra le nubi”.

 


Bene, la stessa impressione ci ha provocato un fenomeno minore, più recente, frutto del Coronavirus. E’ il giovane Jacopo. Che ha due fortune: la prima di avere a disposizione una meravigliosa terrazza su Piazza Navona (eccolo: maglietta blu e chitarra, fotografato attraverso l’apertura della fontana del Bernini); la seconda di essere come Allevi, nel senso della (sua o di qualcuno vicino a lui) genialità nella promozione.

Anche nel suo caso è meglio non parlare di musica (è molto giovane e, speriamo, imparerà), ma la sua scelta di affacciarsi al tramonto su quella straordinaria piazza deserta e suonare per tutti i romani brani molto popolari (gli abbiamo sentito fare un “Deborah’s theme” e un “O mio babbino caro” e poi un ovvio “Fratelli d’Italia”) è geniale. Ripetiamo, come lo fa non importa. Importa che lo faccia lì e in questi giorni.

 

Tanto che la nostra sindaca lo ha invitato a Pasqua a suonare al Campidoglio, con affaccio sul Foro. Lo si può vedere nel filmato in rete “Jacopo incanta Roma”, un prodotto di raro dilettantismo e inefficacia (ah la mancanza di professionalità della nostra città!). 

E’ in arrivo una data che non possiamo farci sfuggire. Visto che non ci saremo di persona, ecco un nostro ricordo del 2014.

 21 aprile, Natale di Roma. E’ l’equinozio di primavera. Attraverso l’occhio al centro della incredibile cupola del Panteon, ogni anno, a mezzogiorno preciso di questo fatidico giorno, il sole scende a colpire il portone d’ingresso, illuminando come un riflettore da un milione di watt l’imperatore che entra nel suo tempio, e con questo gesto diventa Dio.

Oggi la descrizione dell’evento va leggermente ridimensionata: c’è l’ora legale, quindi mezzogiorno diventa l’una. Il pronao del Panteon formicola di turisti chiassosi; logico. Ci mettiamo pazienti in fila per entrare a vedere il famoso raggio. Dopo un po’ ci riusciamo. C’è un fastidioso brusio da stadio. Non siamo senatori SPQR, ma turisti come gli altri, quindi dobbiamo accontentarci.

Proprio nel momento in cui l’evento vorrebbe un rispettoso silenzio, dagli altoparlanti rimbomba una voce imperiosa: “La chiesa chiude. Si prega di uscire”. A stento riusciamo a
rimanere fino a quando il sole centra l’ingresso con magica astrale precisione. Ed è molto più emozionante di quanto ci aspettavamo.

 

Però, non siamo mica qui per divertirci! Il minuto successivo, tutti fuori come pecore e il portone sbarrato in un baleno. Non male per una città a vocazione turistica. E sembra che questa sia una simpatica abitudine del locale, che si ripete a ogni occasione. 


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N° 450 - Pensieri Oziosi


Fare, ormai in questo periodo non si riesce più a fare niente. Niente di interessante, almeno: andare per ruderi, per musei, per teatri, per concerti, in compagnia o no. Le altre attività come cucinare, saltellare intorno all’isolato, magari con la bestiola al guinzaglio, rivedere vecchi film non ci interessano. L’unica cosa che rimane è pensare. E siccome siamo in ozio forzato (che non è l’otium romano al quale ci si dedicava per scelta e in un tempo specifico), i pensieri che ci escono sono pensieri oziosi, ingenui, stizziti o risentiti.

Rombo impressionante dal cielo, Corriamo ad affacciarci in terrazza e, a pochi metri, fra le foglie del ligustro, invece del solito calabrone, eccolo là, minaccioso e ronzante un elicottero giallo a quota molto bassa. Tensione e disagio. Non essendoci un’offensiva militare in corso, è chiaro che il rumore opprimente di questo enorme insetto sospeso in aria ha solo la funzione di ricordare che siamo sotto controllo e nulla sfugge al grande fratello.

 

Pensiero risentito: è proprio necessario spaventarci così?


Nelle nostre passeggiatine virali ci spingiamo spesso fino a S Giovanni dei Fiorentini (meno di 200 metri da casa, chiaro?) dove in un altarino riservato è esposto il piede di Maria Maddalena inguainato in un contenitore d’argento made by Cellini. Scelta magari macabra come molte reliquie, 

comunque suggestiva. Ma quello che ci colpisce non è il piede, è la attigua didascalia di spiegazione esposta per il fedele sprovveduto, in italiano e, ahinoi, in quel bell’inglese casereccio che si può leggere qui accanto.

Pensiero stizzito: invece di rivolgersi alla cugina del sagrestano che passa le vacanze a Londra, non era meglio interpellare qualcuno di madrelingua, magari uno dei tanti preti irlandesi che bazzicano Roma ed evitare questa figura da peracottari?  

Sempre entro 200 metri, ma nell’altra direzione c’è uno dei tanti esempi di un’abitudine architettonica dei tempi andati: palazzo padronale (siamo a Via del Governo Vecchio) partito con pretese di grandiosità. Poi evidentemente sono finiti i soldi, l’edificio è rimasto a metà, mentre lo spazio rimanente è stato occupato da una modesta casetta costruita in seguito con intenzioni più sobrie.

E fin qui niente da scervellarsi: succede. Ma quello che non capiamo (e abbiamo interpellato tutti gli amici architetti, senza risultato) è perché la parete portante della facciata sia rimasta così rozza e incompleta per due, tre, quattro secoli.

Gli esempi sono dappertutto, basta alzare gli occhi in giro per la città.

 

Pensiero ozioso: come mai nei secoli trascorsi nessuno ha provveduto a rasare i mattoni sporgenti e a intonacare per dargli almeno una parvenza di concluso lo spigolo del muro maestro così sgarbatamente interrotto?

Forse qualcosina di più del raggio permesso l’abbiamo percorsa (ma i vigili non ci hanno beccati). Basilica dei Santi Apostoli: all’ingresso i due feroci leoni di marmo messi lì per tenere lontani i nemici della fede. Guardare le espressioni: altro che feroci! Fanno tenerezza con quelle facce perplesse, attonite, quasi smarrite. 

Pensiero ingenuo: come mai affidare la realizzazione di simboli di così determinante importanza a scultori che evidentemente un leone non lo avevano mai visto?

 


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N° 449 - I Piaceri della Terrazza

 
Secondo una leggenda, che nella nostra infanzia avevamo trovato sulla gloriosa Enciclopedia dei Ragazzi (che temiamo sia stata smentita da successivi studi più accurati, e ce n’è stato tutto il tempo, data l’arcaicità del riferimento temporale), i lemming, una specie di criceti scandinavi, quando si accorgono che ci sono più bocche da sfamare che lattuga a disposizione, formano un gruppone che si mette agli ordini di un capo (un lemming alto commissario per la sanità) il quale li porta sull’orlo di una scogliera e da lì si butta di sotto seguito da tutti i presenti, in un suicidio globale che risolve l’emergenza.

L’impressione che ci faceva questa accettazione ubbidiente del sacrificio per il bene della comunità!

Allora eravamo assolutamente all’oscuro dei meccanismi di sopravvivenza della specie, come lo siamo ora su quelli di controllo di una pandemia, eppure la sera quando ci affacciamo alla finestra di casa e non un motore, non una musica, non una voce rompe lo spettrale silenzio di quella che eravamo abituati a considerare (e adesso ci par di ricordarla con una certa nostalgia) una zona di movida fracassona e tiratardi, ci viene naturale stabilire un rapporto con la strategia salvaspecie dei lemming. Come loro, gli esseri umani sembrano rassegnati a seguire gli ordini senza farsi domande: anzi, quasi contenti di essere stati messi in castigo.

Dovremmo saperlo che questa morte civile alla quale tutti i romani si sottopongono con un inaspettato senso del dovere, è l’unico modo per sconfiggere il male, eppure la sensazione del suicidio globale comandato continua a fare capolino nelle inevitabili riflessioni che ci risveglia questa situazione del tutto inaspettata non solo per noi, ma anche per i sette miliardi (troppi) che siamo.

E, al di là del gesto terapeutico, ipotesi fantascientifica che come tale è un fatto astratto, basta rifletterci un po’ e subito emerge qualcosa di molto più concreto: il pensiero della morte non del gruppo a cui apparteniamo, ma nostra personale.

Questo la sera, e ancora di più la notte, i momenti in cui non si è distratti da niente e gli incubi fanno carosello nel nostro cranio in totale sfrenatezza.

Di giorno, invece, c’è il sole, ci sono le prime brezze profumate, c’è la passeggiata da fare, da quei bravi bambini che siamo diventati, con mascherina e autocertificazione pronta, fino al giornalaio perché la lettura del quotidiano davanti a un cappuccino deve essere mantenuta come una delle poche abitudini adulte di civiltà; c’è il ritorno a casa facendo il giro largo, stavolta da bravi malatini immaginari, con una ricetta in tasca come giustificazione in caso di controlli. E, risalite le scale a piedi (utile esercizio), ci si lava per bene le mani, si prepara la bevanda di conforto e finalmente...

Si va in terrazza! Il paradiso dei reclusi del ventunesimo secolo.

Per evitare gli insulti che già ci sentiamo piombare addosso, vogliamo dichiararci umilmente consapevoli della fortuna che ci sfiora, di avercela una terrazza, in questa drammatica circostanza, che per pura coincidenza si verifica nella stagione più giusta per stare all’aperto.

Mai avevamo dedicato tanta attenzione ai nostri vasi, dove, come ogni primavera, anche in questo periodo spunta, seguendo il suo indifferente calendario, quello che abbiamo distrattamente seminato a suo tempo.

Solo in queste lunghe ore solitarie capiamo i minuscoli germogli dei peperoncini che si affacciano dalla terra, le rose che inalberano improbabili rigonfiamenti verdi che diventeranno fiori. C’è perfino questo meraviglioso bombolone di cactus che evidentemente sta faticando da qualche mese per diventare così bello, e noi neanche ce n’eravamo accorti.

Ecco, verso mezzogiorno, tutto quello che di notte era spettrale diventa sereno. Non passa un’auto, le voci sono diradate e così l’abbaiare dei cani che sembrano compresi della situazione e neanche litigano. E poi si sente la brezza! Il mormorio delle fronde (abbiamo degli alberelli sempreverdi), neanche fossimo sul promontorio della Maga Circe a farci stordire dal profumo del rosmarino (c’è anche quello: una bella pianta annosa e contorta).

 

Diciamolo sottovoce per non tradirci: una situazione veramente idilliaca.

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N° 448 - Teskio Story

Fra i demoni dipinti da Luca Signorelli nel suo Giudizio Universale, c’è questo diavolaccio al quale ci pare di somigliare. Vista la presente pandemia (che affligge i nostri corpi) e operando un ardito quanto arbitrario collegamento con il conseguente pandemonio (che scombussola le nostre menti), abbiamo pensato di sostituire la sua faccia alla nostra, quindi…

“Ner guardà quelli schertri io me so’ accorto

D’una gran cosa, e sta gran cosa è questa:

Che ll’omo vivo come ll’omo morto

Ha ‘na testa de morto in de la testa”. 

E allora, sullo spunto dei versi di Belli, mentre stiamo ai domiciliari, in questo momento in cui nella vita di tutti è presente il pensiero della morte, vogliamo farvi partecipi della nostra personale “Teskio Story”, di sole immagini (come un affresco medievale, quando i fedeli non sapevano leggere), per raccontarvi un nostro pellegrinaggio di qualche tempo fa alla ricerca del simbolo che spesso orna le antiche tombe nelle antiche chiese. Un messaggio che serve per non farci dimenticare come stanno le cose. Siamo appesi a un filo, dobbiamo sempre ricordare la nostra fragilità e non sappiamo quando la Nera Signora ci visiterà. 

Ci rendiamo conto del rischio di passare per iettatori, specie in questi giorni. Noi lo vogliamo correre questo rischio, sottolineando il fatto che, va bene, ricordiamoci sempre che siamo mortali, ma queste sono opere d’arte e noi non ci facciamo impressionare dai loro rimandi anatomici. Perché si sa: l’arte, anche se parla di morte, è sempre vita.

Sappiamo in quali chiese, tutte a Roma, stanno queste tombe, ma non di chi sono (non ce lo siamo annotato a suo tempo e ormai chi ci va più a controllare?)

1.      S. Agostino; 2. S. Alessio; 3. S. Marco;

4.      S. Maria del Popolo; 5. S. Maria dell’Anima;

6.      di nuovo S. Agostino.

 

Sono carini o no?

 

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N° 447 - Stiamo per raggiungere Milano

“E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl’infermi, per lo comunicare insieme, s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare con gli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi tocca o adoperata pareva nel toccatore trasportare quella infermità”.

 

Altri tempi, stessa virulenza. Solo che allora non c’erano le medicine e la famosa peste del 1348 fece fuori un terzo dell’Europa: oggi sarebbero più di cento milioni di persone. Che non sono certo le cifre che leggiamo (e che leggeremo a fine pandemia), ma a quanto pare la paura è la stessa. Il mondo si è fermato oggi come allora.



Non essendo in grado di scrivere un nuovo Decamerone, permetteteci di proporre qualche autonoma sciocchezza, tanto per alleggerire l’aria. Per esempio, visto che il virus, dando a Milano una bella spinta in partenza l’ha messa in testa rispetto a Roma, vorremmo dimostrare che invece proprio Roma (sempre per limitarci alla vecchia ruggine fra le due capitali e non al virus) può provarci a non rimanere indietro, almeno nella sfida di esibire gli stessi monumenti.

Il Duomo. Ce l’abbiamo anche noi; sta a Lungotevere Prati, con un nome un po’ diverso: Chiesa del Sacro Nome del Suffragio, ma a parte questo è identico. Anzi ha qualcosa in più: in sacrestia c’è il Museo delle Anime del Purgatorio. Una faccenda, bisogna ammetterlo, un po’ sospetta: si tratta di una raccolta di libri con impronte bruciacchiate di mani, di macchie di fumo sull’intonaco che rassomigliano a volti, di tracce di polpastrelli infuocati su fazzoletti, e così via procedendo nel soprannaturale. Insomma, sarebbe un tentativo delle anime parcheggiate in Purgatorio di sollecitare col fumo e le fiamme ultraterrene le preghiere dei fedeli, indispensabili per sbloccare la situazione e sdoganarle verso il Paradiso.

 

Per discrezione e anche per buon senso ci asteniamo da qualsiasi commento. Certo, leggende come il Purgatorio nel nostro tempo abituato alle prove scientifiche non hanno più molto spazio. Eppure, basta un contagio e, anche nel 2020, la fantasia è pronta a scatenarsi di nuovo.



Il bosco verticale.
Che ci vuole? Basta passare per Via Quattro Fontane, proprio di fronte a Palazzo Barberini, ed eccolo lì. Certo, non sarà alto venti piani, ma sempre di  piante arrampicate in aria si tratta. E bisogna vedere con quanta amorosa attenzione gli inservienti (di un albergo infatti si tratta) vanno a innaffiarlo e a togliere le foglioline secche. Tale e quale a Milano, dove, sui due grattacieli di cui parliamo, ci hanno detto che gli inquilini non possono azzardarsi a toccare neanche un filo d’erba. La manutenzione è rigorosamente riservata ai botanici ufficiali del condominio.


La galleria. La nostra è dedicata ad Alberto Sordi. E’ bella, grande e nello stesso stile dell’altra. Ma anche lei si porta dietro un qualcosa in più: un mistero. Noi non sappiamo il perché, né siamo riusciti a trovare spiegazioni
soddisfacenti, ma da tempo immemorabile i due grandi gruppi scultorei  che dovrebbero ornarla e darle dignità se ne stanno lì in cima avvolti in un sudario di tela. Noi non li abbiamo mai visti nudi. Vale lo stesso?.


Per quanto riguarda il nostro quotidiano, certo che ci siamo meravigliati nel vedere Roma vuota, silenziosa e pulita, nel poter godere di Via di Tor Millina finalmente non intasata delle tante trattorie turistiche funestate da pizze surgelate e buttadentro vocianti, nel riuscire a dormire beati senza il sottofondo dell’infernale movida di Piazza del Fico.

Queste sono le ovvietà del nuovo ordine, poi ci sono i piccoli riscontri personali. Quel continuo ronzio che ultimamente ci sentivamo nelle orecchie e che ci ostinavamo a spiegare con il traffico (o con la movida), è in realtà un inizio di acufene; il filo d’acqua col quale ci trovavamo costretti a farci la doccia non era colpa della Raggi, ma del vorace consumo della trattoria sotto casa. Ora che è chiusa, dalla cipolla esce un torrente che neanche al Grand Hotel…

 

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N° 446 - Roma al Tempo del Contagio


Non ce lo aspettavamo questo momento: invece è arrivato. Prima ci hanno fatto intravvedere il lupo cattivo, poi, una volta spaventati a puntino, hanno cominciato a dirci tutto quello che non dobbiamo fare. Non toccare questo, stai lontano un metro da quello, lavati le mani e soprattutto non prendere impegni, tanto te li annulliamo subito dopo. Bene, se qualunque attività seria è pericolosa, tanto vale spegnere l’interruttore e giocare.

Nella speranza di vedere qualcosa di più bello delle nostre facce spaventate nello specchio del bagno, invece di stare a casa decidiamo di andarcene per musei e siti archeo, finché siamo in tempo. Si gira e parcheggia che è una bellezza e rischio di contatti non ce n’è: intorno il deserto.

 

Cappuccino e giornale al bar sotto casa (unico problema, la proibizione di girare le pagine con la punta del dito inumidita sulla lingua, il che non è un rallentamento da poco), e poi si parte.



Il primo passaggio è al Pio Sodalizio dei Piceni che in questi giorni espone alcune delle pitture salvate e restaurate dopo il terremoto del 2016 nelle Marche. Siamo soli nel Museo di San Salvatore in Lauro, dal Sodalizio ospitato in una fuga di chiostri e chiostrini di inaspettata bellezza; qui ci permettiamo di indulgere in una personale ricerca che portiamo avanti da anni nei giri per chiese e musei che riempiono le nostre giornate di oziosi esteti: la ricerca del “putto orrendo”.  Eccone un bell’esemplare dipinto su un’anta di organo: un signore scamiciato, per di più in età e in carne, perso in una sua estasi di cui nulla mai sapremo. 



Poi via, per il Colosseo e i Fori.

 

Niente solita fila chilometrica, pochissimi turisti, profumo di erba fresca. E’ tutto fermo, tranne l’incessante strimpellare di chitarre, gemere di violini o sfiatare di fisarmoniche, che, puntando su un repertorio eternamente ripetitivo, impesta sonoramente senza pause (e tutti noi sappiamo quanto sia importante una pausa nell’ascolto della musica) questa zona archeo-idilliaca di Roma, benedetta dalla mirabile combinazione di natura e cultura: il fiore che spunta dal marmo antico.



Terzo appuntamento: Centrale Montemartini, che poi non è una centrale, ma un museo. Anzi, una centrale lo era: dove si produceva l’elettricità di Roma all’inizio del ‘900. Abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana. In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo, e perfino, dopo più di mezzo secolo, l’odore dell’olio lubrificante.

Sulla parete di un sarcofago, ecco che ritroviamo un altro esempio del nostro “putto orrendo”. Elemento ricorrente nell’iconografia sacra, chissà perché questi piccoli personaggi che dovrebbero rappresentare la serenità dei luoghi di eterno riposo riescono spesso così antipatici.

che. Siamo soli nel Museo di San Salvatore in Lauro, dal Sodalizio ospitato in una fuga di chiostri e chiostrini di inaspettata bellezza; qui ci permettiamo di indulgere in una personale ricerca che portiamo avanti da anni nei giri per chiese e musei che riempiono le nostre giornate di oziosi esteti: la ricerca del “putto orrendo”.  Eccone un bell’esemplare dipinto su un’anta di organo: un signore scamiciato, per di più in età e in carne, perso in una sua estasi di cui nulla mai sapremo. 

 



Finito il giro in solitaria, usciamo non solo dalla Centrale Montemartini, ma anche dal nostro mondo razionale per entrare nel fantastico: davanti a noi, nel giardino del museo, puntata verso il nulla, c’è la scala perfetta, la scala ideale, la scala fine a se stessa.

Angosciati da questo momentaneo (speriamo), medievale clima da secoli bui: peste bubbonica, punizione divina, fine del mondo, ci verrebbe la tentazione di salirla, quella scala, e perderci anche noi come lei, nel nulla.

 

P.S. Avete notato con quanta cautela si esprime questa settimana il Cavalier Serpente? E’ che si è reso conto che in periodi come questo, oltre alle difese immunitarie, cala fortemente anche il senso dell’umorismo, e allora è meglio andarci cauti.

 

 

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Brivido a Santa Cecilia


Domenica 23 febbraio, ore 18, concerto di apertura del festival “Percorsi Jazz – L’Improvvisazione Attuale”, organizzato da Paolo Damiani, eminente contrabbassista, compositore, fondatore e docente del dipartimento jazz di Santa Cecilia. Prima parte: Alvin Curran solo; seconda parte: trio Paolo Damiani, Roberto Ottaviano, Marco Lodoli.

La bianca e nobile Sala Accademica del Conservatorio non è proprio piena e fuori, lungo Via del Corso, malgrado i negozi aperti, anche la clientela deambulante è scarsa. Sarà il virus.

Bene, ci sistemiamo; Curran sale sul palco e si siede a un piano gran coda affiancato da una tastiera arricchita di aggeggi per la produzione di suoni sintetici.

Plin! Parte la prima nota sul pianoforte, pedale premuto, trenta secondi. Plan! Seconda nota, una quinta sopra, sempre pedale, quarantacinque secondi. Plon! Terza nota, contemplazione sonora di un minuto e mezzo. Poi, improvvisati e imprevedibili ma sempre con un sovrano sprezzo del tempo (quello cronometrico, la durata, insomma), partono qualche bicordo, qualche cluster e poi, mischiati a ripetizione, effetti dalla realtà e sintetici: colpi, sibili, rombi, martelli, macchine, squittii e ferraglia varia. Ci sentiamo ritornati agli anni ’60, quando lo scopo della musica contemporanea sembrava fosse irritare l’ascoltatore borghese con suoni sgradevoli e durate estenuanti.

Ma era sperimentale e noi che l’ascoltavamo e qualche volta la facevamo anche, eravamo convinti di essere eroi votati a scardinare il sistema per portare una parola nuova nella storia. E in più c’era il fatto molto artigianale e stimolante di produrre combinazioni di suoni inediti con l’aiuto al massimo di un paio di registratori e se andava bene di un oscillatore, e non come oggi, avendo a disposizione innumerevoli schede e una tecnologia onnipotente e di facilissimo uso.

Intanto il maestro Curran prosegue, immerso sempre più profondamente nelle sue atmosfere, passando da eterne dilatazioni dei tempi a fracassi subliminali.

10 minuti, 20 minuti. Il nostro vicino di destra sonnecchia, quello di sinistra giocherella con il telefono. Parti sempre più consistenti del pubblico sgusciano verso l’uscita. Il maestro Curran imperterrito va avanti, perso nel suo pernicioso sogno. 30 minuti, 40 minuti. Con la coda dell’occhio captiamo all’altra estremità della sala, il nervosismo di Paolo Damiani, responsabile della serata, chiaramente sulle spine, mentre il maestro Curran, imperterrito, procede.

Allo scadere dei 50 minuti, repentino ecco il cambio di atmosfera, quello che precede il dramma; non sul palcoscenico ma nella plancia di comando, dove evidentemente è stata presa una decisione (ci rendiamo conto di quanto quello che segue sarà stato difficile per Damiani; quanto imbarazzante, perfino quanto doloroso).

Una ragazza, forse un’allieva, molto giovane viene mandata sul palco e si china a bisbigliare all’orecchio del maestro Curran, il quale, inconsapevole di tutto, sta continuando imperterrito a produrre i suoi suoni.

Colpo di scena! Il maestro, stupefatto e certamente inconsapevole, alza gli occhi dalla tastiera, scruta il pubblico, “I’ve been asked to stop playing (mi hanno chiesto di smettere di suonare)” e smette di suonare. Aggiunge ancora: “Questo non mi era mai successo prima”, poi scende la scaletta del palco allontanandosi non più perplesso, ma ormai sdegnato. Effettivamente, neanche a noi era mai capitato di vedere un esecutore mandato via dal palco in questo modo.

E’ chiaro che ci dispiace che un artista ultraottantenne sia cacciato come un ragazzino importuno, ma, mentre non riusciamo a eliminare la sensazione che se la sia voluta, dobbiamo comunque eterna gratitudine a Paolo Damiani, il quale, con questa decisione, dura e sicuramente sofferta, ha salvato noi e il resto del pubblico da una orrenda fine per soffocamento da eccesso di suoni e insufficienza di pause.

 

Doverosa e diplomatica la giustificazione offerta al pubblico: “Ci dispiace, ma il conservatorio chiude alle otto, avevamo concordato una durata, che non è stata rispettata, e c’è ancora la seconda parte del concerto”. In più Damiani chiede generosamente un applauso per il maestro castigato. Applauso che arriva ma, dobbiamo dirlo, risulta tiepidino. Evidentemente anche la pazienza di un pubblico dedicato come quello di stasera ha un limite. 



E poi via con la splendida seconda parte, anch’essa di improvvisazione, ma ascoltabile, digeribile e soprattutto godibile, di un eccellente quanto inconsueto trio: Ottaviano, sax soprano; Damiani, contrabbasso e  Lodoli, poeta e giornalista che legge dei versi in memoria dell’amico Gianni Lenoci. Un ardito ricamo di note e parole.

Certo, mica facile neanche quello che ascoltiamo adesso, ma stimolante, comprensibile e soprattutto rispettoso, sia come contenuti che come durate, del pubblico il quale, in fin dei conti è il destinatario finale di tutto.

 

Alle prossime.


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Indiana Jones all'Amatriciana


Eccoci qua, cappellaccio in testa, frusta di cuoio intrecciato e via al galoppo per la Prenestina, fuori Porta Maggiore, periferia degradata di Roma, alla ricerca del misterioso Lago Bullicante.

Acqua sorgiva, vegetazione rigogliosa: Salix alba, Phragmites australis, Populus alba; ricca fauna stanziale: Germano reale, Martin pescatore, insieme con specie di passaggio come il Falco pellegrino e la Beccaccia.

E’ un relitto della recentissima era industriale, anni ’50–’60. Lì c’era uno stabilimento della SNIA che produceva seta artificiale; poi è finita la richiesta, è sfumato il lavoro, è defunta anche la SNIA.
Ma non è svanito il sottobosco dei furbetti malandrini, fra cui un costruttore che all’inizio dei ’90 rileva l’area, progetta di farci un grandissimo centro commerciale e mentre scava la buca per il garage sotterraneo, involontariamente intercetta la vena del Fosso della Maranella. 

Disastro: inondazione e blocco del cantiere. Il furbetto prova a non rimetterci i quattrini captando l’acqua con le idrovore e pompandola nel grande collettore fognario. Esplosione e allagamento della Via Prenestina. E fine della furbata.



Ora è un bellissimo laghetto selvatico, organizzato e curato da un gruppo di volontari della zona. L’acqua non solo è pulita, ma anche minerale e continua a zampillare dal sottosuolo mantenendo il bacino ben pieno e facendo la guardia allo scheletro, ormai nobilitato dai muschi, del mancato supermercato. Il palazzinaro si starà ancora mordendo le unghie, la gente del quartiere invece è molto contenta.

A questo punto, per evitare di essere presi per mitomani, vi confessiamo che in testa non indossavamo il cappellaccio ma il casco obbligatorio e la frusta non ce l’avevamo perché su un motorino (che non è un cavallo) a che serve una frusta? Però l’avventura all’amatriciana l’abbiamo vissuta davvero e vi invitiamo a ripeterla per conto vostro perché merita. 

Via di Portonaccio, angolo con Via Prenestina. Dal cancello si vede il cartello e si entra senza problemi.



Cambio ambientazione: lasciamo la recentissima era industriale e spostiamoci a quella, molto più remota, della fede.

Ai piedi del Gianicolo c’è il chiostro di Sant’Onofrio, un luogo che trasuda serenità e pace da ogni colonnina. Fra l’altro è dove Torquato Tasso si ritirò a consumare i suoi ultimi giorni prima che la pazzia se lo portasse via.

Con quello che all’epoca succedeva crediamo che fosse più che comprensibile desiderare di rinchiudersi. Lasciando fuori un mondo dove si moriva di fame, di freddo o di coltello; o anche di peste o di un’altra delle terribili malattie che circolavano. 

Sui muri del chiostro è narrata la vita di Onofrio con didascalie sgrammaticate e ingenui affreschi attribuiti al Pomarancio, che a noi ricordano molto le vignette del Corriere dei Piccoli. 


Eccola, la storia. Nasce figlio di un re persiano. Quando è ancora bambino un demonio lo dichiara frutto di tradimento coniugale. Il padre, credulone e crudele, come niente fosse lo sottopone alla prova del fuoco dalla quale il pupo esce fresco come una rosa.

Più tardi, insofferente del mondo, si fa anacoreta e va a vivere nel deserto, dove per tre anni una capra bianca lo allatta.

A un certo punto di questa vita, di sicuro non molto igienica, si ricopre tutto di barba, capelli e peli vari, e da quel momento va avanti per altri trent’anni mangiando il pane che un angelo gli porta ogni giorno e i datteri che gli fornisce una palma delle vicinanze.

Attirato dalla sua fama di santità, il monaco egiziano Pafnuzio lo va a trovare e si trattiene a convivere con lui, immaginiamo in qualche puzzolente spelonca.

Finalmente Onofrio muore e, mentre Pafnuzio si dispera perché non sa come seppellirlo, dal deserto spuntano due leoni i quali a unghiate scavano la fossa dove finalmente, con immaginabile sollievo di Pafnuzio stesso, il santo anacoreta troverà il suo riposo.

Oggi a credere a simili leggende si passa da ingenui o da scemi. A meno di ammettere che la realtà esterna, come dicevamo, fosse allora così spaventosa da costringere tutti a rifugiarsi nella favola.

Due cose ci sembra obbligatorio regalarvi prima di chiudere: un’icona bizantina che ci mostra come i contemporanei vedevano Onofrio, mutandoni d’edera e barba fino ai piedi; e una filastrocca siciliana con cui i fedeli lo invocavano perché, grazie ai suoi poteri, era accreditato come infallibile aiuto a ritrovare le cose perdute.

“Santu Nofriu pilusu-pilusu / Tuttu amabili e amurusu

 Pi li vostri santi pili / Facitimi truvari chiddu ca pirdivi”. 

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Contenuti e Contenitori




Il contenuto è la mostra di Gio Ponti: disegni, plastici, modellini e foto di edifici. E cartelli attaccati al muro con sue esternazioni. Fra l’altro constata che “l’umanità avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile”. Vero, aggiungiamo noi, grazie ai nuovi materiali che rendono realizzabile qualsiasi progetto anche mai affrontato prima.

Accompagnati, come sembra obbligatorio per molte mostre contemporanee, da un sottofondo di suoni similperistaltici: profondi borborigmi, rombi al limite dell’udibile, sgocciolii di fluidi e sibili di gas, ci dilettiamo ancora una volta nell’esplorazione di questo magnifico contenitore che è il Maxxi.

 

Di cui vogliamo mostrare (a destra, sopra e sotto) il magico riflesso dei circostanti condomini fine ottocento che abbiamo colto rimandato dal finestrone. E nello stesso tempo la assoluta banalità degli stessi condomini visti dall’interno dello stesso finestrone. Potenza dei materiali. L’ora è la stessa, le case anche, ma che differenza di emozione! E tutto per un vetro. 


E questo puro capolavoro, in un finto bianco e nero di cemento e metallo è l’interno del museo visto dal ballatoio dell’ultimo piano. Geometrica per-fezione. Non serve neanche il colore.      

Il contenitore capolavoro: un mostro che divora tutto quello che ha dentro.

 

 



Come sapevano benissimo i Romani che del marmo avevano fatto una fissazione, le colonne sono mirabili se tutte di un pezzo, di marmo massiccio naturalmente, e pregiato se possibile. Già quelle a rocchi denunciano la incapacità del committente di reperire il meglio sul mercato. Quelle ricoperte, magari addirittura di scagliola, sono da mezze calzette. E quelle in muratura intonacata e dipinta con le finte venature, decisamente roba da pezzenti.

Però se il marmo è troppo costoso o difficile da trovare, allora bisogna accontentarsi. E’ ciò che, a fine ottocento, dev’essere successo con il Palazzo delle Esposizioni a Via Nazionale, un altro contenitore che, malgrado la povertà dei materiali e la pomposità d’epoca, è di significato assoluto.

 

E’ di quella grandiosità impostata sullo scialo degli spazi e degli elementi architettonici: scaloni infiniti, soffitti altissimi, colonne numerose a intonaco dipinto, insomma, uno stile molto trombone, ma proprio per questo esemplare di quell’epoca.



E alla fine, riesce anche lui a divorare il contenuto che in questo caso è una mostra sterminata di Jim Dine, di cui, dopo essercela girata ben bene, tutto quello che possiamo dire, guardando un suo quadro che rappresenta una scarpa con sotto scritto “Shoe”, è: “Ehm, ci sembra… forse… anzi è proprio così… tautologico”.


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Vacanze d'Inverno


Giovedì 6 febbraio, in vacanza nei mari del sud. Il sole illumina le palme mentre una brezza tiepida accarezza il nostro corpo adagiato sulla candida arena, una piña colada nella mano sinistra, un avana nella destra e neanche una preoccupazione in testa.

 

Mica male, eh?



Poi succede che un brivido gelato ci increspa la nuca e ci sorprendiamo a stringere la sciarpa intorno al collo mentre la tramontana taglia, malgrado il sole cristallino. L’inquadratura si allarga, la macchina da presa scende lungo i tronchi a scoprire le mura di un maestoso edificio barocco dall’aria per niente caraibica.

Ah, allora lo scherzo è finito. Va bene, anche perché, come da piccoli ci dicevano, ogni bel gioco deve durar poco.


Le palme sono autentiche ma, invece di crescere sulle spiagge tropicali, allungano il collo nel chiostro del Palazzo dei Domenicani, a un passo dalla basilica di Santa Maria sopra Minerva, a due dal Panteon.

 

A Roma, è chiaro; e noi siamo lì per l’incontro mensile del “Salotto Romano”, padrone di casa Sandro Bari. E’ un appuntamento un po’ particolare che seguiamo perché ci informa attraverso le chiacchierate dei Proff. Staccioli e Pavia su curiosità e notizie di Roma antica, sopra e sotto terra, ci fa sorridere (qualche volta anche ridere) per le poesie in romanesco dei poeti dilettanti, ci solletica i padiglioni con stornellate estemporanee e per di più ci permette di passare un paio d’ore nella bellissima sala capitolare dei frati, di passeggiare sotto le volte magnificamente affrescate del chiostro, di affacciarci nel giardino dove spuntano le due palme che ci hanno beffato all’inizio (saranno alte una ventina di metri: una cosa incredibile!), di smuovere con la scarpa l’erba, sotto la quale qualche secolo fa trovarono, caduto, un piccolo obelisco di granito rosa che, rialzato e aggiustato, fu montato sulla schiena di un piccolo elefante, proprio lì fuori, in Piazza della Minerva.


Queste zampotte, queste chiappone, questa coda che sembra una proboscide nel posto sbagliato appartengono all’elefantino di marmo che regge, per l’appunto, l’obelisco ritrovato in cortile; progettato da Gian Lorenzo Bernini che, a quanto si racconta, aveva in grande antipatia i Domenicani.

All’epoca sarebbe stato a dir poco imprudente manifestare simile sentimento verso quel potentissimo ordine (che fra l’altro aveva in appalto l’inquisizione), e allora il nostro che, in quanto artista, poteva permettersi qualche capriccio, osò, puntando il posteriore dell’elefantino portaobelisco proprio in faccia (il posteriore…in faccia, capito?) al portone d’ingresso del loro palazzo.  

 

Lo scherzo non fu capito, oppure benevolmente ignorato: fatto sta che a Gian Lorenzo non accadde nulla.



A questo punto anche a noi non sarebbe rimasto niente altro da raccontare della giornata.

Se non che, di ritorno a casa, con il sole ancora alto, la nostra cronaca si è arricchita di un guizzo di puro compiacimento estetico - fotografico.

Non abbiamo resistito, mentre attraversavamo Piazza Navona, a questo controluce dell’obelisco.

 

Tutta colpa del Cavalier Bernini!


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Una Giornata Particolare


Si tratta di domenica 02/02/2020 (tutti a sottolineare il palindromo come se al calendario glie ne importasse qualcosa di avere una data leggibile da sinistra a destra e viceversa). Evidentemente siamo fatti così: senza un qualche significato particolare ci scade tutto.

Ore 11, nel delizioso teatrino di Palazzo Altemps, di cui vediamo qui a destra il soffitto, conferenza di Giacomo Rizzolatti, neurologo. Lo scopritore dei neuroni a specchio ci intrattiene con quella divertente e divertita leggerezza che sempre ci aspetteremmo da qualcuno che ci racconta qualcosa che non sappiamo, e che purtroppo non ci arriva quasi mai.

Tutto fila deliziosamente. Recepiamo spunti di riflessione, per esempio sul fatto che durante il sonno le nostre idee si mescolano in modo bizzarro, talvolta sotto l’influenza del cibo che transita nel nostro intestino il quale manda segnali al cervello, di cui è in qualche modo una succursale. Puntuale ci torna in mente la cena di compleanno che abbiamo consumato ieri sera, squisita, abbondante e parmigiana (parmigiano il festeggiato, parmigiano il ristorante, parmigiana la soddisfazione e forse parmigiani i turbamenti notturni dovuti non certo alla qualità, ma alla quantità ingurgitata).

Bene, a un certo punto che succede? Succede che la tecnologia, a cui delle volte bisogna riconoscere un sicuramente involontario sincronismo umoristico, si ribella al pensiero, e l’illustre scienziato che ci sta stregando con il suo sapere non riesce a far partire dal computer che ha davanti un filmato che dovrebbe illustrarci i punti oscuri di una certa teoria. Eppure, anche da profani, siamo sicuri che basterebbe premere il pulsantino giusto, magari due volte invece di una. Ah, sapere quale!

Beh, niente; malgrado la sua intelligenza il professore non riesce a piegare alla propria volontà la stupida macchina e dobbiamo fare a meno del filmato.

 

Naturalmente l’uomo, che è, appunto, animale intelligente e a volte anche umoristico, con due battute dà comunque una sterzata alla situazione, mettendo in minoranza l’ostile attrezzo e restituendo a noi spettatori il grande diletto di stare ad ascoltarlo.



Via come fulmini (non c’è un filo di traffico) fino all’EUR al Museo delle Arti e delle Tradizioni Popolari. Mancandone da un po’ ci aspettavamo uno di quei lasciti smisurati della megalomania architettonica del regime, spesso abbandonati per anni alla loro calcificazione fossile.

 

Invece, colpo di scena! Il museo è bellissimo, l’illuminazione sapiente, i marmi scintillanti e il gigantismo delle costruzioni d’epoca in queste condizioni di manutenzione diventa affascinante e i saloni, di cui ecco un esempio, talmente armoniosi da essere al di là dalle critiche, solo belli.



Siamo lì per visitare una mostra davvero interessante, organizzata per commemorare, nel centenario della nascita, Cesare Andrea Bixio, autore ed editore di musiche strafamose e per universale riconoscimento padre nobile della canzone italiana. Un titolo per rappresentarle tutte: “Parlami d’amore, Mariù”.


Lo conoscevamo e ci fa piacere vederlo così onorato.

 

Quello che invece ci fa saettare un brivido per la schiena è la constatazione, piombataci addosso mentre giriamo per le sale gremite di vecchi attrezzi relativi alla vita contadina di prima della sua industrializzazione, che molti di quei forconi, pentole, macinini, carretti noi ce li ricordiamo benissimo per averli visti (in funzione, non in un museo) quando eravamo bambini.

 

Ci sembravano ricordi neanche tanto lontani, invece è roba da museo. E anche noi, evidentemente, lo siamo. Che paura! 



Per concludere in bellezza, cosa di meglio che schizzare fino a S. Francesco a Ripa per riempirci, dopo le orecchie, anche gli occhi con la meravigliosa Beata Lodovica Albertoni (una delle poche sante con nome e cognome) di Bernini, appena restaurata?

Qui, altro colpo di scena. La chiesa è gremita di visitatori e la statua, piazzata come spesso capita ai capolavori difficili (vedi i Caravaggio in varie chiese), in fondo a una cappella piuttosto stretta, profonda e buia, è non solo irraggiungibile, ma, anche allungando il collo, appena visibile se non sullo schermo del telefonino di quel signore davanti a noi che la sta fotografando, mentre noi fotografiamo lui, e probabilmente qualcun altro, dietro, sta fotografando noi che fotografiamo quel signore, che fotografa la statua….


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Una Spinosa Questione


Questa settimana abbiamo affrontato una spinosa questione: la nostra grave indifferenza verso la fotografia (intesa come opera d’arte, e quindi come oggetto di esibizione).

Primo esame: “Metropoli”, grandiosa mostra fotografica di Gabriele Basilico al Palazzo delle Esposizioni. Immagini, come da titolo, di grandi città del mondo. Curiosità, e niente di più abbiamo provato nella sezione dedicata a Beirut 1971–1991, guerra civile e ricostruzione, B/N e colore.

