N° 670 - Microbiografie Irrispettose - Hugo Wolf 1860 - 1903

“Queste sinfonie disgustosamente insulse, profondamente fasulle e contorte, sono quelle di chi si è superato nell’arte di comporre senza mai avere avuto un’idea.” Con questa simpaticissima e soprattutto umile critica, un semisconosciuto autore di lieder si dichiara nei confronti di un compositore di trent’anni più vecchio di lui e universalmente riconosciuto come il grande padre del sinfonismo viennese.

Siamo alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento e il giovane screanzato che starnazza dalle pagine del pettegolo “Wiener Salonblatt” si chiama Hugo Wolf. Un’altra sua garbata osservazione: “È un artigiano del contrappunto che non si è mai saputo sollevare sopra la mediocrità”, completa il ritratto che lui compone, una velenosa tessera alla volta, del destinatario, Johannes Brahms, il quale peraltro, con superiore distacco, non risponderà mai a queste punture di tafano.

Gira, riferito da Wolf sul loro primo contatto, questo aneddoto. “Inviai a Brahms un mio lied chiedendogli di segnare con una croce dove egli avesse ritenuto di ravvisare un errore. Me lo rimandò senza averlo toccato affermando: Non volevo fare della sua composizione un cimitero”. Se è vero, una qualche provocazione gliela possiamo anche concedere.

Su Brahms non c’è bisogno di aggiungere niente; per Wolf, a sua parziale discolpa, si può portare una cartella clinica che denuncia oltre a una grave ciclotimia, la sifilide, che lo porterà in seguito al ricovero e alla morte in manicomio, dove finisce dopo una imbarazzante scenata all’Opera di Vienna in presenza del suo amico del cuore Gustav Mahler.

 

Personaggio problematico, quarto di sette figli, fin da piccolissimo è costretto a studiare musica in casa con il padre, dal quale e contro la di lui volontà, solo a quindici anni riesce a farsi iscrivere al conservatorio di Vienna, dove si arrabatta per un paio d’anni, incapace di accettare qualsiasi metodo di studio; poi naturalmente litiga con il direttore Hellmesberger e si fa cacciare. Forse l’unica cosa buona che ricava da questi due anni è l’amicizia con Mahler, con il quale coabita senza il becco di un tallero sopravvivendo di lezioni private (attività per la quale è tutt’altro che dotato, con il suo carattere spinoso e la totale mancanza di pazienza).

Solo due mesi dura l’impiego come vice Kapellmeister che riesce a rimediare a Salisburgo (anche questo non brillantissimo risultato è sfruttato dal padre, contrario alla sua professione di musicista, per dargli del fannullone inconcludente). Poi grazie a potenti raccomandazioni è assunto come critico musicale al già citato, snobbissimo Wiener Salonblatt.

E qui, per quattro anni si sfrena da una parte come paladino di Liszt, Wagner, Bruckner e dall’altra, senza nessun senso della misura o dell’eleganza, come fustigatore della fazione opposta: Brahms, Dvorak e soprattutto Anton Rubinstein a cui riserva un odio speciale, riuscendo con insuperabile talento a inimicarsi praticamente tutto l’ambiente viennese.

Quando non sei nessuno è prudente non rompere troppo le scatole perché poi la paghi. A una prova pubblica la sua “Pentesilea”, scritta su suggerimento di Liszt, è fatta a pezzi dal direttore Hans Richter e sbeffeggiata dagli orchestrali. Il rinomato Quartetto Rose si rifiuta di eseguire qualunque sua composizione. La famosa cantante Amalie Materna, è costretta per prudenza a cancellare un recital di lieder di Wolf; insomma, un disastro.

 

Segue un periodo di depressione (è morto anche il padre – finalmente, ci verrebbe da dire, ma lui si dispera) alla quale si alternano momenti di esaltazione. Evidentemente un buon terreno per la creatività, perché è proprio in questi tempi che produce il meglio di sé: una serie di splendidi lieder per voce e pianoforte su testi di poeti tedeschi e perfino di Michelangelo Buonarroti, che finalmente gli danno un accenno di fama. Ma non ancora quel minimo di denaro che gli consenta di uscire dal bisogno. Ha però qualche mecenate che con discrezione gli permette di tirare avanti.

Eccolo il perfetto esempio di artista folle e vitale, depresso e malinconico figlio della letteratura decadente di fine secolo, forse vittima di un padre autoritario che prima lo costringe a studiare musica con lui, poi vorrebbe proibirgliene la professione. Ma lui è un ribelle che contesta qualsiasi autorità e siccome non è proprio equilibrato, ogni sua contestazione produce morti e feriti. Nel ’96 riesce a mettere in scena “Der Corregidor”, un’opera che, malgrado la debolezza del libretto, irrobustisce un altro po’ la fama che finalmente gli si sta consolidando addosso.

Purtroppo, come in tante biografie di geni sfortunati, solo un anno dopo la sifilide (fino alla scoperta della penicillina, castigo divino per artisti e irregolari in genere) in agguato nel suo corpo da tempo, gli dà il primo colpo. Un violento attacco maniacale che costringe gli amici a ricoverarlo in una clinica privata di Vienna. A inizio ’98 sembra riacquistare la ragione e la salute; lo tirano fuori, lo mandano a fare un viaggio in Italia, poi al ritorno lo sistemano nella casa di campagna di Traunkirchen.

Eh no! La guarigione era un falso allarme: nell’autunno tenta il suicidio buttandosi nel lago, e allora arriva il manicomio, dove vegeta fuori di senno per cinque anni e poi se ne va senza accorgersene.

 

Ultima ciliegina, tanto per gradire: “Un solo trillo di Liszt contiene più spirito e sensibilità di tutte le sinfonie di Brahms” firmato Hugo Wolf.

 

 

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