N° 467 - Stazione Termini

 La storia è lunga e comincia con le Terme di Diocleziano; poi c’è il Medio Evo e il silenzio.

Mille anni dopo, Villa Montalto, quella di Sisto V, una delle più belle di Roma, riempie la zona con il fiotto delle sue fontane e il cinguettio degli uccelli sui suoi alberi.

 

Un paradiso, parte di quella cintura di verde che, pur rimanendo dentro le mura Aureliane, circonda il minuscolo nucleo allora abitato. 

Ma a metà ottocento anche il Papa, come gli altri re, vuole la sua ferrovia, perciò via gli alberi e le fontane e nasce la piccola, ancora casereccia, Stazione Termini, che cambia faccia varie volte e finalmente, su un progetto di epoca fascista, ma completato dopo la guerra, ecco che appare il Dinosauro, la immensa pensilina ancora oggi rampante su Piazza dei Cinquecento.

Il problema è che insieme alla nuova stazione, punto di arrivo, nel dopoguerra, di una emigrazione urbana, dignitosamente povera o disperatamente miserabile, nasce il degrado.

 

E così, negli ultimi cinquant’anni ci siamo abituati a pensare a Termini come a uno dei diverticoli intestinali del ventre putrido della città: un orribile pericoloso inferno di miseria, alcolismo e delinquenza.

Poi, neanche tanto tempo fa: il riscatto! In un’ala dell’enorme edificio, una vera perla dello stile razionalista, progettata alla fine degli anni trenta da Angiolo Mazzoni, si apre il Mercato Centrale Roma, una di quelle iniziative civili e moderne (vendita e consumo di prodotti alimentari di alto livello) che non eravamo abituati a vedere da queste parti.

E infatti non regge: con la prima ondata della pestilenza il mercato chiude e non riaprirà mai più. La maledizione di quella zona riesce ad averla vinta anche su questa illuminata iniziativa.

 

Ma intanto il primo passo è fatto. Termini non è più quell’inferno metropolitano che ci era diventato familiare negli anni.

 L’altro ieri, dopo tanto che mancavamo, decidiamo di dare un’occhiata alle antiche Mura Serviane, proprio lì davanti.

E’ una giornata di quel sole romano che riesce a dare un bell’oro ai pietroni arrampicati in alto per una dozzina di metri.

Grande la nostra sorpresa nel vedere lo squallido palazzone degli uffici FFSS che fino a poco prima faceva da sfondo al rudere, trasformato in un moderno albergo di lusso.

Ma non basta: quello che era un lurido ritrovo di barboni di fronte ai vecchi uffici si è improvvisamente evoluto in un piccolo parco archeologico: erba curata, vialetti inghiaiati, tufi millenari e sullo sfondo il dinosauro!

 

Roma, non basta una pandemia.

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