 

Quanto sarà costata, ci siamo chiesti, la costruzione attraverso i secoli della città, la sua ricostruzione di oggi, ma soprattutto la sua stupida distruzione nel ventennio dei combattimenti. E ci siamo andati a cercare in rete la risposta. Dai pochi euro per un proiettile di kalashnikov (ma ne partono interi caricatori da 30 in pochi secondi), ai 130 $ per ogni colpo di cannoncino da elicottero, alle migliaia per ogni bomba di mortaio pesante, alle decine o centinaia di migliaia per un missile. Follia di un intero popolo. Indignazione nostra per la contabilità di morte di persone e cose: forte. Emozione artistica per le foto: fiacca.



Secondo esame: mostra fotografica, più ridotta, di Stefano Cigada al Museo di Roma in Trastevere: “Frammenti”. Bel titolo, dove i frammenti sono quelli di marmi romani fotografati in B/N e con abili giochi di ombre, in vari musei d’Italia.

Anche qui, per le foto, emozioni scarsissime, malgrado l’argomento marmi ci interessi, ma curiosità sì, soprattutto per una di queste, scattata al Museo Archeologico di Napoli, che rappresenta un nudo femminile, restaurato dopo evidenti mutilazioni da fanatismo cristiano dei primi tempi, quando da cancellare erano tutti gli elementi di celebrazione della bellezza del nudo umano, gloriosa per l’estetica pagana, peccaminosa per quella cristiana.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi offeso da questa dolorosa inversione ideologica, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, benché contestato, ci è parso istruttivo in proposito: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey. Soffrirà, ma saprà.

 

Abbiamo riflettuto su questa nostra indifferenza alla fotografia.

 

Forse potremmo darne la colpa a tutte le immagini perfettamente inquadrate, splendidamente colorate, sapientemente nitide che vediamo ogni giorno, e gratis, dappertutto: stampa, pubblicità, cinema, TV, confezioni alimentari. Potrebbe trattarsi, appunto, dei postumi di un’indigestione o più probabilmente di un’inclinazione personale. Vediamo di non colpevolizzarci troppo. D’altra parte, fra le tante cose che non ci piacciono c’è il rock, l’Opera Lirica (tranne qualcosina), e lo champagne con le ostriche. Non vorrete mica smettere di leggerci per questo.




Il giorno dopo ci siamo molto divertiti a incontrare gli strepitosi manichini dei due artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu alla presentazione del loro peculiare evento al Grand Hotel St Regis, da loro stessi commentato come una “ricerca sugli aspetti comuni della condizione umana”.



La quale condizione, per i due cinesi, dev’essere o troppo pesante, a giudicare dalle teste di pietra che incombono sul collo dei loro personaggi similumani oppure troppo leggera come cinguetta la signora librata fra gli alberi e i sontuosi lampadari liberty della lobby.




Bisognava vederle, le facce dei clienti normali (quelli senza i massi sul collo), seduti a bere un caffè lì in mezzo.

Invece improntate a una flemma british erano quelle del personale, per cui evidentemente non stava succedendo niente di straordinario. “Grand Hotel: ne abbiamo viste di tutti i colori, noi”.

Onore al merito dei dipendenti e anche, bisogna riconoscerlo, della direzione dell’albergo che ha ospitato senza battere ciglio questa installazione, della quale, per usare una citazione di qualche tempo fa, si poteva tranquillamente dichiarare che con l’arredamento tradizionalissimo del salone “che ci azzeccava?”


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Le Belle Sederone al Museo e Altre Curiosità


Non ci si può distrarre un momento che prima la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini (Pierre Subleyras – Nudo di schiena),

 

poi la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Valle Giulia (un quadro enorme di cui non ricordiamo né il titolo né l’autore) ne approfittano per prendersi una vacanza dal solito schema del nudo mitologico o storico, comunque a-sexy, per sbatterci sotto gli occhi queste prosperose signore e signorine sole o in mucchio. 



Niente di male, anzi vorremmo approfittare di questa generosa offerta per andare avanti.


Bene. Lasciamoci dietro queste bellezze, percorriamo tutta Piazza Navona, entriamo in un portone invaso sorprendentemente dai tavolini di un caffè e ci troviamo a Palazzo Braschi, il Museo di Roma.

Da evitare con la massima cura la superaffollata mostra di Canova, della quale, avendola già vista, possiamo solo dire: “Troppo gesso e troppo poco marmo”, nel senso che si tratta quasi interamente dei bozzetti in gesso delle opere del maestro, con vicine poche realizzazioni finali in marmo.

 

Ci imbarchiamo su un moderno ascensore con voce sintetica incorporata che quando va su ci avverte: “L’ascensore sale – lift going up”, e quando va giù ci ricorda: “L’ascensore scende – lift going down”. Meno male, altrimenti rischiavamo di smarrirci nello spazio infinito.



E sbarchiamo al terzo piano, completamente deserto, dove è allestita con gusto una storia delle demolizioni di fine ‘800, inizio ‘900, con una mostra di cocci e frammenti recuperati. Ma
soprattutto con la proiezione di filmati d’epoca in cui, oltre alle autorità in cilindro o in stivaloni e fez, a seconda del momento storico, si vedono squadre di muratori kamikaze allegramente impegnati a demolire a picconate i muri su cui sono appollaiati, a decine di metri da terra. Quanti ne saranno precipitati non lo sapremo mai.

Ma è al secondo piano, dedicato al costume di Roma nei secoli, che ci sorprende questa foto del Carnevale di Rio: è proprio quel baraccone, quei pennacchi, quel kitsch.

Incongruo? Eh no! E’ il “Carosello a Palazzo Barberini in onore di Cristina di Svezia”, un quadrone strapieno di figure di Filippo Gagliardi, 1656. Come si suol dire: tutto il mondo è paese.

 

 


Due sale dopo, un busto di Papa Clemente X, di Bernini con ancora i supporti per le parti fragili. Ci riporta alla controversa teoria sulla presenza di questi elementi utilitari, della stessa materia della statua ma lasciati grezzi, che si trovano talvolta anche sui marmi romani. Che non sono, intendiamoci quei sostegni funzionali alla statica dell’opera, come panneggi immaginati a fianco della figura umana per sostenerla, oppure tronchi o rocce sotto la pancia di cavalli o altri animali. Sono rinforzi di protezione per il trasporto, fatti per essere eliminati quando l’opera arriva a destinazione. Perché a lasciarli (anche se per convenzione artistica lo spettatore non dovrebbe notarli) sono proprio brutti. E allora perché sono rimasti? E’ la mancata risposta che rende controversa la teoria.



Un altro bell’esempio è nella chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini: un San Paolo di Francesco Mochi, 1634, anche lui con il suo bel pezzo di pietra, grezzissimo, a tutela di braccio e mano.



Decidiamo di sforare le due pagine tradizionali dei nostri articoletti per segnalare un'altra curiosità dello stesso genere, un po’ meno artistica; stavolta non al museo ma all’aperto, precisamente sul muro laterale esterno della Porta Appia (S. Sebastiano).
Sono quei tre piroli lasciati, ancora in cava, sporgenti dalle pietre grezze per poterle fissare alle funi e issarle sui muri in costruzione. Normalmente a fine lavori venivano eliminati per poi levigare tutta la superficie, ma qualche volta gli scalpellini maliziosi, con la presumibile complicità del capomastro, ne lasciavano qualcuno con la  precisa funzione di scacciare la malasorte (e dalla loro forma, si intuisce a quale potente parte anatomica si riferissero).

 

 

E, visto che abbiamo invaso anche la terza pagina, tanto vale concludere occupando lo spazio che rimane con l’immagine di quello che si vede dalle finestre del Museo di Roma.

Ci pare che ne valga la pena.

 



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La Magnifica Fregatura

Passata una settimana, come risarcimento per la cupezza di quella precedente ce ne andiamo a spasso per la stessa Roma che ci aveva tanto rabbuiati. E naturalmente, troviamo tutto diverso.

 

All’Arco di Giano, nella zona che gli sventramenti degli anni ’30 hanno liberato dalle catapecchie medievali (con qualche probabile sacrificio di edifici di valore), la Fondazione Fendi di tanto in tanto ci ospita, in un suo spazio restaurato, con proposte interessanti. Oggi c’è questo El Greco arrivato dritto dall’Hermitage. Bel quadro, bene illuminato in una stanza altrimenti tutta buia, che è precisamente il modo migliore per apprezzare un’opera d’arte: attenzione concentrata sulla luce e nessuna distrazione. 




Dopo, per non farci mancare niente, due passi e siamo ai Mercati Traianei per “Cives, Civitas, Civilitas” bel titolo di una mostra struggente non tanto per quello che racconta (interessanti plastici di edifici romani dell’epoca imperiale) quanto per quello che ci fa rimpiangere perché, a testimonianza di tutta quella magnificenza, rimangono solo frammenti, a loro volta magnifici per la bellezza dell’esecuzione, per la forza della rappresentazione e, non ultimo, per lo splendore dei materiali. E’ che perfino un piccolo pezzo di marmo squisitamente lavorato mantiene tutta la sua magnificenza anche dopo i millenni.

 

E poi è impossibile rimanere indifferenti di fronte a ciò che si vede dall’alto dei Mercati mentre il sole comincia a scendere dietro quella che sembra una magnifica quinta di teatro e invece è Roma.



Magnifico come il magnifico crepuscolo è il “Magnificat” di Angelo Bruzzese che ascoltiamo pochi minuti dopo nel concerto di apertura del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, magnificamente eseguito fra i fiori e sullo sfondo del barocchissimo tabernacolo della basilici dei Santi Cosma e Damiano, un edificio spuntato nei secoli fra le mura del Foro della Pace e del Tempio di Romolo, che sta proprio dietro l’angolo.

 

 


Sempre per non farci mancare niente, appena usciti dal concerto (nel frattempo si è rannuvolato), ecco come ci stravolgono l’anima le colonne della Basilica Ulpia in uno strepitoso bagno di colori che, sorprendentemente, richiamano quelli del Greco.

 



E poi, tanto per gradire, tornando a casa, la buona notte ce la danno i marmi magnificamente illuminati del Tempio di Marte Ultore al Foro di Augusto.


Ora, ditemi se questa non è la vera Magnifica Fregatura di Roma, la sua maledizione, perché quando a uno che fa due passi, non di più, per il centro, la città gli sbatte in faccia questa magnificenza, ma come ci si può aspettare che vada a letto presto per essere efficiente l’indomani in ufficio, che parcheggi correttamente per non intralciare, che faccia la raccolta differenziata?

Certo che potrebbe farlo, il romano, tutto questo, ma bisogna riconoscere che anche lui è umano, debole, ricattabile e anche un po’ ubriaco. Ubriaco di bellezza. Che sta lì, e non serve andare a lavorare per averla.

 

E’ una situazione senza uscita. Non ce la faremo mai.  


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Stupidità


Vorremmo cominciare il 2020 con una considerazione che a nostro parere spiega tutto quello che di inspiegabile accade quotidianamente a Roma. Eccola.

“Mai attribuire alla malizia ciò che può essere spiegato con la stupidità”(*).

Sera del 24 dicembre, vigilia di Natale. Lampioni spenti in buona parte del centro storico, di sicuro in piazza della Rotonda, dove c’è (anche se si vede poco) il Panteon e in Piazza di Pietra, dove c’è (e si vede ancora meno) il Tempio di Adriano.

 

Due monumenti di struggente bellezza e di indiscutibile valore storico e artistico, che sarebbero fonte di ammirazione, rispetto e, perché no? anche di valuta, se solo il povero turista riuscisse a identificarli.



Invece no: buio pesto. Al Panteon, qualche tempo fa avevano installato fra i sanpietrini della pavimentazione otto fari che proiettavano un bel fascio di luce lungo il fusto delle otto grandi colone di granito grigio con un effetto molto suggestivo. Noi che ci passiamo davanti spesso abbiamo assistito al fulminarsi di queste luci una alla volta finché non ne è rimasta accesa nessuna. Evidentemente l’elettricista del comune aveva sempre altro da fare. Bisogna capirlo (*).



A Piazza di Pietra le meravigliose colonne scanalate di marmo bianco del Tempio di Adriano erano anche loro normalmente accarezzate da luci, qualche volta colorate, perfette per sottolinearne la snella eleganza. Il 24 sera, di questo miracolo neanche l’ombra.
Nella piazza, piccola e raccolta non ci sono vetrine accese, quindi questa nera pece percorsa da membrature solo vagamente più chiare era tutto quello che i passanti riuscivano a vedere della maestosa struttura (*).

E Piazza Navona? Con il mercatino di Natale già aperto, qualcuno al Comune ha trovato qualcosa che non andava e ha oscurato le bancarelle. Anche lì, il 24 c’era solo un misero campo profughi abbandonato.  Pensarci prima e fare un controllo, no, vero? Sono intervenuti dopo, in modo di bloccare tutto, come da abituale inefficienza abbinata a inutile severità (*).


In compenso a Piazza di Spagna la luce c’è, ma qui sono riusciti a usarla proprio male.

Quattro faretti colorati che da terra sparano questa bella passata di pomodoro spalmandola solo sul davanti delle altrimenti candide statue raggruppate ai piedi della colonna dell’Immacolata.

Ma perché, il marmo bianco non andava bene?

E’ davvero difficile rispondere (*).

 

E veniamo al punto. Complottisti di nostra conoscenza denunciano manovre della rivale Milano per infangare l’immagine di Roma. Altri attribuiscono all’opposizione politica iniziative per creare difficoltà alla giunta attuale. C’è addirittura chi si dichiara sicuro che le multinazionali stanno lavorando nell’ombra ai danni del Campidoglio.

Noi no. Noi pensiamo che niente dipenda dai poteri forti, ma tutto da quelli deboli: dal pressapochismo dell’elettricista, dal disinteresse del funzionario che dovrebbe occuparsi di questo o quello, dal poco rispetto di ognuno per il proprio lavoro e per quello degli altri, dai tanti piccoli arrotondamenti, piccole creste, piccoli regalucci; e soprattutto dalla certezza di una totale impunità perché tanto tutti fanno così e nessuno dice mai niente.

E questa non è stupidità?

 

 

P.S. Ultime notizie della Befana. A Piazza Navona hanno riacceso le bancarelle, mentre le colonne dei due templi sono sempre al buio. Delle statue al pomodoro non abbiamo saputo più niente. 


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...e anche Buon Anno



...E ANCHE BUON ANNO DAL CAVALIER SERPENTE.


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Buon Natale


        BUON NATALE DAL CAVALIER SERPENTE
                                                                         

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Ritornare Bambini


A Natale si ritorna bambini. Dev’essere per questa ragione che ieri ci siamo trovati al Bioparco a guardare questi strani frutti maturati su un albero spoglio (voi certo capirete subito di che si tratta, noi ci abbiamo messo un po’).

Di questi tempi ci solleticano solo le stranezze. Che fare, contrastare l’inclinazione del momento o (più saggio e anche molto più comodo) lasciarsi andare?

E allora, via con la curiosità! (Rigorosamente infantile e anche, magari, un po’ scema).

 

Lasciamo perdere la natura e andiamo a frugare nell’ambiente che, qui a Roma, di curiosità ce ne ha da offrire quante ne vogliamo.  Le chiese.


Sull’unica isoletta del Tevere, da sempre sede di ospedali c’era una volta un tempio. Naturalmente, come è successo a tutti i templi pagani dell’antica Roma attraverso i secoli tenebrosissimi del medio evo, il posto è rimasto, la destinazione sacra anche, ma è cambiato lo stile architettonico, l’arredamento e soprattutto il nome del titolare, che prima era Esculapio, dio della medicina, e poi è diventato San Bartolomeo.

La pianta dell’edificio sarebbe anche rimasta la stessa, ma l’umidità in risalita dal fiume deve averle procurato una deformazione da artrite perché da rettangolare che era, ecco cosa è diventata.

Pssst…nei sotterranei della chiesa c’è una di quelle macabre e divertenti mostre di ossa umane che in passato facevano la gioia dei frati arredatori di cripte. In questo caso le ossa sono degli annegati nel fiume: bollite, scarnificate e usate come ornamento: una costola qui, un cranio là…e poi, il meglio per decorare: femori a bizzeffe.




A Santa Maria dell’Anima, invece, ci sono le prove di un problema di tipo linguistico – ideologico.

La chiesa è, fin dalla sua fondazione, la sede religiosa della comunità germanica di Roma.
Ma è anche una chiesa cattolica apostolica romana, con obbligo, soprattutto in quei tempi, di usare il latino come lingua ufficiale nei suoi riti, compresa la sepoltura.

Ecco allora il problema che emerge sulle lapidi, belle e numerose che ornano le sepolture dei facoltosi rappresentanti di quella nazione: i nomi tedeschi e le dediche in latino.

Si è sempre trattato di arrampicarsi sugli specchi, anzi sui marmi levigatissimi e quindi scivolosissimi.

Ma, bene o male, possiamo dire che se la sono cavata (secoli di esperienza serviranno pure a qualcosa, no?).

 

 


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Salti Temporali


Sabato 7, in preda, come direbbe qualche buon (!) amico, a un attacco di demenza senile, o forse infantile: bella giornata, poco traffico, ce ne siamo andati al Museo di Zoologia, a vedere che aria tirava da quelle parti.

Dopo un giro istruttivo delle sale (anni che non ci mettevamo il naso), salutati, unici adulti, con risatine e bisbigli da gruppi di bambini in età prescolare, ci siamo trovati davanti a due canguri in conversazione (o meglio, quello che restava delle povere bestie ischeletrite in una posa di garbata socializzazione) e qui ci siamo accorti del primo salto temporale.

Gli animali impagliati, le ricostruzioni della barriera corallina, i serpenti sotto formalina, gli scarabei infilzati, insomma quello che rendeva cosi affascinanti le sale dei musei della nostra infanzia è diventato il ricordo di una realtà che è ormai meno vera di quella virtuale in cui ci fanno vivere le centinaia di splendide foto, registrazioni, film che abbiamo a disposizione in ogni momento per sapere tutto su tutti.

 

 

E allora, visto che siamo partiti dal Museo di Zoologia, rimaniamo in argomento ed esaminiamo l’uovo avvelenato deposto dal Cavalier Serpente il 15 aprile, che di salti temporali ne fa uno più consistente, venti secoli, per investigare il piccolo mistero del digamma inversum, la lettera supplementare scritta come una F capovolta (Ⅎ), inventata da Claudio Imperatore per indicare la V intervocalica che prima era tutt’uno con la U. Credevamo che l’unica testimonianza di questo trucchetto fosse la lapide di Via del Pellegrino 145 da noi citata. E invece ce n’è un’altra nel Museo delle Terme: tronca ma leggibile, ecco un (ampli)AℲIT o magari un (termin)AℲIT scritto con la nuova grafia. 

Naturalmente, finito Claudio, è finita anche la sua invenzione, e non se n’è più parlato.


Un altro salto temporale e un altro uovo avvelenato del Cavalier Serpente: 11 novembre, ripavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina.

E’ probabile che, causa un meteo bizzoso, il preventivo da noi allora azzardato sul tempo di realizzazione (tre mesi) non venga rispettato. Comunque i lavori proseguono.

 

Siamo andati sul cantiere: non capiamo l’irregolarità delle lastre di travertino. La cura filologica dei restauratori è lodevole: non è a loro che ci rivolgiamo: è chiaro che stanno rimettendo in opera quelle originali (fra l’altro, enormemente spesse). Ciò che non capiamo è perché, visto che tagliare un rettangolo regolare richiede lo stesso tempo ed energia di uno sghembo, questi frammenti recuperati non siano tutti  uguali. A meno che, a suo tempo, non lo si sia fatto per risparmiare, riutilizzando avanzi di altri progetti. Ma, francamente, non siamo abituati a vedere gli antichi romani come costruttori attenti al sesterzio. Quindi continuiamo a non capire.


L’ultimo salto temporale ci ha portati al Museo delle Terme per la mostra “Roads of Arabia”, tesori della penisola araba.

Beh, qui si tratta non di secoli ma di millenni, e malgrado questo non abbiamo trovato niente che ci emozionasse, tranne una sorveglianza armata che ci ha fatto ridere per il suo eccesso di zelo. Arte troppo diversa? Troppo lontana? Troppo rozza?

 

Fatto sta che il vero palpito quasi contemporaneo ce lo ha dato questo cipresso, l’unico sopravvissuto dei quattro, si dice piantati da Michelangelo intorno alla fontana del chiostro grande, che se ne sta lì con i suoi cinque secoli, ridotto a un moncone, appoggiato a una stampella, ma ancora saldamente aggrappato alla vita.

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Partenze


24 novembre. Parte a S. Apollinare il RomaFestivalBarocco, partorito, è proprio il caso di dirlo, da Michele Gasbarro dodici anni fa e da lui felicemente portato all’attuale maturità, con quante difficoltà può immaginare chiunque in questo infelice periodo abbia cercato di promuovere la cultura.

Programma straricco e splendido concerto di apertura con l’esecuzione di una rara messa di Antonio Nola. Oltre al richiamo delle molte prime esecuzioni, recuperi di opere credute perse, qualità dei solisti, c’è anche il fatto che chi segue i concerti si troverà seduto sui banchi di undici delle più belle chiese di Roma. Promosso con lode.

 

 


24 ottobre. Parte al Museo di Roma in Trastevere la mostra dei fotografi latinoamericani partecipanti al Premio IILA. Vincitrice è Julieta Pestarino che presenta il progetto “Retrato de persona no identificada”, dedicato al tema “Uguaglianza di genere”. E’ un lavoro di fotomontaggio su immagini dell’800. Non chiedeteci di esporvene l’intento sociale: non è detto che noi lo abbiamo capito. Provateci voi.

Ma quello che conquista è l’espressione incantata di questi uomini – donne (ne presentiamo uno, ma ce ne sono altri) che si affacciano alla finestra del tempo come esseri di un altro mondo, stupefatti e innocenti.

Il Museo è ricavato dal convento delle Carmelitane di S. Egidio, un edificio di nessun interesse architettonico, ma fornito, nel chiostro, di uno dei più begli alberi che abbiamo visto a Roma.

Così imponente, che basta affacciarsi a una delle vetrate e, hoplà, il gioco è fatto. Conquistati dal Cedro dell’Himalaya!


21 novembre. Parte alla Galleria della Pigna la mostra di pittura “Quadri viventi” del nostro eclettico amico Massimo Papi, che di professione farebbe il dermatologo, ma a lato fa pure il pittore (al di lui eclettismo dobbiamo la manifestazione annuale “DermArt”, di cui non è difficile intuire l’impostazione).

Bene, stavolta il Dott. (o Maestro?) Papi, fra le tele dipinte con le tecniche tradizionali, ha pensato bene di esporne alcune, come questo nudo maschile di cui presentiamo un dettaglio, realizzate sì a colori, ma con i colori della dermatologia.

Insomma i variopinti liquidi che servono a spennellare i poveri pazienti: la fluoresceina (C20H12O5, prodotto per condensazione a caldo di resorcina e anidride ftalica; polvere giallo-bruna insolubile in acqua…), la fucsina (rosanilina cloridrato, di formula C20H19N3·HCl), la eosina, l’eritrosina, il violetto di genziana, e altre che non ci ricordiamo, anzi preferiamo non citare per evitare un terreno per noi pericoloso.

Garantito, ovviamente, l’effetto curiosità, ma anche la qualità dei lavori. Chi dice che non ci si può stupire, e nello stesso tempo apprezzare l’arte?


 

E per finire, parte, e ci arriva, un invito:

 

Domenica 24 novembre 2019 - Mostra di Katia Hellen Moguy

Hotel degli Aranci - Roma

 

integrato da questa presentazione:

“L’arte di Katia H. Moguy e’ sprovvista del superfluo dove il gesto spontaneo dà un aspetto magico e misterioso.

La sua arte non è pensata, ma esce dal suo interiore con naturalezza e leggerezza, quel che dà ancor più interesse e curiosità nello spettatore.

        Katia h. Moguy sa suggerire con brevi tratti senza cercare di affermare né convincere, ma lasciando a quelli che guardano l’opera la possibilità direi anche la fortuna di proseguire l’opera cominciata con talento sempre rinnovato e continuamente  provocatorio.                                                                                                                          M.o Bernardino Toppi”

Avremmo una domanda da rivolgere ai nostri lettori: A parte l’allegro abuso della punteggiatura e della sintassi, ci avete capito qualcosa? E se sì, ce lo fareste sapere?.

Grazie.

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Ambra e Gas

Aquileia

9 novembre. “Aquileia 2200, Porta di Roma verso i Balcani e l’Oriente” al Museo dell’Ara Pacis. Articoloni su tutti i giornali che ci hanno fatto venire l’acquolina per una mostra che prometteva di riempirci un vuoto su un argomento per noi affascinante e quasi magico: una città e porto romano, al tempo importantissimo, sperduto fra le nebbie del nord, più volte distrutto dalle invasioni barbariche, risorto e poi definitivamente scomparso nel nulla.

Non ne siamo usciti un gran che soddisfatti.

L’allestimento, le luci, le didascalie sono ok. Il contenuto no. I pezzi originali sono pochissimi: un bel bronzo: la Testa del Vento, due frammenti di mosaico, un ritratto di anziano e un S. Pietro e Paolo in marmo.  E tanti oggettini di ambra: anellini, foglioline portafortuna, giocattolini, amuletini, tutti carinissimi, intendiamoci.

 

Poco, ci pare; perché il resto dello spazio lo riempiono 43 grandi, belle foto in bianco e nero (ma foto!) di Elio Ciol, delle rovine della città, più 23 bei calchi (ma calchi!) in gesso di marmi che forse avrebbero potuto essere presenti in persona, e un’altra dozzina di belle foto a colori (ma foto!) di mosaici. Insomma: riproduzioni.

Il nostro pensiero, forse gretto, è che, con il costo del biglietto per una famigliola, la medesima avrebbe potuto comprarsi un bel libro fotografico e guardarsi le stesse cose più comodamente a casa. Ci riferiamo in particolare agli oggettini di ambra, i quali sono talmente piccoli che si captano meglio in fotografia che nelle vetrine di un museo.

(A proposito di piccolezza, avete mai provato a scendere nei sotterranei di Palazzo Massimo dove c’è la raccolta numismatica? Alla terza vetrinetta cominciano a lacrimare gli occhi, alla sesta iniziano le visioni mistiche, alla nona siete completamente ciechi e tocca farvi accompagnare all’uscita).

Intendiamoci, anche una mostra, diciamo così, non del tutto riuscita è molto meglio di niente, però sull’operazione incombe  l’ombra del sospetto che si sarebbe potuto fare meglio.

Ma, in fondo, chi siamo noi per criticare?

 

  

Il Signore dei Tubi di Piombo.

E’ successo di nuovo! Dopo quattro fregature eravamo sicuri che tutto sarebbe andato come ci si poteva aspettare in una civile comunità del ventunesimo secolo.

E invece no! L’Italgas, questa entità che in passato abbiamo definito misteriosa e imprevedibile, stavolta ha superato se stessa.

Forse i lettori ricorderanno il nostro articolo del 14 ottobre in cui raccontavamo i quattro appuntamenti che nell’ultimo anno ci ha dato l’Italgas per venire a cambiarci i contatori a casa.

Sorprendendoci regolarmente con la sua superprofessionale inefficienza: una volta semplicemente latitando all’appuntamento; le altre con tre dichiarazioni fotocopia dei tecnici che ogni volta se l’erano sbrigata con le seguenti parole: “Dottò, la sostituzione nun si può fare perché ci stanno i tubi di piombo”.

 Chiuso? Niente affatto. Tutto ricomincia il 16 novembre 2019. Arriva la quinta ormai familiare lettera che annuncia la consueta visita dei tecnici per sostituire il solito contatore, rinforzata dal cartello di ordinanza che troviamo attaccato sul portone (foto).

Pur non credendo ai nostri occhi, ci prepariamo all’evento.

Ore 8: levataccia e attesa, sempre più spasmodica, fino alle 12, quando scade il tempo. Ormai ci sentiamo liberi di dedicarci al bucatino delle ore 13 alla trattoria sotto casa. Invece, dopo una mezzoretta trilla il campanello. “Chi è?” E’ il tecnico dell’Italgas. Appare un signore gentile, solo e stremato dalla pioggia e, immaginiamo, dal vano girovagare fra un’utenza e l’altra.

Apre gli sportelli a muro, fotografa i contatori, scarabocchia qualcosa su un quaderno e alle nostre rimostranze (no, in realtà erano solo osservazioni, e anche blande: ci dispiaceva per quel poveruomo) ci fa notare che le cinque foto fatte al nostro apparecchio in un anno non sono neanche tante: ce ne sono in giro, dice, di molto più famosi e fotografati.

Poi se ne va, non potendo fare niente per noi perché, indovinate? “Ci sono i tubi di piombo e il contatore non lo posso sostituire”.

Il nostro desiderio più grande, a questo punto non è più di avere un contatore nuovo, ma che questa infinita saga continui e continui e continui.

E noi qui per l’eternità a raccontarla, come Omero, ai figli, ai nipoti, ai pronipoti…

 

 

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Capacitarsi

A Largo di Torre Argentina hanno incominciato i lavori per ricollocare una parte della pavimentazione in travertino che in epoca imperiale era stata sovrapposta a quella vecchia di tufo, e poi, non sappiamo quando, sollevata e messa da parte.

Ottimo. Non è mai troppo presto per provvedere a una sistemazione di questa straordinaria Area Sacra, chiusa da tempo immemorabile ai turisti (anche ai romani, se è per questo); solo accessibile agli appassionati di gatti in un suo angolo riservato dove c’è un alberghetto felino.

 

 

Da bravi sfaccendati, ci siamo fermati una mezzora a guardare quattro operai i quali, con l’aiuto di una gru con braccio da venti metri, piazzavano con la massima cura le lastre. O meglio, nel tempo che noi siamo stati lì, hanno dato gli ultimi ritocchi a una sola di queste, che ovviamente prima era stata sollevata dal deposito, portata sul posto, calata, eccetera.

Ci dicono che le lastre da collocare sono 140; calcoliamo che ci vogliano due ore per ogni lastra, e abbiamo visto che al lavoro c’erano i quattro, più la gru.

Ne deriva che in totale serviranno 280 ore, cioè 35 giornate, che fanno 6 settimane (se il tempo è bello), cioè,  ottimisticamente, meno di due mesi, ma più realisticamente almeno tre. E questo solo per stendere pochi metri quadrati di pavimento su basi preparate prima, con pietre già tagliate.

Lungi da noi, naturalmente, mettere in discussione i tempi di un restauro. Maggiore la cura, più siamo contenti.

Il pensiero va al lavoro che è servito venti secoli fa per costruire dal nulla quello che noi  ora restauriamo.

Quando leggiamo che per completare le terme di Diocleziano sono bastati otto anni, davvero non riusciamo a capacitarci di come abbiano fatto.

Certo, le masse impiegate erano imponenti, ma non infinite, per evitare di intralciarsi; quindi l’organizzazione doveva essere inappuntabile: i mattoni dovevano arrivare nel numero giusto e non uno di più; le colonne di granito egiziano da venti tonnellate sfilare sotto gli archi senza sgarrare di un pollice, dopo essere state estratte dalle cave, trasportate sul Nilo, imbarcate e poi scaricate al porto di Ostia; le lastre di marmo essere fornite già tagliate a misura e lucidate, eccetera eccetera. Un sicuro vantaggio per i costruttori era l’assenza di tutela sindacale dei lavoratori (orari, paga, cibo) che al massimo in caso di protesta potevano contare su un carico di frustate extra. Ma anche così! E (quasi) tutto a mano!

 

 


Invece ci capacitiamo benissimo (o forse è una nostra illusione) di un certo senso dell’umorismo da parte dei restauratori del Mattatoio.

Il quale mattatoio (con la minuscola, fino al momento del riutilizzo) era, come dice il nome, giustamente o no mantenuto, il macello di Roma, costruito a fine ottocento e rimasto in funzione fino a pochi anni fa con tutte le sue sezioni burocraticamente distinte dai nomi sopra gli ingressi.

Adesso è uno spazio culturale grandissimo, bellissimo e utilissimo in cui siamo stati invitati alla conferenza stampa di apertura del Festival di Nuova Consonanza, una storica istituzione romana che ha il merito di promuovere la musica contemporanea da più di mezzo secolo.

E’ bello che una grande città abbia recuperato queste molte migliaia di metri quadrati che altrimenti sarebbero caduti in mano a qualche becero palazzinaro, e ci viva la sua vita culturale; quindi niente di più normale che ospitarvi un festival di musica.

Quello che ci conforta nel nostro capacitarci di riconoscere un prezioso e raro sense of humour messo in opera insieme al recupero dei luoghi è la possibilità di leggere su un muro, mentre ci rechiamo a un evento di alto livello intellettuale, questa scritta che di intellettuale ha poco, ma di vitale moltissimo, dato che all’epoca da questo edificio uscivano quelle che poi, in tegame, diventavano le squisite cotiche con i fagioli.

 

Diamo a Stockhausen quel che è di Stockhausen, ma all’oste quel che è dell’oste.

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Stupiscici, Roma

 …con questa sistemazione del Colosseo, delicata e fantasiosa, in cui, invece di rimettere tutto a posto come stava prima, il restauratore (Raffaele Stern, inizio ‘800) ha pensato bene di fissare per l’eternità il momento in cui il crollo ha inizio. Qualche arco è già andato, indebolendo la spinta statica che tiene insieme la costruzione. Ancora non è successo l’irreparabile: grosse crepe si sono aperte nel muro compatto dell’ultimo ordine, il cornicione e l’arco dell’anello più in basso cominciano a cedere ma non sono ancora crollati.

Tutto è sospeso come per una magia che ha fermato il tempo.

 

Alcuni studiosi, che hanno probabilmente ragione ma potrebbero risparmiarci il loro cinismo, sostengono che il restauro appare così solo perché fatto di corsa di fronte al rischio di una catastrofe imminente. Noi preferiamo decisamente l’interpretazione romantica, altrimenti che stupore sarebbe?

…con questo incredibile tramonto riflesso nel finestrone all’ultimo piano del Maxxi (nessun trucco, noi c’eravamo e tutto era esattamente così).

Sono passati duemila anni, eppure la perfida magia di questa città non accenna a svanire.

Lo splendido edificio di Zaha Hadid è tutto di cemento, articolato in linee moderne, razionali e audaci, ma appunto, trattandosi di cemento, scarse di colore.

Le finestre sono di lastre normali, forse leggermente oscurate, eppure basta un raggio di sole che va a sbattere riflettendosi sulle banalissime facciate fine ottocento del quartiere intorno, per trasformare il vetro in oro.

Il miracolo sta nel contrasto fra il caldo e il freddo dei colori e nell’originalità dell’immagine che suggerisce una diavoleria tecnologica, invece del tutto inesistente.

Qui abbiamo la natura al lavoro. Da sola.

…con questo barocchissimo seminarista adagiato in una stanzetta piena di stucchi, cornici, dorature e marmi. Anche lui è di marmo, nero e bianco di Carrara, steso su un giaciglio di giallo antico con sotto uno scendiletto di alabastro.

E’, anzi era Stanislao Kostka, gesuita polacco, morto quattro secoli fa ad appena diciott’anni, consumato dal fuoco della santa passione (e dalla tisi).

Per vedere questo serenissimo monumento ci si deve arrampicare fino alle soffitte sopra la sacrestia di S. Andrea al Quirinale. Qui uno è da solo (chi mai potrebbe avere la curiosità di andare a ficcare il naso lassù? Giusto noi, per la soffiata di un amico bene informato) e finalmente può lasciarsi stupire fino in fondo da questa inspiegabile, folle devozione.

 

…e per concludere e discendere dal livello troppo alto a cui eravamo ascesi, stupiscici anche con questa geniale trovata dell’ATAC.

A Roma esistono tre grandi cimiteri, Verano, Prima Porta e Laurentino, frequentati nei fine settimana da parenti e amici che vanno a fare le loro visite.

Bene: l’azienda trasporti cittadina, con lodevole rispetto per le esigenze degli utenti, ha istituito questa linea speciale che, tutti i sabati e le domeniche, collega i tre cimiteri.

I bus di questo servizio portano sul display la sigla C3 che ovviamente si riferisce ai tre C(imiteri) collegati.

Però, forse non fidandosi troppo delle capacità mentali dei propri utenti, l’azienda ci ha tenuto a chiarire bene la natura del trasporto.

Capito? Siamo sicuri??

 

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Vuoti e Pieni


Il grande vuoto.

Da sempre del Maxxi ci colpiscono non le opere esposte ma gli spazi in cui sono esposte. E gli spazi sono fatti di vuoto e, ovviamente, più sono grandi i primi, più è grande il secondo.

Il massimo dell’effetto (intendiamoci, nessun sarcasmo nella nostra cronaca) lo abbiamo trovato in questa esposizione di un’unica piccola opera di Enzo Cucchi: poche decine di centimetri di altezza di un putto con uno scorpione avvinghiato all’alluce, sperdute nelle molte centinaia di metri cubi di questo enorme salone del Maxxi.

Il merito dell’arte, lo sappiamo, è vivere in qualsiasi ambiente, compreso un vuoto bene architettato come questo (magari non sarà necessario, ma ci sembra meglio ricordare a questo proposito il nome di Zaha Hadid).

Colpiti dall’allestimento e dopo aver consumato il pavimento a forza di girargli intorno, ci viene da chiederci se è la sterminata vacuità dello spazio a rendere preziosa la piccola opera al suo centro o viceversa.

 

Abbiamo deciso che la risposta non ci interessa.

Il grande pieno.

A vivissimo contrasto con quanto detto sopra, merita uno sguardo, a proposito di vuoto e di pieno, questa bottega. E’ la libreria S. Agostino, di fronte alla chiesa.

Non è che ci hanno appena scaricato una fornitura. E’ sempre così: la clientela dev’essere composta da intellettuali taglia 46 o meno; e, per quanto riguarda il proprietario, ci pare si tratti di un vero caso clinico.

Entrarci è impresa eroica, uscirne, di più.



Il vuoto nello stomaco.

In cui sprofondiamo al solo vedere gli orrori, finti ma ricreati alla perfezione, che brulicano nelle sale del Palazzo delle Esposizioni dove si è appena inaugurata “La meccanica dei mostri” su Carlo Rambaldi e le sue creature.

Rambaldi: qualcuno non lo conosce? Tre premi Oscar, l’inventore di tanti effetti speciali, così difficili e proprio per questo così speciali, di prima che diventassero roba di tutti i giorni per merito, o magari per colpa del computer.

Quando le creature non filmabili, perché non esistevano, dovevano essere inventate e costruite materialmente nel laboratorio del mago; lui, Carlo Rambaldi.

Ci sono tutte, dall’ovvio ET, alla manona di King Kong, ai velociraptor da incubo, a Pinocchio, ai soldati di Barbarella, a teste, mani, piedi e zampe, strappate dai corpi e magari palmate e armate di unghioni.

Quella che abbiamo fotografato con più gusto e scelto di mostrarvi è questa donna gatta.

Non siamo riusciti a scoprire da quale film arrivi, ma sappiamo che ci ricorda tanto certe signore di nostra conoscenza, non gatte e ormai neanche più donne.

Arrivate alle estreme conseguenze della chirurgia estetica, a forza di rialzare gli zigomi, allontanare gli occhi, ridurre il naso e canottificare le labbra, questo rischia di essere il loro look finale.

 

 

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Delusioni

Intendiamoci, niente di drammatico. Anzi, invece che delusioni potrebbero chiamarsi conferme. Di nostri disagi interni che da qualche tempo se ne stavano tranquilli e forse ignorati in fondo allo stomaco per poi fare riflusso verso la consapevolezza stimolati da notizie, eventi, visite.


Numero uno: si tratta di un ritrovamento sensazionale, perché il fatto che dopo venti secoli e da sotto venti metri di lapilli sia uscita praticamente  perfetta questa vignetta che ci racconta un momento di una realtà lontana dal nostro mondo, con i due gladiatori, uno ferito e l’altro trionfante, è davvero unico.

Ma nello stesso tempo è ridicolo che l’affresco scoperto in un sottoscala di Pompei sia descritto da critica e stampa come un’opera stupenda, capolavoro della pittura a fresco romana.

 

D’accordo, è una testimonianza che ha valore per la sua età e l’eccezionalità, ma certo, per farne un capolavoro ci sembra poco.


Numero due: Canova a Palazzo Braschi. Una mostra dettagliata e bene articolata nel racconto della vita e delle opere del maggiore scultore italiano fra sette e ottocento.

Un uomo che ha fatto molto per recuperare il patrimonio artistico scippato da Napoleone all’Italia e un artista la cui
abilità nel trattare il marmo è fuori discussione.

Nonché (e questo è un nostro pettegolezzo) un gran marpione, come ci suggerisce il malizioso calco del seno di Paolina Bonaparte, conservato al Museo Napoleonico, da lui  preso in anticipo sulla modella, con la scusa del ritratto da fare alla medesima adagiata sul sofà.

A proposito della mostra: bella; peccato che quasi tutte le statue esposte non siano marmi ma gessi. E, anche se la forma è quella che in seguito sarà trasferita nel materiale più nobile, perfetta nelle proporzioni e nel movimento, la sostanza è del tutto diversa.

Il marmo è una meraviglia: dura nel tempo, lo scavi da sotto secoli di terra ed è sempre vivo.

 

Il gesso fa pena; dopo dieci anni all’aria si riempie di polvere, la superficie diventa grigia, opaca, e alla fine muore.


