Salti Temporali


Sabato 7, in preda, come direbbe qualche buon (!) amico, a un attacco di demenza senile, o forse infantile: bella giornata, poco traffico, ce ne siamo andati al Museo di Zoologia, a vedere che aria tirava da quelle parti.

Dopo un giro istruttivo delle sale (anni che non ci mettevamo il naso), salutati, unici adulti, con risatine e bisbigli da gruppi di bambini in età prescolare, ci siamo trovati davanti a due canguri in conversazione (o meglio, quello che restava delle povere bestie ischeletrite in una posa di garbata socializzazione) e qui ci siamo accorti del primo salto temporale.

Gli animali impagliati, le ricostruzioni della barriera corallina, i serpenti sotto formalina, gli scarabei infilzati, insomma quello che rendeva cosi affascinanti le sale dei musei della nostra infanzia è diventato il ricordo di una realtà che è ormai meno vera di quella virtuale in cui ci fanno vivere le centinaia di splendide foto, registrazioni, film che abbiamo a disposizione in ogni momento per sapere tutto su tutti.

 

 

E allora, visto che siamo partiti dal Museo di Zoologia, rimaniamo in argomento ed esaminiamo l’uovo avvelenato deposto dal Cavalier Serpente il 15 aprile, che di salti temporali ne fa uno più consistente, venti secoli, per investigare il piccolo mistero del digamma inversum, la lettera supplementare scritta come una F capovolta (Ⅎ), inventata da Claudio Imperatore per indicare la V intervocalica che prima era tutt’uno con la U. Credevamo che l’unica testimonianza di questo trucchetto fosse la lapide di Via del Pellegrino 145 da noi citata. E invece ce n’è un’altra nel Museo delle Terme: tronca ma leggibile, ecco un (ampli)AℲIT o magari un (termin)AℲIT scritto con la nuova grafia. 

Naturalmente, finito Claudio, è finita anche la sua invenzione, e non se n’è più parlato.


Un altro salto temporale e un altro uovo avvelenato del Cavalier Serpente: 11 novembre, ripavimentazione dell’Area Sacra di Torre Argentina.

E’ probabile che, causa un meteo bizzoso, il preventivo da noi allora azzardato sul tempo di realizzazione (tre mesi) non venga rispettato. Comunque i lavori proseguono.

 

Siamo andati sul cantiere: non capiamo l’irregolarità delle lastre di travertino. La cura filologica dei restauratori è lodevole: non è a loro che ci rivolgiamo: è chiaro che stanno rimettendo in opera quelle originali (fra l’altro, enormemente spesse). Ciò che non capiamo è perché, visto che tagliare un rettangolo regolare richiede lo stesso tempo ed energia di uno sghembo, questi frammenti recuperati non siano tutti  uguali. A meno che, a suo tempo, non lo si sia fatto per risparmiare, riutilizzando avanzi di altri progetti. Ma, francamente, non siamo abituati a vedere gli antichi romani come costruttori attenti al sesterzio. Quindi continuiamo a non capire.


L’ultimo salto temporale ci ha portati al Museo delle Terme per la mostra “Roads of Arabia”, tesori della penisola araba.

Beh, qui si tratta non di secoli ma di millenni, e malgrado questo non abbiamo trovato niente che ci emozionasse, tranne una sorveglianza armata che ci ha fatto ridere per il suo eccesso di zelo. Arte troppo diversa? Troppo lontana? Troppo rozza?

 

Fatto sta che il vero palpito quasi contemporaneo ce lo ha dato questo cipresso, l’unico sopravvissuto dei quattro, si dice piantati da Michelangelo intorno alla fontana del chiostro grande, che se ne sta lì con i suoi cinque secoli, ridotto a un moncone, appoggiato a una stampella, ma ancora saldamente aggrappato alla vita.

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