N° 671 - Microbiografie Irrispettose - Gregorio Allegri 1582 - 1652

 

Mercoledì 11 aprile 1770, a cercarla in tutto il mondo cattolico non si sarebbe trovata un’opera più ammirata, desiderata e protetta del Miserere della Cappella Sistina. Composta da Gregorio Allegri un secolo e mezzo prima era diventato il segreto meglio custodito del Vaticano. Guai a chi avesse osato portarsene a casa una copia. Guai a chi si fosse messo in testa di eseguirla fuori delle sacre mura. Guai a chi avesse progettato di stamparla e diffonderla, anche presso altri centri religiosi.

Era del Papa e basta.

Il Miserere di Allegri (1630) era l’ultimo e il più famoso dei dodici miserere (o misereri?) composti per la Cappella Sistina dal 1514 in poi. Si eseguiva durante l’Ufficio delle Tenebre della Settimana Santa, nei tre giorni prima di Pasqua, lasciando spegnere le candele una alla volta fino allo “strepitus” finale quando, nel buio completo si sbattevano breviari, bastoni e stivali sui banchi per simboleggiare il terremoto alla morte di Cristo.

“Merita lode eterna Gregorio Allegri che ha composto il Miserere con poche note, ma sì ben modulate e meglio intese che rapisce l’anima di chi l’ascolta”. Proprio così: il fascino e la suggestione di questo capolavoro dipendevano ovviamente dalla bellezza della composizione, ma anche dall’esecuzione, ricchissima di variazioni, effetti, invenzioni dei cantori i quali, liberi da indicazioni dell’autore, (anche perché la partitura originale era scomparsa nella notte dei tempi e mai nessuno l’aveva più ritrovata) potevano sbrigliare tutto il loro genio espressivo di esecutori.

 

Quel giorno arriva alla Sistina, accompagnato dal padre, un ragazzetto di quattordici anni a cui nessuno fa caso. Ascoltato con devozione il capolavoro famoso, i due se ne tornano alla locanda e la mattina dopo il giovane, davanti a una tazza di caffelatte e a un foglio pentagrammato trascrive a memoria il Miserere da cima a fondo senza un errore. Quello stesso pomeriggio papà scrive a mamma, che è rimasta a casa con la sorellina, “A Roma il famoso Miserere è tenuto in tanta considerazione che è stato proibito, pena la scomunica, portarne fuori anche una sola parte. Noi però l’abbiamo già: il ragazzo l’ha trascritto a memoria. Ma la partitura da sola non basta perché la maniera di eseguirla conta più della composizione stessa”.

 

La perfezione dell’esecuzione, mai scritta ma tramandata a memoria dai cantori, è sempre stata la polvere magica per suscitare l’effetto stupefacente del Miserere sui suoi ascoltatori. Goethe: “Le musiche della Cappella sono di una bellezza indicibile: soprattutto il Miserere dell’Allegri”. Madame de Stael: “Un canto che risuona come una musica celeste”. Il filosofo Jacobi: “La terra mi tremava sotto i piedi e per la prima volta nella mia vita ho invidiato il Papa e i Cardinali che se ne stavano tranquilli. Mi sarei buttato a terra per sfogarmi a piangere e lamentarmi”. Pietro Metastasio: “Fui rapito in estasi”.

 

A proposito di questo elemento (la qualità dell’esecuzione) gira un aneddoto: Leopoldo I d’Asburgo chiede a Papa Innocenzo XI la partitura del Miserere di Allegri. Il papa, che di musica non ci capisce niente, gliela fa mandare, senza ulteriori istruzioni, dal suo maestro di cappella.

Intanto notiamo che, malgrado le terribili minacce di scomunica, fuori le mura vaticane ci sono ormai tre copie in circolazione: una in mano a Leopoldo I, l’altra al Re del Portogallo e l’ultima a Padre Martini.

Ma, come abbiamo visto, senza l’esecuzione squisita dei cantori sistini il piatto risulta insipido. L’Imperatore, convinto che il maestro di cappella gli abbia mandato la copia di un altro miserere, si indispettisce e lo fa licenziare dal papa. Il poveraccio rimasto senza lavoro riesce a impietosire un cardinale, che a sua volta impietosisce il papa, il quale, finalmente ben consigliato, decide di mandare a Vienna un cantore per istruire quelli della Cappella Imperiale. Ormai è chiaro a tutti: il segreto del Miserere non è nella partitura, ma nel suo modo di esecuzione.

Però prima della partenza del cantore scoppia la guerra con i turchi e tutto va a gambe all’aria.

 

Gregorio è figlio di un cocchiere povero ma previdente che appena può iscrive il figlio, insieme a due fratelli, alla prestigiosa scuola di musica di San Luigi dei Francesi di Roma. Quando, a quattordici anni il giovane Allegri muta la voce, riceve dalla scuola uno scudo (che generosità!) per il servizio prestato. Poi lo troviamo che continua la sua collaborazione, ormai come tenore. Nel ’29 diventa cantore ufficiale della Cappella Pontificia e nel ’50 Maestro pro tempore. Nel ’52 muore ed è sepolto nella Chiesa Nuova a Roma. Sulla lapide è inciso il suo canone “Cantabimus canticum novum”.

 

Tanto per chiarire: il padre del ragazzetto quattordicenne si chiama Leopold e il nome di suo figlio è Wolfgang Amadeus. Di cognome fanno Mozart e alla fine il Papa, Clemente XIV, non solo non scomunica il giovane, ma gli conferisce l’ordine dello Speron d’Oro.

E poco dopo il Miserere viene pubblicato e da allora gira il mondo rapendo l’anima di chi lo ascolta.

                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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