Numero tre, un’altra mostra azzardata: Medardo Rosso a Palazzo Altemps; e l’azzardo sta proprio nell’indirizzo, che è quello del Museo Nazionale di Scultura Romana.

Testoline. Musetti di monelli che fanno tenerezza. Espressioni delicate da salotto fine ottocento, plasmate in un materiale come la cera, così effimero che ti deperisce da un momento all’altro solo a guardarlo.

E queste soffici cere hanno pensato bene di mostrarcele sotto lo stesso tetto con frammenti tipo questo a destra, che basta metterlo lì, mutilato dal tempo e dalla barbarie del fanatismo, per farlo protagonista assoluto della nostra commossa attenzione.

Peccato, perché mica vogliamo dire che le testoline di Medardo sono brutte. Anzi. Solo che per via del confronto con i sassi antichi scadono da opere d’arte (perché comunque lo sono) a oggettistica da zitelle sentimentali.

Colpa di un equivoco, o forse della nostra serpentina disposizione d’animo, ma sempre e comunque un peccato.

 

 

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Colpo di Scena all'Italgas

E’ successo! La realtà ha superato la fantasia. Non lo avremmo mai creduto possibile, e invece, grazie a quell’entità fluttuante tra mito e tecnologia a nome Italgas, è successo. Roma non si smentisce.

Per farvi capire di che si tratta, siamo costretti a riscaldare l’uovo avvelenato del Cavalier Serpente che vi avevamo servito il primo aprile 2019. Se non ve lo ricordate, rileggetelo e alla fine troverete la sorpresa che vi chiarisce la fonte del nostro stupore. Dunque: questo raccontavamo ne:

 

                      Il Cavalier Serpente - N° 409 - 1 aprile 2019

                           ROMA, LA GRANDE EFFICIENZA

 
Tutto comincia con una perentoria e precisa lettera spedita al nostro condominio dall’Italgas in cui si annuncia che, fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018, il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione. Alle 13.30 precise (che sorpresa per noi assuefatti all’approssimazione romanesca) si presentano due signori che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul nesso fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una operazione, dovrebbe almeno accertarsi se questa si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 12.00 del 26 novembre 2018 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

Benissimo, i tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, ‘a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.                 Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…Intanto i vecchi contatori funzionano benissimo, perciò anche questa lettera finisce nello stesso cassetto.

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera perentoria e precisa dell’Italgas in cui si annuncia che fra le 8.00 e le 13.00 del 20 marzo 2019 il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La mattina del 19 usciamo di casa per giornale e cappuccino e troviamo, attaccati con lo scotch su tutti i portoni della strada, i cartelli che confermano l’intervento per l’indomani.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe da aspettarsi il colpo di scena e la situazione in qualche modo si chiarirebbe svelando il mistero.

E invece nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 non si vede nessuno, neanche per dirci che “‘a sostituzione nun se poteva fa’ perché ce staveno ancora li tubbi de piombo”; il giorno dopo, uguale. Poco alla  volta il nastro adesivo si accartoccia, i cartelli cadono dai portoni come le foglie d’autunno e alla fine, passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ne parla più.

 

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Torniamo a oggi, e…e…eccolo finalmente il colpo di scena inaspettato! Attaccato sul portoncino di casa, preceduto dalla solita lettera perentoria e precisa, appare un nuovo avviso dell’Italgas in cui si annuncia che, fra le 8.00 e le 12.00 del 10 ottobre 2019, (più di un anno dopo l’inizio della vicenda) il personale effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo in grado di teletrasmettere la lettura al centro dati.

La cosa travalica il reale; in ogni caso noi, recidivi nella nostra credula buona fede, ci prepariamo a ricevere la squadretta che porterà a compimento l’ormai mitizzata operazione.

E infatti i ragazzi arrivano, aprono gli sportellini, controllano e, stavolta in  perfetto italiano:  “Dottore, la sostituzione non si può fare perché ci stanno ancora i tubi di piombo”.

Con noi, testimoni sui pianerottoli, ci sono i nostri allibiti condomini. Tutti senza parole.

P.S. Lettere e cartelli a vostra disposizione.

 

 

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Trasalire, Trascendere, Trasecolare...

Trasalire: Sussultare, scuotersi per una forte, improvvisa emozione. (Zingarelli – Vocabolario della Lingua Italiana).


Noi trasaliamo ogni volta che ci cade l’occhio su qualche cartello, in un museo, sotto un monumento, davanti a un rudere, che vorrebbe essere in inglese e invece è in quella lingua maccheronica e casareccia usata dalle nostre Sovrintendenze, perfetta per provocare le risa delle maestrine in visita da Londra o da N.Y. con le loro scolaresche. (“Forum” al plurale fa “fora”. In latino, ma anche in inglese; come medium e media). Matita rossa.

 

E che dire dell’esilarante “on the downstairs” dalla recente mostra ai Mercati Traianei? Qui, matita blu.


Trascendere: Superare, oltrepassare i limiti (ancora lo Zingarelli).

 

Di sicuro trascende la realtà, superandone i limiti, questo meraviglioso barbone che abbiamo visto elemosinare in giro per i semafori della città. Costume e trucco da Oscar. Osservare la palandrana stracciata, unta e bisunta al punto giusto, i capelli sporchi ma dal taglio perfetto (ci sembra anche di intravvedere delle méches). La barba sapientemente irsuta, il tutto su una bella faccia cotta dal sole che potrebbe essere quella di un eroe omerico.

 

Non mettiamo in dubbio lo stato di profonda necessità che probabilmente avrà ridotto questo poveruomo a una condizione di dipendenza per non dire di schiavitù di una qualche organizzazione che lo concia così e lo programma per turni di lavoro in zone lontanissime l’una dall’altra (noi l’abbiamo viso sull’Olimpica, a Caracalla e a S. Giovanni), ma questo non ci impedisce di trasecolare mentre lui trascende. 

Trasecolare: Restare stupefatto, come chi crede di non essere più di questo mondo (sempre dallo Zingarelli).


Bene; allora continuiamo a trasecolare mentre sorprendiamo, al WEGIL, nel corso della presentazione di una mostra di fotografie scattate in oriente, questo monaco birmano, ovviamente scritturato dall’organizzazione, il quale, fino a qualche minuto prima, musica ipnotica in sottofondo, era chino a disegnare con sabbie colorate un magnifico fiore di loto sulla stuoia davanti a sé.

 

Poi gli è suonato il cellulare, lui lo ha tirato fuori da qualche recesso della tunica e ha risposto come avrebbe fatto chiunque. Però, o per una perplessità pratica o per uno stupore arcano di fronte a quel miracolo tecnologico, a un certo punto si è dimenticato del fiore sulla stuoia, di noi visitatori e dell’impegno sindacale che aveva nei nostri confronti, e se n’è rimasto così, in meditazione per un bel po’, appunto come chi crede di non essere più di questo mondo, mentre noi, di nuovo trasecolavamo.

Trasalire.

 

Santa Maria dell’Anima è la chiesa della Nazione Tedesca a Roma. E’ una bella chiesa rinascimentale piena di affreschi raffinati, di splendidi marmi, di sculture mirabili.

E naturalmente è il luogo del riposo eterno di insigni diplomatici germanici presso la Santa Sede, di bravi artisti germanici al lavoro nei palazzi romani, di floridi mercanti germanici arricchitisi con le forniture al Papato.

Ebbene, proprio accanto all’ingresso della sacrestia, a coronamento della tomba di un ricco amburghese, ecco quale immagine ci saluta. Sarà legittimo trasalire al pensiero che questo orrido teschio ghignante è lì a vegliare sull’eterno riposo di qualcuno?

E chiederci per quale stortura la Chiesa promuova, come accompagnamento verso l’aldilà, questo tipo di artistico terrorismo, questa insistenza sul premio o il castigo eterno, comunque privilegiando la smorfia dell’orrore al sorriso della pace.

 

Ci abbiamo preso gusto a questo gioco di vocabolario, foto e rimandi di pensiero e di attualità.

 

E se ce lo permettete vorremmo ritornarci su, anche perché ne abbiamo ancora tante da raccontare.

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L'Ultimo Plotone


Nei film di guerra l’ultimo plotone è quello che balza fuori della trincea con più coraggio per andare all’assalto e si ritira dopo gli altri dalla posizione conquistata e poi perduta; è quello che riceve le medaglie al valore e soprattutto risulta immune ai colpi dei cecchini.

Nei film.

Nella vita non è proprio così. La trincea può anche proteggere, con l’assalto si riesce a cavarsela, con la ritirata salvare la pelle, forse. Ma con il cecchino non si scherza. Quello ha pazienza e mira infallibile, e alla fine non sbaglia mai il colpo.

Questo pensavamo il pomeriggio del 25 settembre, seduti nel bellissimo cortile di palazzo Firenze dove prendevano forma un festeggiamento e una commemorazione. In onore di un personaggio che proprio quel giorno avrebbe compiuto 97 anni e che nei 65 realmente vissuti è stato importante per il cinema italiano. Regista, attore, sceneggiatore: Luciano Salce. Suo figlio Emanuele a fare gli onori di casa e un bel gruppo di critici a raccontarcelo.

 

Insieme a lui c’erano tutti gli altri figli (e le vedove) dei grandi del cinema coetanei di Salce, con cui lui aveva lavorato, litigato, flirtato e dato vita a una stagione, quella sì immortale.


Per questa generazione esisteva, dagli anni cinquanta in poi, un tempio che era anche un salotto, un pensatoio, un tribunale ma soprattutto una mensa.

Passo indietro e spiegazione.

La boheme. Nei primi anni cinquanta l’oste Otello Caporicci, apre una trattoria a Via della Croce, a Roma, e la chiama “Otello alla Concordia”. Il proprio nome di battesimo, ovvio, insieme a una dichiarazione della sua filosofia che molto contribuirà in seguito a mantenere vivi (proprio nel senso alimentare) tanti futuri geni.

Nasce un’istituzione che diventerà storica. E’ il dopoguerra e tutti sono poveri, ma particolarmente poveri sono un gruppo di clienti che riempiono il tavolone sociale. Quasi tutti, dopo aver mangiato e bevuto, non hanno i soldi per pagare. L’oste fa credito. Fra gli spiantati ci sono pittori e scultori, e quelli lasciano un’opera. Gli altri, gente dello spettacolo, attori, registi, sceneggiatori e tecnici, per il momento non possono che lasciare promesse per il futuro.

Questo futuro poco alla volta arriva. Molti diventano famosi. Vanno a lavorare in giro per il mondo, non ritornano per lunghi periodi e poco alla volta il tavolone esce dalla memoria.


La trattoria è come la vita. All’inizio, giovani e poveri, si sta tutti insieme. Pochi soldi e molto bisogno di compagnia, cibo, confronto. Poi arrivano successo, denaro, riconoscimenti. Elementi che sfaldano il gruppo. Ma basta aspettare, perché con la vecchiaia si ricrea lo schema iniziale: il mondo tende a dimenticare, il successo è ridotto alle commemorazioni, ai premi alla carriera, alle presidenze dei festival. Da giovani poveri a poveri vecchi con una più o meno lunga permanenza nella fase di adulti di successo.

Le figlie di Otello ereditano la trattoria, e parecchi anni fa una di loro, Gabriella, in memoria del padre, oste e mecenate, riapre ogni mercoledì sera il tavolone sociale.

E ricomincia tutto. Si riformano il cenacolo e il plotone. Di nuovo tutti insieme; non più poveri ma carichi di onori e con qualche lira in tasca; meno occhio al futuro, più soddisfazioni dal passato.

Tutti con gagliardi appetiti, e bollenti spiriti nelle partite a scopone che seguono la cena. Cattiverie, ricordi, punzecchiature. Di tanto in tanto qualche posto a tavola rimane vuoto: è l’inevitabile ricambio.

Noi abbiamo cenato ogni mercoledì degli ultimi quarant’anni a quel magico tavolone ed essendo riusciti finora a evitare il cecchino dalla mira infallibile, vogliamo, così, tanto per gradire, fare una lista di alcuni dei nostri commensali che invece sono caduti, colpiti sul ciglio della trincea.  Ugo Gregoretti, Ettore Scola, Giorgio Arlorio, Vittorio Gassman, Ugo Pirro, Mario Monicelli, Tonino Delli Colli, Furio Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Piero De Bernardi Silvana Pampanini, Elsa Martinelli… Il meglio del cinema italiano, anzi, “Il Cinema Italiano”.

 

E’, anzi era l’ultimo plotone di “Otello”. 

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Hectic


Non per fare gli snob, ma ci sono parole che in inglese sono più precise che da noi; hectic, per esempio: “febbrile, frenetico, agitato”. Bene; così è stato il nostro fine settimana. Ora ci diamo una calmata e ve lo raccontiamo.

Comincia presto, GIOVEDÌ sera con un incontro al Parco della Musica: la meditazione secondo Paramahansa Yogananda (vedi foto). Da frequentatori in tempi storici del Maharishi Mahesh, quello dei Beatles, ci aspettavamo una serata piena di colori, danze, musica e magari anche qualche folklorica spippettata di erba.


Delusione: una gita aziendale con i bus numerati che aspettavano fuori dell’auditorium i fedeli per riportarli a fine serata, soddisfatti o rimborsati, in Brianza o nel Frusinate, con un rappresentante della Self-Realization Fellowship che dal palcoscenico, per tutta la durata dell’incontro, ci ha spiegato quanto è bello sentirsi rilassati e realizzati e quanto poco basta per arrivarci: dieci minuti di meditazione al giorno.

 

Beh, questo già ce lo avevano detto tanti altri; è che stasera avremmo voluto qualcosina in più.



VENERDÌ. Mostra mercato florovivaistica “La Conserva della Neve”. Una location che più belle non ce n’è: l’Orto Botanico accanto a Palazzo Corsini a Trastevere. Fra l’altro, affacciandosi al giardino di quest’ultimo si riesce a sbirciare oltre il recinto di uno scavo (chissà perché intorno alle cose interessanti ci sono sempre impenetrabili teloni che impediscono ai passanti di vedere: mica sarà un segreto militare, no?) il magnifico laboratorio di un vasaio romano scoperto e messo in luce da poco, con i forni e una sfilata di anfore pronte per la consegna.

Fra tutto l’accessoriame da giardino, presentato alla mostra nel solito misto di “amiamo la natura” e Walt Disney (composizioni di fiori finti, carriole portavasi in ferro battuto, eccetera), quello che ci ha colpiti è stata una batteria di feroci tagliaerba. In pole position c’era questa belva: roba da Formula Uno. Vrooom!

 

Delizioso il bar sistemato in una serra.



SABATO
: “Ulcera tipo pizza” (Pizza-like ulcer). E’ così che i dermatologi chiamano questa patologia. Come siamo passati dall’idillio dell’Orto Botanico a questo orrore? Presto detto.

DermArt è un’iniziativa di Massimo Papi, amico, dermatologo e artista (capita la crasi derm-art?), che organizza incontri per discutere con i colleghi e raccontare, con un certo sadismo, a noi profani le orripilanze della dermatologia tenute a bada dalle squisitezze dell’arte, buttando nell’arena tutto il suo sprezzo del pericolo e il suo senso dell’umorismo.

Gli incontri di DermArt sono naturalmente seri e professionali, però, a beneficio di chi lo sa apprezzare ci fa sempre capolino il sottile contrasto accennato nel nome: Botticelli e la sifilide, per dire.

Oggi ci hanno proiettato questa foto che presenta un campione di quel genere di ulcera citata nel titolo. Non si può negare la ributtante somiglianza con una bella pizza napoletana: cornicione alto, mozzarella abbondante, pomodoro e alici qb.

 

Eravamo riuniti in un meraviglioso edificio razionalista a Largo Ascianghi, opera dell’architetto Moretti, una volta sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Recentemente alla vecchia sigla hanno premesso uno scemissimo WE (noi) inglese, facendola diventare WE GIL. Grazie a questo provinciale omaggio alla lingua dell’impero ora il nome verrebbe da leggerlo, in anglo-fascista: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”. Ha un senso tutto ciò?




Ancora SABATO e DOMENICA. Fastidiose pioggerelle e altra spolverata di eventi.

Il ventesimo compleanno del Teatro India. Aria di scampagnata: biciclette, bambini, panini; tante mosche sui tavoli e nessun ricordo di quello che, appunto vent’anni fa, era un glorioso centro di sperimentazione e denuncia. Niente contro la maternità e infanzia, intendiamoci, però, le belle battaglie di allora!?

La maratona. Un’altra! Non se ne può più.

I festeggiamenti per la breccia di Porta Pia. Bella festa, belle fanfare, bersaglieri giovani e vecchi, un po’ di retorica. Speriamo che Enrico Toti non decida di lanciare la stampella.

 

E per chiudere, abbiamo ancora una cosa da raccontarvi, che però non ci viene in mente…vediamo; fateci dare un’occhiata agli appunti…ah già, stava per sfuggirci: il 21 era la giornata mondiale dell’Alzheimer.


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Roma Antica e l'Ecologia


A luglio sono stati aperti al pubblico pochi metri dei corridoi di servizio delle Terme di Caracalla per ospitare un’installazione di Fabrizio Plessi, un visionario, anzi un videoartista dell’acqua e del fuoco.

La mostra in sé, soprattutto dopo aver visto alla Biennale di Venezia le sue altre mirabolanti opere, è tutto sommato modesta, soprattutto associata com’è alle altrettanto modeste musiche di Michael Nyman, ma ci permette per la prima volta dopo anni di tornare là sotto e soprattutto di entrare in argomento.

Sono immagini di acqua e fuoco che appaiono, tutte in sincrono e in sequenza, su una serie di grandi monitor piazzati in nicchie dell’infernale percorso sotterraneo in cui due millenni fa lavoravano e morivano migliaia di schiavi per fornire l’acqua calda ad altrettante migliaia di fannulloni romani che passavano le giornate a divertirsi al piano di sopra in uno dei posti più formidabili di tutta l’antichità.

Girare fra le costole di questo fossile storico è un’esperienza totalmente opposta a come doveva essere entrarci nel 216.

Il turista contemporaneo si nutre, oggi, di quel silenzio pieno di storia e di suggestione, di mattoni corrosi dal tempo e fioriti di capperi, del canto di cicale al sole che danno un senso pieno di nostalgico raccoglimento alla visita.

 

Invece ci dobbiamo immaginare le millecinquecento persone che riempivano, allora, gli enormi saloni facendo tutti insieme il bagno, la depilazione, i massaggi, la ginnastica, discutendo di politica e di sport, vendendo e comprando di tutto: insomma, per citare Seneca che è il più attendibile giornalista dell’epoca, nelle terme c’era un “chiasso infernale”.


Le Terme di Caracalla, uno fra gli stabilimenti pubblici più grandi di Roma, sono anche un monumento allo spreco e al disprezzo ecologico, specchio, insieme ai circhi e agli anfiteatri, del periodo più orribilmente splendido dell’Impero Romano.

Certo: statue magnifiche riempivano ogni angolo; marmi colorati incrostavano le pareti (spaccati a mazzate mille anni dopo per farci i pavimenti cosmateschi delle chiese medievali), colonne immani sostenevano le volte altissime, poi crollate liberandole dal loro peso e permettendone il trasporto in piazze rinascimentali per servire di base a madonne o granduchi.


Tutto questo è vero, ma è anche vero che i cinquanta forni che mandavano avanti le terme bruciavano decine di tonnellate di legna ogni giorno e sappiamo che in città di stabilimenti simili ce n’era almeno una decina.

Ovvio che questa follia ustoria finisse con il pelare delle loro foreste prima le pianure intorno a Roma, poi i colli del Lazio, poi praticamente tutta l’Italia. Desertificata per far sguazzare al caldo qualche migliaio di lazzaroni.

E gli spettacoli pubblici? Una calamità quasi biblica.

Ok i duelli dei gladiatori: il genere umano si riproduce abbastanza velocemente. Un po’ peggio le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, perché presentare lo sbudellamento di persone in forma di sadico spettacolo davanti al pubblico non sembra davvero una cosa carina. Comunque il cives romanus non si è estinto.

Quello che invece le cacce figurate e i combattimenti fra animali selvaggi finirono col provocare fu l’estinzione degli ippopotami in Nubia, dei leoni in Asia, delle giraffe in Libia e così via per un gran numero di altri animali. Massacrati per far divertire altre migliaia degli stessi lazzaroni sulle gradinate del Colosseo.

Certo, poi uno si incanta davanti alla potenza di queste strutture rimaste nude dei marmi, ma non della loro maestà, e dimentica tutto il resto perché quello che vede è sempre l’immagine  grandiosa di Roma.

 

 

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Fottuti e Sfottuti


Qualche settimana fa ci siamo improvvisati ladri d’immagini: in due salette dei Musei Capitolini, accanto a dove ci si va a sposare, si era inaugurata una mostra intitolata “Arte ritrovata”, opere rubate, esportate, vendute illegalmente e poi recuperate. Severamente proibito fotografare. Più furbi dei guardiani abbiamo catturato l’immagine di questa magnifica Artemide Marciante. La storia è la seguente.

 


La statua originale, di grande bellezza e suggestione, scoperta da scavatori clandestini stava per passare il confine, pronta a essere piazzata in cambio di un bel pacco di milioni in uno di quei musei dove non si fanno domande sulla provenienza della merce: niente altro che un furto. 

Ma, per confondere le acque (o forse per fare una truffetta supplementare a qualche sprovveduto), i ladri avevano pensato bene di fare delle copie dell’opera: prima una grossolana in gesso, e poi una presumibilmente migliore in marmo, rimasta però allo stato di bozza. Recuperate e in mostra anche le copie. Non solo ladri quindi, ma pure falsari. 

Sfiliamoci per un momento dal grossolano mondo dei furti d’arte per entrare in quello molto più raffinato dei falsi; ecco che l’atmosfera si fa all’improvviso piccante, brillante, e, secondo la morale tradizionale, un po’ scorretta perché il gioco vede noi spettatori tutto sommato simpatizzanti per
il falsario ai danni del compratore che alla fine si fa fregare per troppa presunzione propria o per troppa fiducia in qualcuno più furbo di lui.

Nel senso che il falso d’arte è, sì, un crimine, ma di quelli senza sangue, quindi, quando il TG del 23 agosto ci racconta che la collezione di un tipaccio del calibro di Massimo Carminati, noto personaggio della malavita romana, sequestrata ed esaminata è risultata composta solo da falsi, beh, ci facciamo tutti una bella risata: il boss fottuto e sfottuto. Sono soddisfazioni!

La stessa risata che ci siamo fatti all’epoca delle teste di Modigliani pescate nel fosso di Livorno. Anche qui, fior di tromboni dell’ambiente granitici nel dichiararne l’autenticità, per finire sbertucciati dai colleghi o addirittura dagli studenti inventori della burla.

Sull’argomento la nostra bibbia è “Troppo bello per essere vero”, un libro che vi raccomandiamo, il cui autore è Eric Hebborn, un brillante e ironico alcolista, nostro amico da anni, dotato dalla natura non solo di una particolare inclinazione per il vino, ma anche di un sopraffino talento artistico.

Eric ci racconta con illustrazioni e facendo i nomi dei citrulli caduti nella rete la sua vita da falsario, le sue tattiche di vendita, le sue ricerche per rintracciare la carta o l’inchiostro d’epoca, la sua cura nel non copiare un’opera già esistente, ma nell’impadronirsi della maniera dell’artista da imitare, in modo di creare un disegno perduto “alla Carracci”, un quadro non catalogato “alla Mantegna”.

Ma soprattutto il suo gusto, che man mano che leggiamo diventa anche nostro, nel beffare proprio quelli che avrebbero dovuto saperla più lunga di lui.

 

C’è, a chiusura del libro, una sua semplice ma non per questo meno saggia frase: “Non esistono opere false, ma solo false attribuzioni”.


A sostegno di questa conclusione ci viene in mente il Salvator Mundi, ritenuto l’ultimo capolavoro di Bernini ottantaduenne: prima destinato a Cristina di Svezia, poi finito in casa Odescalchi, poi scomparso nel nulla, poi riapparso e considerato una copia, poi riconosciuto come autentico, ma subito dopo disconosciuto dai grandi intenditori Fagiolo dell’Arco e Petrucci, che ora se ne sta tranquillo in una nicchia della chiesa di San Sebastiano sull’Appia Antica.

Eccolo: bello è bello, ma è così esageratamente berniniano che potrebbe benissimo essere un falso sovraccaricato per dargli il sapore dell’originale.

 

O per meglio aderire alla massima dell’amico Hebborn, non potrebbe essere un bel busto di un bravo artista barocco sconosciuto accompagnato da un’attribuzione falsa (o meglio, diciamo fantasiosa)?

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L'Acquedotto in Negativo


E va bene, eccoci qua: la vacanza è finita e siccome siamo saggi abbiamo evitato le spiagge troppo salate, le montagne troppo ossigenate, le isole troppo isolate e le (altre) città d’arte troppo affollate. A questo punto cosa ci avanzava? Roma in fondo non è tanto male: c’è gente che si fa dodici ore di volo per venirla a vedere.

Noi qui stavamo e qui siamo rimasti.
Girando e curiosando lontani dal centro e stando bene attenti a evitare quei sinistri ectoplasmi di ultrasessantenni che, sul volto i sintomi dell’infarto imminente, si stroncano con le loro pratiche quotidiane di jogging sotto l’implacabile sole del meriggio, e a non fermarci troppo a lungo su qualche panchina che potrebbe risultare pericolosa, ci siamo saziati di sensazioni, emozioni, impressioni e, per non avere il dubbio di avere scarpinato invano, vi esponiamo alcune osservazioni che ci sembrano abbastanza saporite da condividerle nella ripresa dei nostri incontri settimanali.

Cominciamo con gli acquedotti, e in particolare il Claudio, che è di sicuro il più maestoso e bello di tutti.

Eccolo qui, in alto, quasi com’era appena finito: una perfetta opera d’arte ingegneristica messa insieme senza neanche un cucchiaino di calce, con massicci conci di tufo tagliati tanto bene che ancora adesso sembrano saldati e non ci passa una formica, figuriamoci uno scalpello.

 

Eppure è più che probabile che venti secoli fa queste geniali, romantiche rovine fossero considerate solo ingombranti manufatti industriali. 


Sempre al loro posto, intatti malgrado le sicure proteste dei proprietari dei fondi su cui serpeggiavano abbassandone il valore, passa un secolo, ne passa un altro, gli archi, per quanto ben costruiti,  cominciano a vacillare ed ecco apparire i rinforzi in mattoni e malta  che, d’accordo, ne rovinano l’estetica ma almeno li tengono in piedi



Certo, con Roma decaduta e gli acquedotti interrotti, quei macigni tagliati così bene, si erano trasformati in un ghiotto bottino per tutti. E allora, complice la Camera Apostolica che ne era diventata proprietaria e aveva preso la brutta abitudine di vendersi tre archi di qua, altri due di là al migliore offerente, ecco che inizia lo smantellamento: i rinforzi di mattoni, inutilizzabili, rimangono ma i bei massi di tufo, specialmente quelli squadrati,  cominciano a scomparire con destinazioni varie, alcune meno nobili, come magari i muri di una porcilaia, altre più utili ma molto più distruttive, per esempio il nuovo Acquedotto Felice di Papa Sisto V, gran costruttore nonché padrone del vapore, che lavorava quasi sempre a spese del passato.



E così, un sassolino alla volta, interi tratti di quella maestosa opera sono stati sgranocchiati lasciando in giro una grande confusione di pilastri e archi, e portandosi via, una carretta alla volta (ci immaginiamo i poveri somari e gli ancor più poveri braccianti a faticare per demolire quello che altrettanto poveri schiavi romani avevano faticato a costruire), i tufi stupendi, irrealizzabili con la tecnologia del tempo ma gratis et amore dei semplicemente depredando gli antichi manufatti.

 

 

E finalmente, hoplà, arriviamo alla testimonianza finale della grande rapina: questo rudere ancora in piedi a Porta Furba.

Che è un arco isolato dell’Acquedotto Claudio, dove la struttura originale è del tutto scomparso, ma ha lasciato la sua impronta in negativo: i muri di emergenza in mattoni costruiti a sostegno dei pilastri, che mostrano ancora il disegno dei famosi tufi così ben tagliati e la curva, sempre in mattoni, su cui poggiava l’arco a sostegno del condotto dell’acqua.

 

Un lavoro di giganti sbriciolato da insolenti implacabili formiche. Che ci sia un riferimento all’epoca in cui viviamo? 

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L'Ombra del Padre


Venerdì 7 giugno ’19, Casa del Jazz, Roma. Premio Lelio Luttazzi: tre pianisti e tre cantautrici in finale. Presentazione spumeggiante di Dario Salvatori (è incredibile, passano gli anni ma la spuma di Dario è sempre lì, come le sue giacche, pantaloni, scarpe e coiffure). Certo che anche il vestito della concorrente…

I pianisti in concorso, tutti bravi, per carità, giovanissimi e talmente vogliosi di dimostrarsi, che i loro brani (durata media sui 10’) ci hanno prostrato con le discese e le risalite e le progressioni ardite. Per il resto bella serata.

 

Un meritato omaggio a papà Lelio. La figlia, Donatella, buona cantante, è un esempio di quando parliamo di ombre dei padri. Basti il titolo del libro che ha recentemente pubblicato: “L’unico papà che ho. Cosa si prova ad avere un padre famoso, appassionato di jazz e assente”.
Una dichiarazione.

Altri padri, altri figli: il problema rimane.

Roma, 16 settembre 2010, Auditorium dei Congressi, piccola orchestra d’archi, bel pubblico. Sale sul podio Andrea che attacca a dirigere. Noi siamo in prima fila e lo vediamo bene. La punta della bacchetta trema, ha le spalle contratte, i movimenti rigidi. Suda. Il primo pezzo, breve e spigoloso, passa, Il secondo è più lirico e dolente e lui sembra rilassarsi, ma la schiena è ancora piena di nodi. Avanti così fino all’applauso finale. Andrea ringrazia, cerca con gli occhi papà in sala, lo trova, lo invita a salire, e papà Ennio sale, dirige una propria composizione, già nel cuore del pubblico, più facile delle precedenti; scroscio di applausi, non di circostanza, papà saluta e scende. I due, si sarà capito, sono i Morricone, padre e figlio.

Essere figlio del musicista più famoso del mondo, e fare lo stesso mestiere! Non importa nemmeno sapere chi è il più bravo. E’ una situazione pesante e senza uscita. O meglio, un’uscita di scena (e intendiamo in senso definitivo) a nostro parere esiste, ed è al centro di una teoria che esporremo fra qualche riga.

Rischiosissima la combinazione di artisti nella stessa famiglia, separati da una generazione e talvolta, anche se non sempre, da un abisso di qualità. Abbiamo avuto fra le nostre amicizie più care quella cinquantennale con Bruno Lauzi, che ci ha lasciati da poco. Abbiamo visto nascere, studiare, stupirci suo figlio Maurizio, pieno di talento, buon autore, ottimo pianista, bravo cantante, e per di più bello e simpatico. Amorevolmente covato all’inizio, poi è rimasto intrappolato nell’ombra di suo padre che, anche se piccola, era molto scura. E quando papà è (per usare il termine di prima) uscito di scena, non era più il momento giusto, a Maurizio il sorpasso è sfuggito e si è perso.

Per concludere, chicca storica. Non tutti sanno che nel cimitero protestante di Roma (un giardino incantato vicino alla piramide, che suggeriamo per un incontro romantico-decadente) c’è la tomba di August Goethe, figlio di quel famosissimo padre. Sulla lapide non c’è neanche il suo nome. C’è scritto solo Goethe Filius. Neanche da morto, padrone di avere un’identità!

 

A volte i genitori sono solo ingombranti, altre volte sono delle vere carogne.

 

 

Un eccellente esemplare di questa categoria pare che fosse la buonanima di Salvatore Quasimodo, poeta sommo e premio Nobel. Certo non un simpaticone, e lo si intuisce dalla foto. La notizia la troviamo a pag. 41 di Repubblica del 30 novembre 2015: qui il figlio Alessandro confessa di aver deciso di mettere all’asta la medaglia Nobel di papà Salvatore e di averlo fatto  “non per soldi, ma per gelosia”.

Per poi fare il pieno con il racconto di una sfilza di carognate paterne, anche queste da Nobel. Quando il piccolo Alessandro, che aveva undici anni, sentì il padre che diceva alla madre: “Devi scegliere, o me o il bambino”, quindi aborto.  Poi le continue minacce a lui, studente, se non lo promuovevano, di mandarlo a fare l’operaio; e per ultima, l’elegante decisione di andare “alla cerimonia di Stoccolma, quella della consegna del Nobel, con la sua amante, lasciando a casa me e mia madre, che invece eravamo stati invitati”.

 

Eccola la teoria che potrà sembrare spietata, ma a nostro parere è assolutamente realistica. A un certo punto della vita, per non ingobbirsi come un germoglio spuntato sotto una pietra si deve rimanere orfani. E se il decesso del genitore ingombrante non avviene spontaneamente, bisogna procurarlo. Non intendiamo dire che il vecchio deve morire davvero; no, naturalmente. Basta che muoia simbolicamente, professionalmente, che si fermi al pit stop, mentre la nuova generazione passa avanti, cambia marcia e se ne va il più lontano possibile.

Per diventare adulti davvero, e perciò protagonisti della propria vita, personale e professionale, bisogna perdere tutti i sostegni, tutte le possibilità di essere consolati da mammà e raccomandati da papà, insomma, rinunciare alle protezioni contro il mondo cattivo (che naturalmente non è cattivo; è, e basta).

 

Bisogna essere orfani. 

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Il Lumacactus

Se anche voi, dopo queste settimane di pioggia noiosissima, nel primo giorno di sole vi foste accorti di avere in terrazza questo meraviglioso lumacactus con i suoi fiori-cornini siamo certi che sareste rimasti tutte le ventiquattr’ore a fotografarlo, come abbiamo fatto noi, nelle diverse luci: alba, mezzogiorno, tramonto.

Trascurando indegnamente l’impegno di proporvi ogni settimana un nuovo uovo avvelenato.

Ma siccome non vogliamo farla troppo grossa, riteniamo di cavarcela ripubblicando il primissimo articolo del Cavalier Serpente, corredato da quella che allora era la foto di presentazione: una tosta immagine di corrispondente di guerra in bianco e nero.

Il nostro, riletto dopo tanto tempo, nello scrivere è un po’ troppo stizzoso, un po’ troppo moralista e anche un po’ troppo formalista ma, tutto sommato, ci pare che abbia ancora ragione.

Sono passati nove anni!

 

 

                             IL CAVALIER SERPENTE

                                                   N°1                                                                                     Perfidie di Stefano Torossi

                                           2 settembre 2010                          

 

      JAZZ, VESTITI E BUONA EDUCAZIONE


       

       Che dire? Non c’è dubbio che Gino Paoli sia l’autore di tre o quattro canzoni fra le più belle della nostra generazione.

Lo abbiamo verificato ancora una volta al suo “Un incontro in Jazz” del 25 agosto 2010 nel Festival “Odio l’Estate” a Roma. E certamente di livello altrettanto alto era l’accompagnamento. Un formidabile quartetto: Danilo Rea piano, Flavio Boltro tromba, Rosario Bonaccorso contrabbasso e Roberto Gatto batteria, il meglio del jazz in Italia.

Bene, sulla qualità della musica niente da obiettare. Applausi.

E’ sul modo in cui questa ottima pietanza ci è stata servita che abbiamo qualcosa da dire.

Il concerto di cui vi parliamo lo usiamo naturalmente solo come esempio. Vogliamo proprio generalizzare a molti, troppi eventi jazz.

Non ci sembra giustificato che la star della serata (come qualunque comprimario) entri in scena con l’espressione di chi non ha nessuna voglia di lavorare, non accenni neanche un minimo saluto verso il pubblico, confabuli con i colleghi musicisti voltando la schiena alla platea, attacchi la sequenza dei brani senza una parola di presentazione, sempre con un atteggiamento di annoiato disgusto. Forse è timidezza, forse è la sua espressione di tutti i giorni, ma dal momento che uno sale sul palco, un minimo di obblighi ci sarebbero, tra cui indossare la faccia di scena.

Certo, ci sono i rockettari violenti che sputano sul pubblico, o gli tirano le chitarre, ma è un comportamento prevedibile, anzi previsto, anzi addirittura pregustato, e soprattutto è viva azione scenica. Quello che invece smoscia le esibizioni di molti jazzisti è proprio questo tono di distacco, di noia (snob?), di chissenefrega. Ma perché? Come mai non hanno l’aria di divertirsi, visto che fanno una cosa che il resto della gente gli invidia? Che ci vuole a prepararsi una battuta, quattro movimenti coordinati? Perché alla gente non basta ascoltare; al concerto si è portata anche gli occhi e vuole usarli.

A proposito: ma come si vestono i jazzisti! Ma ci si può presentare con jeans sformati e consumati, camicie stazzonate, magliette di quel tono indefinibile, ma con suggestioni di sporco, fra il marroncino, il viola scuro e il nero, soprattutto quando si hanno superato i sessant’anni, o gli ottanta chili, e madre natura, generosa con il talento musicale, non lo è stata altrettanto con la presenza?

Non diciamo che i componenti di un gruppo dovrebbero essere tutti in smoking, anche se ci piacerebbe: ricordiamoci (pur se spesso sottolineata da un filo di noia) l’eleganza suprema del Modern Jazz Quartet. Però un minimo di decenza, un pantalone con la piega, una giacca che copra rotoli e panze; forse, estrema audacia, perfino una cravatta. Oppure, naturalmente anche una follia di lustrini, ma con dietro un progetto. Sempre per il rispetto dovuto al pubblico, che, lui sì, può essere malvestito, anche se sarebbe meglio di no, ma comunque ha pagato.

 

Insomma, perché non dedicare un minimo pensiero a quello che ci si mette addosso? Proprio così: che il vestito dica al pubblico che l’artista lo ha scelto dopo averci pensato, e anche parecchio, e non come se fosse sceso di casa a portare fuori la spazzatura.

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Raccapricci storici

Appia Antica. La notizia: Nuovo direttore, nuovi progetti, nuove promesse. Titolone sul giornale: “Per l’Appia soldi e fantasia”. Noi la percorriamo spesso sulle due ruote rischiando la pelle per via del traffico da tangenziale e compiangiamo i temerari turisti che ci si avventurano a  piedi strisciando lungo i muri come malfattori. Non osiamo immaginare cosa possono pensare di una città che ha la più bella strada del mondo, piazzata in quello che potrebbe essere il più bel parco archeologico del mondo e invece l’ha abbandonata e la lascia usare come una pista di scorrimento veloce, malgrado i basoli romani, dai quali noi ci auguriamo malignamente danni alle sospensioni delle auto insensibili alla bellezza del luogo.

C’è un elemento che ancora racconta la vita passata di queste pietre ormai morte. I solchi delle ruote dei carri che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice. Chi è stato a Pompei si sarà reso conto che non c’è niente che faccia pensare alla vita improvvisamente sospesa di questa città più dei solchi che segnano strade e vicoli. Se poi a uno non va di fare il viaggio, bastava, fino a poco tempo fa, affacciarsi sugli ultimi metri sopravvissuti del selciato originale dell’Appia

A questo proposito siamo costretti, nell’ennesima giornata come oggi, di un autunno che non ha ancora capito che è primavera inoltrata, a descriverne una ben diversa dell’estate di qualche anno fa. Appia Antica. Solito sole a piombo, solite cicale, solito profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare i braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, solo che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze sul significato dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma così, come capitava. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma la disposizione casuale aveva fatto perdere completamente il racconto dei solchi. Ci immaginiamo lo sconcerto del turista curioso nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate in mille direzioni.

 

“Non è affatto vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.


Via Alessandrina. La notizia: Ritrovata in un muretto testa marmorea imperiale di ottima fattura. Titolo sul giornale: “E così ho guardato Dioniso negli occhi”.

Alla Centrale Montemartini, un museo di scultura romana molto particolare, c’è una sala di statue, una più bella dell’altra, ritrovate a pezzi, usate nel medio evo (esattamente come questa che è finita sul giornale) come volgare materiale di riempimento per i muretti del giardino di Villa Rivaldi, sulla Velia, accanto al Colosseo.

E’ davvero dolorose pensare che gli animali che abitavano la Roma del medioevo, perché definirli umani è troppo, abbrutiti dall’ignoranza, dalla miseria, dalla violenza (e, lasciatecelo aggiungere, dal fanatismo cristiano che aborriva qualsiasi forma di bellezza classica), non si rendessero neanche conto di cosa stavano facendo.

 

Quindi, evviva se ancora troviamo qualche frammento del passato, ma che dolore per tutto quello che di sicuro abbiamo perso.


Villa Lante al Gianicolo. La notizia: Convegno di studi sulle voci degli evirati cantori nella musica barocca. L’invito: “24 maggio. Mito, storia e sogno di Farinelli”.

Il luogo è uno dei più belli di Roma, con una loggia il cui panorama non ha bisogno di descrizioni. I partecipanti alla tavola rotonda, coordinati da Flavio Colusso, Maestro di Cappella di Santa Maria dell’Anima, sono un gruppo eletto di esperti nel ramo e di interpreti che eseguono oggi (rigorosamente senza interventi chirurgici) il repertorio dei castrati famosi dell’epoca, come, appunto, Carlo Broschi, detto Farinelli.

