Nomen omen


A Roma, accanto alla chiesa di S. Agostino, c’è la Biblioteca Angelica, uno di quei magnifici saloni stipati fino al soffitto di libri, manoscritti, incunaboli, che sono, per nostra fortuna, piuttosto diffusi in città. Fondata nel 1604 è la più antica libreria pubblica del mondo e ospita fra i suoi centoottantamila volumi la più vecchia Divina Commedia stampata in Italia.

Nell’ambito dell’iniziativa “All routes lead to Rome” ci presentano l’Atlante dell’Appennino, una pubblicazione zeppa di informazioni utili per il tecnico ma anche per il normale turista (normale ma curioso, beninteso).

E fin qui ci siamo limitati alle notizie storiche e istituzionali. Adesso viene il bello.

Si parla, è chiaro, di geologia, di geografia, di territorio, di agricoltura, di insediamenti umani; insomma si parla, anzi si scrive della terra e di tutto quello che c’è sopra e sotto.

Irresistibilmente collegati al tema, ecco sbocciare, man mano che si procede nella presentazione, i nomi dei collaboratori (liberi tutti di sorridere, senza sarcasmo naturalmente, ma con un po’ di ironia, sì).

C’è Domenico PAPPATERRA, presidente del Parco Nazionale del Pollino; c’è Sergio PAGLIALUNGA, direttore del Parco delle Foreste Casentinesi; c’è Domenico STURABOTTI, che purtroppo non è il sovrintendente alla viticultura di zona, come ci piacerebbe per continuare il nostro gioco, ma il direttore di Symbola, che pubblica l’atlante.

E non è finita qui. Anche se con riferimenti meno precisi sui nomi, ci sono Marco AGLIATA, collaboratore di redazione (e non esperto di gustose salse della gastronomia appenninica, come vorremmo), Paolo PIGLIACELLI, anch’egli collaboratore al testo, e non invece storico della caccia ai volatili di passo (con seguito di polenta e osei di buona memoria) e finalmente Maria Laura FABBRI, che non si occupa di artigianato del metallo, ma scrive anche lei sull’atlante.

Verrebbe da ripensare a una di quelle burle sui nomi, magari in versi, che a suo tempo faceva il Corriere dei Piccoli, invece è tutto vero. Volendo controllare, abbiamo l’invito nel cassetto.


 

Sassi antichi e moderni.

Nei cavernosi sotterranei della Crypta Balbi, un teatro costruito solo sedici secoli prima dell’apertura dell’Angelica, c’è una bella umidità (per forza, siamo a sei metri sotto il livello della Roma attuale) e c’è anche qualche frammento di sasso romano, ma davvero niente di importante.

Anche perché tutta l’area dove sorgeva il Teatro di Balbo, nei secoli seguenti al crollo dell’Impero è stata usata prima come cava di materiale, poi come discarica, poi ancora come sede di piccoli laboratori artigianali e infine, pessima degenerazione, come calcara, quelle fornaci dove si cuoceva il marmo (lapidi iscritte, cornicioni scolpiti, addirittura statue) per farci la calce; quindi anche la più piccola scheggia di qualsiasi materiale riutilizzabile ha fatto da tempo una brutta fine.
Bene, in questo sprofondo il Museo Nazionale Romano, padrone di casa, ospita la galleria Gagosian con un’opera di una sua artista, Sarah Sze. Si tratta di un grossissimo sasso moderno (cioè, il sasso è
naturalmente antichissimo; quello che è moderno è il suo uso) spaccato in due, con stampato su ogni superficie l’identico tramonto digitale a vivi colori.

Visto dall’alto e nella penombra dello scavo l’effetto è spettacolare; la gente però pare perplessa, come del resto ci siamo sentiti anche noi, anzi, più che perplessi, fuori sesto.

Finché, risaliti al livello della strada, dove c’è il museo, e con tutto il rispetto per i tentativi di linguaggio contemporanei, siano essi digitali o geologici, abbiamo riacquistato un po’ del nostro equilibrio fermandoci in sobria ammirazione di questo capitello romano, certamente meno audace del sasso spaccato, ma così mirabilmente armonioso nel suo artigianale, artistico, minuzioso, devoto lavoro da risultare irresistibile.

 

E’ chiaro che dopo questa confessione una cosa è certa: siamo dei dannati borghesi. Speriamo solo che Gagosian non lo venga a sapere.