Sense of humour


Il nostro amico compositore Fabrizio De Rossi Re ha uno spiccato sense of humour. E non è facile, non crediate. Sono pochi i musicisti (anzi, gli artisti in generale) dotati di questa caratteristica preziosa.

Bene, ne ha profuso in abbondanza per mettere in scena una piccola perla di soli trenta minuti alla Biblioteca Vallicelliana venerdì 16. Trenta minuti, per assistere ai quali abbiamo dovuto aspettare un’ora, metà in Piazza della Chiesa Nuova, al freddo e al gelo, l’altra metà nel salone, peraltro magnifico, al secondo piano dell’Oratorio dei Filippini; e per questa ora in più siamo stati noi a dovere mettere in scena il nostro sense of humour.

“Les Diables Amoureux”, nell’ambito della IX Settimana Francese a Roma, si chiama il collage di testi di Apollinaire e Pasolini, letti benissimo da Simona Marchini e commentati dal magnifico chitarrista Palamidesi, dalla suggestiva vocalista Pellegrini, coordinati dall’ironico pianista, compositore e concertatore, appunto l’amico De Rossi Re.
Spettacolo e finale: ottimi. Il problema, senza nessuna responsabilità degli artisti, è nato prima, quando ci siamo trovati con un bel gruppo di persone, alle 19, ora annunciata nell’invito via e-mail, davanti al portoncino del luogo incriminato, con un cerbero a impedire il passaggio ai non prenotati. (Si noti che, oltre all’orario sbagliato sull’e-mail, che nella brochure in sala era diventato le 19.30, nell’invito non era neanche specificato l’obbligo di prenotazione).

Battibecchi, proteste, minacce, urla all’italiana di: “Io la denuncio!” “E io la querelo!”, e poi, comunque, si finisce sempre col sottostare al solito malvezzo romanesco, per cui, per quanto il pubblico si sforzi di essere educato e puntuale, finisce comunque sbeffeggiato dalla cialtroneria delle istituzioni e dalla inefficienza della loro organizzazione.

Ma, come abbiamo detto, per fortuna c’è sempre il salvagente del sense of humour.

E in più, aggravante o attenuante? la solita irresistibile bellezza dei luoghi dove i misfatti vengono perpetrati.

 

 



“Caduta in un gorgo di torbide passioni”

Per saltare al secondo evento della settimana, il 17 marzo, ci torna utile citare di nuovo il nome di Simona Marchini che insieme a Pino Strabioli presenta l’autobiografia (dal melodrammatico titolo citato qui sopra) di Miranda Martino.

Siamo al Parco della Musica, nel secondo giorno della rassegna “Libri Come”, e quello che ci troviamo fra le mani è un divertentissimo diario, in cui non vengono risparmiati nomi e cognomi di buoni e cattivi, che ripercorre la lunga carriera artistica della cantante, attrice, soubrette, la quale, pur avendo abbondantemente superato l’ottantina risulta perfettamente in grado di tenere testa con supremo sense of humour a domande e battute di pubblico e relatori.

Sono pagine da cui emerge una narratrice arguta di grandi fatti, e nello stesso tempo si svela una pungente investigatrice delle bassezze d’animo di finti amici, imbroglioni del sottobosco dello spettacolo, di furbacchioni che approfittano del fatto che la star è una donna (non dimentichiamo l’epoca dei fatti) per insidiarla e poi ricattarla. Ma Miranda ha sempre “galleggiato sulla vita”, per ripetere una brillante definizione della Marchini, senza mai rischiare di andare a fondo.

A un certo punto si mette perfino a cantare, a cappella naturalmente, un testo di Santa Teresa D’Avila, in spagnolo e sull’aria della famosa canzone napoletana “Santa Lucia”, tratto dalla lettura “L’Ultima Estasi” recentemente attuata da Rosa Di Brigida, con Francesco D’Ascenzo e Miranda, nella chiesa di S. Maria in Monterone.
Ci ha sorpreso vedere, oltre a noi di lei quasi coetanei, un bel gruppo di ragazzotti venti-trentenni che facevano il tifo e sapevano tutto di colei che avrebbe potuto essere abbondantemente la loro nonna. Una constatazione confortante per una vecchia artista che in questo modo si assicura una polizza contro l’oblio.

 

Appena usciti dall’Auditorium, ci siamo trovati circondati da una turba di corpulenti anglosassoni in gonnellino e chiaramente sotto l’influenza di abbondanti bevande alcoliche, fuorusciti dalla stadio dove la Scozia aveva appena battuto l’Italia a rugby.

Timorosi per la nostra incolumità, siamo saltati al volo sul bus della linea C 3, di cui si può ammirare sul display il nome completo (in effetti fa servizio fra il cimitero Flaminio e il centro città, ma una denominazione più neutra magari la potevano trovare).

Ci è sembrata una quanto mai opportuna chiusura della giornata, sempre all’insegna del sense of humour, ma stavolta, giureremmo, del tutto involontario da parte di un’azienda comunale, notoriamente con un piede, se non tutta la gamba, nella fossa.

 

 


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