Si è discusso sull’opportunità per gli interpreti moderni di chiamarsi controtenori o sopranisti o contraltisti (senza poi arrivare a una conclusione), si è raccontato come il Re Sole fosse contrario all’uso dei castrati nell’opera, ma non nella Chapelle Royale, si è appurato che la castrazione dei ragazzi, pratica ipocritamente biasimata, ma sotto sotto tollerata dalla Chiesa, era praticata quasi esclusivamente in Italia, anzi nell’Italia meridionale e anzi, e qui la storia si fa decisamente raccapricciante, soprattutto nella città di Norcia, dove c’era un’ampia scelta di operatori del ramo che davano buone garanzie di successo nell’intervento, avendo fatto solida pratica (da cui la fama dei norcini del posto) sui giovani maiali.

 

Poi c’è stato un delizioso concerto di eleganze barocche che ha riportato nelle alte sfere i nostri spiriti momentaneamente, come dire, abbacchiati.

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Frustrazione meteo

Frustrati dalla mancata frequentazione di iniziative mondane o culturali perché ogni volta che uno cerca di mettere il naso fuori: bum! ecco la quotidiana bomba d’acqua, accompagnata dalle temperature polari del maggio più freddo degli ultimi settant’anni (quindi, di  nuovi eventi da raccontare, neanche l’ombra), ci dobbiamo rassegnare a piazzarvi la replica di uno dei nostri articoli del passato.

Ma è una proposta piena di caldo, sole, cicale e (come potrebbero mancare) ruderi. Siamo indecisi se sperare che non l’abbiate letta e quindi possiate restare sorpresi da questa vecchia novità, o sperare che l’abbiate letta ma dimenticata, ottenendo quindi lo stesso gradito risultato per noi (ma ingenerando in voi un lieve sospetto sulla tenuta delle vostre capacità mnemoniche). Fateci sapere.

 

Eccola, la replica:

 

ESTATE SULL’APPIA ANTICA

 

Dalle parti di Cecilia Metella c’è un simpatico archeo-bar. Ombra, buoni panini, birra fresca, il giornale da leggere: un paradiso. Come lo è, lì vicino, uno dei pochi spazi archeologici a ingresso gratuito: la Villa e il Circo di Massenzio.

Una frequentazione che amiamo e che ci affascina per una caratteristica che hanno alcuni luoghi arcaici della Roma del passato: la convivenza di storia, natura spontanea e lavoro dell’uomo.

E’ chiaro che il decrepito albero carico di prugne sullo sfondo delle torri del circo di Massenzio è stato piantato tempo fa in quello che allora era un normale frutteto, non certo un monumento da visitare.

E questo tono campestre e semplice si ripropone spesso, se non al Colosseo, certo in qualche angolo del Palatino, lungo la Via Appia,  sotto gli acquedotti.

 

E’ prima di tutto la soddisfazione di scoprire un rudere dimenticato o un sentiero appena tracciato che zigzaga fra i piloni di un acquedotto. Ma non solo quella. Ce n’è un’altra, di natura meno culturale ma altrettanto sfiziosa: conquistarsi lo spuntino sul posto. Non c’è niente di più bello, a metà di una torrida giornata estiva, che andarsene in giro praticamente soli per i siti archeologici minori, quelli poco frequentati dai turisti tradizionali. 


Come alternativa al panino con birra gelata del baretto, l’archeologo dilettante si fa un punto d’onore di scegliere i posti più assolati in assoluto, di aspettare il momento più ardente della giornata, quello in cui la mentuccia profuma di più, le cicale cantano più forte, l’alloro cede all’aria tutto l’aroma delle sue foglie. E poi buttarsi all’avventura.

Perché sul posto, a saperlo trovare, c’è, appunto, il premio gastronomico dell’archeologo dilettante. 

Abbarbicati ai mattoni del circo di Massenzio, grappoli di gustosissime more di rovo. Lungo l’Acquedotto Felice, melograni. Al Parco di Tor Fiscale, uva bianca. Nel punto in cui l’Acquedotto Claudio emerge da sottoterra come un orgoglioso drago di tufo c’è addirittura un boschetto di fichi neri e bianchi.

Alcune di queste piante sono spontanee, altre sono resti di frutteti che fino a non molto tempo fa erano coltivati con la più naturale indifferenza, fra ninfei imperiali e torri medievali, dai contadini o dai frati di qualche convento proprietario della tenuta.

 

Per poi essere abbandonati al naufragio della campagna romana, affondata dalla malaria e dal latifondo improduttivo, e a loro volta abbandonare i loro frutti sopravvissuti al tempo fra le sgrinfie di visitatori un po’ ecologi e un po’ ladruncoli. Noi, insomma.


E’ davvero un privilegio unico gustare, appoggiati a un rudere caldo di sole, un fico maturo intiepidito dallo stesso sole che ne esalta lo zucchero. Come fauni del secolo ventunesimo illusi di vivere due millenni fa.

Certo, sotto e intorno agli archi oggi passano i treni diretti a sud. Sopra le nostre teste volano gli aerei decollati da Ciampino. Sono rumori moderni che hanno comunque un loro arcaico morbido avvicinarsi e allontanarsi, un loro crescere e calare ampio, pieno di echi: una risacca sonora che non ferisce l’orecchio all’improvviso come un colpo di claxon o una frenata.

 

Un’aggiunta di colore sonoro all’ambiente ancora naturale della periferia archeologica miracolosamente sopravvissuta insieme alle cicale, alle gazze, alle cornacchie. 

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Il mecenate

Dalla storia: “Gaio Clinio Mecenate, Arezzo, 68 – 8 avanti Cristo, uomo ricchissimo e potente, amico di Augusto, modesto scrittore per conto proprio ma grande protettore delle arti e degli artisti (Orazio, Virgilio, Properzio, tanto per buttar giù qualche nome)”.

Dal dizionario: “Mecenate - Persona dotata di risorse e potere che sostiene concretamente la produzione creativa delle arti e degli artisti o il suo recupero”.

Giusto qualche giorno fa il MUSIA ha inaugurato a Roma nei suoi bellissimi spazi ricavati fra i ruderi sopravvissuti e bonificati del Teatro di Pompeo una mostra di ritratti di pittori italiani della prima metà del secolo scorso. Ingresso libero, collezione personale del mecenate, l’industriale Ovidio Jacorossi.

Mesi addietro siamo stati all’inaugurazione del Palazzo Merulana, nei pressi di S. Giovanni, in quello che ci ricordavamo come un edificio fatiscente, dove si andava a fare i vaccini prima dei nostri viaggi fricchettoni in India o in Africa, ora di nuovo splendido, con una esposizione di arte dalla collezione dei mecenati Claudio ed Elena Cerasi.
L’anno scorso la scalinata di Piazza di Spagna è stata sistemata, restaurata e ripulita (anche se ventiquattrore dopo l’inaugurazione le orde di turisti italiani e stranieri avevano provveduto a riarredarla di lattine e cartacce unte) dal mecenate, l’industriale del gioiello, Bulgari.

 

Leggiamo che lo stesso mecenate Bulgari sistemerà l’Area Sacra di Largo Argentina, mentre della Rupe Tarpea sarà il mecenate Gucci a occuparsi.

A questo punto c’entra giusta giusta una bella favola. Vera. C’era una volta…

E’ il 1878, Alfred Strohl-Fern, un signore alsaziano, artista e mecenate, e soprattutto ricchissimo, compra otto incredibili ettari di terreno appena fuori Porta del Popolo (l’idea che poco più di un secolo fa si potessero ancora comprare ottantamila metri quadrati in pieno centro è sbalorditiva), ci impianta un bosco incantato, un giardino favoloso, un laghetto da sogno, costruisce una villa per sé, e accanto a questa una trentina di studi nei quali invita pittori, scultori e poeti a vivere e lavorare.

Vent’anni dopo ad Anticoli Corrado, poverissimo paese di pastori in Ciociaria, ma famoso perché le ragazze e i ragazzi da lì scendevano a Roma e, ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, si offrivano come modelli ai pittori della vicina Via Margutta, nasceva Pasquarosa Marcelli.

Che era la più bella di tutte. Anche lei scese a Roma, fu modella, sposò il suo pittore e diventò Pasquarosa Bertoletti. Ma fece qualcosa di più delle altre. Era analfabeta e imparò a scrivere; non sapeva cos’era un pennello e diventò presto un’audace pittrice di talento. E tutto questo era cominciato in boheme, poi diventata successo, nello studio del pittore Nino Bertoletti, appunto uno di quelli di Villa Strohl-Fern. 

Dove, in un altro studio, quello del pittore Francesco Trombadori, l’unico rimasto intatto (erano tutti uguali), con ancora i quadri alle pareti e gli stessi mobili di allora, una sera estiva di qualche tempo fa gli attori Gloria Sapio e Maurizio Repetto ci hanno raccontato in forma di diario a due voci la favola di Pasquarosa, da pastorella ignorante ad artista internazionale. Promotrice l’Associazione Amici di Villa Strohl-Fern, che si batte, finora con successo, perché questo frammento del passato non finisca fra le fauci della scuola francese, ivi ubicata, che sta cercando di papparselo.

Una serata deliziosa di ricordi e riferimenti alla storia del secolo scorso: arte, costume, politica, due guerre e una dittatura. Solo cent’anni, ma pieni di  movimento. Come ultimo regalo a fine spettacolo, prima di accompagnarci al cancello della villa, che per fortuna non è aperta al pubblico, ci hanno fatto fare un giro nel bosco per vedere le lucciole.

Milioni, ce n’erano.

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La Macchina del Tempo


Ci siamo saliti (la prima volta) facendo un salto indietro di mezzo secolo la sera del 27 aprile all’Auditorium Parco della Musica per “The Beatles Revolution”, un concerto dei Beat Box con la Roma Philarmonic Orchestra diretta (benissimo) da Stefano Trasimeni.

La perfetta Cover Band. Identica agli originali nei suoni, nei cambi di costumi, parrucche, baffi e barbe finte, perfino con il bassista mancino. Hanno intrattenuto i fan in un inglese Liverpoolizzato un po’ avventuroso ma accettabile, a momenti addirittura divertente.

Hanno suonato benissimo, con arrangiamenti fedelissimi, con il filo della storia tenuto ben teso da immagini di repertorio e una voce fuori campo. Con un pubblico di nostalgici settantenni e di ragazzini (fifty/fifty) che hanno urlato nei punti giusti e ballato fra le file. Insomma, una ricostruzione inappuntabile.

Eppure…va bene, noi siamo fra quei fortunati (!) che l’epoca dei Beatles l’hanno vissuta dal vivo, come si suol dire, e quindi questa ricostruzione, per quanto perfetta, sempre una copia ci è sembrata. Certo, per i ragazzi, i quali invece hanno solo visto le foto, sentito i racconti e ascoltato i dischi, è stato riportare in vita un mito. Una specie di museo delle cere. Tutto somigliantissimo. E imbalsamato.

Proprio non sappiamo cosa dire; proviamo a svicolare suggerendovi, così, tanto per distrarvi, il “Manuale del perfetto beatlesiano per sostenere con successo qualsiasi conversazione sui Fab Four (prima di venire alle mani)” di Luigi Abramo.

 

Non lo abbiamo letto, quindi niente ne sappiamo, ma dicono che sia istruttivo e divertente.


La seconda volta la macchina del tempo ci aspettava il 5 maggio, parcheggiata davanti all’Hotel Villa Carpegna, dove era in programma una giornata di adorazione e concupiscenza nei confronti di un idolo risalente a un’epoca di poco precedente a quella dei Beatles. La divinità si chiama “Vinile”.

Trattasi di un supporto tecnologico ormai superato dal progresso a cui i fedeli tributano una reverenza cieca e attribuiscono un valore monetario svincolato da qualsiasi considerazione realistica.

L’evento, promosso con garbo ed efficienza da Francesco Pozone è la ventiquattresima Giornata del Collezionismo Musicale, dura dalle 10 alle 19 e si svolge in un clima di entusiasmo, curiosità e nostalgia. Naturalmente nei vinili fino al collo. 

Con proposte al pubblico di ristampe nuovissime, ma sempre a 33 giri, oppure con la presenza fisica di protagonisti nuovi o trapassati appartenenti a quella nicchia discografica.

Ma soprattutto con la vendita (a volte a prezzi stupefacenti) di rare pubblicazioni uscite anni fa in pochi esemplari, oppure di progetti discografici finiti male e ritirati, tranne quelle due copia rimaste in mano al fonico e alla sua fidanzata…
Sotto, oltre alla solita febbre da collezionismo, c’è la vecchia, ripetitiva e probabilmente insolubile questione del suono analogico, che i fedeli dichiarano più caldo o forse più vivo, o magari più umano (non lo capiremo mai) di quello del CD. Ci sarebbe da discutere, ma con la dovuta attenzione al trucco che fa sembrare migliori le cose del passato.

Perché noi ricordiamo bene i vecchi 33 giri, oggi ricercati dai collezionisti, con i loro implacabili tic e toc e i salti di solco che dopo pochi ascolti li trasformavano in supporti (supporti, appunto, non oggetti belli in sé, ma semplicemente portatori di una tecnologia che quando è andata è andata) inutilizzabili.

Le copertine degli LP, quelle sì che erano opere d’arte. C’erano addirittura i multipli ad apertura alare, a destra, a sinistra, a destra e a sinistra, roba di un metro e dieci di larghezza. Dittici e trittici innalzati sull’altare del rock. Altra cosa dai miserelli CD di adesso.

Quello dei vecchi vinile è un tipo di raccolta che non ci entra in testa. Ok le copertine. Come abbiamo detto, superfici ideali per un’arte grafica e pittorica spesso di ottimo livello. Ma i collezionisti, dentro le copertine ci vogliono anche i dischi. E non solo perché, se ancora c’erano quando li hanno scoperti, tanto vale tenerli. No, forse sono proprio i dischi l’oggetto del desiderio. Però, siccome si tratta di supporti deperibili, e spesso deperiti, metterli sul piatto e suonarli può essere decisamente rischioso.

E’ una raccolta fantasma: il materiale sta piazzato su uno scaffale e lo si tira giù una volta ogni tanto per un minuto, giusto per mostrarlo a qualche amico fidato, o forse a qualche rivale da fare ingelosire. E’ anche possibile che il maniaco non abbia alcuna voglia di ascoltare il suo amato, raro LP; gli basta sapere di averlo. Che stia lì, sullo scaffale, dentro la sua copertina. Niente altro.

Contro la nostra incredulità, forse è ancora buona la vecchia battuta: “E’ il collezionismo, bellezza”.

 

 

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Il relatore

Pareti di damasco rosso sangue, soffitto di bruna quercia, le finestre ermeticamente chiuse (pubblico in età: si sa, aria di fessura aria di sepoltura) praticamente una tomba. E abbiamo rischiato che diventasse la nostra, all’Accademia di San Luca l’undici marzo scorso.

Si trattava della presentazione dell’Enciclopedia di Arti Contemporanee, quarto volume, a cura di Achille Bonito Oliva: quattro relatori (che ci asteniamo dal nominare) più lui.

ABO lo conosciamo da un secolo e gli abbiamo sempre visto recitare la parte del discolo. Per nostra fortuna, perché, gli altri quattro! Concettosi, arzigogolati, logorroici, da rischiare per tanta verbosità di perderci nell’implacabile concatenarsi di verbi e subordinate.

Noi, non certo ABO che non ha saltato un’occasione per fare faccette, ammiccamenti e risatine al pubblico, proprio come avrebbe fatto Pierino dietro le spalle del maestro, per poi, alla fine, uscirsene con le sue dichiarazioni invariabilmente pertinenti, impertinenti e intelligenti.

Adesso che abbiamo identificato nel relatore il nostro personaggio base e avendone presentato il primo tipo, cioè il prolisso, passiamo al secondo: il brillante. 

Fiera del libro al Palazzo dei Congressi a Roma, tempo fa. “Sale di Sicilia” di Mariacristina Di Giuseppe è tenuto a battesimo dall’arguto, spiritoso Umberto Broccoli, un signore al quale invidiamo facilità e felicità di parola. Si manifesta qui una delle variazioni più pericolose di questi eventi: il relatore è talmente brillante che rischia di consumare tutto l’ossigeno a disposizione del futuro lettore prima che questi riesca ad affrontare il libro. Una vera minaccia per l’autore, l’editore e anche per il potenziale acquirente. 

Poi ci sono i compagnucci della parrocchietta. Sono più di uno naturalmente, il tono è fintamente rilassato, i relatori fanno mostra di volersi bene e di stimarsi a vicenda, si sorridono complici e si chiamano con nomi di battesimo o diminutivi da accademia. I laici presenti sono sì ammessi all’eventuale dibattito, ma a una certa distanza, che non si prendano troppa confidenza.

E i narcisi? Appollaiati come avvoltoi ai lati del festeggiato non fanno che rubarsi con finto garbo la parola l’un l’altro, parlare di sé a scapito dell’opera presentata (e quando parlano dell’opera è comunque in riferimento alle loro proprie reazioni) e soprattutto cercare di apparire più informati, più puntuali, più spiritosi, insomma, più in gamba dell’autore.

L’elegantone invece lo abbiamo conosciuto a un incontro sulla valorizzazione del patrimonio culturale all’Auditorium dell’Ara Pacis. Si chiama Philippe Daverio e ne sa una più del diavolo: soprattutto la racconta con un’espressione mirabilmente giocosa sopra papillon strabilianti con citazioni che sforna, fra paradossi e iperboli, con perfetta pronuncia in una mezza dozzina di lingue.

E intanto, con un look del tutto lontano da quello dimesso e grigio dell’intellettuale tipo, riesce a trasformare la faccenda, che spesso rischierebbe di risultare altrettanto dimessa e grigia, in uno spettacolo frizzante, proprio come i suoi variegati panciotti.

Chiudiamo con il Criticus Constrictor, uno dei più pericolosi esemplari di intellettuali ipnotizzatori in circolazione.

Museo del Vittoriano: presentazione del libro “Mario Sironi, la grandezza dell’arte, le tragedie della storia”. Il Criticus Constrictor è Claudio Strinati, la preda, l’autrice del libro, Elena Pontiggia. Noi, i testimoni del fattaccio.

Niente da fare. La facondia inarrestabile, la proprietà di linguaggio, l’elastica concatenazione dei contenuti stemperata nella civetteria di ripetizioni, pause sapienti e finte amnesie, è ipnotizzante come dovevano esserlo i racconti dello sciamano accanto al fuoco.

Passano 58 minuti, quasi un’ora di ipnoterapia. Strinati, momentaneamente rinsavito, ammette che all’inizio aveva progettato un dialogo con l’autrice, ma poi, com’è come non è, è scivolato nel monologo.

Si dichiara pentito.

Subito dopo però, trascinato da sé stesso e trascinando anche noi, riattacca con il denso racconto di tutti i tormenti esistenziali e artistici del pittore che non piaceva a certi critici, i quali trovavano la sua produzione antipatica e monotona. Un uomo nato deluso, che muore deluso il 13 agosto; e al funerale naturalmente non c’è nessuno. Come nelle sue desolate periferie.

Altri venti minuti filano via. Finalmente le spire del crotalo si sciolgono e la vittima rifiata e chiude l’incontro con poche frasi che ci sono parse stremate e forse anche un po’ risentite.

Ma noi ci siamo molto divertiti.

 

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Panze, ceffi e facce per bene

PANZE, CEFFI...
In principio era una discarica. Sono passati duemila anni e sempre discarica è rimasta, ma adesso è storica.

E’ il Mons Testaceus, monte dei cocci, dove venivano ammucchiati i frammenti delle anfore olearie e vinarie destinate ai triclini sontuosi dei ricchi (ma, fuori dal luogo comune sui romani crapuloni, di sicuro anche alle tavole dei poveri) che arrivavano per nave al porto fluviale di Roma. Contenitori di terracotta usa e getta, servivano solo per il trasporto. Travasati vino e olio, le anfore inutilizzabili erano rotte e ammucchiate fino a formare una vera e propria collina.

Da spazzatura a monumento.

 

Lì vicino, dove c’erano i magazzini romani, a inizio novecento è nato un quartiere di case popolari. Nelle cantine di una di queste case, a Via Bianchi, la Fondazione Giuliani ha uno spazio espositivo dedicato al contemporaneo. 

Dentro l’immenso seminterrato (stiamo per arrivare al punto, dopo questa lunga premessa a forma di matrioska) si è inaugurata, il 15 aprile, la mostra del fotografo Francesco Vezzoli, molto opportunamente intitolata “Party Politics”, la politica da salotto.

Geniali foto di grandi dimensioni, crudeli, impietose, alcune francamente sinistre, che raccontano i personaggi della politica, dello spettacolo e dei quattrini (non sappiamo se per scelta, vistosamente assente è la cultura) del trentennio ’70/’90.

Beccati in pieno fervore sociale, le panze e i ceffi sono bene accompagnati da didascalie che dicono tutto: “Eros e craxismo”, “Rosseggiava il canapè”, “Ciociaria pride”.

Roba da brivido.

 


…E FACCE PER BENE
Da un brivido di sconcerto a uno di serenità: basta un attimo e ci troviamo teletrasportati alla Centrale Montemartini dove è in corso un’altra mostra fotografica.

Nuovo raccontino storico con cambio di destinazione finale? Eccovi serviti.

La centrale in questione non è una centrale, perché è un museo. Anzi, una centrale lo è, ma non più in uso. Insomma, è dove si produceva l’elettricità per tutta Roma all’inizio del ‘900. Dismessa, abbandonata, poi recuperata; adesso c’è una magnifica raccolta di scultura romana.

In mezzo ai marmi sono rimasti i vecchi macchinari, le caldaie, le dinamo e perfino, dopo tutti questi anni, il caratteristico odore di olio lubrificante.

Dunque, alla Montemartini si è inaugurata il 18 la mostra “Luigi Spina - Volti di Roma”: ritratti fotografici di ritratti marmorei di noti o ignoti dell’antica Roma.

Risalenti al periodo in cui gli scultori erano arrivati a fare della ritrattistica un’arte raffinatissima, capace di trasmettere magnificamente il carattere del soggetto non sorvolando (anzi, insistendoci) su crudezze dell’età, imperfezione della pelle e asimmetrie dei volti.

Proprio come, oggi, la fotografia, che non perdona la più piccola ruga, senza photoshop, ovvio.

Però, che belle facce: segnate, espressive, vive.

E soprattutto facce per bene.

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Il povero Cla-Cla


All’Ara Pacis si apre la mostra “Claudio, il destino di un imperatore”. Allestimento sontuoso, pareti rosse, fari puntati. Alcuni pregevoli pezzi originali di scultura, molti calchi in gesso, di nessun interesse artistico, naturalmente, ma importanti per capire meglio il periodo. Tutto molto ufficiale.

Tranne questo bronzo che ci ha colpiti per la sua verità. E’ un (presunto) ritratto di Claudio, che evidenzia il primo dei suoi tanti difetti, non sappiamo se veri oppure inventati dai suoi detrattori che erano, chissà perché, molti e molto agguerriti: un paio di esagerate orecchie a sventola.

Povero Claudio, avvelenato figurativamente e si sospetta anche letteralmente, con un bel piatto di funghi da una delle mogli molto particolari che incautamente frequentò: Messalina e Agrippina. (Seneca, il pettegolo, scrive che, proprio in questa occasione, le sue ultime parole prima di andarsene furono: “Vae! Puto concacavi me!” – “Accidenti! Credo di essermela fatta addosso!”)

Scomodamente collocato dal fato tra Caligola, di cui era zio, e Nerone, di cui era patrigno, non deve avere avuto una vita facile.

 

In più era zoppo, ovvero claudicante (dal latino claudus - Claudius), e balbuziente, per questo soprannominato Cla-Cla; e finalmente considerato un mezzo scemo da familiari e amici. 




Eppure a cinquant’anni, una volta fatto fuori Caligola (non da lui, in verità), diventa imperatore, e neanche tanto malvagio. Anzi, per quello che possiamo ancora vedere almeno in architettura, un grande.

Suo è l’Acquedotto Claudio, per duemila anni il più bell’ornamento della Campagna Romana oltre a essere uno dei più grandiosi dell’impero.

Basta alzare gli occhi su per i magnifici massicci pilastri che per chilometri avanzano, arco dopo arco, con una regolarità che, certo anche per la sua funzionalità, coincide con la perfezione assoluta.

Suo è anche il grande porto di Ostia, meno fortunato dell’Acquedotto, perché si insabbiò dopo meno di un secolo. E naturalmente una quantità di altre belle opere e di belle conquiste per Roma, fra cui quella della Britannia.





Ma a noi è particolarmente simpatico per una novità che tentò di introdurre fra le piccole cose quotidiane: niente a che vedere con le sue grandiose imprese di condottiero e imperatore.

A Roma, in Via del Pellegrino, al N. 145, c’è un negozio di casalinghi, il cui proprietario, mentre vende caffettiere e detersivi, ascolta Scarlatti a preferenza di Vivaldi perché trova quest’ultimo un po’ troppo commerciale.

Murata sulla parete vicino all’ingresso di questa bottega particolare c’è una lapide (pur sapendo che ce n’è un’altra simile ai Musei Vaticani, crediamo che sia l’unica di questo genere in giro per la città) che testimonia un’audace innovazione grafica di Claudio, durata solo pochi anni e poi dimenticata (come spesso accade alle audaci innovazioni).

 Una nuova lettera, una F rovesciata, chiamata digamma inversum, introdotta da Cla-Cla nell'alfabeto latino per indicare la V intervocalica che prima era tutt'uno con la U. 

E' nell'ultima riga dell'epigrafe. Un po' di attenzione e la si scopre dove prima ci sarebbe stata una V: POMERIVM (AM)PLIAVIT TERMINAVIT(QUE). 

La U di pomerium non è intervocalica quindi non ha subito modifiche e ha continuato a essere scritta V. 

Poco imperiale magari, ma decisamente carino.


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Roma, magnificenza e scemenza


La Galleria Colonna è aperta solo il sabato mattina e c’è la fila. Tutto bene organizzato come ai Musei Vaticani e con prezzi altrettanto salati. Ma vale la pena andarci perché il salone è un insuperabile esempio di magnificenza. Grande, luminosissimo, pieno di belle opere d’arte, e soprattutto concepito con un gusto, certo barocco e quindi carico, ma così armonioso che il sovrappeso neanche si sente.

Quello che invece colpisce il nostro occhio perfido in  mezzo a tanto buon gusto è una vera e propria scemenza messa in opera, non certo molto tempo fa, da qualche curatore forse fiducioso nella disattenzione dei visitatori.

Ecco di che si tratta: sotto tutte le finestre di un lato del salone sono murati, probabilmente fin dal momento della costruzione, magnifici frammenti di scultura romana.

I frammenti sono sempre lì, ma a un certo punto la direzione deve aver deciso di installare il riscaldamento. E dove hanno sistemato i caloriferi? Proprio davanti ai magnifici frammenti. Prima dell’intervento hanno pensato bene di fotografare le opere, poi hanno montato i radiatori e di fronte ci hanno piazzato dei pannelli a colori con le retrostanti sculture fotografate.

Il risultato è un bel panino a tre strati: la scultura vera, il radiatore e la foto della scultura.

 

Ci è sembrato un po’ indigesto.



Da non molto tempo aperta al pubblico e magnifica in una giornata primaverile è la tenuta di Santa Maria Nova sull’Appia Antica. C’è un bellissimo prato, pini, cipressi e un casale medievale nato sulle fondamenta di un edificio romano. Probabilmente le terme in uso alla guardia scelta della Villa dei Quintili.

All’ingresso, in cima ai resti di una cisterna, hanno costruito un moderno belvedere, da cui si ha un’ottima visuale di tutti i dintorni, dalle tombe dell’Appia ai Colli Albani, agli aerei che decollano da Ciampino.

Ci siamo saliti, abbiamo lasciato spaziare lo sguardo su quella magnificenza, poi lo abbiamo abbassato, e… tutto intorno, da ogni lato della terrazza, sporgono, bene fissati alla ringhiera, dei pannelli fotografici che riproducono esattamente quello che nella realtà si vede affacciandosi da quel lato a quella ringhiera.

Anche su altri monumenti in città ci sono richiami simili, chiaro, ma servono a identificare con scritte e numeri quella cupola a sinistra, quel palazzo a destra o quel campanile al centro .

Qui no; qui c’è la foto e basta; niente richiami. Un omaggio al potere dell’immagine: se io vedo, a mezzo metro dagli occhi, fotografata su un pannello a colori, la stessa cosa che vedo se gli occhi li alzo solo un po’ di più, vuol dire che quel panorama è importante e sono autorizzato a ricordarmelo con legittimo orgoglio di turista: io c’ero e ho visto proprio le stesse cose che stavano stampate sul pannello.

 

Un’altra bella scemenza, ci pare.



Il 27 marzo si è inaugurata al Museo di Roma, Palazzo Braschi, “Roma nella camera oscura”, una mostra di dagherrotipi e fotografie di Roma e dei romani, dall’800 a oggi. 
Immagini color seppia di piazzette scomparse, palazzi demoliti e templi recuperati; e di cittadini illustri. Sono foto che magari abbiamo già incontrato in qualche libro ma appese ai muri ci sono piaciute di più.

 In fondo alla prima sala, più grande di tutte le altre, giganteggia questa scema (o furba? - magari non si sono accorti di niente o forse lo hanno fatto apposta, e allora tanto di cappello all’ironia) gigantografia di un elegante sconosciuto che ci riceve con uno sguardo a dir poco inquietante. Si osservi con attenzione la convergenza degli occhi del soggetto.

 

Comunque (e ancora una volta la magia si ripete) salutato lo strabicone in mostra, eccola che ci aspetta all’uscita del palazzo la magnifica magnificenza di Roma.



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Roma, la grande efficienza


Tutto comincia con una perentoria lettera spedita al nostro condominio dall‘Italgas in cui si annuncia che nella fascia oraria fra le 13.30 e le 16.30 del 18 settembre 2018 il personale della CONUS TECNOLOGY S.p.A, da loro autorizzato, effettuerà gratuitamente la sostituzione del vecchio contatore con uno nuovo, elettronico e in grado di teletrasmettere la lettura al loro centro dati.

Magnifico: siamo per l’innovazione, quindi ci prepariamo alla visita. Alle 13.30 precise (oh sorpresa per noi abituati all’approssimazione romanesca) si presentano due tecnici che ispezionano ben bene i contatori, e poi: “Dottò, a sostituzione nun se po’ fa’ perché ce stanno ancora li tubbi de piombo”, e se ne vanno.

Non essendo esperti nel ramo ci nasce una curiosità, che peraltro rimarrà insoddisfatta, sul collegamento fra tubi di piombo e sostituzione dell’apparecchio, ma soprattutto ci viene da pensare che quando una ditta manda degli operai a fare una qualche operazione, dovrebbe almeno sapere se questa operazione si può fare; e se no, perché no.

Insomma, da qualche parte ci dovrebbe essere un archivio aggiornato.

Vabbè, mettiamo la lettera nel cassetto e non ci pensiamo più.

 

Un paio di mesi dopo ecco nella posta un’altra lettera dell’Italgas, altrettanto perentoria e altrettanto precisa che ci da lo stesso appuntamento per la stessa operazione il giorno 26 novembre 2018, stavolta fra le ore 8.00 e le 12.00 e gli incaricati sono della AMI.CA Srl (hanno cambiato operatori: forse non erano soddisfatti di quelli di settembre scorso che si erano fatti scoraggiare dai tubi di piombo?)

Benissimo: ci buttiamo giù dal letto e ci mettiamo ad aspettare. Due tecnici arrivano verso le 11, aprono gli sportelli dei contatori, ci guardano dentro e: “Dottò, nun se po’ fa a sostituzione per via delli tubbi de piombo”, e se ne vanno. Magari la prima volta l’archivio di cui abbiamo parlato poteva anche non essere aggiornato, ma, certo, la seconda…

Lo stupore è tale che non riusciamo neanche ad arrabbiarci. L’incapacità della capitale a fare bene anche la cosa più semplice è nota, ma in questo caso ci pare che superi ogni aspettativa.

Intanto i vecchi contatori, per quanto abbiamo potuto verificare, funzionano benissimo, perciò che ce ne importa? Anche la seconda lettera finisce nello stesso cassetto.

 

 

Passano placidi altri mesi, e riceviamo una terza lettera, sempre da Italgas, in cui ci riscrivono che il 20 marzo 2019, fra le otto e l’una, il personale di A.MI.CA CAMBI (un nome abbastanza simile ma non proprio uguale a quello del 26 novembre – chissà cosa è successo nel frattempo) ripasserà per rifare la stessa operazione.

 Ormai in preda al totale disinteresse per la faccenda (sarà quel che sarà: anche il più integro dei cittadini dopo un po’ si stufa) la mattina del 19 usciamo di casa per il giornale e il cappuccino al bar e, colpo di scena! troviamo su tutti i portoni della strada e dintorni questi avvisi che, specificando numero civico per numero civico, annunciano l’intervento per l’indomani.

Stavolta la situazione sembra molto più seria, quasi preoccupante perché, oltre all’orario punitivo, si minaccia anche di sospendere l’erogazione del gas in tutti gli appartamenti della zona. Consultazioni fra i vicini trepidanti: siamo gente poco pratica, quindi non ci rimane che programmare per l’indomani doccia antelucana e messa in standby di fornelletti elettrici e microonde.

Se fossimo in un racconto poliziesco, a questo punto ci sarebbe il colpo di scena e la situazione in qualche modo si ribalterebbe svelando il mistero.

E invece? Nella vita vera, che spesso è ben più misteriosa della letteratura, non succede assolutamente niente. Durante la giornata del 20 marzo non si vede nessuno, neanche per dirci che “ce staveno li tubbi de piombo e nun se poteva fa’ gnente”; il giorno dopo, uguale. Se sono andati a qualche altro indirizzo non lo abbiamo saputo. Poco alla  volta il nastro adesivo si è accartocciato e i cartelli sono caduti dai portoni come le foglie d’autunno, e oggi che sono passati dieci giorni dalla data perentoria, nessuno ci ha fatto sapere niente e nessuno ne parla più.

Nel frattempo pallide ombre si aggirano per il quartiere e siedono ai tavolini dei bar in un’atmosfera di destabilizzante sfiducia nelle istituzioni, chiedendosi dove hanno sbagliato e quale futuro possano aspettarsi per i loro figli…

 

 

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Il ciclista

24 marzo 2019. Domenica ecologica. Uno dei pochi momenti, a Roma, in cui un ciclista può considerarsi quasi al sicuro dai pericoli del traffico a motore che normalmente ignora completamente quello a pedale (per la verità noi abbiamo visto qualche incrocio in cui l’automobilista non ignorava affatto il ciclista, anzi lo puntava proprio come se volesse abbatterlo).

Al di fuori di queste giornate, però, possiamo dire con sicurezza che l’uomo su due ruote, per quanto attento stia, rischia ogni minuto la pelle: in giro per le strade della capitale; furgoni impazziti che investono colonne di velocipedisti su presunte tranquille strade di campagna; poliziotti in assetto antiguerriglia che caricano un raduno di ciclisti in piazza a Torino “Pensavamo che ci fosse un agente in pericolo” (la giustificazione della polizia. Cronaca di Torino, 21 marzo) e così via; ogni giorno c’è una notizia di nera che coinvolge il:

 

Ciclista Martire.

E però (sempre di Roma parliamo), che scoramento, che inciviltà, che schifo le bici del programma bike sharing abbandonate, buttate nel Tevere, cannibalizzate e vandalizzate che negli ultimi tempi si vedono a ogni angolo di strada, dai ponti, nei parchi. Evidentemente dalle nostre parti questo programma non funziona. C’è chi dice che tutto dipende da una cattiva organizzazione del servizio. Noi siamo convinti che dipenda semplicemente dalla cattiva educazione degli utenti.

Per non parlare dei ruderi di biciclette di proprietà, lasciate incatenate a qualche palo sui marciapiedi, che nessuno porta via. Talvolta sdraiate per terra, talvolta accartocciate, rimaste solo telaio, ma con un sacco di pericolose punte sporgenti alle quali prima o poi si rischia di agganciarsi e strapparsi qualcosa: pantaloni, ma anche brandelli di pelle.

Si tratta del Ciclista Maleducato.

 

A questo punto ci infiliamo il giubbotto antiproiettile, perché sappiamo che in molti se la prenderanno con noi. Stiamo per affrontare il Ciclista Prepotente

La prima volta fu ad Amsterdam. Stavamo passeggiando, e fu il panico quando ci trovammo circondati da ciclisti. Prepotenti e senza campanello. Sui marciapiedi, nelle zone pedonali, i padroni erano loro. Un’arma letale. Sbucavano da tutte le parti, veloci, silenziosi e intolleranti, come sa essere la gente del nord quando gode di un diritto acquisito.

Da quel momento ci nacque nel cuore un sentimento che mescolava al rispetto anche l’odio, naturalmente inconfessabile (sarebbe come prendersela con la foca monaca o il colibrì della Guyana, entrambi, come è noto, in via di estinzione). Il ciclista rappresenta la purezza dell’aria e dei sentimenti, si potrebbe quasi dire la natura. Non si può odiarlo. Bisogna solo rispettarlo e amarlo per quello che fa per l’anima ecologista di quelli di noi che ce l’hanno.

Chissà a quanti automobilisti è capitato, di notte in qualche strada buia di periferia di trovarsi a pochi millimetri dalla ruota posteriore di una bicicletta, cavalcata da un essere vestito di scuro, rigorosamente sprovvista di qualsiasi segnalazione luminosa, che procede alla sacrosanta velocità di un velocipede urbano; venti all’ora, se va bene, mentre l’auto, anche con un pilota  prudentissimo, va almeno al doppio. Roba da infarto.

Noi, come probabilmente anche voi, abbiamo molti amici ecologisti o sportivi, o solo radical-chic che vanno in bici. Intendiamoci, andare in bicicletta a Roma è ben diverso che farlo a Bologna o a Rovigo, dove gli automobilisti sono abituati alla convivenza e i dislivelli sono zero. Molti di questi nostri amici usano la bici più come principio, che come mezzo di trasporto, dato che in una città di salite come Roma, si arriva prima a piedi.

Tanto di cappello. Ma poi però, perché vanno senza luci di notte, che è un suicidio? “Perché ci siamo dimenticati di comprare le batterie; perché fa più fico; perché comunque sono gli automobilisti che devono stare attenti”. E di fronte a un timido suggerimento che anche la città più civile è una jungla con i suoi predatori e le sue prede ti seppelliscono di indignazione. Non è il povero animale indifeso (come obiettivamente è un ciclista nel mondo motorizzato) che in natura deve stare attento per salvare la pelle. E’ l’ambiente che deve stare attento a lui. Pura, criminale utopia.

Purtroppo spesso il ciclista per principio (non certo quello per necessità, che ancora esiste, anche se non sono più tanti come negli anni cinquanta) è un integralista fanatico, e come tale non ascolta, rivendica. Piste ciclabili, sacrosante; ma se non ci sono, via! sul marciapiedi a zigzagare in silenzio (il silenzio, questa è l’arma letale del ciclista) fra i pedoni.

 

Naturalmente poi gli incidenti accadono, e ci dispiace. Ma a pensarci bene, la responsabilità non sarà mica sempre solo da una parte, no?

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Il viaggiatore

La primavera è appena arrivata e con lei i primi richiami pubblicitari a viaggi e vacanze: tutto facile, economico, veloce e sicuro. Oggi.

Invece, nel sedicesimo secolo, ecco a cosa andava incontro uno sconsiderato come Michel de Montaigne, autore del “Journal de voyage en Italie, 1580 et 1581”, uno dei più gustosi diari di viaggio che ci siano capitati sotto gli occhi, che aveva deciso di spostarsi non in territori inesplorati, ma semplicemente dalla Francia all’Italia, paesi civili della civile Europa dell’epoca.

I tempi: non ore o giorni, ma mesi, anni. I mezzi: a piedi, a cavallo, oppure, massimo del lusso, in una portantina sulle spalle di due uomini, con altri due di scorta. Un calesse o una carrozza erano pensabili solo per brevi percorsi perché le vere strade erano poche e malmesse. Il resto, sentieri o mulattiere. E si viaggiava solo di giorno perché il mondo era buio, fuori e nelle case.

A noi piacciono le cenette a lume di candela, ma quello che oggi funziona per i momenti romantici, allora non era affatto comodo per la vita quotidiana delle famiglie. Si andava a dormire al tramonto e ci si alzava all’alba. L’unica luce era quella del camino. I pochi che sapevano leggere e lo facevano col moccolo ci rimettevano gli occhi e la salute (vedi Leopardi).

 

In viaggio, un gentiluomo come Montaigne si portava dietro, oltre al proprio cavallo, un mulo per il bagaglio, con il suo mulattiere, più un cameriere, e due lacchè a piedi. Più, molto spesso, materassi, biancheria e coperte, stoviglie e provviste. 


Perché le locande erano infami, gli osti imbroglioni, e non c’era da scegliere. Finestre senza vetri, solo con gli scuri. Piatti di legno o terracotta, quasi sempre sporchi. Tavolacci su cui dormire senza lenzuola, federe o pagliericcio (sistemazione all’epoca considerata igienica perché scongiurava la presenza di cimici e pulci).

Si stupisce, il nostro gentiluomo viaggiante, per il lusso di un albergo in cui trova teli smontabili appesi ai muri accanto al letto “per non insudiciare la parete quando si sputa”. E’ smarrito invece, in una infima locanda dove, avendo chiesto all’oste dove sgravare il corpo, questo gli risponde: “In cortile”, “Sì, ma dove? “Dove vuole”.

