Capacitarsi

A Largo di Torre Argentina hanno incominciato i lavori per ricollocare una parte della pavimentazione in travertino che in epoca imperiale era stata sovrapposta a quella vecchia di tufo, e poi, non sappiamo quando, sollevata e messa da parte.

Ottimo. Non è mai troppo presto per provvedere a una sistemazione di questa straordinaria Area Sacra, chiusa da tempo immemorabile ai turisti (anche ai romani, se è per questo); solo accessibile agli appassionati di gatti in un suo angolo riservato dove c’è un alberghetto felino.

 

 

Da bravi sfaccendati, ci siamo fermati una mezzora a guardare quattro operai i quali, con l’aiuto di una gru con braccio da venti metri, piazzavano con la massima cura le lastre. O meglio, nel tempo che noi siamo stati lì, hanno dato gli ultimi ritocchi a una sola di queste, che ovviamente prima era stata sollevata dal deposito, portata sul posto, calata, eccetera.

Ci dicono che le lastre da collocare sono 140; calcoliamo che ci vogliano due ore per ogni lastra, e abbiamo visto che al lavoro c’erano i quattro, più la gru.

Ne deriva che in totale serviranno 280 ore, cioè 35 giornate, che fanno 6 settimane (se il tempo è bello), cioè,  ottimisticamente, meno di due mesi, ma più realisticamente almeno tre. E questo solo per stendere pochi metri quadrati di pavimento su basi preparate prima, con pietre già tagliate.

Lungi da noi, naturalmente, mettere in discussione i tempi di un restauro. Maggiore la cura, più siamo contenti.

Il pensiero va al lavoro che è servito venti secoli fa per costruire dal nulla quello che noi  ora restauriamo.

Quando leggiamo che per completare le terme di Diocleziano sono bastati otto anni, davvero non riusciamo a capacitarci di come abbiano fatto.

Certo, le masse impiegate erano imponenti, ma non infinite, per evitare di intralciarsi; quindi l’organizzazione doveva essere inappuntabile: i mattoni dovevano arrivare nel numero giusto e non uno di più; le colonne di granito egiziano da venti tonnellate sfilare sotto gli archi senza sgarrare di un pollice, dopo essere state estratte dalle cave, trasportate sul Nilo, imbarcate e poi scaricate al porto di Ostia; le lastre di marmo essere fornite già tagliate a misura e lucidate, eccetera eccetera. Un sicuro vantaggio per i costruttori era l’assenza di tutela sindacale dei lavoratori (orari, paga, cibo) che al massimo in caso di protesta potevano contare su un carico di frustate extra. Ma anche così! E (quasi) tutto a mano!

 

 


Invece ci capacitiamo benissimo (o forse è una nostra illusione) di un certo senso dell’umorismo da parte dei restauratori del Mattatoio.

Il quale mattatoio (con la minuscola, fino al momento del riutilizzo) era, come dice il nome, giustamente o no mantenuto, il macello di Roma, costruito a fine ottocento e rimasto in funzione fino a pochi anni fa con tutte le sue sezioni burocraticamente distinte dai nomi sopra gli ingressi.

Adesso è uno spazio culturale grandissimo, bellissimo e utilissimo in cui siamo stati invitati alla conferenza stampa di apertura del Festival di Nuova Consonanza, una storica istituzione romana che ha il merito di promuovere la musica contemporanea da più di mezzo secolo.

E’ bello che una grande città abbia recuperato queste molte migliaia di metri quadrati che altrimenti sarebbero caduti in mano a qualche becero palazzinaro, e ci viva la sua vita culturale; quindi niente di più normale che ospitarvi un festival di musica.

Quello che ci conforta nel nostro capacitarci di riconoscere un prezioso e raro sense of humour messo in opera insieme al recupero dei luoghi è la possibilità di leggere su un muro, mentre ci rechiamo a un evento di alto livello intellettuale, questa scritta che di intellettuale ha poco, ma di vitale moltissimo, dato che all’epoca da questo edificio uscivano quelle che poi, in tegame, diventavano le squisite cotiche con i fagioli.

 

Diamo a Stockhausen quel che è di Stockhausen, ma all’oste quel che è dell’oste.