N° 537 - Roma non ce la fa

Giugno. Il sole cala sul Gange e i suoi raggi dorati filtrano fra i rami dei grandi alberi di mango che ornano il giardino in cui insieme al sole si spengono le struggenti note del raga del tramonto eseguito da Rakesh Chaurasia e Sanjay Kansa Banik.

La suggestione del momento è intensa, il morbido tocco dei polpastrelli sui tabla accompagna l’esile voce del flauto. E’ il fascino dell’India che ci trasporta nelle supreme regioni spirituali della musica…

E invece no! Non siamo nel Rajasthan, siamo a Roma. “Ahò!” grida un cameriere spostando rumorosissimamente (sembra che lo faccia apposta) una sedia. “Du’ bire ar sei!” grida un altro, mentre le comitive sedute ai tavoli del bar schiamazzano neanche fossero all’Octoberfest.

E invece siamo a un concerto, non ci dovrebbero essere dubbi, precisamente nello spazio all’aperto della Casa del Cinema di Villa Borghese, che si chiama Teatro Ettore Scola; è la sua platea erbosa che confina con il territorio del bar.

 

Evidentemente sono due mondi che anche se confinano non comunicano.

Ed è qui che Roma non ce la fa. La cultura, che oggi ha provato a lottare sottovoce contro la cialtroneria chiassosa della ristorazione (scarsa qualità e bassa professionalità di gestione), simbolo maximo della festa romana, ha perso e non può fare altro che chinare la testa e andare a nascondersi.

 

La musica ce l’hanno servita, bene, i due artisti indiani; la ristorazione romana la rappresentano, perfino meglio, due discutibili rinsecchite pizzette con patatine che accompagnano un ancor più discutibile spritz da noi incautamente consumato al bar nemico.  

Si cambia lochescion. Andiamo a passeggiare nel letto di un fresco ruscello di montagna, che scorre fra due sponde ornate di alberi e cespugli. Manca solo la cosa principale: l’acqua.

Perché non siamo sulle Dolomiti, siamo sempre a Roma, e precisamente sullo spartitraffico della Via Tuscolana, dove qualche anno fa era nata una geniale trovata paesaggistica per nobilitare i trecento metri della salita del Quadraro, una zona periferica a ridosso di un grande incrocio di antichi acquedotti romani.

Avevano pensato, e pensato benissimo, che quella pendenza del terreno poteva essere sfruttata per crearci la più lunga fontana del mondo.

Quindi, presto fatto: bastava scavare un torrentello nel terreno, piantarci ai lati qualche albero, seminare qua e là alcune belle rocce e il naturale pendio avrebbe fatto da motore per un flusso di acqua cristallina.

 

Una faccenda di limitata spesa e di successo garantito.

Neanche qui Roma ce la fa. L’idea era buona, la collocazione perfetta, il riferimento alle maestose opere idriche del passato imperiale quanto mai azzeccato, opportuno politicamente e socialmente l’abbellimento di un quartiere periferico e piuttosto degradato, e cosa è successo? Subito dopo l’inaugurazione è mancata l’acqua. Che non è mai tornata; e a cosa serve una fontana senz’acqua?

La situazione non la salva certo questa patetica scritta “VII MUNICIPIO” disegnata con una siepetta di bosso, gialla di sete, che ricorda quelle stazioncine ferroviarie di una volta con il nome scritto coi fiori.

 

Per ora ci fermiamo, ma attenzione: l’argomento è quasi inesauribile.

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