E’ chiaro che poi i cortili puzzano di urina e feci, le strade di letame e rifiuti, le scale di case e locande di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e pitali non svuotati.

Brevi le tappe percorse ogni giorno; per di più calcolate in misure diverse da luogo a luogo: leghe di Guascogna, leghe di Francia, leghe tedesche, miglia italiane, spanne, piedi, braccia, cubiti, lance, passi. Su questo argomento non possiamo trattenerci dal citare due righe di mano dello stesso Montaigne che ci hanno fatto sorridere. Scrive, ed è appena all’inizio del viaggio: “Oggi quattro leghe. A cominciare da Bar-le-Duc, le leghe riprendono la misura di Guascogna e vanno allungandosi verso la Germania, fino a raddoppiarsi e perfino a triplicarsi”.

Si viaggia con il contante in borsa (e ne serviva davvero tanto), cambiandolo, chissà con quale criterio, con una girandola di valute locali: scudi, fiorini, soldi, lire, talleri, reali, giuli, zecchini, paoli, grossi, denari, baiocchi. Niente assegni o carte di credito, chiaro: quindi continuo rischio di rapina.

E naturalmente ognuno degli innumerevoli staterelli da attraversare richiede passaporti, bollette di alloggio con il numero di signori, servitori e bestie in transito, senza le quali non si riesce a trovare da dormire e da mangiare. Qualche volta servono anche i certificati di sanità, se si arriva da dove c’è, o si crede che ci sia, qualche pestilenza.  E nel bagaglio sono attentamente controllati, e al caso sequestrati, anche i libri, oggetti rari, costosi e all’epoca molto sospetti.

Dopo la testimonianza incredibilmente distaccata per i nostri orecchi (ma all’epoca il fatto doveva essere assolutamente normale) di due esecuzioni capitali a Roma, una per impiccagione e successivo squartamento, l’altra con taglio delle mani, uccisione a colpi di mazza e sgozzamento del colpevole, Montaigne riferisce, con uno stupore che noi avremmo trovato più appropriato ai fatti precedenti, una cena al palazzo di un cardinale, in cui “tutti si sono lavati le mani prima del pasto”.

Tanto per sapere come regolarsi, conclude dando l nome della migliore locanda d’Italia, che è “La Posta” di Piacenza, e della peggiore: “Il Falcone” di Pavia, dove si paga a parte la legna per il camino, la biancheria e il materasso. Magari, essendo passati quattro secoli e mezzo, non sono più indicazioni tanto attendibili. 


Oggi, certo, tutto è molto più semplice: il biglietto lo fai on line, viaggi comodo e sicuro. In poche ore giri il mondo.

Arrivi bello tranquillo al tuo albergo, ti cambi, doccia, scendi a fare due passi, poi vai al museo, e, certo, può essere che lì trovi qualche terrorista che ti spara.

 

Ma fino a quel momento è stato tutto molto carino.

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Il riformatore


S. Maria dell’Anima è la chiesa cattolica della nazione tedesca a Roma. Ha il pregio, raro in città, di essere bene illuminata di sera. Ci saranno almeno una cinquantina di alogene, ma sono nascoste così bene e così ben puntate che l’effetto è magico, anche perché non si capisce da dove venga il miracolo.

Ci siamo affacciati qualche mattina fa, con il sole dei finestroni che sostituiva le luci. Avevano appena fatto le pulizie. Un lavoro alla tedesca. Non un atomo di polvere neanche sulle cornicette o sotto le balaustre.

Molte le tombe di marmi bianchi e colorati, con una fitta presenza di teschi ghignanti, femori incrociati e clessidre, ma rese un po’ più gioviali dai busti di rubicondi cambiavalute sassoni e dai culetti di paffuti angiolotti.

In più, sulle lapidi, fa spesso capolino un timido, quasi mai riuscito, tentativo di latinizzare gli ostici patronimici dei concittadini germanici. Immaginiamo lo smarrimento dello scalpellino, che era certamente italiano e probabilmente analfabeta, di fronte a nomi come quelli che punteggiano, qui accanto, la triste storia del giovane defunto ventitreenne, unica speranza della sua antichissima famiglia (Adriano), pianto dallo zio materno (Teodoro) e dall’esecutore testamentario (Baldovino): perché con gli Adriano, i Theodorus e i Balduinus è ancora facile, ma con i Vryburch, i Quinting e i Breyel la paura di sbagliare doveva essere forte, dato che sul marmo quello che è scritto è scritto, e magari ti facevano anche ripagare la lastra rovinata.

Certo, quello che luce, cera e olio di gomito regalano, è la bella sensazione di entrare nell’elegante sala di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono, polverose e malissimo illuminate come sono, molte chiese romane, magari anche piene di tesori artistici che però, nelle tenebre, è come se non ci fossero.

Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio. 

 

All’improvviso però, tutto questo splendore è stato oscurato dall’ombra di un ricordo di qualche tempo fa.

Era il 2017, cinquecento anni dalla famosa (anche se storicamente non proprio certa) affissione delle tesi di Lutero alla porta della chiesa di Wittenberg. Evidentemente, quel giorno di mezzo millennio dopo, i preti tedeschi non si sono sentiti di ignorare del tutto l’anniversario, ma hanno scelto di celebrarlo a modo loro, con una sfilata di poster zeppi di immagini e didascalie piazzati lungo la navata sinistra.

Non siamo storici né teologi, quindi non vogliamo entrare nella correttezza del racconto. Ma non siamo neanche così rimbambiti da non riconoscere il tono fortemente astioso dei testi, e ancora di più la scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero 

evidentemente disegnato per l’occasione e neanche somigliante, perché i ritratti ufficiali non sono così maligni, commentato, dopo aver elencato tutte le malefatte ideologiche del fellone, dalla seguente didascalia, non proprio un esempio di carità cristiana:

“Lutero si considerava un profeta. Per lui la sola interpretazione giusta delle Sacre Scritture era la propria. E’ in questo senso che vanno viste le sue affermazioni denigratorie nei confronti del papato, dei contadini, degli ebrei, dei turchi, degli anabattisti e delle streghe”.

Un vero diavolaccio.scelta poco corretta delle immagini, fra le quali ecco  quella che chiude la serie: il perfido faccione di Lutero (vedi 

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Il castrato

Gli amici gastronomi non ci fraintendano: non è a loro che ci rivolgiamo per rimpiangere le delizie di un gustoso animale che in passato frequentava più spesso di ora le nostre tavole: braciolette, carrè, sella. In umido, in padella o al forno.

No, non a loro parliamo, ma ai musicisti, ai melomani, agli amanti dell’opera; e le delizie a cui ci riferiamo non sono per le papille ma per le orecchie.

 

Un passo indietro. Qualche tempo fa, chiesa di S. Andrea della Valle a Roma (quella della Tosca), magnifico edificio barocco dotato di un grand’organo poderoso. Festa del Te Deum; un concerto con la presenza, fra le altre voci, di eccellenti contraltisti, sopranisti e controtenori.

Immersi nel magico riverbero, dovuto al volume architettonico della chiesa che rimanda e prolunga i suoni, ci è tornata in mente la teoria che attribuisce la scoperta dell’armonia proprio all’uso, nei canti medievali, di intonare una seconda nota, e poi una terza, mentre la prima ancora echeggiava sotto le volte. Di sicuro un monaco si sarà accorto, durante qualche vespro, che in questo modo nasceva un accordo, e da qui il passaggio dalla monodia all’armonia è stato inevitabile. Ci pare possibile.

Ma quelle voci particolari hanno risvegliato anche un grillo che ogni tanto si affaccia nel nostro cervello forse bacato. Si può chiamare rimpianto il dispiacere per la perdita di qualcosa che non si conosce direttamente? Forse è meglio la parola nostalgia.

Eccolo il nome del grillo: nostalgia per il castrato.

 

Si chiamavano Farinelli o Pacchierotti, erano stati evirati da piccoli in modo da bloccargli la muta della voce, ma non la crescita del corpo. Così da grandi sviluppavano un’emissione, forse imitabile con il falsetto, ma certamente ineguagliata come timbro e potenza. Insomma, uno strumento fra la voce bianca e quella femminile, ma servito dal potente mantice dei polmoni di un uomo adulto. Cantavano l’opera. Erano amati, ammirati, applauditi dappertutto, erano in vetta alla piramide. Le rockstar del settecento. Nessun solista ha mai raggiunto la fama e la ricchezza di questi personaggi, che però, per arrivarci, avevano dovuto pagare un prezzo, diciamo così, un po’ salato. E non smettevano di pagarlo, facendo talvolta la triste fine dei fenomeni da baraccone.

Questa impressione ce l’ha confermata un libro che  stiamo leggendo su uno di questi fenomeni: Domenico Bruni. Si intitola “Biografia di un cantante evirato”, pubblicato dal Comune di Umbertide di cui Bruni era cittadino, quando ancora si chiamava Fratta. Questo poveretto, prima di diventare una star era ”nato da poveri e onesti genitori” e “aveva sviluppato una singolare abilità per il canto: Per un’accidentale fisica indisposizione fu consigliato dai medici all’evirazione e così sempre mantenne la sua voce incantevole di soprano”.

 

Si direbbe che il fenomeno dei castrati sia derivato casualmente da cognizioni mediche antiquate che provocavano interventi troppo radicali in casi di infezioni o simili. Ovviamente è vero il contrario: l’intervento era volontario. Intendiamoci, la volontà era quella dei genitori,  dei tutori,  dei nonni; non certo del ragazzo.  Ed è umano che, una volta diventati famosi, tutti cercassero di giustificare, nella vita o nelle autobiografie, una situazione scabrosa come la loro con storie di accidenti fantasiosi se non addirittura inverosimili.

D’altra parte, pensiamo a quelle migliaia di ragazzini che lo stesso prezzo lo avevano pagato per l’avidità di denaro dei genitori ma senza avere in cambio il successo (X Factor, tre secoli fa...). E’ che all’epoca, per molte famiglie povere con un figlio minimamente dotato per la musica, questa era una delle poche speranze di sistemarsi.

Sarebbe come immaginare oggi, per esempio, il tassista, padre di Bruce Springsteen, o i genitori contadini di Al Bano che un bel giorno,
mentre il ragazzo è a scuola, si siedono al tavolino, fanno quattro conti e decidono: “Beh, domani lo facciamo castrare, magari diventa famoso e poi viviamo tutti di rendita...”

 

Col tempo questa pratica incivile è stata abolita. Però, da appassionati, a noi rimane lo scontento di non aver mai potuto ascoltare direttamente quei fenomeni. Pazienza. 

Detto questo, venisse a qualcuno la perniciosa idea di andare a sentire l’unica registrazione esistente (inizio ‘900) di un castrato, su YouTube c’è Alessandro  Moreschi, l’ultimo sopravvissuto della categoria. Ammesso che sia autentica, è orripilante. Sembra un’ostessa di mezza età, ubriaca e anche un po’ stonata. Forse è colpa dell’arcaicità dell’incisione, comunque consigliamo vivamente di soprassedere se volete tenervi l’illusione.

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Il puntatore

 Sono anni, anzi decenni che frequentiamo il mondo della musica, leggera e classica, e mai ci era capitato di incontrare questa figura professionale: il puntatore. Ce l’ha fatta conoscere con il suo garbato ma serio tono da conferenziere Luca Della Libera il 20 febbraio al Conservatorio di S. Cecilia durante la presentazione di un suo libro su Alessandro Scarlatti e la musica sacra a Roma.

Siamo a cavallo fra il sei e il settecento e in città fiorisce una quantità di cappelle musicali che oggi neanche ce le sogniamo. Cantare in uno dei cori è ambizione di molti e soprattutto è un’attività che garantisce un salario sicuro in quei tempi difficili, anche perché, non essendo ammesse le donne, c’è posto pure per i ragazzi (e forse per qualche castrato in incognito).

La cappella musicale era composta dai cantori, dai cappellani corali, dall’organista, da un maestro di grammatica che custodiva anche i libri e dal Maestro di Cappella.

Accanto a tutti questi, nominato a turno fra i cantori c’era un personaggio oscuro ma di grande potere: appunto il puntatore. Il suo ruolo era quello di segnalare tutti coloro che trasgredivano le regole e “darne nota al camerlengo, il quale, avanti di pagare il mese”, detraeva l’ammontare della multa dal salario.

E le trasgressioni potevano essere tantissime in un regolamento così rigido e minuzioso. Rileggiamone alcuni articoli nel linguaggio pomposo e un po’ ridicolo del tempo, sempre tenendo presente che “se alcuno per domandar gratia a un prencipe mondano studia di compor se stesso & le sue parole con habito onesto, gesti decenti, parlar moderato, distintamente e con attentione, con tanta maggior diligenza in luogo sacro ciò convien di fare in pregare l’onnipotente Iddio”. Perciò:

“Non cominciar il versetto sin che l’altro non sia finito, et quelli che contrafaranno saranno multati in baiocchi cinque per ciascuna volta”.

“Nessuno dovrà tenere le labbra serrate, ma tutti nei salmi, hinni et cantici con allegrezza spirituale mandar voci di laude al signor Iddio, sotto pena di esser multati come absenti”.

“Quando si dice il Gloria Patri ogn’uno si cavi la beretta et inchini divotamente il capo”.

“Nessuno di essi cantori o cappellani debba partirsi di Choro (mentre durano li divini uffitij) senza espressa licenza, et al puntatore che altrimente concederà tal licenza in giulij due per ciascuna volta”.

“Non vadino né stiano senza cotta et veste longa et habito clericale, etiam che fosse il giorno over la settimana sua vacante, sotto pena di giuli due per ciascuna volta; et stiano con quella gravità che si richiede, non confabulando o parlando insieme, sotto pena d’un giulio per ciascuna volta; et finiti gli uffitij divini ritornino a spogliarsi senza tumulto ne i luoghi loro ordinarij, sotto pena di baiocchi cinque per ciascuna volta”.

Neanche al collegio convitto di Gian Burrasca.

E c’è anche un premio per la delazione:

 

“Per la lor fatica i detti puntatori habbino de i punti, oltre la rata loro, a ragione del cinque per cento”.


Visto che siamo in argomento, e, più o meno, nello stesso periodo, ci piacerebbe avere la spiegazione (che probabilmente non arriverà mai) di un ritardo inspiegabile.

Andiamo a un concerto per sestetto di liuti. Autori noti (Gabrieli, Kapsperger), bei brani, benissimo eseguiti, però sembrano il lavoro di preparazione di qualcosa di molto più grande che verrà, ma non è ancora maturo. Vai a guardare la data delle composizioni: fine ‘500, inizio ‘600, e ti prende un colpo.

Il fatto è inspiegabile, il ritardo esagerato, l’assenza ingiustificata.

Ma come mai la musica è così indietro, in un’epoca in cui tutte le altre arti sono più che mature? Giotto trecento anni prima già faceva la sua famosa “O”; poi sono arrivati giganti come Leonardo, Raffaello, Tiziano. Architettura e scultura: la cupola di Brunelleschi, Palazzo Farnese, San Pietro, la Pietà. Letteratura e poesia con Dante, Petrarca, Tasso.

Colombo era andato e tornato dall’America. E la musica? Strumenti afoni o imprecisi e stonati, comunque primitivi; melodie scarne, accompagnamenti precari. Le voci, sì, ma solo quelle. Altro che colonnati e basiliche!

Il Beethoven dell’architettura e della pittura e il Michelangelo della musica, che dovrebbero essere contemporanei, sono separati da tre secoli. Inspiegabile.

Certo, poi le cose si sono un po’ aggiustate, grazie alla tecnologia che ha riequilibrato il gap con la possibilità, prima inesistente, di fissare la musica, sia scritta che eseguita, come da sempre si fissa la scultura, la scrittura, l’architettura.

Però non si spiega lo stesso, o no?

Forse è inutile insistere.


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I Santi degli Ultimi Giorni


Lontana, in periferia, fra il GRA e i vari Le Roy Merlin, Porta di Roma e Ikea, puntata verso l’alto dei cieli e pronta a decollare, s’intravede questa inquietante astronave.

Il terreno è immenso, meticolosamente seminato di fiorellini, pianticelle, alberelli e praticelli verdi, tutto nuovissimo e pulitissimo. La mattina è scintillante di sole e aria fresca. Il parcheggio di ghiaia bianchissima è impeccabile; ogni dieci metri un signore in giacca e cravatta, con sopra il gilet arancione dei poliziotti del traffico, saluta, aiuta a sistemare l’auto, ringrazia il visitatore per essere venuto fin lì e gli augura ogni bene.

 

Tutti con accento americano, tutti efficientissimi e cortesi. Insomma, sembra di essere ammessi in un paradiso USA. Impressione rinforzata quando entriamo nell’edificio e, mentre scorre un video di interviste a fedeli tutti felici e realizzati, con accompagnamento di celestiali arpe e flauti, veniamo affidati a una guida che ci fa indossare delle soprascarpe di plastica perché i tappeti che ricoprono i pavimenti sono immacolati e guai a lasciarci l’ombra di una impronta. E poi via per la visita guidata del tempio.


La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni apre al pubblico per un breve periodo il nuovissimo, grandissimo, bellissimo e costosissimo tempio italiano, appena finito di costruire e arredare ma non ancora consacrato ufficialmente. Noi gente comune abbiamo questi pochi giorni, poi tutto sarà riservato solo ai fedeli. 

Non vogliamo entrare nella faccenda dal punto di vista ideologico. Certo è che l’impressione nel sentir parlare i padroni di casa, che poi sono i Mormoni, o nel guardarli in faccia è che abbiano risolto tutti i loro problemi e che siano animati tutti da un comune desiderio di comunicarci quanto sono felici.

Da profani ci limiteremo a descrivere la nostra camminata su e giù per le scale e i pavimenti di marmo (Perlato Svevo italiano, Cenia spagnolo, Sky Lark brasiliano, Emperador Light turco, e Travertino Beige, dice la scheda), il nostro procedere in stanze moquettatissime (da Bentley, California) e arredate con poltroncine e scrivanie stile Luigi XVI, XV e magari anche XIV, e fonti battesimali in bronzo, e inginocchiatoi imbottiti, e lampadari di Murano o Swarovski, e fasce decorative in oro a 24 k. E’ come stare in un albergo americano di buon confort ma molto, molto kitsch.

E poi profusione di grandi mazzi di fiori finti, di specchi da parete a parete, di quadri di soggetto sacro o con scene naturalistiche alla Disney: cerbiatti, cascatelle, bambini, fiori e ruscelli. Naturalmente in sottofondo musica d’organo, ma molto discreta.

Ci stupisce che all’interno di un edificio così grande non ci sia nessuno spazio profondo e alto, come nelle nostre chiese. Ci sono invece tanti piani con tanti corridoi e tante stanze, una per i matrimoni, una per la meditazione, una per guardare il futuro e il passato (attraverso un gioco di specchi), una per i battesimi…

Niente da dire, ci mancherebbe: ognuno si organizza e arreda come crede.

 

Procediamo nella visita guidata fino al centro visitatori, dove ci fanno finalmente togliere le soprascarpe. E’ passata un’oretta e siamo pronti a guizzare via.

Sennonché, pochi metri prima dell’uscita, sotto il tetto metallico e sullo sfondo delle vetrate ultramoderne, appare ai nostri occhi esterrefatti questo.
Uno degli accompagnatori, sempre in giacca e cravatta e accento americano, richiesto di una spiegazione sulla casetta finto antica dichiara che è lì come simbolo della famiglia, valore fondante della loro religione.

E siccome stiamo a Roma, è una vecchia casetta popolare dei tempi del Papa Re: un po’ scrostata, spigoli di pietre, fiorellini alle finestre e persiane verdi, sereno rifugio della presunta tipica famiglia romana di allora, tipicamente povera, tipicamente religiosa e tipicamente onesta. Tipicamente esemplare.

Dopo tutto questo miele ci è sembrato indispensabile riprendere contatto con la realtà nella trattoria sotto casa davanti a un piatto di bucatini ben piccanti e ben salati.

Però, fra una forchettata e l’altra continua a incalzarci una domanda: come fanno questi devoti, che non glie ne va mai male una? Sorridenti, felici, appagati, sicuri. Sempre. Come fanno?

 

 

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L'anno del maiale



Giovedì 7 febbraio. Tutti In fila con i nostri accrediti davanti al Museo Borghese al cui ingresso ci riceve questo marmoreo signore in atteggiamento non si sa bene se perplesso o sconsolato. Lo scopriremo.

Dentro si festeggia il capodanno cinese. Del quale siamo sicuri che, da queste parti, non importerebbe un fico secco a nessuno, se non fosse per il fatto che i turisti cinesi sono diventati improvvisamente i migliori clienti delle boutique del lusso di Roma, che sono, per l’appunto, le organizzatrici dell’evento.

Piccola parentesi indotta dalla lettura sul giornale di un trafiletto che annuncia, da parte dell’Emporio Armani, la dedica al maiale della nuova collezione, che si chiama “Chinese New Year”. Al maiale, che è l’animale del nuovo anno nella simbologia astrologica cinese, ci si riferisce come a un esempio di diligenza, compassione e generosità (testuali parole; e pensare che noi occidentali lo consideriamo da sempre solo buono da salsicce; che rozzi che siamo!) ed è “presente nella collezione, declinato in forme stilizzate e colori diversi e reinterpretato attraverso simboli tribali”. Armani dixit. Questo è il risibile linguaggio dei comunicati della moda. Ma risponde di sicuro a esigenze commerciali. Ci chiediamo con quali aspettative di successo Armani presenterà questa sua nuova linea all’altra metà dei suoi clienti ricchi: gli arabi, ai quale l’ animale che piace ai cinesi (e a noi) non risulta essere troppo simpatico. 



Torniamo a noi: dentro il museo c’è questo signor Liu Bolin, cinese; secondo i critici e il mercato un geniale artista contemporaneo; secondo noi un furbacchione che se n’è inventata una bella. Lui va in giro per il mondo, si piazza di fronte a uno sfondo ben riconoscibile: il Colosseo, un giardino, un quadro famoso, si fa dipingere vestiti e faccia con le stesse linee e colori dello sfondo (quindi con gli archi del monumento, la cornice e il soggetto del quadro, le foglie del giardino) fino a che, mimetizzato quasi completamente, diventa praticamente invisibile: un camaleonte.

A questo punto un suo assistente gli scatta la foto finale della performance, e questa è l’opera che poi lui firma e, ne siamo certi, i suoi mercanti vendono a suon di dollari, evocando in noi, e di sicuro in tanti altri, forti dubbi sulla sanità mentale dei collezionisti.

Naturalmente l’artista fornisce una sua spiegazione socio-filosofica: “Sparire non è il fine principale del mio lavoro, è solo un modo per trasmettere il mio senso di ansia per gli esseri umani e per l’ambiente, e la mia silenziosa protesta contro l’oppressione da parte del mio governo.”

 



Così ha fatto anche in questa occasione: si è piazzato nella sala dei Caravaggio, davanti al San Girolamo, e, indossati i vestiti e una mascherina di plastica trasparente, si è fatto dare gli ultimi colpi di pennello e finalmente è apparso, anzi scomparso davanti al quadro.

Indubbiamente una trovata d’effetto.

Noi siamo rimasti un po’ delusi in quanto ci aspettavamo che il molto onolevole maestlo Liu si facesse realmente ricoprire di vernice mani, corpo e faccia, ma poi abbiamo letto che per realizzare tutta la performance ci vogliono almeno dieci ore.

La nostra era pura ingenuità: non c’era abbastanza tempo per l’operazione intera, e ci siamo dovuti accontentare.

Anche perché l’organizzazione doveva trovare qualche minuto, prima della chiusura del museo, per offrirci un piccolo rinfresco a base di pizza e mortadella, quest’ultima di sicuro un modesto omaggio al protagonista della serata (il maiale, non Liu), e di ottimo prosecco.

Buon anno (del maiale, naturalmente) e poi tutti a casa.

Sì, tutti a casa, ma per arrivarci abbiamo dovuto percorrere di buon passo il viale alberato che va dal museo a Porta Pinciana nell’oscurità più profonda e inquietante, visto che i lampioni c’erano sì, ma spenti, e dietro i tronchi dei pini ci è parso di intravvedere qualche ceffo in agguato.

Un’altra manifestazione di efficienza di cui ringraziare l’attuale gestione della città.

 

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Catholic Horror Show


Prima vi sottoponiamo questo allegro inventario cattolico apostolico romano…

Chiesa di S. Maria dell’Anima. Scolpiti nel marmo, intagliati nel legno, modellati in stucco o dipinti su tela: 2 teschi con tibie, 7 teschi semplici di cui due ghignanti, 2 teschi alati dall’aria mansueta, 1 scheletro intero, 1 clessidra (tempus fugit); e per consolazione 21 putti ben grassocci.

S. Agostino: 3 teschi semplici, 2 teschi alati con riccioli ribelli, corona d’alloro e aria strafottente (foto), 17 putti di taglia media.

S. Luigi dei Francesi: un teschio, due putti, una miseria. Meno male che hanno i Caravaggi.

S. Pietro in Vincoli: due scheletri portabandiera molto austeri e compresi.

S. Salvatore in Lauro: poca roba, solo 6 putti. Però ci sono molti Padri Pii in giro per la chiesa a lui votata, insieme a varie reliquie dello stesso, fra cui i mezzi guanti insanguinati dalle stimmate.

S. Giovanni de’ Fiorentini: un teschio, 8 putti e, in una nicchia, il piede della Maddalena.

S. Lorenzo in Damaso, la chiesa più buia di Roma: niente tranne un immenso scheletro alato che si libra fieramente tutto bianco su un fondo di marmo nerissimo. Impressionante.

S. Maria in Monterone: altro scheletro che incombe sull’altar maggiore reggendo il ritratto del trapassato, cioè di sé stesso in vita.

S. Maria sopra Minerva: anche qui un bello scheletro che abbraccia l’ovale con il ritratto, più quattro teschi semplici, tre teschi con tibie e ben sei tibie incrociate senza teschio.

Gesù e Maria: uno scheletrone tormentatissimo, in un inestricabile viluppo di ossa.

S. Giacomo alla Lungara: un leggiadro scheletrino che vola sulla parete con cartiglio e nome proprio.

S. Maria della Vittoria: sul pavimento due mezzi scheletri (del Bernini) che danzano un can can.

S. Maria del Popolo, il più bello: un mezzo scheletro velato (una dama peccatrice?) dolente e chiuso dietro l’invalicabile grata di una finestrella.

 E così prosegue, scherzando e ridendo, lo show.




Camillo De Lellis, da mascalzone a santo.

Durante un concerto nella chiesa della Maddalena, fra una musica e l’altra, ci leggono qualche pagina di una spassosissima biografia contemporanea di Camillo De Lellis, il santo quivi esibito con una sistemazione da vetrina di alta boutique.

L’espositore è una scatola a due livelli: quello superiore, in lieve penombra, ospita un presumibilmente somigliantissimo manichino del personaggio in costume d’epoca, molto elegante. Di sotto invece, in piena luce, c’è il suo scheletro, bollito, scarnificato, ricomposto, ripulito e lucidato che sembra di plastica e invece è vero; e questo è senza dubbio uno dei migliori numeri del succitato “Catholic Horror Show”.

Dunque, parlando del personaggio, il biografo comincia subito a definirlo “di cervello terribile e dedito principalmente a questionare e a giocare a carte”.

Grande, grosso e tardivo (quando nasce, nel 1550, la madre ha sui sessant’anni) comincia litigando con tutti i compagni di giochi, che picchia regolarmente; poi, appena ha l’età si arruola come soldato di ventura. Ideologia zero; bisogno di soldi illimitato perché tra i tanti altri ha anche il vizio del gioco, ma a livello psicotico. Tutto quello che guadagna se lo gioca, ed essendone malato, anche se vince, poi se lo rigioca e alla fine, come è noto, quel tipo di sventurati perde sempre.

Finalmente (come usava dire allora) piace a Dio di mandargli la piaga. Una piccola ulcera a un piede, che a forza di grattarla e per le condizioni igieniche dell’epoca, degenera in cancrena che gli prende tutta la gamba. Si ricovera all’ospedale degli incurabili di S. Giacomo, dove fa voto alla Madonna di abbandonare il gioco se lei lo guarisce.

La Madonna è di parola, lui no. Naturalmente si ridà alle carte, riperde tutto, finisce a mendicare per strada e, giustamente, in quanto recidivo, piace a Dio di rimandargli la piaga. Nuovo ricovero, sempre allo stesso ospedale. Guarisce ancora, ma stavolta il messaggio arriva. Dopo la seconda grazia divina rimane all’ospedale come inserviente, e qui si rende conto delle terribili condizioni in cui raramente si salvavano, più spesso morivano gli ammalati.

 

In breve, si fa sacerdote, organizza un nuovo sistema di assistenza, che ancora funziona, dà il suo nome a parecchi ospedali e finalmente diventa santo. Amen.


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Bernini, erotico innocente?


Primordiali pressioni emozionali che premono per essere liberate ce le abbiamo dentro tutti. Se siamo artisti ne caviamo qualcosa di interessante, altrimenti no.

Guerre, trionfi, banchetti, sono sempre stati temi diffusi nell’arte romana. Il successivo padrone li ha poi incamerati, naturalmente modificandoli per il nuovo uso.

Per cui la guerra è diventata la vittoria della fede, il trionfo si è trasformata nell’assunzione in cielo dei martiri, il banchetto si è sublimato in eucaristia.

 

C’è però un‘altra rappresentazione che viene dalla stessa eredità, ma non ha passato l’esame, perché è stata declassata da concetto estetico (esaltazione del bello armonioso, privo di colpa, proprio perché bello, anche se erotico) a peccato vero e proprio, così giudicato dalla nuova mentalità sessuofobica che la associava all’idea dell’erotismo colpevole: il nudo.


Pur essendo sempre rimasto l’interesse primo degli artisti, il nudo ha subito, più degli altri temi, censure e persecuzioni (i famosi mutandoni fatti dipingere sulle figure del Giudizio Universale di Michelangelo da papa Paolo III a Daniele da Volterra, da quel momento svillaneggiato come il “Braghettone”, anche se per conto suo era un ottimo pittore).

Questo nuovo padrone era la Chiesa: principale, se non unica istituzione culturale ed economica oltre che religiosa; quindi principale, se non unico committente per gli artisti.

I quali potevano rappresentare Cristi, madonne, angeli e santi, anche nudi, sempre di una nudità non estetica, ma dolorosa o del tutto innocente. Cristo crocefisso, i martiri torturati, invece i cherubini, con quei paffuti culettoni e i pisellini minuscoli. Accettate le madonne col seno di fuori, purché in fase di allattamento.

A un certo punto gli artisti, specialmente quelli barocchi, e soprattutto il loro caposcuola, per soddisfare l’esigenza di raccontare l’erotismo decisero di cercarsi un alibi puntando su una delle manifestazioni di santità più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Ecco due righe dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila dove ne racconta una delle sue: “In un'estasi mi apparve un angelo tangibile nella sua costituzione carnale e era bellissimo; io vedevo nella mano di questo angelo un dardo lungo; esso era d'oro e portava all'estremità una punta di fuoco. L'angelo mi penetrò con il dardo fino alle viscere e quando lo ritirò mi lasciò tutta bruciata d’amore per Dio…”

Una delle sculture più famose di Gian Lorenzo Bernini è proprio l’Estasi di Santa Teresa che descrive quell’esperienza. Si trova in Santa Maria della Vittoria, barocchissima chiesa, quasi indigesta per l’eccesso di marmi, stucchi e pitture. L’opera, servita dalla suprema poetica maestria nel trattamento del marmo, dalla collocazione sapiente sull’altare, dalla illuminazione naturale studiata da quel grande scenografo che Bernini era, è proprio la rappresentazione erotica, anche se sacra e sublimata dell’abbandono della donna alla possessione di questo dardo. D’oro, d’accordo; per di più in mano a un angelo, certo. Però decisamente allusivo, ci pare.

� più ammirate dai fedeli dell’epoca: l’estasi.

 

 

La santa digiunava, si fustigava, si sottoponeva a ogni genere di sevizie, poi sfinita, immaginiamo, andava in estasi. 


Non contento, ne fece un’altra, di estasi: quella della beata Lodovica Albertoni, a San Francesco a Ripa, sempre a Roma. Un’estasi più sobria, nel senso che manca l’angelo con il dardo, ma la beata, anche lei scolpita nel marmo della solita indescrivibile morbidezza, se ne sta sdraiata contorcendosi, ben poco sobriamente, sul giaciglio.

E’ chiaro che questo tipo di rappresentazione, mimetizzata sotto il velo della mistica dedizione, faceva venire qualche pensierino a chi la guardava.

Perché, chissà come mai, almeno a giudicare dalla documentazione che ci è arrivata, in estasi ci andavano solo le sante (femmine), mentre gli artisti incaricati del racconto erano tutti maschi.

Si trattava certo di un erotismo sacro, purissimo e soprattutto presentato come momento edificante a uso dei seminaristi (e probabilmente di qualche cardinale porcello, magari lo stesso committente). C’è chi dice che Bernini fosse del tutto privo di malizia, solo preso dal suo innocente desiderio di esaltare la fede della santa. Non lo sappiamo e, detto fra noi, ne dubitiamo un poco.

Rimane il fatto che si tratta di arte realizzata da uomini per altri uomini, usando immagini di donne. Che dichiara di rappresentare un’emozione lecita mentre forse in realtà ne racconta un’altra.

 

Insomma, analizzare il ripieno nascosto in certe ricette artistiche richiederebbe  una scienza che non possediamo. Per nostra fortuna il frutto di queste turbe è stato in molti casi una serie di capolavori. Ringraziamo la natura umana e lasciamo ai nostri occhi il piacere di apprezzarli.


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La tisana


Domenica 20, un tedioso pomeriggio di pioggia; umidità al massimo, energia al minimo.

Ci trasciniamo (sono pochi passi) fino a Santa Maria dell’Anima, una delle chiese meglio illuminate di Roma, senz’altro la più pulita e con i marmi, molti e bellissimi, scintillanti di cera. Il nostro amico Flavio Colusso, che ne è il kapellmeister, conferma l’esistenza di una squadretta di suore impegnate nella pulizia e lucidatura di tutto l’apparato. Molto efficienti.

Ah, stiamo dimenticando di dire che si tratta della chiesa ufficiale della nazione tedesca a Roma, che le suorine sono tedesche, e tedesco è il rettore, un monsignore torreggiante che ricorda Federico Barbarossa. Questo spiegherebbe i risultati, crediamo.

C’è un concerto del Puijon Kamarikuoro, un gruppo vocale finlandese con un programma di classici noti e meno noti. Sono bravissimi, perfettamente omogeneizzati, tranquillizzanti: proprio la tisana che ci vuole in un pomeriggio schifoso come questo.

E infatti, lo spettatore si rilassa sempre più, si dispone alla contemplazione e, seguendo un vago ma irresistibile richiamo mistico-musicale rivolto al supremo, alza gli occhi al cielo.

Ma c’è un problema: il cielo, anzi il soffitto della chiesa è sbilenco. Che la tisana sia stata manipolata? Come lo erano quei deliziosi infusi a base di erba che sorbivamo negli anni ’70, per sentirci trasportare su soffici nubi, dalle quali, dopo, era maledettamente difficile scendere?

Ripresa la padronanza della visione, la realtà planimetrica non cambia. Urge un’indagine. Finito il concerto, accolto da sobri applausi di stampo scandinavo, eccoci a casa a verificare sui libri. E’ tutto vero: la pianta della chiesa è come uno di quegli scatoloni di cartone che si adoperano nei traslochi. All’inizio hanno tutti gli angoli perfettamente retti, ma dopo due o tre viaggi, cominciano ad allungarsi da una parte e accorciarsi dall’altra, diventando più losanghe che quadrati.

Lo stesso è successo alla chiesa, non si sa perché: probabilmente per adeguarsi al perimetro della proprietà che qualche facoltoso mercante teutonico doveva aver donata alla comunità.

Comunque, visto che la baracca sta in piedi da cinque secoli, sulla sua solidità, rettangolo o losanga che sia, non c’è proprio niente da dire. La foto non è manipolata e l’anomalia diventa ancora più evidente osservando la disposizione dei marmi sul pavimento. Andare a vedere per credere.

 


Il Fogolâr Furlan.
Palazzo Ferrajoli è una di quelle modeste dimore rinascimentali costruite nel centro storico di Roma, di solito con vista su qualche insignificante monumentino del passato imperiale dell’Urbe, come si può constatare dalla foto qui accanto scattata appunto dal salotto di casa.

Qui, giovedì 17, ospite della Regione Friuli, il Fogolâr Furlan, il sodalizio che riunisce i friulani di Roma, ha presentato un interessante libro “Novecento Friulano a Roma”, che è una rassegna, quanto mai accurata e dettagliata fin all’atto di battesimo o alla lista (con annesso menù) dei partecipanti alle cene sociali, di tutti i compaesani di qualche peso scesi in città nell’ultimo secolo.

Il Cav. Serpente, originario di quelle parti, ma ormai lontano da troppi anni, si è trovato continuamente sballottato fra emozioni di riconoscimento di luoghi e tradizioni e attacchi di smarrimento quando qualcuno dei relatori (tutti con nomi tipo Zanìn, Meneghìn, Cottarìn) decideva di sparare un proverbio o raccontare una storia in furlàn, che, come è noto, più che un dialetto è una lingua, e anche quasi impossibile da capire.

Sono state due ore e mezzo piacevoli, anche se spesso sul filo del rasoio. Purtroppo con un finale asciutto.

Nel senso che, dopo tutto quel parlare del Friuli, dei Friulani, delle loro storie e delle loro squisitezze pensavamo di meritare almeno un calice di Ribolla Gialla.

Invece: ciao ciao, e tutti a casa sotto l’acqua di un bel temporale (forse la punizione per le nostre malriposte aspettative alcoliche).

La prossima volta avanzeremo una mozione in favore di una maggiore attenzione verso l’enogastronomia locale.

 

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Il fiato dell'organo


13 dicembre 2018, giovedì. S. Giovanni dei Fiorentini, una chiesa di proporzioni nobilissime; per noi la più elegante di Roma. Rinascimento puro, bianca e grigia, niente ori o affreschi, solo le linee armoniose degli archi.

Con improvvise apparizioni di cappelle e altari che più barocchi non si può. Eppure, proprio grazie a queste presenze occasionali, l’eccesso in piccole dosi previene la nausea da indigestione che talvolta, in altri contesti troppo ricchi, colpisce.

Una specie di estetica mitridatizzazione.

In questa chiesa c’è un vasto assortimento di curiosità: dalla tomba del Marchese del Grillo a quella di Francesco Borromini. C’è anche, a sinistra dell’altar maggiore, una nicchia con una reliquia avvolta nell’oro: si tratta del piede di Maria Maddalena, presentato da un cartello che dichiara, in italiano: “Il primo piede a essere entrato nel sepolcro di Cristo risorto”. C’è anche la versione inglese, ma di quella ci occuperemo dopo.

Ton Koopman siede al grande organo di Filippo Testa del 1680, restaurato dal Formentelli nel 1995. Considerato il migliore organo barocco di Roma, apprezzato fin dalla sua costruzione da compositori e solisti, è inerpicato in cima alla controfacciata, con accesso attraverso una scaletta a chiocciola trapanata nel muro.

E’ una serata del RomaFestivalBarocco di Michele Gasbarro e Koopman suona magnificamente, come d’altra parte si ha il diritto di aspettarsi da un signore che è fra i grandi solisti del mondo.

Mentre ascoltiamo, senza niente da guardare, perché il virtuoso se ne sta lassù, invisibile, appollaiato davanti alla tastiera, liberati dal vincolo dell’immagine che a un concerto di solito distrae un po’, ci abbandoniamo alla musica e anche ai pensieri in libertà.

Ci siamo ricordati un evento al quale eravamo presenti sei anni fa, il 12/12/12, lo stesso luogo e quasi lo stesso giorno: penultimo concerto di Nuova Consonanza, dedicato all’organo antico nella musica contemporanea. Solista, il virtuoso Luigi Celeghin, fantasioso esecutore, collaudatore, ispettore di organi antichi e moderni e uomo spiritosissimo che ci ha fatto sorridere quando, prima del concerto, lo abbiamo visto controllare se si era messo le scarpe a pianta stretta.

Un organista suona anche con i piedi, ci ha fatto notare, e siccome i tasti della pedaliera sono piuttosto vicini fra loro, guai a indossare scarpe grosse. Sarebbe come pretendere di fare Chopin con i guantoni da boxe (parole sue).

A fine concerto, dopo un turbine di applausi, riemerse dalla chiocciola dell’organo e ci venne a salutare tutti. Aveva un’aria un po’ strana, un po’ smarrita, fra le nuvole. La mattina dopo non si svegliò. Che bell’uscita di scena: in gloria; e non è un modo di dire.

 

       A proposito dell’organo abbiamo anche una riflessione che ci gorgoglia in gola da un po’, e la comunichiamo con il massimo rispetto, soprattutto per gli amici organisti.

        L’organo è uno strumento che ti toglie il fiato, perché lui stesso non lo prende mai. Violini e violoni respirano a ogni su e giù dell’archetto, gli ottoni e i legni per bocca dei loro suonatori, solo lui non ne ha bisogno.

E così, con tutto il carico della sua maestà, dolcezza o potenza, per empatia fisiologica ci mette in affanno.

