L'acido capronico


Con un pizzico di audace immaginazione ognuno di noi potrebbe buttarsi a indovinare dove sia reperibile l’acido grasso saturo che ci fornisce il titolo per questo articoletto. Ve lo diciamo noi che lo abbiamo appena saputo: nel sudore umano, oltre che nei formaggi, nel burro e nei grassi del latte.

Un passo indietro: questa settimana ricomincia la rassegna organizzata ogni anno da DermArt con un incontro intitolato “Odore della pelle – sudore e profumi”. Queste serate, condotte magistralmente dal dermatologo artista Massimo Papi, sviscerano, talvolta servendoci informazioni e soprattutto immagini raccapriccianti, i problemi, appunto, della pelle, l’organo che rappresenta il tramite e spesso la barriera del contatto fra l’individuo e i suoi simili. E il messaggio che, prima del contatto materiale comincia ad arrivare anche da (relativamente) lontano è l’odore.

Prima di procedere, è d’obbligo citare le poche righe con le quali si apre il libro meritatamente famoso, divertente e istruttivo di Süskind “Il profumo”.

“Nel ‘700 nelle città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame e rifiuti, i cortili interni di urina e feci, le scale di legno marcio e sterco di topi, le cucine di cavolo andato a male e grasso rancido, le camere da letto di lenzuola bisunte e vasi da notte. La gente puzzava di sudore e di vestiti sporchi, le bocche di denti guasti e i corpi di formaggio vecchio, di latte acido, di pustole e scabbia; il contadino puzzava come il prete, puzzava tutta la nobiltà. Perfino il re puzzava come un animale e la regina come una vecchia capra, sia d’estate che d’inverno. Insomma, non c’era attività umana che non fosse accompagnata dalla puzza”.
Andando indietro ancora di qualche anno, pare che il Re Sole, non abbia mai fatto un bagno in vita sua. E raccontano che Michelangelo, in tutto il periodo in cui lavorava arrampicato sulle impalcature della Cappella Sistina, non si sia mai sfilato gli stivali dai piedi. D’altra parte l’odore doveva essere da sempre un’abitudine accettata se nella cattedrale di Ravenna abbiamo la Madonna del Sudore e a Roma, nel Foro, i resti dell’altare a Venere Cloacina, protettrice delle fogne (e dei loro miasmi, presumiamo).

Per fortuna, da allora le cose sono un po’ cambiate, ma guai ad allentare la guardia, perché, va bene che il sudore è per il 99% acqua, ma il residuo 1% può fare danni irreparabili alla socializzazione. E anche al benessere personale: funghi, batteri, irritazioni, dermatiti e chi più ne ha più ne metta.

E l’odore di santità? Qui siamo al buio: DermArt non affronta l’argomento. Il profumo di rose delle stimmate di Padre Pio (lo testimonia nientemeno che il cantante Povia), quello di incenso di San Policarpo (avvertito dai suoi carnefici mentre lo bruciavano vivo), quello generico di fiori di Santa Teresa d’Avila. A rischio di ripeterci dichiariamo che per noi la materia rimane oscura.  

 

La riunione si conclude in gloria con la presentazione e la descrizione della piramide olfattiva da parte del profumiere Mauro Lorenzi presente in sala con campioni dei suoi prodotti. Si divide in tre zone: la testa (il 10% del tutto) che è la componente del profumo che colpisce appena si attiva il naso; il cuore (20%), quella parte che lascia una scia nell’ambiente e diffonde l’impressione. Il rimanente 70% è il fondo, la memoria del profumo, quella che se senti odore di pane appena sfornato ti fa tornare a quando avevi nove anni e le merende erano molto più buone di adesso. Oppure, con qualche anno di più, a quella tale colonia che ti riporta al cuore il primo amore.



RomaFestivalBarocco

Si sentono le tiorbe! Che sembra una sciocchezza a dirla così, ma per il frequentatore abituale dei concerti di musica barocca discernere a più di tre metri i fiochi suoni di questi antichi strumenti, ora quasi completamente estinti, è un miracolo.

Eravamo nella chiesa di S. Apollinare per la prima serata della rassegna RomaFestivalBarocco, una serie di concerti basati su partiture barocche già note o recuperate in antiche biblioteche, in questo caso i Salmi Vespertini di Virginio Mazzocchi scavati nella biblioteca del convento di S. Martino ai Monti.

Una perfetta esecuzione dell’ensemble Festina Lente diretto da Michele Gasbarro, nella perfetta ambientazione di una bellissima chiesa, con una perfetta acustica (ecco lo stupore sulle tiorbe che, come altri strumenti d’epoca presentano spesso problemi di equilibrio sonoro).

Alla fine scroscio di applausi, urla, fischi, chiamate di bis; concesso. Roba da concerto rock. Era parecchio che non ci capitava in chiesa.

In chiusura una punzecchiatina amara: nella presentazione scritta del programma la direzione del festival si dispiace MOLTO giustamente della vergognosa defezione del Comune di Roma, che nelle dieci edizioni precedenti aveva fatto il suo dovere di sponsor e quest’anno no.

Evidentemente anche i comunali si sono convinti che con la cultura non si mangia, e allora perché tirare fuori i soldi?