 

…e per concludere in bellezza, non vogliamo privare i nostri amici anglofoni del sottile godimento che, siamo sicuri, li pervaderà nel leggere la versione tradotta a uso dei turisti della scritta italiana che abbiamo citato prima.

Eccola qui che presenta (in tutto il suo makkeronik english) il piede della Maddalena.

Una bella chicca, eh?

 

 

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WeGil, ma che vuol dire?

            

Durante il Ventennio era la sede della GIL, Gioventù Italiana del Littorio, poi, abbandonata e in seguito recuperata, è stata per un breve periodo la Ex Gil, nome burocratico che, nella sua mancanza di fantasia, non richiedeva commenti.

Adesso è diventata WeGil, e a questo punto, siccome il commento lo sentivamo necessario ma non ci veniva in mente niente di intelligente, siamo andati a cercarlo sul sito del Comune.

Eccolo: “Il nuovo nome di quello che si propone come un hub culturale a disposizione della città è WeGil, dove “We” = “Noi” (chissà perché in inglese – nota del Cav. Serpente) si oppone all’“Io” del soggettivismo imperante e narcisistico dei nostri tempi proponendo invece un contesto di apertura e condivisione”.

Aria fritta, e pure di qualità scadente.

Noi che siamo gente semplice, quando leggiamo WeGil capiamo quanto segue: “Noi, la Gioventù Italiana del Littorio”, il che, oltre che fuori epoca di alcune decine di anni, ci pare anche abbastanza di cattivo gusto.

 Oggi alla WeGil c’è “L’aria del tempo”, una mostra fotografica di Massimo Sestini.

Nell’edificio di Luigi Moretti a Trastevere, di essenziale bellezza razionalista e ovviamente fascista (leggere sulla facciata uno dei tanti e tutti geniali slogan del regime), ci siamo lustrati gli occhi sulle affascinanti foto zenitali di Sestini.

Quest’uomo riesce sempre a essere esattamente sulla verticale dei fatti.  

C’è di tutto nelle sue immagini: violenza, sport, fabbriche, città, strade e perfino il bel lavoretto portato a termine a suo tempo dal comandante Schettino.

La più divertente è questa domenica in spiaggia a Ostia: magroline e budellone, tutte spalmate sui lettini a ustionarsi al sole. Chissà come avrà fatto il fotografo a trovarsi proprio lì sopra: elicottero? superleggero? mongolfiera?

Le visioni aeree sono sempre magiche perché con l’obiettivo vola anche l’occhio dello spettatore e uno sguardo, forse immaginabile ma certamente irrealizzabile, diventa possibile.

                                            

  

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Associazioni a delinquere

 


Continuano le belle giornate: che facciamo, stiamo chiusi in casa? No di certo. E allora eccoci a vagare per i Fori dove, in varie postazioni e in un formicolio di turisti, si ramifica la nuova mostra  “Roma universalis”, una riflessione sulla famiglia imperiale dei Severi e sull’arte della loro epoca.

In questa occasione abbiamo rivissuto lo stesso dolore di qualche tempo fa alla Centrale Montemartini, quando ci erano capitati sotto gli occhi i meravigliosi corpi feriti di Apolli o Mercuri ritrovati dentro e sotto i muretti del giardino di Villa Rivaldi all’epoca della demolizione della Velia per la creazione di Via dell’Impero.

Uno strazio che continua a dilaniarci anche oggi che, in mostra nel Tempio di Romolo, ci fanno vedere squisiti frammenti di sculture, con didascalie che ci raccontano il loro recupero dalle fondamenta di una stalla, dagli stipiti di una casupola, dai pilastri corrosi di una cappella in cui erano stati usati come inerte materiale riempitivo insieme alla malta.

Capito la terribile sofferenza? L’arte che non era già finita bruciata nelle calcare: ritratti, erme, mani e piedi di marmo, cadeva nell’impasto, neanche fossero vecchi mattoni rotti, tanto per fare massa.

Per attribuire le responsabilità dello scempio (un giudizio astratto perché ormai gli imputati si sono resi irreperibili nel tempo), insieme ai frammenti bisogna fare emergere cosa muoveva i titolari delle associazioni a delinquere di cui stiamo parlando.

Da una parte c’erano i committenti: signorotti dell’epoca buia, ma anche abati o commercianti appena arricchiti a cui interessava solo occupare uno dei tanti spazi liberi in mezzo alle rovine della grandezza classica e farsi il palazzetto, il monastero, la bottega, arraffando e riutilizzando a casaccio tutto quello che trovavano nei dintorni.

Per loro lavoravano i rozzi muratori, in fondo colpevoli solo preterintenzionali (che ne sapevano di arte?), ai quali bastava avere in mano una pietra da mescolare con la malta, e neanche si accorgevano che quel sasso era una pregevole scultura.

Intendiamoci, più tardi arrivarono anche nobiloni e papi che invece di accontentarsi delle discariche storiche non esitarono a demolire i monumenti imperiali ancora in piedi per rapinare questa colonna, o quel ricco cornicione con cui adornare il palazzo di famiglia o la basilica.


Ma i veri criminali, i creatori di tutto quel mirabile, involontario materiale da costruzione, furono i primi fanatici (in questo caso cristiani, ma come abbiamo visto in seguito, la religione non era importante: era il fanatismo che contava) per cui i volti sensuali di ninfe e dee, gli eleganti corpi nudi di atleti o di fanciulli, incarnazioni dell’edonistico paganesimo dovevano essere distrutti a tutti i costi incendiando i templi, radendo al suolo i palazzi, spaccando a colpi di mazza le eleganti e quindi peccaminose fattezze degli idoli belli.

Perché la bellezza, la nudità, la libertà erano, e sono state da allora, il peccato.

Un atteggiamento che ha continuato a ripresentarsi con il passare dei secoli. Con un rimando attuale agli integralisti che negli ultimi anni si sono dedicati con lo stesso gusto e applicazione a distruggere tutto quello di bello che c’era ancora nei dintorni e che non coincideva con la loro mortificante interpretazione della religione.

Se qualcuno dei nostri lettori è come noi sensibile a questo dolore, gli consigliamo di andarsi a leggere un libro che, anche se contestato, ci è parso istruttivo sull’argomento: “Nel nome della croce – La distruzione cristiana del mondo classico” di Catherine Nixey.

 

Soffrirà, ma saprà.


P.S. Questo meraviglioso pezzo di preziosissimo porfido, alla cui carnale bellezza non abbiamo saputo resistere, era una delle quattro colonne di guardia all’ingresso della Basilica di Massenzio al Foro. Chissà come ha fatto a salvarsi (forse salvarsi è una parola grossa: diciamo allora a sopravvivere come frammento).

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Un bagno di lusso


Mercoledì 19 dicembre. Giornata di sole primaverile. A Caracalla per una bella iniziativa: la visita alle Terme accompagnata dalle musiche di Alvin Curran, diffuse con effetto molto emozionante perché difficile individuarne la fonte, da misteriosi altoparlanti nascosti fra i ruderi.

Sottofondi musicali minimalisti, tappeti sonori prolungati, versi di animali, fra cui, dichiara il compositore, anche l’ululato della lupa di Roma.

Un altro, come spesso ci accade di constatare durante gli eventi all’aperto, è l’ululato che si fonde sempre bene con qualsiasi tipo di musica: la sirena di un’ambulanza, dei pompieri o della polizia, con il suo richiamo un po’ minaccioso, un po’ lugubre, ma sempre di lontananza, quasi un memento della caducità delle cose (e dei suoni).

Ritorniamo sulla terra. Il pensiero che una delle massime esibizioni di generosa magnificenza, di arte e di potere, da parte dell’imperatore di Roma, l’uomo più importante dell’antichità, fosse un bagno pubblico da mettere a disposizione del popolo molto ci stupisce e nello stesso tempo ci racconta quante cose sono cambiate negli ultimi due millenni.

Acqua corrente calda e fredda, latrine efficienti, riscaldamento centralizzato; altro che pitali fetidi e tossici bracieri! Quotidianità per noi scontate e ormai diventate individuali e private, che all’epoca erano il massimo del lusso e quindi della gratitudine che l’imperatore poteva pretendere dalla sua gente regalandogliele. E naturalmente, essendo il massimo del lusso erano abbellite con tutto il meglio che il mondo di allora poteva dare a Roma. Niente anonime piastrelle bianche o rubinetti cromati come oggi. No: i saloni erano pavimentati con marmi rarissimi, ornati di statue stupende, immense colonne monolitiche e sontuose vasche di granito. Ori, argenti, bronzi dappertutto.

Le Terme di Caracalla. Dieci anni per stiparle d’arte e quindici secoli per svuotarle, abbastanza da riempire i musei di mezzo mondo (e chissà poi quanta altra roba è andata distrutta).

 

Certo adesso sono rimasti solo i muri di mattoni; non c’è più neanche un frammento di materiali preziosi. Eppure, anche a confronto con grandi costruzioni posteriori, un palazzo rinascimentale, una chiesa barocca, belli, ricchi, armoniosi quanto vogliamo, qui la suggestione è un’altra, perché questi muri, questi archi cariati, queste volte in bilico hanno un ornamento in più: il tempo.



Stesso giorno, stesso sole.

Impossibile resistere alla notizia: in prestito dall’Hermitage, al Rhinoceros di Fendi è arrivato l’adolescente di Michelangelo.

Il nuovo spazio, di cui abbiamo già parlato, è proprio accanto all’arco di Giano, al Velabro, una zona di grande bellezza archeologica, specialmente con il sole che brilla.

Inservienti gentilissimi, ingresso libero, grandi pannelli con informazioni accuratissime, ricche di cenni storici e biografici. E in più, nel testo, l’aggiunta di un curioso accenno alla mancanza di genitali della statua, il che, prosegue lo scritto, ha creato confusione nel cercare di capire i riferimenti dell’opera (il classico Spinario?) o di interpretarne il messaggio nascosto.

Confessiamo che il nesso fra genitali mancanti e qualunque ipotesi di interpretazione ci sfugge, ma chi siamo noi per giudicare?

L’adolescente è esposto, con fine scelta coreografica, da solo al centro di una saletta scura, appena illuminato da un candelabro e guardato a vista da due Rambi col pistolone.

Superflui ma di grande effetto.

La statua è più piccola di come ce la aspettavamo. E’ bella, non per la sua finitura, che non c’è, ma per l’impostazione del movimento e della tensione muscolare, che invece c’è tutta, e ci convince che è proprio di Michelangelo, un Michelangelo non finito, come in giro ce ne sono tanti altri.

 

La faccenda dei genitali…mah. Comunque, con tutto il suo serioso tono accademico, un po’ fa ridere.

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Mai 'na gioia

 

 

Al Museo di Roma, il palazzo megalomaniacalmente costruito in dimensioni esagerate a Piazza Navona da Pio VI Braschi, l’ultimo vero papa nepotista (peraltro ben ripagato da una famiglia di cialtroni che riuscirono in pochi anni a spararsi la fortuna del casato) si inaugura il 7 dicembre una mostra intitolata: “Paolo VI, il papa degli artisti”.

“Mamma mia che impressione!” Spontanea ci esce di bocca la vecchia battuta di Alberto Sordi, che magari non tutti ricordano, ma che riflette a puntino il nostro stato d’animo alla prima occhiata in giro.

Incuranti di questo subitaneo empito, abbiamo comunque esaminato con attenzione sincera e critica tutte le opere, una a una.

E, mamma mia, come siamo rimasti impressionati! (sempre nel senso di Sordi).

Sappiamo bene che una volta Roma era piena di grandi mecenati, protettori delle arti e degli artisti, e questi erano, ancor più di tutti gli altri, i principi della Chiesa: priori, vescovi, cardinali e, in cima alla piramide, i papi.

Bisogna anche dire che all’epoca avevano a disposizione un materiale umano e artistico niente male: Raffaello, Michelangelo, Bernini, Borromini…

E’ chiaro che con quelle premesse la faccenda funzionava benone.

Alcuni secoli dopo, ai tempi di Paolo VI, cioè praticamente ieri, si dev’essere inceppato qualcosa perché quel bel fiume mecenatesco che una volta scorreva copioso oggi appare del tutto inaridito. Sarà stata la fine della committenza ecclesiastica, sarà stata la nascita del mercato privato, (sarà che noi siamo un po’ troppo snob) fatto sta che questo triste declino ci si è manifestato in tutta la sua realtà a Palazzo Braschi.

Nella presentazione stampa della collezione papale si citavano Morandi, Casorati, Sironi, Severini, Fontana e Picasso. Noi, appesi al muro, abbiamo visto, oltre a un paio di discutibili abbozzi di Guttuso e Pirandello, le firme di Hector Nava, Trento Longaretti, Aldo Carpi. Di quest’ultimo vi presentiamo qui la “Preghiera nel cenacolo”.

No comment.

Talvolta il silenzio è peggio di un’invettiva. 

E proprio questo, lo confessiamo, è il nostro messaggio.



Il buio oltre l’arco.

In questo momento in cui la carta stampata annaspa pericolosamente sull’orlo della palude c’è un benemerito editore che continua a pubblicare a rotta di collo e a presentare con grande fantasia le sue produzioni presso conventi, ambasciate, istituti di cultura e soprattutto nel bellissimo spazio-libreria con sala incontri che possiede a Via Giulia.

Gangemi, si chiama l’editore.

Eravamo lì martedì quattro dicembre per il battesimo di “Bomarzo: guida al sacro bosco” di Antonio Rocca, padrini gli eminenti studiosi, prof. Ficacci e prof. Strinati, due signori dalla fluida eloquenza, capaci di trasformare un brodino insipido in una piccante creazione culinaria. Insomma, anche senza esagerare con l’entusiasmo, non c’era proprio da addormentarsi.

Il problema era ed è sempre stato un altro, che si ripresenta da quando noi frequentiamo quell’indirizzo. La messa in scena degli eventi.

Tutti i manuali di spettacolo definiscono il palcoscenico come lo spazio verso cui deve convergere l’attenzione del pubblico, il quale, a sua volta, è bene che si trovi in una condizione tale da non essere distratto e da non distrarre.

Come si arriva a questo risultato? Con una oculata regia dell’interazione fra i relatori (e qui ci siamo), con un arredo confortevole (e anche qui ci siamo) e soprattutto con un’illuminazione appropriata (e qui non ci siamo affatto).

Purtroppo da Gangemi latita sempre quest’ultimo importante elemento. Ed è un peccato perché le conversazioni sono spesso avvincenti, gli argomenti trattati interessanti, l’aria che circola stimolante e colta.

Si osservi la foto allegata: forti neon ardono sulle teste spesso pelate e quindi riflettenti (non fraintendeteci: non parliamo dell’elaborazione del pensiero che avviene all’interno, ma del rimbalzo della luce che si manifesta all’esterno dei crani) del pubblico, e questo può essere comodo per chi vuole prendere appunti; però lo spazio riservato ai relatori, il palcoscenico al di là dell’arco in fondo alla sala, dove si intravvede a stento la silhouette del prof. Strinati, è inghiottito dall’ombra, diventa un limbo immateriale e così rimane durante tutta la cerimonia. E’ un peccato.

In fondo basterebbero due faretti bene orientati. Più un interruttore o un semplice dimmer in sala, che magari ci sono, ma non c’è nessuno che li sappia o voglia adoperare.

 

Confermando la nostra ammirazione per la bontà delle iniziative, ci pare opportuno suggerire alla gestione questa semplice ed economica accortezza. Vedete voi.

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Pratibus et Maxxi

           

 Pratibus. Per una volta tanto questo geniale nome finto latino non è merito nostro. Se lo sono inventato l’ATAC e la GNAM per battezzare questa magnifica iniziativa. Pratibus è Prati (nel senso del quartiere di Roma al di la del Tevere) più bus (nel senso di veicolo per il trasporto pubblico).

In pratica l’ATAC, che fin’ora non ne aveva fatta una giusta, ha scoperto di avere una immensa area da dismettere nel bel mezzo del quartiere e insieme alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna ha deciso di riciclare questi infiniti spazi, invece di lasciarli imputridire, e di dedicarli all’arte.

Una trovata che ci ha stupiti per la sua civiltà. Certo, questo dovrebbe risultare naturale per tutti, senza provocare meraviglia. Ma lasciamo perdere…


Ci siamo infilati nel cancello d’ingresso su Viale Angelico 52, salutati da un cortese usciere (lì dentro eravamo soli: l’iniziativa è ancora sconosciuta) e ce ne siamo andati in giro con quella sensazione da ragazzi della Via Paal che si intrufolano dove non dovrebbero.

Invece del bus N. 64 o del 13, c’erano due bufali nel capannone rimessa, un orso nel tunnel di lavaggio e un rinoceronte nell’ingresso: vetroresine e bronzi della serie Animal House di Davide Rivolta, dalla GNAM.

Beh, c’è da restare quasi impietriti a incontrare quegli animalacci a grandezza naturale in uno spazio che di naturale ha ben poco, destinato com’è stato da sempre, anche se ormai non più, a ospedale meccanico.

Naturalmente non sappiamo quale sarà la nostra reazione a ritornarci in qualche futura inaugurazione (già si avverte una cert’aria intellettual-mondana nell’arredo di bambù e piante esotiche che stanno allestendo in cortile).

Per fortuna all’ingresso c’è ancora, avvinghiata alla saracinesca, una decrepita vite gemellata a un esile nespolo: umili piante, giuste per ricordare il passato modesto di un vecchio capannone ormai destinato a diventare un moderno loft con un nuovo nome: Pratibus District. 


 

Maxxi. Già che c’eravamo abbiamo fatto anche una puntatina al Maxxi, che non è lontano.

C’è in mostra una selezione di opere recenti, donate o acquisite: una strenna di giocattoli per adulti. Grandi dimensioni, colori accesissimi, luci accecanti. Se l’arte figurativa producesse anche suoni ascolteremmo un concitato parlottio con qualche schiamazzo qua e là, tanto per farsi notare, e un grande sgomitare per uscire dalla massa.

Per fortuna il perfetto silenzio ci ha dato il tempo per la solita, magari vecchia ma ogni volta rinnovata conclusione: in quel museo l’opera d’arte non è quella in esposizione, è il contenitore stesso con i suoi spazi così avvolgenti e morbidi. Il ripieno conta davvero poco.

Un salto dall’altra parte del cortile, all’Extra Maxxi dove al primo piano (ascensore guasto, of course) varie sale ospitano una completissima mostra di Zerocalcare.

Anche qui una considerazione ci risale in gola, quasi un rigurgito gastrico: che senso ha andare a scrutare, attaccate alle pareti, le tavole di disegni, belli, che possiamo vedere nella loro naturale destinazione, cioè le pagine, di solito di grande formato di un fumetto (pardon: graphic novel), magari comodi in poltrona a casa, o semplicemente seduti al bar davanti a un cappuccino?

Naturalmente nessun valore vogliamo togliere all’argutissima mano dell’autore, che è acuto e attento, come sappiamo tutti. La nostra punzecchiatura è solo per il tipo di scelta, che a nostro parere non funziona proprio perché superflua nel suo sforzo di raggiungere uno scopo che non serve.

E adesso, lasciamo da parte i fumetti e buttiamo un occhio sulla splendida monocroma architettura del Maxxi ravvivata solo dal dorato colore del tramonto riflesso nella vetrata.

 

E’ o non è un capolavoro? 

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Cronicizzazioni e predazioni


Quattro anni fa scrivevamo:

“La situazione clinica è grave. Mica la nostra personale, anche se l’anagrafe procede implacabile nel suo cammino. Parliamo di quella di Roma.

Per nostra fortuna abitiamo una città da secoli ricca di storia e arte ma non priva di problemi. Quello di oggi è l’acquitrino nel quale è immerso come un Titanic colpito e affondato ma ancora coronato di orgogliosi cipressi e oleandri, uno dei più insigni monumenti di Roma, il mausoleo di Augusto.

Il misfatto idrico si è verificato il 19 agosto 2014, quando tutto doveva essere pronto, dopo anni di abbandono e di imbarazzante incuria, per il bimillennario della morte dell’Imperatore.             

 

Proprio quel giorno da qualche parte si ruppe un tubo e la zona si allagò. La situazione si cronicizzò subito, come quasi sempre accade nella nostra inefficiente plurisecolare metropoli, e così è rimasta. Impaludata (la situazione e il monumento)”.

 

Dissolvenza e passaggio di tempo. Siamo nel 2018 e a girare da quelle parti, specialmente di sera, il panorama è notevolmente cambiato.

Un’elegantissima, elaborata recinzione avvolge tutta la zona: cipressi illuminati con sapienza, scritte che richiamano i tempi imperiali, foto e ologrammi che cambiano orientamento al ritmo di voci e musiche evocative, a nostro parere non sempre azzeccate (accanto al solito Respighi, che comunque lo metti, a Roma va bene, ci scappa ogni tanto un Rachmaninoff che di antico romano ha pochino).

Insomma, adesso la faccenda è molto migliorata, e ci spinge a immaginare che qualcuno stia lavorando davvero per sistemare le cose.

 

Come dicevamo prima, speriamo che la perfida anagrafe sempre in agguato non ci tolga di mezzo prima di vedere il lavoro finito.


 

Viriamo su a un altro argomento. Qualche giorno fa, passando al Circo Massimo, ci è venuta la curiosità di sapere che fine avesse fatto l’obelisco di Axum, preda di guerra nostrana dopo l’aggressione all’Etiopia negli anni ’30, rimasto dritto lì davanti alla FAO per una settantina di anni e poi scomparso.

Ci siamo informati e abbiamo scoperto che è stato restituito! Beh, è uno dei pochissimi casi in cui il predatore ha dovuto mollare l’osso. Ma è ovvio dedurre che a questo bel gesto l’Italia è stata costretta perché aveva perso la guerra.

Altrimenti…

Il Partenone: 26 settembre 1687. Le truppe veneziane stanno assediando Atene, che in quel momento è turca. Parte una cannonata veneta (una canonada, ciò) che cade sul tetto del Partenone. Lo sfonda, e con un gran botto salta in aria il monumento più bello e famoso del mondo occidentale. Il fatto è che i turchi ci avevano piazzato un deposito di polvere da sparo.

Duecent’anni dopo, il console inglese ad Atene, Lord Elgin si rende conto di cosa c’è sotto i calcinacci, rimasti ammucchiati in una specie di discarica storica, e un po’ compra, un po’ ruba; fatto sta che da allora una parte di quelle straordinarie sculture è andata a cronicizzarsi al sicuro al British Museum, e lì resterà per sempre, speriamo, malgrado le richieste di restituzione.

A pensarci bene è un po’ sempre la stessa storia: Augusto preleva un obelisco in Egitto, lo porta a Roma e lì il pietrone si cronicizza nel Circo; un qualche papa scava un Laocoonte e se lo piazza a palazzo, dove il capolavoro mette radici; Napoleone trova a Brera un quadro di suo gradimento e se lo porta a Parigi e da quella parete del Louvre nessuno lo stacca più.

Noi siamo fieramente favorevoli a che le opere d’arte continuino la loro vita anche lontane da casa, purché protette e visibili a tutti. Ci pare sciocco, per esempio, che due bronzi talmente strepitosi da essere diventati, appena scoperti, delle star archeologiche, li abbiano trasferiti in un museo fuori mano, a Reggio Calabria, solo perché sono spuntati dal mare a Riace, due passi da lì. 

A Roma, dopo il restauro, c’erano chilometri di fila per vederli; a Reggio, e ci siamo passati un paio di volte: il museo che li ospita, carino, e pure antisismico, lo abbiamo trovato quasi sempre vuoto. Cosa è meglio?

 

 

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Nomen omen


A Roma, accanto alla chiesa di S. Agostino, c’è la Biblioteca Angelica, uno di quei magnifici saloni stipati fino al soffitto di libri, manoscritti, incunaboli, che sono, per nostra fortuna, piuttosto diffusi in città. Fondata nel 1604 è la più antica libreria pubblica del mondo e ospita fra i suoi centoottantamila volumi la più vecchia Divina Commedia stampata in Italia.

Nell’ambito dell’iniziativa “All routes lead to Rome” ci presentano l’Atlante dell’Appennino, una pubblicazione zeppa di informazioni utili per il tecnico ma anche per il normale turista (normale ma curioso, beninteso).

E fin qui ci siamo limitati alle notizie storiche e istituzionali. Adesso viene il bello.

Si parla, è chiaro, di geologia, di geografia, di territorio, di agricoltura, di insediamenti umani; insomma si parla, anzi si scrive della terra e di tutto quello che c’è sopra e sotto.

Irresistibilmente collegati al tema, ecco sbocciare, man mano che si procede nella presentazione, i nomi dei collaboratori (liberi tutti di sorridere, senza sarcasmo naturalmente, ma con un po’ di ironia, sì).

C’è Domenico PAPPATERRA, presidente del Parco Nazionale del Pollino; c’è Sergio PAGLIALUNGA, direttore del Parco delle Foreste Casentinesi; c’è Domenico STURABOTTI, che purtroppo non è il sovrintendente alla viticultura di zona, come ci piacerebbe per continuare il nostro gioco, ma il direttore di Symbola, che pubblica l’atlante.

E non è finita qui. Anche se con riferimenti meno precisi sui nomi, ci sono Marco AGLIATA, collaboratore di redazione (e non esperto di gustose salse della gastronomia appenninica, come vorremmo), Paolo PIGLIACELLI, anch’egli collaboratore al testo, e non invece storico della caccia ai volatili di passo (con seguito di polenta e osei di buona memoria) e finalmente Maria Laura FABBRI, che non si occupa di artigianato del metallo, ma scrive anche lei sull’atlante.

Verrebbe da ripensare a una di quelle burle sui nomi, magari in versi, che a suo tempo faceva il Corriere dei Piccoli, invece è tutto vero. Volendo controllare, abbiamo l’invito nel cassetto.


 

Sassi antichi e moderni.

Nei cavernosi sotterranei della Crypta Balbi, un teatro costruito solo sedici secoli prima dell’apertura dell’Angelica, c’è una bella umidità (per forza, siamo a sei metri sotto il livello della Roma attuale) e c’è anche qualche frammento di sasso romano, ma davvero niente di importante.

Anche perché tutta l’area dove sorgeva il Teatro di Balbo, nei secoli seguenti al crollo dell’Impero è stata usata prima come cava di materiale, poi come discarica, poi ancora come sede di piccoli laboratori artigianali e infine, pessima degenerazione, come calcara, quelle fornaci dove si cuoceva il marmo (lapidi iscritte, cornicioni scolpiti, addirittura statue) per farci la calce; quindi anche la più piccola scheggia di qualsiasi materiale riutilizzabile ha fatto da tempo una brutta fine.
Bene, in questo sprofondo il Museo Nazionale Romano, padrone di casa, ospita la galleria Gagosian con un’opera di una sua artista, Sarah Sze. Si tratta di un grossissimo sasso moderno (cioè, il sasso è
naturalmente antichissimo; quello che è moderno è il suo uso) spaccato in due, con stampato su ogni superficie l’identico tramonto digitale a vivi colori.

Visto dall’alto e nella penombra dello scavo l’effetto è spettacolare; la gente però pare perplessa, come del resto ci siamo sentiti anche noi, anzi, più che perplessi, fuori sesto.

Finché, risaliti al livello della strada, dove c’è il museo, e con tutto il rispetto per i tentativi di linguaggio contemporanei, siano essi digitali o geologici, abbiamo riacquistato un po’ del nostro equilibrio fermandoci in sobria ammirazione di questo capitello romano, certamente meno audace del sasso spaccato, ma così mirabilmente armonioso nel suo artigianale, artistico, minuzioso, devoto lavoro da risultare irresistibile.

 

E’ chiaro che dopo questa confessione una cosa è certa: siamo dei dannati borghesi. Speriamo solo che Gagosian non lo venga a sapere.


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L'acido capronico


Con un pizzico di audace immaginazione ognuno di noi potrebbe buttarsi a indovinare dove sia reperibile l’acido grasso saturo che ci fornisce il titolo per questo articoletto. Ve lo diciamo noi che lo abbiamo appena saputo: nel sudore umano, oltre che nei formaggi, nel burro e nei grassi del latte.

Un passo indietro: questa settimana ricomincia la rassegna organizzata ogni anno da DermArt con un incontro intitolato “Odore della pelle – sudore e profumi”. Queste serate, condotte magistralmente dal dermatologo artista Massimo Papi, sviscerano, talvolta servendoci informazioni e soprattutto immagini raccapriccianti, i problemi, appunto, della pelle, l’organo che rappresenta il tramite e spesso la barriera del contatto fra l’individuo e i suoi simili. E il messaggio che, prima del contatto materiale comincia ad arrivare anche da (relativamente) lontano è l’odore.

Prima di procedere, è d’obbligo citare le poche righe con le quali si apre il libro meritatamente famoso, divertente e istruttivo di Süskind “Il profumo”.

“Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti guasti e i corpi di formaggio vecchio, di latte acido, di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.
Andando indietro ancora di qualche anno, pare che il Re Sole, non abbia mai fatto un bagno in vita sua. E raccontano che Michelangelo, in tutto il periodo in cui lavorava arrampicato sulle impalcature della Cappella Sistina, non si sia mai sfilato gli stivali dai piedi. D’altra parte l’odore doveva essere da sempre un’abitudine accettata se nella cattedrale di Ravenna abbiamo la Madonna del Sudore e a Roma, nel Foro, i resti dell’altare a Venere Cloacina, protettrice delle fogne (e dei loro miasmi, presumiamo).

Per fortuna, da allora le cose sono un po’ cambiate, ma guai ad allentare la guardia, perché, va bene che il sudore è per il 99% acqua, ma il residuo 1% può fare danni irreparabili alla socializzazione. E anche al benessere personale: funghi, batteri, irritazioni, dermatiti e chi più ne ha più ne metta.

E l’odore di santità? Qui siamo al buio: DermArt non affronta l’argomento. Il profumo di rose delle stimmate di Padre Pio (lo testimonia nientemeno che il cantante Povia), quello di incenso di San Policarpo (avvertito dai suoi carnefici mentre lo bruciavano vivo), quello generico di fiori di Santa Teresa d’Avila. A rischio di ripeterci dichiariamo che per noi la materia rimane oscura.  

 

La riunione si conclude in gloria con la presentazione e la descrizione della piramide olfattiva da parte del profumiere Mauro Lorenzi presente in sala con campioni dei suoi prodotti. Si divide in tre zone: la testa (il 10% del tutto) che è la componente del profumo che colpisce appena si attiva il naso; il cuore (20%), quella parte che lascia una scia nell’ambiente e diffonde l’impressione. Il rimanente 70% è il fondo, la memoria del profumo, quella che se senti odore di pane appena sfornato ti fa tornare a quando avevi nove anni e le merende erano molto più buone di adesso. Oppure, con qualche anno di più, a quella tale colonia che ti riporta al cuore il primo amore.



RomaFestivalBarocco

Si sentono le tiorbe! Che sembra una sciocchezza a dirla così, ma per il frequentatore abituale dei concerti di musica barocca discernere a più di tre metri i fiochi suoni di questi antichi strumenti, ora quasi completamente estinti, è un miracolo.

Eravamo nella chiesa di S. Apollinare per la prima serata della rassegna RomaFestivalBarocco, una serie di concerti basati su partiture barocche già note o recuperate in antiche biblioteche, in questo caso i Salmi Vespertini di Virginio Mazzocchi scavati nella biblioteca del convento di S. Martino ai Monti.

Una perfetta esecuzione dell’ensemble Festina Lente diretto da Michele Gasbarro, nella perfetta ambientazione di una bellissima chiesa, con una perfetta acustica (ecco lo stupore sulle tiorbe che, come altri strumenti d’epoca presentano spesso problemi di equilibrio sonoro).

Alla fine scroscio di applausi, urla, fischi, chiamate di bis; concesso. Roba da concerto rock. Era parecchio che non ci capitava in chiesa.

In chiusura una punzecchiatina amara: nella presentazione scritta del programma la direzione del festival si dispiace MOLTO giustamente della vergognosa defezione del Comune di Roma, che nelle dieci edizioni precedenti aveva fatto il suo dovere di sponsor e quest’anno no.

Evidentemente anche i comunali si sono convinti che con la cultura non si mangia, e allora perché tirare fuori i soldi?

 

 


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Hypnos


 Alla fine del concerto di canto tradizionale Khayal che ci siamo visti al Teatro Studio Borgna del Parco della Musica martedì 6 per la seconda giornata del Festival Dipavali, due sono i punti dello spettacolo che ci sono rimasti avvitati in testa.

Il primo: il pedale.

Che con il ciclismo non c’entra niente, è una faccenda musicale. E’ la nota base che, soprattutto, ma non solo, nella musica indiana, rimane sempre la stessa durante tutta l’esecuzione, e intorno alla quale gira la melodia, che quindi non ha uno sviluppo narrativo con inizio, variazioni e fine, come in Mozart o Vasco Rossi, ma è un continuo vorticare sullo stesso perno. Ipnotico, intendiamoci, davvero molto, e suggestivo. Ma il rischio, se invece che sulle rive del Gange con uno spinello fra le dita, stai seduto in una comoda poltroncina a teatro, è di essere colpito e affondato da Hypnos. E se il brano dura una mezz’oretta buona, su sottofondo di organetto, tabla, chitarra e flauto, tutti a pedalare intorno alla stessa nota, e in più è cantato con grandi smorfie e gesticolazioni espressive, ma in hindi, per cui non capisci un accidente, è la catastrofe.

Poi c’è il kitsch.

E qui staremo bene attenti a non azzardare neanche vagamente un’analisi del significato di questa parola: molti e molto più bravi di noi lo hanno già fatto. Rimane che in queste feste orientali di musica, danza, religione c’è sempre qualcosa di troppo (per noi occidentali, è chiaro). Stavolta sul palco, oltre ai suonatori c’era addirittura un tempietto (eccolo qua). Tutto troppo colorato, troppo illuminato, troppo affollato, e poi disegni sovraccarichi proiettati sullo schermo, sciarpe, gingilli, collane, braccialetti…

A seguire ci aspettava uno spettacolo di danza Kuchipudi. Confessiamo la nostra viltà: invece di rimanere a documentarci fino in fondo siamo sgattaiolati via e siamo finiti al bar vergognosamente aggrappati a un Negroni.

 

Tipico esempio di rozzezza occidentale, il nostro.


Settimana ’68

Mercoledì 7 novembre 2018. Casa del Cinema. Si celebra il mezzo secolo dal ’68 proiettando “Galileo” della Cavani. Un film noioso, datato, didascalicissimo (tutto spiegato fino all’ultimo concetto: i buoni buonissimi, i cattivi cattivissimi), commentato da una micidiale colonna sonora di Morricone: controfagotti, trombette e pianoforti preparati: un trionfo sessantottino di quella che lui chiama musica assoluta.

Di cui ci è stata fornita un’altra dose massiccia alla radio durante tutte le 24 ore del 10 novembre, novantesimo compleanno dello stesso grande, grandissimo compositore, peraltro con una predilezione per questo tipo di suoni sgraziati, ancorché, specialmente all’epoca, molto sperimentali; per niente condiviso dal pubblico normale. Per intenderci, quello che andava al cinema pagando il biglietto, e poi, allora, comprava anche i dischi



Culturalmente inattivi.

Questo è il panorama da una finestra della Sala del Carroccio in Campidoglio, dove ci trovavamo a mezzogiorno del 9 novembre per la presentazione del progetto di una piattaforma nazionale per la “mobilità dolce” (itinerari, cammini, rotte e ciclovie italiani), un progetto che attraverso una quarantina di eventi vuole promuovere attività basate sull’economia della cultura e della bellezza.  Insomma, si tratta di andare, a piedi o in bici, ma sempre lenti, molto lenti, in giro per i posti più belli d’Italia.

Un’idea eccellente, naturalmente: di bellezze nel nostro paese ce n’è quante ne vogliamo, le intenzioni sono buone e il personale qualificato non manca. E allora dov’è il problema che ci ha fatto drizzare le orecchie?

Eccolo: il 38,8 % degli italiani sono culturalmente inattivi, testuali parole. Parole che fanno paura. Più di un italiano su tre non solo non sa cos’è la cultura ma non è capace, non vuole o magari ha addirittura paura o vergogna di informarsi su come arrivarci.

 

Questa raccapricciante percentuale è emersa nel corso della conferenza stampa, lasciandoci secchi. Ora, magari il dato non sarà proprio preciso, ma anche se fosse un po’ gonfiato ci salirebbe spontanea alle labbra un grido di cui non possiamo purtroppo rivendicare la paternità ma che troviamo assolutamente appropriato alla circostanza: “Capre!”


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Rimaniamo in sospeso


Ci siamo arrivati il 31 ottobre, zigzagando come in un videogioco fra auto schiacciate e pini abbattuti nelle recenti tempeste, sguazzando nell’antica indifferenza di Roma per tutto quello che le succede, in bene o in male. Indifferenza che fa sì che non venga mai preso nessun provvedimento veramente serio, per cui a ogni emergenza seguono esattamente e sempre le stesse conseguenze.

L’Aranciera di San Sisto era lì, bella, ariosa, confortevole per la conferenza stampa di presentazione del Festival Dipavali. E’ una grande serra in Via delle Camene, costruita a inizio secolo scorso in quella zona di Roma una volta abitata, poi abbandonata nel medio evo perché troppo periferica (Roma si era ridotta da una metropoli di un milione di abitanti a un pidocchioso villaggio di poche migliaia di persone) e recuperata in epoca fascista per ricavarne uno stradone alberato (splendido, bisogna dirlo, solo che i pini sono ormai quasi centenari e, si sa: come alberi hanno una vita breve) e un grande spazio verde davanti alle Terme di Caracalla.
Dentro, mentre un ventaccio sbatte ancora le fronde contro le vetrate, un gradevolissimo aroma di spezie esotiche proveniente da un tavolo sotto una palma in un angolo ci titilla le narici durante tutta la presentazione del Festival Indù della Luce. A fine cerimonia scopriremo che si tratta di squisite samosa e altre raffinatezze fritte.

Il Festival Dipavali si preannuncia parecchio intenso. Diviso in due giornate: la prima, lunedì, seriosa e di studio, impostata sul messaggio non violento di Gandhi nel centocinquantesimo anniversario della nascita. Qui saremo latitanti non tanto per disinteresse all’argomento quanto per questioni di tempo.

Tempo che invece dedicheremo alla seconda giornata, martedì al Teatro Studio Borgna, più frivola e appetitosa. Un concerto di canto tradizionale Khayal, poi uno spettacolo di danza Kuchipudi, e infine un’esibizione di musica Bollywood e fusion indiana. E per riallacciarci al delizioso profumino della presentazione, al ristorante del Parco della Musica ci sarà una degustazione di specialità della cucina indiana.

 

Con le orecchie dritte e l’acquolina in bocca rimaniamo per ora in sospeso.



Come andrà a finire?

Siamo tutti molto contenti che in Pakistan un giudice coraggioso abbia assolto (pare con conseguente sanguinosa rivolta dei civilissimi e garbati fondamentalisti di quelle parti che invece la vorrebbero impiccata) una povera contadina cristiana, Aasiya Noreen, accusata di blasfemia perché avrà detto chissà cosa durante un bisticcio con alcune sue compaesane islamiche e che per questo presunto reato era già in galera da parecchio.

Pur con la raccapricciante consapevolezza di quello che in alcune zona del mondo una donna rischia, quasi sempre solo per il fatto di essere donna, non possiamo non soffermarci su alcuni particolari tragicomici, anzi, quasi inverosimili della cronaca del fatto.

Insomma, pare che ad accusare la povera contadina siano state due sorelle cattive che si chiamano, leggete bene, Asma e Mafia, e che il litigio da cui è partito tutto sia scoppiato perché le ragazze musulmane avevano rifiutato un sorso d’acqua offerto dalla cristiana (la sua brocca era impura per ragioni di fede, capito?), mentre tutte lavoravano in un campo alla raccolta di “falsa” (un frutto dalla polpa agrodolce popolare da quelle parti – nome scientifico: Grewia Asiatica).

Ripetiamo: se non fosse che per scemenze del genere laggiù si rischia la pelle, ci sarebbe proprio da farci uscire da sotto i baffi una risatina incredula e bisbigliare: ma guarda che razza di nomi vanno a infilare nelle loro poesiole quelli del Corriere dei Piccoli. Tipo: “Asma e Mafia, le malvagie / della falsa alla raccolta / con menzogna disinvolta / fan l’amica condannar…”

Invece la notizia la troviamo a pagina 12 di Repubblica del 1 novembre 2018. E quindi non solo è seria, ma dovrebbe anche essere vera.

PS. Nel frattempo leggiamo che l’avvocato difensore della poveretta è stato costretto a scappare dal paese per evitare che i gentiluomini all’antica di cui sopra lo facciano fuori. Pare che stia cercando una sistemazione sicura anche per la sua famiglia in qualche nazione in Europa dove non ammazzano le persone per le loro idee.

Speriamo bene: il futuro non sembra tanto roseo neanche dalle nostre parti.

 

 

Incrociando le dita e contando su un lieto fine, rimaniamo per ora in sospeso.

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Streghe


Yoko, la strega giapponese.

Quanto ci stava antipatica mezzo secolo fa questa giapponese perfida che aveva provocato la catastrofe dei Beatles!

Tutti noi, sessantottini liberati, ma sotto sotto ancora maschietti da branco, a dare addosso a questa donna non bella, e quindi incompatibile con il ruolo di distruttrice di famiglie (chiaro che per noi il quartetto dei Beatles era una famiglia), che non conoscevamo e alla quale credevamo di essere autorizzati ad attribuire il ruolo destabilizzante sull’angelo John, che fino a quel momento ci aveva rappresentati.

Poi è successo quello che sappiamo, è passato del tempo, e martedì 23 siamo andati a trovarla, Yoko Ono, allo studio Miscetti a Trastevere.

O meglio, a vedere qualche suo video, perché lei, ovvio, non c’era. Davvero niente di speciale. Immagini certo ricercate, suoni raffinati, lei spesso canta (e forse non dovrebbe); soprattutto tempi dilatati, pause interminabili, ripetizioni stranianti autorizzate dall’intellettualismo di quei tempi che a quanto pare si trascina fino a oggi. Si sa, lei è un’artista concettuale che ha sempre seguito il suo pensiero con un certo successo, ma niente in confronto alla popolarità cosmica raggiunta attraverso l’intimità con Lennon.

E, come dicevamo prima, la presunta influenza negativa sull’equilibrio di quest’ultimo.

 

Noi siamo per l’idea che della propria vita privata ognuno è padrone, che nessuno può entrare nella testa di un altro, e se John a suo tempo aveva deciso di mollare i Beatles, vuol dire che era maturo per farlo e la colpa non è certo della strega giapponese.



Yuja, la strega cinese.

E’ bellissima, sexissima; suona meravigliosamente, praticamente seminuda, taccododici. Meravigliosamente non solo come tecnica, ma come anima, pancia, cuore. E mani naturalmente.

Le abbiamo sentito eseguire il secondo movimento del concerto in sol di Ravel, quello dove, per due minuti e mezzo dall’inizio, il pianoforte da solo fa un temino in tre quarti che potrebbe essere banalissimo, ma naturalmente è meraviglioso (Ravel banale, scherziamo?), però solo se lo si suona in un certo modo: leggerissimo ma intensissimo, ma leggiadrissimo, ma spiritualissimo. In sogno, insomma. E lei ci riesce.

E poi vai su You Tube e la trovi, Yuja Wang, che smanetta su uno stupido arrangiamento pseudo jazz della marcia turca di Mozart, con inserti ragtime: molta tecnica e naturalmente neanche una briciola di swing. E ancora peggio, ultimamente abbiamo subito una sua versione da autovelox del volo del calabrone: una follia di ridicola velocità, di inutile funambolica bravura e naturalmente bruttissima all’ascolto.

Ci ricorda un po’ quei cretini del Texas o dell’Ohio che fanno le gare a chi mangia più hot dog in meno tempo e probabilmente alla fine si ritrovano tutti insieme a vomitare nei cessi.

Chissà cos’è che spinge questa fata dell’interpretazione a diventare una strega del virtuosismo.

E c’è un suo degno compare: l’abbiamo tutti visto quel bel bagnino, pardon, quel bel violinista, tale David Garrett, che si presenta in TV come campione di velocità perché, sotto gli occhi imbambolati della Clerici, il volo del calabrone lo suona in 26” netti.

 

A pensarci bene (orrore!) anche Paganini probabilmente faceva cose del genere.



La terza strega
è l’incertezza che, non diciamo che ci paralizza, ma certo ci mette in difficoltà quando un artista non ci piace. A questo punto si tratta di capire se è lui che è una schiappa, o se siamo noi che non ci arriviamo.

Bene, un esempio giusto di questo nostro dilemma è lo scultore Leoncillo (1915-68) che abbiamo rivisto in una ricca mostra alla galleria  Apolloni il 26 ottobre.

Ecco una sua ceramica. Com’è, bella? Per noi, no. Colorata? Sì, molto. Significante? Mah. Però è un’opera che non ci lascia indifferenti. E allora vuol dire che qualcosa è.

Un unico suggerimento: studiarla.

E questo naturalmente si può riferire a un’infinità di autori che non ci gratificano l’occhio o l’orecchio, ma che in qualche modo ci mettono in subbuglio l’anima.

 

Certo ignorarli non possiamo proprio, se non altro per evitare i disagi psichici che ci potrebbe scatenare contro, appunto, la terza strega

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Brindisi e compleanno


Come reagireste se Gucci vi invitasse per un bicchiere di Ca’ del Bosco, Valentino per una coppa di Marchesi Antinori, Dolce e Gabbana per un calice di Donnafugata, e così via discorrendo, anzi trincando per un totale di 58 boutique del centro storico, tutto intorno a Piazza di Spagna?

Noi abbiamo reagito nell’unico modo saggio: abbiamo accettato l’invito, ci siamo messi in alta tenuta e via per una faccenda chiamata “La Vendemmia di Roma 2018”, con partenza alle 19.30 di giovedì 18 ottobre e arrivo dovunque la resistenza degli invitati lo consentisse.

Il progetto è semplicissimo e geniale: tutte le boutique del gran lusso italiano e internazionale sono aperte e in ognuna viene servito, insieme a squisiti bocconcini, uno (o più, a seconda della faccia tosta del richiedente) bicchieri di vino di ottime annate e di marche superiori.

Tutto di qualità tanto eccellente che, pur avendo, diciamo così, accettato (per cortesia, intendiamoci, mica per tendenza etilica) quasi ogni proposta, l’indomani neanche un filo di mal di testa.

Non c’è che dire: cosa c’è di meglio che ammirare, o anche sbeffeggiare in caso di eccesso, un collier da tre milioni di euro o una borsetta da trentamila, con in mano un bel calice gelato e senza il senso di inadeguatezza inevitabile quando uno di noi comuni mortali decide di entrare in una supergioielleria ben sapendo che non comprerà niente.

Tutti gentili, efficienti, simpatici: una serata davvero splendida, aiutata anche da un clima primaverile e, perché no, dalla magia della scalinata di Piazza di Spagna.

Se non che…

 

Se non che, in ogni salone, davanti a ogni vetrina, ci è venuto di dire, e abbiamo sentito uscire dalla bocca di molti dei nostri compagni di mondanità questa frase, che è una vera e propria condanna per la nostra stupida, sudicia e suicida città: “Che bello, sembra di stare a Milano!”


 

“Preludio dei siciliani al di sopra di ogni sospetto”.

Questo è l’arguto titolo (evidente il riferimento alle colonne sonore di “Il clan dei siciliani” e “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) di un brano che l’organista Angelo Bruzzese ha regalato a Ennio Morricone, di cui, come ormai sanno tutti, nel 2018 è scattato il novantesimo compleanno.
A festeggiarlo nella Sala Accademica di S. Cecilia, sabato 20, in una serata dal titolo: “Morricone e l’organo, un rapporto quasi sacrale” organizzata da Giorgio Carnini, organista anche lui, e dei migliori, c’era una quantità impressionante di collaboratori storici: Bruno Battisti D’Amario, Carlo Romano, Gilda Buttà, Luca Pincini e altri presenti ormai solo nel ricordo: Franco Tamponi, Dino Asciolla, con i quali (quelli vivi) il maestro ha cominciato a tirare fuori aneddoti da sala d’incisione, magari vecchi di mezzo secolo, ma raccontati con grinta e memoria infallibili.

E in più, noi che eravamo seduti proprio dietro di lui abbiamo controllato: non ha una ruga (vedere foto).

Finalmente, fra una battuta e l’altra, è venuto fuori ciò che sappiamo essere, magari non un cruccio, ma certo un pensiero sempre presente nella sua opera: il sormontabile abisso, forse solo un fosso, fra la musica di servizio (quella per il cinema, per intenderci) e la musica assoluta che per Morricone è quella da concerto.

Parlando di alcuni suoi film (La battaglia di Algeri, per esempio) il maestro ha svelato che nei temi musicali che sottolineano le scene lui spesso nasconde riferimenti colti a Bach, a Frescobaldi: “Tanto il regista manco se ne accorge, e io, con queste citazioni dalla grande musica classica riscatto me stesso e gli altri compositori per il cinema da quello che ci può essere di commerciale, anzi, di minore (proprio questa la parola usata) in quella musica”.

 

Un punto di vista interessante.

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Rhinoceros & Ecstasy


Rinoceronte.

Venerdì 12, tarda mattina. Una normale foto turistica: l’arco di Giano con dietro l’arco degli Argentari e la chiesa del Velabro. Un cipresso e un muraglione. Nessuna traccia di edifici moderni. E lì a sinistra, incongruo, un animalaccio che bruca fra i sanpietrini. Di che si tratta?

E’ un Fendi original. Rappresenta Roma: non quella di oggi, quella imperiale, che vedeva nel rhinoceros il simbolo di una forza suprema. Ed è anche il nome del progetto di salvataggio e restauro di un blocco di edifici popolari, molto sgarrupati, anzi addirittura abbandonati, rimasti al livello medievale, di parecchi metri superiore a quello romano, e risparmiati dagli scavi mussoliniani di apertura della Via del Mare.

Fendi li ha recuperati con un restauro (non ci è sembrato sensazionale) che lascia intatte ma cristallizzate le tracce del degrado delle murature esterne, mentre all’interno modernizza tutto con acciaio e vetro. Sensazionale invece è la vista dal terrazzo (il miracolo che in questa nostra città salva sempre le situazioni) che arriva dappertutto: Fori, Cupoloni, Templi, Colli e perfino i Castelli.

 

Meritano una passeggiata sia la vista che il rinoceronte.


 

Swing.

Dall’Enciclopedia della Musica Garzanti: “Swing: elemento fondamentale del jazz che definisce il gioco degli accenti, degli anticipi e dei ritardi e che non può essere assolutamente fissato sulla carta”.

Per la serata di apertura della stagione di Santa Cecilia, con la grande orchestra, il coro in camicie a quadretti, i percussionisti aggiunti, i cantanti e le ragazze vestite con abitini americani anni cinquanta, siamo stati testimoni di una impeccabile esecuzione di West Side Story di Bernstein diretta impeccabilmente da Antonio Pappano.

Impeccabile, come possono leggerla un’orchestra sinfonica e un coro classico guidati da un direttore impeccabile. E’ comunque fuori dubbio che, per nostro maggior piacere, in questo musical tutto è bellissimo: i temi, la trama (Giulietta e Romeo), i testi, l’orchestrazione e le parti solistiche.

Mancava quella sciocchezza in più, secondo noi indispensabile per questo tipo di musica; la quale sciocchezza, appunto perché non può essere assolutamente scritta (come dice la Garzantina) altrettanto assolutamente non può essere letta da un gruppone di centoventi orchestrali e coristi classici, per quanto ben diretti: lo swing.

Niente di male, intendiamoci: intanto perché la maggior parte degli spettatori (abbondanza di bastoni, teste bianche e sedie a rotelle fra il pubblico) non se n’è neanche accorta, e poi perché se il Cav. Serpente vuole proprio lo swing, invece che a Santa Cecilia dovrebbe andare in un locale che si chiama Alexanderplatz, fucina del jazz romano, e che, incidentalmente, ha appena riaperto. Ne riparleremo.

 



Ecstasy.

Ma non del tipo illecito che qualcuno, malizioso, potrebbe immaginare.

Chiude questa interessante settimana “Teresa, l’ultima estasi”, un monologo di e con Rosa Di Brigida, visto domenica 14 per la regia di Francesco D’Ascenzo nella piccola, intima, antica chiesa di Santa Maria in Monterone.

Teresa d’Avila è una donna che, in un periodo in cui quelle come lei non contavano niente, dice: “Nel coraggio non siate donne ma uomini forti… anzi, da far paura agli stessi uomini”.

Di Brigida, sola in scena con musiche e suoni audaci, con costumi e scenografie di sua pura invenzione, muore e rinasce in un’estasi umana e ultraterrena, ancor più allucinata di quanto potrebbe essere se fosse travolta dalla sostanza psicotropa del titolo.

E noi del pubblico siamo usciti da questa partecipata esperienza stupefatti anche noi, anche noi estasiati, ma per niente storditi; anzi, più ricchi.

 

 

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Spicchi autunnali di cultura


Due porte in faccia (ma siamo contentissimi), un parziale recupero (che però non ci porta a niente), un momento di insofferenza (attenzione, qui si rischia grosso!) e finalmente un concerto stupefacente per numeri e per divertimento. Queste sono le due settimane passate.

Cominciamo con le porte in faccia. Venerdì 28 settembre, al Chiostro del Bramante si inaugura la mostra “Dream”. Siccome il chiostro ce lo abbiamo sotto casa, ce la prendiamo comoda e passin passetto arriviamo all’angolo di Via della Pace: bam! una fila di mezzo chilometro a intasare i vicoli dei dintorni. Non si passa. Dopo un tentativo di attesa virtuosa, optiamo per un peccaminoso cappuccino al bar. Bene, vuol dire che la cultura, contrariamente a quello che dicono alcuni nostri ministri, tira.


E tira parecchio anche domenica 30 al MACRO, dove si inaugura l’Asilo, una proposta di museo aperto e gratuito per tutti. Non un tempio serioso da visitare sussurrando, ma uno spazio dove ogni giorno succede qualcosa di comunitario: mostre, concerti, lezioni. Senza dubbio anche questa idea piace perché la fila, come si vede, è anche più lunga, ma tutti sembrano contenti di aspettare per acchiapparne un po’, di cultura. Noi ce ne andiamo prontamente, anche perché sappiamo che torneremo per un parziale recupero.


Eccoci qui qualche giorno dopo, per l’Atelier Riace. Va in scena “Una liturgia patafisica per i matrimoni migranti”, come leggiamo sul foglietto di accompagnamento alla cerimonia, che comincia con una monotona (voluta, ci auguriamo, ma non ne siamo tanto sicuri) accoppiata di canto e organetto indiano, per proseguire con una farsesca cerimonia nuziale, officiata da un barbuto in velo di tulle, fra coppie eterogenee autodichiaratesi, che dopo la benedizione fanno una miniprocessione nuziale nell’immenso salone del MACRO.

L’intenzione che filtra dalle paginette della presentazione e serpeggia nell’azione ci pare sia attirare l’attenzione su Riace, il suo sindaco, i migranti e il razzismo rampante.

 

Lodevole; peccato che la faccenda ricordi molto di più una cerimonia goliardica, di quelle che si facevano una volta ai danni delle matricole. Insomma, certo, anche il tema più serio può essere messo in burletta, però forse non così.


Sull’argomento successivo, massima cautela. Si tratta della magnifica mostra organizzata al teatro Valle in omaggio e in memoria di Paolo Poli. L’allestimento è di gran gusto, lo spazio, con quei velluti e dorature del teatro che ha ancora tutta la sua patina ottocentesca (ma non era cadente, anzi, praticamente caduto?) è quanto di meglio si possa immaginare come ambiente dove esporre i magnifici costumi, le bellissime fotografie, i geniali bozzetti delle scenografie.

E in più, in sala e dai palchetti, numerosi schermi trasmettono in loop i videini, le canzoncine, i monologhini, le poesiole che hanno riempito i sessant’anni della carriera teatrale di Poli. A un certo punto della visita, però, succede qualcosa. Non sappiamo perché (o forse lo sappiamo benissimo: troppa glassa rovina anche il pandispagna migliore) dopo aver ascoltato “Vieni, pesciolino mio diletto, vieni…” o “La vispa Teresa avea fra l’erbetta…” e altri innumerevoli numeri tutti recitati (benissimo) con quel birignao suo così personale, cantati (benissimo) con quella sua vocina da zanzarone smanceroso, accompagnati (benissimo) da gesticolamenti di mani ben bene affettati, ci viene un po’ di nausea.

 

Troppo Poli. E’ normale?



Sabato 6 ottobre, colpo di scena. Nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, per la rassegna “Un organo per Roma”, abbiamo l’Orchestra di Flauti del Conservatorio raccolta a singolar (anzi, plural) tenzone con l’organo.

Nel corridoio che affianca la sala trillano come esercizi di riscaldamento la marcetta dei sette nani e quella dei tre porcellini mentre una folla di pifferai magici, in realtà quasi tutti graziose ragazze, aspettano di andare in scena, dove ci serviranno, in un repertorio contemporaneo, sonorità piuttosto inconsuete.

Si tratta di una sessantina fra ottavini, flauti in do, in sol, e perfino un minaccioso (e soprattutto inutile, come sono spesso gli strumenti ai due estremi della famiglia) flauto contrabbasso, dal quale, per provare a farci capire qualcosa, è riuscito a estrarre qualche doloroso muggito il pifferaio capo, Franz Albanese (che dirigeva anche l’orchestra).

 

Sessanta flauti tutti insieme non sono uno scherzo Se però sono suonati così bene diventano uno scherzo ben riuscito.


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Il fascino dell'ulcera


A Roma, a Trastevere, c’è un luminoso esempio dell’architettura di regime: la sede della Gioventù Italiana del Littorio - GIL (ora naturalmente Ex). E’ un edificio vestito di quella essenziale bellezza lineare che avevano raggiunto i palazzi pubblici nella prima metà degli anni trenta, soprattutto quando la loro progettazione era messa in mano a gente in gamba, come in questo caso Luigi Moretti.

Poi, certo, il fascio, tanto bravo a scegliere i propri architetti, cadeva nell’eccessivo quando si impuntava a voler piazzare a tutti i costi i sui messaggi politici su ogni superficie possibile, come questo pannello marmoreo che copre un’intera parete del salone di ingresso. Trionfali “Noi tireremo diritto” e recriminatorie “Sanzioni”, inique o no, con l’inevitabile “M” a incorniciare la carta dell’Africa e le colonie appena conquistate

Noi eravamo lì non per ragioni nostalgiche, ma per festeggiare la decima edizione della rassegna “DermArt”, la geniale invenzione con la quale Massimo Papi, dermatologo, ogni anno ci racconta le malattie della pelle attraverso il confronto con l’arte visuale.

E’ un appuntamento al quale, come speriamo non abbiano dimenticato i nostri lettori, noi non manchiamo mai perché la sua formula, ripetiamo, geniale, ci porta a vedere con occhio di terapeuta, e quindi per la maggior parte di noi nuovo, i capolavori della pittura mondiale (unghie deformi, pelli macchiate, verruche, nei e molteplici altre imperfezioni), mentre con l’analisi clinica ci accompagna, viziandoci quasi, nella morbosa attrazione che quasi tutti noi proviamo a vedere con occhio di uomo qualunque, stavolta autorizzato dall’impostazione estetico culturale della faccenda, quella che potremmo senz’altro chiamare la putrefazione in vita del corpo, o meglio del suo involucro esterno, la pelle, che è il primo spazio su cui il profano vede e identifica la malattia.

In altre parole, un intervento su un rene o sui polmoni ci fa entrare nell’interno del corpo, cioè in un terreno che nessuna persona normale riconosce (brandelli di muscoli, vasi, nervi e budelli, sanguinolenti o no, ma non familiari e quindi non emozionanti) mentre tutto quello che riguarda la pelle è immediatamente percepito perché a noi familiare, e perciò anche lo spettatore non competente ci si può tuffare con tutti i brividi del caso: ribrezzo, paura, orrore, ma comunque sempre con partecipazione.

 

Appunto: il fascino dell’ulcera.


 

Una coincidenza a dir poco sorprendente.

 

Oggi 20 settembre 2018 è festa grande con messa solenne, ostensione delle reliquie e processione con banda presso la chiesa di San Salvatore in Lauro, il cui parroco è da sempre uno sfegatato ammiratore di Padre Pio.

 Sono cent’anni esatti dal giorno in cui al Santo da Pietrelcina furono imposte le Stimmate.

Su questo argomento, malgrado il seguito sempre crescente che lui ha raccolto nel gregge dei fedeli, negli anni si sono susseguite furiose polemiche: queste famose stimmate sono frutto di uno stato di isteria morbosa e quindi autoimposte e magari mantenute o aggravate con la somministrazione di pozioni, come hanno testimoniato fior di medici? Oppure sono l’imperscrutabile frutto della volontà divina che ha scelto come portatore del suo verbo il frate, come ha testimoniato nientemeno che il penultimo Papa facendolo santo?

Naturalmente queste considerazioni sono decisamente un po’ troppo elevate per noi, che sull’argomento siamo impreparati e non sapremmo come gestirle. Ci colpisce invece la coincidenza a dir poco sorprendente delle date.

Perché il 20 settembre è, sì la prima apparizione delle stimmate su mani e piedi di Padre Pio, strepitosa e incomprensibile manifestazione di potere sovrannaturale di Dio e della sua chiesa, ma è anche la data della presa di Porta Pia, cioè della fine del potere per niente sovrannaturale, ma naturalissimo, anzi temporale della chiesa stessa. Espiazione?

 

O una coincidenza voluta dal supremo? O dallo stesso Padre Pio? O solo dal caso? Mah!

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Accidenti, è di nuovo lunedì


Proprio così: la settimana è passata, ed eccoci qui: storditi per tutte le cose utili o inutili che abbiamo visto e fatto, nessuna delle quali meritevole della perfida attenzione del Cavalier Serpente.

Ci sentiamo come questa incredibile bottega, così bulimicamente gremita di libri che c’entra, a stento, solo il proprietario (un signore che non deve avere tutte le rotelle a
posto) e gli acquisti si fanno dall’esterno.

E quindi nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa.

di nessuno capisce niente di quello che c’è dentro (neanche il libraio, ne siamo certi). Come nella nostra testa


Siamo molto molto arrabbiati; e chiaramente si vede da questo nostro profilo. E’ evidente che ci siamo lasciati sfuggire la situazione di mano, scontentando in questo modo  noi stessi e i lettori, che, nella nostra ingenua, ma anche perversa mania di grandezza, immaginiamo spasmodicamente attaccati al loro computer ogni lunedì in attesa di essere stimolati dalle nostre esternazioni


E’ spiacevole trovarsi così a mal partito, praticamente handicappati da questa mancanza di notizie da riferire, proprio come un poveretto che si trovi privato dell’uso di una gamba e debba ricorrere a una stampella per trascinarsi faticosamente in giro, finché non capita al Santuario, e il titolare gli fa il miracolo di restituirgli l’arto sano, in cambio del quale lui lascerà come testimonianza il sussidio ortopedico.

 

Ci siamo stati anche noi, da storpi in cerca del prodigio, ma non è successo niente: la stampella ce la siamo riportata a casa.


…e allora che fare?

Perché una cosa è sicura: il Cav. Serpente non vuole fare la figura del macaco, sempre rispettando la suscettibilità di questa degna bestiola che ci dicono essere sull’orlo dell’estinzione e che probabilmente non gradirebbe, se lo sapesse, essere usata come termine di paragone nel giudicare l’umana scempiaggine.

 

(Nota per gli amici zoologi: non siamo affatto sicuri che il signore ritratto qui a sinistra sia un macaco. Speriamo che ci scuserete il più che probabile scambio di identità: ci serviva per il nostro discorsetto).

 

Ci rimane solo una cosa per salvare, se non la serietà dell’impresa, almeno il rapporto con gli amici lettori: prostrarci in ginocchio e invocare la loro benevolenza.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa…

 

 

 

 

Tanto per non lasciarvi a brancolare nel buio, le foto sono:

 l. La libreria S. Agostino, di fronte all’omonima chiesa, una bottega deve non entra un foglio di più di quelli che già ci sono stipati.

2. Il monumento di Goethe a Villa Borghese (il profilo è quello di Mefistofele).

3. Il Santuario del Divino Amore, reparto storpi miracolati.

4. Una scimmia in via di estinzione, dalla mostra Photo Ark al Parco della Musica.

5. Un bassorilievo nel battistero di S. Giovanni in Laterano.

 

 

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Figli dei Flowers


Mercoledì 5 settembre ci siamo trovati con un bel gruppo di ex a salutare Lindsay Kemp nel cimitero acattolico a Porta San Paolo. Ex sessantottini, ex fricchettoni, ex figli dei fiori, anzi, dei Flowers.

Il cimitero è un giardino di grande suggestione, dietro la Piramide Cestia, uno dei pochi spazi campestri rimasti entro le Mura Aureliane. Nato tempo fa come concessione benevola, ma anche politica, del Papa che non voleva dare alloggio nei suoi cimiteri istituzionali a stranieri senza dio, ma d’altra parte non poteva scontentare principi e re non cattolici che avevano ambasciate a Roma e ogni tanto qualcuno dovevano seppellirlo anche loro.

 

Fra le altre c’è la tomba di un personaggio oscuro, August, figlio di uno invece molto più famoso, Wolfgang. Situazione pesante quella del ragazzo, tanto è vero che al poveretto sulla lapide non hanno neanche riconosciuto il diritto a un nome di battesimo: è segnalato semplicemente come
Goethe Filius.

Una festa di saluti nella angusta cappella che occupa un angolo dello spazio verde. Ricordi, rimpianti e le canzoni di Edith Piaf, che non mancano mai in questo genere di cerimonie. E un ignoto amico in bianco costume da guru, qui ripreso mentre svanisce fra le fronde.

Certo, ogni volta che partecipiamo a queste riunioni laiche ci delude la mancanza dell’arte bella, dell’antica sapienza cerimoniale e dell’aura spirituale di una chiesa cattolica. Siamo tutto tranne che osservanti, ma la morte nessuno la sa celebrare meglio di loro.

All’uscita, affacciati sulla parte più antica del cimitero, ci è caduto l’occhio su questo ineffabile cartello; lo abbiamo letto, abbiamo immaginato qualche parente inconsolabile sorpreso dai guardiani in flagrante dispersione di ceneri e abbiamo sorriso; ma poi non abbiamo resistito alla tentazione e, click!

E, a proposito di cerimonie…

 



…non basta saper suonare.

“Jammin’”, rassegna del St Louis College of Music, Teatro Studio Borgna, giovedì 6 settembre.

Un concerto molto interessante: tre gruppi di giovani musicisti, uno più bravo dell’altro (vogliamo segnalare in particolare i Conversessions), che hanno suonato temi di straordinaria complessità melodica e armonica, con continui ed eleganti cambi di ritmo e di atmosfera, intrecciati a soli lirici e funambolici.

Insomma, uno spettacolo assolutamente meritevole. Musicalmente.


Quando si registra in studio l’unica cosa che conta è la musica. Con un bravo fonico tutto finisce su un supporto e lì rimane immutabile e, si spera, per sempre.

Ma quando si sale sul palco la faccenda cambia. Non c’è più solo la musica, ci sono altri fatti che in studio non contano: le parole e i nomi con cui ci si presenta (che spesso, forse per timidezza, escono biascicati e incomprensibili), i movimenti che si fanno (invariabilmente maldestri e senza traccia di regia) e infine i panni che si indossano.

Elementi che, per qualche imperscrutabile alchimia, questi gruppi sembrano ignorare, non considerando che il solo fatto di stare su un palcoscenico significa partecipare a una cerimonia che ha, per l’appunto, le sue regole.

Va bene non indossare smoking o giacchette a righe tutte uguali che fanno tanto complessino da night anni ’60, però sfugge alla nostra comprensione perché mai un giovane musicista, bravo, di bella presenza e in più investito, che se ne renda conto o no, della missione di trasmettere arte al pubblico, per andare a suonare debba buttarsi addosso stracci che neanche uno spazzino delle favelas di Nairobi o un bagnino di Ostia Lido…

Che sia una sfida a noi bacucchi tradizionalisti?

 

 

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Un pollaio a Palazzo Madama


Il turista con un minimo di sensibilità estetica che ha appena fatto un giro intorno alle mirabili fontane di Piazza Navona è probabilmente sull’orlo della famosa sindrome di Stendhal e avrebbe bisogno di un’oretta per riprendersi, magari seduto al bar Tre Scalini davanti a un bel tartufo gelato.

Se invece decide di rischiare il tutto per tutto e proseguire in direzione del Panteon, dovrà per forza prendere la Corsia Agonale, che dalla piazza porta davanti all’ingresso di Palazzo Madama.

Il quale, malgrado il nome apparentemente frivolo (in origine era destinato non a Madama Italia, che ancora non esisteva, ma a Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici, detta appunto “La Madama”) oggi è sede del Senato della Repubblica: come dire, il luogo più rappresentativo della nazione.


Per la sicurezza dei senatori un’auto dei carabinieri è sempre parcheggiata lì di fronte. In più esiste una barriera di prezioso ferro satinato montata lungo il marciapiede e, per ulteriore garanzia, proprio allo  sbocco della Corsia Agonale di fronte al palazzo, c’è un cancello dello stesso materiale pregiato, con SPQR impresso sui piccoli stemmi all’incrocio delle transenne.

 

In caso di sommosse popolari, questo bel manufatto può essere chiuso dalle forze dell’ordine in modo da bloccare eventuali cortei di facinorosi diretti, appunto, al Senato.

Ma in un normale pomeriggio d’estate, con tutti i romani al mare e pochi turisti a spasso, l’artistico sbarramento metallico ovviamente non serve. Allora, tenendo bene in mente il decoro dovuto al luogo istituzionale e l’immagine da offrire agli stranieri in visita, come si regolano gli addetti alla sicurezza, (qualche fantasioso factotum del Senato, immaginiamo; o magari un poliziotto di servizio) per tenere aperto il cancello?

Ecco: legando alla bell’e meglio le nobili bronzee ante con un pezzo di cavetto elettrico. Neanche in un pollaio.

 

Un perfetto monumento all’attuale (o forse eterna?) cialtroneria della nostra città.



…e una jungla in cortile

Tranquilli, non ci siamo spostati in Amazzonia. Stiamo sempre nel Lazio, sulla Via Tiberina, a una trentina di chilometri da Roma, fra le rovine della Colonia Julia Felix Lucus Feroniae. Un sito archeologico modesto, certo nulla in confronto al Foro Romano, ma benedetto da un’arcaica solitudine, anche se è a un passo dall’Autostrada del Sole, e da un bucolico profumo di mentuccia.

 

Quello che manca all’esterno lo troviamo all’interno del piccolo ma perfetto museo che accoglie il visitatore (letteralmente “il” e non “i”: eravamo gli unici esseri umani oltre la gentile custode, sia fuori, sui prati seminati di pochi marmi, sia dentro le sale). Ingresso libero, confortevole aria condizionata, un ragionato itinerario di visita, vetrine bene illuminate e illuminanti didascalie, e soprattutto pezzi di scultura strepitosi, fra cui questo magnifico bassorilievo recuperato dalla sontuosa Tomba del Gladiatore recentemente scoperta lì vicino e sottratta ai tombaroli.


E allora, se tutto è così perfetto, qual è il nesso con il cavetto del Senato? C’è, non dubitate, perché basta, dall’interno impeccabile delle sale (e senza responsabilità, ci teniamo a dirlo, del personale) affacciarsi al cortile, ed eccoci sprofondati nella foresta vergine, come nei libri di avventura per ragazzi.

Anche sforzando l’occhio, s’intravvedono appena, celati dalla vegetazione esuberante, un bel po’ di rocchi di colonna, capitelli, cornicioni: frammenti di un certo interesse; ma sono irraggiungibili.

Esattamente quello che succede a chiunque, in questo sfortunato incivile momento storico, si avventuri in un parco di Roma, o addirittura osi salire su una normalissima aiuola spartitraffico; va a finire che si smarrisce inghiottito dall’erba che arriva al petto.

Basterebbe un umile giardiniere con un umile decespugliatore e tutto sarebbe, in un attimo, di nuovo umilmente civile.

Quello che manca non è l’uomo o l’attrezzo. Né, nel caso del Senato, una decorosa catenella assortita al resto.

E’ il pensiero che manca.

 

 

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Il diavolo e le sottane

 

(Replica da “L’ostia fritta” del 3 settembre 2012)                            
C’è a Roma, ai piedi del Palatino, la chiesa di S. Anastasia. Qui, appoggiate alle pareti, stanno otto stupende colonne romane di scavo: sette di un bel marmo color miele con screziature bruno violette. L’ottava è di un elegantissimo grigio striato di bianco, magnifica.

Ma, invece di sdilinquirci come facciamo di solito dietro a marmi e sassi assortiti, oggi, 3 settembre 2012, il vero oggetto a cui dedicare la nostra attenzione lo troviamo nella navata di destra: una gran bacheca che espone, raccontati in ordine cronologico, i più clamorosi miracoli transustanziali del passato.

Per la Chiesa il miracolo eucaristico della transustanziazione, che si ripete a ogni celebrazione, è la certezza che nell’ostia e nel vino ci siano la carne e il sangue di Cristo. Ovviamente è un fatto che non si può, anzi, che non ci si deve sforzare di dimostrare. Crederci e basta, bisogna.

 

Solo che quando ci si affaccia all’indimostrabile si rischia di scivolare nel baraccone dell’ingenuo o, peggio, del grottesco. Qui ci stiamo dentro in pieno. Dalla bacheca abbiamo scelto i casi più pittoreschi, forse meno noti del miracolo di Bolsena, illustrato da Raffaello nelle Stanze Vaticane, ma molto più divertenti. 

Primo. Anno Domini 595. Miracolo di San Gregorio Magno. A messa, una donna di fede poco salda scoppia a ridere sonoramente (sottolineato nel testo) mentre si comunica. Scandalo in chiesa. Il papa blocca la funzione. A questo punto il pane dell’ostia diventa carne e comincia a sanguinare. La donna, spaventata, si pente, il papa si tranquillizza, e tutti tornano a casa felici e contenti.


Secondo. Miracolo dell’ostia fritta (non è un titolo nostro, sarebbe troppo facile. Sta scritto proprio così nella bacheca). Siamo nel nono secolo dopo Cristo. Una (attenzione) ebrea s’intrufola in chiesa, ruba un’ostia, se la porta a casa, e per sfregio, dopo aver fatto scaldare sul fuoco una bella padellata di olio, ce la butta dentro per cucinarla. Colpo di scena: l’ostia non solo non frigge, ma si mette a sanguinare inondando in poco tempo tutta la casa. Emozione al paesello. Viene convocato il vescovo, si organizza in quattro e quattr’otto una processione per espiare il sacrilegio, e il luogo del peccato è trasformato in chiesa. Della donna non si sa più niente: che ci sia da preoccuparsi un po’ per lei?


Terzo. Miracolo di San Pier Damiani; è il 1050, località sconosciuta. Una donna, cedendo a pulsioni abominevoli, per fare un maleficio a casa sua, ruba un’ostia e la porta via nascosta sotto le sottane. Qui bisogna stare attenti perché in quella zona corporea, specialmente in un’epoca in cui le mutande erano poco usate, ci possono essere dei punti molto rischiosi per un’ostia innocente. Un prete furbo se ne accorge, l’insegue, l’acchiappa e recupera l’ostia, la quale, questa volta chissà per quale misteriosa ragione, si divide in due parti, una rimane di farina, l’altra si trasforma come previsto, ma in cronaca non si parla di sanguinamento.

 

E quarto. Anno 1228, miracolo di Alatri. Una giovane suggestionata dal cattivo consiglio (continuiamo a riportare fedelmente le parole dei testi) di una malefica femmina, dopo aver ricevuto dal sacerdote il corpo sacratissimo di Cristo, lo trattiene in bocca fino al momento in cui lo può sputare fuori per nasconderlo in un panno.

Qui ci tornano in mente le minacce del nostro insegnante di catechismo che ci preparava alla prima comunione e ci aveva proibito di toccare l’ostia coi denti per non rischiare di far male a Gesù. E ricordiamo anche la sensazione di angoscioso soffocamento quando questo tondino si appiccicava al palato, perché neanche con un dito ci era permesso di scrostarlo.

 

Dopo tre giorni la giovane suggestionata va ad aprire il panno e trova, ancora una volta, la carne, e per di più freschissima. Immediata confessione e pentimento. Minaccia di punizioni efferate soprattutto per la malefica femmina a cui viene attribuito il ruolo di mandante diabolica. Però stavolta c’è il lieto fine. Dopo averle spaventate a morte, le autorità ecclesiastiche rimandano a casa le due con una ramanzina e basta.


Ci fermiamo qui, anche se ci sarebbe altro. Tutto verificabile. S. Anastasia al Circo Massimo. (La chiesa è sempre lì, la bacheca purtroppo no, sono passati sei anni, ma i resoconti dei miracoli si trovano facilmente anche in rete).

Noi non vogliamo esagerare e cadere a nostra volta nel ridicolo. Ma ci teniamo a sottolineare due punti.

Primo: quasi tutti i miracoli cessano di verificarsi appena appaiono tecniche e apparecchi capaci di registrarne una testimonianza.

Secondo, e qui stiamo messi molto peggio: le peccatrici, le dubbiose, le eretiche, le ladre sono tutte donne.

La Chiesa non si smentisce.

 

Il diavolo, c’è poco da fare, sta sempre sotto le sottane.


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Una conchiglia

(Replica dall’8 agosto 2016)

 

Esattamente due anni fa. Sentite che lirismo…

 

Un castello medievale è un po’ come la conchiglia di un mollusco marino. Parliamo naturalmente del castello militare, non di quello residenziale del Rinascimento, luogo di arte, delizie e ozio. 

Mura spesse circondano tutto lo spazio, a volte anche con un doppio giro, a difesa formidabile di quello che c’è dentro: praticamente niente (e tutto). Nell’animale si tratta di un flaccido corpo indifeso che pesa pochi grammi in confronto alla pietra del guscio. Nel castello, fra mura, torri, porte e saracinesche rimane sì e no lo spazio per un cortile e una casupola di poche stanze in cui si ammassano il signore e la sua famiglia, gli unici a dormire in un letto; gli altri tutti insieme sulla paglia: soldati e cavalli, servi e porci.

 

Così è il castello dell’Abbazia di Vulci, un guscio di pietra nera con sei torri, da una parte un fossato, e dall’altra la gola del fiume Fiora superata dal magnifico ponte etrusco-romano. 


Ci arriva voce di una nuova sistemazione del museo etrusco dell’Abbazia, e del ripristino del ponte danneggiato da una inondazione. Si parte.

Dopo una galoppata per strade e stradine fiancheggiate ormai non più dalle dorate messi che uno si aspetterebbe di vedere in una campagna che è ancora fra le meno popolate d’Italia, ma da grandi distese di pannelli solari (il contadino, che avrà anche le scarpe grosse, ma ha il cervello fino, ha capito presto da che parte arrivano i soldi), scorgiamo, come in un’inquadratura di Brancaleone, emergere, unico segno umano nella campagna deserta, le torri del castello.

Emozione. E in più, appena dentro il portone è un tuffo nel passato. L’ingresso cavernoso è segnato da nidi di rondine con i pulcini che si affacciano sul bordo in attesa dell’imbeccata; roba che non vedevamo più dalla nostra infanzia. E anche il cortile è tutto un volare e un garrire.

Il museo è come tutti i musei etruschi: vasi e vasetti: frammenti magari rarissimi, che noi non avremo mai la  pazienza, o la competenza, di esaminare uno a uno con l’attenzione che meritano. E allora non ci rimane che andare un po’ a zonzo per le stanze della rocca, stupirci per la ristrettezza dello spazio abitabile di quello che era l’unico edificio per miglia e miglia intorno e finalmente infilarci nella locanda vicina per un robusto piatto di strozzapreti alla maremmana.

 

Poi via sotto il sole, in giro per una distesa ancor più desolata rispetto alla campagna circostante e abitata solo da spettri millenari: la città, prima etrusca poi romana, di Vulci.


L’abitato antico è, anzi era, grande, ma non ne è rimasto davvero molto. Marmi, pietre, qualunque frammento riutilizzabile è stato portato via, magari per costruirci una porcilaia o un recinto per le pecore.

E, come spesso succedeva nei miserabili anni bui dopo la fine della civiltà romana, gli spazi urbani occupati da un tempio, dal foro, da una villa, o comunque segnati da una presenza umana, e grazie a essa impregnati di un vago senso di sicurezza, erano scelti per deporvi, sotto una spanna di terra, i resti di un parente, di un amico, di un semplice viandante.

Sempre meglio dell’ostile campagna infestata da animali feroci e da diavoli maligni.

Con un raro spirito di rispetto per la storia, o forse semplicemente per testimoniare il passato (o magari per una condivisibile ironia sulla pochezza della vita umana), gli archeologi che hanno esplorato l’area hanno deciso di lasciare alcune di queste sepolture là dove le avevano trovate, semplicemente grattando via quel palmo di terra che le ricopriva e proteggendole con una teca trasparente.

Così ci sono apparse.

Un sole torrido, la terra arsa e polverosa, un volo di corvi, pochi stentati fili d’erba e questi scheletri perfettamente disseccati, distesi in un sonno assolutamente naturale e tutt’altro che macabro.

Una bella lezione di eternità relativa e di insignificanza delle cose terrene.

 

 

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I sederoni di Caravaggio...e il gregge di Padre Pio

Poco rispondenti alle esigenze del soggetto sacro, secondo i committenti ecclesiastici, e questo appare evidente; inopportuni, secondo i committenti nobili,  in quanto espongono la miseria della povera gente, e anche questo colpisce l’occhio; irrispettosi, secondo i teologi perché con il loro messaggio troppo umano relegano in secondo piano quello religioso. Amen.

A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti di cosa stiamo parlando: dei sederoni di Caravaggio.

 

Basta un’occhiata alla Crocefissione di S. Pietro: eccolo là, in mezzo a tutto quel dolore, il carnefice indaffarato con chiodi e corde e con il sederone per aria e i piedi luridi. E nella meno drammatica ma sempre altamente spirituale Madonna dei pellegrini, ancora piedi sudici e ancora in PP il didietro del miserabile viandante inginocchiato  in adorazione di Maria.


Beh, anche a noi è capitata la fortuna di scattare (di nascosto, come di nascosto sembrano dipinti i quadri di Caravaggio) una immagine caravaggesca. Eccola: anche qui c’è un voluminoso fondoschiena in primo piano, quello del sacrestano che pulisce il pavimento mentre la perpetua si occupa dei lumini. E sullo sfondo, il vero fulcro religioso della composizione: Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

Si tratta di una scultura iperrealista, sulla cui qualità ci sembra opportuno sorvolare, che si trova  in una cappella di San Salvatore in Lauro, a Roma, e ci aiuta a entrare in argomento: il santo di Pietrelcina e il centenario, che cade proprio quest’anno, delle sue stimmate.

Il parroco della chiesa è un appassionato ammiratore di Padre Pio, tanto è vero che ha riempito ogni angolo di statue e reliquie del Santo.

       Che in realtà sono davvero poca cosa: i mezzi guanti macchiati di sangue, una stola, qualche oggetto di devozione quotidiana, un breviario, due attrezzi liturgici.

Sono ormai fuori moda le vere reliquie corporali, reperti anatomici che un tempo valevano oro. Quando avere in sacristia il femore di un beato, sull’altare il teschio di una vergine martire o nel tabernacolo il prepuzio essiccato di Gesù Bambino, conservato dopo la circoncisione (richiestissimo, e rivendicato da una dozzina di chiese nel mondo), era sicura garanzia di pellegrini in città, e quindi di business.

E, a proposito di santi del passato e della loro rappresentazione, c’è un fatto che emerge nelle testimonianze artistiche che ornano le chiese: fino a ieri, certo complice la mancante, incontrovertibile testimonianza della fotografia, si usava stravolgere e adeguare al mito, migliorandola, l’immagine del venerabile.


Gesù, che era un palestinese povero di duemila anni fa, non poteva che essere come lo ha rappresentato Pasolini nel Vangelo: un piccoletto esile, e scuro di pelo. Non certo quel ragazzone biondo, alto, con gli occhi azzurri e i capelli al vento in cui si è trasformato nel corso dei secoli, come testimonia proprio la scultura di S. Salvatore in Lauro.

 

Come di sicuro sono stati photoshoppati la maggior parte dei santi medievali. San Francesco pare che fosse poco più di uno e quaranta, senza denti e butterato dal vaiolo. Non è così che ce lo dipingono. Né, di sicuro, potevano essere tutte belle e giovani come le vediamo nei ritratti le sante, le beate, le martiri della fede.

E invece Padre Pio continuano a presentarcelo senza queste fantasiose migliorie. Forse non è passato abbastanza tempo, forse le sue foto da vivo sono troppo fresche per essere smentite (forse neanche servirebbe di fronte alla fama della sua santità). Certo è che nulla si è fatto per ingentilire quella sua bocca amara, quella fronte aggrottata, quelle sopracciglia minacciose, quella barbetta non proprio divina, quello sguardo così poco sereno.

 

Eppure, e forse proprio questo è il miracolo, anche se il suo pastore non ha una faccia simpatica, il gregge di Padre Pio aumenta e aumenta e aumenta…


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Cocci e coccetti


Cocci e coccetti.

Museo etrusco di Villa Giulia: sale ricolme di frammenti di ceramica, bucchero, terracotta; anche di vasi interi, ovvio, a figure geometriche e non su fondo scuro e chiaro, nere su fondo argilla, e rosse su fondo nero. Alcuni pezzi sono belli, altri bellissimi, la maggior parte sono, naturalmente, cocci da specialisti.

Sappiamo che con questa dichiarazione ci giochiamo l’amicizia degli etruscofili. E per masochisticamente rovinarci ancora di più, aggiungeremo che anche quelle figure reclinate di sposi o di guerrieri o principesse modellate nella terracotta e piazzate sui coperchi dei sarcofagi, o per meglio dire di quelle grandi urne cinerarie che all’epoca li anticipavano (vogliamo essere precisi nella nomenclatura degli oggetti, visto che stiamo mettendo la testa proprio sotto la mannaia degli appassionati) ci lasciano piuttosto indifferenti.

Ma, altolà! Prima di catalogarci fra gli zotici totali, lasciateci esprimere lo stupore, la meraviglia, quasi il tremito reverente che ci prende quando nell’ultima sala del museo, ci troviamo di fronte la magnetica figura, il movimento trattenuto dei muscoli, il sorriso astratto e nello stesso tempo ferino dell’Apollo. Ecco, qui ogni nostra insofferenza, ammettiamolo, un poco qualunquista per i cocci e i coccetti scompare perché con questa statua
emozionante entriamo nel travolgente mondo della grande arte, quello in cui non c’è bisogno di essere studiosi del ramo per essere colpiti al cuore.

Perché eravamo a Villa Giulia il 19 luglio? Per un convegno omaggio a Winkelmann, archeologo, studioso e filosofo. Il titolo del progetto, ideato da Flavio Colusso: “I naviganti del tempo”.

Verso il tramonto, alla fine dei lavori, un bel concerto dell’Ensemble Seicentonovecento. Musiche di Palestrina, Carissimi e Colusso stesso. Voci alternantisi in varie formazioni più clavicembalo, nella sorprendente acustica e altrettanto sorprendente struttura rinascimentale del ninfeo.

 

Un godimento per noi: indice (speriamo ce lo riconosciate) di una sensibilità più raffinata di quello che si poteva dedurre dalle prime righe di questa esternazione.



 

 

 

 …e incongruenze

Così, tanto per rimanere nell’antico, dopo la visita a Villa Giulia, ce ne siamo andati per l’Appia fino a quel frammento di agro romano salvato dalle costruzioni moderne che è il parco delle tombe della Via Latina.

Uno spazio senza tempo, nel senso che, passato il cancello, si entra in una fetta di romantica antichità: tombe ben conservate, ma anche ruderi di calcestruzzo che segnano il percorso della vecchia Via Latina, ancora lastricata con gli originali basoli neri, tortore tubanti sui marmi cariati e pini alla Respighi che riempiono l’aria di profumo di resina.

Tutto coerente a formare uno di quei quadri di genere che tanto piacevano ai nobili giovanetti inglesi e tedeschi quando, accompagnati da uno chaperon (un abate amico di famiglia, di solito) attraversavano le Alpi e scendevano in Italia per completare la loro signorile educazione con il grand tour.


Anche noi ci siamo sentiti dei piccoli lord fino a che, finita la nostra rievocativa contemplazione, siamo usciti da quello stesso cancello, abbiamo attraversato la strada e ci siamo trovati davanti il Chattanooga Saloon: hamburger, patatine e Coca Cola.

Questo intendiamo come incongruenza.

 

 

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Pantegana Jones


La lussureggiante vegetazione, da cui si alzano misteriosi fruscii, ricopre di un manto impenetrabile le sponde del fiume, incombe un caldo afoso, la corrente è trafitta dai cormorani a pesca di piranha. Ma… un momento! Lontane si intravvedono le arcate di Ponte Milvio. Va bene, allora giù la maschera: non siamo ai tropici, i piranha sono le anguille del Tevere (altrimenti dette ciriole), i fruscii sono quelli delle pantegane; e soprattutto noi, che non siamo Salgari, rinunciamo subito a spararci un fake, come invece pare facesse spesso l’amato scrittore della nostra infanzia.

In realtà ci eravamo avventurati sulla riva destra, all’altezza del Foro Italico, dove, fra il Lungotevere e il fiume, a mezza costa, corre Via Capoprati, un viottolo con annessa pista ciclabile, perché ci era giunta notizia del ritrovamento assolutamente casuale, durante gli scavi dell’Enel, di una villa romana del primo secolo dotata di ricchi pavimenti marmorei.

Ci siamo fermati a curiosare sul bordo dello scavo, fra lo sfrecciare di ciclisti frementi di impeto sportivo e dell’orgoglio di appartenere alla minoranza virtuosa della popolazione.

E’ un fatto: da qualche tempo il ciclista urbano (da non confondersi con i pochi esemplari sopravvissuti di quello rurale, di solito raccoglitori extracomunitari) si distingue per la quantità di accessori costosissimi con cui si addobba e per la esagerata considerazione di sé stesso, spesso degenerante in protervia, che gli deriva dal fatto di vedersi come un animale ecologico e non inquinante.

 

Niente di artistico da scoprire in trincea; solo mozziconi di muri cariati e polvere. I marmi forse ricoperti o già trasferiti. Naturalmente non ha importanza: quello che conta è accorgerci che nella nostra imprevedibile città non passa giorno senza che da sottoterra spunti una traccia del passato, magari, proprio come in questo caso, nel mezzo di un set da Tarzan (de noantri). 



BRIC à brac, The jumble of growth
(che vuol dire “il guazzabuglio della crescita”). 17 luglio alla GNAM.

Il pomeriggio è ancora bello (poi pioverà), la scalinata della GNAM è quasi un teatro: accogliente e amichevole, con, di tanto in tanto, dagli altoparlanti, un’esplosioni di ottimo bebop. Confusi su come affrontare la situazione, decidiamo di attaccare prudenzialmente con le citazioni dal materiale stampa fornitoci, da cui si ricava che “la mostra esplora la complessità dell’espressione artistica nel processo delle trasformazioni economiche, sociali e culturali globali innescato dal boom delle economie di mercato emergenti.” Che poi sono: Brasile, Russia, India, Cina. Ecco perché il BRIC del titolo è tutto maiuscolo. E’ un acronimo!
Allora trattasi di una mostra d’avanguardia. A noi sembra piuttosto una faccenda retrò (e qui ci permettiamo un gioco di parole un po’ becero, ma visto che loro giocano sul BRIC, allora noi giochiamo sul brac, pardon, sul retrò e ve lo sosteniamo con le immagini qui riprodotte).

Ci riceve sul sagrato della GNAM un imponente leone di bronzo, parte del branco che staziona da un bel po’ di tempo sui gradini; anche se la bestia è lì da prima della mostra, è retrò o no?

 

Nei saloni ci viene incontro, o dovremmo dire ci indietreggia addosso questo elefante tigrato, con zanne e proboscide regolamentari sul davanti (osservare l’immagine con attenzione), ma sul didietro, quello che ci troviamo di fronte è una ringhiante testa di tigre che gli spunta dal sedere. Anche questo è retrò, diremmo (sempre per rimanere sul becero).


Invece, colpo di scena! Un altro animaluccio in mostra, stavolta una bella pantegana, la fuoruscita ce l’ha sul muso: una trombetta da cui si sprigiona un fascio di luce.

 

E’ possibile che la nostra sia una ormai irreversibile fase senile di distacco dalla realtà: fatto sta che non ci abbiamo capito niente.

Quindi è giocoforza ritornare a citare, stavolta la pagina di Cristiana Collu, direttrice del museo: “L’arte si prende il rischio di situarsi tra bellezza e terrore, come diceva Albert Camus. E’ vero, anche se poi lui si è suicidato, ma non è questo il destino che ci attende se continuiamo a pensare di essere altro da questo pianeta?” Mah.

 


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Tutto presenti tranne i morti (col resto di uno)

 

Accademia Filarmonica Romana, Rassegna Opus, Sala Casella, 11 luglio. Un programma di nove pezzi brevi. Cinque compositori presenti (nel programma e in sala, in quanto vivi): Fausto Sebastiani, Stefano Cucci (anche eccellente direttore delle varie formazioni avvicendatesi sul palcoscenico), Ada Gentile, Nicola Piovani, Albino Taggeo. Tre assenti per causa di forza maggiore: Igor Stravinskij, Astor Piazzolla, George Gershwin. L’uno che avanza: Ennio Morricone, il quale, raggiunti i novant’anni, è ormai entrato nel limbo dei monumenti superumani. Ci hanno comunicato che avrebbe voluto venire, ma non ha potuto perché doveva dirigere un concerto delle sue musiche da film a Praga, o a Singapore, o a Los Angeles. Ci si confondono le destinazioni: il Maestro è uno che viaggia parecchio.


Un ventaglio musicale impostato, oltre che sulla qualità, anche sulla brevità dei pezzi. Specialmente nella musica contemporanea la ridotta durata delle composizioni è essenziale: spesso prime esecuzioni assolute, se sono brutte passano presto; se sono belle lasciano nelle orecchie il desiderio di riascoltarle.


Ci ha anche colpiti la cura posta sull’equilibrato loro avvicendarsi lungo il programma e sulla leggiadria non solo delle esecuzioni, ma anche delle esecutrici. Non si erano mai viste prima tante soliste così attraenti (e anche brave, garantiamo).

Però abbiamo una riserva da fare, una riserva piuttosto ruspante, su Piazzolla. Ci è stata riproposta (in un arrangiamento garbato, bisogna riconoscerlo) la solita tripletta dei suoi tanghi ormai fritti e rifritti e serviti in tutte le salse nelle apericene con danza, nell’happy hour, nelle serate etniche: “Libertango”, “Oblivion”, “Adios nonino”. Un po’ come il tris di paste che ti impongono nelle trattorie per turisti: carbonara, amatriciana e penne alla vodka. Che palle, ‘sto Piazzolla!

 

Invece, per contrasto, vogliamo dire quanto ci è piaciuta la “Polvere di suono” di Ada Gentile, la quale non solo riesce a dare dei bellissimi titoli ai suoi pezzi, ma anche a riempirci le orecchie di sonorità saporite, bene assortite, avvincenti. I suoi piatti sono ricchi ma sempre così equilibrati da farcene apprezzare tutti gli ingredienti.



Caliamoci adesso dalle supreme vette della musica alle profonde viscere della terra: alla Stazione Metro di S. Giovanni.

Il quartiere era parecchi anni che soffriva dei lavori per gli scavi, delle enormi gru in strada e dello stress dei cantieri. Ma finalmente è tutto finito: in superficie non è rimasto niente, mentre sotto fiorisce l’orgoglio cittadino per un lavoro ben fatto. Effettivamente…

Avendo letto sui giornali dell’inaugurazione trionfale, dei ritrovamenti archeologici e della creazione di un museo di arte romana a uso del viaggiatore, non poteva mancare una nostra curiosata.


Si scende di 3 piani e 30 metri giù nel sottosuolo. Sulle pareti, dei grafici scandiscono metro dopo metro la storia di Roma dai tempi dell’uomo (già romano?) delle caverne agli sventramenti fascisti. Una serie di vetrine bene illuminate con un bel po’ di reperti, magari di non straordinario valore artistico, ma storico, sì. Che raccontano qualcosa.

E in più, qua e là, sorveglianti davvero sorveglianti e non fumanti o chiacchieranti al cellulare; scale mobili davvero salenti o scendenti, tutte; scopini davvero scopanti; utenti davvero intimiditi da tanto nitore: in terra non una cicca o una cartaccia; buona illuminazione e indicazioni chiare. Pare di stare in Svizzera.

 

A questo punto: d’accordo, sopra ci saranno le buche nell’asfalto, ci saranno i mucchi di immondezza sui marciapiedi, ci sarà l’erba incolta nei parchi, ma, almeno qua sotto, a Roma i nostri complimenti non glieli possiamo proprio negare.


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Tirolesizzarsi


Oggi, 7 luglio 2018, dopo anni di oblio, il castello di Giulio II al borgo di Ostia Antica, finalmente restaurato, riapre al pubblico. Naturalmente ci siamo precipitati. E abbiamo fatto bene perché in una sola gita ci siamo chiariti ben tre temi che ci ronzano in testa in questi giorni: l’irresistibile tendenza verso la tirolesizzazione dei siti turistici, la damnatio memoriae spiegata con un esempio semplice e massiccio, e l’apparizione della pinsa nell’Agro Pontino.

 

Il castello è bello e ben tenuto. La visita guidata ci è piaciuta per quello che abbiamo visto, ma anche perché ci ha permesso di mescolarci con un gruppo di vacanzieri il cui divertimento principale ci è sembrato non fosse ammirare i massici torrioni o le profonde segrete, ma fotografarsi l’un l’altro con i caschetti gialli obbligatori in testa. 


Poi siamo usciti in giro per il borgo. Certo nell’epoca in cui fu fondato, gli abitanti mica se la passavano tanto bene: dal mare gli arrivavano piuttosto spesso i pirati saraceni, per cui tutti chiusi dentro le mura di difesa a tremare per la paura; dalle paludi sotto casa gli arrivava ogni estate la malaria, per cui bambini scheletrici e adulti gialli e febbricitanti; da dentro casa gli arrivavano le corvèe di lavoro obbligatorie imposte dal papa o da qualche vescovo suo rappresentante, per cui, giù a lavorare per i padroni, portando a casa solo le briciole.

C’era poco da stare allegri. Adesso che il borgo è diventato un’attrazione turistica, le catapecchie di una volta, di cui, sotto il nuovo vestito, si intravvede comunque la laziale miseria di fondo, si sono tirolesizzate (ultimamente, a noi, come terminologia immaginifica la Crusca ci fa un baffo) ed esibiscono biciclette, fiorellini e spalliere di rampicanti che neanche in alta Val Gardena


Invece la questione della condanna della memoria (la damnatio memoriae) non ci si era mai presentata così evidente e massiccia come su questa lapide esposta proprio davanti all’episcopio del borgo. Anche senza saper troppo il latino si capisce che questa Tutilia Rufa dichiara sul marmo (che doveva essere collocato in bella vista di fronte a un monumento importante: una tomba? un portico? un mausoleo?) che vuole dedicare l’opera a sé, a suo padre Tutilio, a sua madre Seia, e…

…e poi una manaccia sacrilega ha scalpellato via altre parole, certo un altro nome, il nome di qualcuno che doveva averla fatta grossa, molto grossa. Chiaro, la mano che ha cancellato era dello scalpellino, ma la decisione doveva essere arrivata da molto in alto. Rovinare così una lastra di marmo di Carrara, di quella bellezza e di quello spessore, che aveva viaggiato fino a quaggiù con una bella spesa, e poi era stato così ben lavorata e incisa, spendendoci un altro bel po’ di sesterzi… quel tizio doveva averla fatta grossa davvero.

Ecco, un giallo di venti secoli fa che ci piacerebbe risolvere, ma come?

 

Al bar di fronte all’ingresso del borgo ci hanno servito la pinsa romana (proprio così, con la “s”), entità gastronomica a noi finora del tutto sconosciuta: una schiacciata croccante ben coperta di varie verdure cotte. Ottima davvero. Ottimo anche il bar, che al nostro arrivo vibrava fin dall’esterno di un’orribile musica tecno. Bene, a una semplice richiesta: miracolo! La musica è stata spenta e così siamo riusciti a gustare la pinsa, accompagnati (solo!) dalle chiacchiere degli altri avventori e dalle cicale.

 

Cosa desiderare di più?

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Roma ha l'Alzheimer


Non ci sono più dubbi. E’ sulla sua cartella clinica: a quasi tremila anni di età Roma ha l’Alzheimer e non sa più chi è. Perché se lo sapesse si comporterebbe in modo molto diverso. Non si farebbe sorprendere in mutande in mezzo all’immondezza o con il trucco disfatto dopo una festa in piazza.

Non si metterebbe addosso cianfrusaglie ridicole e provinciali e arriverebbe puntuale agli appuntamenti.

Parliamo naturalmente degli ubiqui cumuli d’immondezza, della inesistente manutenzione dei luoghi pubblici, del patetico albero di natale (Spelacchio) e della ridicola lupa capitolina di verzura sull’aiuola davanti all’Altare della Patria, e infine dell’infernale maledizione del traffico sulle infernali trincee degli infernali sanpietrini, grazie ai quali i tempi di qualunque percorso (e le sospensioni, sia motoristiche che umane) risultano a rischio grave.

Insomma, Roma è una di quelle belle ma inconsapevoli vecchie che in un salotto appaiono molto decorative, ma poi non sono capaci di tornare a casa da sole. Ce lo ha fatto scoprire, con il suo concerto di compleanno il 25, l’amico Edoardo Vianello, 80 anni e in gamba, con una voce che è ancora una spada. Roma, che ne ha solo 3.000, è a pezzi. Come mai?

 

La serata, in Piazza del Campidoglio, è partita come una bomba, ha proseguito come un missile e si è conclusa dopo due ore di sapiente intrattenimento con le canzoni che conosciamo tutti. Ricordate? Negli anni ‘60 dicevano: sì, sono solo canzonette balneari simpatiche. Nel periodo dei cantautori impegnati dicevano: sì sono solo canzonette balneari sceme e non impegnate. Adesso, mezzo secolo dopo, tutti se le ricordano, le cantano, e nessuno si fa problemi. Vuol dire che erano indovinate fin dall’inizio. Niente foto del festeggiato: sono su tutti i giornali. Invece ecco il panorama della bella vecchia inconsapevole che abbiamo gustato dalla Terrazza Caffarelli, sul Campidoglio, dove, dopo lo spettacolo, c’è stata una cena squisita e bene accompagnata da ottimi vini.

 

 

Come continuiamo a ripetere, Roma è affascinante, vista da una terrazza. Caspita se lo è! Ma appena scendi e cerchi di tornare a casa, ecco i sintomi dell’Alzheimer. Rischio di morte ad attraversare la tenebrosa Piazza Venezia. Strisce pedonali svanite nel tempo. Trappole scavate nell’asfalto. Collinette di spazzatura contese fra toponi ed enormi gabbiani. Il bus arriverà? e quando? E così via, in un crescendo da inferno dantesco.


Invece la bella vecchia ne ha ancora da raccontare; a suo modo, certo…

Hanno aperto da poco un nuovo itinerario che viola, finalmente, la zona finora irraggiungibile fra i palazzi imperiali e il Circo Massimo: una passeggiata di un chilometro che ci permette di guardare dal basso in alto i formidabili piedi di quello che era il più imponente, ricco, splendido insieme architettonico di tutta l’antichità.

Devastato, derubato, spogliato per secoli, fornendo marmi e bronzi a chiese e palazzi, ma anche mattoni triturati e calce ottenuta bruciando nelle calcare capolavori di scultura, per costruire le catapecchie dei poveri bovari medievali.
Eppure, quello che rimane (in realtà niente altro che le strutture di sostegno di terrazze e terrapieni), forse proprio perché è senza il rivestimento di marmi preziosi o intonaci dipinti, sfoggia la sua potente energia e trasmette a noi che lo vediamo venti secoli dopo la incrollabile maestà di Roma.

 

Sì, però, a un certo punto l’occhio ci cade sugli sciagurati abbellimenti contemporanei del percorso. E qui si sprofonda nel gusto provinciale di cui parlavamo prima, che tende a neutralizzare, addomesticandolo, l’impatto emozionante dei giganteschi ruderi.

Insomma è come se avessero chiamato il capostazione di Vattelapesca e gli avessero affidato la decorazione del sito. Ed ecco che spuntano, con la scusa di recuperare essenze del passato: timo, lavanda, cornioli e acanti, le aiuolette con le piantine in fila e la pacciamatura di schegge di corteccia.

E’ il gusto da stazioncina decentrata che, implacabile, disneyzza, anzi, gardalandizza tutti i nostri parchi giochi, anche se destinati agli adulti.

Per fortuna non sono arrivati a tanto, ma non ci avrebbe stupito vedere, scritto a lettere di vegetazione (una siepina di bosso), magari con accanto un orologio floreale, il nome del parco: “Palatinoland”.

 

 

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Sorprese nelle chiese


Anche se non una per ogni giorno dell’anno, come dice la leggenda, le chiese di Roma sono comunque parecchie. E sono anche piene di belle cose, e di cose strane. L‘idea di andarle a cercare, queste cose belle e strane, ha cominciato a provocarci un certo pizzicorino qualche giorno fa a San Paolo fuori le Mura, una cattedrale che è un immenso bosco di colonne di tutte le dimensioni e gradi di lucidatura.

Era in corso un concerto del festival “Un organo per Roma” di Giorgio Carnini, con un programma di quelli che ti inzuppano di emozioni: il Requiem di Faurè, un’opera che accompagna la morte con malinconia e rimpianto, mai con ira. E poi l’Alleluia di Haendel, che è invece un trionfo fatto apposta per concludere un concerto corale in una chiesa; un po’ come, diciamo, una serata di Vasco Rossi che per forza va sigillata con la sua “Vita spericolata”.

Ma non è stata la musica a farci venire l’idea. Ci è bastato alzare gli occhi al magnifico mosaico che riempie il catino dell’abside per farci affacciare alla memoria il geniale etologo Desmond Morris, quando ci spiega che “…le manifestazioni religiose consistono nella riunione di gruppi numerosi di individui che compiono ripetute e prolungate esibizioni di sottomissione intese a placare un individuo dominatore il quale assume forme variate che hanno sempre in comune tra loro l’elemento di un’immensa potenza”. (La scimmia nuda, pag. 191).

E infatti eccolo lì, Papa Onorio III, in rappresentanza di sé e del gregge dei suoi fedeli, ridotto alla dimensione di una tartarughina (però con il manto papale sul guscio) inginocchiato accanto al piede di un enorme Cristo, al quale è dedicata quest’opera maestosa; piccolo, insignificante, sottomesso appunto, di fronte alla potenza del dominatore.

 

Bisogna dire però che il racconto della divinità e del suo rapporto con il gregge non è sempre coerente con lo stesso schema ideologico ed estetico e cambia con il passar del tempo e con l’artista (e, chiaro, anche con il suo committente).


Per esempio, a S. Agostino ci imbattiamo in un Cristo che è il contrario del precedente: bruno, bruttino, rachitichello e per niente maestoso, ma dolente, proprio come ce lo ha raccontato anni fa Pasolini nel suo Vangelo.

C’è da chiedersi come mai i committenti si siano accontentati di un’opera quasi blasfema come questa, davvero fuori dell’iconografia del periodo, secondo cui Gesù doveva essere un giovanottone nordico, biondo e muscoloso.

E anche glabro, mentre questo ha ascelle, torace e perfino addome ben pelosi.

 

 

Ma le stranezze continuano. Ecco, nella profonda cripta di S. Maria dell’Orazione e Morte a Via Giulia, una confraternita che si occupava di recuperare e dare sepoltura ai cadaveri degli annegati e dei morti ammazzati, all’epoca abbondanti, a quanto pare, per le strade di Roma, un documento un po’ inconsueto.

 

Si tratta di un certificato di decesso stilato non su una vecchia pergamena o su un polveroso registro parrocchiale, ma direttamente sul defunto, anzi, più precisamente inciso sul suo cranio.

E, per concludere, a S. Maria della Vittoria, sul pavimento della Cappella Cornaro e sotto gli occhi estatici della Santa Teresa del Bernini, un mezzo morto (letteralmente) che se la balla con stile.

 

O forse prega? L’incertezza è d’obbligo con uno come il Cavaliere Gian Lorenzo che si faceva beffe degli interdetti del Concilio di Trento e ritraeva i suoi soggetti come gli pareva: sante in un rapimento potenzialmente equivoco e scheletri tagliati a metà ma lo stesso scatenati in mosse di danza.

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Contaminazioni utili

 

Utili perché mettono insieme l’antico e il moderno. Non è detto che funzioni sempre, ma almeno c’è una possibilità in più di trovarsi qualcosa di bello sotto gli occhi.

Dall’acquedotto della settimana scorsa alle terme di questa; eccoci a Caracalla (dove “I romani giocavano a palla, dopo il bagno verso le tre, tira tira a me, che la tiro a te, e poi gridavan: Olé!”, canzoncina di Clara Jaione, anni ’50, a dimostrazione che i testi cretini c’erano allora come ci sono adesso). Clara era anche famosa per altri due capolavori dello stesso genere: “Arrivano i nostri (a cavallo di un caval)” e “I pompieri di Viggiù”.

Qui alle Terme di Caracalla ci sono due eventi in corso. Il primo: la preparazione dei tre grandi concerti di Morricone in programma nei prossimi giorni. Gli operai formicolano con i loro caschetti gialli a tirar su il palcoscenico e i sedili dell’enorme platea (già tutta sold out).

E poi c’è la mostra retrospettiva delle sculture di Mauro Staccioli.

Caldo e uniforme è il colore dei mattoni, che prendono così bene la luce del sole. In realtà noi vediamo quello che gli antichi neanche immaginavano, perché all’epoca tutto era rivestito di marmo, bianco o colorato, di intonaco affrescato, intarsiato di mosaici; e quello che rimane oggi è come lo scheletro delle costruzioni moderne, solo che il materiale è molto più bello, più nobile, e il suo disintegrarsi lo rende più affascinante (vedi i mattoni di Venezia che più muffa e salnitro hanno addosso, più odorano di storia) e non è inesorabilmente misero come il cemento moderno dei pilastri sgranocchiati dal tempo.

Che dire delle opere di Staccioli? Che potrebbero anche non esserci per quanto poco ci cambiano la vista dei giganteschi scheletri murari. Ma bisogna anche dire che, dato che ci sono, ci stanno bene. La loro essenzialità (si tratta di basilari forme geometriche tridimensionali: cubi, parallelepipedi, cerchi), la loro materia, il metallo, tanto diverso dal mattone, e la loro dimensione, perché sono  grandissimi, dà loro la forza per reggere il confronto con l’ambiente dove sono capitati.

 

Quindi: benvenuta l’iniziativa. Oltre a farci conoscere Muro Staccioli, ci ha riportati, in un pomeriggio con il tramonto giusto, a rivedere questa testimonianza di antica grandezza che rimane lì ferma da soli venti secoli e sembra intenzionata a durarne altrettanti (sempre che la grettezza degli umani non riprovi, come già fatto in passato, a tirarne fuori ancora qualcosa di riutilizzabile). 


…e a questo punto, eccoci all’argomento che siamo riusciti a evitare finora, ma che ormai ci sta addosso; e non si sfugge.

Ma, se ci piacciono tanto le grandi rovine romane, anche se ridotte al solo scheletro di mattoni, o a qualche colossale colonna, perché invece non riusciamo a farci piacere il Vittoriano (altrimenti detto Altare della Patria, Tomba del Milite Ignoto, Macchina da Scrivere, Torta Nuziale, Vespasiano e così via oltraggiando)?

Che è un edificio maestoso, ingombrante, marmoreo e retorico, come sicuramente erano tutti i templi e i palazzi della Roma Imperiale. Alcuni dicono: è troppo bianco; le pietre antiche erano dipinte. Possibile, ma non ci crediamo del tutto. Se fosse stato così, perché fare le colonne con un tipo di marmo e i capitelli con un altro? Certo, qualche spennellata di colore qua e là ci sarà stata, ma, dato che gli antichi non erano stupidi, perché avrebbero dovuto coprire con la vernice dei marmi che sono bellissimi per come sono: taglio, venature, sfumature, colori.

Insomma, secondo noi il Vittoriano è la fedele rappresentazione di un equivalente SPQR di due millenni fa.

E allora ci frulla per la testa un altro pensiero: non sarà il tempo che fa la differenza?

Quello che devasta le nostre facce umane con la sua semina di rughe, borse, nei, bargigli e orride verruche, fa così tanto bene a un pezzo di travertino, a una scheggia di marmo, a un frammento di bronzo da dargli con il suo rosichìo implacabile una nobiltà che magari prima non avevano?

 

E siccome non abbiamo la risposta, vi salutiamo. A lunedì prossimo.

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Audace colpo della Caritas

           

 

Edizione straordinaria. Da fonte attendibile apprendiamo quanto segue: la Caritas, nota organizzazione benefica sarebbe riuscita dove neanche la fantasia del più scatenato Camilleri si è mai avventurata. Infiltrandosi fra le maglie dell’organizzazione di un importante evento e con la sicura complicità di una non meglio identificata ditta svizzera di gestione dati informatici, sarebbe arrivata a sabotare  l’evento in questione inficiandone lo svolgimento e finalmente mettendo le mani sul ricchissimo buffet allestito per i partecipanti, per varie ragioni impossibilitati a consumarlo, destinandolo ai poveri e agli affamati di cui la Caritas stessa si occupa a tempo pieno.

Ecco i fatti.


Roma, 13 giugno 2018. Alla Nuvola di Fuksas, è convocato il congresso della Società Italiana degli Autori ed Editori, la prima riunione nazionale dopo cinque anni, in cui si fa il punto della situazione e, ancora più importante, si voteranno i nuovi organi.

L’indirizzo è prestigioso e ambito, le hostess graziose ed efficienti, i controlli all’ingresso sempre cortesi.

Per noi che abitiamo in città, è facile recarci sul luogo del delitto, rispettando il discutibile obbligo di registrarci come votanti la mattina presto, mentre le urne si apriranno alle 13.30. Va bene, ci alziamo dal letto un po’ prima, ritiriamo il badge e in attesa dei discorsi, approfittiamo delle montagnole di squisiti cornetti che ci tentano, insieme al caffè, da vari tavoli dell’ingresso. Ci dicono che per gli associati fuori città ci sono obblighi di contatto telematico lungo tutta la giornata elettorale, senza interruzione, mentre per le deleghe servono certificazioni notarili e altri adempimenti (complicare le cose semplici è sempre stato uno sfizio nazionale).

E’ chiaro che oltre agli obblighi istituzionali, queste occasioni servono per salutarci e riconoscerci fra noi, talvolta a fatica per gli anni, talvolta mentendo calorosamente: “Non sei cambiata.” “Sembri più giovane!”

Ci accomodiamo nel salone del centro congressi. Prima degli interventi degli associati ascoltiamo il sentito e ben documentato discorso del presidente uscente Filippo Sugar, che con parole semplici e piglio giovanilmente amichevole ci illustra come e qualmente la SIAE, fra gli istituti omologhi di riscossione diritti d’autore, sia la più efficiente, la meglio organizzata, quella che trattiene gli aggi più bassi e così via. Insomma, rispetto dell’artista e trionfo della tecnologia dal volto umano.

E poi si va al voto. Di nuovo le cortesi ragazze aiutano molti di noi, gente d’altri tempi, a scegliere, usando tablet modernissimi su cui sono riportati gli elenchi delle liste elettorali, quella che ognuno vuole sostenere. Ah, che meraviglia, com’è semplice questo nuovo sistema: una volta capito come funziona, ci se la cava in un attimo.

S’è fatta l’ora di pranzo e quelli di noi che hanno compiuto il proprio dovere di elettore, si avviano scherzando e ridendo verso la sala, la cui parete di fondo è occupata da un tavolo di mezzo chilometro coperto da ogni bendidio gastronomico.

Con una mano protesa verso il tramezzino ci colpisce all’improvviso, attraverso gli altoparlanti, una voce che ci richiama nella sala congressi. E qui, ecco il vero colpo di scena, il presidente annuncia che, scherzando e ridendo, dall’elenco delle liste presentate per essere sottoposte (ufficialmente, non dimentichiamolo) al nostro voto ne manca una: la tecnologica società svizzera di cui sopra ha dimenticato di inserirla.

Costernazione: molti che hanno già votato se ne sono andati. Richiamarli? Ma come? E noi presenti? Bisogna rifare tutto dall’inizio? Impossibile. Allora l’unica strada da seguire è annullare la riunione e indirne un’altra al più presto. Anche se c’è l’estate che incalza.

E i tramezzini che rischiano di andare a male, perché nessuno ha più fame.

Il presidente Sugar appare sempre più dispiaciuto man mano che la situazione precipita nella infelice conclusione all’italiana (ma stavolta con il forte contributo elvetico).

Alla fine non c’è altro da fare: si chiude la baracca e tutti a casa.

Purtroppo, a questo punto, la fantascientifica notizia con cui avevamo aperto la nostra fantascientifica cronaca comincia a non sembrarci più così fantascientifica.

 

 

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Ruderi e serpenti


C’era una volta l’Acquedotto Claudio, il più bello, che insieme a tanti altri attraversava il territorio a sud est di Roma su archi di tufo altissimi e maestosi.

Suggestivi i quadri della paesaggistica romantica del sette-ottocento, e poi le fotografie seppia del primo novecento con le immagini della campagna romana, e sullo sfondo quelle serie di archi barbuti di felci, estesi fino all’orizzonte. Cosa ci può essere di più profondamente intrecciato con la natura di questi ruderi, di più spirituale ed evocativo della grandezza imperiale? Invece di rispondere a questa domanda vorremmo azzardare una ricostruzione.


Ecco cosa probabilmente succedeva venti secoli fa di fronte a queste romantiche rovine (viste oggi), in realtà fastidiosi manufatti industriali (visti allora). Li sentiamo protestare, i signorotti latifondisti, contro quelle barriere moderne ingombranti e volgari che gli riempivano il panorama e gli facevano calare il valore degli iugeri; e i loro fattori imprecare contro quegli archi che gli spaventavano i maiali e facevano seccare il latte alle capre, che impedivano la vista dei colli vicini e con la loro altezza bloccavano il ponentino rinfrescante del pomeriggio favorendo le pestilenze. Naturalmente senza un pensiero sul progetto che dava alla città le terme, le fontane, l’igiene e il benessere di tutti.

Bene, nel dugento, sull’incrocio fra il nostro Acquedotto Claudio e l’altro, il Marcio, poi diventato Felice, ridotti entrambi a ruderi dai barbari e dal tempo, fu costruita una bella torre, che sta ancora in piedi, a testimoniare della solidità dei manufatti antichi: Tor Fiscale.

Restaurata e ripulita ci è stata restituita con una gran festa campestre il primo giugno. Banda musicale, merenda di bambini ed emozione a rivedere nei muri le tracce dei grandi archi imperiali, ben chiari nella struttura.

Ma non solo. I restauratori hanno deciso (e hanno fatto bene) di lasciare in vista anche altre tracce, molto più recenti e molto più miserabili: quelle dell’occupazione dei profughi che nell’immediato dopoguerra arrivavano dalle campagne e dalle cittadine laziali distrutte dai bombardamenti, e per avvicinarsi alla metropoli dove speravano in una nuova vita, occupavano qualunque spazio che potesse funzionare da casa provvisoria, da baracca in cui sopravvivere: una manna i tanti archi degli acquedotti, che in quella zona erano numerosi e pronti all’uso.

Ecco perché alla base di Tor Fiscale rimangono, impudiche, le pareti ancora imbiancate di calce delle baracche che le si appoggiavano contro, o sopravvive questo armadio a muro, rozzo e improvvisato, che si apre nel pilastro di un arco dell’Acquedotto Felice, intonacato e ridotto a promiscua abitazione in cui certamente si ammassava una famiglia numerosa e miserabile di quegli anni.

 

 



Tre secoli fa le guide del grand tour mettevano in guardia i viaggiatori che arrivavano dal nord: attenzione, i ruderi sono pieni di serpenti. Magari innocui biscioni, ma c’erano ed erano tanti.

Non certo del genere che siamo andati ad ammirare qualche giorno dopo al New Curiosity Shop di Bulgari. A Via Condotti, accanto al negozio storico c’è questo nuovo spazio dedicato per l’occasione a una notevole mostra di quadri e sculture imperniate sulla tradizionale icona della Maison: il serpente.

Opere di Fornasetti, Vasconcelos, Niki de Saint Phalle, Starr, contemporanee pitture cinesi insieme a copertine di moda del passato e oggettistica quotidiana: tutto serpentiforme.

E poi, ovvio, i gioielli veri a forma di colubro: braccialetti, cinturini, orologi, collari, anelli, uno più inquieto e scintillante dell’altro.

 

Naturalmente, anche se il contrasto fra il prezioso lavoro di microscopica chirurgia dell’orafo per unire oro, argento e pietre preziose e farne un gioiello, e il rozzo sforzo da parte di incolti muratori del medioevo per recuperare tufi e mattoni spezzati di un’epoca lontana per costruirci una torre militare sembra incolmabile, in realtà si tratta della stessa azione: fare qualcosa di bello (e anche, ma non necessariamente, di utile).

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Povera Roma, stupida e suicida


Fine maggio. C’è un evento interessante nella chiesa di S. Lorenzo in Miranda. Non la conosciamo, e allora decidiamo: si va.

Premessa storico-artistica: la chiesa è ora, dopo vari rifacimenti nei secoli, una costruzione barocca di proprietà del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico. Bella e uguale a tante altre dello stesso periodo: piena di belle cappelle e begli altari, con bei quadri e belle sculture, solo più pulita e meglio illuminata di tante altre.

Ma non è questo il punto. Il punto è che S. Lorenzo è costruito dentro un tempio del Foro Romano, quello di Antonino e Faustina. E l’unicità del monumento è la presenza, davanti alla facciata in mattoni della chiesa, di tutte le colonne del tempio. Tutte ancora in piedi.

Anche se marcate dalle criminali tracce incise dagli straccioni medievali per farci scorrere le corde che, attaccate a un traino di buoi sarebbero servite a buttare giù questi meravigliosi monoliti di marmo, la cui estrazione era sicuramente costata la vita a più d’uno schiavo, solo per ricavarne mozziconi da bruciare in qualche forno per fare calce.
Mancano un paio di giorni alla sfilata del due giugno; perciò squadrette e squadroni di soldati sono lì a tirare su le tribune, e questo blocca quasi tutti i varchi per i pedoni.

 

L’unico accesso da Via dei Fori Imperiali è Via della Salara Vecchia, dove c’è anche la biglietteria d’ingresso al Foro, e, al solito, mandrie di turisti in attesa. 

E qui comincia la nostra avventura di romani (non antichi; contemporanei, purtroppo). Il primo saluto ce lo dà questa deliziosa bestiola che passeggia tranquilla a filo di marciapiede proprio lì davanti. L’immagine è mossa non perché il topone sia in fuga: è al fotografo che, per la fifa, trema un po’ la mano.

I turisti ridacchiano, come facevamo noi hippy negli anni ’60 quando, girando per le stradine di Dakar o lungo le rive del Gange a Benares, incontravamo, accompagnati da blatte grosse come panini, i ben pasciuti ratti tropicali. Molto pittoreschi; tanto poi, noi hippy allora, come i turisti oggi, ce ne tornavamo tranquilli a casa nostra.
Ma qui e oggi, a casa nostra noi ci stiamo già, perciò, avanti con l’itinerario.